{"id":540,"date":"2019-09-24T23:19:04","date_gmt":"2019-09-24T21:19:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=540"},"modified":"2021-02-01T11:26:41","modified_gmt":"2021-02-01T10:26:41","slug":"la-reinterpretazione-del-mito-nel-900","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=540","title":{"rendered":"La reinterpretazione del Mito nel &#8216;900"},"content":{"rendered":"\nNel contesto cos\u00ec complesso e tragico del Novecento europeo, la letteratura e le arti si sono profondamente rinnovate in ogni loro aspetto e l\u2019umanit\u00e0 ha maturato una diversa visione del mondo. Il Novecento \u00e8 d\u2019altronde il secolo che pi\u00f9 \u00e8 vicino alla nostra modernit\u00e0, e mi \u00e8 parso interessante notare come, in quest\u2019epoca di sofferto rinnovamento, questo spirito di innovazione creativa non si sia basato esclusivamente sulla pura inventiva, ma anche sulla reinterpretazione di un modello che ha accompagnato la creazione artistica dai tempi pi\u00f9 remoti dell\u2019umanit\u00e0: la riflessione mitica. L\u2019imitazione o emulazione della classicit\u00e0 che, in maniera pi\u00f9 o meno evidente, aveva sino ad ora accompagnato la stesura di opere che si rifacevano al passato mitologico della cultura europea, ha ceduto il posto a una rilettura pi\u00f9 esistenziale, polemica, che deriva soprattutto da un nuovo approccio di natura antropologica al Mito. Su questo si basa il mio percorso: su tre diverse riflessioni mitiche a cavallo tra l\u2019Ottocento e il Novecento, tra l\u2019Austria imperiale di Gustav Klimt e l\u2019Italia del secondo dopoguerra di Cesare Pavese, passando per l\u2019Europa modernista di James Joyce.<br>\nLa prima rilettura in analisi \u00e8 quella attuata dal pittore austriaco Gustav Klimt all\u2019interno de il <em>Manifesto della prima esposizione della Secessione<\/em>, realizzato nel 1898 in occasione della prima mostra del movimento secessionista, che ha i suoi albori il 3 aprile 1897 quando 19 artisti si riuniscono a Vienna nell\u2019assemblea che costituir\u00e0 l\u2019<em>Associazione austriaca degli artisti figurativi<\/em>, la quale si separa formalmente dall\u2019 Accademia delle belle arti nel maggio dello stesso anno guadagnandosi il soprannome di &#8220;Secessione&#8221;. Ad essere eletto presidente dell\u2019associazione \u00e8 proprio il trentacinquenne Klimt, gi\u00e0 distintosi come affermato pittore del panorama viennese. Originariamente fautore di un\u2019arte dal gusto accademico, gi\u00e0 dai primi anni novanta dell\u2019Ottocento &#8211; e soprattutto dal 1892, anno del lutto del padre e del fratello &#8211; Klimt aveva virato verso nuove tendenze artistiche, riscontrabili per esempio nella nei cicli allegorici che realizza in questi anni. Tuttavia, \u00e8 proprio con la fondazione dell\u2019Associazione che l\u2019approccio al nuovo stile si fa sistematico e condiviso: nel 1898 viene fondata la rivista <em>Ver Sacrum<\/em> (&#8220;Primavera sacra&#8221;), un nome che fissa su carta la volont\u00e0 di rinnovamento degli artisti dell\u2019Associazione, e viene indetta la prima esposizione dell\u2019arte secessionista, che ebbe luogo tra la fine di marzo e la met\u00e0 del giugno seguente nel palazzo della Gartenbau-Gesellschaft. \u00c8 proprio per questa esposizione che Klimt realizza il <em>Manifesto<\/em>, pubblicato sulla rivista Ver Sacrum come annuncio per l\u2019esposizione.<br>\nSi tratta di una stampa, pi\u00f9 precisamente una litografia. Appaiono evidenti i pochi elementi costitutivi dell\u2019opera: il testo nella parte bassa, il grande spazio bianco centrale, la figura di Atena sulla destra e infine la zona alta, che somiglia molto a un fregio classico per via della collocazione e della cornice che Klimt pone attorno ad esso. \u00c8 interessante notare come Klimt, per simboleggiare il rinnovamento dell\u2019arte tramite il rifiuto della tradizione accademica, sfrutti proprio uno dei temi portanti di quella tradizione: il mito classico. Teseo, rappresentato prima in completa nudit\u00e0 e poi censurato in una versione  successiva della stampa, diviene il simbolo del rinnovamento secessionista: cos\u00ec come l\u2019eroe ateniese ha liberato la giovent\u00f9 del suo popolo dal giogo della bestia, cos\u00ec la Secessione si impegna a liberare l\u2019arte austriaca ed europea dalle catene delle convenzioni, dalla loro cieca violenza. Convenzioni che vengono simbolicamente rappresentate non solo dal minotauro, ma anche dallo spazio bianco e vuoto, a sottolinearne la sterilit\u00e0. Atena stessa,infine, qui rappresentata di profilo in una posa solenne che si scontra con la smorfia quasi beffarda dell\u2019 Egida, diverr\u00e0 l\u2019effige dell\u2019arte secessionista. Klimt la rappresenta nella <em>Pallade Atena<\/em> dello stesso anno e in molti altri manifesti relativi alle esposizioni del gruppo.<br>\nSpostandosi dalla pittura alle lettere e addentrandosi nel pieno Novecento, non si pu\u00f2 evitare di soffermarsi su un\u2019opera che ha gi\u00e0 nel suo titolo un richiamo nitido e palese alle radici mitologiche della letteratura occidentale: l\u2019Ulisse di James Joyce, pubblicato nel 1922 a Parigi , \u00e8 considerato uno tra i lavori pi\u00f9 importanti dell\u2019autore e, allo stesso tempo, un capolavoro della letteratura modernista. Il libro di oltre 700 pagine narra una storia che sembra a prima vista lontana dal mito dell\u2019Odissea richiamato dal titolo: la trama si articola in una giornata della vita del dublinese Leopold Bloom, il 16 di luglio (oggi festeggiato come <em>Bloomsday<\/em> in suo onore). Bloom \u00e8 il pi\u00f9 importante tra i tre protagonisti, insieme alla moglie infedele Molly e al &#8220;figlio adottivo&#8221; Stephen Dedalus.<br>\nIl libro \u00e8 ben noto per le sue incredibili caratteristiche letterarie, che vanno dall\u2019accurato utilizzo di ogni possibile variazione della lingua inglese alla creazione di una complessa rete di rimandi e collegamenti tra i fatti narrati e una serie di simboli, come colori, organi del corpo umano, diversi tipi di arte o <em>t\u00e9chne<\/em> eccetera. Tuttavia, ci\u00f2 su cui mi concentrer\u00f2 sono le connessioni che l\u2019autore stabilisce tra i protagonisti del libro e i principali personaggi dell\u2019Odissea di Omero, apparentemente cos\u00ec lontana dagli eventi narrati.<br>\nIl primo personaggio ad apparire nel libro \u00e8 Stephen Dedalus, incarnazione dell\u2019 Artista e simbolo dello stesso Joyce, come testimoniato dal romanzo precedente dell\u2019autore, <em>Ritratto dell\u2019artista da giovane<\/em> (edito in italia anche come <em>Dedalus<\/em>), del quale \u00e8 il protagonista. Gi\u00e0 il suo nome suggerisce la natura fortemente simbolica del personaggio: Stephen \u00e8 il nome inglese del protomartire cristiano, che mor\u00ec nel tentativo di predicare il Vangelo agli ebrei, e impersona in un certo qual modo il fato sofferto da Joyce stesso, le cui opere, specialmente <em>Gente di Dublino<\/em>, non furono n\u00e9 ben accolte n\u00e9 comprese dagli irlandesi, verso i quali l\u2019autore tentava di &#8220;predicare il Vangelo dell\u2019Arte&#8221;, proprio come l\u2019Artista Stephen Dedalus. Il cognome suona invece ben pi\u00f9 ellenico e ci avvicina a quelle rivisitazioni del mito classico che sono qui prese in esame: <em>Dedalus<\/em> \u00e8 il grande inventore e architetto della mitologia greca, creatore sia del labirinto del Minotauro sia delle ali che us\u00f2 per fuggirvi una volta che vi fu imprigionato egli stesso. Queste sono, simbolicamente, le ali dell\u2019Arte, che permettono di fuggire dal labirinto del mondo. Nell\u2019<em>Ulisse<\/em> tuttavia, il personaggio a cui Stephen \u00e8 collegato \u00e8 Telemaco, figlio di Odisseo, a cui sono dedicati i primi quattro libri dell\u2019Odissea, la <em>Telemachia<\/em>. Analogamente, i primi tre capitoli dell\u2019<em>Ulisse<\/em> si concentrano su Stephen, che non \u00e8 un vero e proprio figlio di Leopold ma viene da lui metaforicamente adottato. Inoltre, l\u2019etimologia del nome Telemaco, &#8220;che combatte lontano&#8221; o &#8220;lontano dalla guerra&#8221;, ha anch\u2019essa un significato simbolico all\u2019interno del romanzo. Azzardando un paragone infatti, proprio come Telemaco \u00e8 lontano dalla guerra di Troia in cui \u00e8 impegnato il padre &#8211; il piccolo nasce quando questi parte per combattere o, secondo altre versioni del mito, poco prima &#8211; cos\u00ec Stephen \u00e8 lontano dalla realt\u00e0 pi\u00f9 concreta, se prendiamo in considerazione la sua predilezione per la filosofia e per la contemplazione artistica. Stephen infatti incorpora in ultima analisi il puro Intelletto e la Giovent\u00f9 alla ricerca della maturit\u00e0, una maturit\u00e0 da trovare anche affrontando la guerra della vita. Queste caratteristiche lo pongono in contrasto con un altro dei principali personaggi del libro, vale a dire Molly Bloom, il cui significato simbolico \u00e8 opposto a quello di Stephen.<br>\nMolly, il cui vero nome \u00e8 Marion, \u00e8, come gi\u00e0 detto, la moglie di Leopold Bloom. Joyce cre\u00f2 il personaggio fortemente influenzato dalla propria vita, in quanto Molly \u00e8 modellata su sua moglie Nora Barnacle, come ammesso dallo stesso autore. Nella struttura del libro tuttavia, Molly \u00e8 \u00e8 ovviamente l\u2019equivalente di Penelope. Non \u00e8 semplice individuare affinit\u00e0 tra il personaggio joyciano e quello omerico, ma risulta al contrario molto pi\u00f9 facile trovare la principale differenza tra le due, che sottolinea il tono ironico dato da Joyce al suo romanzo: mentre Penelope \u00e8 l\u2019esempio perfetto di fedelt\u00e0 coniugale, Molly \u00e8 infedele a suo marito; mentre Penelope rifiuta i Proci per dieci anni &#8211; nonostante Ulisse stesso l\u2019avesse esortata a risposarsi -, Molly ha una relazione con il suo impresario Hugh &#8220;Blazes&#8221; Boylan dopo dieci anni di astensione sessuale all\u2019interno del suo matrimonio con Bloom. Come la fine dell\u2019Odissea \u00e8 incentrata su Penelope e a sua riunificazioni con il marito, l\u2019utimo dei tre capitoli finali dell\u2019<em>Ulisse<\/em> (chiamati <em>Nostoi<\/em>, che vale &#8220;i ritorni&#8221;) \u00e8 dedicato a Molly. Esplicitamente chiamato &#8220;Penelope&#8221;, l\u2019ultimo capitolo \u00e8 composto da un singolo monologo interiore che, senz\u2019alcun segno di punteggiatura, trasmette il flusso di coscienza di Molly senz\u2019alcun filtro. Infine, se paragoniamo lei a Stephen, notiamo come gi\u00e0 accennato la loro natura di poli opposti: mentre Stephen \u00e8 il puro Intelletto, Molly rappresenta la fisicit\u00e0, il mero corpo. Queste due opposte tendenze trovano una loro unione nel personaggio di Leopold Bloom, protagonista assoluto del romanzo.<br>\nModellato sul celebre amico di Joyce Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, l\u2019agente pubblicitario di mezza et\u00e0 \u00e8 l\u2019ovvio parallelo dell\u2019Ulisse omerico. Ci\u00f2 che \u00e8 importante ed interessante riguardo Bloom, \u00e8 che prendendo egli il ruolo dell\u2019eroe omerico, adatta il mito all\u2019uomo moderno: non c\u2019\u00e8 nulla di eroico in lui, egli non \u00e8 che un normale essere umano, con la sua giusta dose di paure, desideri ed impulsi. Nel suo viaggio attraverso il suo personale Mar Mediterraneo, ossia Dublino, vive una serie di avventure che rispecchiano ironicamente quelle del vero Odisseo: se Ulisse fa s\u00ec che i suoi uomini lo leghino all\u2019albero della nave per poter sentire le Sirene senza il rischio di cedere alle loro tentazioni, nel capitolo &#8220;Le Sirene&#8221; tutto ci\u00f2 che Leopold fa \u00e8 sedere tranquillo in un bar ascoltando la gente che parla e ammirando due avvenenti bariste. La tensione epica del passato mitico \u00e8 quindi smorzata nella normalit\u00e0 del presente, nell\u2019ordinario. Di questo si compone l\u2019essenziale bellezza del romanzo: Joyce usa il metodo mitico per compiere la sua grande ambizione artistica, che \u00e8 quella di esprimere l\u2019universale tramite il particolare, lo straordinario tramite l\u2019ordinario giorno della vita di Bloom. E mentre Stephen e Molly simboleggiano due stati quasi archetipici, l\u2019Intelletto e il Corpo, Leopold \u00e8, molto pi\u00f9 umanamente, un miscuglio di entrambi: egli simboleggia ogni uomo, rappresentando l\u2019eroica normalit\u00e0 degli uomini che ogni giorno vivono e affrontano l\u2019Odissea della vita.<br>\nLa riflessione sull\u2019ordinariet\u00e0 dell\u2019esistenza paragonata alla irrecuperabile profondit\u00e0 simbolica del mito ci porta alla terza opera in analisi, che fa di tale considerazione una colonna portante: <em>La luna e i fal\u00f2<\/em>  di Cesare Pavese.\n<br>\nSi tratta dell\u2019ultimo romanzo dello scrittore piemontese, scritto di getto in meno di due mesi dal settembre al novembre del \u201849 . Nonostante la stesura veloce, il romanzo \u00e8 quello che potremmo definire &#8220;della carriera&#8221;, quello a cui \u00e8 legata la riflessione pi\u00f9 ampia; come scrive Pavese nel diario edito postumo &#8220;Il mestiere di vivere&#8221;,<br><br>\n<span class=\"sec-quotation\">\n\u00abLa luna \u00e8 il libro che mi portavo dentro da pi\u00f9 tempo e che ho pi\u00f9 goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo &#8211; forse sempre &#8211; non far\u00f2 pi\u00f9 altro. Non conviene tentare troppo gli d\u00e8i\u00bb.\n<\/span><br><br>\nQuesta previsione si riveler\u00e0 in realt\u00e0 essere una tragica profezia: pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo nel 1950 infatti, Pavese morir\u00e0 suicida nella camera di un albergo torinese.<br>\nRiassumendo brevemente la trama, il libro &#8211; scritto in prima persona-  parla di un uomo, <em>Anguilla<\/em>, che, non pi\u00f9 giovane ma non ancora vecchio, torna nel suo paese d\u2019origine sulle Langhe piemontesi, vale a dire Santo Stefano Belbo, che \u00e8 poi il luogo di nascita di Pavese stesso. Questo <em>nostos<\/em> avviene da un duplice punto di vista: da un lato \u00e8 geografico, e nel libro ci vengono presentati gli episodi vissuti dall\u2019Anguilla durante la sua permanenza a Belbo; dall\u2019altro, \u00e8 un ritorno temporale, in quanto in alternanza alle avventure del presente Pavese ci presenta numerosi flashback relativi all\u2019infanzia e all\u2019adolescenza dell\u2019Anguilla, prima che questi, grazie all\u2019aiuto di una donna a cui era legato sentimentalmente, partisse per l\u2019America allo scoppio della guerra.<br>\nGi\u00e0 dalla trama si comprende che la riflessione mitica legata alla stesura del romanzo \u00e8 di un tono diverso rispetto agli esempi precedenti: in particolare, la dimensione mitica che interessa a Pavese \u00e8 quella dell\u2019infanzia. Il mito di cui si parla nel romanzo non \u00e8 dunque quello classico di Atena, Teseo o Ulisse, ma quella particolare visione dei campi coltivati, del fiume Belbo, delle feste, delle donne (grande importanza nel romanzo \u00e8 data alle tre sorelle appartenenti alla famiglia presso cui Anguilla lavor\u00f2 da ragazzo, Irene, Silvia e Santa) , della <em>luna<\/em> e dei <em>fal\u00f2<\/em>. Si tratta di immagini che secondo Pavese, come egli scrive nel saggio <em>Del mito, del simbolo e d\u2019altro<\/em> contenuto in <em>Feria d\u2019Agosto<\/em>, formano categorie della nostra esistenza, dei modelli inconsci a cui faremo riferimento per tutta la vita ; sono <em>&#8220;eventi insostituibili&#8221;<\/em> che <em>&#8220;valgono come modulo supremo della realt\u00e0, come suo contenuto, significato e midollo&#8221;<\/em>; una constatazione,questa, che ben si associa alla definizione che Pavese d\u00e0 di mito, contenuta nello stesso testo: <em>&#8220;un fatto che avviene una volta per tutte&#8221;<\/em>.<br>\nLa ricerca dell\u2019Anguilla \u00e8 improntata proprio al recupero di questa dimensione mitica infantile, ricerca che per\u00f2 risulta impossibile. \u00c8 solo nel piccolo Cinto, un bambino zoppo sui dodici anni che Anguilla incontra nella cascina una volta appartenente al suo padre adottivo e ora passata al Valino, il padre del ragazzo, che Anguilla ritrova, ma senza poterla possedere, quella visione del mondo:<br><br>\n<span class=\"sec-quotation\">\nCos\u2019avrei dato per vedere il mondo con gli occhi di Cinto, ricominciare in Gaminella come lui, con quello stesso padre, magari con quella stessa gamba &#8211; adesso che sapevo tante cose e sapevo difendermi. Non era mica compassione che provavo per lui, certi momenti lo invidiavo.\n<\/span><br><br>\nAd Anguilla infatti, ogni immagine del passato appare oggi disincantata, irrevocabilmente persa. \u00c8 il caso delle usanze contadine a cui Pavese fa riferimento nel testo,filtrate dalla lettura del <em>Ramo d\u2019oro<\/em> di James Frazer dove l\u2019antropologo britannico vi dedica interi capitoli: la <em>luna<\/em>, i <em>fal\u00f2<\/em> e il loro potere sacro, magico, di influenzare i raccolti e la riuscita del bestiame. Non bisogna mai, secondo il credo contadino, piantare o abbattere piante nelle notti di luna piena, n\u00e9 fare la macina, n\u00e9 qualsiasi altra attivit\u00e0 legata ai campi. Contrariamente, \u00e8 di buon auspicio accendere grandi fal\u00f2 sulle colline durante la notte di San Giovanni, il 24 giugno, una tradizione portata avanti anche ai giorni nostri. Questo rito dei fuochi \u00e8 il principale punto di contatto tra il mondo delle Langhe caro a Pavese\/Anguilla e l\u2019opera dell\u2019antropologo scozzese,il quale propone la tesi secondo cui essi siano solo apparentemente legati al cristianesimo, risalendo in realt\u00e0 a una ben pi\u00f9 antica religione pagana: accendere il fal\u00f2 aiuta il Sole a raggiungere il punto pi\u00f9 alto del cielo provvedendo allo scorrere del tempo, \u00e8 un ausilio dato dall\u2019uomo alla natura. Ecco che quindi il rito debba essere apparso a Pavese in tutta la sua forza originaria, mitica, ma allo stesso tempo irrecuperabile: Anguilla crede che il fal\u00f2 sia solo una superstizione e quindi non vede pi\u00f9 il mondo con gli occhi di Cinto. E questa condizione di totale disincanto dell\u2019et\u00e0 adulta \u00e8 rappresentata nel libro dalla valenza negativa che acquisisce il fuoco sul finire del romanzo: il Valino uccide moglie e suocera e s\u2019impicca dopo aver dato fuoco alla sua casa, la Gaminella, che \u00e8 simbolo dell\u2019infanzia dell\u2019Anguilla essendo il luogo in cui ha trascorso i primi anni della sua vita. A questo si aggiunge il fal\u00f2 con cui si chiude il romanzo,di cui si legge quando Anguilla scopre della morte di Santa, la pi\u00f9 piccola (e pi\u00f9 bella) delle sorelle citate prima: dopo averla scoperta come spia repubblichina, i partigiani la fucilano e la cremano, per evitarle la terribile sorte di essere violentata persino dopo la morte. Da rito propiziatorio di fertilit\u00e0 e di vita, il fal\u00f2 si \u00e8 trasformato in segno di morte e di violenza ineluttabile: il rogo della casa di Valino e quello del cadavere di Santa sembrano sancire il definitivo soccombere del mondo contadino e dei miti infantili legati ad esso, bruciati da una ferinit\u00e0 &#8211; quella del Valino e di tutti gli uomini &#8211;  che non ha pi\u00f9 nulla di primitivo e originario, ma che \u00e8 esclusivamente corruzione umana, pura malvagit\u00e0.<br>\nIl ritorno di Anguilla da quell\u2019<em>anti-paese<\/em> che \u00e8 l\u2019America \u00e8 quindi fallimentare: esso non gli concede di ritrovare quella dimensione magica ch\u2019egli sente appartenere alla sua infanzia, ma solo di comprendere fino in fondo che questa \u00e8 irrevocabilmente terminata, che il mito non  appartiene pi\u00f9 n\u00e9 a lui n\u00e9, forse, all\u2019umanit\u00e0 tutta.<br><br>\n<b>Bibliografia<\/b><br>\nEva Di Stefano, <em>Gustav Klimt. L\u2019oro della seduzione<\/em>, Giunti, Firenze, 2009<br>\nJames Frazer, <em>Il ramo d\u2019oro<\/em>, Newton Compton Editori, Roma, 2014<br>\nStefano Giovanardi, <em>La luna e i fal\u00f2<\/em> in <em>Letteratura italiana: Le Opere: IV. Il Novecento<\/em>, volume II: <em>La ricerca letteraria<\/em>, Einaudi, Torino, 1992<br>\nGuido Guglielmi, <em>Pavese mitologo<\/em> in <em>La prosa italiana del Novecento<\/em>, II, Einaudi, Torino, 1998<br>\nJames Joyce, <em>Ulisse<\/em>, Newton Compton Editori, Roma, 2012<br>\nTatjana Pauli, <em>Klimt. La secessione e il tramonto d\u2019oro dell\u2019impero austriaco<\/em>, Leonardo Arte, Firenze, 2009<br>\nCesare Pavese, <em>La luna e i fal\u00f2<\/em>, Einaudi, Torino, 2014<br>\nCesare Pavese, <em>Del mito, del simbolo e d\u2019altro<\/em> in <em>Feria d\u2019agosto<\/em>, sezione La Vigna,Einaudi, Torino, 2002<br>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Nel contesto cos\u00ec complesso e tragico del Novecento europeo, la letteratura e le arti si sono profondamente rinnovate in ogni loro aspetto e l\u2019umanit\u00e0 ha maturato una diversa visione del mondo. 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