Bibliomanie

Aforismi esclamativi ma poetici
di , numero 41, gennaio/giugno 2016, Note e Riflessioni

Da genere appartato, anche confidenziale, negli ultimi dieci anni l’aforisma ha trovato un consistente numero di voci che ne hanno arricchito il panorama editoriale e, come per ogni fenomeno che allarga i propri confini, anche quelli espressivi si sono ampliati, con un panorama sempre più vasto di interpretazione. Ogni autore, insomma, vede l’aforisma a modo suo – e a modo suo lo produce, consapevole che in fondo la schiera dei possibili maestri è assai ampia, in un ventaglio di forme brevi che spazia dal mondo antico al Novecento, da Ippocrate a Longanesi.
L’osservazione trova riscontro in una piccola collezione aforistica di recente pubblicazione. Assemblata da Annalisa Mancino, Al limite… Aforismi! (Urizen Edizioni, 2015) è un minuscolo album in sedicesimo orizzontale con pagine cartonate dello stesso peso della copertina. Già la forma pone il prodotto fuori dalla schiera, consegnandoci un oggetto cartaceo che è anche stampato e legato a spago nel modo assai gradevole di un’attenta arte tipografica, il che lo distanzia dal cumulo antiestetico dei libri auto-prodotti e ne fa qualcosa di curiosamente simile a un album classificatore di antica concezione. È già un punto di qualità, almeno per il bibliofilo: una plaquette materialmente assemblata in maniera originale diventa infatti un prodotto “ricercato”.
Il primo carattere che affiora è che – in linea col prodotto tipografico d’autore – ogni scelta è concessa, anche se irrazionale. Manca ad esempio la numerazione di pagina; la stampa dei testi è solo al recto delle pagine; i primi aforismi hanno un titolo tematico e i restanti no; si è totalmente rinunciato alla punteggiatura, che pure astrattamente esiste, sostituita dal gioco dei “dacapo” e dalla fugace apparizione di qualche maiuscola non preceduta dal punto. Tutte scelte in linea con la nota biografica finale dell’autrice, che si dichiara «creativa… forse troppo», e che di fatto lo è stata nella definizione formale complessiva del proprio libro. Ma la linea è forse data, meglio, dalla dedica Ai contrari, che prospettando una scelta volutamente libera e sbrigliata da ogni regola – anzi avversandola – fa della medesima autrice uno di quei bastian contrari cui ella dedica le proprie schegge. E dei quali ci dona anche una definizione: «I contrari invertono le rotte / per solidarietà al loro cuore, / i consenzienti fanno solo un giro di boa / per non essere contrari a se stessi!».
Non essendoci paginazione, per sapere a cosa ci troviamo di fronte dobbiamo contare: sono trentasei aforismi in tutto, se non abbiamo sbagliato a scorrere i cartoncini. Dunque, come tutti i libri minuscoli, anche questo si legge presto, in nemmeno mezz’ora; però, come tutti, a leggerlo veloce i testi s’ingarbugliano. E la ragione è ben nota: le forme brevi reclamano la pausa; piuttosto vale leggere qualcos’altro, mai trascorrere un’intera serata solo con aforismi. Tutto si mescola e s’imbroglia, anche il pensiero.
In ogni caso, soltanto dopo aver letto l’intera collezione si coglie il senso dello strano titolo. L’autrice dichiara trattarsi di aforismi, ma al limite: è cioè consapevole di muoversi in un cosmo espressivo border-line. Il lettore si trova infatti in compagnia di aforismi impregnati di pensiero, ma non solo: anche di attitudine alla poesia. Essendo brevi pensieri di forma poetica, i brani rientrano tra le massime poetiche, ma al contempo non lo sono. Sono pensieri, immagini di vita, per i quali l’autrice sente l’obbligo della bellezza – ed ecco che si muove verso la poesia. Un esempio per tutti: «Non lascio nulla al caso / lascio che il caso assegni / un ultimo posto in prima fila / per lo spettacolo della mia vita / finale a sorpresa!». Lo svolazzo impertinente dell’aforisma viene insomma sacrificato a un effetto di bellezza quieta, molto femminile, che resta però sempre sotto il controllo accurato e geometrico della ragione.
Con ciò, alcune schegge inclinano all’aforisma. In questo frammento: «Il tempo ci rende migliori / nell’ipotesi peggiore!», si percepisce bene il gioco aforistico: appare un’avversativa e non manca una pungente deviazione finale, tanto che il pezzo non avrebbe neppure bisogno dell’esclamativo. Altri frammenti vanno in questa direzione, e implicano l’identico riscontro che si tratta di aforismi in nuce: «Tutto scontato / in un mondo a saldo di idee!», oppure: «Temeraria la vita per il sesto / unico senso veritiero!».
Un altro particolare attira l’attenzione: l’uso insistito dell’esclamativo. Tutti i frammenti della Mancino si chiudono con questo punto speciale, che viene annunciato già dal titolo Aforismi!
C’è da chiedersi come mai l’autrice indulga su un segno di interpunzione parecchio usato un tempo come interiezione, enfatizzazione, entusiasmo e sorpresa; un segno che ha oggi perso gran parte dell’energia espressiva, in quanto considerato enfatico e ridondante. Ugo Ojetti lo odiava, e così scrisse nelle sue Cose viste (Milano, Treves, 1923-1929): «Odio il punto esclamativo, questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero, questo palo per impalare il buon senso, questo stuzzicadenti pel trastullo delle bocche vuote, questo punteruolo da ciabattini, questa siringa da morfinomani…». Ma se anche Ojetti la pensava così, l’idea non è sufficiente a togliere l’esclamativo dall’orizzonte letterario.
Credo che la soluzione del dilemma stia nel fatto che l’esclamativo – come detto – può esprimere sorpresa. In tal senso, esso procura all’autrice ciò che le manca in ambito di ortodossia aforistica: l’uso della pointe, il grande segreto dell’aforisma novecentesco, quello acuminato e impertinente, anche tracotante: quella sorpresa (linguistica o contenutistica) che, con un colpo secco di timone, conduce il lettore in uno spazio espressivo inatteso (un esempio classico da Camillo Sbarbaro: «Felicità, ti ho riconosciuta dal fruscio con cui t’allontanavi»). L’assenza della pointe, viene bilanciata dall’esclamativo che, appunto, fa nascere nel lettore la sorpresa.
Siamo dunque al cospetto di una forma abbastanza inedita di aforisma; una bella invenzione – per forma materiale e per significato – che colloca l’autrice in una geografia originale, una formula di rara apparizione, capace di catturare l’attenzione estetica.
E qui serve un’ultima pausa. Walter Benjamin definì una volta la differenza tra traccia e aura: «La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano il suo segno; l’aura è apparizione del lontano, anche se ciò che suscita è vicinissimo, quasi palpabile. Seguendo la traccia facciamo nostra la cosa che inseguiamo; all’apparizione dell’aura è lei che s’impadronisce di noi».
Bene: gli aforismi della Mancino si collocano nello spazio dell’aura: esibiscono un contenuto che sul momento si accende straniante e lontano, ma che infine suscita qualcosa di assai vicino e quasi palpabile, un’apparizione che s’impadronisce del lettore, con la seduzione della novità imperativa.

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