{"id":834,"date":"2019-09-27T10:12:24","date_gmt":"2019-09-27T08:12:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=834"},"modified":"2019-09-27T10:12:26","modified_gmt":"2019-09-27T08:12:26","slug":"labile-antinomico-limes-su-lettera-dalla-dacia-di-matteo-veronesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=834","title":{"rendered":"Labile, antinomico limes. Su <em>Lettera dalla Dacia<\/em> di Matteo Veronesi"},"content":{"rendered":"\n\u00abQuel s\u00e9pulcral naufrage (tu \/ Le sais, \u00e9cume, mais y baves) \/ Supr\u00eame une entre les \u00e9paves \/ Abolit le m\u00e2t d\u00e9v\u00eatu\u00bb, scrive Mallarm\u00e9 in <em>A la nue accablante tu<\/em>. \u00abQuale sepolcrale naufragio (tu \/ Lo sai, schiuma, ma la tua bava ci spargi) \/ Supremo, unico tra i relitti \/ Abol\u00ec l\u2019albero spogliato\u00bb. \u00c8 la nave della poesia, e dell\u2019esistenza, sorpresa nell\u2019istante esatto in cui cessa di svanire sotto la superficie dell\u2019essere e del dire, sotto il velo del significato. Perch\u00e9 Mallarm\u00e9? Perch\u00e9 in diverse occasioni Matteo Veronesi ha dichiarato che se c\u2019\u00e8 un poeta di cui non potrebbe davvero fare a meno, questi \u00e8 Mallarm\u00e9. E il sonetto mallarmeano c\u2019entra con la sua visione del mondo e della poesia, forse c\u2019entra qualcosa con Lettera dalla Dacia. Inviata da Veronesi nell\u2019agosto 2009 come lettera a una ristretta cerchia di amici, <em>Lettera dalla Dacia<\/em> venne poi diffusa in rete. Anche sotto questo profilo \u00e8 un testo singolare: edito e inedito, pubblico e privato, nello stesso tempo. Si presenta insomma fin dall\u2019inizio sotto il segno dell\u2019antitesi, di una polarit\u00e0 equivalente.<br>\n\u00abNel pensiero un filo acuto d\u2019inverno\u00bb: qui \u2018acuto\u2019, se sta per \u2018tagliente\u2019, \u2018pungente\u2019, potrebbe inoltre avere valore elativo, nel trainare l\u2019anima fino a una sorta di paradiso di ghiaccio. \u00c8 quell\u2019inverno allegorico emblematizzato dai Carpazi che schermano le cose fasciate dalla luce estiva, il diaframma \u00abesile\u00bb tra le memorie scabre di un inverno meteorologico e l\u2019afa di agosto (anzi, \u00abd\u2019Agosto\u00bb, a personificare la vita, o non-vita, d\u2019intorno), e contraltare figurale della condizione invernale del soggetto lirico che si accusa discolpandosi, in ossimorica constatazione, della \u00abcolpa incolpevole di non amare il mondo\u00bb. Il regresso di un sole non partecipabile sigla la tragica ammissione di un\u2019aridit\u00e0 spirituale che non pu\u00f2 non consuonare con una ingenita \u00abpena infinita\u00bb, e con la dimensione del tempo che non si dispiega pi\u00f9, paragonato a un non-tempo, all\u2019involgersi del tempo, con l\u2019esito paralizzante dell\u2019immagine dell\u2019\u00aborfano in lacrime\u00bb. Viene meno il margine tra esterno e interno, l\u2019esterno rifluisce nell\u2019interno, con evidente iper-valutazione della soggettivit\u00e0.<br>\nIl pensiero ossessivo di s\u00e9 e della perdita di ogni fede insegue l\u2019autore, come un demone perpetuo, fino alla sparizione della radice del proprio linguaggio. Il soggetto poetante \u2013 spettrale \u2013 \u00e8 alla presenza di una \u2018aspra\u2019 estraneit\u00e0 di idioma: ed \u00e8 proprio l\u2019estraneit\u00e0 che pone in essere la spettralit\u00e0 del soggetto insieme all\u2019incombenza della scrittura. <em>Lettera dalla Dacia<\/em> \u00e8 un testo sul ritorno. Ma la ricognizione dei luoghi non porta a considerazioni di ordine generale sulla loro irriconoscibilit\u00e0 frustrante, o sulle sfasature dei nostri ricordi. Come avviene, ad esempio, nell\u2019Attore di Mario Soldati: \u00abDisprezziamo tutto ci\u00f2 che di nuovo \u00e8 stato fatto durante la nostra assenza, <em>fatto come se noi fossimo morti<\/em>, e che, quindi, ha per noi qualcosa di repugnante e di funebre, anche se, esattamente il contrario, \u00e8 la manifestazione stessa della vita\u00bb. Il corsivo, importante, \u00e8 gi\u00e0 nel testo di Soldati. Quella di Veronesi non \u00e8 la traduzione in versi di una relazione di viaggio, ma la rifigurazione di una erranza autobiografica, un tornare a se stessi: \u00abanche qui torno a me stesso, mi vengo \/ incontro\u00bb. \u00abL\u2019homme est l\u2019\u00eatre qui ne peut sortir de soi, qui ne conna\u00eet les autres qu\u2019en soi\u2026\u00bb, scrive Proust in <em>Albertine disparue<\/em>. Non \u00e8 possibile sfuggire ai nostri pensieri. Si \u00e8 sempre en soi: in s\u00e9.\nLa dislocazione di <em>stesso<\/em> disegna lungo i versi una sorta di condanna nel connotare lo status di acquisita immobilit\u00e0 incorporante il fluire dei giorni, il vivere, il versificare. Orfanit\u00e0 e disaffezione, che di qui a poco si radicalizzeranno, nei confronti di quale fede? In disaccordo con prospettive confidenti nel possesso di qualche verit\u00e0, l\u2019autore \u00e8 esule <em>in limine<\/em> \u2013 labilissimo confine geografico e spirituale al contempo, indice ambiguamente e non radicalmente distanziante \u2013 della percezione della propria esistenza difettiva di slanci emotivi, in un incerto equilibrio tra il compianto della disponibilit\u00e0 ad amare e l\u2019ipotesi che tale disponibilit\u00e0 sia soltanto una falsificazione retrospettiva. \u00c8 al limite \u2013 l\u2019instabile coesistenza della contraddizione \u2013 tra la propria vocazione, adombrata come narcisistica, e neppure necessaria (se \u00abvanit\u00e0\u00bb \u00e8 anfibologico), quindi al di qua di un imperativo estetico, o del \u00abtravaglio\u00bb della creazione. Tra il fare versi e l\u2019esitante genesi di un lessico poetico tuttavia non indeterminativo, che anzi nella sua perentoriet\u00e0 sembra rigettare ogni allusione oltre il fatto denotazionale, ed elude elementi auditivi, quel <em>quantum<\/em> cio\u00e8 di sonorit\u00e0 che potrebbe comportare una ricaduta nella non-parola: gli elementi lessicali si stagliano con la stessa astanza e inflessibilit\u00e0 della montagna. Non per questo \u00e8 un dettato che includa vuoti testuali, facendoli magari fluire nelle sue intersezioni quali elementi ancora pi\u00f9 sostanziali, ma sono parole asserenti, nella loro nettezza, nella loro corporeit\u00e0 ferma e inflessibile quasi di cosa o di pietra. Cui si affianca una aggettivazione definitoria, per lo meno nella prima sezione del testo.<br>\n\u00abMes vers ont le sens qu\u2019on leur pr\u00eate\u00bb (Paul Val\u00e9ry). Alla instabilit\u00e0 dell\u2019io individuale \u00e8 speculare la non definitivit\u00e0 del testo poetico, che non \u00e8 mai qualcosa di estremo e cambia nel tempo, tanto per l\u2019autore quanto per il lettore. La seconda parte di <em>Lettera dalla Dacia<\/em> \u00e8 introdotta da <em>come<\/em>, qui, e in altri luoghi dello stesso autore, molto simile al <em>mentre<\/em> di Mario Luzi: indicatore del divenire, della sospensione e della transizione, metamorfosi insensibile da un elemento all\u2019altro. Al limite, allora, tra l\u2019avvertimento conflittuale di ci\u00f2 che non \u00e8 stato e di quello che, \u00abpur chiamato al niente\u00bb, non si sarebbe potuto esimere dalla sfera dell\u2019esistente. Il medesimo limite che \u00abdivide lo spazio \/ incolore di una liquescente Europa\u00bb sembra innescare un processo di dissoluzione nel soggetto dell\u2019esperienza: iterandosi, il <em>me stesso<\/em> che all\u2019inizio dava l\u2019idea di essere saldamente strutturato va incontro a un indebolimento fino a diventare anch\u2019esso \u2013 ed \u00e8 qui il passaggio nevralgico, scortato da un polisindeto lieve \u2013 \u00abliquescente\u00bb, non pi\u00f9 \u2018deittabile\u2019, come tutte le cose in una zona di frontiera. Nella conclusione il sintagma verbale \u00abgetto\u00bb rende l\u2019idea dello sperpero. E le parole \u00abniente\u00bb, \u00absorgente\u00bb, \u00abtormento\u00bb, \u00abindifferente\u00bb condividono un suono (\u2018nt\u2019) che sembra irridere questioni come e<em>NT<\/em>e, me<em>NT<\/em>e, nie<em>NT<\/em>e. \u00c8 cos\u00ec che l\u2019esistenza, nell\u2019anticlimax della demotivazione postrema, rinnega il suo carico emozionale, cio\u00e8 delegando la misura della sua sterilit\u00e0 alla trasparenza degli emblemi in antitesi: \u00abghiacciata\u00bb \u00e8 la \u00absorgente dei giorni\u00bb, \u00absenza lacrime\u00bb il \u00abpianto\u00bb, \u00abindifferente\u00bb il \u00abtormento\u00bb, e la vita che verr\u00e0 sono \u00abanni alla tomba del futuro\u00bb. La vita \u00e8 tombale nel suo svolgersi insensato, quindi si tratta di una \u00abarmoniosa morte senza morte\u00bb.<br>\nLa percezione dell\u2019esperienza come vacuit\u00e0 \u00e8 definita \u00abarmoniosa\u00bb, paradossalmente. Una armonia d\u2019altro tono, <em>in grigio et in silenzio<\/em> \u2013 per dirla con il pi\u00f9 estroso Govoni \u2013, un grigio che marca di s\u00e9 l\u2019esistente. La vita assume la tonalit\u00e0 estetica e la nomenclatura di eminente oggetto di una creazione afona, della creazione estetica come non altrimenti documentabilit\u00e0 di un contesto privo dell\u2019elemento solare. In un flusso testuale disteso e franto (da notare l\u2019abbinamento antinomico tra la fluidit\u00e0 della struttura versale e la lapidariet\u00e0 delle singole parole), per certi versi simile alle cadenze dell\u2019ultimo Luzi, sembra che il dettato lirico di Veronesi, pur nell\u2019intonazione essenzialmente elegiaca, sfidi l\u2019affidabilit\u00e0 del fenomeno, e pi\u00f9 ancora di ci\u00f2 che crediamo assoluto.<br>\nL\u2019autore sa che tutti gli anelli tengono inesorabilmente e che ci\u00f2 che resta \u00e8 resistere in questa condizione invernale, fermi nella misura del \u2018<em>non<\/em> siamo\u2019 e al di l\u00e0 della prospettiva dell\u2019\u00abI am waiting \/ perpetually and forever \/ a renaissance of wonder\u00bb (Lawrence Ferlinghetti), dell\u2019attesa che non avr\u00e0 riscontri. Vivere equivale a rendere sopportabile: questa l\u2019affermazione ontologica di Veronesi, cio\u00e8 fare esperienza dell\u2019annullamento in questa \u00abmorte senza morte\u00bb \u2013 futuro-presente, poli contrari ed entrambi veri \u2013 che chiamiamo \u2018vita\u2019. La prospettiva della condizione liminare \u00e8 il fato, o la \u2018funzione\u2019 del male di esistere e forse anche del codice poetico: non esercizio sostitutivo, bens\u00ec testimoniale, \u00e8 vano e necessario, e degno di comunicazione, versificare intorno all\u2019indifferenza desolante e sovrana. Meglio un controcanto afono ma scrivibile, meglio l\u2019attestato di un ideale \u00abmalcerto\u00bb che nulla.<br>\nLa scrittura di <em>Lettera dalla Dacia<\/em> non lascia sfogo a superfluit\u00e0: nessun elemento esteriore n\u00e9 tracce sonore, solo l\u2019immagine umanizzata dei Carpazi, schermo tra un etimo fluido e allegoria di una incomponibile scissione. In questa versificazione la \u00abpena infinita\u00bb va modulandosi senza l\u2019intervento di ulteriori referenti di significazione oltre il paesaggio della mente: <me>mindfield<\/em> \u2013 nel suo flusso incessante, indotto dalle inarcature e dalla punteggiatura speciale (solo virgole e trattini, nessun punto) \u2013 di un soggetto lirico esegeta dell\u2019assenza. La letterariet\u00e0 di questi versi, classici nella loro glaciale purezza incolore, trattiene il cedimento dell\u2019anima nei limiti della constatazione di uno stato di cose, accreditata dall\u2019iterazione enfatica di <em>qui<\/em> e di <em>questo<\/em>, deittici del referente immediato che materializzano una presenza, uno sguardo edotto sulla irrisolvibilit\u00e0 del binomio discesa-remissione, dispersione-riacquisto. Il possessivo \u00e8 ricorrente, per unirsi ai termini di ogni discorso tragico: il tempo come dolore, il dolore nel tempo. Non lasciamoci fuorviare dalla ripresa a distanza di <em>me stesso<\/em>, dove il dimostrativo teoricamente indicherebbe il pieno possesso di una identit\u00e0. Chi deferisce, da poeta, il rovescio di una condizione identitaria \u00e8 devoto all\u2019inconsistenza del vivere \u00abal cinque per cento\u00bb, come ha ammesso Montale. \u00c8 devoto anche all\u2019inconsistenza nella sostenibilit\u00e0 della propria ombra, in questo inverno dello spirito.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abQuel s\u00e9pulcral naufrage (tu \/ Le sais, \u00e9cume, mais y baves) \/ Supr\u00eame une entre les \u00e9paves \/ Abolit le m\u00e2t d\u00e9v\u00eatu\u00bb, scrive Mallarm\u00e9 in A la nue accablante tu. \u00abQuale sepolcrale naufragio (tu \/ Lo sai, schiuma, ma la tua bava ci spargi) \/ Supremo, unico tra i relitti \/ Abol\u00ec l\u2019albero spogliato\u00bb. \u00c8 [&hellip;]","protected":false},"author":23,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[4],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/834"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/23"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=834"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/834\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":837,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/834\/revisions\/837"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=834"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=834"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=834"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}