{"id":9728,"date":"2021-12-17T18:14:58","date_gmt":"2021-12-17T17:14:58","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9728"},"modified":"2025-07-29T19:33:37","modified_gmt":"2025-07-29T17:33:37","slug":"verso-un-ritratto-svecchiato-di-jean-de-la-fontaine-per-i-400-anni-dalla-nascita-di-un-favolista-irrequieto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=9728","title":{"rendered":"Verso un ritratto svecchiato di Jean de La Fontaine. Per i 400 anni dalla nascita di un favolista irrequieto"},"content":{"rendered":"\n<br><br><span class=\"quote\">\n\nLa Fontaine amava le parole e sapeva sceglierle. Solo a questo prezzo si \u00e8 scrittori. Le parole sono idee: si ragiona esattamente soltanto con una sintassi rigorosa e un vocabolario preciso. Credo che il miglior popolo del mondo sia quello che possiede la miglior sintassi. Accade sovente che gli uomini si scannino fra loro a causa di parole che non intendono. Si abbraccerebbero se potessero comprendersi. Nulla giova al progresso dello spirito umano quanto un buon dizionario, capace di spiegare tutto&#8230;\n<br>\nAnatole France, <em>Il genio latino<\/em>, 1913, \n<br><br>\nUn libro su La Fontaine resta difficile scriverlo a causa della stessa facilit\u00e0 con cui esso si presenta in un primo momento alla nostra immaginazione di lettori.\n<br>\nGiovanni Macchia, <em>Gli anni dell&#8217;attesa<\/em>, 1987\n<br><br>\nHa saputo essere un grande immaginativo e, contro i cartesiani, un grande avvocato del sogno, della fantasia, delle visioni, senza tuttavia cessar di compiere il suo dovere di educatore del senso comune. Ha saputo essere un grande erudito, un uomo della memoria e della tradizione letterarie senza sembrarlo affatto, e ha saputo dare ai Francesi un equivalente degli <em>Adagia<\/em> erasmiani senza che loro ne fossero consapevoli: al di l\u00e0 della loro affabilit\u00e0, le <em>Favole<\/em> riassumono diversi millenni d&#8217;esperienza letteraria in diverse lingue e li mettono nel bagaglio culturale di ogni giovane di Francia.\n<br>\nMarc Fumaroli, <em>La diplomatie de l&#8217;esprit. De Montaigne \u00e0 La Fontaine<\/em>, 1998 \n<\/span><br><br>\n\n\n\tReputo che Jean-Jacques Rousseau non s\u2019ingannasse allorch\u00e9, in un passo sin troppo citato del secondo libro dell&#8217;<em>\u00c9mile<\/em> (1762), stimava le <em>Fables <\/em>di Jean de La Fontaine \u2013 di certo una delle pi\u00f9 celebri e ammirate raccolte del genere, specie nel Settecento europeo \u2013 una lettura ben poco adatta alle tenere menti dei fanciulli. Le vivaci, acri e, in qualche caso, pressoch\u00e9 inafferrabili &#8220;<em>lectiones<\/em>&#8221; offerte da questo capolavoro assoluto di finezza insieme speculativa e artistica, infatti, non potrebbero essere davvero utili a un bambino che, beninteso, non pu\u00f2 ancora disporre, ieri come oggi, degli strumenti interpretativi, culturali ed esperienziali necessari per valutarle adeguatamente. <br>\n\tRitengo d\u2019altro canto che le <em>Favole <\/em>del grande scrittore e <em>moraliste<\/em> secentesco costituiscano un testo quanto mai indicato e stimolante per un adolescente, ovverosia \u2013 in termini meno vaghi e ambigui \u2013 per qualsivoglia persona di cultura che si avvicina alla prima et\u00e0 adulta. Da questi acuti, sottili, artiglianti componimenti in versi, infatti, la sua individualit\u00e0 \u2013 ancor giovane, certo, ma gi\u00e0 sufficientemente attrezzata e smaliziata \u2013 pu\u00f2 trarre, oltre a un diletto sapido e duraturo, anche un buon numero di osservazioni, riflessioni e consigli di carattere prettamente morale ed etico-civile. <br>\n\tIn verit\u00e0, coi suoi versi graziosi e cesellati, La Fontaine svela a ogni lettore non distratto o assopito le tristi realt\u00e0 che spesso si nascondono dietro le apparenze pi\u00f9 invitanti e sorridenti, le troppe iniquit\u00e0 presenti non solo nella societ\u00e0 del suo secolo, ma in qualsivoglia contesto storico, la sconcertante, ferina bassezza a cui pu\u00f2 giungere la natura umana e le diverse, eterogenee manie che accompagnano, <em>variatis variandis<\/em>, il percorso esistenziale di ogni individuo. A parlar schietto, il lettore di una certa manualistica di ieri e di oggi scritta, pi\u00f9 o meno consapevolmente, <em>ad usum Delphini<\/em> potrebbe rimanere attonito ed esterrefatto contemplando, finalmente, la visione foscamente pessimistica sia della natura umana sia, parallelamente, della storia e della politica, che tante volte traspare dal senso fondo e complessivo dei suoi migliori microcosmi poietici. \u00abIl filo rosso [della violenza tipica della societ\u00e0 secentesca, nonch\u00e9 del potere in senso universale] \u2013 ha osservato di recente (2017) non senza impeccabili riferimenti pascaliani Luca Pietromarchi, ammirevole traduttore e interprete, fra il resto, delle <em>Favole<\/em> \u2013 attraversa tutta la raccolta e investe ogni ambito: dietro i suoi fondali arcadici e campestri, il mondo delle <em>Favole<\/em> nasconde la pi\u00f9 selvaggia delle giungle. \u00e8 uno spazio di ferocia sui cui sentieri s&#8217;incontrano leoni e lupi che seminano il terrore, volpi e gatti che esercitano il potere con l&#8217;astuzia, l&#8217;inganno e la menzogna. Che siano in veste di rane, di topi o di tordi, i deboli vi sono sempre minacciati di sterminio. [&#8230;] Ne risulta, nello specchio dell&#8217;animalit\u00e0, l&#8217;immagine di un&#8217;umanit\u00e0 senza redenzione, fissata una volta per tutte nella celebre definizione plautina che attinge allo stesso ambito metaforico: \u00abhomo homini lupus est\u00bb. [&#8230;] La grandezza che le favole designano come strumento di salvezza, comunque sempre precaria, contro l&#8217;oppressione e l&#8217;ingiustizia \u00e8 quella delle piccole virt\u00f9 proprie ai piccoli animali: l&#8217;astuzia e la parsimonia, la diffidenza e la prudenza, l&#8217;operosit\u00e0 e la solidariet\u00e0\u00bb. <br>\n\tIl letterato francese, dunque, non si limita a descrivere icasticamente \u00abl\u2019aspra tragedia de lo stato umano\u00bb, le tante maniere in cui si manifesta la <em>miseria hominis<\/em> e la triste e (sovente) scandalosa ingiustizia della realt\u00e0, ma propone altres\u00ec, come test\u00e9 accennato, un repertorio di suggerimenti che, alieni da ogni moralismo pedantesco o bacchettone, possono aiutare concretamente il lettore a districarsi e orientarsi prima nei meandri della propria interiorit\u00e0 (la tanto auspicata conoscenza di s\u00e9\u2026), poi nel flusso vorticoso, irrefrenabile, crudele della societ\u00e0. <br>\n\tLa breve e modesta guida alle <em>Favole <\/em>che offro in queste paginette si differenzia tanto da quella del rigoroso Couton (1962) \u2013 cos\u00ec preciso e convincente nell\u2019individuazione delle fonti pi\u00f9 probabili dell\u2019opera e nella messa a fuoco di molti dei suoi capisaldi ideologici \u2013 quanto da quella tuttora ammirevole di Vittorio Lugli (1958) \u2013 saggista di superba finezza che, in tale occasione, si mostr\u00f2 peraltro attento in special modo agli aspetti pi\u00f9 propriamente stilistici dei componimenti \u2013, poich\u00e9 vuole porre l\u2019accento sul loro valore morale che (non solo a mio avviso) \u00e8 di centrale importanza per comprenderne il significato pi\u00f9 autentico. Si tenga presente, infatti, che lo scrittore francese non voleva soltanto appagare, divertire e informare il suo pubblico, ma aspirava altres\u00ec a formarlo e migliorarlo, insegnandogli piacevolmente un\u2019\u201carte di vivere\u201d serena, moderata e lontana da qualsivoglia fanatismo. <br>\n\tIl ritrattista letterario che aspiri a delineare un profilo convincente e, per quanto possibile, fedele di Jean de La Fontaine \u00e8 costretto a fronteggiare non piccole difficolt\u00e0. In verit\u00e0, questo letterato a un tempo brillante e atrabiliare, sulla cui biografia si sono costruite troppe leggende, sfugge a ogni formula che miri a definirlo in termini chiari e distinti. <br>\n\tDietro una maschera (ch\u2019egli stesso, peraltro, contribu\u00ec ad accreditare) di uomo di lettere sognatore, distratto, pigro e mattacchione, si nasconde in realt\u00e0 un temperamento inquieto, tormentato e non sempre limpido. La sua vita presenta, senza dubbio, non poche e non esigue contraddizioni, che rifluiscono, almeno in parte, anche nelle sue varie e policrome opere: amava l\u2019irregolarit\u00e0 dell\u2019asimmetria, ma apprezzava altres\u00ec l\u2019ordine simmetrico (questo amore-odio per la simmetria, a dire il vero, ci pare emblematico non solo del suo gusto, ma dell\u2019intera sua personalit\u00e0); si autodefiniva indolente e accidioso, ma non poteva fare a meno di vagabondare senza posa in ambienti sempre nuovi e diversi; voleva apparire spensierato, distratto e un po\u2019 sonnacchioso, ma di fatto desiderava conseguire, in virt\u00f9 dei suoi versi e delle sue prose, mete ambiziose ed ardue quali successo, fama e immortalit\u00e0; affermava di dilettarsi nel riposo e nell\u2019ozio, ma \u2013 come ha ben dimostrato, ormai molti decenni or sono, Paul Val\u00e9ry (1921) in un arabesco critico eloquente \u2013 i suoi versi testimoniano un travaglio di ricerca stilistica rigoroso e infaticabile, degno del pi\u00f9 esigente e scaltrito fra i classici. Apprezzava ed emulava i poeti contemporanei, ma considerava suoi mentori artistici, oltre a imprescindibili classici greci e latini, autori <em>demod\u00e9s <\/em>quali Marot e i suoi discepoli, nonch\u00e9 Rabelais \u2013 immenso e immortale soltanto dal Romanticismo in poi&#8230; \u2013 e altri prosatori del Cinquecento europeo che, disgraziatamente, da decenni sono perlopi\u00f9 frequentati soltanto da specialisti; adorava poi l\u2019ordinato, terso e controllato nitore dello stile classico, antico e moderno, ma non rifiutava (anzi, accoglieva e praticava) le bizzarre e cangianti fantasie di un Barocco ormai al tramonto. <br>\n\tSosteneva, ancora, di amare la calma riflessiva della solitudine dei boschi e dei campi, ma non seppe mai rinunciare al commercio umano, alle sue mille amicizie (frequent\u00f2 infatti non solo nobili, scrittori, filosofi, ecclesiastici e magistrati, ma anche libertini, donne ambigue d\u2019ogni et\u00e0, gente del popolo e dei campi); aspirava alla tranquillit\u00e0 campestre, ma, una volta isolatosi, non riusciva a sopportarsi. Raccomandava, soprattutto nelle <em>Favole, <\/em>una saggezza ragionevole e composta, ma la sua condotta fu, spesse volte, tutt\u2019altro che conforme ai suoi pur sfumati precetti; si scagli\u00f2, talora ferocemente, contro la Corte e i cortigiani, ma egli stesso si dimostr\u00f2 in pi\u00f9 circostanze adulatore (a dire il vero, in certi casi piuttosto goffo e maldestro) dei potenti; non disdegnava la bella vita e le compagnie discutibili, ma seppe essere (soprattutto negli ultimi anni) cristiano non solo sincero, ma tanto fervente da portare il cilicio. Scriveva racconti d\u2019argomento quasi osceno, ma cantava contemporaneamente le virt\u00f9 cristiane della padronanza di s\u00e9 e della castit\u00e0. Navig\u00f2 fin quasi alla senilit\u00e0 nel dolce mare \u00abche sempre ricomincia\u00bb (alludo al Val\u00e9ry poeta, naturalmente) delle volutt\u00e0, ma tremava \u2013 in special modo all\u2019approssimarsi dell\u2019ora fatale \u2013 pensando al giudizio di Dio e ai tormenti della dannazione; caldeggiava una morale utilitaria e disincantata, ma credette <em>toto corde <\/em>in alti valori quali l\u2019amicizia e la solidariet\u00e0. Nelle <em>Favole <\/em>vuole dare consigli coscienziosi e savi ammaestramenti, ergendosi cos\u00ec a educatore, ma in molti <em>Racconti <\/em>si rivela scrittore licenzioso e <em>os\u00e9 <\/em>\u2013 per non dire scollacciato e quasi triviale. <br>\n\tChi era dunque Jean de La Fontaine? Un immorale libertino, pentito solamente <em>in articulo mortis<\/em>, un maldestro adulatore di provincia, un allegrone egoista ed edonista, un debole geniale e svagato, un falso distratto, un moralista un po\u2019 ipocrita, un artista melancolico prossimo a qualche nevrosi, un &#8220;filosofo di campagna&#8221; in potenza e, alle volte, in atto, un <em>puer aeternus<\/em>, un dongiovanni frustrato e disilluso? <br>\n\tNessuna di queste definizioni riduttive e semplificanti, come anticipato, si attaglia a siffatta individualit\u00e0 irrequieta che, a disagio con se stessa e con il mondo, ha cercato di convivere con le proprie travagliose inquietudini nella maniera il pi\u00f9 possibile piacevole e gratificante. <br>\n\tConviene cos\u00ec lasciare la parola a Giovanni Macchia (1967) che, anche in grazia di una lunga, irrequieta meditazione degli <em>opera omnia<\/em>, mi pare ancor oggi voce imprescindibile circa la psicologia labirintica e metamorfica del nostro <em>homme de lettres<\/em>:\n<br><br><span class=\"quote\">\n\tE l&#8217;autore? Dietro le <em>sue<\/em> quinte \u00e8 il personaggio pi\u00f9 difficile a definire. E penso che sia consigliabile non tirarlo fuori dalla sua ombra. Sorprendiamolo se mai in alcuni suoi atteggiamenti. [&#8230;] Malinconia. Senso vago di ci\u00f2 che \u00e8 fuggevole, insidiato dal tempo, ma da cui la bellezza ha come un riflesso pi\u00f9 intenso. Sgomento lieve sulla fine di tutto, della bellezza e dell&#8217;amore. Dalle quinte del suo teatrino, La Fontaine pensa forse che in lui non viveva soltanto il pratico topolino sedentario. Egli somigliava anche all&#8217;agile piccione, a uno dei suoi due piccioni innamorati, o c&#8217;erano tutti e due nella sua anima, quello che non si sarebbe mosso dal nido, e l&#8217;altro dall&#8217;umore inquieto, che sognava paesaggi in lontani paesi, a cui bastavano pochi giorni di avventure per calmargli l&#8217;animo.\n<\/span><br><br>\nSiffatta illuminante valutazione complessiva \u00e8 stata, in qualche misura, aggiornata e articolata da Georges Forestier (1993), uno dei migliori esperti viventi del miglior Seicento francese:\n<br><br><span class=\"quote\">\nNon si finirebbe mai di enumerare l&#8217;insieme delle sue contraddizioni: gusto per l&#8217;indipendenza e costante dipendenza economica, ironia nei confronti delle ambizioni umane e desiderio di riuscire nella propria carriera d&#8217;autore, ricerca della volutt\u00e0 e propensioni alla penitenza, pubblicazione quasi simultanea di componimenti religiosi e della pi\u00f9 licenziosa delle sue raccolte di <em>Contes<\/em>, fierezza di fare qualcosa di nuovo con le sue <em>Fables<\/em> e schieramento nel campo degli &#8220;Antichi&#8221; contro i &#8220;Moderni&#8221; e cosi via. Tali contraddizioni, se da un lato hanno evitato all&#8217;uomo la tragedia che la sua vita sarebbe potuta diventare nel caso egli fosse rimasto fino all&#8217;ultimo incondizionatamente fedele a Foucquet, dall&#8217;altro non sono sicuramente da attribuirsi a un doppio gioco libertino: esse stanno piuttosto alla base di un&#8217;opera multiforme, e appaiono in larga misura come il riflesso di un carattere. Ma non bisogna dimenticare che sono anche il riflesso di un secolo: il Seicento \u00e8 il secolo del libertinaggio e il secolo dei santi; \u00e8 il secolo dello splendore alla Luigi XIV e dell&#8217;austerit\u00e0 di Port-Royal; il secolo della tragedia regolare sempre pi\u00f9 spoglia e dell&#8217;opera&#8230; \n<\/span><br><br>\n\tPienamente consapevole di molte carenze etico-spirituali sue ed altrui, La Fontaine tent\u00f2 comunque di elaborare una morale realista (ma non cinica) e piena di buon senso, proporzionata alle numerose e variegate debolezze umane. Epicureo privo di magnanime illusioni e di grandi speranze \u2013 cos\u00ec appare, perlomeno, nei suoi capolavori \u2013 non pot\u00e9 far proprio il virile e perseverante razionalismo dell\u2019etica neostoica o comunque stoicheggiante ancora assai diffusa, come risaputo, nel Seicento. Pur scarsamente dotato di autodisciplina e di costanza, questo scrittore, che lasci\u00f2 incompiute o frammentarie diverse sue opere, manifest\u00f2 peraltro in pi\u00f9 occasioni una generosa e intensa umanit\u00e0, che gli permise di comprendere (non gi\u00e0 di scusare o giustificare) le bassezze sue e dei suoi simili. <br>\n\t\tArtigiano peritissimo del verso e abile prosatore, evoc\u00f2 con maliziosa finezza, soave precisione e sensibilit\u00e0 squisita, situazioni e caratteri, paesaggi e stati d\u2019animo, animali e oggetti, piante e palazzi, conflitti e idilli, amore e odio, gioia e dolore, vita e morte. <br>\n\tI suoi personalissimi versi \u2013 soltanto in apparenza semplici e senz\u2019altro classici, nonostante quella loro varia irregolarit\u00e0 che sbalord\u00ec e sconcert\u00f2 non solo i pedanti della sua epoca \u2013 rappresentarono il mezzo espressivo pi\u00f9 adatto per un artista insieme bizzarro, sbarazzino, erudito e ferreo, quale fu, e in parte si compiacque di essere, Jean de La Fontaine. <br>\n\tRiguardo all\u2019inquietudine del poeta, Pierre Clarac (1961) ha scritto penetranti considerazioni:\n<br><br><span class=\"quote\">\nInqui\u00e8te, c\u2019est le mot qui, de lui-m\u00eame vient sous sa plume, toutes les fois qu\u2019il parle de son \u00e2me. Il ne s\u2019agit pas, on l\u2019entend, d\u2019un tourment philosophique ou religieux, d\u2019une angoisse romantique, mais d\u2019un incessant besoin de changement et de nouveaut\u00e9, du refus de se fixer o\u00f9 que ce soit, de s\u2019enfermer dans un genre, d\u2019adopter un syst\u00e8me, de se soumettre \u00e0 une discipline, de renoncer \u00e0 rien de ce qui le tente ou l\u2019amuse. \n<\/span><br><br>\n\n \n\tPrima di accennare ad alcuni temi e problemi centrali delle <em>Favole <\/em>di La Fontaine, pare utile fornire o rammentare al lettore alcuni dati fondamentali sul genere letterario della<em> favola. <\/em><br>\n\tLa favola \u00e8 una breve narrazione in prosa o in versi che, diversamente dalla fiaba, viene composta a fini scopertamente morali: il favolista, infatti, vuole spingere il suo \u201cuditorio\u201d tanto a guardarsi dentro, con occhio franco e disincantato, per migliorarsi, quanto a scrutare il profilo autentico dei rapporti sociali, le loro leggi e le loro vergogne. <br>\n\tAttori in quel microteatro che ogni favola rappresenta sono quasi sempre gli animali, simboli evidenti e cristallini di virt\u00f9 e vizi squisitamente umani. Solo in casi sporadici i protagonisti delle favole sono uomini, dei od oggetti inanimati. Ogni favola ha poi una \u201cmorale\u201d: se esplicitamente enunciata, essa \u00e8 collocata, di solito, al termine della narrazione. <br>\n\tLa storia della favola occidentale (genere d\u2019origine popolare assurto a dignit\u00e0 letteraria soltanto nella Grecia del VI secolo a.C.) si suole fare iniziare da Esopo, figura leggendaria di schiavo frigio, deforme, ma saggio e avveduto, vissuto per l\u2019appunto nel VI secolo avanti Cristo. A lui \u00e8 attribuita una nutrita raccolta di favole dalle quali non \u00e8 arduo trarre una visione piuttosto pessimista e rassegnata (a tratti un po\u2019 cinica) del mondo e dell\u2019uomo. In una realt\u00e0 sociale ove comandano e spadroneggiano i pi\u00f9 forti, solo gli accorti e gli astuti possono sperare di sopravvivere. Solamente ottemperando ai moderati, semplici e concretissimi precetti di un\u2019etica quanto mai realistica nata da un\u2019aspra esperienza di vita, infatti, si pu\u00f2 sfuggire a inganni, sogni, ambizioni o illusioni che di certo si rivelerebbero pericolosi, se non fatali. <br>\n\tNell\u2019ambito della civilt\u00e0 romana, il modello esopico fu felicemente imitato da Fedro (I secolo a. C.), che scrisse cinque libri di <em>Favole <\/em>in versi latini (senari giambici). Pur accogliendo l&#8217;acidula morale di Esopo, egli arricch\u00ec i precedenti greci con le valenze di una comicit\u00e0 vivace, corposa e pittoresca. <br>\n\tOltre a questi due giganti, molti altri autori di minor notoriet\u00e0 e respiro si cimentarono, poi, nel genere: fra questi ci limitiamo a menzionare l\u2019orientale Valerio Babrio (II secolo d.C. ca.), che compose ben dieci libri di favole in scazonti greci, e Flavio Aviano che, vissuto al tramonto del IV secolo d.C., fu autore di quarantadue favole in distici elegiaci latini non troppo felici n\u00e9 originali. \n\tLa tradizione classica e tardo-classica conflu\u00ec, insieme con vari ed eterogenei apporti orientali (India, Arabia, Persia), nella favola medievale in cui l\u2019impegno pedagogico-morale si presenta peraltro pi\u00f9 marcato. <br>\n\tDopo un\u2019innegabile decadenza quattrocentesca, la favola rifior\u00ec nel Cinquecento e, nuovamente apprezzata da non pochi letterati europei, fu coltivata e amata anche da autori del calibro di Agnolo Firenzuola o di Cl\u00e9ment Marot. <br>\n\tNel Seicento, solamente La Fontaine, di fatto, seppe rielaborare e reinventare la miglior parte del <em>corpus <\/em>favolistico delle epoche antecedenti con grazia, finezza, ironia e \u2013 perch\u00e8 no \u2013 malizia tutte francesi. Solo in grazia del suo straordinario talento, la favola divenne un&#8217;opera d\u2019arte non esclusivamente utile, ma anche armoniosa, euritmica, speculativamente fonda e, non di rado, inflessibile quanto la <em>katana<\/em> di un valoroso samurai. <br>\n\tMa, in merito all&#8217;incomparabile arte compositiva di questo geniale, inafferrabile poligrafo, conviene ascoltare Lionello Sozzi: muovendosi superbamente tra una celebre quanto folgorante citazione sulle <em>Fables<\/em> tolta dal <em>Voyage au Congo<\/em> (1925) di Gide (\u00abCelui qui sait bien voir peut y trouver trace de tout; mais il faut un oeil averti, tant la touche, souvent, est l\u00e9g\u00e8re. C&#8217;est un miracle de culture. Sage comme Montaigne, sensible comme Mozart\u00bb), l&#8217;evocazione di un grande libro del &#8217;39 di Lugli (1885-1968) \u2013 carissimo, <em>inter alios<\/em>, a Trompeo, Macchia, Anceschi, Ezio Raimondi, nonch\u00e9 a parecchi insigni esegeti d&#8217;Oltralpe \u2013 e, infine, i migliori approdi della crenologia lafontainiana d&#8217;oggi, il maestro torinese ha sintetizzato da par suo in uno dei suoi ultimi volumi (2004): \n<br><br><span class=\"quote\">\n\tUn &#8220;miracolo di cultura&#8221;. Un critico italiano, Vittorio Lugli, ha parlato del &#8220;prodigio&#8221; di La Fontaine. Il prodigio consiste nell&#8217;apparenza d&#8217;ingenuit\u00e0, semplicit\u00e0, immediatezza di un linguaggio poetico che poi in realt\u00e0 tradisce, all&#8217;analisi, l&#8217;arte pi\u00f9 studiata e la preparazione pi\u00f9 puntigliosa. Chi si diverta allo studio delle &#8216;fonti&#8217; del nostro favolista (oggi si parlerebbe, a dire il vero, della loro &#8216;intertestualit\u00e0&#8217;), ha quasi l&#8217;impressione che, per ogni favola, La Fontaine sappia tutto, conosca tutto, abbia letto tutti gli antecedenti, Fedro ed Esopo, il <em>Romulus<\/em> medioevale e i predicatori del XII secolo, Aviano e Faerno, gli umanisti del Quattrocento e i novellatori del Cinquecento, Verdizzotti e l&#8217;anonimo di Nevelet, gli autori a lui contemporanei (ad esempio Mathurin R\u00e9gnier) e il <em>Livre des lumi\u00e8res<\/em> che esce nel Seicento sotto il nome del favolista indiano Pilpay, tanto certi particolari e determinati spunti sembrano legati a questo secolo o a quel modello, a questo o a quel precedente: si ha l&#8217;impressione che il favolista, che un&#8217;immagine di maniera ci dipinge pigro e assonnato, non componesse affatto le sue favole passeggiando bucolicamente tra prati e boschi, ma a tavolino, tra vecchi incunaboli e antichi manoscritti. \n<\/span><br><br>\n\tNel secolo successivo, e limitandoci solo all\u2019Italia, La Fontaine ebbe numerosi estimatori, imitatori e traduttori, fra i quali non possiamo non ricordare Tommaso Crudeli, Aurelio de&#8217; Giorgi Bert\u00f2la, Gasparo Gozzi, Lorenzo Pignotti, Luigi Fiacchi (pi\u00f9 noto con lo pseudonimo di Luigi Clasio), Giovanni Meli \u2013 l&#8217;insigne, poliedrico umanista palermitano amato sinceramente, <em>inter alios<\/em>, da Goethe \u2013 e il famoso e famigerato abate Giambattista Casti, autore, fra il resto, degli <em>Animali parlanti <\/em>(1794-1801), poema in ventisei canti colmi di motivi cupamente satirici.\n\n<br><br>\n\n\tAnche alla luce di quanto or ora argomentato, un aspetto della personalit\u00e0 di La Fontaine da rimarcare con particolare energia \u00e8 il suo amore appassionato e fedele per la lettura e i libri, sentimento che manifest\u00f2 in maniera coerente con la sua indole discontinua, inquieta e non priva di tratti decisamente nevrotici. In giovent\u00f9, divor\u00f2 con l\u2019entusiasmo del curioso che s\u2019inizia alle lettere l\u2019<em>Astr\u00e9e <\/em>di Honor\u00e9 d\u2019Urf\u00e9, il monumentale romanzo pastorale-galante traboccante non solo di descrizioni preziose e delicate, ma altres\u00ec di anatomie psicologiche (soprattutto circa i diversi momenti della passione amorosa) approfondite e sapienti. Non per caso un regista di cultura, sottigliezza ed eleganza straordinarie come Eric Rohmer ha dedicato all&#8217;immane narrazione il suo ultimo lungometraggio, <em>Les amours d&#8217;Astr\u00e9e et de C\u00e9ladon<\/em> (2007), che deve forse considerarsi un suo testamento spirituale. <br>\n\tNon disdegn\u00f2, inoltre, i ponderosi romanzi di Mademoiselle de Scud\u00e9ry, allora di gran moda, e fu alquanto sensibile sia ai versi algidi quanto cristallini di Malherbe, sia alla poesia lieve e aggraziata di Voiture, Th\u00e9ophile, Saint-Amant, Tristan l\u2019Hermite e degli altri lirici barocchi. <br>\n\tCome dianzi accennato, altri suoi <em>auctores<\/em> diletti furono poi le due figure pi\u00f9 simpatiche e scanzonate \u2013 con buona probabilit\u00e0 \u2013 del Rinascimento francese: il bizzarro e spiritoso poeta Cl\u00e9ment Marot (geniale nell\u2019arte dell\u2019apologo e abilissimo pittore di animali) e l\u2019accattivante medico-giurista-umanista e romanziere Fran\u00e7ois Rabelais. <br>\n\t\u00c8 noto poi che La Fontaine, attento lettore di pensatori antichi e moderni quali Platone, Lucrezio, Montaigne, Cartesio e soprattutto Gassendi, si dedic\u00f2 (specialmente nella maturit\u00e0 e in vecchiaia) a questioni di filosofia naturale (l\u2019anima degli animali, la circolazione sanguigna) e morale, nonch\u00e9 a problemi prettamente metafisici (il caso e la provvidenza, l&#8217;anima degli animali, la libert\u00e0 del volere umano, la conoscibilit\u00e0 del divino etc.). <br>\n\tSoprattutto la raccolta di <em>Fables <\/em>del 1678-79 (libri VII-XI) \u00e8 eloquente, come accennato, riguardo all\u2019ampiezza di tali suoi interessi che, pur non facendolo ancora assurgere al rango di <em>po\u00e8te-philosophe<\/em>, andarono ben al di l\u00e0 del mero dilettantismo d\u2019una conversazione salottiera. <br>\n\tI punti di riferimento principali e costanti di La Fontaine furono, comunque, i classici greci e (in special modo) latini, da lui sempre considerati figure mirabili e insuperate. Il loro alto e nobile magistero etico, artistico e spirituale rappresentava per il nostro umanista libertino e \u201cspettinato\u201d una schiera virtuosa di <em>exempla<\/em> da cui era impensabile prescindere. <br>\n\tFautore, ancorch\u00e9 atipico, degli Antichi nella celeberrima <em>Querelle des Anciens et des Modernes, <\/em>La Fontaine am\u00f2 Omero, Terenzio (si ricordi che la sua prima opera pubblicata fu un adattamento dell\u2019<em>Eunuco<\/em>),<em> <\/em>Virgilio, Ovidio (si pensi soltanto all&#8217;<em>Adonis<\/em>), Apuleio (dal quale trasse l&#8217;argomento delle <em>Amours de Psich\u00e9 et Cupidon<\/em>)<em>, <\/em>ma soprattutto Orazio, che apprezz\u00f2 tanto come maestro di stile che come maestro di vita: d\u2019altronde, l\u2019<em>aurea mediocritas <\/em>(ovvero, la serena mediet\u00e0) del poeta venosino rappresent\u00f2 per l\u2019inquieto e volubile La Fontaine un ideale sospirato, giammai di fatto pienamente raggiunto. <br>\n\tAvendo fin dalla giovinezza frequentato ambienti assai diversi (paesani, ecclesiastici, accademici, forensi, cortigiani\u2026), La Fontaine si rese ben presto conto della caleidoscopica, e spesso tagliente, complessit\u00e0 del reale, e non tard\u00f2 a intendere che, per districarsi nei meandri di un mondo come il suo, fatto di specchi deformanti e di apparenze ingannevoli, era pi\u00f9 che mai necessario munirsi di una guida solida e fidata. <br>\n\tSiccome, poi, sapeva ridere di se stesso e degli altri, non si lasci\u00f2 vincere dalla disperazione e dallo sconforto (contrariamente a certi suoi contemporanei) allorch\u00e9 prese coscienza, dopo lunghe e ponderate osservazioni, della crudele meschinit\u00e0 dei suoi simili, dominati e spesso travolti da irrefrenabili e divoranti passioni. Anzi, curioso, caustico e arguto com\u2019era, si divert\u00ec a esaminare minuziosamente le loro mille e mille cadute morali di varia natura (vanit\u00e0, orgoglio, ira, sensualit\u00e0 incontrollata etc.), smascherando cos\u00ec, con la finezza del cesellatore, anche alcuni tratti reconditi e oscuri del cuore umano. <br>\n\tTutto questo repertorio di analisi sulla psicologia non solo del singolo, ma anche della massa, rifluisce nel suo capolavoro, le <em>Favole<\/em>. Dietro le opulente dorature, i fasti scintillanti e la gran pompa del &#8220;secolo di Luigi XIV&#8221;, si celavano infatti sopraffazioni, violenze, menzogne, invidie, gelosie, tradimenti e ipocrisie d\u2019ogni sorta. <br>\n\tCome difendersi (o meglio, salvarsi) da un contesto sociale tanto ambiguo, infido e pericoloso? Secondo il nostro smaliziato affabulatore, l\u2019unica via di scampo poteva ritrovarsi, appunto, in una guida morale sicura e affidabile, in grado cio\u00e8 sia di strappar la maschera alle esteriorit\u00e0 ammalianti e bugiarde, sia di dirigere la condotta in maniera pi\u00f9 accorta ed equilibrata. Solo diffidando degli uomini (di molti, se non di tutti), e in primo luogo di se stessi, e fondando il proprio comportamento su regole umane e moderate, lontane da ogni slancio eroico \u2013 pare suggerire La Fontaine \u2013 \u00e8 possibile raggiungere quella serenit\u00e0 cui egli stesso aspir\u00f2 (peraltro invano), se non sempre, di certo per buona parte della sua vita. <br>\n\t\u00c8 risaputo che lo scrittore, soprattutto all\u2019epoca dei primi sei libri delle <em>Favole, <\/em>fece proprie e divulg\u00f2 la morale e, pi\u00f9 in generale, la <em>Weltanschauung <\/em>caratteristiche della tradizione favolistica greca e latina: esse, come \u00e8 noto, costituiscono il precipitato di secoli e secoli di vissuti dolorosi e traumatici, patiti da individui schiacciati, oppressi o raggirati da altri pi\u00f9 potenti, scaltri o crudeli. <br>\n\tLo sguardo di La Fontaine, ora benevolo ora impietoso, analizza con un realismo che si propone di essere obiettivo, e in certi casi sferzante, il complesso contesto sociale: egli offre cos\u00ec, dietro la finzione dell\u2019apologo e le maschere degli animali, ritratti felicissimi e precisi tanto degli umili (contadini o plebe urbana), vinti sempre gravati da dolori, sventure e soprusi, quanto dei \u201cgrandi\u201d (nobili, ecclesiastici, giuristi, medici\u2026) che, avidi e mai sazi di piaceri e di potere, non perdono occasione per sfruttare brutalmente i pi\u00f9 deboli. Questi, dal canto loro, possono sperare di salvarsi soltanto se si dimostrano cauti o astuti: una sola distrazione, infatti, potrebbe rivelarsi fatale per loro. <br>\n\tLe <em>Favole <\/em>di La Fontaine sono davvero una \u201ccommedia umana\u201d divisa in cento atti. In queste 245 composizioni \u2013 di ampiezza variabile e strutturalmente assai libere \u2013 egli non dipinge soltanto il contadino, il cortigiano, la dama o il re del suo secolo, ma anche l\u2019uomo \u201cideale eterno\u201d, di tutti i luoghi e di tutti i tempi, con le sue (molte) miserie e le (poche) sue virt\u00f9, i suoi non lievi problemi e i suoi fragili successi, le sue palesi sconfitte e i suoi effimeri trionfi. \n<br><br><span class=\"quote\">\n\tUno dei prodigi di La Fontaine favolista \u2013 ha rimarcato acutamente Giovanni Macchia in un&#8217;altra, fortunata sua fatica (1987) \u2013 sta proprio nel modo con cui egli ha superato l&#8217;arido dilettantismo della favola, a cui non sfuggono i favolisti pi\u00f9 consumati, suoi maestri e padri. Egli riusc\u00ec ad annullare un certo bisogno del \u00abproverbio\u00bb, del moraleggiare, dove si risolveva la sua insoddisfazione del \u00abconter pour conter\u00bb con un piacere del meraviglioso o, appunto, del favoloso. La favola condensava un po&#8217; tutto: un mondo lirico, teatrale, narrativo. Gli animali parlavano sullo sfondo vivido e variopinto della natura, e si agitavano in tutti i sensi, mostrando la loro varia natura e i colori diversi, personaggi di una commedia universale che pu\u00f2 avere tanti significati e nessuno, come la vita stessa. E il moralismo, sotto quel sorriso (la lieve ironia di un meraviglioso regista) si attenua, sino a scomparire del tutto.\n<\/span><br><br>\n\tSi \u00e8 gi\u00e0 detto sopra che, mentre nella prima raccolta di <em>Favole <\/em>(1668) il poeta si \u00e8 mantenuto vicino ai modelli classici (non solo Esopo e Fedro, ma anche Aftonio, Babrio e Aviano) e cinque-secenteschi (Abstenius, Faerno, Domenichini, Corrozet, Gu\u00e9roult, Nevelet), nella seconda (1678-9) non teme di cimentarsi in tematiche ben pi\u00f9 profonde e di assai pi\u00f9 ampio respiro: fra l\u2019altro, la morte, il destino, la volont\u00e0 di Dio, il senso autentico della vita, ma soprattutto l\u2019esistenza e la natura dell\u2019anima degli animali, problemi veementemente dibattuti sui quali La Fontaine medit\u00f2 e si document\u00f2 con particolare interesse, giungendo a elaborare una teoria in consonanza con quella dei seguaci di Pierre Gassendi. <br>\n\tSulle <em>Fables <\/em>del 1678-79, Georges Couton (1962) ci ha consegnato alcune penetranti osservazioni: \n<br><br><span class=\"quote\">\nLa seconda raccolta delle <em>Fables <\/em>\u00e8 un diario intimo cui si affidano una persistente e fremente sensibilit\u00e0 e una mente agile. Le <em>Fables <\/em>sono diventate una specie di <em>summa, <\/em>in cui si manifestano tutte le idee di un individuo che nascondeva sotto un\u2019apparenza disincantata un acuto spirito d\u2019osservazione, tutta la sua sensibilit\u00e0, con le risorse di un\u2019arte rotta a tutti gli stili e che traeva il meglio da questi. Il poeta sboccia con straordinaria libert\u00e0. \n<br><br>\n\tNella prima come nella seconda raccolta, nondimeno, La Fontaine non si limita a mettere in versi un apologo tradizionale o una novelletta esotica (tratta magari dal <em>Libro delle luci <\/em>di Pilpay<em>, <\/em>una raccolta di fiabe indiane allora assai <em>\u00e0 la page<\/em>), ma rielabora e reinventa sempre in maniera personalissima i diversi materiali a sua disposizione. <br>\n\tInvero, in questi componimenti frizzanti, musicali, amabili e raffinati, \u00e8 palpabile tutta l\u2019inquieta personalit\u00e0 del poeta: la sua affabile gaiezza e le sue malinconie, il suo lucido, inimitabile moralismo critico, la sua predilezione per la vita dei campi e il suo gusto per la <em>causerie<\/em>,<em> <\/em>ossia in prevalenza per la civile conversazione in salotto, la predilezione estetica per una grazia classica sovente non dimentica delle fantasmagorie barocche.<br>\n\tNelle <em>Favole <\/em>\u00e8 inoltre rinvenibile la quasi totalit\u00e0 dei generi poetici: alcune sono, infatti, teneri idilli, altre elegie sentimentali, altre brevi racconti, altre sentenziose epistole, altre vivaci satire, altre discorsi ampi e profondi, altre, infine, piccoli dialoghi d&#8217;invidiabile vivacit\u00e0. \n\tIn tale caleidoscopico universo in compendio, il lettore non viene soltanto riempito (anzi, inebriato) di immagini, situazioni e precetti attraenti o utili, ma \u00e8 altres\u00ec continuamente stimolato a conoscere meglio se stesso e la realt\u00e0 effettuale in cui \u00e8 immerso. In una parola, il lettore delle <em>Favole <\/em>non pu\u00f2 essere un mero fruitore, ma deve necessariamente partecipare al \u201cgioco\u201d in prima persona.<br><br>\n\n\n\n\tCome hanno valutato La Fontaine e il suo capolavoro i molti critici e scrittori che, in questi secoli, hanno espresso un giudizio in merito? <br>\n\tL\u2019intelligente ma dogmatico critico-poeta Boileau, per esempio, si guard\u00f2 bene dal menzionare il nostro poeta nella sua celeberrima <em>ars poetica <\/em>\u2013<em> <\/em>vero e proprio manifesto e, nel contempo, Parnaso per due secoli aurei della civilt\u00e0 letteraria di Francia \u2013, dal momento che, da classico piuttosto rigido<em> <\/em>qual era, non considerava la favola un genere letterario degno di questo nome, bens\u00ec un mero strumento di educazione. Al contrario Moli\u00e8re, genio per tanti aspetti affine al favolista, lo tenne sempre in alta stima. <br>\n\tTanti suoi contemporanei, a ogni buon conto, contribuirono a creare un\u2019immagine di La Fontaine tanto diffusa quanto improbabile e fuorviante: essi lo presentavano, in sostanza, come un buontempone svagato, pigro, nonch\u00e9 oltremodo distratto e svampito. Ci\u00f2 nondimeno, come gi\u00e0 mostrarono inequivocabilmente (ma soltanto due secoli dopo) Sainte-Beuve, Bruneti\u00e8re, Lanson, Faguet, Strowski e parecchi altri studiosi <em>de race <\/em>\u2013 accomunati, <em>in primis<\/em>, da una formazione squisitamente ottocentesca che, va da s\u00e9, oscillava di continuo fra Romanticismo e Positivismo \u2013 il suo profilo autentico \u00e8 assai pi\u00f9 sfumato, inafferrabile e, talora, finanche misterioso.<br>\n\tPur apprezzando, come del resto la maggior parte degli Illuministi, il geniale talento del Nostro, Rousseau, come rammentato sopra, non considerava le <em>Favole <\/em>una lettura adatta ai fanciulli: complesse e variegate come sono, infatti, avrebbero potuto, a suo avviso, corrompere e compromettere definitivamente i loro costumi in formazione. Chamfort, dal canto suo, sottolineava \u2013 <em>in primis<\/em> nel suo accorato <em>\u00c9loge de La Fontaine<\/em> (1774) \u2013 la naturalezza quasi istintiva della sorridente morale di La Fontaine, educatore sereno e comprensivo, nonch\u00e9 artista delicato e irreprensibile. <br>\n\tQuanto invece a Lamartine, diversamente da altri Romantici, afferma a chiare lettere, nella perentoria <em>Pr\u00e9face<\/em> (1849) all&#8217;edizione <em>ne varietur <\/em>delle <em>M\u00e9ditations po\u00e9tiques<\/em>, di non aver mai condiviso n\u00e9 l&#8217;etica n\u00e9 lo stile del nostro favolista, da lui considerato uno spirito gretto e piccino che aveva composto senz\u2019arte n\u00e9 gusto versi zoppi, irregolari e cacofonici. In disarmante sintonia con tale discutibilissimo ordine d&#8217;idee si porr\u00e0, nel Novecento, Paul Eluard. <br>\n\tIl pungente ma sempre perspicace Sainte-Beuve dei <em>Portraits<\/em>, viceversa, diede una valutazione decisamente positiva di questo letterato arguto, salace e cos\u00ec tipicamente francese, che seppe sorridere (e far sorridere) magistralmente delle mille e mille follie degli uomini, da lui ognora analizzati con garbato disincanto. Per il ben meno brillante Nizard, La Fontaine \u00e8 comunque il letterato che meglio incarna il bizzarro e vivace \u201cgenio\u201d francese. <br>\n\tNel Novecento, oltre a far luce sul volto vero del favolista (ossia sulle sue inquietudini, la sua accortezza e il suo perfezionismo), la critica si \u00e8 sforzata di individuare in maniera metodica e precisa le fonti di cui il francese si avvalse per la composizione delle sue opere. Sicch\u00e9 dai non pochi, e spesso scientificamente rigorosi, studi compiuti emerge assai pi\u00f9 limpida e appagante l&#8217;immagine di un uomo insieme irrequieto e malinconico, sognatore e pragmatico (talora sino all&#8217;opportunismo), liberale e individualista, di un <em>moraliste <\/em>disingannato e realista, ma non privo di sincera attenzione ai migliori sentimenti umani e \u2013 forse pi\u00f9 che tutto \u2013 di un artista meticoloso e quanto mai esigente, incontentabile, di gusto realmente sopraffino. <br><br><b>\n\n\nBIBLIOGRAFIA ESSENZIALE\n<\/b><br><br>\n<b>\nA. Opere di Jean de La Fontaine \n<\/b><br>\nMi limito a ricordare, in questa sede, alcune edizioni moderne e contemporanee tuttora in commercio. <br><br>\n\n<em>Fables, Contes et Nouvelles, <\/em>a cura di E. Pilon, R. Groos e J. Schiffrin (1948), Paris, 1966 <br>\n<em>\u0152uvres<\/em><em> compl\u00e8tes, <\/em>con prefazione di P. Clarac, e introduzione e note di J. Marmier, Paris, 1965 <br>\n<em>Fables, <\/em>a cura di G. Couton, Paris, 1962<br>\n<em>\u0152uvres<\/em><em> diverses, <\/em>a cura di P. Clarac, Paris, 1968<br>\n<em>Fables, <\/em>a cura di J.-P. Collinet, Paris, 1974 <br>\n<em>Contes et Nouvelles en vers, <\/em>a cura di J.-P. Collinet, Paris, 1980 <br>\n<em>Contes et Nouvelles en vers, <\/em>a cura di A.-M. Bassy, Paris, 1982<br>\n<em>\u0152uvres compl\u00e8tes<\/em>, tome I, <em>Fables, Contes et Nouvelles<\/em>, a cura di<em> <\/em>J.-P. Collinet, Paris, 1991 <br>\n<em>Fables et Contes<\/em> (1995), a cura di A. Versaille, prefazione di M. Fumaroli, Paris, 2018<br> \n<em>Fables<\/em> (1997), a cura di M. Fumaroli, Paris, 2012 <br><br>\n<b>\nB. Alcune traduzioni italiane \n<\/b><br>\nJ. de La Fontaine, <em>Favole<\/em>, a cura di V. Lugli, trad. di E. De Marchi [1885-1886], Torino, 1958<br>\nJ. de La Fontaine, <em>Favole<\/em>, introduzione [e note] di G. Couton [1962], trad. di E. De Marchi [1885-1886], Milano 2005, 2 voll. <br>\nJ. de La Fontaine, <em>Favole<\/em> (1937), a cura di M. Zini, Torino, 1969 [Fortunato florilegio di versioni prosastiche.]<br>\n J. de La Fontaine, <em>Quaranta favole<\/em> (1952), tradotte da D. Valeri, introduzione di A. Pizzorusso, nota di P. Pallottino, Firenze, 1988 <br>\nJ. de La Fontaine,<em> Favole scelte<\/em>, a cura di G. Montesano, Milano, 1992<br>\nLa Fontaine, <em>Gli amori di Psiche e Cupido <\/em>[con testo a fronte], a cura di S. Spero, introduzione di F. Garavini, Venezia, 1998<br>\nLa Fontaine, <em>Favole (Libri I-VI)<\/em> [con testo a fronte], a cura di L. Pietromarchi, Venezia, 2017<br><br><b>\n\nC. Studi storici e critici su La Fontaine \n<\/b><br>\nCredo rimanga buona norma affrontare lo studio della figura e dell\u2019opera di ogni autore partendo da validi e autorevoli testi di carattere generale (storie letterarie, dizionari, enciclopedie etc.). Fra i lavori monografici e i saggi universalmente giudicati di qualit\u00e0, ci limitiamo qui peraltro a indicare alcuni libri che, <em>mutatis mutandis,<\/em> appaiono tuttora indispensabili \u2013 non certo solo a mio sentire \u2013 per le ricerche scientifiche di domani.<br><br>\n\nCh.-A. de Sainte-Beuve, <em>Port-Royal<\/em>, Paris, 1840-59, 5 voll. (trad. it. <em>Port-Royal<\/em>, a cura di S. D&#8217;Arbela, introduzione di A. Adam, Firenze, 1964, 2 voll., II, spec. pp. 459-455) <br>\nId., <em>Portraits litt\u00e9raires,<\/em> vol. I,<em> <\/em>Paris, 1862, pp. 51-67 <br>\nH. Taine, <em>La Fontaine et ses <\/em>Fables (1861)<em>, <\/em>Lausanne, 1970 <br>\nP. Toldo, <em>Fonti e propaggini itali<\/em><em>ane delle favole del La Fontaine<\/em>, Torino, 1912<br>\nA. France, <em>Remarques sur la langue de La Fontaine<\/em>, in Id., <em>Le g\u00e9nie latin<\/em>, Paris, 1913 (ora in J. de La Fontaine, <em>Fables et Contes<\/em>, a cura di A. Versaille, cit., pp. LXXI-XC)<br>\n\u00c9. Faguet, <em>La <\/em><em>Fontaine<\/em> (1913)<em>, <\/em>Paris, 1930<br>\nP. Val\u00e9ry, <em>Au sujet d&#8217;\u00abAdonis\u00bb<\/em> (1921), ora in Id., <em>\u0152uvres<\/em>, a cura di J. Hytier, tome I, Paris, 1968, pp. 474-495; trad. it. in Id., <em>Variet\u00e0<\/em> (1971), a cura di S. Agosti, Milano, 2019, pp. 63-92 <br>\nF. Strowski, <em>Histoire des lettres. De Ronsard \u00e0 nos jours<\/em>, Paris, 1923, spec. pp. 267-280<br>\nR. Bray, <em>Les fables de La Fontaine<\/em>, Paris, 1929<br>\nF. Gohin, <em>L\u2019art de La Fontaine dans ses fables, <\/em>Paris, 1929 <br>\nL. Garnier<em>, La vie de notre bon Jean de La Fontaine<\/em>, Paris, 1937 <br>\nJ. Giraudoux, <em>Les cinq tentations de La Fontaine<\/em> (1938)<em>, <\/em>Paris, 1995 <br>\nL. Spitzer, <em>L&#8217;arte della transizione in La Fontaine<\/em> (1938), in Id., <em>Critica stilistica e storia del linguaggio<\/em>, Bari, 1954, pp. 161-226<br>\nV. Lugli, <em>Il prodigio di La Fontaine, <\/em>Messina-Milano, 1939 <br>\nG. Macchia, <em>Il prodigio<\/em> <em>di<\/em> La Fontaine (1939), in Id., <em>Gli anni dell&#8217;attesa<\/em>, Milano, 1987, pp. 92-96<br>\nJ. Vianey, <em>La psychologie de La Fontaine \u00e9tudi\u00e9e dans quelques fables<\/em>, Paris, 1939<br>\nP. Clarac, <em>La Fontaine. L\u2019homme et l\u2019oeuvre, <\/em>Paris, 1947 <br>\nH. Busson, <em>La religion des classiques (1660-1685)<\/em>, Paris, 1948, <em>passim<\/em><br>\nP. P. Trompeo, <em>Didone e i due piccioni<\/em> (1950), in Id., <em>La pantofola di vetro<\/em>, Napoli, 1952, pp. 33-36 <br>\nPh. A. Wadsworth, <em>Young La Fontaine. A study of his artistic growth in his early poetry and first fables<\/em>, Evanstone, 1952<br>\nJ. Rousset, <em>La litt\u00e9rature \u00e0 l&#8217;\u00e2ge baroque en France. Circ\u00e9 et le paon<\/em>, Paris, 1953; trad. it. Bologna, 1985, <em>passim<\/em><br>\nG. 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Alquanto pessimista circa la natura umana, anche di l\u00e0 da quel contesto storico-politico che tanto lo ha influenzato, La Fontaine rimane una lettura pressoch\u00e9 imprescindibile nella <em>Bildung<\/em>, nella <em>paideia<\/em> della persona di cultura del Terzo millennio. ","protected":false},"author":4,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[3],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9728"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=9728"}],"version-history":[{"count":10,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9728\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13311,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/9728\/revisions\/13311"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=9728"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=9728"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=9728"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}