Bibliomanie

Proposte di lettura
di , numero 56, dicembre 2023, Letture e Recensioni, DOI

Proposte di lettura
Come citare questo articolo:
Marzio Zanantoni, Proposte di lettura, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 14, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.10979

Italo Calvino a cento anni dalla nascita
In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino (15 ottobre 1923) sono numerosi i libri usciti per ricordarlo, libri che hanno ricordato la sua vita o analizzando alcuni aspetti significativi della sua opera letteraria. Tra i volumi più importanti va segnalato quello di Domenico Scarpa, Calvino fa la conchiglia. La costruzione di uno scrittore, Hoepli, euro 30,00. Sono ben 800 pagine tra testo e note, ma, nonostante la mole, lo si legge con grande piacere, grazie a una scrittura che sa rivolgersi ad un pubblico di lettori non necessariamente specializzati. Si tratta di una nuova biografia di Calvino, che parte dalla storia della sua famiglia sino alla scomparsa dello scrittore cubano-sanremese nel 1985. Ma è una storia costruita come un mosaico, che rispetta la progressione cronologica della vita, ma intreccia numerosi piani, che sono poi il frutto delle molteplici attività di Calvino, dei suoi interessi e delle sue fasi biografiche. Per chi ama l’Autore di tanti capolavori della nostra letteratura, la biografia di Scarpa è un testo ideale per conoscere o approfondire la vita e le opere di un uomo straordinario.
Continua le serie di libri dedicati a Italo Calvino in occasione del centenario della sua nascita. Tra le ultime uscite, abbiamo a disposizione ora una sorta di biografia-testimonianza scritta di chi con Calvino ha lavorato fianco a fianco (Ernesto Ferrero, Italo, Einaudi, euro 19,00). Come tutti i libri di Ferrero, anche quest’ultimo è di piacevole lettura, ma ancora una volta il suo racconto rimane in superfice e fornisce ben pochi elementi utili al lettore per scoprire il Calvino più profondo. In questo senso è significativo che il capitolo più lungo del libro (il doppio di pagine rispetto agli altri) sia quello dedicato alla relazione amorosa tra lo scrittore e “la diva” del cinema italiano degli anni Cinquanta Elsa de’ Giorgi: relazione soffocante e burrascosa che termina in modo altrettanto burrascoso. Insomma, un ritratto affettuoso, che ci restituisce un Calvino anche molto privato, ma alla fine della lettura ciò che rimane è un insieme di aneddoti che legano insieme vita e letteratura di un grande scrittore e di un uomo poco spettacolare. Va detto infine che a pochi giorni dall’uscita del libro, il 31 ottobre esattamente, è scomparso Ernesto Ferrero, un uomo che ha davvero dedicato tutta la sua vita ai libri, oltre che dirigere per anni Il Salone del libro di Torino. Una coincidenza triste, che forse Ferrero avrebbe apprezzato: andarsene dalla vita terrena lasciando contemporaneamente per noi l’ultima testimonianza del suo lavoro.

Nascita e crescita della casa editrice Adelphi
Il principale merito del nuovo libro di Anna Ferrando (Anna Ferrando, Adelphi. Le origini di una casa editrice (1938-1994), Carocci, pp. 447, euro 39,00), che già negli anni scorsi aveva pubblicato un interessante volume sugli agenti letterari durante il fascismo, a me pare sia quello di essere riuscita dove molte narrazioni relative a Case editrici hanno fallito: fornire al lettore una così minuziosa storia dall’interno dell’azienda l’Adelphi in questo caso, che si ha l’impressione di sentire la voci di dirigenti e redattori, di vederne le movenze, le espressioni, i comportamenti abituali. Questo è stato possibile grazie ad un uso sapiente e mastodontico di carte d’archivio, lettere e testimonianze orali, in un intreccio, a volte anche un poco ripetitivo, che mette insieme progetti editoriali e ricerca continua di finanziamenti, litigi pubblici e privati, contratti anche minuziosamente descritti, tirature e dati di vendita. Una storia straordinaria che inizia, alla fine degli anni Trenta, dai tre «fratelli», gli adelphoi: Luciano Foà, che lavorava nell’agenzia letteraria del padre; Alberto Zevi, l’imprenditore che fornì i primi capitali per la Casa editrice e Roberto Bazlen, il mitico intellettuale triestino, suggeritore di titoli e autori. La loro amicizia si consolidò a Ginevra, il rifugio dei tre ebrei dopo l’emanazione delle leggi razziali.
Ma il lettore va anche in cerca di una risposta circa una questione essenziale (se non «la» questione) che riguarda la Casa milanese di Foà e Calasso: quale è stata la linea editoriale della Adelphi dalle origini alla fine del xx secolo? O detto più diversamente quale ideologia, quale visione del mondo hanno esposto ed espresso i libri Adelphi? È una questione che la Ferrando non affronta di petto, anche a ragione, ma diluisce, sino quasi a fare scomparire il tema, nei diversi capitoli del suo volume. Decenni fa – lo ricordava Roberto Calasso nel suo libro L’impronta dell’editore – un foglio vicino alle Brigate Rosse definiva la Casa editrice milanese «struttura portante della controrivoluzione sovrastrutturale» e negli anni Settanta e Ottanta soprattutto, era senso comune definire l’Adelphi una casa editrice di «destra». Erano gli anni in cui le biblioteche personali erano per lo più composte di volumi provenienti dai cataloghi dell’Einaudi, della Feltrinelli, degli Editori Riuniti, della Samonà e Savelli. Poi, qua e là, spuntavano tra gli scaffali i libri adelphiani della leggendaria edizione delle opere di Friedrich Nietzsche e poi Guido Morselli, Oliver Sacks, Milan Kundera, Isaiah Berlin e molti altri. Quel «guazzabuglio» di libri progettato da Bazlen divenne negli anni un immenso catalogo della cultura mondiale:, grazie anche all’arrivo di Calasso, l’Adelphi costruì nei lettori un immaginario mitico che spaziava da Oriente a Occidente nel quale, libro dopo libro, si capì, col tempo, che certo vi era un programma, una linea editoriale e ideologica che orami sarebbe riduttivo definire di «destra», ma che, altrettanto certamente, non rispondeva all’immagine e alla sostanza di una visione progressista della storia, una immagine che altri Cataloghi proponevano e sostanziavano nei loro titoli. La Ferrando riporta alcune testimonianze in questo senso. Ad esempi una lettera di Bazlen a Foà del 1962, nella quale l’intellettuale triestino individua esplicitamente negli antifascisti il «pericolo», oppure un’intervista a Calasso del ’75 in cui si esplicita la consapevolezza, negli «uomini dell’Adelphi», del problema del rapporto tra politica e cultura, come a dire che i libri che si scelgono e si pubblicano in Casa editrice non sono e non possono essere «neutri», dichiarazione che fa specie leggere accanto ad un’altra testimonianza, quella di Luciano Foà, nella quale si indica uno spirito diverso, che indica il principio del piacere, quello disinteressato e goduto della lettura, al di là di criteri di tipo etico-politico: «Qui pubblichiamo libri che più ci piacciono, solo quelli, con rischi e soddisfazioni» . D’altra parte, soprattutto nell’ultimo capitolo del libro emerge piuttosto chiaramente che, in particolare durante la lunga gestione di Roberto Calasso, il catalogo Adelphi veniva costruito intorno al bisogno di una spiritualità pura e di un confronto serrato con la «dialettica dell’illuminismo». Significativa, in questo senso, è l’osservazione pertinente della Ferrando, circa la «diffidente distanza rispetto al movimento» del Sessantotto o l’impossibile affiancamento culturale, si potrebbe dire «antropologico», di un Luciano Foà e un Giuseppe Pontiggia con testimoni del «movimento» come «Gad Lerner, Bruno Bongiovanni, Lidia Ravera o Fausto Bertinotti». Ma anche gli anni successivi indicano scelte e sensibilità «conservatrici»: basti pensare al progetto, grazie alla figlia Elena, delle Opere di Benedetto Croce, riedite dalla Adelphi a partire dal 1989, una scelta ponderata degli eredi Croce che vedevano nella Casa di Calassso, una editrice lontana dalle mode passeggere.

Editoria e storia del libro
Una delle più belle e interessanti riviste di editoria – il semestrale PRETEXT – curata dall’Istituto lombardo di storia contemporanea, diretta da Ada Gigli Marchetti con un comitato scientifico di alta qualità, dall’ultimo numero uscito (un numero doppio dicembre-giugno 2023) è acquistabile anche in libreria, o almeno sulle librerie online (euro 12,000). Sino ad oggi era inviata gratuitamente a chi ne faceva richiesta ed è comunque ancora scaricabile in PDF sul sito web. Ma in PDF se ne perdono le caratteristiche grafiche essenziali che fanno di questo periodico un bellissimo prodotto editoriale: circa 200 pagine, stampato su carta patinata, illustratissimo con foro d’archivio anche inedite, PRETEXT è un piacere per il tatto e per gli occhi. Ma ovviamente tutto questo non sarebbe sufficiente per renderla anche così interessante per il lettore comune e per lo studioso. Ciò che conta è il contenuto e questo numero doppio, ad es., ha una parte monografica dedicata al “Ritorno della cultura orale”: dunque gli archivi, la memoria, le testimonianze, gli audiobook ecc. Il resto del fascicolo, come di consueto, è scandito dalle sezioni dedicate agli EDITORI, al GIORNALISMO e alla LETTURA. Anche questo numero è ricchissimo. Gli articoli (di 8-10 pagg. solitamente e scritti con accuratezza e attenzione alla comprensibilità spaziano dalle agitazioni alla Pirelli e alla Breda dell’agosto 1943 attraverso un documento inedito del Corriere della sera alla mote della giornalista Ilari Alpi, dalle origine delle edizioni Olivetti alla raccolta, donata alla Braidense, di libri e documenti della e sulla Cina di Edoarda Masi, dai giornalini di guerra per i piccoli durante il fascismo, colmi di razzismo e di atti di eroismo al racconto delle vita di Riccardo Bauer grazie al lavoro dell’Umanitaria di Milano ecc. ecc. Proprio in questi giorni di novembre è uscito anche il nuovo numero (n. 20, giugno-dicembre 2023), sempre ricchissimo di piccoli saggi su libri, editori e giornalisti. Ora che il periodico si può acquistare liberamente anche ad un prezzo modico, chi vuole potrà scoprire un piccolo tesoro.
Tra le più importanti e interessanti riviste del dopoguerra «Nuovi Argomenti» viene indagata e analizzata a fondo in un recente volume di Viola Ottino, Alberto Carocci e «Nuovi Argomenti». La nascita di una rivista attraverso carteggi inediti, Carocci, euro 25,00. Già fondatore e direttore di altri periodici, Alberto Carocci aveva ripreso nel 1953 con Alberto Moravia la pubblicazione di «Nuovi Argomenti» con l’intento di una proposta sempre più attenta alla definizione del ruolo dell’intellettuale e della letteratura nella società degli anni Cinquanta e Sessanta. Vicino al Partito d’Azione, Carocci era stato eletto come indipendente nelle liste del Partito comunista e il forte legame con gli intellettuali marxisti, da Fortini a Lukacs a Ernesto De Martino, sarà uno degli aspetti caratterizzanti i fascicoli della rivista, con numeri monografici di grande impegno soprattutto politico.  Il libro della Ottino si serve di una fonte sono ad ora inesplorata: l’archivio privato di Alberto Carocci, messo a disposizione con generosità dagli eredi e tale fonte, ricca soprattutto di epistolari inediti, come è ben immaginabile, offre materiale molto importante soprattutto per la genesi redazionale e progettuale di ogni numero pubblicato, dal 1954 al ’64. Interessanti sono anche i capitoli dedicati agli aspetti più editoriali di Nuovi Argomenti”: il rapporto con Einaudi per la distribuzione della rivista in libreria, i compensi, i contratti, la pubblicità, le attenzioni alla grafica. Molto utile infine è l’appendice nella quale sono riportati gli indici completi di ogni fascicolo pubblicato. 
Le memorie editoriali intorno alla Einaudi e soprattutto intorno a Giulio Einaudi non finiscono mai di rivelare aneddoti e curiosità. Uno degli ultimi racconti è quello di Roberto Cazzola, per vent’anni redattore della casa editrice torinese. E redattore tra i settori più importanti della Casa, quello delle grandi opere, a iniziare, grazie a Corrado Vivanti, suo relatore alla Tesi di Laurea, dalla «Storia d’Italia», alla «Storia del marxismo» e tante altre. Il primo capitolo, che dà anche il titolo al libro (R. Cazzola, Un quarto di pera di Giulio Einaudi, Edizioni Seb 27, euro 16,00) offre davvero una lettura piacevolissima. Intanto Cazzola riesce a trasmettere al lettore quel senso di appartenenza da lui stesso vissuto per la Einaudi: una sensazione che altre memorie ci hanno comunicato e che è parte di una identità culturale laica e progressista di tanti lettori e intellettuali che si sono formati attraverso il catalogo della Casa torinese. Poi ci sono gli aneddoti: divertenti, curiosi, rivelatori di personalità, quella strabordante di Giulio prima di tutti, e di personaggi come Calvino, Cases, Rugafiori, Davico Bonino e di tanti autori e collaboratori. Il resto del libro raccoglie altri saggi dedicati al lavoro di Cazzola come germanista, sia con Einaudi, sia in particolare con Adelphi, con l’interessante pubblicazione delle lettere e dei pareri editoriali inviati dall’Autore alla Casa milanese di Calasso.

Storia e storici
La raccolta di saggi, servili e non servili, secondo la definizione di Cesare Garboli, da parte di uno studioso, assolve a vari scopi: accademici, memorialistici, utilitaristici. Spesso ne escono libri anche senza senso o organizzati male. Questo non è il caso del volume di Mario Isnenghi, Tragico controvoglia. Studi e interventi 1968-2022, Ronzani editore, euro 32,00. Isnenghi, uno dei nostri maggiori storici contemporanei, ha alle spalle diversi libri nei quali ha riversato studi scritti in varie occasioni e la sua bravura è sempre stata quello si dare un senso intelligente alla sua raccolta, per organizzazione tematica, per scelte stilistiche e per immergere il lettore in percorsi non cronologici, ma prevalentemente logici, come è il caso più evidente di questo suo ultimo lavoro. Scorrono così, attraverso le 500 pagine del volume, saggi ponderosi, interventi a Convegni, articoli per giornali e riviste, passando per gli amati Nievo e Meneghello, e poi ancora Garibaldi e Mussolini, Rigoni Stern e Brancati, la Grande guerra e la Resistenza, costruendo storie e microstorie nelle quali i personaggi e gli eventi passano come fantasmi immaginari, ai quali Isnenghi ha dato corpo e, a volte, nuove e inedite vite.

Destra storica e intellettuali
Si torna a parlare di intellettuali e politica nel libro di Francesco Germinario, Gente malfida. La critica degli intellettuali nella cultura di destra (1789-1925), Ombre corte, euro13,00. Argomento classico e indagatissimo, soprattutto nei decenni scorsi. Ma in questo suo nuovo libro, Germinario, un ricercatore che ha già dato prova con libri precedenti della sua conoscenza e serietà, indaga la cultura di destra, di quella parte insomma che con la cultura non sempre, o quasi mai, ha avuto un rapporto intrinseco. Si parte dalla Rivoluzione francese, dai suoi ideali, dai suoi progetti ideologici per evidenziare quanto sia stata feroce la polemica di autori come Burke, Taine, De Maistre contro gli intellettuali francesi, accusati di astrattismo e cosmopolitismo, una polemica che era tutt’uno contro l’illuminismo e la società liberale. Germinario traccia un percorso culturale che parte dalla Francia, attraversa la Germania e arriva sino a noi e alla esperienza dei primi anni del fascismo. E proprio in quest’ultimo capitolo, tra i più interessanti, riemerge in sottofondo la dibattutissima questione dell’esistenza di una cultura fascista, negata da alcuni studiosi, affermata da altri. L’interpretazione di Germinario è chiara: il fascismo aveva piena consapevolezza che non si governava senza l’appoggio degli intellettuali, ma si trattava di costruire un intellettuale «totalitario» e «statalizzato». Fulcro ideologico dell’asservimento degli intellettuali era che la conoscenza non la costruiscono né la monopolizzano gli intellettuali. La vera conoscenza è patrimonio di chi fa, di chi pratica la rivoluzione, di coloro insomma che agiscono. L’intellettuale perdeva così la sua prerogativa essenziale e la sua autonomia. In quei decenni sarà soprattutto Benedetto Croce a mantenere alto il prestigio e l’autonomia dell’intellettuale sganciato dalla politica. Ma sappiamo tutti che questo non sarebbe bastato per evitare anni di dittatura.

Filosofia italiana
In un articolo pubblicato su «Il Foglio» del 10 novembre scorso, Alfonso Berardinelli commentava un recente libro del filosofo Massimo Mugnai dedicata a «Come non insegnare la filosofia». Un utile strumento che ben si inserisce in questa discussione può essere il libro Filosofia in Italia (1800-1950). Uno sguardo dall’esterno di Brian e Rebecca Copenhaver, Le Lettere editore, euro 20,00. I due autori americani intendono ricostruire il pensiero dei principali filosofi italiani tra l’inizio dell’Ottocento e la metà del Novecento ad uso del contesto anglosassone: in sostanza, la filosofia contemporanea del nostro Paese spiegata ad un pubblico non italiano. L’elemento che più colpisce è che vengono presentati filosofi italiani che orami non si trovano quasi più nei nostri manuali di filosofia: sa parte da Rosmini e si transita da Galluppi, Gioberti, Mamiani, Spaventa per arrivare a filosofi certo più conosciuti e studiati, ma spesso non presenti nei manuali: Villari, De Sanctis, Labriola, Barzellotti, Gramsci, Bobbio, con tanto spazio riservato a Croce e Gentile. Ovviamente tutti il percorso filosofico tracciato dai due Autori americani non è casuale: hanno voluto cioè evidenziare come il tratto privilegiato della cultura filosofica italiana contemporanea sia il rapporto preminente tra la filosofia e la storia. Tratto certamente presente e importante, ma non unico si potrebbe dire. In ogni caso un libro e un’operazione editoriale interessante, anche solo per il merito di aver presentato e reso fruibile a un pubblico internazionale un momento del pensiero italiano spesso sconosciuto.

Recensione Il potere che offende. Quando Luigi Calabresi denunciò Lotta Continua di Ivano Cimatti
In occasione dell’anniversario della strage di Piazza Fontana e della morte non accidentale di Giuseppe Pinelli pochi giorni dopo, è stato pubblicato un libro che ritorna su quelle vicende. Difficile trovare argomenti nuovi dopo le tantissime pubblicazioni uscite nel corso dei decenni su quegli avvenimenti, Eppure il libro di Cimatti (Ivano Cimatti, Il potere che offende. Quando Luigi Calabresi denunciò Lotta Continua, Pendragon, 2023, 20,00 euro), oltre che ricostruire momenti drammatici già conosciuti, offre una lettura degli atti processuali basata su documenti noti e inediti, tratti agli archivi privati degli avvocati di allora, che è davvero sconvolgente. Emergono con chiarezza ancora più certa almeno due punti fissi: che l’inchiesta manipolata della strage, confluita mela pista anarchica, fu studiata nei minimi particolari a Roma dalla DAR (divisione affari riservati) e poi sviluppata momento per momento negli uffici della questura di Milano; che la morte di Pinelli non fu dovuta a un “malore attivo”, né tantomeno fu un suicidio. Secondo Guido Salvini, che scrive la Prefazione al libro, la morte di Pinelli fu un omicidio preterintenzionale, esito di una colluttazione imprevista. Leggere dai verbali, dai documenti riservati, dai documenti ufficiali e non come si svolsero i fatti desta una diretta impressione più di quando centinaia di articoli giornalistici ci hanno raccontato. E poi emerge la figura di Calabresi: “burattino” nelle mani di una strategia che secondo l’autore il commissario accettò in previsione di una progressione di carriera. E un libro, questo, che a distanza di tanti anni scava in verità oramai impossibili da nascondere.

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