Bibliomanie

I dieci giorni che sconvolsero il calcio. Il caso calciopoli nella rappresentazione della stampa
di , , numero 56, dicembre 2023, Saggi e Studi, DOI

I dieci giorni che sconvolsero il calcio. Il caso calciopoli nella rappresentazione della stampa
Come citare questo articolo:
Alberto Molinari, Lorenzo Longhi, I dieci giorni che sconvolsero il calcio. Il caso calciopoli nella rappresentazione della stampa, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 56, no. 4, dicembre 2023, doi:10.48276/issn.2280-8833.10949

1. Introduzione
Tra gli anni Venti e gli anni Settanta del Novecento il mondo del calcio italiano fu attraversato da diversi scandali, legati a fenomeni di corruzione che coinvolsero in genere singoli o gruppi ristretti di giocatori e rimasero circoscritti a poche partitem1. Nel 1980 lo scandalo del calcioscommesse, noto anche come “Totonero”, assunse dimensioni più rilevanti. Nella vicenda furono implicati giocatori, dirigenti e società di serie A e B, accusati di truccare le partite di campionato attraverso scommesse clandestine 2.
All’epoca questi comportamenti costituivano un reato per la giustizia sportiva, mentre il Codice penale non contemplava una norma in materia. Solo nel 1989 venne varata una legge sulle frodi in competizioni sportive 3.
In quel momento lo sport più amato dagli italiani stava attraversando una fase di profonda trasformazione. Tra gli anni Ottanta e Novanta crebbero in modo esponenziale gli interessi economici che ruotavano attorno al mondo del calcio, legati agli introiti della pubblicità, ai diritti televisivi e alle quotazioni in borsa dei club. Nel giro di un ventennio il volume di affari legato al pallone registrò un incremento del 200% 4. Il “neocalcio” si configurava come una potente industria dello spettacolo 5.
In questo quadro, nel maggio del 2006 scoppiò lo scandalo definito Calciopoli, con evidente riferimento a Tangentopoli, il diffuso sistema di corruzione del mondo politico scoperto dalla magistratura nel 1992 che aveva portato al crollo della prima Repubblica. Le inchieste avviate dalla giustizia sportiva e ordinaria sulla base di numerose intercettazioni telefoniche portarono alla luce quello che appariva come «un vero e proprio grumo di potere» capace di condizionare l’andamento dei campionati 6. Per la gravità dei reati sportivi e penali ipotizzati, il livello delle persone indagate (arbitri, alti dirigenti federali e dei club, giornalisti), il blasone delle squadre coinvolte, le dimensioni del fenomeno e la portata delle conseguenze, lo scandalo fu enorme, sconvolse il mondo del pallone, a partire dai vertici politico-sportivi, ebbe un impatto fortissimo sull’opinione pubblica italiana e una vasta eco all’estero.
Questa ricostruzione si focalizza sui dieci giorni nei quali esplose Calciopoli e sugli immediati contraccolpi dello scandalo, assumendo come prospettiva le rappresentazioni che ne diede la stampa dalla prima notizia pubblicata (2 maggio 2006) sino al 31 maggio 2006: fu infatti in quell’arco temporale che attraverso i mezzi di comunicazione prese forma una serie di interpretazioni, di stilemi retorici e un lessico capaci di influenzare l’opinione pubblica e destinati a rimanere impressi nell’immaginario collettivo.
Sulla stampa si delineò un quadro articolato di valutazioni e riflessioni. Di fronte alle prime indiscrezioni sull’inchiesta, gli organi di informazione reagirono all’unisono, alimentando e facendosi portavoce di un sentimento di condanna e di indignazione morale diffuso nell’opinione pubblica e chiedendo alla giustizia sportiva e ordinaria di procedere rapidamente per risanare il calcio attraverso sentenze esemplari. Mentre il caso si allargava e veniva alla luce una fitta rete di interessi e di poteri che minavano in profondità la credibilità dello sport più popolare, diversi opinionisti videro in Calciopoli il frutto delle storture dello sport-spettacolo e nello stesso tempo un’occasione per voltare pagina, rinnovare radicalmente la classe dirigente del calcio e riscoprire un’autentica dimensione sportiva. Altri osservatori interpretarono ciò che stava accadendo nel football italiano come uno specchio dei vizi e delle storture che da tempo allignavano nel Paese. La frana che stava travolgendo il calcio suggeriva inoltre analogie con Tangentopoli, riaprendo dibattiti e contrasti che avevano attraversato il mondo politico negli anni precedenti.
La ricerca si è basata sullo spoglio di diverse testate sportive, d’opinione e politiche: “La Gazzetta dello Sport”, “Corriere dello Sport-Stadio”, “Guerin Sportivo”, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “la Repubblica”, “Il Foglio”, “il Giornale”, “L’Espresso”, “l’Unità”, “il manifesto”.

2. Scoppia Calciopoli. Le origini del caso
Le premesse di Calciopoli si profilarono nel 2005 durante un procedimento per doping contro la Juventus, condotto dal procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello attraverso numerose intercettazioni telefoniche effettuate tra agosto e settembre dell’anno precedente. Guariniello aveva aperto un procedimento ipotizzando il reato di “associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva” ma, non essendo emerse situazioni penalmente rilevanti, in luglio l’inchiesta si concluse con una richiesta di archiviazione. In settembre il procuratore capo torinese Marcello Maddalena inviò al presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) Franco Carraro il dossier dell’indagine poiché nel corso dell’inchiesta era emerso uno «scenario inquietante», relativo ad un presunto condizionamento del settore arbitrale da parte di alcuni dirigenti juventini, che poteva avere importanti risvolti sul piano disciplinare sportivo 7.
Gli atti furono trasmessi al capo dell’Ufficio indagini federale, il generale Italo Pappa. Sei mesi dopo Pappa inviò al procuratore federale Stefano Palazzi una relazione, dopo gli accertamenti e i riscontri effettuati dal suo Ufficio. Il 13 marzo 2006 Maddalena consegnò un nuovo dossier a Carraro contenente la trascrizione di numerose conversazioni telefoniche. Anche questo fascicolo venne trasmesso a Pappa che contattò la Procura di Roma perché la documentazione sembrava avere attinenza con un procedimento sul caso Gea avviato dai pubblici ministeri Luca Palamara e Cristina Palaia. La Gea era una discussa società di procuratori che faceva capo ad Alessandro Moggi – figlio di Luciano Moggi, direttore generale della Juventus – e controllava oltre duecento calciatori professionisti. Da tempo i magistrati romani avevano aperto un procedimento nei confronti della società, accusata di “illecita concorrenza con minaccia e violenza”, esercitata attraverso una rete di rapporti di potere 8.
Nei primi giorni di maggio iniziarono a filtrare sulla stampa stralci di intercettazioni telefoniche che riguardavano Luciano Moggi, il vicepresidente della Figc Innocenzo Mazzini e Pierluigi Pairetto, ex designatore arbitrale 9. Dalle registrazioni emergeva una rete di fitti contatti telefonici imperniati sulla scelta degli arbitri per una serie di partite che interessavano, direttamente o indirettamente, la Juventus. Attraverso un linguaggio allusivo, infarcito di battute volgari, si parlava anche di manovre per influenzare l’elezione dei vertici federali e le operazioni di calcio mercato.
Il 3 maggio la Figc annunciò l’apertura di un’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche provenienti dalla Procura di Torino. Nel frattempo trapelavano altri colloqui telefonici compromettenti che coinvolgevano anche Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus. A ciò si aggiungevano le pressioni di Moggi su Fabio Baldas (ex designatore arbitrale e commentatore della moviola nel Processo di Biscardi) affinché durante la trasmissione televisiva desse una buona valutazione dell’operato dei “fischietti” a lui graditi. Nelle intercettazioni figuravano altri opinionisti della carta stampa e delle televisioni in contatto con Moggi e apparentemente disponibili nei confronti delle sue richieste 10.
Sul fronte dei vertici sportivi, dopo un imbarazzato silenzio iniziale, il 4 maggio intervenne il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano Gianni Petrucci chiedendo alla Federcalcio un’indagine accelerata. Carraro, che dichiarava di provare «sconcerto, tristezza e rabbia», raccolse il suo invito: «Saremo rapidi e severi» 11.
Poco dopo la stampa dava conto di nuove indiscrezioni che riguardavano la Procura di Napoli. Le indagini erano state avviate in seguito alle dichiarazioni dell’ex presidente del Venezia Dal Cin che aveva accusato il sistema arbitrale di essere «una combriccola controllata dalla Gea» 12. Secondo le voci che provenivano dalla Procura, per Moggi si ipotizzava il reato di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Tra gli indagati, anche l’arbitro Massimo De Santis, sospettato di essere il “coordinatore” di un gruppo di direttori di gara legati alla Gea. Parallelamente, Moggi era stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per lo stesso capo d’accusa mosso in precedenza nei confronti del figlio Alessandro ed esteso poi ad altri soci “eccellenti” della Gea come Chiara Geronzi – figlia di Cesare Geronzi, presidente di Capitalia – e Riccardo Calleri, figlio di Gian Marco Calleri, ex presidente di Lazio e Torino.
Le informazioni che trapelavano giorno per giorno riempirono le pagine dei giornali, con titoli ad effetto, cronache minuziose, interviste e commenti. Sulla stampa come in televisione, Calciopoli contendeva lo spazio alle principali notizie politiche del momento: le dimissioni di Silvio Berlusconi da capo del governo in seguito ai risultati delle elezioni politiche dell’aprile precedente, l’elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, le trattative per la formazione di un nuovo governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi. Il caso travolse «l’arena mediatica con tutta la potenza simbolica evocata dalla Juventus, la squadra più blasonata, più amata e più odiata, in grado di garantire riflettori sempre accesi»13.
Colpivano la spregiudicatezza e l’assenza di etica dei protagonisti che sembravano operare come un potere parallelo a quello formale, al di fuori di ogni regola, capace di esercitare un ampio condizionamento sugli equilibri del calcio. All’opinione pubblica veniva trasmessa l’immagine di un sistema corruttivo che colpiva alla radice i principi dello sport, a partire dall’articolo 1 del Codice di giustizia sportiva che imponeva ai tesserati il rispetto delle norme di lealtà, correttezza e probità sportiva.
Anche se non erano accertati, per il momento, gli estremi dell’illecito sportivo, emergeva un quadro sconcertante e torbido di comportamenti al limite della legalità e inaccettabili sotto il profilo dell’etica sportiva. Era «un malcostume così diffuso da diventare una sorta di quotidiana normalità», osservava Ruggiero Palombo, il cronista che seguiva le inchieste per “La Gazzetta dello Sport” 14. La volgare arroganza e il senso di impunità che emergevano dalle intercettazioni facevano venire «il voltastomaco», scriveva Roberto Beccantini su “La Stampa”, il quotidiano torinese della famiglia Agnelli 15. Come notava Aldo Grassi sul “Corriere della Sera”, dalla bufera che stava travolgendo il calcio veniva alla luce uno sport “sporco” che tradiva la passione di milioni di tifosi 16.
Non tutti si dichiaravano sorpresi. In fondo, quello che si sussurrava nei corridoi del mondo del pallone e che molti appassionati sospettavano, trovava conferma nei colloqui registrati e nelle ipotesi di reato avanzate dai magistrati. L’audace colpo dei soliti noti, era l’eloquente titolo del “Guerin Sportivo” 17. La vicenda configurava «uno scenario desolante e penoso» che dava sostanza a «sospetti diffusi», notava il sociologo e politologo Ilvo Diamanti. Otto italiani su dieci consideravano il calcio poco credibile «perché ci sono troppi interessi sotto», il 60% «perché al centro di troppi interessi politici», solo il 30% pensava che fosse «uno sport vero, dove vince il migliore» 18.
Altri commenti interpretavano la vicenda come frutto di una degenerazione complessiva del mondo del calcio, prodotta dalla crescita esponenziale degli interessi economici e dello sport spettacolo a scapito degli autentici valori sportivi. Lo scandalo si inseriva in una serie di episodi di malaffare che avevano in precedenza scosso il mondo del pallone: bilanci falsati, passaporti truccati, società sull’orlo del fallimento ugualmente iscritte al campionato, abusi di farmaci prescritti ai calciatori, orologi preziosi donati agli arbitri, squadre retrocesse per provvedimento disciplinare.
Secondo Gianni Mura, prima firma sportiva de “La Repubblica”, solo chi vendeva «il prodotto» continuava a sostenere che il calcio era «il gioco più bello del mondo»: «Non lo è da un pezzo, ma continua a peggiorare. Non lo è da quando l’incontrollata crescita del business ha sbiadito o cancellato tutti i valori, l’etica di uno sport in cui si è sempre guardato anche alla borsa, ma con un minimo di decoro, di lealtà, di rispetto delle regole» 19. Anche Oliviero Beha, – collaboratore de “l’Unità” e come Mura osservatore critico dei nessi che legavano il calcio all’economia e alla politica –, si soffermava sugli intrecci tra calcio e potere, stretti al punto «da coincidere nelle stesse persone con il Milan dell’ex premier, la Juventus della Fiat e l’Inter dei petroli e della Telecom» 20, le tre squadre che di comune accordo si spartivano la fetta principale dei diritti televisivi garantendosi una posizione privilegiata nel calcio mercato 21.
Molte preoccupazioni si concentravano inoltre sulla nazionale, in vista dei mondiali tedeschi dell’estate 2006. Quali sarebbero state le conseguenze dello scandalo che stava montando sul morale e sulla preparazione degli azzurri? Tanto più che il figlio dell’allenatore dell’Italia Marcello Lippi, ex trainer juventino, faceva parte della Gea. E il portiere del club torinese e della nazionale, Gigi Buffon, risultava coinvolto in un’ennesima inchiesta sul calcio scommesse.

3. Il terremoto. Lo scandalo travolge il calcio
Dopo una settimana di indiscrezioni, lo scandalo assunse proporzioni senza precedenti nella storia del calcio italiano, riempiendo le prime pagine dei giornali.
Il 10 maggio le agenzie di stampa anticiparono il contenuto di un’inchiesta de “L’Espresso” sull’indagine della Procura partenopea 22. Secondo la denuncia del settimanale, Luciano Moggi tirava le fila di una rete di conoscenze e di scambi di favori di cui facevano parte arbitri, procuratori, giornalisti televisivi, esponenti corrotti della Guardia di Finanza.
Attraverso le notizie fornite da “L’Espresso” e la circolazione di nuovi colloqui telefonici veniva ricostruito il presunto “metodo Moggi” utilizzato per condizionare i risultati di diverse partite nel corso dell’intero campionato 2004-2005. Il dirigente juventino contattava i due designatori dell’epoca – Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto – per pilotare la scelta degli arbitri che dovevano dirigere le partite della Juventus o altri incontri che potevano servire a limitare la forza di futuri avversari attraverso ammonizioni ed espulsioni mirate. Pairetto e Bergamo intervenivano direttamente sugli arbitri attraverso telefonate considerate «inequivocabili» dai magistrati napoletani.
Mentre a Roma i carabinieri perquisivano le sedi della Federcalcio e dell’Associazione Italiana Arbitri (Aia) per acquisire documenti relativi all’inchiesta di Napoli, di fronte alle continue fughe di notizie il 12 maggio i pubblici ministeri partenopei Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice convocarono i giornalisti per rendere note le prime conclusioni del loro lavoro. Le dichiarazioni dei magistrati erano clamorose e mettevano a soqquadro il mondo del calcio, a partire dai vertici sportivi e da diverse squadre blasonate 23.
Le indagini avevano permesso di individuare «un vero e proprio grumo di potere» 24. Erano stati emessi quarantuno avvisi di comparizione, di cui tredici per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Risultavano coinvolti Luciano Moggi, Giraudo, Mazzini e il segretario della Figc Francesco Ghirelli, Pairetto, Bergamo, De Santis e un altro arbitro nonché il presidente dell’Aia Tullio Lanese, la segretaria e il responsabile degli assistenti di gara della Commissione Arbitri Nazionale, un guardialinee e un giornalista di Rai Sport, Ignazio Scardina. Due generali della Guardia di Finanza erano indagati per violazione del segreto d’ufficio, due poliziotti per peculato e ventiquattro esponenti del mondo calcistico per frode sportiva. Quest’ultimo reato veniva imputato a Carraro – per un’intercettazione nella quale chiedeva a Pairetto di “dare una mano” alla Lazio –, Alessandro Moggi, sette arbitri e dieci assistenti di gara, Diego e Andrea Della Valle, rispettivamente presidente onorario e presidente della Fiorentina, Sandro Menicucci, amministratore esecutivo del club viola, il presidente della Lazio Claudio Lotito e il dirigente del Milan addetto agli arbitri Leonardo Meani. I vertici della Fiorentina erano accusati di essere entrati a far parte del “sistema” dopo avere subito una serie di torti arbitrali. Anche il presidente della Lazio aveva cercato di ottenere favori per la sua squadra, a rischio retrocessione come il club toscano. Tramite il medesimo sistema, il dirigente del Milan aveva operato per condizionare la scelta di terne arbitrali compiacenti nei confronti dei rossoneri. Le partite incriminate per la stagione 2004-2005 erano diciannove di serie A e una di Serie B.
Per i procuratori napoletani esisteva dunque un’organizzazione che mirava a controllare e condizionare il calcio italiano, «predeterminando gli esiti del campionato e realizzando illegalmente illeciti ed ingentissimi profitti economici per tutti gli affiliati e i soggetti di loro riferimento» 25. Gli ideatori del sistema erano Moggi, Giraudo, Pairetto, Bergamo, De Santis e Mazzini.
Fece scalpore ed ebbe grande risalto sulla stampa il caso dell’arbitro Gianluca Paparesta, considerato un esempio emblematico del “metodo Moggi”. Dalle intercettazioni era venuto alla luce l’atteggiamento arrogante e violento di Moggi che si vantava di avere minacciato e chiuso l’arbitro nello spogliatoio al termine di una partita della Juventus per “punire” il direttore di gara, reo di non avere favorito il club bianconero. Per questo fatto il dirigente juventino era accusato anche di sequestro di persona 26.
Nel complesso, dall’inchiesta prendeva forma un insieme di pesanti capi di imputazione. Dal punto di vista federale, oltre alla violazione dell’articolo 1 la condotta dei tesserati poteva configurare quella ben più grave delle norme sull’illecito sportivo contenute nell’articolo 6. Lo scandalo sconvolgeva gli ambienti e l’opinione pubblica sportiva e tracimava al di là del cerchio dello sport, vista la rilevanza del calcio nella società italiana. Come scriveva Antonio Ghirelli, decano del giornalismo sportivo italiano, le registrazioni telefoniche avevano rivelato l’esistenza di un «fenomeno di corruzione» che «andava oltre il limitato ambito calcistico» 27. Secondo un sondaggio commissionato da “La Gazzetta dello Sport”, il 77% per cento degli italiani si dichiaravano interessati a vario titolo allo scandalo, come se in quella vicenda «il Paese ritrovasse tutto se stesso, sia nei suoi vizi che nella sua volontà di uscirne»28.
Le comunicazioni della procura napoletana rappresentarono il punto culminante delle inchieste. Lo choc fu enorme. Nel giro di una decina di giorni la credibilità del football italiano subì un colpo durissimo, sollevando aspre polemiche, proteste dei tifosi, commenti sempre più indignati della stampa, di esponenti dello sport e della politica, reazioni altrettanto indignate e stizzite dei personaggi pubblici finiti nel mirino della magistratura.
Le indagini scossero i vertici federali e arbitrali provocando le dimissioni di Carraro, Mazzini, Lanese e Pappa. Nove arbitri e una decina di guardialinee furono sospesi. I vertici della Juventus vennero azzerati, con le dimissioni del Consiglio di amministrazione e di Moggi e Giraudo dalle loro cariche. Gli indagati si misero a disposizione dei giudici per i primi interrogatori.
A distanza di anni, i titoli dei giornali, nel loro incalzare drammatico, sono ancora in grado di restituirci il clima che si era creato intorno al mondo del pallone: È bufera nel calcio (“Corriere della Sera”, 4 maggio); Crolla il Palazzo (“Corriere dello Sport-Stadio”, 9 maggio); Scoppia il pallone (“il Giornale”, 9 maggio); Calcio, associazione a delinquere (“La Stampa”, 13 maggio).
Utilizzando una variegata serie di immagini ad effetto, la stampa rappresentava il calcio come un mondo sul quale si stava abbattendo «una frana», «una tempesta», «un terremoto», «uno tsunami». Fu in quel frangente che sulla carta stampata vennero coniate diverse definizioni che rimandavano ad altre vicende vissute dal Paese. Le espressioni utilizzate evocavano la corruzione politica (Tangentopoli), la mafia (la cupola), gli scandali finanziari (i furbetti del calcio)29, la loggia deviata di Licio Gelli (la P3). Ricorrendo al termine che definiva la criminalità organizzata cinese, Moggi, Giraudo e Bettega, vicepresidente della Juventus, erano chiamati la Triade.
L’imperativo ricorrente negli articoli della carta stampata era “fare in fretta”. La giustizia sportiva e quella ordinaria dovevano procedere celermente per fare “pulizia” e risanare il calcio attraverso sentenze che avrebbero dovuto essere esemplari. Occorreva agire subito e voltare pagina, una parola d’ordine che rifletteva e alimentava il sentimento popolare. Con il passare dei giorni, la fuga di notizie centellinata, il clamore suscitato dall’inchiesta e la gravità dei reati ipotizzati contribuirono a creare un’opinione pubblica colpevolista.
Intanto, in un’atmosfera surreale, il 14 maggio 2006 la Juventus conquistava sul campo il suo ventinovesimo scudetto. Il giorno successivo i titoli delle testate giornalistiche sintetizzavano ancora una volta il sentire comune del momento: Juve, lo scudetto dei veleni (“la Repubblica”); Lo scudetto più amaro (“Corriere dello sport-Stadio”); Festa scudetto sull’orlo del baratro (“l’Unità”); La Juve fa 29. O no? (“La Gazzetta dello Sport”); Il campo dice Juve, i giudici chissà (“La Stampa”).

4. Il “Grande Burattinaio”. Moggi come sineddoche di Calciopoli
«Figura controversa, alla quale vengono attribuiti poteri eccezionali, superiori al ruolo che occupa nella Juventus (è direttore generale) e che ha avuto in passato. […] Sul suo conto fioriscono storie infinite: si sostiene abbia trattato, per molte società, migliaia di calciatori di ogni categoria e nazionalità; si aggiunge abbia costruito un patrimonio personale di decine di miliardi; si dice sia ancora il dirigente più ascoltato del calcio italiano, nonostante talune disavventure in cui è incappato» 30. Con pregevole dono della sintesi, così Luciano Moggi veniva descritto in una voce biografica dedicata nel primo volume del Dizionario del calcio italiano, pubblicato nel 2000 da Baldini & Castoldi. Di umili origini, nato il 10 luglio 1937 a Monticiano, in provincia di Siena, Moggi è effettivamente stato uno degli uomini più noti del calcio italiano dagli anni Settanta in avanti: prima consulente di Juventus e Roma, quindi direttore generale della Lazio, del Torino e del Napoli di Ferlaino e Maradona, poi di nuovo al Torino di Borsano, assunse il nuovo ruolo nella Juventus nel 1994, assieme a Giraudo e Bettega.
Da maggio 2006 Moggi sarebbe diventato il “grande burattinaio” del nuovo scandalo, al punto che alcune testate preferirono a lungo la dicitura “Moggiopoli” (su “l’Unità” compare anche “Moggi-gate” 31) a quella, peraltro etimologicamente nonsense, di “Calciopoli”. Al dirigente venivano associati termini di estrazione criminale e addirittura mafiosa. «Illazioni, veleni, inchieste: quando la polvere tocca terra, Moggi è al suo posto, in sala comandi», scriveva Sebastiano Vernazza sulla “Gazzetta dello Sport” 32, mentre il giorno prima, sul “Corriere della Sera”, Roberto Perrone lo aveva definito «il Grande Vecchio, l’Andreotti del football nostrano» 33, e si era appena nei giorni iniziali dello scandalo. Vittorio Emiliani, su “l’Unità”, descrisse la sua vicenda come «una storia tutta italiana in cui si specchiano, purtroppo, la degradazione, lo sfascio, il declino morale della nostra società in questi anni» 34, quindi Roberto Beccantini, sul “Guerin Sportivo”, fece un elenco, certo non esaustivo ma sicuramente fedele, di ciò che era stato scritto e detto di Moggi nelle prime due settimane del caso: «Associazione a delinquere. Grumo di potere. Cupola mafiosa. Designatore ombra. Centrale del marcio» 35. Gli stessi titoli erano eloquenti: Moggi ordina, Pairetto esegue. Trema il mondo del calcio (“l’Unità”, 5 maggio); Così funzionava il metodo Moggi (“Guerin sportivo”, n. 20, 16-22 maggio); Moggi senza limiti (“Corriere dello Sport-Stadio”, 17 maggio).
Mentre si sviluppava la tendenza, su alcune testate, a dividere i buoni dai cattivi e a rendere esempi di correttezza e probità figure che non erano state toccate dallo scandalo 36 (alcune in realtà non ancora), usciva almeno parzialmente dal coro Riccardo Signori che, dalle colonne de “Il Giornale”, segnalò un’anomalia nel comportamento dei media nei confronti dell’immagine di Moggi ormai in caduta libera: «Non lo chiamavano tutti Pinocchio? Certo, non diceva mai la verità. Invece adesso è tutto vero. Parole intercettate, in attesa dei fatti, che valgono oro. Colato. Ora siamo sicuri che Luciano Moggi ha sempre detto la verità. Così lo crocifiggiamo meglio»37.
Accusando il colpo, Moggi in primis si difese adombrando l’ipotesi di un complotto 38, ma già pochi giorni dopo l’uscita delle intercettazioni venne scaricato, così come Giraudo e Bettega (quest’ultimo tuttavia sempre in posizione più defilata), dalla proprietà della Juventus, il cui referente era il presidente di Exor, società controllante del club bianconero, John Elkann: «Le vicende di questi giorni non ci lasciano assolutamente indifferenti» 39, fu un suo laconico ma chiaro commento rilasciato ai cronisti il 7 maggio. Si veniva così a delineare lo scenario che avrebbe portato alle dimissioni di Moggi, Giraudo e Bettega, proprio nel giorno in cui la Juventus vinceva lo scudetto numero 29 della sua storia, il 14 maggio 2006. «Non ho la forza, né la voglia, di rispondere a nessuna domanda. Mi manca l’anima, mi è stata uccisa. Domani sarò dimissionario, da stasera il mondo del calcio non è più il mio. Penserò soltanto a difendermi da tutte le accuse e le cattiverie» 40.
Nel giorno del primo interrogatorio di Moggi davanti ai pm napoletani Beatrice e Narducci, il 16 maggio, mentre i giornalisti annotavano le sue lacrime al cospetto delle accuse al figlio Alessandro in merito al caso Gea, dalla deposizione di Moggi uscì sui giornali anche una frase a suo modo profetica: «Perché non intercettate anche gli altri? Ne sentireste delle belle» 41.
Il già citato caso Paparesta è in qualche modo indicativo di come i media abbiano trattato le intercettazioni di Moggi. Tutto nacque da una telefonata intercettata tra il dirigente e un’amica estranea al calcio, identificata in Silvana Garufi, Moggi sosteneva di aver «chiuso l’arbitro nello spogliatoio e mi so’ portato via le… le chiavi in aeroporto… Ora li apriranno… Butteranno giù la porta»: il riferimento era al dopo gara di Reggina-Juventus 2-1 del 6 novembre 2004, quando Paparesta non convalidò una rete alla Juventus. Dopo avere pubblicato l’intercettazione, in occasione dell’interrogatorio del direttore di gara da parte dei Carabinieri, il 14 maggio 2006 “La Gazzetta dello Sport” e il “Corriere dello Sport-Stadio” dedicarono una pagina a testa al caso. «Se avessi parlato, avrei smesso», titolava il quotidiano milanese, Per Paparesta 10 ore di fuoco, quello romano. Mentre il “Corriere dello Sport-Stadio”, all’interno del testo dell’articolo, non riportava alcun virgolettato dell’arbitro ma si limitava a scrivere che «ha confermato l’episodio» 42, “La Gazzetta dello Sport” citava un virgolettato riferito, utilizzando il condizionale: «Otto ore di interrogatorio sono servite per spiegare ai Carabinieri del maggiore Attilio Auricchio i motivi per cui non aveva mai riportato nel referto arbitrale l’episodio del sequestro nello spogliatoio da parte di Moggi. “Era inutile farlo, avrei solo finito di arbitrare”, pare sarebbe stato il suo sfogo» 43. Il 25 luglio 2006 la sentenza della Corte federale, presieduta dal prof. Piero Sandulli e composta dall’avv. Salvatore Catalano, dal prof. Mario Sanino, dal prof. Mario Serio e dal prof. Silvio Traversa, fece propria la ricostruzione condannando fra l’altro, al punto b. del capo C, «Moggi e Giraudo, ex art. 1, comma 1, citato e la società per responsabilità diretta, per aver tenuto, al termine della gara Reggina–Juventus del 6 novembre 2004, una condotta verbalmente e fisicamente aggressiva nei confronti della terna arbitrale, punitivamente chiusa a chiave nello spogliatoio» 44. Essendo il sequestro di persona fattispecie penalmente rilevante, gli atti furono trasmessi per competenza alla Procura di Reggio Calabria che, dopo le indagini, nella primavera del 2007 archiviò, direttamente su richiesta del pubblico ministero, perché «il fatto non sussiste». Sostanzialmente, una millanteria che venne presa per buona dai media prima 45 e dai tribunali sportivi poi.

5. Uno specchio del Paese. Come Tangentopoli?
Per diversi commentatori, Calciopoli era lo specchio di un Paese da decenni alle prese con la “questione morale”, segnato da fenomeni di corruzione, da una diffusa insofferenza nei confronti della legalità, incline alla difesa degli interessi particolari rispetto a quelli collettivi. Lo scandalo calcistico assecondava la convinzione diffusa che, nel calcio come in altri ambiti della vita pubblica, non vinceva il migliore, ma il più influente, non i “più forti”, ma i “poteri forti”. Calciopoli appariva come un calco dello spirito e del costume italiano, di un’idea di società nella quale contavano le amicizie “giuste”, le raccomandazioni, la furbizia, mentre le istituzioni e le regole erano avvertite come dei vincoli 46.
In particolare dai giornali vicini al centrosinistra lo scandalo calcistico veniva rappresentato come un riflesso dell’involuzione etica e politica del Paese negli anni dell’ascesa di Berlusconi. Pochi anni dopo Calciopoli, in una prima storicizzazione di Berlusconi e del “berlusconismo”, Antonio Gibelli osservava che «l’età berlusconiana» configurava «una contiguità e una familiarità con l’illegalismo assolutamente sorprendente per gli standard delle democrazie occidentali e un fattore di evidente degenerazione della vita pubblica italiana» 47. Salito al potere sull’onda di Tangentopoli, Berlusconi era stato «a sua volta inseguito non solo dai fantasmi di un conflitto di interesse mai risolto, ma soprattutto da notevoli zone d’ombra nel suo operato di imprenditore, sia sul versante fiscale che su quello della corruzione» 48.
Secondo Vittorio Emiliani, editorialista de “l’Unità”, non era facile fare rispettare le regole del mondo del calcio in un Paese «dove i conflitti di interessi sono trattati come barzellette, dove incompatibilità, illegittimità, ribellioni a sentenze di condanna a tutti i livelli sembrano essere metabolizzate e giustificate da una grande platea di cittadini» 49. L’economista Roberto Tesi parafrasava un vecchio titolo de “L’Espresso” sulla speculazione edilizia agli albori del miracolo economico (Capitale corrotta=nazione infetta) per inserire la vicenda della corruzione nel calcio all’interno dell’irrisolta questione morale 50.
Un tema ricorrente sui mezzi di comunicazione era l’analogia tra Calciopoli e Tangentopoli. Calcio sporco, è un’altra Tangentopoli, titolava “La Stampa”: «Giraudo come Craxi, Moggi come Sbardella, Pairetto come Mario Chiesa, nell’immaginario collettivo la sovrapposizione è semplice» 51. «L’Italia pedatoria di Moggi» – scriveva Giuseppe D’Avanzo, il cronista che su “la Repubblica” aveva raccontato il crollo del sistema politico travolto dalle inchieste giudiziarie – aveva «gli stessi sintomi patologici» degli anni di Tangentopoli e mostrava la permanenza di mentalità e sistemi difficili da sradicare52.
Il caso Calciopoli riaccendeva sui mezzi di comunicazione l’insanabile contrapposizione tra i sostenitori di Berlusconi e suoi avversari. I primi consideravano Tangentopoli come l’origine di un giacobinismo giustizialista che dopo avere affossato Craxi si era riversato con la medesima virulenza sul tycoon milanese. Gli “antiberlusconiani” vedevano in Berlusconi l’erede di un sistema che aveva fatto dell’utilizzo a fini personali del potere e della corruzione una prassi consolidata. Giuliano Ferrara, il direttore de “Il Foglio”, manifestava il suo «ribrezzo per le reazioni medie della gente allo scandalo del calcio, alimentate quattordici anni dopo dagli stessi soggetti (media, magistrati, poteri neutri e forti)», per l’uso «sporco» delle intercettazioni, «il via libera alla calunnia e all’insinuazione, la tecnica degli avvisi di garanzia come espressione di un regolamento di conti»53.
Sul versante opposto, riferendosi a Calciopoli e ad altri scandali che stavano emergendo, altrettanto esplicito era Edmondo Berselli, giornalista de “la Repubblica” e de “L’Espresso”. Esisteva «un rapporto evidente fra cinque anni di pessime leggi e la spettacolare catastrofe comportamentale» rivelata dalle intercettazioni. La battaglia contro i giudici condotta dal governo guidato da Berlusconi e dai media che lo fiancheggiavano aveva «coinciso temporalmente con il trionfo dei metodi basati sulla sensazione esaltante dell’impunità»54.
Si discuteva inoltre sull’utilizzo delle intercettazioni telefoniche. La liceità della diffusione e l’attendibilità dei contenuti dei colloqui registrati erano da tempo oggetto di polemiche in occasione di scandali politici e finanziari. Contro l’operato dei giudici si schierava “Il Foglio” attraverso la penna di Christian Rocca. I magistrati agivano «con la stessa foga di Mani Pulite», fornendo alla stampa «giustizialista» l’occasione di comminare condanne «in diretta televisiva e sui soliti giornali mozzaorecchi» 55. Al giornalista Giampiero Mughini, esuberante tifoso juventino, che si faceva paladino del garantismo e criticava il ricorso alle intercettazioni contestandone il valore fattuale, rispondeva Emiliani: «Una parola almeno va spesa su certo “garantismo” a senso unico. […] Scandalose sono “in sé” le intercettazioni della polizia giudiziaria, o non lo è piuttosto la materia delle medesime, il codice morale, comportamentale, affaristico di chi ne emerge come un protagonista?56».
Al di là di queste diatribe, era condivisa l’opinione che Calciopoli potesse costituire un’occasione per cambiare il mondo del pallone. Era «l’anno zero», sosteneva Gianni Mura, un punto di non ritorno e nel contempo un’opportunità che andava colta per rifondare il sistema calcistico e rinnovare le classi dirigenti57. Occorrevano regole certe e autorità indipendenti che garantissero tutte le squadre nella obiettività delle direzioni arbitrali, nella fruizione delle risorse televisive, nell’accesso alla comunicazione sportiva, nelle operazioni di calciomercato 58.
Per risanare il calcio, da più parti si chiedeva anzitutto un cambiamento radicale dei vertici della Figc, a partire da Carraro, attaccato dalla stampa per non avere esercitato un adeguato controllo. Di fronte alle pressioni degli ambienti politico-sportivi e dei media, l’8 maggio il presidente federale rassegnò le dimissioni. La decisione fu accolta da un unanime consenso. Anche il mondo politico, alle prese con un aspro dibattito sulla formazione del nuovo governo, si compattò chiedendo al Coni di arrivare rapidamente alla nomina di un nuovo vertice della Federazione 59.
La scelta cadde su Guido Rossi, chiamato il 16 maggio alla guida della Figc come commissario. Giurista, ex senatore indipendente di sinistra, già presidente della Consob, Rossi era considerato uno dei massimi esperti di diritto societario e un “padre” dell’Antitrust. Il giorno successivo Giovanna Melandri dei Democratici di Sinistra prese la guida del Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive, il primo dicastero dedicato allo sport nella storia dell’Italia Repubblicana. Il 23 maggio era la volta di Francesco Saverio Borrelli – uno dei celebri magistrati del pool che aveva condotto “Mani Pulite”, l’inchiesta sulle tangenti – posto a capo dell’Ufficio indagini della Federazione 60.
Com’era prevedibile, mentre gli esponenti delle forze di governo plaudivano alle nomine di Rossi e Borrelli, la stampa di centrodestra insorse dando ampio spazio all’attacco di Berlusconi. «Così la sinistra occupa anche il calcio» 61 dichiarò l’ex presidente del Consiglio impegnato in quei giorni a rappresentare l’avvento del nuovo esecutivo di centrosinistra come l’inizio di un “regime”.
Marco Travaglio replicava così: «Berlusconi sa benissimo che la sua litania sulla “sinistra che ha messo le mani sul calcio” è una balla sesquipedale, visto che né Rossi né Borrelli rispondono ad alcuno se non alle proprie coscienze e alle leggi penali e sportive. Ed è proprio questo che lo preoccupa» 62.
Nel pieno delle polemiche, Rossi e Borrelli avviarono il loro lavoro. Il 22 giugno il procuratore federale Palazzi aprì il procedimento della giustizia sportiva. Il 29 giugno cominciò il processo. La sentenza di primo grado venne resa nota il 14 luglio, a ridosso dei festeggiamenti per la vittoria dell’Italia nei mondiali di Germania. La giustizia sportiva cancellò due scudetti conquistati dalla Juventus (2004-2005 e 2005-2006). Il club torinese fu retrocesso in B, Milan, Fiorentina e Lazio subirono penalizzazioni nella massima serie. Moggi, Giraudo e Mazzini furono radiati dai ranghi federali. Il processo penale si svolse a Napoli. Alcuni reati caddero in prescrizione. Tra gli altri, quello di associazione a delinquere imputato a Moggi e Giraudo63.

6. Conclusioni
Nei giorni “caldi” di Calciopoli le intercettazioni telefoniche e le notizie delle inchieste pubblicate quotidianamente dalla stampa costituirono altrettante tessere di un puzzle che nelle ricostruzioni giornalistiche disegnava l’immagine di un collaudato e pervasivo sistema di potere, in grado di controllare il calcio e condizionare l’esito dei campionati. Sembrava fuor di dubbio che Moggi e i suoi sodali stessero mettendo in atto un disegno criminoso che corrompeva il mondo del pallone e violava i principi dell’etica e della meritocrazia sportiva falsando le competizioni.
Sull’onda di questa rappresentazione, negli ambienti sportivi e politici come nelle discussioni tra i tifosi cresceva il desiderio di arrivare rapidamente alla punizione dei colpevoli, un sentimento amplificato dagli stessi organi di informazione, ertisi a giudici per autoinvestitura.
Sulla carta stampata e nel sentire comune, le sentenze di colpevolezza erano già scritte, al punto che a metà maggio, ancor prima dell’inizio dei processi sportivi, per non parlare di quelli giudiziari, alcune testate avevano già previsto, con buona accuratezza, l’esito delle sentenze che sarebbero state emesse a luglio. Ciò che dicevano le carte dell’accusa veniva generalmente considerata verità oggettiva 64.
Il primo bersaglio era Moggi, dipinto come “il grande burattinaio”. Non bastava però eliminare il “moggismo”, epifenomeno di una degenerazione complessiva della dimensione sportiva. Si chiedeva di voltare pagina, di aprire un nuovo corso del calcio.
L’auspicata “rivoluzione” non si realizzò. Dopo la parentesi di Rossi e Borrelli i vertici federali restaurarono gli equilibri consolidati ponendo la Figc nelle mani di Giancarlo Abete, il vice di Carraro. La guida della Lega venne assunta da Antonio Matarrese, deputato democristiano di lungo corso, riciclatosi poi nelle fila berlusconiane, uomo di potere nel mondo dello sport e vice di Galliani nella “Confindustria del pallone” 65. Della Valle e Lotito, condannati per violazione del primo articolo del codice di giustizia sportiva e con imputazioni penali cadute in prescrizione, restarono al loro posto.
Nella Juventus, dopo una fase di transizione la presidenza fu affidata ad Andrea Agnelli, per il popolo juventino un segno di rassicurante continuità con la tradizione. Le sentenze sportive spazzarono via Moggi e crearono al club, per responsabilità oggettiva, danni sportivi, di immagine ed economici rilevanti, ma diversi assunti dati per scontati allora sarebbero stati smentiti poi da altri fatti emersi e dallo sviluppo dei diversi procedimenti. Il presupposto secondo cui alcuni club (che in effetti avevano beneficiato delle sentenze sportive ai danni delle avversarie) non fossero coinvolti in vicende irregolari sarebbe caduto nel 2010, una volta emersa la presenza di altre decine di migliaia di telefonate relative al medesimo periodo e mai prese in considerazione nel 2006, intercettazioni che coinvolgevano dieci società, tra le quali l’Inter attraverso Massimo Moratti e Giacinto Facchetti, ai tempi dei fatti contestati rispettivamente proprietario e presidente: sarebbe iniziata così l’inchiesta sportiva denominata “Calciopoli 2”. Il 1° luglio 2010 il procuratore federale Stefano Palazzi chiuse l’indagine e, in una relazione di 72 pagine, definiva prescritti i reati: «Sui reati sportivi è intervenuta la prescrizione, ma se il magistrato avesse avuto a disposizione quelle telefonate extra in tempo utile avrebbe deferito l’Inter per violazione dell’articolo 6 del Codice di giustizia sportiva, cioè per illecito sportivo». E lo scudetto del 2006? Palazzi scriveva: «L’Inter risulta essere l’unica società nei cui confronti possano, in ipotesi, derivare concrete conseguenze sul piano sportivo, anche se in via indiretta rispetto agli esiti del procedimento disciplinare» 66.
Il ruolo dei media tradizionali (stampa e tv) fu decisivo nella costruzione dell’immaginario collettivo (va rilevato peraltro che le fonti di contro-informazione 67 online, all’epoca, erano svantaggiate dai numeri degli utenti di Internet 68 e dalla fase embrionale del web 3.0).
In questo senso, il 27 luglio 2006, dopo la sentenza della Corte d’appello federale, “La Repubblica” ospitò un’intervista di Corrado Zunino al professor Mario Serio, uno dei componenti del collegio giudicante, nella quale il giudice, commentando la sentenza (quella che, infine, decretò la retrocessione d’ufficio e tutte le sanzioni accessorie solamente per la Juventus, salvando la Serie A per gli altri club inizialmente coinvolti) affermava: «Abbiamo cercato di interpretare il sentimento collettivo, abbiamo ascoltato la gente comune e provato a metterci sulla lunghezza d’onda» 69. La frase citata compare anche nella relazione attraverso la quale, nel 2010, alcuni deputati proposero l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul settore calcistico nonché sulle vicende connesse agli illeciti contestati in relazione ai campionati nazionali di calcio disputati nel triennio 2003-200670. La Commissione non sarebbe mai stata istituita, mentre la definizione di “sentimento popolare”, ancora oggi, viene più volte evocata in riferimento all’esito dei processi di Calciopoli.

Note

  1. Per una ricostruzione degli episodi più rilevanti si veda Paolo Carbone, Il pallone truccato. L’illecito nel calcio italiano, Bologna, Libri di Sport Edizioni, 2003.
  2. Ivi, pp. 61-84.
  3. Legge 13 dicembre 1989-n. 401. Interventi nel settore del gioco e delle scommesse clandestine a tutela della correttezza nello svolgimento delle competizioni agonistiche, in “Gazzetta Ufficiale”, n. 294, 18 dicembre 1989.
  4. Cfr. la tabella sul profilo economico della serie A contenuta in Nicola de Ianni, Sull’economia del calcio italiano. 1982-2021, in “Storia e problemi contemporanei”, n. 86, gennaio-aprile 2021, p. 46.
  5. Guido Liguori, Antonio Smargiasse, Calcio e neocalcio. Geopolitica e prospettive del football in Italia, Roma, manifestolibri, 2003.
  6. Così affermarono i magistrati Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice che a Napoli conducevano un filone dell’inchiesta, cfr. Giuseppe Narducci, Calciopoli. La vera storia, Roma, Edizioni Alegre, 2012.
  7. «Moggi, caso inquietante» in “Corriere dello Sport-Stadio”, 5 maggio 2006.
  8. Fulvio Bufi, Flavio Haver, Quelli che il calcio della Gea, in “Corriere della Sera”, 7 maggio 2006.
  9. Le prime intercettazioni furono pubblicate su “la Repubblica”. Marco Travaglio, collaboratore del quotidiano, era riuscito a procurarsi il faldone dei colloqui telefonici che la Procura di Torino aveva trasmesso alla Figc. Cfr. Marco Travaglio, Prefazione a Narducci, Calciopoli, cit., p. 9.
  10. Maurizio Crosetti, Minacce, imbrogli e moviole così agiva la Cupola del pallone, in “la Repubblica”, 13 maggio 2006.
  11. Fulvio Bianchi, «Sconcerto e rabbia. Saremo rapidi e severi», in “la Repubblica”, 6 maggio 2006.
  12. Massimo Franchi, Associazione a delinquere. Moggi e figlio indagati, in “l’Unità”, 7 maggio 2006.
  13. Aldo Agosti, Giovanni De Luna, Juventus. Storia di una passione italiana, Milano, Utet, 2019, p. 270.
  14. Ruggiero Palombo, Tutti hanno il diritto di sapere, in “La Gazzetta dello Sport”, 3 maggio 2006.
  15. Roberto Beccantini, Il fango e la gloria della Juve, in “La Stampa”, 5 maggio 2006.
  16. Aldo Grasso, Il diritto di stupirsi, in “Corriere della Sera”, 6 maggio 2006.
  17. “Guerin Sportivo”, anno XCV, n. 19, 15 maggio 2006.
  18. Ilvo Diamanti, Lo specchio del Paese, in “la Repubblica”, 7 maggio 2006.
  19. Gianni Mura, Si deve fare piazza pulita, in “la Repubblica”, 6 maggio 2006.
  20. Oliviero Beha, Vedi alla voce imbroglio, in “l’Unità”, 5 maggio 2006.
  21. Su questo aspetto insisteva anche Gianni Minà, Scudetti da buttare, in “il manifesto”, 10 maggio 2006.
  22. Nel corso del mese, come supplemento al settimanale, “L’Espresso” pubblicò le intercettazioni telefoniche in due volumi con il titolo Il libro nero del calcio.
  23. Dario Del Porto, “Altri campionati nel mirino è come combattere la camorra”, in “la Repubblica”, 14 maggio 2006.
  24. Rino Cesarano, Conferenza stampa dei magistrati. E adesso c’è anche il Milan, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 13 maggio 2006.
  25. Ibidem.
  26. Edmondo Pinna, Per Paparesta 10 ore di fuoco, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 14 maggio 2006.
  27. Antonio Ghirelli, Futuro con nuove regole, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 20 maggio 2006.
  28. Franco Arturi, Paese in contropiede, in “La Gazzetta dello Sport”, 21 maggio 2006.
  29. L’espressione si riferiva ai protagonisti di uno scandalo scoppiato nell’estate del 2005 quando, con metodi ritenuti illeciti, un gruppo di spregiudicati finanzieri aveva tentato la scalata di alcune banche e del gruppo Rizzoli-Corriere.
  30. Marco Sappino (a cura di), Dizionario del calcio italiano, vol. I, Milano, Baldini & Castoldi, 2000. Tra le “disavventure”, spesso si ricorda un’indagine della Procura di Torino che, nel 1991, lo accusò di illecito sportivo e favoreggiamento della prostituzione, assieme all’allora segretario del club Luigi Pavarese, per avere procurato accompagnatrici agli arbitri stranieri in occasione delle partite casalinghe di Coppa Uefa del Torino. Sebbene il Gip avesse trovato riscontri del «piano di assistenza femminile», come si legge nel dispositivo, Moggi fu prosciolto e non andò a giudizio per le accuse. Dal punto di vista sportivo, l’Uefa archiviò le indagini.
  31. Massimo De Marzi, Moggi esce dal calcio, entra in Procura, in “l’Unità”, 15 maggio 2006.
  32. Sebastiano Vernazza, Moggi story: c’era un ferroviere…, in “La Gazzetta dello Sport”, 7 maggio 2006.
  33. Roberto Perrone, Luciano spense il telefono. Questa la sua vera sconfitta, in “Corriere della Sera”, 5 maggio 2006.
  34. Vittorio Emiliani, Ascesa e caduta di Big Luciano, il boss del calcio, in “l’Unità”, 14 maggio 2006.
  35. Roberto Beccantini, Teoria e pratica del moggismo, in “Guerin Sportivo”, anno XCV, n. 20, 16-22 maggio 2006.
  36. Significativa, in questo caso, una pagina del “Corriere dello Sport-Stadio” del 19 maggio 2006 (Zeman e C., gli eretici era il titolo), in cui si citano fra i “buoni” Zdenek Zeman, Franco Sensi, Zbigniew Boniek, Massimo Moratti, Aldo Agroppi, Giuseppe De Sisti e Franco Baldini, peraltro non tutti estranei alla lunga vicenda.
  37. Riccardo Signori, Il Diavolo del pallone tra le finte verginelle, in “Il Giornale”, 10 maggio 2006.
  38. Marco Ansaldo, «Sono solo buffonate», in “La Stampa”, 5 maggio 2006.
  39. Luca Curino, John Elkann scarica la Triade, in “La Gazzetta dello Sport”, 8 maggio 2006.
  40. Fabio Vergnano, Moggi: «Mi hanno ucciso l’anima», in “La Stampa”, 15 maggio 2006.
  41. Fulvio Milone, Moggi: «Intercettate gli altri e vedrete», in “La Stampa”, 17 maggio 2006.
  42. Edmondo Pinna, Per Paparesta 10 ore di fuoco, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 14 maggio 2006.
  43. Maurizio Galdi, «Se avessi parlato, avrei smesso», in “La Gazzetta dello Sport”, 14 maggio 2006.
  44. Federazione Italiana Giuoco Calcio, Comunicato ufficiale n. 2/Cf 2006-2007, 4 agosto 2006.
  45. Antonio Maglie, «Ho chiuso l’arbitro nello spogliatoio», in “Corriere dello Sport-Stadio”, 13 maggio 2006. All’interno del testo, nel quale sono riportati stralci delle intercettazioni, compare un titoletto con la dicitura Il sequestro di Paparesta.
  46. Diamanti, Lo specchio del Paese, cit.
  47. Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Roma, Donzelli, 2010, p. 80.
  48. Alberto De Bernardi, Un paese in bilico. L’Italia degli ultimi trent’anni, Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 151.
  49. Vittorio Emiliani, Stile Luciano, in “l’Unità”, 7 maggio 2006.
  50. Galapagos (pseudonimo di Roberto Tesi), Calcio corrotto, nazione infetta, in “il manifesto”, 5 maggio 2006.
  51. Andrea Malaguti, La scoperta del saccheggio, in “La Stampa”, 11 maggio 2006. Mario Chiesa, dirigente di secondo piano del Psi, era stato il primo politico arrestato dai giudici milanesi di Tangentopoli. Esponente della Democrazia Cristiana vicino a Giulio Andreotti, Vittorio Sbardella era uno dei dirigenti democristiani travolti dallo scandalo.
  52. Giuseppe D’Avanzo, Tangentopoli e “Piedi puliti”, in “la Repubblica”, 14 maggio 2006.
  53. Giuliano Ferrara, La palla è tonda. Punto, in “Il Foglio”, 16 maggio 2006.
  54. Edmondo Berselli, Il re è nudo l’Italia pure, in “L’Espresso”, 29 giugno 2006.
  55. Christian Rocca, Lo juventino Rocca difende la Juve con le parole del pm Maddalena, in “Il Foglio”, 9 maggio 2006.
  56. Vittorio Emiliani, Chi ha bucato il pallone, in “l’Unità”, 9 maggio 2006.
  57. Gianni Mura, L’anno zero del pallone, in “la Repubblica”, 13 maggio 2006.
  58. Alessandro Vocalelli, Atto dovuto, si volti pagina, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 9 maggio 2006; Roberto Beccantini, Purchè cambi il regime, in “La Stampa”, 9 maggio 2006; Guido Liguori, Antonio Smargiasse, L’operazione piedi puliti e il rischio monopolio, in “il manifesto”, 12 maggio 2006.
  59. Fini duro: “meglio tardi che mai”. Da AN a Rifondazione tutti contro, in “la Repubblica”, 9 maggio 2006.
  60. Antonio Maglie, Ecco il magistrato che cambiò l’Italia, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 24 maggio 2006.
  61. Franco Ordine, Berlusconi: «Così la sinistra occupa anche il calcio», in “il Giornale”, 19 maggio 2006.
  62. Marco Travaglio, Mani pulite sul pallone, in “l’Unità”, 24 maggio 2006.
  63. Per una ricostruzione complessiva dei procedimenti giudiziari e delle situazioni processuali dei numerosi imputati cfr. Calciopoli (Wikipedia)(consultato il 28 agosto 2023).
  64. Particolarmente significativo in questo senso si rivela un editoriale dell’allora direttore del “Corriere dello Sport-Stadio”, Alessandro Vocalelli, E adesso riprendiamoci il calcio, in “Corriere dello Sport-Stadio”, 13 maggio 2006.
  65. Matarrese era stato presidente della Figc dal 1987 al 1996, vice di Galliani tra il 2002 e il 2004, presidente dell’Unire (Unione nazionale incremento razze equine) dal 2004 al 2006.
  66. Illecito sportivo dell’Inter. Ecco le carte di Palazzi, in “La Gazzetta dello Sport”, 4 luglio 2011. Tra l’altro, dal 2011, dopo l’emersione delle nuove intercettazioni, la Juventus ha più volte chiesto di revocare all’Inter lo scudetto del 2006, assegnatole da Guido Rossi che del club era stato consigliere di amministrazione, scontrandosi sempre con dichiarazioni di incompetenza e improcedibilità per mancanza di un atto amministrativo (e dunque l’impossibilità di revocarlo) di assegnazione di quel titolo, ma senza mai entrare nel merito (cfr. Lo scudetto del 2006 non è revocabile, “Corriere della Sera”, 14 luglio 2011).
  67. Si distinsero il collettivo Luther Blissett, autore del libro Il processo illecito (edizioni Lulu, 2007), e l’opera di raccolta e verifica delle sentenze operata dal sito ju29ro.com.
  68. Gli utenti Internet in Italia, secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2006 erano il 38% della popolazione, nel 2020 il 75% (fonte: World Bank data, Individuals using internet (Italy)(consultato l’8 settembre 2023).
  69. Corrado Zunino, Salvati perché la gente voleva così, in “La Repubblica”, 27 luglio 2006.
  70. Il documento è consultabile anche sull’archivio online della Camera al seguente link:Relazione Doc. XXII, n. 22 Camera dei Deputati(consultato l’8 settembre 2023).

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