Bibliomanie

Georges Didi-Huberman, Ninfa moderna. Saggio sul panneggio caduto
di , numero 10, luglio/settembre 2007, Letture e Recensioni

I libri belli sono come le belle donne: accendono l’immaginazione, l’accordano su mille sussurri, la ricolmano di inaspettate risonanze. Ninfa moderna di Georges Didi-Huberman è un bel libro stampato a Milano nel 2004 da Il Saggiatore nella collana La Cultura, storica raccolta di saggistica e intelligente catalogo del pensiero moderno.
Sulla scorta dell’opera di Aby Warburg e della grande scuola di studi figurativi da lui rilanciata, ma non senza riferimenti a un volume su Leibnitz come La piega di Gilles Deleuze, il testo indaga la sopravvivenza di un elemento caratteristico dell’iconolgia classica che si spinge fino ai giorni nostri: il panneggio.
Era il 1893 quando il giovane Warburg rimase affascinato e cominciò a studiare La nascita di Venere e La primavera di Botticelli. Il movimento dei capelli, le forme dei panneggi, la grazia dei personaggi femminili furono per lui occasione per dispiegare un profluvio di erudizione in cui riemergevano fonti letterarie e motivi visivi antichi come, ad esempio, il personaggio di Ninfa. Oltre ad essere una vera e propria costellazione dell’immaginario, dalle monete antiche fino al sigillo reale inglese del 1662, in un incrocio di genealogie e di corrispondenze, il motivo risaliva all’antro di Mnemosyne sviluppando una fantastica nebulosa di richiami e di sopravvivenze. Un testo come La rinascita del Paganesimo Antico di Aby Warburg, tradotto da Delio Cantimori, è impareggiabile testimonianza di questo percorso euristico.
Le Ninfe, si sa, sono fanciulle che sorvegliano le fonti nella mitologia greca; le troviamo in Omero, in Esiodo o, più avanti, nella riflessione di un Porfirio. Didi-Huberman nel nostro studio ha saputo individuarne la riformulazione storica nella sopravvivenza di certe forme tipiche del panneggio nell’arte moderna a partire dalla scultura di età classica per passare dalla Santa Cecilia di Stefano Maderno, un’opera del 1600, fino alle foto di Germane Krull o di uno Steve McQueen che rappresentano stracci, cenci inzuppati di sporcizia ai bordi delle scoline e dei marciapiedi delle grandi città. L’esperienza estetica dell’artista moderno assomiglia a quella di un mendicante, di un vecchio dissoluto, di un triste indigente o di un cencioso clandestino. Gia Monda e Greco si erano occupati di queste problematiche in un testo importante come Bassifondi Contemporanei ma qui è Parigi, la Parigi di Baudelaire, di Benjamin che diventa il teatro di una lucida ricognizione.
La caduta di Ninfa, il declino dell’aura, in quanto tratto tipico del moderno, percezione sensibile della nostra epoca, mette in mostra, al tempo stesso, il naufragio della materia e il rifluire della memoria, l’oggetto degradato, consumato dei nostri giorni e l’allegoria, la sopravvivenza delle forme simboliche in cui si imbeve l’esperienza della visione dell’uomo occidentale.
“La storia si scrive a partire dai rifiuti stessi della storia” diceva Benjamin, ed “è nei materiali minimi dell’intermédiaire che si manifesta l’eternamente identico.”.
Lo storico è come un archeologo delle città in quanto “compulsa gli archivi dell’orgia, il cafarnao dei rifiuti. Tutto quanto la grande città ha gettato via, ha perduto, ha ridisegnato, o rotto, egli lo cataloga, lo colleziona.”. Ecco che dunque la materia degradata, uno straccio, un biglietto dell’autobus finito spiegazzato nella tasca del cappotto, vengono elevati al rango di allegoria, testimonianza militante di un ordine cognitivo che risale il tempo e si colloca in

“un eterno presente – dice l’autore – che non è atemporale, l’essenza immutabile delle forme artistiche al di là della storia ma l’intreccio delle sopravvivenze nella riformulazione storica di ogni presente delle forme”.

Non siamo nella sfera ideale delle nozioni universali ma nella concreta materialità dell’immemorabile, la stessa che Walter Benjamin scrutava nelle strade di Parigi e “nel lavoro intenso in seno alle cose che vi si trascinano di qua e di là.”. In conclusione, dal panneggio della classicità fino agli stracci messi a protezione delle scoline presso i marciapiedi di Parigi la discesa verso l’informe diventa un’elevazione allegorizzante e conoscitiva, una sorta di esercizio trascendentale sul soggetto della storia e delle sue forme espressive.