Bibliomanie

La corruzione dell’io. Recensione di “The social dilemma”, regia di J. Orlowski Docufilm
di , numero 56, dicembre 2023, Letture e Recensioni, DOI

La corruzione dell’io. Recensione di “The social dilemma”, regia di J. Orlowski Docufilm
Come citare questo articolo:
Monica Fabbri, La corruzione dell’io. Recensione di “The social dilemma”, regia di J. Orlowski Docufilm, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 18, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.10975


«Nothing vast enters the life of mortals without a curse»
Sofocle, Antigone


Qual è il problema? Silenzio, imbarazzo, sorriso dei guru ‘redenti’ dei social media. Notizie inquietanti di telegiornali sulla dipendenza da internet, che si susseguono con ritmo ansiogeno, mentre una ragazzina delle medie non si stacca dal fascio luminescente del suo cellulare, nonostante i continui richiami della mamma. L’immagine va in nero e parte il titolo battuto al computer (pare una vecchia macchina da scrivere): /the social dilemma_
Nel titolo risalta subito una contraddizione evidente: due parole antiche per descrivere un dramma attuale. Social è una parola inglese di derivazione latina (sociale), che si trova in locuzioni riferite alla condivisione di esperienze in rete (social network). Ma il latino socialis, che deriva da socius (compagno, socio) indica colui che vive in una società di carne e ossa, fatta di relazioni tra individui della stessa specie: i soci erano spesso confederati (le guerre sociali erano quelle che insorgevano tra i membri di una stessa confederazione). Il termine dilemma si impone in tutta la sua potenza antica: dal greco antico δί-λημμα (‘proposizione doppia’, due lemmi), che, in maniera approssimativa, indica la scelta tra due premesse. Nella filosofia e nella logica formale la definizione di dilemma si differenzia profondamente dall’uso che si fa del termine nel linguaggio comune. È ancora presente l’alternativa tra due opzioni, ma la scelta fra la duplice possibilità è irrilevante, perché esse implicano entrambe la stessa conclusione. Poco importa della giustezza della prima premessa o della seconda, dato che il risultato non cambia. E, infatti, il risultato non cambia: la scelta è obbligata. Da chi? Dagli algoritmi.
Andiamo con ordine: cosa ci nascondono i colossi di internet, che i guru ‘redenti’ ci vogliono svelare, sedendosi davanti all’obiettivo, isolati come se fossero a tu per tu con un criminologo (lo spettatore che indaga e ascolta)? Colonna sonora da brivido, interviste intervallate dal racconto, una fiction familiare che tanto finta non è perché narra la storia di tutti noi: figli adolescenti (uno alle superiori e una alla scuola media), rapiti dai cellulari. La sorella più grande sembra essere di un’altra generazione, è critica, rimprovera i fratelli, legge libri, usa internet solo quando serve. C’è da chiedersi se sia lei la vera fiction e, comunque, nella storia ha la funzione del grillo parlante, della coscienza francamente un tantino pedante e noiosa. La novità è costituita da una trovata a dir poco pirandelliana o meglio tra Matrix e Pirandello: l’algoritmo prende vita, si diverte da matti a decidere per il protagonista, ridotto pressoché a un fantoccio. E a poco a poco il velame che cela la vexata quaestio dell’incipit si dissolve, rivelando tutta la brutalità di quello che ci sta accadendo ora: la corruzione costante del nostro io, della nostra libertà. I social network operano in direzione di una predeterminazione delle nostre opzioni di scelta sia per il funzionamento dei motori di ricerca sia per gli algoritmi. Basta un click. Cerco tante informazioni, ne ho una quantità infinita che spesso, anzi quasi sempre, non corrisponde alla qualità, ho persino l’impressione che i social mi conoscano meglio di quanto possa conoscermi io. Illusione della forma, direbbe Pirandello, mentre il flusso della vita scorre altrove. E questa è una forma virtuale. Riesco a distinguere l’ἐπιστήμη (se ancora possiamo usare questo termine nel 2023) dalla δόξα? Nella logica dell’algoritmo è impossibile in quanto l’unica verità deriva dalla datification, cioè dalla raccolta dei dati che si effettuano grazie alle informazioni che cerco, alle persone che contatto che sono simili a me, la pensano come me, condividono la mia storia.
Media digitali: anche qui incontro di due mondi. Medium, termine latino, vuol dire mezzo e dunque strumento e non fine. Noi, invece, ci facciamo indirizzare e guidare come fantocci inconsapevoli. Nel docufilm vengono elencate una serie di malattie tra i giovani: disturbi alimentari, depressioni, sudditanza ai like, dismorfia da Snapchat, causata dalla pervasività del fotoritocco. Si potrà obiettare che tutte le epoche hanno subito il fascino e l’invadenza di determinate mode comportamentali: basti pensare all’ossessione di alcuni giovani di assomigliare al Werther di Goethe, non solo nel vestiario (le fanciulle si profumavano con l’Eau de Werther), ma anche nel suicidio d’amore, tanto che lo scrittore, censurato dalle autorità, riscrisse nel 1787 una seconda versione del romanzo, in cui raccomandava di non seguire l’esempio del protagonista. Ma siamo su un altro piano: il rapporto, seppur morboso, era con un libro, ideato e scritto da un’intelligenza umana. Proprio qui sta il nocciolo della questione.
Siamo arrivati a pensare, in una sorta di incomprensibile senso di inferiorità, che l’intelligenza artificiale sia in qualche modo superiore alla nostra. Per ora non è così, perché IA non opera con la logica e la deduzione, che ancora ci appartengono, ma in base alla logica dell’algoritmo che si fonda sul calcolo delle probabilità. Quindi i burattinai ridanciani del docufilm possono venire annientati da tutti noi, che torniamo ad essere i veri protagonisti. Non si vuole ridurre la questione: Luciano Floridi ha coniato un interessante termine identitario della nostra epoca, onlife, «dove il reale e il virtuale si (con)fondono», come una ‘società delle mangrovie’, che nascono dove acqua salata e acqua dolce si mescolano. Quindi occorre, come afferma Benedetta Giovanola, titolare della Cattedra Jean Monnet – Ethics for inclusive digital Europe dell’Università di Macerata, stabilire una governance per gestire al meglio l’innovazione tecnologica e spostare l’attenzione dalla semplice innovazione tecnologica a come le tecnologie digitali possano operare a favore del bene dell’individuo in quanto essere in relazione nella collettività. Per evitare la corruzione dell’io diventa indispensabile riformulare un nuovo umanesimo e dunque rimettere al centro la persona. La sfida è non dare per scontato l’uomo in questa epoca e porsi una domanda di metodo: cosa può fare il digitale per il bene dell’individuo e della società nella quale vive? I guru dei social network parlano della grande utopia iniziale, quella di una tecnologia utile in grado di potenziare i rapporti, di recuperare antichi legami perduti nello spazio e nel tempo. Poi la distopia della datification e delle pubblicità che impongono le scelte. E’ nata la piazza virtuale. Nell’immaginario collettivo l’ἀγορά greca era il luogo dell’incontro, della libertà, dove si poteva discutere e parlare. Sì, ad esclusione degli schiavi, delle donne e degli stranieri.
Queste due facce della medaglia esistono anche nella piazza virtuale, come abbiamo visto, che non può essere un luogo in cui stare, ma uno strumento da usare. Per un ultimo semplice motivo: nelle piazze reali si incontrano persone a noi care, ma anche persone che ci stanno antipatiche e che non vogliamo neppure salutare. Nei social media non esiste il perturbante (se escludiamo il troll), mancano gli incontri inaspettati, scompare il dialogo, si afferma quello che si sa già. Si potrebbe iniziare a introdurre l’educazione digitale ovunque, non solo come apprendimento delle tecniche e delle nuove metodologie, ma soprattutto come etica. E poi seguire le indicazioni finali dei guru ‘redenti’, che, per inciso, non comprano il cellulare ai figli fino alla maggiore età (impresa titanica di questi tempi). Una di loro afferma che diventa necessario e, aggiungo, divertente confondere gli algoritmi, facendo amicizia con persone che la pensano in modo diverso da noi, anzi esattamente all’opposto, oppure guardare cose che non compreremo mai.
Il docufilm è terminato, con un click chiudo l’app di Netflix dal mio cellulare e ripongo gli AirPods. Scendo dal treno, ho scelto di guardare The Social dilemma. Almeno credo.

E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.
(E. Montale, Prima del viaggio, Satura)


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