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Paolo Valesio: un incontro prezioso. Racconto di un’esperienza
di , numero 56, dicembre 2023, Letture e Recensioni, DOI

Paolo Valesio: un incontro prezioso. Racconto di un’esperienza
Come citare questo articolo:
Monica Fabbri, Paolo Valesio: un incontro prezioso. Racconto di un’esperienza, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 17, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.10971

La ricerca ha il pregio e il difetto di essere infinita, di metamorfizzarsi in modo inesorabile. L’effetto Dante mi ha portato a contattare il professor Paolo Valesio via mail. Lo stupore della sua gentile risposta mi ha costretto ad indagare sul percorso dantesco Italia-America-Mondo. Chi più di lui, che ha insegnato nelle prestigiose Università di Yale e di Columbia, può aver attraversato la condizione di homo viator, sognando nelle lingue di continenti diversi? Nella sua risposta mi colpì subito questa interessante osservazione che riporto pressoché interamente:

«E’importante, mi sembra, distinguere fra presenza/influenzadi Dante, e riscritture dantesche. […] L’esempio essenziale di riscrittura dantesca mi sembrano essere tuttora i Cantos di Ezra Pound (ma veda le mie osservazioni su Rimbaud; e poi c’è almeno l’esperimento, a mio parere non felicissimo, de La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini)».

Sì, verissimo. Riguardando i miei brevi appunti di dantismo, ho messo in rilievo soprattutto le influenze, anche se talvolta, inavvertitamente o consciamente chissà, gli autori riscrivono Dante, magari un verso soltanto o una parola che rimane tagliente nella memoria e ritorna prepotente nella scrittura. Come fa Margherita Guidacci in Neurosuite. Qui la sollecitazione, inutile dirlo, è sempre di Valesio, che mi ha voluto regalare un suo bellissimo saggio dal titolo Poesia dell’austerità: Dante in Margherita Guidacci 1.Mi colpisce la capacità di indagine di Valesio, volta a scrutare le pieghe di una poesia importante e lieve al contempo, che mi sprona a studiare nel senso etimologico del termine, cioè ad appassionarmi di colei che desidero definire, con la voce dell’Achmatova, poeta. Per ora mi limito soltanto a soffermarmi su due riflessioni contenute nel saggio, collegate al dantismo della Guidacci. La prima riguarda la bella poesia La Morenita in cui presenza e riscrittura di Dante si fondono in maniera evidente:

«La mia piccola anima corre su per la collina. | È una bambina bruna, che solleva le braccia, | leggera e ansante, incontro al vento che l’avvolge. || In cima alla collina, se il Signore la chiami, | possa Egli (così per i redenti | avveniva nei quadri degli antichi pittori) | accoglierla nel cavo della sua mano, | come un passero che appena vi si è posato, non impaurito, né triste, solo un po’ stanco:| molto tranquillo, del resto, al termine del volo» 2

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla, 
salvo che, mossa da lieto fattore, 
volontier torna a ciò che la trastulla
(Purg. XVI, 85-90).


Il canto XVI del Purgatorio è il canto centrale, cioè il cinquantesimo della Commedia. Il dialogo con Marco Lombardo, uomo di mondo in vita, ennesimo alter ego del poeta, che conobbe la virtù cavalleresca, si incentra soprattutto sulla libertà. Se il mondo attuale è degenere, la causa è dunque tutta degli uomini e Marco lo può dimostrare chiaramente. Egli spiega a Dante che l’anima, una volta creata, è come una fanciulla inconsapevole, che è mossa dalla bontà di Dio e si indirizza verso ciò che le dà piacere. Essa rivolge il proprio amore anche a beni materiali e sbagliati, se non viene frenata e guidata opportunamente: per questo esistono le leggi ed è necessario che un sovrano le applichi con rigore. Le leggi nel mondo esistono, ma chi le fa rispettare? Anche l’anima della Guidacci è una bimba leggera e bruna che desidera riposare, al termine del volo, nel cavo della mano del Signore in una sorta di viaggio a ritroso rispetto all’anima semplicetta del poeta fiorentino. Del resto, nota Valesio, non ci sarebbe bisogno di Dante per osservare che l’oltre, il cielo, non sarebbe per nulla significativo, se la poesia non parlasse della terra, di ciò che è carnale. Tornando alla mail, Valesio mi ha donato, oltre al saggio, anche il suo libro dal titolo Il Testimone e l’Idiota 3. E propriolunedì 3 aprile 2023 alle ore 17 ha avuto luogo la presentazione di questo volume di poesia all’Università di Bologna presso l’aula 4 di Piazza Scaravilli. Sono intervenuti Beatrice Zerbini, Andrea Severi e Veronica Bernardi. L’incontro, concepito soprattutto come una reading(e giustamente simili occasioni devono dare spazio alla parola poetica in quanto tale), è stato veramente interessante, anche perché i protagonisti sono stati i lettori con le loro acute interpretazioni e osservazioni. Tornando a casa, ho subito preso in mano il volume e l’ho divorato. Nell’introduzione Bertoni definisce questo testo un’opera mondo, termine alquanto appropriato anche se non è possibile applicare un’etichetta all’opera poetica di Valesio. Sono quattro i personaggi, il Testimone, l’Idiota, la Voce e la Fiamminga, delineati con pochi tratti significativi ed essenziali. La Voce parla solo ai primi due, la sentirà nelle ultime pagine la Fiamminga, donna curiosa e vivace, una sorta di nomen omen, che a me ricorda la terzina dantesca del canto XV di forte impatto onomatopeico:

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, 
temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa, 
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
(Inf. XV, 4-6)


Durante l’incontro sono stati citati molti autori di riferimento per Il Testimone e l’Idiota: lo stoicismo di Seneca, Boccaccio, Tasso, Pirandello, T.S. Eliot e numerosi ipotesti come il Cantico dei Cantici e la Bibbia. Ma a me veniva in mente sempre e soprattutto Dante. Nella mail Valesio mi scrive ancora:

«Lei forse non ci crederà, ma è stato solo dopo aver pubblicato il libro che mi sono reso conto di quanto simile (fatte salve le debite proporzioni) fosse il suo ibridismo di forme (poesia, narrativa, dramma) alla struttura della Divina Commedia. Fu incoscienza, o libertà dall’ “ansia dell’influenza”?».

Confortata anche da questo, mi sono detta che non sbagliavo, forse perché semplicemente Dante entra nel sangue e nelle ossa degli italiani e il destino di Valesio ha molti punti in comune con quello delle poeta fiorentino. Banalmente, il viaggio tra due continenti. Per Dante, che avrebbe con fatica abbandonato la sua Firenze, andare a Verona o a Ravenna era come visitare un altro mondo, sentire un’altra lingua, imbattersi in altri costumi, scrutare altre visioni. Ma quello che affascina de Il Testimone e l’Idiota, oltre a uno straordinario ibridismo di forme a detta dell’autore, è la presenza di una cultura che diventa esperienza. Quelle di Valesio non sono appena citazioni, ma espressioni di un incontro tra l’autore e gli scrittori che fanno capolino dai versi delle sue poesie e della sua prosa. Anche in questo è simile a Dante e in particolare al suo Convivio, nella scelta formale di una sorta di prosimetro o meglio di una commistione di generi che non riescono più a chiudersi nelle canoniche definizioni. Il ritmo del testo si fa sempre più incalzante, bisognerebbe soffermarsi sui singoli versi, sui termini ricercati (duologo, il neologismo incarnadine e tanti altri vocaboli ancora). Ma perché poi? Per capire? E l’Idiota nella poesia Odori riflette in questo modo:

Capire questo (ma cosa c’è da capire?) /sarebbe, gli sembra, una chiave per lo scrigno, se ancora si trovasse, /dell’origine.

L’Idiota, individuo particolarissimo e strano, chiuso nella sua etimologia di incompetente, inesperto, incolto, riserva molte sorprese, tra cui la capacità di stupirsi della realtà, duetta senza dialogare con il Testimone. Protagonisti solitari di questa opera mondo, potrebbero considerarsi due alter ego dell’autore, come del resto anche la Fiamminga e la Voce. E quante volte abbiamo ripetuto che tutti i personaggi della Commedia sono gli alter ego di Dante o rappresentano qualche sua passione, vizio o virtù? Vi sono esplicite citazioni dantesche nella poesia Res sunt lacrimae (titolo che, in un infinito gioco di specchi, rimanda al v. 462 del I libro dell’Eneide virgiliana e anche alla novella di Verga Lacrymae rerum, se vogliamo continuare a mescolare i generi):

[…] e ’l gelo strinse le lagrime tra essi e risserrolli.
(Inf.XXXII 47- 48 )

Il canto XXXII è il primo canto dedicato ai traditori, gli uomini che Dante detesta (più di loro solo gli ignavi) e che sono imprigionati nel ghiaccio. Nella poesia la Voce ripete che gli errori come le lacrime sono infiniti. Forse anche noi siamo conficcati nel “fango delle nostre miniere personali”. Altra bellissima riscrittura dantesca la lirica intitolata Il muro dell’indifferenza (come non pensare al muro con i cocci aguzzi di bottiglia in Meriggiare pallido e assorto di Montale?). La Voce recita il verso 36 del canto XXVII del Purgatorio:

Or vedi, figlio: 
tra Beatrice e te è questo muro.  
(Purg. XXVII, 35-36)   

Ho sempre ritenuto che questi versi fossero geniali: Virgilio, per spronare Dante a oltrepassare il muro di fuoco, gli dice che di là ci sono gli occhi della sua donna e lui, solo così, affronta quel ‘bogliente vetro’ che per rinfrescarsi si sarebbe gettato in un incendio. Nel testo di Valesio il muro diventa un’allegoria, anzi una parabola del muro dell’indifferenza che separa il testimone dal Beatificante. In queste liriche si prega non solo per le anime del Purgatorio, ma anche per quelle dell’Inferno e l’Angelo, di cui parla l’Idiota, è terribile come quello di Rilke. Le suggestioni sono molteplici, di ogni lirica si potrebbe fare un affondo filosofico, ma qui mi premeva soprattutto evidenziare alcuni tratti simili all’opera dantesca. Sono i versi finali della poesia Al fuori Dentro-margine (Dream Poem) che mi hanno lasciato senza fiato e avrei voluto fossero i miei:

Non importa se sei fuori dal coro ma bada a non scivolare nel sottocuore.


BIBLIOGRAFIA
GUIDACCI 1970 = Margherita Guidacci, Neurosuite, Neri Pozza, Vicenza.
MAGHERINI 2022 = Simone Magherini (a cura di), Dante e i poeti del Novecento, Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2022.
VALESIO 2022 = Paolo Valesio, Il Testimone e l’Idiota, La nave di Teseo, Milano.

Desiderosa di approfondire la conoscenza di Valesio, dopo la presentazione, corsi a stringergli la mano e a chiedergli la possibilità di poterlo intervistare, non solo per continuare a parlare de Il Testimone e l’Idiota e di Dante, ma per ascoltare un’esperienza letteraria e di insegnamento, la cui bellezza traspariva in modo chiaro nell’aula universitaria di quel giorno a Bologna. Nel mese di ottobre ci siamo accordati.
Giovedì 5 ottobre 2023 è una bella giornata; l’autunno ha la faccia dell’estate e Bologna la dotta, la grassa e la rossa si impone con prepotenza. L’appuntamento è al Caffè Letterario Carracci Fava. Mi stupisco di quanto mi sia ignota e misteriosa questa città in cui sono stata sei anni della mia vita. Arriva puntualissimo, forse un po’ preoccupato, ma subito si sente a suo agio, perché, in realtà, è lui ad intervistarmi. Come tutti i grandi maestri, ti ascolta con interesse e profondità e non posso fare a meno di pensare che mi ricorda Ezio Raimondi, la sua semplice complessità, la sua capacità di dialogo. Però meno teatrale e più familiare. Così ha inizio la nostra conversazione:

D. La prima domanda le sembrerà elementare: che cosa vuol dire per lei studiare veramente, studiare qualcosa?

R. Penso sempre a un’ovvietà, forse, all’etimologia di studium che vuol dire rapporto appassionato e affettuoso, frequentazione appassionata di un oggetto. Il risultato è che trovo un po’ difficile oggi studiare. I colleghi della mia età, professori doc, dicono ancora: “Ho libero un mese per studiare”. Io non riesco più a studiare, io leggo appassionatamente e disordinatamente e ogni tanto studio. Tutto questo per me è studio. Una volta, invece, separavo rigorosamente le cose. L’ideale da giovane universitario era essere uno studioso. Adesso per me studioso vuole dire ‘frequentatore appassionato di certi testi’. Sono arrivato ad una specie, spero produttiva, di disordine. Il termine studium non ha più per me una connotazione solo accademica, lo dico senza disprezzo.

D. Altra domanda da professoressa: quali sono i suoi autori preferiti?

R. Non è affatto semplice. Andando forse più avanti nell’aspetto psicologico personale, in poesia e in narrativa, io mi appassiono soprattutto a ciò che avrei voluto fare io, ma quell’autore lo fa meglio. Gli autori che mi hanno influenzato si possono capire, gli autori che io ammiro sono forse un’altra cosa. Se facciamo un salto indietro, da ragazzo avevo letto Montale, che mi ha influenzato in poesie che poi ho perso, e poi due shock: Rimbaud, mia madre mi aveva comunicato il francese, l’ho praticato in conversazioni. Rimbaud mi bloccò: avendo letto Rimbaud, pensai che scrivere poesie fosse inutile, perché aveva fatto tutto lui e mi risulta, da alcuni saggi che ho letto, che la mia non è esperienza unica. Quindi ci misi un po’ a superare lo shock. E poi Shakespeare. Il vero rivale di Dante. Io sento nella pelle ogni verso di Shakespeare. Mi è capitato, insegnando negli Stati Uniti, di vedere una strana situazione. Ogni tanto citavo Shakespeare, pensavo fosse noto, mentre i ragazzi mi guardavano stupiti. Li obbligavo a leggere almeno una tragedia o una commedia. Se andiamo avanti, sto cercando di organizzare le idee. Graham Greene è un autore che mi ha influenzato nel mio primo romanzo ancora inedito che mandai a Calvino. Calvino fu piuttosto critico, abbastanza scostante, però mi diede un consiglio: “Senti, perché non leggi Graham Greene per costruire una trama?”. Perciò io lo lessi e c’è un romanzo The Power and the Glory, parla di un sacerdote clandestino in Messico. È un libro che mi piace moltissimo e mi commuove ancora, anche perché è una delle prime occasioni in cui un teologo, un frate domenicano, mi disse, a proposito della versione teatrale di quel romanzo, qualcosa di importante: “Un modo per capire quest’uomo è che lui non è molto forte nella fede, ma è forte nella speranza e nella carità”. E questa fu una distinzione tra le tre virtù teologali molto interessante. Poi i romanzieri gialli, io mi fermo però agli anni Sessanta; e poi Proust certamente, nel senso che Proust rallentò in modo fatale la mia scrittura; io scrivo ogni giorno quella che io chiamo una Tetralogia, cioè quattro romanzi quotidiani in cui noto tutto quello che mi capita; e il mio problema fondamentale è che, se io inizio ad annotare qualcosa che mi piace, comincio, come diceva mia madre, a ricamarci sopra, non la finisco. Per questo ho adottato il sistema del frammento (ho visto questo e quello) e poi passo ad altro. E poi Victor Hugo, non solo come romanziere, ma come, posso dire, pensatore. In Victor Hugo la storia diventa umana e lui mi ha influenzato anche nei miei articoli di giornale, cercando di non esagerare, perché se no il redattore mi dice che sto parlando a me stesso. E fra gli italiani, non so, sono sicuro che verranno fuori. In questo momento ho una specie di blocco…; posso dire che ho una sorta di amore e odio per Manzoni. Manzoni ha un senso paternalistico verso i personaggi e d’altra parte la sua voce ironica è qualcosa di straordinario; però, se parliamo della storia d’Italia, vista attraverso il romanzo, io mi sento più vicino a Ippolito Nievo. Nel suo romanzo la storia d’amore è fondamentale. Tra i poeti c’è il discorso della cosiddetta ‘ansietà dell’influenza’ (meglio dire: l’ansia dei precursori). La mia ansia dei precursori sono Pasolini e la Rosselli. Non ho una buona memoria per ricordare i versi, ma quando un poeta intitola la sua raccolta Trasumanar e organizzar, saltando da Dante al Partito Comunista, è geniale. E poi la Rosselli per questo suo flusso continuo, le metafore indisciplinate. E ancora: Caproni, Testori. Poi il panorama si dirada (ma Milo De Angelis ha qualcosa di semi-elegiaco e insieme cupo che mi piace). E poi i due grandi autori, che sono stati sia autori di studio, sia di influenza personale e che mi hanno reso difficile la carriera: Gabriele d’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Negli Stati Uniti sono marcati ideologicamente in modo grossolano, cosa che accade per esempio anche a Guareschi (su cui lei ha scritto). Io ho scritto solo un libro su d’Annunzio e alcuni saggi. Avrei voluto scrivere di più, ma mi fermavo continuamente a rileggerlo; per me d’Annunzio è lo scrittore essenziale fra Ottocento e Novecento. Quanto a Marinetti, editai, con un mio dottorando un romanzo, che mi permetterei di consigliarle, con un titolo intraducibile perché troppo bello: Venezianella e studentaccio, un romanzo che Marinetti scrisse un anno prima di morire in una Venezia quasi irriconoscibile. È la storia d’amore di una Venezianella che si scopre essere il simbolo di una purezza ascetica e di uno “studentaccio”, che è uno studente militare: un romanzo bellissimo, post- futurista. Poi ci sono i racconti di Marinetti, belli e brutali. A me piacciono questi due estremi: d’Annunzio e Marinetti, un’amicizia alquanto controversa, come lei sa. Io credo che d’Annunzio sentisse che Marinetti aveva un’altra marcia, aveva scoperto qualcosa; e si sentiva un po’ minacciato. Però non sono mai riuscito ad assegnare delle tesi su questi autori, tranne a due giovani: uno (il dottorando cui ho accennato prima), che adesso insegna negli Stati Uniti e che dovrebbe pubblicare la sua tesi su Marinetti, e un’altra studentessa. In entrambi i casi ci fu uno scontro di tipo ideologico con la commissione di tesi: una litigata politica da “Otto e mezzo”. Io ero veramente perplesso, cercavo di controllarmi anche perché avrebbe danneggiato loro. Proprio il livore di un preconcetto insomma, e però questi due coraggiosamente ottennero il dottorato e pubblicarono saggi marinettiani.

D. Volevo chiederle cosa pensa di una frase di Pasolini che disse ai suoi amici di Officina: “La letteratura che facciamo insieme ha senso per l’amicizia che ci lega”. In un ambiente un po’ particolare come quello dei letterati è importante questo confronto? Anche perché per me è l’unico modo per fare letteratura.

R. Ma io non sono certo, perché il problema personale si sovrappone a quello storico-letterario: ho molta difficoltà a farmi degli amici. I miei amici risalgono agli anni universitari, ora non ci sono più; e una volta scrissi, se posso permettermi di citare un verso: “Gli amici sono come lampi” e intendevo dire che restano incisi, diciamo così, nel cielo della coscienza, sono fulminei, ma restano, quindi io ricordo alcuni incontri come definitivi. Fare poesia in amicizia è la grande utopia, è la grande idea di Marinetti o dei poetae novi, ma non è il mio stile, io mi sto orientando sempre di più verso una specie di accettazione di una solitudine, anche se alcuni miei amici poeti bolognesi hanno il senso dell’amicizia: Rondoni come gruppo e Bertoni come sentimento. Devo dunque accettare una mia tendenza alla solitudine, come nella grande frase, intraducibile a mio parere, di Rousseau: Les Rêveries du promeneur solitaire, che io tradurrei: “ Pensieri di un uomo che cammina da solo”; il che per me non è semplicemente un ideale, ma è quello che sono. Solo con l’arrivo della rete, ho riscoperto la possibilità dell’amicizia, on line, sia con vecchi sia con nuovi amici. Mi accorgo che le mie coltivazioni di amicizia sono ormai queste, e le mie email io le chiamo ‘lettere’. Però mi rendo conto che la mia (beh ormai io sono anziano!) è una razionalizzazione, un limite, non lo so; ma io non la vedo così, non la vivo così, ne apprezzo la bellezza.

D. Nel mio articolo, alla fine, ho scritto che i suoi versi “Non importa se sei fuori dal coro/ma bada a non scivolare nel sottocuore”, avrei voluto scriverli io. Ti colpisce lo stile di un poeta o di uno scrittore, perché rivela cose che avresti voluto dire tu. Pertanto, una domanda che spesso mi pongo è: che senso ha la letteratura oggi, quando tutto è tecnica?

R. È difficile, è da anni che non insegno. Per me fin dall’inizio l’insegnamento è stato dialogo rapsodico, il che è piaciuto molto ad alcuni e molto poco ad altri, sono stato un elemento di divisione, signum divisionis. Alcuni amavano questo e altri no. Per me il rapporto con i ragazzi, (che poi “i ragazzi” andavano dai 25 ai 40 anni), è stato sempre fondamentale ed era un rapporto di dialogo. La letteratura va difesa in ogni modo e maniera, rendendola accessibile; non noiosa certo, ma senza vergogna. Ma poi non voglio neanche “difendere la letteratura”; dico semplicemente: “Guardatevi intorno!”. Ci sono tanti modi di sostenere la letteratura, tanti nomi; per me, oramai, si tratta della mia rivista: “Ipr. Italian Poetry Review”. Ecco lì vedo i più giovani, mi mandano le poesie, a cui rispondo costruttivamente, i miei “No” sono pochissimi; e questo per me è il dialogo, il mio dialogo a distanza. In realtà è una lotta continua nell’accettare quello che ho appena detto: ogni manoscritto, che io leggo lentamente, porta via il tempo alla mia scrittura. Io lo vedo come un doveroso omaggio, non voglio dire sacrificio, ma un doveroso omaggio alla letteratura, alla poesia; che propriamente non è letteratura; nel senso che, quando scrivo poesia non penso alla letteratura. Sto cercando di esplodere qualcosa, ma io lo so che è letteratura. Il mio servizio alla letteratura, il mio omaggio è questo, che io mi occupo ancora di letteratura; dovrei stare chiuso nel mio studio, invece no, non ci riesco. Ho appena ricevuto da un amico un dramma che adesso sto leggendo, ma l’idea di proporre “perché non fai così o cosà” è irresistibile.

D. Mi viene in mente che Pasolini, essendo un solitario, forse, intendeva proprio questo per amicizia, un dialogo tra chi scrive…

R. Amicizia, dialogo a tutti i livelli…

D. Facendo la tesi su di lui, ho conosciuto aspetti privati di malinconia profonda, timidezza solitaria da quello che parenti e conoscenti mi dissero: aveva una sensibilità profonda (ho intervistato anche Gianni Scalia). Per questo mi è venuto in mente un possibile senso dell’affermazione pasoliniana: come condivisione della scrittura. Ora, però, vorrei capire che importanza ha avuto per lei l’esperienza con una piccola casa editrice, quella di Raffaelli.

R. Con Walter Raffaelli ho stretto amicizia, è un tipo molto interessante ed è stata una bella esperienza. E gli sono grato per avermi pubblicato, prima La mezzanotte di Spoleto (2013, seconda edizione 2018) e poi, sempre nel 2018, Esploratrici solitarie. Poi ci fu poi un colpo di fortuna: aspettai un anno per la risposta di Elisabetta Sgarbi, che alla fine mi pubblicò Il Testimone e l’Idiota (2022). E’ stata la mia prima esperienza con una grossa casa editrice; che mi ha fatto piacere, è ovvio, ma all’estremo opposto delle minuscole case editrici, come quella di alcuni amici, che si escludono dal circuito editoriale normale, e questo a me non piace, ma mi piace che siano molto amici fra loro. Con Alberto dirigo una serie di letture ‘Officina della poesia’, (se lei dovesse passare da Bologna, mi piacerebbe che ci venisse a trovare). Ci diciamo: “Cosa dici di questo, mi piacerebbe presentare quello”, ma lì sul momento, mentre una volta avremmo passato quasi una notte a decidere sulle poesie da scegliere. Per altro mi ricordo i litigi con Adriano Spatola proprio su Pasolini. Spatola non poteva soffrire Pasolini; mi ricordo che venimmo quasi alle mani, cosa che, sul momento, mi mise a disagio, e adesso che lui non c’è più mi commuove. Quando mai, prima e dopo di allora, ho corso il rischio di venire alle mani con qualcuno, di uno scontro fisico sulla poesia? Ricordo Spatola quando abitava e lavorava con Giulia Niccolai. Ed erano un mito scapigliato: Niccolai, che si converte, come lei sa, diventa monaca buddista, dopo la sua rottura con Adriano. Adriano, nelle condizioni in cui era, era un amico che poteva rivoltarsi in un momento come una belva, la Niccolai cercava di calmarlo per quanto possibile. Era una coppia strana ma bella, che mi fece sentire la poesia. Ecco, tutto ciò mi è venuto in mente a proposito di Walter Raffaelli, che è uno dei più raffinati piccoli editori italiani. (Ci vedremo alla fine di ottobre).

D. Su Dante e l’influenza ne Il Testimone e l’Idiota abbiamo già parlato nell’articolo. Ora vorrei approfondire un’altra questione. Che cosa si è portato a casa dall’esperienza americana?

R. È una cosa a cui penso quasi ogni giorno senza averne un quadro chiaro. L’esperienza americana è un mondo che vedo come dietro una nebbia. Ho vissuto metà della mia vita, debbo ripeterlo a me stesso se no non ci credo, negli Stati Uniti. Non è che non ricordi nulla, ma è come una serie di appuntamenti interrotti, come se la città che ancora amo di più, New York, fosse per me qualcosa di mancato: un luogo dove sarei voluto stare di più per capirlo. Non voglio dire che l’America sia un sogno, questo è un luogo comune; non è un sogno, ma è un paese avvolto nella nebbia. Tra l’altro ho la doppia cittadinanza (non lo dico spesso, l’Italia è un po’ molto nazionalistica in certe cose). Insomma New York è un appuntamento che mi aspetta, a volte penso che dovrei tornare a finire la mia vita là. Prima però abitavo vicino a New York nella campagna e mi piaceva moltissimo. Non ho mai capito completamente che cosa di New York io sentissi indispensabile. Dicevo: “Domani la capirò, domani la capirò”, poi a un certo punto ho raccolto i miei libri e sono tornato in Italia. Una passeggiata per capirci qualcosa, e invece sono ancora qui a Bologna.

D. Comunque, quando ha detto appuntamento mancato con la città, la capisco. Tornando a Bologna, dove ho vissuto sei anni, mi accorgo che anche per me è un appuntamento mancato. Ci stai tanto tempo e sai di non conoscerla, come se ti mancasse qualcosa.

R. Penso che sia anche un buon senso di esploratività da parte nostra, naturalmente sarà sempre così. E non lo dico nel senso che non vorrei più parlarne, anzi al contrario. Ascolto sempre la tv americana, mi fa nostalgia l’inglese, a volte passo dall’italiano all’inglese quando voglio dire certe cose e non me ne accorgo.

D. Per concludere, Il Testimone e l’Idiota ha vinto il Premio Letterario Nazionale “Forum Traiani”. e il Premio Speciale della Giuria al Concorso Internazionale di Poesia “Città di Acqui Terme” Ma cosa porta in sé la scrittura, perché si avverte la necessità di scrivere?

R. Perché si scrive è una domanda un po’ grande. Non rispondo perché si scrive, ma le rispondo come ho scritto quel libro. Nel 2017 avevo scritto una plaquette, Storie del Testimone e dell’Idiota, in cui raccontavo di aver visto uscire i personaggi come da una nebbia. Mi hanno detto: “ Questo è Pirandello!”. Ma ciò è ovvio: il fatto importante è che io ho sempre pensato che Pirandello li avesse veramente visti, i personaggi. Anche per me è stata una visione. Dopo, Il Testimone e l’Idiota è stato un altro libro. A New York abitavo da solo in quel periodo, stavo in un appartamento con una bellissima vista su un fiume, ma le camere erano piuttosto piccole. Lì cominciai a sentire quella che io chiamo la Voce, che poi sono le parole che mi venivano in testa, che brontolavo fra di me e che ho battezzato la Voce. Non è che sia una visione di Patmos, però l’ho sentita per molto tempo: la Voce viene fuori dal soffitto, dalle pareti, non viene fuori dall’aria. E poi c’è la Fiamminga, che è un’altra esperienza. Dicono: sono tutte emanazioni del mio io. Sì, vabbè, Madame Bovary c’est moi! È ovvio che tutti e quattro i personaggi sono emanazioni del mio io, ma questa è una persona reale, anche se non so neanche se sia ancora viva o morta, e in quale continente abiti; è un personaggio che io vorrei riprendere. La Fiamminga è quella che taglia di più; è quel personaggio, non so se lei ha notato, che in due o tre casi usa parole tutt’altro che letterarie. La Fiamminga è la diversa, la Fiamminga è un ricordo, forse una tentazione: la mia tentazione di fare il prossimo libro su di lei. Ma deve essere un tuffo totale. Sto aspettando. Nell’episodio a cui io tengo di più, che è l’Epilogo de Il Testimone e l’Idiota, quando i tre se ne vanno via, mi è dispiaciuto molto: non volevo che se ne andassero, ma ho sentito che dovevano farlo, che non si sarebbero visti più. Adesso cosa faccio? Sono ancora qui che sto pensando, ne recupero uno, la Fiamminga, oppure…
Credo di aver fatto una “passeggiata” un po’ irregolare, ma lei è una letterata, non si scandalizzerà di certo.

R. No, le sono solo profondamente grata.

Note

  1. MAGHERINI 2022, pp. 243-272.
  2. GUIDACCI 1970, pp. 355-356.
  3. VALESIO 2022

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