{"id":9807,"date":"2022-06-14T21:57:05","date_gmt":"2022-06-14T19:57:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807"},"modified":"2022-08-08T13:13:42","modified_gmt":"2022-08-08T11:13:42","slug":"malattia-dellautocoscienza-esagerata-ancora-dalla-clinica-di-luca-canali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807","title":{"rendered":"Malattia dell&#8217;autocoscienza esagerata. <em>Ancora dalla clinica<\/em> di Luca Canali"},"content":{"rendered":"\n<b>Introduzione<\/b><br>\n\n\nAll\u2019interno della vasta opera di Luca Canali (uno dei massimi latinisti contemporanei, autore, fra l\u2019altro, di una acclamata traduzione di Lucrezio), la figura del poeta pu\u00f2 apparire quella meno rilevante. Una lettura come quella di Elisabetta Brizio ne evidenzia, invece, l\u2019assoluto valore, e l\u2019organico, necessario rapporto con l\u2019insieme dell\u2019attivit\u00e0 dell\u2019autore.<br>\nEra, del resto, un lettore d\u2019eccezione \u2013 anch\u2019egli, come Canali, sapiente navigatore degli abissi verbali e musicali, pullulanti di gorghi, allucinazioni, giochi d\u2019eco, inganni rivelatori, abbacinanti morgane \u2013 quale Andrea Zanzotto a sottolineare, recensendo <em>La deriva<\/em>, che \u00abnon si passa impunemente attraverso quell\u2019oceanico incastro di contraddizioni che \u00e8 la Roma antica, in cui un ostinato tentativo di prassi \u2018logica\u2019 resta travolto e fratto nella pi\u00f9 surreale delle putrefazioni di palazzo e di massa, nella frizione continua fra un teatro della ragione e un teatro della follia\u00bb. Il mondo antico, con le sue rovine, i suoi frantumi, la sua \u00abcatena di fantasmi\u00bb, guidava, e insieme vincolava, il \u00abmovimento dell\u2019io verso i forni crematori della depersonalizzazione\u00bb. Canali stesso, in una poesia del <em>Naufragio<\/em>, diceva di aver gettato la propria vita \u00abtra pietre ed erbe di un antico impero \/ di violenza placato tra rovine\u00bb.<br>\nUna disperazione, quella del poeta, aggiungeva Zanzotto (sintetizzando una condizione che potrebbe valere per tutti gli scrittori che hanno accettato di immergersi nella <em>Palus Putredinis<\/em> della contemporaneit\u00e0, e tentare di attraversarla), che sottintendeva per\u00f2 l\u2019\u00abattesa di un <em>ethos<\/em> rinnovato\u00bb, di un vivere autentico ritrovato attraverso la catarsi della sofferenza.<br>\n\u00abScrivo sentendomi male\u00bb \u2013 dice Ottiero Ottieri nel <em>Campo di concentrazione<\/em> \u2013 con sforzo, superando a denti stretti l\u2019angoscia diffusa, la noia, la lieve paura che si diffonde\u00bb. Il male e la terapia finiscono, nell\u2019atto della scrittura, per convergere e fondersi. Il nesso di letteratura e vita non si stringe e non si attorce pi\u00f9 nella gioia della pura bellezza, ma, piuttosto, nel travaglio di un\u2019autocoscienza tormentosa, che pure rende l\u2019esistenza pi\u00f9 consapevole, pi\u00f9 profonda e pi\u00f9 autentica (o forse ne d\u00e0 solo l\u2019amara illusione?).<br>\nAd ogni modo, \u00e8 chiaro che, in Canali, il tradurre si \u00e8 riflesso sul poetare (o viceversa) e l\u2019una e l\u2019altra attivit\u00e0 sono divenute le due facce, i due lembi del brillio duplice ed uno che sgorga da una stessa facolt\u00e0 letteraria, da una stessa esperienza umana ed intellettuale. Davanti a certi versi stridenti, balbettanti, a certi ritmi angolosi e franti, a questi versi che paiono arieggiare, distorcendolo e straniandolo, l\u2019incedere quieto e marmoreo degli esametri, come non pensare al traduttore lucreziano, e di riflesso allo stesso Lucrezio, o viceversa: \u00abBrucia l\u2019intima piaga a nutrirla e col tempo incarnisce, \/ divampa nei giorni l\u2019ardore, l\u2019angoscia ti serra\u00bb. La temporalit\u00e0 dell\u2019angoscia, dell\u2019ossessione, della coazione a ripetere, del desiderio incolmabile ed inesauribile, con il loro moto immobile, la loro frenetica paralisi, anticipano, sulla terra, il <em>tempus aeternum<\/em> del nulla che segue la morte. La funzione della parola letteraria (il suo didascalico e non dogmatico <em>ethos<\/em>, se proprio ne ha uno) risiede forse proprio nel rendere conoscibile, esistibile, in qualche modo vivibile, quel nulla.<br>\n                                                          <em>Matteo Veronesi<\/em><br><br>\n\n                                             \n\n\n\n<span class=\"quote\">\n\n\u2026finch\u00e9 si torna<br>\n                                             malgrado tutto e la stanza e il posto non possono<br>\n                                             essere aggirati ancora. In quel punto <br>\n                                             entra il vento<br>\n\n<em>Remo Pagnanelli<\/em>\n<\/span><br><br>\n\n\nChiamiamola \u00abclinica della vita\u00bb. Per altri versi potremmo chiamarla \u00abla vita stessa\u00bb, una domanda differita sulla misura dei nostri cambiamenti al mutare delle circostanze. Ma questa \u00e8 poesia, anch\u2019essa problematica e antidogmatica, a partire da quella lucidissima increspatura, da quel sottilissimo e meditatissimo discrimine \u2013 vera emergenza viva dell\u2019autocoscienza letteraria, del testo che di s\u00e9 si fa concavo specchio \u2013 che \u00e8 in poesia il limine dell\u2019a capo. Come un voltare pagina, oppure, come nel caso delle inarcature tra verso e verso, e pi\u00f9 ancora tra una strofe e la successiva, un portarsi dietro qualcosa da enfatizzare, procrastinare, decifrare, o semplicemente da narrare. La frattura, lo scarto marcati dall\u2019<em>enjambement<\/em> suggeriscono una dilatazione, un protrarsi del senso nel verso successivo, l\u2019isolamento o il risalto, comunque un\u2019enfasi posta sugli elementi che hanno infranto l\u2019ordine sintattico, cos\u00ec come, di riflesso, quello della percezione e della coscienza temporali ed esistenziali. Cos\u00ec lo scorrere inconsapevole della vita, talora spezzato o indotto al vaglio delle reminiscenze, somiglia alla poesia, anche nella sua versione chiusa, e che si d\u00e0 per relazioni intrastrofiche, rime a distanza e parole chiave che ci convocano a una riconsiderazione del testo nel suo insieme. Come la siepe di Leopardi, la veduta ristretta che preclude la visione esteriore e insieme, proprio in virt\u00f9 di questo, spalanca quella interiore. Qui si tratta di versi volutamente, e forse un po\u2019 provocatoriamente, afoni e ruvidi. La poesia \u00e8 prosastica, non ha ritmo perch\u00e9 non vuole averlo. Perch\u00e9 non ci sono ragioni per averlo.<br>\nCompaiono in <em>Ancora dalla clinica<\/em> di Luca Canali<span id='easy-footnote-1-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-1-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Il naufragio&lt;\/em&gt;, &lt;em&gt;Prefazione&lt;\/em&gt; e note di G. Spagnoletti, Milano, Rizzoli, 1983. Le citazioni da Canali senza specificazioni o rinvii in nota si riferiscono solo al &lt;em&gt;Naufragio&lt;\/em&gt;.'><sup>1<\/sup><\/a><\/span> discese a capo in forma di <em>enjambement<\/em> (alcune occorrenze: \u00abpupille \/ dilatate\u00bb; \u00abdiaspora \/ di terrori\u00bb; \u00absolitudine \/ di cuscini\u00bb; \u00abbrevi \/ esecuzioni sommarie\u00bb; \u00abrictus \/ di un clan di dementi\u00bb; \u00abinni \/ di guerra\u00bb) che delineano il quadro traumatizzante dell\u2019essere vitale leso. Uno scenario, lascia intendere Canali, eccentrico solo fino a un certo punto. E il punto \u00e8 questo, con Ottiero Ottieri: \u00abDepressione o situazione?\u00bb<span id='easy-footnote-2-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-2-9807' title='O. Ottieri, &lt;em&gt;Il poema osceno&lt;\/em&gt;, Milano, Longanesi, 1966, p. 116.'><sup>2<\/sup><\/a><\/span>. E Canali: \u00abSolo nella condizione di infermo ho agito senza trucchi\u00bb<span id='easy-footnote-3-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-3-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Autobiografia d\u2019un baro&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Autobiografia di un baro&lt;\/em&gt;. &lt;em&gt;Cronache di un mito al tramonto&lt;\/em&gt;,&lt;em&gt; &lt;\/em&gt;Milano, Bompiani, 1983, p. 214.'><sup>3<\/sup><\/a><\/span>. Che la melanconia \u2013 quando non diminuita a sentimento da sera della domenica \u2013 fosse anche un modo non patologico di essere, anzi, favorevole all\u2019attivit\u00e0 intellettuale, quindi, talora, uno stato d\u2019animo speculativo, lo dicevano gi\u00e0 i peripatetici. Aristotele, <em>Problemata Physica<\/em>: \u00abi \u2018melanconici\u2019 sono persone eccezionali non per malattia ma per natura\u00bb. E per lui sono i melanconici naturali a distinguersi nei vari campi del sapere e delle arti. A distanza di secoli Novalis: \u00abNegli animi allegri non c\u2019\u00e8 ingegno\u00bb. Bench\u00e9 non ci fosse un nesso causale tra melanconia o una sua condizione patologica e un incremento delle doti intellettive e della creativit\u00e0, la dimensione della malattia \u00e8 spesso designata quale sede di una maggiore profondit\u00e0 del sentire. Diceva Hans Castorp a Clawdia Chauchat \u2013 entrambi irretiti nella seduzione della malattia: \u00abla malattia ti d\u00e0 la libert\u00e0. Essa ti rende\u2026 ecco, ora mi sovviene la parola che non ho mai usata! Ti rende geniale\u00bb<span id='easy-footnote-4-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-4-9807' title='Th. Mann, &lt;em&gt;La montagna incantata&lt;\/em&gt; (1924), tr. it. di B. Giachetti-Sorteni, Varese, Dall\u2019Oglio, 1984, vol. I, cap. quinto. Il quale \u2013 acquisito dalle teorie del professor Krokowski che \u00abIl sintomo della malattia \u00e8 un travisamento dell\u2019attivit\u00e0 amorosa, ogni malattia \u00e8 una metamorfosi dell\u2019amore\u00bb (Ivi, p. 143) \u2013 si chiude con la indimenticabile dichiarazione d\u2019amore di Hans, improntata all\u2019ideologia medica del dottor Behrens. Le parole di Hans enfatizzano le facolt\u00e0 organiche, la trasparenza e la bellezza interiore, cio\u00e8 la bellezza organica del corpo, come in un\u2019immagine radiografica (che Hans chieder\u00e0 a Clawdia come il suo ritratto pi\u00f9 intimo) che contestualmente raffigura la vita e la morte nella misura in cui ritrae lo scheletro. La prossimit\u00e0 di amore e morte attribuisce all\u2019amore una superiore completezza e lo trae da qualsiasi forma ordinaria e imperfetta dell\u2019esperienza. Con Clawdia, qui, Hans parla in lingua francese, cos\u00ec come si parlerebbe in sogno: &lt;em&gt;Je t\u2019aime, je t\u2019ai aim\u00e9e de tout temps, car tu es le le \u2018toi\u2019 de ma vie, mon r\u00eave, mon sort, mon envie, mon \u00e9ternel desir\u2026 [\u2026].Oh, l&amp;#8217;amour, tu sais&amp;#8230; Le corps, l\u2019amour, la mort, ces trois ne font qu\u2019un. Car le corps c\u2019est la maladie et la volupt\u00e9, et c\u2019est lui qui fait la mort, et voil\u00e0 leurs terreurs et leurs grandes magies! Mais la mort, tu comprends, c\u2019est d\u2019une part une chose malfam\u00e9e, impudente, qui fait rougir de honte; et d\u2019autre part c\u2019est une puissance tr\u00e8s eternelle et tr\u00e8s majestueuse [\u2026]. &lt;\/em&gt;&lt;em&gt;Oh, les douces r\u00e9gions de la jointure int\u00e9rieure du coude et du jarret avec leur abondance de d\u00e9licatesses organiques sous leurs coussins de chair! Quelle f\u00eate immense de les caresser ces endroits d\u00e9licieux du corps humain! F\u00eate \u00e0 mourir sans plainte apr\u00e8s! Oui, mon dieu, laisse-moi sentir l\u2019odeur de la peau de ta rotule, sous laquelle l\u2019ing\u00e9nieuse capsule articulaire s\u00e9cr\u00e8te son huile glissant. Laisse-moi toucher d\u00e9votement de ma bouche l\u2019arteria femoralis qui bat au front de ta cuisse et qui se divise plus bas en les deux art\u00e8res du tibia! Laisse-moi ressentir l\u2019hexalation de tes pores et t\u00e2ter ton duvet, image humaine d\u2019eau et d\u2019albumine, destin\u00e9e pour l\u2019anatomie du tombeau, et laisse-moi p\u00e9rir, mes l\u00e8vres aux tiennes!&lt;\/em&gt;'><sup>4<\/sup><\/a><\/span>. Se pure \u00abforma impudica della vita\u00bb (dove la vita \u00e8 \u00abuna malattia infettiva della materia\u00bb), la malattia \u00e8 all\u2019origine della libert\u00e0 dal conformismo acquiescente, anche dal profilo morale, che nei termini manniani vige in \u00abpianura\u00bb. Discrimine dal <em>Dasein<\/em> della convenzione della pianura e della sua <em>Lebenswelt<\/em> \u00abdozzinale\u00bb. Inoltre, quello delle corsie ospedaliere \u00e8 uno dei pi\u00f9 forti paradigmi dell\u2019autentico, in quanto corsie dell\u2019esposizione meditativa anche per chi gode, o crede di godere, di un certo grado di libert\u00e0 esperienziale e di una empirica quiete, e che quindi dalla malattia si crede immune. A quella latitudine si guarda alla vita da una lontananza che, se esaspera le figure della nostalgia e del rimpianto, le risonanze emotive e l\u2019abbandono alle rifrangenze dei segni e delle voci, restituisce alla vita, alle sue afflizioni e ai suoi significati smarriti, tutto il suo intrinseco valore. Kierkegaard: \u00abVoglio andare in un manicomio a vedere se la profondit\u00e0 della follia mi spiegher\u00e0 l\u2019enigma della vita\u00bb. E a distanza di quasi due secoli Kierkegaard riceve una risposta da un giovane medico appassionato di filosofia che postula l\u2019assenza di profondit\u00e0 della follia, che al contrario \u00e8 desolazione senza confini, nonch\u00e9 della sofferenza, che \u00e8 soltanto dolore. Quello che non conosciamo non pu\u00f2 avere una densit\u00e0 abissale solo per il fatto che non lo conosciamo, cos\u00ec come l\u2019incognito non ha i requisiti per essere esteticamente caratterizzato come bellezza<span id='easy-footnote-5-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-5-9807' title='\u00abCaro S\u00f8ren, mi dispiace deluderti, ma la follia non ha profondit\u00e0, \u00e8 solo un piatto deserto, sconfinato, certo, ma alto solo qualche centimetro. Prova a scavare anche tu, non troverai nulla e presto ti accorgerai che \u00e8 solo polvere distesa, e, forse, qualche volta sentirai anche l\u2019odore di un fumo acre e amaro. Non c\u2019\u00e8 profondit\u00e0 nella sofferenza, c\u2019\u00e8 solo un sordo dolore, non c\u2019\u00e8 nulla che tu possa scoprire solo vivendo; non farti ingannare dal facile presagio che vuole \u2018profonde\u2019 le cose ignote, e dense e grevi di sapienza le cose occulte, o che ci sembrano occulte; \u00e8 il mito della bellezza di ci\u00f2 che non si sa: quando i lumi della ragione raggiungeranno i pretesi abissi dell\u2019inconscio, ci accorgeremo che quei terribili fondali sono solo aggraziati prati di collina e che le tenebrose pianure piene di mostri sono solo ameni ruscelletti dalle chiare e fresche acque\u00bb. Firmato: \u00abun neorazionalista di guardia, &lt;em&gt;Dario Grossi&lt;\/em&gt;\u00bb. In G. Di Petta, &lt;em&gt;C\u2019era una volta il manicomio (dal diario di un giovane medico)&lt;\/em&gt;, Roma, Edizioni Universitarie Romane, 2014, p, 159.'><sup>5<\/sup><\/a><\/span>.<br>\n\u00c8 frequente avvertire un certo carattere arbitrario nelle opzioni terminologiche assunte a designare \u2013 o a confondere \u2013 quadri sindromici non sempre compatibili come la malinconia, la depressione e le svariate psicosi espresse talora con nomi inopportuni al contesto e persino lesivi della integrit\u00e0 spirituale del soggetto. E si \u00e8 scritto che la negativit\u00e0 delle emozioni costituisce talvolta una strategia del soggetto indolente o umorale tesa ad aggirare blocchi psicologici o a rimuovere eventi problematici sia in relazione al mondo esterno sia con riferimento all\u2019approvazione sociale. \u00c8 il cosiddetto \u00abguadagno secondario\u00bb con i suoi vantaggi riflessi, quali compassione, considerazione, condiscendenza, cura. Recitare la depressione: la malattia \u00e8 una pervicace risposta adattiva, una forma di egoismo, un alibi per defilarsi da contesti emotivamente insostenibili, per giustificazioni senza riserve. Premesso che delegare le responsabilit\u00e0 \u00e8 come interdire la nostra libert\u00e0, cosa direbbe, di queste sottili interpretazioni, chi al male di vivere non \u00e8 sopravvissuto? Chi all\u2019inautenticit\u00e0 di ogni evasione, infingimento, ricatto emotivo o compensazione ha preferito, o \u00e8 stato costretto da una forza superiore a preferire, l\u2019assolutezza irrevocabile dell\u2019annientamento, e alle molte luci illusorie di un teatro dell\u2019anima e delle relazioni le tenebre eterne del non essere pi\u00f9? <br>\n\u00abLa mia vita in clinica slittava come una ruota nel fango, il tempo era fermo, i compagni di pena, anime, corpi, volti fra loro contigui e remoti, estranei, legati solo dal filo sottile della terapia\u00bb. \u00abCominciava un\u2019altra giornata identica alle precedenti e alle future, stesso ritmo, stesso ristagno della calura, stessi farmaci\u00bb, Canali ricorda in <em>Autobiografia di un baro<\/em><span id='easy-footnote-6-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-6-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Visita della figlia&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Autobiografia di un baro&lt;\/em&gt;, cit., pp. 103-104.'><sup>6<\/sup><\/a><\/span>.  La clinica di Canali, \u00abelegante rifugio di folli\u00bb, \u00e8 spazio letterale, una clinica psichiatrica con il suo <em>corpus<\/em>di regole, che, per convenzione, ospita l\u2019incapacit\u00e0 umana di realizzarsi nell\u2019esperienza comune, l\u2019inoltrarsi oscuro nella malinconia depressiva da parte di solitudini monadiche, di desolazioni claustrali concluse nella svalutazione degli stimoli esterni, di vite stagnanti e coartate, fisse nell\u2019esecuzione del tristemente \u2013 perch\u00e9 consapevole della sua insensatezza \u2013 rituale anancastico. La \u00abquiete spettrale\u00bb della clinica \u00e8 l\u2019esito dell\u2019osservanza di un codice di comportamento volto a contenere reazioni psichiche incontrollate. Per esperienza diretta, Alda Merini descriver\u00e0 pi\u00f9 volte, e senza sconti, i comportamenti degradanti in voga nell\u2019era manicomiale \u2013 zone di spoglie di ombre, di odori, di urla, e di rumori indistinti nella notte \u2013, i quali tuttavia, per assurdo, costituivano un riparo dalla dannazione vera e non indotta della realt\u00e0 esterna, tra gente prevenuta e senza amore. Sulla omologia tra scompenso emozionale, coazioni nevrotiche, la terra straniera del luogo di cura ed esiti stilistici in Canali Cesare Garboli scriveva che \u00abversi e ritmi ineguali, grandi e sformate cadenze dai lunghi piedoni tristi, meditativi, familiari, i falsi esametri di Canali vanno avanti e indietro come dei passi immaginari dentro una stanza, girano sempre intorno allo stesso punto, non vengono a capo di niente e intanto scandiscono un fallimento totale\u00bb<span id='easy-footnote-7-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-7-9807' title='C. Garboli, Antologia critica su &lt;em&gt;Il naufragio&lt;\/em&gt;, cit., p. 11. Cfr. anche &lt;em&gt;Introduzione a Luca Canali&lt;\/em&gt;, &lt;em&gt;Versi da una clinica&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Almanacco dello Specchio&lt;\/em&gt;, Mondadori 1979. Dove, a proposito di alcuni testi precedenti di Canali, si legge: \u00abDico subito che il ritmo, il &lt;em&gt;sermo &lt;\/em&gt;scelto per questi ragionati vaneggiamenti da paziente imbottito di psicofarmaci (ritmo prosastico e colloquiale, stile quotidiano e feriale) ha tutta l\u2019apparenza di un ritmo tradotto dall\u2019esametro o da metri lirici di un Orazio devastato [\u2026]. Nessuna idea, naturalmente, di \u2018riproduzione\u2019 n\u00e9 barbara (carducciana) n\u00e9 pi\u00f9 corretta, cio\u00e8 pascoliana. Nell\u2019orecchio di Canali \u00e8 semplicemente entrata una musica. Entrata dal di fuori: la musica di esametri lunghi [\u2026], tradotti fino alla nausea, prima per vocazione, poi per professione, prima il &lt;em&gt;De rerum&lt;\/em&gt;, poi l\u2019&lt;em&gt;Eneide&lt;\/em&gt;, masticati prima masticando Lucrezio e Virgilio, poi pensando a se stesso, sempre pi\u00f9 a se stesso\u00bb.'><sup>7<\/sup><\/a><\/span>. Autobiografia, nevrosi, i \u00abriti d\u2019automa\u00bb degli asserviti al <em>loop<\/em> della clinica avevano incrementato la prima sezione della <em>Deriva <\/em>(argomento della seconda \u00e8 il Partito, che nel 1958 espulse il compagno Canali, infedele alla linea: \u00abfui radiato su posizioni \u2018revisioniste\u2019\u00bb): \u00abNon voglio pi\u00f9 restare in questa terra di nessuno \/ regolata da scansioni di orologi e di calamite \/ dalla esigente ragnatela dei farmaci, \/ dal venale rapporto coi guaritori\u00bb (<em>Ritornare<\/em>)<span id='easy-footnote-8-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-8-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;La deriva&lt;\/em&gt;, &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt; di G. Spagnoletti, Milano, Rizzoli, 1979.'><sup>8<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nLogofobia o logorrea, il linguaggio che si parla, o che si pensa nell\u2019autoestraniamento nella clinica \u00e8 in funzione di una anamnesi di se stessi, se vogliamo \u00e8 un linguaggio dei sintomi \u2013 che progressivamente accentrano l\u2019attenzione del soggetto nevrotico, impigliato nelle maglie di un monologo egocentrico \u2013 senza rinsaldare la rimozione. Ma la clinica di Canali \u00e8 inoltre luogo metaforico, ove si cerca di afferrare il nesso tra un destino personale e la categoria dell\u2019esistere, dunque si allude alla vita stessa, che pu\u00f2 essere sensatissima o senza senso, normale e diversa, fondata sulla fiducia oppure sul sospetto nei confronti sia dell\u2019esperienza sensoriale sia dei processi razionali; e <em>d\u00e9raison<\/em>, pi\u00f9 che controsenso, \u00e8 figura riflessa ma alterata del senso, <em>per speculum et in aenigmate<\/em> \u2013 del resto, in Rimbaud lo \u00absregolamento di tutti i sensi\u00bb \u00e8 <em>raisonn\u00e9<\/em>, si traduce in \u00absofismi della follia\u00bb, in affannose sottigliezze intellettuali che trascendono i limiti della pura <em>ratio ratiocinans<\/em> per il fatto di averli dilatati e sollecitati all\u2019estremo, tanto che si potrebbe dire, con Shakespeare, che anche nella follia \u00abc\u2019\u00e8 del metodo\u00bb. \u00abRagione\u00bb, comunque parola di pianura, luogo alienante, radicalmente estraneo all\u2019altitudine (\u00absalire verso l\u2019alto\u00bb per predisposizione alla malattia), ai tempi e agli abissi del Berghof, dello Zauberberg \u2013, luogo di incantesimo, che promuove incantesimo. Come in poesia, zona dell\u2019interruzione dei nomi convenuti, d\u2019infrazione di quell\u2019arbitrariet\u00e0 e convenzionalit\u00e0 del segno linguistico che sono alla base della comunicazione ordinaria come della conoscenza scientifica, ma che vengono al contrario per definizione sovvertite dal discorso poetico, contraddistinto di per s\u00e9 dall\u2019autonomia del significante, e quindi guidato pi\u00f9 dall\u2019onda vibrante dei suoni \u2013 dove si fondano accordi e sensi profondi \u2013 che dal rigore dei significati e delle loro connessioni razionali.<br>\nCondanna, ossessione, oppressione, ma anche privilegio, domanda d\u2019essere: c\u2019\u00e8 un profondo, tragico, vantaggio nella malattia, una intensit\u00e0 delle fonti emotive nel quotidiano emozionale, talora condizione necessaria di energia e di resistenza morale. Da questo profilo, la clinica insinua il dubbio che nel malessere psichico possa balenare una lucidit\u00e0 altra, una maggiore tensione vitale rispetto a una regolare fisiologia funzionale, un\u2019autocoscienza intemperante (\u00able parole \/ sembrano senza senso o troppo vere\u00bb, <em>Clinica nel vento<\/em>), cio\u00e8, ancora con Ottieri, che si tratti di una \u00abmalattia dell\u2019autocoscienza esagerata\u00bb<span id='easy-footnote-9-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-9-9807' title='O. Ottieri, &lt;em&gt;Il poema osceno&lt;\/em&gt;, cit., p. 349 (designazione che d\u00e0 il titolo a questa riscrittura).'><sup>9<\/sup><\/a><\/span>. Una consapevolezza ipertrofica di s\u00e9. Il divario che spesso intercorre tra salute e malattia, del resto, non \u00e8 poi cos\u00ec esorbitante, e di ci\u00f2 si fa spesso esperienza nel corso della vita, non esclusa, anzitutto, la nostra. Si possono addurre fattori endogeni: \u00abMa quale endos? Psichico, inconscio o biochimico?\u00bb<span id='easy-footnote-10-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-10-9807' title='Id., &lt;em&gt;Contessa&lt;\/em&gt;, Milano, Bompiani, 1975, p. 26.'><sup>10<\/sup><\/a><\/span>. Si domandava Plantagenet, protagonista di <em>Lunar Caustic<\/em> di Malcolm Lowry, \u00abse il dottore non si chiedeva mai che senso c\u2019era nell\u2019adattare dei poveri matti a un mondo nocivo sul quale matti solo pi\u00f9 scaltri esercitavano un\u2019egemonia quasi suprema, dove il comportamento nevrotico era la norma, e non c\u2019era altro che l\u2019ipocrisia per rispondere alle fiamme del male\u00bb. Plantagenet sosteneva, con esplicito riferimento a Rimbaud (e a un <em>bateau ivre<\/em> si commisurava), che \u00abquel senso di decadenza, la necessit\u00e0 di distruggere il passato, il senso di <em>vertige<\/em>\u00bb sono universalizzabili. Una volta fuori del <em>limes<\/em> della clinica, le barriere dell\u2019ospedale psichiatrico continueranno ad essere avvertite come impedimento spirituale. E non sar\u00e0 neppure casuale che solo in occasione di un volontario ricovero ospedaliero Plantagenet scopra gli umani sentimenti: \u00ab\u00c8 abbastanza strano, non le pare, che io abbia dovuto fare tanta strada, dall\u2019Inghilterra a questo manicomio, per trovare due persone che mi stanno veramente a cuore\u00bb<span id='easy-footnote-11-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-11-9807' title='M. Lowry, &lt;em&gt;Caustico lunare&lt;\/em&gt; (1963), tr. it. di V. Mantovani, &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt; di A.R. Falzon, Milano, Mondadori, 1988, p. 92 e 118.'><sup>11<\/sup><\/a><\/span>. Echi danteschi, Alex Falzon scrive nell\u2019<em>Introduzione <\/em>a Lowry, risuonano \u00abin quell\u2019ospedale psichiatrico cos\u00ec accessibile, eppure cos\u00ec avulso dal mondo, dove gli internati percorrono incessantemente i corridoi in attesa di una salvezza che non giunge mai\u00bb<span id='easy-footnote-12-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-12-9807' title='Ivi, p. 16.'><sup>12<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nSe da un lato la clinica metaforica, nel suo stacco dalla letteralit\u00e0, nel suo elevarsi dal contingente, paradossalmente relativizza gli interrogativi fondamentali sollevati dalla clinica letterale, imbrigliata nella sua verit\u00e0 circostanziale di questo particolare teatro di ombre chiuso alla logica, quindi nel suo carattere di eccezionalit\u00e0, dall\u2019altro, e di conseguenza, tende a naturalizzarli. Sugli orli della dissoluzione della clinica si ridescrive un umanesimo senza travestimenti o aloni di menzogna: essere uomo vuol dire essere malato, diceva Thomas Mann, magari mosso da ragioni diverse, molto legate allo spirito tedesco (la filosofia della malattia, la malattia come apprendistato in Novalis, ad esempio). E a Nietzsche: \u00abnessuno pi\u00f9 di lui ha reso omaggio al dolore. \u2018La capacit\u00e0 di soffrire pi\u00f9 o meno profondamente determina il diverso valore degli individui\u2019, egli ha detto\u00bb<span id='easy-footnote-13-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-13-9807' title='Th. Mann, &lt;em&gt;Saggi. Schopenhauer, Nietzsche, Freud&lt;\/em&gt; (1960)&lt;em&gt;,&lt;\/em&gt; tr. it. di B. Arzeni e I.A. Chiusano, &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt; di R. Fertonani, Milano, Mondadori, 1980, p. 86 (Mann si riferisce all\u2019af. 270 di &lt;em&gt;Al di l\u00e0 del bene e del male&lt;\/em&gt;). In &lt;em&gt;Doctor Faustus&lt;\/em&gt;, il diavolo a Adrian Leverk\u00fchn: \u00abLa malattia, tanto pi\u00f9 se \u00e8 seria, scandalosa, discreta e segreta, stabilisce una certa antitesi critica al mondo, alla vita dozzinale, ispira sentimenti di ribellione e d\u2019ironia contro l\u2019ordine borghese e spinge il suo uomo a cercar protezione nello spirito libero, nei libri, nel pensiero\u00bb. \u00c8 \u00abla malattia creatrice, la malattia che largisce la genialit\u00e0, che scavalca gli ostacoli e nell\u2019ebbrezza temeraria balza di roccia in roccia, \u00e8 mille volte pi\u00f9 benvenuta nella vita di quanto non sia la salute che si trascina ciabattando. Non ho mai udito una cosa pi\u00f9 sciocca dell\u2019affermazione che dai malati possa venir soltanto una cosa malata\u00bb. &lt;em&gt;Doctor Faustus, La vita del compositore tedesco Adrian Leverk\u00fchn narrata da un amico&lt;\/em&gt; (1947), tr. it. di E. Pocar, Milano, Mondadori, 1996, pp. 269 e 280-281.'><sup>13<\/sup><\/a><\/span>. \u00c8 il legame, centrale in Mann \u2013 e distribuito in quasi tutte le sue opere \u2013, tra malattia e conoscenza. La malattia \u00e8 eletta a criterio di valutazione. La malattia, Castorp diceva, \u00e8 la \u00abvia geniale\u00bb per la verit\u00e0, che passa attraverso la morte. <em>Ad vivendum moriendum<\/em>, morire per essere. Tuttavia, non \u00e8 la malattia in s\u00e9 a istituire l\u2019equazione malattia-genialit\u00e0, ma il quadro spirituale ed etico che essa ingenera in soggetti iperricettivi e ricchi di qualit\u00e0 intellettuali. Ragioni non pi\u00f9 essenziali, quelle di Mann, di quelle che muovono Canali, che si spinge molto oltre la rubricazione di quei fenomeni psichici anomali che traspaiono dalle tenebre della nevrosi. Neppure per Canali la condizione umana pu\u00f2 riscattarsi da se stessa. Il <em>rictus<\/em> allora \u00e8 la dimensione di emblema di una contrazione forzata e di una misura non pi\u00f9 solo occasionale o minoritaria, marca \u00abil segreto volto che ognuno di noi porta sotto la maschera della sua dignit\u00e0 e superbia\u00bb<span id='easy-footnote-14-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-14-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Il sorriso di Giulia&lt;\/em&gt;, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 98.'><sup>14<\/sup><\/a><\/span>. Qualcosa fa pensare a Gesualdo Bufalino, nella <em>Appendice <\/em>a <em>Diceria dell\u2019untore<\/em>.<br><br>\n<span class=\"quote\">\nTema dell\u2019olocausto: la malattia come stigma-stemma, <em>itinerarium<\/em> <em>necis<\/em> che ambisce a farsi <em>itinerarium crucis<\/em>, vanitosa imitazione di Cristo. Cos\u00ec la malattia sfiora i confini oscuri del sacro. Tema della malattia come punto di fuga, e del contagio come tramite mistico e strumento d\u2019onnipotenza omicida. Tema della guarigione come infrazione, tradimento di un patto mafioso fra moribondi, sospensione <em>a divinis<\/em>, degradazione (e tuttavia umanamente sperata con susseguenti malefedi di comportamento). Tema dell\u2019occultamento: il sanatorio non solo campo di sterminio, ma anche isola, fodero, castello d\u2019Atlante; la morte come tana prudente. Tema dello spionaggio: voyeurismo come salvaguardia e salvacondotto (assistere piuttosto che vivere). Tema del processo (con sentenza oscura quanto la colpa). Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l\u2019una e l\u2019altro.<span id='easy-footnote-15-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-15-9807' title='G. Bufalino, \u00abGuida-indice dei temi\u00bb, in Appendice a &lt;em&gt;Diceria dell\u2019untore&lt;\/em&gt;, &lt;em&gt;Prefazione&lt;\/em&gt; e cura di F. Caputo, Milano, Bompiani, 1994, pp. 175-176.'><sup>15<\/sup><\/a><\/span>\n\n\n<\/span><br><br>\nHo appena ricordato Mann circa la solennizzazione della malattia, ma si potrebbe risalire alle origini della letteratura malata, se l\u2019elenco non fosse davvero esagerato. Un cenno breve e, ovviamente, insufficiente. Asclepiade e l\u2019accento malinconico dei suoi epigrammi, la <em>aegritudo<\/em> di Tibullo tra i greci ed i latini. E Lucrezio, il quale scrisse il suo poema <em>per intervalla insaniae<\/em> (\u00abor che di mente ho lucido intervallo\u00bb, gli far\u00e0 eco Ariosto), nei sereni intermezzi in cui dal magma del delirio riemergono i limpidi contorni della coscienza letteraria (e per questo nel poema, secondo Cicerone, i <em>lumina ingeni<\/em> si alternavano alla <em>multa ars<\/em>, quasi che il rigore della forma disciplinasse e controbilanciasse l\u2019aleatoriet\u00e0 dei bagliori dell\u2019illuminazione). Nel Medioevo la <em>acedia <\/em>di Petrarca nel <em>Secretum<\/em>; nel Seicento, Robert Burton con la sua <em>Anatomy of Melancholy<\/em>; la malinconia \u00abninfa gentile\u00bb di Pindemonte, pi\u00f9 soave che tragica, lamentosamente melodiosa, del Settecento rococ\u00f2 e neoclassico; l\u2019<em>Ode on Melancholy <\/em>di Keats, la follia di H\u00f6lderlin e di Richter in et\u00e0 romantica; poi lo <em>spleen<\/em> di Baudelaire e dei decadenti, che si tradurr\u00e0 nella condizione degli scapigliati del secondo Ottocento italiano; Dostoevskij, che attraverso il principe My\u0161kin espone minutamente la fase di aura, di \u00abluce interiore\u00bb, di pienezza che precede la crisi, quegli attimi di \u00abestatica fusione con la sintesi suprema della vita\u00bb: \u00abtutti quei lampi e quegli sprazzi di pi\u00f9 alta sensazione e autocoscienza, e perci\u00f2 anche di \u2018esistenza superiore\u2019 altro non erano che malattia\u00bb (come traduce Alfredo Polledro). Nell\u2019etimo novecentesco, l\u2019inettitudine di Zeno, le sue somatizzazioni. A forza di analizzare la salute ci si ammala (Freud: \u00abnel momento in cui ci si chiede il significato e il valore della vita, si \u00e8 malati\u00bb). La vita \u00e8 originalit\u00e0, imprevedibilit\u00e0, a tratti assume una fisionomia charlotiana, a tratti sembra \u00abuna burla\u00bb, pi\u00f9 o meno \u00abriuscita\u00bb. Ma anzitutto \u00abla vita \u00e8 una malattia\u00bb, che a differenza delle altre malattie \u00e8 malattia mortale, malattia irredimibile, appunto, se non con la morte \u2013 e tuttavia l\u2019eccesso di coscienza in Zeno ha un esito elitario; malato di inettitudine, egli si distingue sia dal superuomo sia dall\u2019uomo comune: \u00abE perch\u00e9 voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all\u2019umanit\u00e0 quello ch\u2019essa ha di meglio?\u00bb (a Valerio Jahier, 1927). E Michelst\u00e4dter, nell\u2019ideale vanamente perseguito di un\u2019esistenza persuasa, schiacciata invece dal peso dell\u2019impersuasione della condizione rettorica. La poesia crepuscolare, per tutti: \u00abE le fontane cantano \/ dietro le bianche porte. \/\/ Ah! Sono io dunque colui \/ che non dormir\u00e0 pi\u00f9 \/ che non sogner\u00e0 pi\u00f9 \/ fino alla morte?\u00bb (Corazzini, <em>L\u2019ultimo sogno<\/em>). E Campana, in cui un tratto linguistico tipico dell\u2019alienazione mentale (parafasie, l\u2019insistito e ossessivo balbettio ecolalico, la sfrenata autonomia del significante che difficilmente si flette in una qualsiasi logica concettuale o fattuale) diviene \u2013 come, in modo pi\u00f9 strutturalmente programmatico, in Amelia Rosselli, e per certi aspetti in Lorenzo Calogero, altro cantore di una follia conscia e sapiente \u2013 strumento retorico e cellula stilistica del tessuto poetico. Nel Novecento, appunto, Amelia Rosselli e Sarah Kane (quest\u2019ultima, anche attraverso il codice ansioso dell\u2019anima nell\u2019ora magnetizzante e fatale, l\u2019ora dell\u2019impulso suicidale, in <em>4.48 Psychosis<\/em>: \u00abAt 4.48 \/ the happy hour \/ when clarity visits\u00bb. \u00abHappy hour\u00bb richiamata anche da Wis\u0142awa Szymborska: \u00abOra del chiss\u00e0-se-rester\u00e0-qualcosa-di-noi. \/\/ Ora vuota. \/ Sorda, vana. \/ Fondo di ogni altra ora\u00bb, <em>Le quattro del mattino<\/em>, nella traduzione di Pietro Marchesani), hanno fatto pi\u00f9 di altri di una malattia consapevolmente vissuta una dolente e insieme rigorosa fonte di ispirazione. Alcuni grandi americani, lost e beat, nei quali le nevrosi depressive si intrecciano agli abusi di alcool e droghe. Sartre: la nausea \u00e8 il prodotto di una ponderata osservazione dell\u2019esistenza, nulla la giustifica. Di qui: \u00abcacciare l\u2019esistenza fuori di me\u00bb. Pavese: \u00abPerdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi\u00bb. E il protagonista del<em> Male oscuro<\/em>, cui non resta che rifugiarsi nel paese dei racconti paterni, finire i suoi anni nell\u2019emarginazione, bruciare i propri scritti e le foto che raffigurano suo padre morto, e prepararsi, a sua volta, a morire: \u00abe poi sar\u00e0 tempo di dire <em>Nunc dimittis servum tuum Domine<\/em>, forse \u00e8 gi\u00e0 tempo\u00bb. Ma come non dire, ad esempio, del \u00ablimbo\u00bb, della perenne sospensione di Luzi? E come non ricordare il \u00abDetto tutto.\u00bb di Remo Pagnanelli, <em>explicit<\/em> glaciale della sua, per dirla con Handke, \u00abinfelicit\u00e0 senza desideri\u00bb, che chiude irrevocabilmente con \u00abil peso del mondo\u00bb? \u00abQuando il cerchio si stringer\u00e0 \/ canticchiando la solita solfa ne varietur, \/ il continuum inammissibile dell\u2019opacit\u00e0, \/ tu morte impertinente, salvifico aroma \/ spiccami dall\u2019agenda e saltando qualche<em> \/ <\/em>orario accelera\u00bb<span id='easy-footnote-16-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-16-9807' title='R. Pagnanelli, &lt;em&gt;Continuum&lt;\/em&gt; (1976), in &lt;em&gt;Epigrammi dell\u2019inconsistenza&lt;\/em&gt;, a cura di E. De Signoribus, Grottammare, Stamperia dell\u2019Arancio, 1992, p. 59 (postumo). Ora in &lt;em&gt;Quasi un consuntivo (1975-1987)&lt;\/em&gt;, titolo emblematico di una selezione della sua opera in versi, a cura di D. Marcheschi, Donzelli, Roma, 2017, p. 46. Ma \u00e8 altrettanto emblematico, e soprattutto sconcertante, se si considera che il consuntivo \u00e8 stilato nei versi del periodo dell\u2019esordio poetico di Pagnanelli, &lt;em&gt;Dopo&lt;\/em&gt; (1978-1981). Fin da allora una cadenza ironica tradisce la lucidit\u00e0 senza speranza di continuare a elaborare verbalmente e meditatamente la propria esperienza (giacch\u00e9, per lui, la poesia non \u00e8 una successione di sillabe consolatorie o un &lt;em&gt;logos&lt;\/em&gt; autoterapeutico o una autotanatografia ma, nell\u2019ottica di una \u00abconservazione attiva\u00bb della tradizione, \u00e8 un investigare il senso dell\u2019inconsistenza; \u00e8 &lt;em&gt;martyrion&lt;\/em&gt;, in particolare quando, con i suoi eteronimi, esce da una configurazione monologante), ad incidere nell\u2019orizzonte poetico di fine anni Ottanta, nel momento stesso cio\u00e8 in cui veniva visitato dal pensiero della dissoluzione. Come accade nella forma del &lt;em&gt;carmen solutum&lt;\/em&gt; dei &lt;em&gt;Preparativi per la&lt;\/em&gt; &lt;em&gt;villeggiatura&lt;\/em&gt;, con i loro giochi d\u2019eco e le loro riprese vagamente ecolaliche, in una versificazione, qui, quasi scandita per sintagmi: \u00abtra un tentativo e l\u2019altro (suicidario), scrivo un saggio di sudario su &lt;em&gt;Viaggio d\u2019inverno&lt;\/em&gt;, preparo un libro dal titolo &lt;em&gt;Atelier d\u2019inverno&lt;\/em&gt; (sussidiario). L\u2019inverno \u00e8 in me, certamente. Parcamente mi consolo in tombeaux di autori celebri. Anche qui, vedete, conati (clonazioni), disperazioni disperanti, dispersioni\u00bb (in &lt;em&gt;Preparativi per la villeggiatura&lt;\/em&gt;, date liminari 1985-1987, Montebelluna, Amadeus, 1988, p. 56, postumo). Ivi. p. 12: \u00abnon sudati, come gli d\u00e8i, mai\u00bb, il tocco del grande poeta: l\u2019eterno che entra con passo lieve, senza farsi accorgere, nel tempo, nell\u2019immanenza pi\u00f9 esigua e transeunte. Ricollegandomi all\u2019esergo da Pagnanelli, quanto alla metafora del vento che entra, forse l\u2019autore aveva in mente, oltre il &lt;em&gt;Cimiti\u00e8re marin&lt;\/em&gt; di Val\u00e9ry, il Caproni di &lt;em&gt;Dopo la notizia&lt;\/em&gt;, dove il vento \u00e8 appunto quello mobile-immobile della \u00abmorte che vive\u00bb, dell\u2019istante eterno che fonde in s\u00e9 tutti i momenti e li azzera. O ancora, il Montale di &lt;em&gt;Vento e bandiere&lt;\/em&gt;, dove il ritorno del vento, assente la donna, testimonia di una sconnessione, una fenditura, una sfasatura del tempo che \u00abnon mai due volte configura \/ in egual modo i grani\u00bb, gettando l\u2019uomo nello smarrimento eppure salvaguardando il suo bench\u00e9 esile margine di scelta e di autodeterminazione nell\u2019istante del nome scevro da connotazioni personali.'><sup>16<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nLa malattia, di per s\u00e9 stato di transizione, di divenire, \u00abstrada geniale\u00bb, \u00e8 artisticamente stilizzata in analogia con la natura polisemica del segno poetico. La metafora \u00e8 malattia del linguaggio, la parola ambigua, polisensa e spesso antifrastica, contraddittoria e ingannevole \u00e8 tipica del linguaggio degli alienati, cos\u00ec come la percezione alterata e straniata della realt\u00e0. La grandezza di un discorso letterario dipende forse dal grado di consapevolezza e di lucidit\u00e0 attraverso cui \u00e8 filtrata quell\u2019iniziale condizione di alienazione semantica. La banalit\u00e0 dell\u2019artista folle ha un innegabile fondo di verit\u00e0. La metafora come \u00abpatologia del linguaggio\u00bb, nel suo deformare la rete verbale declinandola verso la logica stranita dell\u2019impropriet\u00e0 espressiva, assomiglia alla malattia, se la salute \u2013 cos\u00ec nell\u2019ottica del Berghof \u2013 d\u00e0 luogo a qualcosa di referenzialmente irrigidito, intorpidito, staticamente fattuale. La metafora non \u00e8 ornamento, e pu\u00f2 dare accesso alle cose. Come un\u2019esperienza di soglia, che, stando alle varie etimologie, \u00e8 ci\u00f2 che permette una entrata e insieme un procedere oltre, un avanzarsi, un trasformarsi all\u2019interno dell\u2019area sfocata di confine, della frontiera mobile \u2013 quel margine incerto tra il prima e il dopo, tra il dentro e il fuori, il luogo dello stazionamento nel mistero (i guardiani della soglia custodi del mistero), Agamben <em>docet<\/em><span id='easy-footnote-17-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-17-9807' title='Agamben, in una delle sue riflessioni sulla soglia, qui a partire dal progetto di Carlo Scarpa del riutilizzo, per lo IUAV, della porta del Convento dei Tolentini: \u00abLa soglia diventa uno spazio in cui possono avvenire mutamenti, passaggi e persino fenomeni di flusso e riflusso come nelle maree\u00bb. In G. Agamben, \u00abPorta e soglia\u00bb, in &lt;em&gt;Quando la casa brucia&lt;\/em&gt;, Macerata, Giometti&amp;amp;Antonello, 2021, pp. 23-34.'><sup>17<\/sup><\/a><\/span> \u2013 che intercorre tra i due termini dell\u2019accostamento. E nel vacuo e limbale interstizio temporale frapposto tra l\u2019uno e l\u2019altro estremo \u2013 per altro volubili e divenienti \u2013 della trasposizione metaforica, il discorso fluttua in una logica di quantico indeterminismo, di incongruenza e differimento sospeso, si muove nel caos del negativo impronunciato e nell\u2019assenza, nella soglia dell\u2019attesa \u2013 zona ambigua dove le cose prendono o non prendono senso o intelligibilit\u00e0 \u2013 di una congiunzione tra il nome e il silenzio, di una ritrovata coincidenza, e conseguenza, di nome e cosa, nella quale consistono in fondo la funzione e il fine ultimo del fare letterario. L\u2019incertezza, la sfumatura, il nascondimento o l\u2019indecidibilit\u00e0 del messaggio sono, del resto, tipici di quella che una lunga propaganda (dal positivismo e dal superstite classicismo tardo-ottocenteschi fino alla retorica dei totalitarismi del Novecento) defin\u00ec \u00abarte degenerata\u00bb, spesso associandola a generi, categorie e nature (quelli della donna sensuale e volubile cos\u00ec come dell\u2019ebreo, del mistico come del folle) considerati di per s\u00e9 instabili, ondivaghi, insidiosamente fluidi e sfuggenti.<br>\nTorniamo alla discesa infernale di Canali. In questa \u00abclinica in versi\u00bb (secondo la definizione di Garboli) che \u00e8 <em>Il naufragio<\/em>, lo stile per lunghi tratti confessionale della narrazione ospedaliera configura l\u2019odissea di uno spirito anelante il passaggio dal disadattamento all\u2019adattamento a un incolore sopravvivere. \u00abLa guarigione non esiste. Pu\u00f2 esistere soltanto la modificazione dell\u2019umore [\u2026]. La guarigione non \u00e8 vivibile n\u00e9 raccontabile. Siamo nel mistero fondo; il fondo del mistero della guarigione \u00e8 pi\u00f9 fondo del mistero della malattia\u00bb. \u00abLa guarigione \u00e8 un soffrire meno, facendo e pensando esattamente le stesse cose di prima\u00bb<span id='easy-footnote-18-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-18-9807' title='O. Ottieri, &lt;em&gt;Il poema osceno&lt;\/em&gt;, cit., p. 172 e 417.'><sup>18<\/sup><\/a><\/span>. Questo Ottieri fa dire nella eterogenea sintassi del <em>Poema osceno<\/em> a Pietro Muojo, suo immodesto <em>alter ego<\/em> che in un altro grande malato e scriba introflesso della nostra letteratura, Gozzano, avrebbe forse suscitato sentimenti di insofferenza (e tuttavia: sono maniere differenti di trasfigurazione della <em>souffrance<\/em> per malattie sistemiche differenti) per un qual certo snobismo di Muojo \u2013 quel suo \u00abvanto di soffrire\u00bb \u2013 che, tra ideologia e malattia, nell\u2019incontinenza straripante del testo appare troppo interessato a questioni estetiche, al proprio stile \u00abimpuro\u00bb, alla politica e al mondo esterno, a fantasticherie, a stravaganze e velleit\u00e0 di sesso e insieme troppo assillato dall\u2019angoscia della morte per essere davvero indifferente alla vita e alle passioni. Ricordiamo la finzione letteraria (finzione, quindi, in quest\u2019altro caso) dell\u2019agonizzante apocrifo e fraudolento, dell\u2019impostura lirica del tragico fallace, del falso tisico o \u00abfinto morituro\u00bb ostentata da qualche poeta dell\u2019et\u00e0 giolittiana dai moduli stanchi e dalle pose da inguaribile agonizzante che incrementa uno stereotipo poetico dalla vena dimissionaria, con l\u2019esibizione in versi di sintomi vaghi e senza radicamento in quella malattia di cui Gozzano argomenta invece con eufemismi e traslati e litoti dello spavento e dello sgomento estremi, trattandosi di una tabe di natura non letteraria, mettendo in rima le diagnostiche e le indicazioni terapeutiche dei \u00abdottori\u00bb: \u00abNutrirsi\u2026 non fare pi\u00f9 versi\u2026 nessuna notte pi\u00f9 insonne\u2026 \/ non pi\u00f9 sigarette\u2026 non donne\u2026 tentare bei cieli pi\u00f9 tersi\u00bb. Per poi procedere con una \u00abradioscopia\u00bb<span id='easy-footnote-19-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-19-9807' title='G. Gozzano, &lt;em&gt;Alle soglie&lt;\/em&gt;, I, &lt;em&gt;I colloqui&lt;\/em&gt;.'><sup>19<\/sup><\/a><\/span>. A Olindo Guerrini, e alla sua sorte adulterata: \u00abPer quel passato, pel destino bieco \/ tu mi sei caro, finto morituro \/ che piangi e imprechi e gemi nello strazio. \/\/ Io non gemo, fratello, e non impreco: \/ scendo ridendo verso il fiume oscuro \/ che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio\u00bb (<em>Stecchetti<\/em>). E nei <em>Colloqui <\/em>(<em>I colloqui<\/em>, I), dove la malattia si intreccia con la poetica, con la malattia della poesia: \u00abUn libro di passato, ov\u2019io reprima \/ il mio singhiozzo e il pallido vestigio \/ riconosca di lei, tra rima e rima\u00bb. Ma anche la letteratura \u00e8 assenza, rifugio, quindi difesa, e finisce per scalzare l\u2019esistenza e l\u2019esperienza (\u00abrinnegherei la fede letteraria \/ che fa la vita simile alla morte\u00bb, <em>Felicita<\/em>). Con la letteratura l\u2019\u00abamico del crisalidi\u00bb cerca di ingannare la vita e la \u00abSignora vestita di nulla\u00bb per un differimento del vuoto alle viste. \u00abV\u00efaggio per fuggire altro v\u00efaggio\u00bb, diceva a proposito del suo viaggio in India. Invece anche l\u2019itinerario indiano non fu che l\u2019eterna visione dell\u2019esistenza e della scrittura come \u00abparafrasi della solitudine e dell\u2019esilio\u00bb (<em>Un Natale a Ceylon<\/em>).<br>\nLa scrittura poetica di Canali, nell\u2019onda aritmica che sa il deragliamento dei ritmi biologici dovuti alla permanenza nella clinica, tratteggia, per cos\u00ec dire, un intrico, nodo, groviglio (nel <em>textus <\/em>inteso come intreccio e tessuto nell\u2019accezione pi\u00f9 vera) non diacronico di stati interiori, di strumenti per terapie, di reticenze, di riecheggianti presenze dei \u00abgestori del morbo\u00bb, i consiglieri dell\u2019adattamento sociale, dalla \u00abvoce forte e normale\u00bb, nel basso continuo dell\u2019ironia del soggetto poetante: elementi che si accalcano, e sembrano contaminarsi e confondersi, scambiandosi forme e contorni come in un primigenio coacervo psichico \u2013 contaminazioni e trapassi che traducono l\u2019\u00abassedio\u00bb della malattia \u2013, proprio mentre vengono illustrati nel dettaglio e scolpiti senza mascheramenti linguistici. Nel non divenire del verso, il dettato si svincola dall\u2019espressione ritmica, dalla musicalit\u00e0, e si comprime al limite, in significanti tutt\u2019altro che eufonici e tutt\u2019altro che attenuati, con l\u2019effetto di una contrazione e di una conflagrazione dei singoli e minuti particolari della clinica, che testimoniano un\u2019angoscia unanime a partire dal deserto emotivo e atono della propria esperienza dai tratti nevrotici (\u00abi miei scarti palesi \/ dalla norma\u00bb \u2013 ove non sfugga che \u00abscarto dalla norma\u00bb \u00e8 anche, convenzionalmente, per il formalismo e lo strutturalismo, la caratteristica essenziale dello stile letterario, oltre, per la psichiatria, la anomia del malato e del suicida). Ed \u00e8 dal punto di vista sincronico degli elementi ancora ritmicamente non forgiati e in parte informi che si coglie il cedimento dell\u2019integrit\u00e0 individuale nelle regressioni, nelle ritualit\u00e0 ossessive di addestramento della pratica clinica, nello stallo, nell\u2019aggirarsi, \u00abubriachi di benzodiazepina\u00bb, in uno spazio penitenziale sede di una \u00abdisperazione senza approdi\u00bb. Il poeta, insomma, mostra con maggiore evidenza e pi\u00f9 disilluso abbandono, venendone riassorbito e travolto, quello stesso caos che tenta di ordinare e rendere intelligibile attraverso la nominazione poetica. La quale, da possibile, classico strumento di catarsi e di conferimento di senso (nell\u2019ottica forse dell\u2019antico <em>p\u00e0thei m\u00e0thos<\/em>) diviene al contrario specchio ulteriore, amplificante e deformante, della stessa angoscia senza farmaco possibile. Un po\u2019 come nel <em>Male oscuro<\/em> di Berto o nel <em>Campo di concentrazione<\/em> di Ottieri, la clinica psichiatrica \u00e8 un cron\u00f2topo simile al lager di Levi: una babele di lingue contaminate e indecifrabili, una sofferenza insensata e senza riscatto, un indefinitamente sospeso limbo che ha per\u00f2 le tinte accese e gli acuti tormenti dell\u2019inferno. Invano Canali tenta di ricomporre l\u2019identit\u00e0 frastagliata assumendo la poesia come segnale di presenza (la \u00abvalida eccezione \/ alla regola ferrea di svanire\u00bb) di un\u2019esistenza comunque inestetica (\u00abho il vizio di scrivere ma non \/ la virt\u00f9 di vivere\u00bb, <em>A una figlia ignota<\/em>), dove lo sperpero di s\u00e9 \u00e8 oggetto di interpretazione pi\u00f9 che di nostalgia. In <em>Spezzare<\/em> <em>l\u2019assedio<\/em> la scrittura viene definita come una diversione dalla alienit\u00e0, come strategia antifobica: \u00abScrivo dunque per cercare scampo, non so se avr\u00f2 lettori, n\u00e9 mi curo di essi. Semplicemente cerco di sopravvivere, e come al solito, volto a recuperare frammenti del passato, ma non in una programmata <em>recherche<\/em> letteraria, bens\u00ec in un\u2019ansiosa e desultoria retromarcia lungo le molliche di pane che ho lasciato cadere lungo la via nell\u2019illusione di non smarrire la strada\u00bb<span id='easy-footnote-20-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-20-9807' title='L.Canali, &lt;em&gt;Spezzare l\u2019assedio&lt;\/em&gt;, Milano, Bompiani, 2003. p. 124.'><sup>20<\/sup><\/a><\/span>. La surrogazione letteraria non tiene, nessun regime estetico potr\u00e0 ricostituire questa identit\u00e0 annegata, granulare e intermittente che costantemente si confronta con il proprio profilo larvale, con lo svanimento degli affetti e con l\u2019esilio volontario, oppure dovuto al tipico evitamento dell\u2019amico disforico, il quale incarna la minaccia dell\u2019infrangersi di un equilibrio che si crede raggiunto: \u00abDove siete miei amici a darmi forza \/ per tornare alla lotta e non sognare \/ impossibili assalti sempre a tiro \/ d\u2019un centralino dai legami effimeri\u00bb (<em>Realt\u00e0 e memoria<\/em>); \u00abmi avete abbandonato [\u2026] \/ al silenzio \/ d\u2019un telefono, perno dell\u2019abiura \/ dal polisenso verbo dell\u2019esistere\u00bb (<em>Agli amici<\/em>). E ancora: \u00abNon il pegno \/ di un nostro comune lessico \/ dimenticato  m\u2019ispira, ma il patto \/ di conservare il senso, il simbolo di un\u2019idea \/ fraterna in cos\u00ec estranea \/ durezza che attornia \/ i superstiti\u00bb (<em>Fantasia<\/em>). A una remissione come adattamento al montaliano vivere in bassissima percentuale Canali giunge dopo aver sezionato quelle che, in <em>Stilemi<\/em>, chiamava \u00abirriverenti memorie \/ le storie, le scorie\u00bb<span id='easy-footnote-21-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-21-9807' title='Id., &lt;em&gt;Stilemi&lt;\/em&gt;, Milano, Societ\u00e0 di Poesia,1982, p. 16.'><sup>21<\/sup><\/a><\/span> dell\u2019esistenza mediante una analisi molecolare volta verso il prima, uno sguardo sulla psicogenesi della psicosi. Tra ricordo, <em>r\u00eaverie<\/em>, paramnesie e teorizzazioni eccessive: \u00abLa mia vita aveva radici \/ avvelenate. Ora che non ho \/ pi\u00f9 vita, ma una sequela \/ di giornate slegate, allucinate, il veleno \u00e8 passato nella mia voce altezzosa \/ o in apparenza dimessa. Non prendetela \/ dunque sul serio, \u00e8 solo \/ una foce di rivi \/ inquinati da amore \/ di arido falansterio o da odio \/ dolente d\u2019integri vivi\u00bb (<em>Met\u00e0stasi<\/em>). <br>\nAncora una divagazione. Il concetto espresso negli endecasillabi di <em>Ipotesi<\/em> \u2013 che quasi immediatamente seguono <em>Ancora dalla clinica<\/em> \u2013 \u00e8 una antitesi: nella vita dell\u2019uomo c\u2019\u00e8 il vuoto, e il vuoto \u00e8 un <em>aut aut<\/em>. <em>Aut<\/em>, una manifestazione paradossale di un Dio paradossale, che \u00e8 \u00ableone\u00bb e \u00abagnello\u00bb insieme, che tiene uniti sentimenti di segno divergente. Di questa presenza ipotetica sono il riflesso le quotidiane contraddizioni ambivalenti, \u00able antinomie delle nostre giornate\u00bb. <em>Aut<\/em>, una manifestazione del paradosso e nulla pi\u00f9, cio\u00e8 il vuoto che \u00abregna indistruttibile\u00bb, il vuoto senza Dio. In questo caso l\u2019unica parvenza del divino, per l\u2019uomo, \u00e8 nel processo di sostituzione: infrangere i confini dell\u2019io praticando gli affetti. Forse la criptocitazione dantesca<span id='easy-footnote-22-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-22-9807' title='&lt;em&gt;Inferno &lt;\/em&gt;X, quando Cavalcante de\u2019 Cavalcanti chiede del figlio: \u00abNon fiere gli occhi suoi lo dolce lome?\u00bb.'><sup>22<\/sup><\/a><\/span> sigla questo sogno vano, \u00abfuoco di vita apparso in una landa, \/ sfiorita\u00bb. Cavalcante si interroga sull\u2019esistenza in vita di Guido. E qui \u00e8 l\u2019inverso: l\u2019uomo-creatura-figlio si interroga sull\u2019esistenza ipotetica del divino. E sulla possibilit\u00e0 degli affetti che potrebbero surrogarlo. I tre versi finali danno l\u2019idea di una terza possibilit\u00e0: l\u2019uomo si illude che ci sia un Dio, e quindi lo crea, se ne fa l\u2019idea mentale: \u00abuna forma indiretta, contro il vuoto, \/ di ricondurre il sacro nella vita\u00bb<span id='easy-footnote-23-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-23-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Il vuoto&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Stilemi&lt;\/em&gt;, cit., p. 26.'><sup>23<\/sup><\/a><\/span>. E questa idea mentale inizia a prendere una sua specie di vita autonoma, e d\u00e0 senso al futuro, tuttavia a un futuro che \u00abgiunge inosservato\u00bb. Vuoto e senso sono contigui anche in virt\u00f9 di una loro intrinseca e mutua tensione. \u00abL\u2019amianto che salva, l\u2019embolo \/ che uccide sono corna \/ dello stesso dilemma\u00bb (<em>Credo<\/em> <em>perch\u00e9<\/em> <em>assurdo<\/em>), dove \u00abdilemma\u00bb, un po\u2019 alla maniera gozzaniana, cio\u00e8 per smorzare l\u2019effetto tensivo \u2013 qui la coincidenza drammatica di vita e di morte \u2013 rima con \u00abflemma\u00bb.<em> <\/em>Metricamente ineccepibile, <em>Ipotesi<\/em>, pesante come il peso di un poeta, forse poco musicale (\u00abtraggo la vita fra dissoni \/ accordi di voci\u00bb<span id='easy-footnote-24-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-24-9807' title='Id., &lt;em&gt;Sfida&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Stilemi&lt;\/em&gt;, cit. p. 48.'><sup>24<\/sup><\/a><\/span>) per la costante tendenza di Canali a dare la propria versione delle cose.    <br>\nFuori di questa linea privata, in <em>Ancora dalla clinica<\/em>, la fenomenologia degli automatismi e degli asettici orrori del luogo di cura che innescano un riscontro continuo tra i diversi livelli dell\u2019io. Quindi il parallelo si estende ai ruoli che il protagonista di questa catabasi ha rivestito nel tempo: \u00e8 stato figlio, seppure \u00abper ingorghi ereditari o confuse \/ esperienze\u00bb abbia in testa \u00absolo scissi neuroni\u00bb (<em>Paragone<\/em>). Non siamo lettori ipocriti. Rimando a un\u2019intervista<span id='easy-footnote-25-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-25-9807' title='Apparsa su \u00abla Repubblica\u00bb, 29 settembre 2013. Si leggeva in &lt;em&gt;Spezzare l\u2019assedio&lt;\/em&gt; (cit., p. 179): \u00abSono sempre stato scisso fra teneri paradisi e inferni postribolari. Ho sempre inconsciamente suddiviso le donne in caste divinit\u00e0 o turpi meretrici, senza mai umana commistione possibile, senza mai amalgama fra le due immagini crudelmente contrapposte della madre e dell\u2019amante. Il tanto perseguito e praticato erotismo ha sempre conservato in me lo stigma dell\u2019osceno, al punto d\u2019indurmi a rinnegare il mio stesso concepimento e l\u2019amplesso coniugale che l\u2019ha provocato. \u00c8 questa, ne sono certo, la radice del mio male, che m\u2019accompagner\u00e0 fino alla morte, accelerandola\u00bb.'><sup>25<\/sup><\/a><\/span> di Canali, veramente capitale e sul filo dell\u2019indecenza. C\u2019\u00e8 una particolare difficolt\u00e0 di fronte alle donne, che Canali spiega. La base del dolore \u00e8 anche nel non poter dare una misura alla persona smisurata delle donne, perch\u00e9 per il nevrotico non esistono le donne, ma la donna. Ci si pu\u00f2 spingere a dire che l\u2019ideale \u00e8 il tormento? In effetti, l\u2019ideale e il tormento coesistono. Si effigia come un uomo infelice cui l\u2019amore generava un senso di inadeguatezza, al punto che evitava di coinvolgersi emotivamente con la donna per non sentirsi incestuoso. Ma \u00e8 stato marito, \u00e8 stato padre: \u00abad un certo punto ho generato una vita\u00bb (<em>Dare e avere<\/em>). <br>\nAl generale senso di dimenticanza, dagli esiti talora elegiaci, a questo scorgersi come traccia svanente, alla percezione della vita che si dilegua (\u00abAmavo i ponti \/ sul fiume ma ora \/ soltanto le assenze\u00bb, <em>Atmosfere<\/em>), pi\u00f9 avanti nel libro subentrer\u00e0 una tensione ironica in un dettato forse pi\u00f9 scomposto ma pi\u00f9 essenziale. Si accampa il moto frontale di un accento quasi derisorio, stemperato in inflessioni che riconfermano l\u2019attraversamento dell\u2019insania come una questione non solo privata o circoscritta agli astanti della clinica. Barare anche per il tramite dell\u2019ironia, per dissimulare \u00abun\u2019infelicit\u00e0, un dolore, un fallimento\u00bb (come dichiarato nell\u2019intervista ricordata) anche nell\u2019aver schifato l\u2019esistenza, per disperdere l\u2019infinita nostalgia del desiderio di tornare al prima, quando la vita non doveva quadrare con l\u2019attuale statuto di meccanismo biologico sottomesso a regole coatte.<br>\nA un certo punto del libro il tono cambia, si fa assertivo, alle domande consegue qualche acquisizione, e la medesima consapevolezza passa per nuove soluzioni espressive: come nota Spagnoletti, una struttura versale pi\u00f9 agile a rima per lo pi\u00f9 interna spodesta il verso lungo dall\u2019andamento narrativo, \u00abdeclinazioni beffarde\u00bb spezzano il flusso dei pensieri del degente. Lo stesso materiale verbale pare smentire l\u2019abisso che Canali aveva precedentemente dato per tratti, per cos\u00ec interdire la possibilit\u00e0 di essere preso alla lettera. Allora tutto \u00e8 parzialmente vero e parzialmente falso. Che vuol dire, ad esempio, \u00abrisalita verso la normalit\u00e0\u00bb? Chi \u00e8 normale o regolare, qual \u00e8 la norma o la regolarit\u00e0? Non comporta qualche problema \u2013 sia almeno legittimo pensarlo \u2013 affermare che la norma \u00e8, come si usa dire, \u00abl\u2019armonia tra il soggetto, il proprio Io e il proprio ambiente\u00bb? Non potrebbe questa accezione implicare l\u2019omissione di eventuali interferenze nell\u2019armonia dell\u2019altro, nella intersoggettivit\u00e0? E qual \u00e8 la nozione di \u00abanormalit\u00e0\u00bb? Sul carattere relativo di nozioni come \u00abnormalit\u00e0\u00bb e \u00abanormalit\u00e0\u00bb intervengono Watzlawick-Beavin-Jakson: \u00abuna volta che si sia accettato il principio di comunicazione secondo cui un comportamento si pu\u00f2 studiare soltanto nel contesto in cui si attua, i termini \u2018sanit\u00e0\u2019 e  \u2018insania\u2019 perdono praticamente il loro significato in quanto attributi di individui. Analogamente la nozione di \u2018anormalit\u00e0\u2019 diventa molto discutibile, perch\u00e9 ora generalmente si \u00e8 concordi nel ritenere che la condizione del paziente non sia statica ma vari al variare della situazione interpersonale e dell\u2019ottica preconcetta dell\u2019osservatore. Inoltre, quando si considerano i sintomi psichiatrici come un comportamento che si adegua a una interazione in corso, emerge uno schema di riferimento che \u00e8 diametralmente opposto alle teorie psichiatriche classiche\u00bb<span id='easy-footnote-26-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-26-9807' title='P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson, &lt;em&gt;Pragmatica della comunicazione umana.&lt;\/em&gt; &lt;em&gt;Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi&lt;\/em&gt; (1967), tr. it. di Massimo Ferretti, Roma, Astrolabio, 1971, p. 40.'><sup>26<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nNon esiste una risposta univoca. Chi \u00e8 solo disturbato, e non esula da comportamenti standardizzati, e chi \u00e8 invece malato, nel qual caso il suo disturbo \u00e8 funzionale, ha cio\u00e8 un\u2019eziologia psicogena? Oppure normalit\u00e0 o anormalit\u00e0 psichica sono questioni di pertinenza della statistica? Chi \u00e8 disilluso, chi troppo illuso? Esistono solitudini inferiori e solitudini superiori? Diceva Alda Merini, in un\u2019intervista del 1997, che \u00abil giudizio sulla malattia mentale di solito viene da persone che non sanno assolutamente cosa sia, ma \u00e8 la partenza, l\u2019avvio per un\u2019eterna dannazione\u00bb. Si \u00e8 anche detto che l\u2019anormale \u00e8 un soggetto uguale agli altri, con la differenza che \u00e8 disperatamente alla ricerca di un senso che riguarda tutti, quindi anche ogni <em>Lebenswelt<\/em> non psicotica<span id='easy-footnote-27-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-27-9807' title='Di seguito due versioni che hanno condizionato due evi. Scriveva Kierkegaard, assorto nel problema religioso, che la malattia non remissibile n\u00e9 redentrice \u00e8 il filisteismo acquiescente, mentre la disperazione, ovvero la percezione della nostra incompletezza, \u00e8 malattia che conduce alla consapevolezza del senso eterno della vita. \u00abColui che senza affettazione dice di essere disperato \u00e8, in un senso dialettico, un po\u2019 pi\u00f9 vicino alla guarigione di tutti quelli che non sono ritenuti e non si ritengono essi stessi disperati. Ma appunto questo [\u2026] \u00e8 il caso comune, che gli uomini vivono senza diventare consapevoli di essere determinati come spirito; e da ci\u00f2 deriva tutta quella sicurezza, contentezza della vita e via dicendo, tutto quello che \u00e8 proprio disperazione. Coloro, invece, che dicono di essere disperati, sono normalmente o quelli che hanno una natura tanto pi\u00f9 profonda da doversi fare consapevoli di essere spirito, o quelli che avvenimenti gravi o decisioni terribili hanno aiutato a farsi consapevoli di essere spirito, cio\u00e8 sono o gli uni o gli altri; perch\u00e9 molto di rado si trovano certamente coloro che in verit\u00e0 non sono disperati\u00bb. In S. Kierkegaard, &lt;em&gt;La malattia mortale&lt;\/em&gt;.&lt;em&gt; Saggio di psicologia cristiana per edificazione e risveglio di Anti-Climacus&lt;\/em&gt; (1849), tr. it. di M. Corssen, &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt; di R. Cantoni, Roma, Newton, 1981, p. 22. Da tutt\u2019altro versante, quasi un secolo dopo, e nella prospettiva dell\u2019interconnessione e della specularit\u00e0 di mente e corpo, Wilhelm Reich: \u00ab\u00c8 possibile continuare a occuparsi delle nevrosi di singoli individui cos\u00ec come si presentano nello studio privato dello psicoanalista? La malattia psichica \u00e8 un\u2019endemia della popolazione che opera in modo sotterraneo. Tutta l\u2019umanit\u00e0 \u00e8 psichicamente malata\u00bb (&lt;em&gt;La funzione dell\u2019orgasmo&lt;\/em&gt;. &lt;em&gt;Dalla cura delle nevrosi alla rivoluzione sessuale e politica&lt;\/em&gt;, 1927, tr. it. di F. Belfiore, &lt;em&gt;Prefazione &lt;\/em&gt;di R. Madera, Milano, Il Saggiatore, 2010).'><sup>27<\/sup><\/a><\/span>. <br>\nImplicite interrogazioni, implicazioni alluse che si sovrappongono, espresse in quest\u2019altra fase del <em>Naufragio<\/em> con una intonazione meno contratta a livello emotivo, dove al discordante corso dei fonemi si saldano seriet\u00e0 di asserti, autoirrisione, tendenza a mistificare se stesso e insieme ai vani e \u00abvenali\u00bb sforzi dei terapeuti. Variazioni sul tema: \u00abper la sinistroconvessa \u2013 fulcro \/ a livello del primo \/ met\u00e0mero lombare \u2013 andr\u00f2 alla Messa \/ ultro (<em>spontaneamente<\/em> in latino) \/ con mente serena\u00bb (<em>Referto radiografico<\/em>). Pi\u00f9 indietro: \u00abArgon (\u1f00\u03c1\u03b3\u03cc\u03c2=inerte) gas \/ indolore incolore insapore \/ centesima parte dell\u2019aria \/ ti somiglio\u00bb (<em>Atmosfere<\/em>). \u00abLuca \/ finisci di raderti il viso da quasi \/ vent\u2019anni senza sorriso\u00bb (<em>Davanti allo<\/em> <em>specchio<\/em>). Come osserva Spagnoletti, si tratta di una mutata disposizione espressiva che \u00abnon cambia la sostanza delle cose, ma ne aumenta il potere dissolvente [\u2026]. Ed \u00e8 in questa omologazione dell\u2019ossessione verbale con la piattezza della vita, per sempre ridotta ai livelli minimi, la novit\u00e0 tematica\u00bb<span id='easy-footnote-28-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-28-9807' title='G. Spagnoletti, &lt;em&gt;Prefazione&lt;\/em&gt; al &lt;em&gt;Naufragio&lt;\/em&gt;, cit., p. 10.'><sup>28<\/sup><\/a><\/span> dell\u2019opera. E ora, per assurdo, alla domanda su cosa fossero le lacrime Canali potrebbe anche rispondere, astraendo dalla sovranit\u00e0 dell\u2019ironia, con le parole che, nello <em>Zauberberg<\/em>, il dottor Behrens, coerentemente con la sua ideologia medica e chimica che tutto riconduce alle facolt\u00e0 organiche, riferiva alle lacrime di Hans per la morte di Joachim: \u00abcol nome di quel prodotto ghiandolare alcalino e salato che la scossa nervosa provocata da un dolore intenso sia fisico che morale, spreme dal nostro corpo. Egli sapeva che fra i componenti di quel liquido v\u2019erano anche la mucina e l\u2019albumina\u00bb<span id='easy-footnote-29-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-29-9807' title='Th. Mann, &lt;em&gt;La montagna incantata&lt;\/em&gt;, cit., vol. II, p. 216.'><sup>29<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nIn <em>Ancora dalla clinica<\/em> la declinazione del verbo al presente \u00e8 funzionale. Anche nella circostanza di un uso con funzione atemporale, come nel caso di osservazioni o di verit\u00e0 di ogni tempo. Spicca \u00absembrava\u00bb \u2013 forse presente di passato, la forma imperfettiva sta comunque ad indicare l\u2019indeterminatezza di una cosa passata e non compiuta \u2013, che esprime la potenzialit\u00e0 nella vita, quando, appunto, la vita dava l\u2019illusione di adempiere tutte le sue promesse. Il presente \u00e8 la forma temporale nella quale vengono percepiti gli effetti, mentre le cause di questa landa desolata provengono da lontano<span id='easy-footnote-30-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-30-9807' title='\u00abSe vuoi conoscere i tuoi pensieri di ieri osserva il tuo corpo oggi \/ se vuoi sapere come sarai domani osserva i tuoi pensieri di oggi\u00bb, in F. Battiato, M. Sgalambro, &lt;em&gt;Il cammino interminabile&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Ferro battuto&lt;\/em&gt;, 2001.'><sup>30<\/sup><\/a><\/span>. Il tempo presente aggrava le tinte depressive nella dialettica ora-allora, il pensiero dell\u2019ora viene per lo pi\u00f9 avvertito in difetto rispetto ai giorni passati, da annoverare nel tempo perduto. Ma disponiamo solo del presente, qui dilatato e insieme esautorato, che sperimenta la sua inconsistenza. La depressione clinica estrania l\u2019anima dal mondo, cos\u00ec il tempo dei malati non fluisce, e ci si bagna sempre nello stesso fiume (\u00abIl tempo del dolore \u00e8 un tempo lento, ristagna e affonda\u00bb<span id='easy-footnote-31-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-31-9807' title='G.L. Ferretti, &lt;em&gt;Reduce&lt;\/em&gt;, Milano, Mondadori, 2006, p. 23. Il riferimento non \u00e8 casuale. Il Ferretti che nei suoi testi designa, allude, devasta e rigenera \u2013 con cadenze insistenti, nel rafforzamento semantico della parola per accumulazione asindetica, con la ripetizione ossessiva, con l\u2019espressivo straripamento verbale, con lo sconfinamento nell\u2019antimelodico dopo una dilazione dell\u2019elegiaco \u2013 \u00e8 stato operatore psichiatrico (e ci\u00f2 potrebbe aver condizionato, e in maniera sublime, testi come &lt;em&gt;Curami&lt;\/em&gt;, ad esempio), e certi stilemi forse derivano proprio dal ricordo commosso di esseri sofferenti. E quella che a volte potrebbe apparire una ostentazione di scomposte ecolalie altro non \u00e8 che un parlare liberamente e disinibitamente, pressappoco nel senso che i romantici accordavano alla nozione di \u00abispirazione\u00bb.'><sup>31<\/sup><\/a><\/span>). Nella <em>Montagna incantata<\/em> il tempo della pianura \u2013 del cui mosso scenario mondano a Davos si percepiscono solo gli echi \u2013, cronologico, consistente quindi nella successione di momenti identici in rapporto tra loro, \u00e8 la prova di una ricchezza di mondo, mentre a Davos, non a caso teatro di uno <em>Zeitroman<\/em>, si era come in una condizione di revoca del tempo, di ambiguit\u00e0 dell\u2019idea della durata temporale, in una pausa languorosa da interessi, atti, volizioni. Cos\u00ec come nel tempo incantato della clinica, regno dello stato di estenuazione della malattia e della mancanza di mondo, sorge una nuova coscienza del tempo, cio\u00e8 la sua dissoluzione nella immaginazione soggettiva ormai inconsapevole delle distanze temporali. Nella clinica la direzione temporale \u00e8 di straniamento, caliginosa, greve e insieme evanescente, e come nel Berghof il tempo \u00e8 legato al movimento e scandito dal consumarsi delle vite, \u00abtra la meraviglia dei rari astanti\u00bb (<em>Epigrafe<\/em>, <em>Ai rari astanti<\/em>). Tuttavia, l\u2019impercezione del tempo come estensione non preclude, n\u00e9 rallenta, il sentimento abbandonico, cos\u00ec la sensibilit\u00e0 temporale, cio\u00e8 la cognizione della fuga del tempo, \u00e8 incapace, a livello di stile, di affabulazione ritmica. Il tempo si calcola in trasformazioni, se vengono meno movimento e tensione emozionale verr\u00e0 meno anche l\u2019esperienza temporale. Il tempo dei malati al limite si inflette nella discontinuit\u00e0 di attimi e di voci avvolte dal torpore e dall\u2019oblio e dalla polvere degli anni. In questo <em>hic et nun<\/em>c stagnante e indeclinabile alla perdita del passato e delle sue \u00abamate ombre\u00bb si unisce la perdita del futuro, quindi del <em>t\u00e9los<\/em>, e del senso della vita. Esorbitano dal filo del presente le memorie intraviste, vaghe o deformate, o messe a fuoco con \u00ablo zoom del ricordo\u00bb. Ma l\u2019atemporalit\u00e0 \u00e8 multipla: nella sospensione temporale in cui la clinica \u00e8 trattenuta, nell\u2019espandersi e ritrarsi senza illusioni di fuga dalla vita anteriore, nella dismissione di una identit\u00e0 psicologica che non ha origini riconoscibili (almeno in quei punti dove il protagonista si disegna come se fosse un\u2019altra persona), nella trafittura del disapprendimento, nell\u2019aver ormai disimparato il passato, \u00abquando ancora sapevo ridere\u00bb, \u00abquando la mente sembrava una sciabola di battaglia, \/ lineare e illusoria al pari di una rivolta di poveri, \/ una pleurite secca curata con l\u2019aspirina\u00bb.<br>\nPagnanelli, <em>Clinica<\/em>: \u00abefficiente disordine. Bottiglie morandiane \/ met\u00e0 opache, lembi di liquide rose sui guanciali, \/ veli veloci a coprire\u2026\u00bb<span id='easy-footnote-32-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-32-9807' title='R. Pagnanelli, &lt;em&gt;Clinica&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Preparativi per la villeggiatura&lt;\/em&gt;, ora in &lt;em&gt;Quasi un consuntivo&lt;\/em&gt;, cit., p. 103.'><sup>32<\/sup><\/a><\/span>. Quale risposta, allora, allo \u00abstimolo dell\u2019iminodibenzile\u00bb o alle altre, cosiddette, \u00abmodalit\u00e0 di intervento\u00bb? La medicalizzazione con le benzodiazepine \u00e8 l\u2019unico fattore che nel quotidiano oblio di s\u00e9 e nella condiscendenza inerte ai paradigmi della clinica spinge all\u2019azione automi serrati in \u00absubconsce rassegnate agonie\u00bb, \u00abdiverse solitudini\u00bb arrese al succedersi ripetitivo del gramo tessuto degli eventi in un tempo misurato dai protocolli sanitari. L\u2019avversativo \u00abMa\u00bb \u2013 che introduce i versi finali della prima delle quattro strofe \u2013 non cambia una situazione di fatto, infligge piuttosto un richiamo, nella prospettiva della <em>auctoritas<\/em> del codice della cosiddetta \u00abnorma\u00bb, a un ordine che ricomponga la dispersione in una relegazione forzata dove incombe l\u2019idea di esistenza percepita come attesa ed epicedio per la \u00absoluzione finale\u00bb. L\u2019esistenza \u00e8 naufragante per statuto, uno sguardo da recluso oltre i vetri \u2013 \u00ablacrimosi\u00bb, avrebbe specificato Corazzini<span id='easy-footnote-33-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-33-9807' title='S. Corazzini, &lt;em&gt;Toblack&lt;\/em&gt;, III: \u00abOspedal tetro, \/ buona penitenza per i fratelli misericordiosi \/ cui fece di s\u00e9 Morte pensosi \/ nella quotidiana esperienza, \/\/ anche se dal tuo cielo piova, senza \/ tregua, dietro i vetri lacrimosi \/ tiene i lividi tuoi tubercolosi \/ un desiderio di convalescenza\u00bb. (\u00abRugantino\u00bb, 27.X.1904, poi in &lt;em&gt;L\u2019amaro calice&lt;\/em&gt;, uscita a Roma nel 1904 con la data del 1905).'><sup>33<\/sup><\/a><\/span> \u2013, margine insuperato verso una libert\u00e0 inconsistente. E l\u2019estate stessa, evocata nell\u2019ultima strofe, non \u00e8 che il detestabile emblema dell\u2019esplosione della vita, e forse anche per questo, nei versi conclusivi di <em>Ancora dalla clinica <\/em>(e del libro, in <em>Evocazione<\/em>), Canali dice di rimpiangere il gelo dell\u2019inverno, quella stagione, in una inversione di climi interiori, anteriore al gi\u00e0 leopardiano \u00abapparir del vero\u00bb. E quando l\u2019inverno verr\u00e0 \u00abcon i tuoi guai, \/ ti potremo anche \/ maledire\u00bb. \u00abAllora sar\u00e0 indifferente, credo, \/ resistere o cedere alle mattutine \/ serenate della morte o all\u2019abbraccio \/ della vita\u00bb<span id='easy-footnote-34-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-34-9807' title='L. Canali, &lt;em&gt;Anticlimax&lt;\/em&gt;, Cosenza, Edizioni Orizzonti Meridionali, 1999, XXIX, p. 38. Riedito nel 2014 dalla Biblioteca dei Leoni, &lt;em&gt;Introduzione &lt;\/em&gt;e cura di Paolo Ruffilli.'><sup>34<\/sup><\/a><\/span>. Quindi non c\u2019\u00e8 stagione che valga, la sindrome depressiva non \u00e8 un disturbo affettivo ambientale o stagionale ma un fatto strutturale, dir\u00e0 pi\u00f9 volte Ottieri lungo <em>Il poema osceno<\/em>, quasi in risposta alle illusioni che gli addetti ai lavori tentano di instillare negli psiconevrotici o negli alienati, a seconda del loro quadro psicologico, o della loro caratterizzazione clinica: \u00abIl dottore \u00e8 sempre supposto \/ sapere pi\u00f9 di te, \/ perci\u00f2 ci vai, \/ ma tu ormai rischi \/ sapere pi\u00f9 del dottore\u00bb<span id='easy-footnote-35-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-35-9807' title='O. Ottieri, &lt;em&gt;Il poema osceno&lt;\/em&gt;, cit., p. 134.'><sup>35<\/sup><\/a><\/span>. Ancora Ottieri: \u00abLa morbosit\u00e0 nervosa e mentale \u00e8 appunto un intrico di radici il cui misterioso affondare \u00e8 spesso l\u2019anima della malattia. Malattia \u00e8 il non sapere mai tutte le cause, \u00e8 il buio smarrimento del senso dei precedenti, della \u2018ragione\u2019 o delle \u2018ragioni\u2019 dei legami chiari e innocenti con la realt\u00e0; per questo la psicoterapia non \u00e8 che il loro inseguimento all\u2019infinito\u00bb<span id='easy-footnote-36-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-36-9807' title='Id., &lt;em&gt;L\u2019irrealt\u00e0 quotidiana&lt;\/em&gt;, Parma, Guanda, 2004, p. 66.'><sup>36<\/sup><\/a><\/span>. <br>\nIn <em>Sur<\/em> <em>la<\/em> <em>lecture<\/em>, quella poco ortodossa introduzione alla sua traduzione di <em>Sesame and Lilies<\/em> di John Ruskin, Proust, tra le altre cose, scriveva che ci sono \u00abcasi patologici per cos\u00ec dire, di depressione spirituale in cui la lettura pu\u00f2 diventare una sorta di disciplina terapeutica\u00bb. La lettura pu\u00f2 costituire un trattamento psicoterapico perch\u00e9 ha il potere di scuotere da quell\u2019essenziale apatia, da quell\u2019accidia indolente da cui il soggetto disforico non riesce a trarsi con le sue sole forze. Stimolo che proviene da un intervento esterno, da esercitarsi nella solitudine (che tuttavia Canali diceva di non amare), lontani dalla conversazione mondana che \u00e8 all\u2019origine del tempo perso. \u00c8 in un contesto di separatezza e di asocialit\u00e0 che in individui d\u2019eccezione \u2013 com\u2019\u00e8 stato Luca Canali \u2013 pu\u00f2 risvegliarsi una qualche \u00abattivit\u00e0 creatrice\u00bb, originale: dietro \u00abl\u2019impulso di un\u2019altra mente, ma accolto in piena solitudine\u00bb<span id='easy-footnote-37-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-37-9807' title='M. Proust, &lt;em&gt;Sur&lt;\/em&gt; &lt;em&gt;la&lt;\/em&gt; &lt;em&gt;lecture&lt;\/em&gt;, introduzione alla sua traduzione di &lt;em&gt;Sesame and Lilies&lt;\/em&gt; (1906) di John Ruskin, ora in Id., &lt;em&gt;Il piacere della lettura&lt;\/em&gt;, tr. it. e postfazione (&lt;em&gt;Proust e la traduzione&lt;\/em&gt;) di D. Feroldi, prefazione (&lt;em&gt;\u00abIl nostro cuore cambia\u00bb: Proust e le rivelazioni della lettura&lt;\/em&gt;) di E. Trevi, Milano, Feltrinelli, 2016, pp. 39-40.'><sup>37<\/sup><\/a><\/span>. Come dire, l\u2019essenza della lettura secondo Proust. La quale, se vuole essere un\u2019esortazione o un richiamo a colmare un difetto del volere, non pu\u00f2 permettersi di ingenerare fenomeni bovarystici di istituzione di identit\u00e0 sostitutive. Alcune idee di Proust sulla lettura si addicono al caso di Canali, dei cui disagi per altro sappiamo soltanto ci\u00f2 che egli ha scritto o ha detto pubblicamente. Conosciamo per\u00f2 la sua opera dotta e molteplice. E forse quello che non ha fatto la psicoterapia \u00e8 riuscito a farlo proprio la lettura. Latinista insigne, scrive un libro<span id='easy-footnote-38-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-38-9807' title='L. Canali,  &lt;em&gt;Ognuno soffre la sua ombra. Da Catullo a Giovenale: i grandi nevrotici della&lt;\/em&gt; &lt;em&gt;poesia latina&lt;\/em&gt;, Milano, Bompiani, 2003.'><sup>38<\/sup><\/a><\/span> singolare, dove sottopone ad analisi sette poeti latini che spiccano per l\u2019alto grado di complessit\u00e0 delle loro opere, autori cui \u00e8 restituita una vita reale, quella di antieroi del nostro evo. Quindi non c\u2019\u00e8 confronto con il mito, ma con una sensibilit\u00e0 resa moderna dall\u2019introduzione dell\u2019inconscio. Nel setting comunque intemporale, remoto nel tempo e nello spazio, in cui avvengono questi incontri, questi dialoghi composti di storia e di invenzione, scopriamo infatti che anche a una distanza infinita \u00abognuno soffre la sua ombra\u00bb. Da Lucrezio a Catullo agli elegiaci, il mellifluo ma esiziale <em>amatorium poculum<\/em> (come nel mito biografico tratteggiato da Girolamo nel <em>Chronicon<\/em>) ha assunto le tinte e gli aromi pi\u00f9 diversi. Dal trasporto e dallo stordimento alla malinconia dolcemente malata, dalla sensualit\u00e0 e dalla seduzione venate di mondana ironia all\u2019illusione spasmodica di un possesso carnale che proprio trovando il proprio compimento si dissolve nella tensione vana alla infinit\u00e0 della gioia.<br>\nE per riallacciarmi al discorso sul talora labilissimo discrimine tra salute e malattia, nonch\u00e9 sulla supposta compromissione cognitiva a causa della depressione, rimando ad alcune riflessioni di Canali \u2013 che pure aveva sostenuto l\u2019estraneit\u00e0 tra malessere psichico e creazione, screditando l\u2019ipotesi del soggetto genializzato ad opera della malattia, quindi l\u2019equazione malato-<em>voyant<\/em>, e indirettamente anche la stretta affinit\u00e0, di cui parla Freud, tra artista e nevrotico \u2013 apparse nel 1964 sul \u00abContemporaneo\u00bb. <br><br>\n<span class=\"quote\">\n\n\u00c8 stato pi\u00f9 volte asserito che i morbi del corpo e dell\u2019anima fanno velo alle facolt\u00e0 razionali, e che non di rado i loro fantasmi sono scambiati dai medesimi infermi pensanti per ferrate costruzioni logiche, laddove invece essi divergono al massimo nella loro allucinata certezza dalla realt\u00e0 delle condizioni oggettive. Cos\u00ec, secondo tale proposizione, le neurosi e i deliri, per non parlare di pi\u00f9 tangibili guasti organici, sublimando in concezione del mondo possono tutt\u2019al pi\u00f9 costituire la base di una poetica, o comunque un\u2019immaginazione privata, ma non l\u2019avvio ad un processo conoscitivo. Al contrario io mi chiedo se la salute, cio\u00e8 il perfetto equilibrio corporeo, l\u2019inavvertito ciclo delle funzioni e il fluire dei processi mentali negli argini di una realt\u00e0 convenuta, non elimini quell\u2019attrito col mondo, quel continuo arrovellarsi in se stessi, quell\u2019aberrare dai pensieri comuni da cui discende in ultima analisi la capacit\u00e0 di intravedere oltre i limiti della relativit\u00e0 funzionale qualche barlume di verit\u00e0 pi\u00f9 diffusa. Comprendo bene che la salute, in tal modo definita, sia il pi\u00f9 efficace strumento di attacco, o quantomeno di attiva difesa, in una societ\u00e0 in cui la lotta spietata \u00e8 divenuta condizione di vita; e che un corpo e una mente ben sani, senza aritmie e senza ingorghi siano i mezzi pi\u00f9 adatti a sussistere, a smemorarsi nella selvaggia felicit\u00e0 delle azioni, nella ottusa ma onorevole beatitudine delle idee strumentali, nel deciso procedere, nell\u2019imperturbabile fede nell\u2019apparenza delle cose, insomma nella propria saldezza animale neppure sfiorata dal sospetto che quel livello, quella dimensione, quel profilo siano soltanto una, neanche la pi\u00f9 attendibile, delle infinite ipotesi del mondo. [\u2026]. Ci sono  momenti in cui sembra estremamente facile vivere come gli altri, spensierati e persino in eccellente salute: basterebbe rompere quell\u2019attrito con la societ\u00e0 e con gli individui in essa integrati, uniformarsi alle loro consuetudini, alle loro leggi, ai loro commerci e balordi ideali, distendersi insomma e galleggiare nella corrente; ma come desiderare ci\u00f2, se questa resa tranquillante (l\u2019unico vero tranquillante delle terapie moderne) esaurisce al contempo la volont\u00e0 di battersi, di riflettere, di comunicare e sia pure di distruggersi in un urto continuo e senza speranza? Senza speranza, appunto, come un morbo incurabile che nell\u2019epidemico ottuso benessere sia l\u2019unica forma superstite di stravolta salute. Ed ecco perci\u00f2 quelle perversioni e quei morbi risolversi in ribelle affermazione di vita, in una sorta di rivoluzione privata, sia pure votata alla disfatta dell\u2019io.<span id='easy-footnote-39-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-39-9807' title='Id., &lt;em&gt;Il silenzio delle pulci&lt;\/em&gt;, estratto da \u00abIl Contemporaneo\u00bb del N. 75-76, Milano, Parenti,  1964.'><sup>39<\/sup><\/a><\/span> \n\n<\/span>\n<br><br>\nMolto emblematicamente, ad esergo a queste sue riflessioni Canali ha posto un punto del <em>Tractatus<\/em> di Wittgenstein. \u00abPer una risposta che non si pu\u00f2 esprimere, nemmeno si pu\u00f2 formulare la domanda. L\u2019<em>enigma<\/em> non c\u2019\u00e8\u2026 Noi sentiamo che se tutte le <em>possibili<\/em> domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati. Certo, non rimane allora alcuna domanda; e questa \u00e8 appunto la risposta. Il problema della vita si risolve quando svanisce. (Non \u00e8 questa la ragione perch\u00e9 uomini, cui, dopo lungo dubitare, il senso della vita divenne chiaro, non seppero dire in che consistesse questo senso?)\u00bb<span id='easy-footnote-40-9807' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9807#easy-footnote-bottom-40-9807' title='L. Wittgenstein, &lt;em&gt;Tractatus logico-filosoficus&lt;\/em&gt; (1921), &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt; di B. Russel, tr. it. e cura di G.C.M. Colombo, Milano-Roma, Bocca, 1954, \u00a7 6.52, pp. 283-285. L\u2019epigrafe del &lt;em&gt;Silenzio delle pulci&lt;\/em&gt; riproduce solo la parte centrale delle parole qui riportate.'><sup>40<\/sup><\/a><\/span>. <br>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Rileggere Luca Canali comporta un impegno ingente data la vastit\u00e0 della sua opera, che va da quella traduttiva e saggistica relativamente alla letteratura latina e alla storia romana alla critica letteraria, alla narrativa, alla poesia e al cinema. Ma comporta anche una riconsiderazione della cognizione della malattia, di quella malattia invisibile e insidiosa che \u00e8 la psiconevrosi o la depressione. In seguito alla rilettura di <em>Ancora dalla clinica<\/em>, punto di partenza di queste pagine \u2013 ovviamente non competenti dal lato clinico, ma solo perplesse di fronte ad autori insigni annoverati tra i malati \u2013<em>,<\/em> si possono misurare l\u2019insufficienza di vecchi stereotipi, l\u2019inadeguatezza di alcuni mezzi di cura, il sostanziale stallo rispetto agli anni Settanta (che sono lo sfondo ai versi di Canali, versi che ne sono essi stessi la denuncia). Il che fa riflettere sia sull\u2019esistenza o meno di una cura per i disturbi psichici, sia sulla variegatezza estrema della mente umana che non permette medicamenti <em>ad hoc<\/em>. Ma tornano anche gli interrogativi romantici circa l\u2019ipotesi di un soggetto genializzato dalla malattia, o se la malattia pu\u00f2 essere uno scarto dalla norma. Nel qual caso ci si chieder\u00e0 quale possa essere la norma. L\u2019adesione allo standard della propria comunit\u00e0? Per rispondere ad alcune questioni viene addotto qualche paradigma letterario, dall\u2019antichit\u00e0 a oggi, per certi versi come Canali stesso fece in un suo libro singolarissimo, trasportando gli antichi quasi in terapia. E in quella sede risult\u00f2 che in ogni tempo della storia ognuno soffre la propria ombra. Personalmente sottoscriverei le idee di Watzlawick, quelle di Canali nel \u00abContemporaneo\u00bb e alcuni lampi di Ottieri, come lo sprofondare nell\u2019autocoscienza riflessiva, l\u2019assimilazione, quindi, della nevrosi a una \u00abmalattia dell\u2019autocoscienza esagerata\u00bb.","protected":false},"author":23,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[2],"tags":[698,661,699],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9807"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/23"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=9807"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9807\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":10053,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9807\/revisions\/10053"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=9807"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=9807"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=9807"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}