{"id":4106,"date":"2020-06-14T02:37:43","date_gmt":"2020-06-14T00:37:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=4106"},"modified":"2020-06-15T19:23:00","modified_gmt":"2020-06-15T17:23:00","slug":"scrivere-il-viaggio-il-nome-e-il-domani-le-cose-del-mondo-di-paolo-ruffilli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=4106","title":{"rendered":"Scrivere il viaggio: il nome e il domani. <em>Le cose del mondo<\/em> di Paolo Ruffilli"},"content":{"rendered":"\nUna ricognizione previa. Per Paolo Ruffilli <em>poesia<\/em> non \u00e8 rispecchiamento della realt\u00e0, semplice mimesi, magari schizomorfa immagine del mondo. \u00c8 rifondazione e riorganizzazione del tempo in cui il vissuto si struttura e si dispiega. E ricostruzione dei processi semantici. In questi termini potrebbe apparire una riproposizione della poetica novissima, o forse di quella, oggettiva e oggettuale, della linea lombarda (il che, per altro, entrerebbe in conflitto con la settecentesca dolceamara cantabilit\u00e0 di Ruffilli). Siamo di fronte invece a un <em>tertium datur<\/em>, alla terza ipotesi esclusa dalla filosofia. Qualcosa pu\u00f2, insieme, essere e non essere, porsi al di l\u00e0 dello stesso principio di non contraddizione. Come nella ontologia quantistica o nella <em>logique des ensembles flous<\/em>, una logica sfumata, per cui tra vero e falso, reale e irreale, non c\u2019\u00e8 netta esclusione, bens\u00ed una gamma indefinita e potenzialmente illimitata di sfumature e gradazioni.<br> \nRicreare <em>per verba<\/em>, quindi. Una delle difficolt\u00e0 a riguardo \u00e8 lo scontro con le leggi della logica, ma non a vantaggio di una radicalit\u00e0 extralogica. Diciamo allora: ricreare <em>per verba<\/em> una omologia di opposti in assenza di connessione logica, a partire dalla contraddizione che riflette e traduce quell\u2019elemento certo che \u00e8 l\u2019incoerenza delle cose, il solo orizzonte in cui le cose del mondo si rivelano. Anche la poesia \u00e8 antilogica, ma spessissimo \u00e8 alogica, cio\u00e8, inevitabilmente, analogica. La rappresentabilit\u00e0 del mondo passa per l\u2019opposizione, che a sua volta si basa sulla complementariet\u00e0 con una implicita controparte e sui tratti contestuali delle cose. Oltre il dominio di questioni reciprocamente irriducibili, come nelle filosofie orientali, Ruffilli si muove nel campo di una unit\u00e0 dinamica, nella convergenza di fattori divergenti. Rimettendosi alla necessit\u00e0 dell\u2019antitesi \u2013 tratto saliente del suo versificare, nella collocazione simmetrica degli elementi in contrasto \u2013, o dell\u2019antifrasi, come tempestivamente rilevava Roland Barthes.<br>\nContestualit\u00e0 delle cose, acquisizione di senso nella prossimit\u00e0 incongruente, intersettorialit\u00e0: i vari gradi e le forme dell\u2019essere (inanimate, animate, parti di noi, e noi, privati di ogni sublimit\u00e0) non vanno inquadrati settorialmente. In linea con tale premessa, <em>Le cose del mondo<\/em> (Mondadori, \u00abLo Specchio\u00bb, 2020, nota di Maurizio Cucchi) si presenta come un composto, l\u2019attuazione di un progetto unificante. Dopo l\u2019eclissi del soggetto poetante in <em>Natura morta<\/em> (2012), con <em>Le cose del mondo<\/em> rientrano, senza mai declamarsi, il locutore e la sua dimensione personale, che tuttavia tornano a sgretolarsi gi\u00e0 dalla terza sezione dell\u2019opera (\u00abLa notte bianca\u00bb, da Jurij \u017divago: \u00abla notte bianca che tante cose ha rivelato\u00bb, trad. dello stesso Ruffilli) per la qualit\u00e0 plurale degli assunti e l\u2019incalzare di un destino unanime, cui meglio si attaglia un anonimato che enfatizzi l\u2019aura contemplativa, la condizione riflessiva della poesia.<br>\nNel viaggio attraverso la propria scrittura Ruffilli configura un arduo amalgama di anni, temi, stilemi. Configura l\u2019interna coesione dell\u2019opera nella trasposizione del discordante in simultaneit\u00e0. Come uno \u00e8 il corpo qui diviso in sottosistemi che rinviano a una totalit\u00e0 complessa. \u00c8 da notare un distanziamento dalle seduzioni della memoria, cos\u00ed come l\u2019azzeramento di ogni residua descrizione di atmosfere in dissolvenza, salvo in alcuni punti della prima sezione. La destinazione del viaggio \u00e8 arrivare a designare le cose del mondo, e farlo senza temere stridenze e disfemismi. \u00abIn poesia le sillabe fanno l\u2019amore\u00bb, fu detto. E in <em>Affari di cuore<\/em> (2011) l\u2019amore \u00e8 s\u00ed coinvolgimento, nodo che avvince, forse destino. Ma anche insidia, sviamento, sindrome amorosa, <em>souffrance<\/em>. Un sentimento di cui non vengono risparmiati gli aspetti pi\u00fa scabri, come, appunto, nella poesia di Ruffilli in generale.<br>\nMa questo viaggio non disegna una deriva, non \u00e8 senza <em>nostos<\/em>. L\u00e0 dove esso termina, e cio\u00e8 nel ritorno a casa, inizia il viaggio di scrittura. Tuttavia, dire <em>scrittura<\/em> riferito a Ruffilli pu\u00f2 sembrare elusivo e riduttivo. Sono esclusi dal suo orizzonte proclami di autoterapia o di autobiografia: non si tratta qui di mettere in sillabe i nostri silenzi, n\u00e9 di constatare e contrastare la nostra finitezza affidandoci a lettori a venire. Anche alla domanda ultima, sulla morte, risponderebbe che \u00e8 un incontro con la domanda sul recondito senso o sulla insensatezza della vita. Esclusa anche l\u2019urgenza di uno schermo, scrivere per Ruffilli \u00e8 qualcosa di pi\u00fa esigente, selettivo, impegnativo. \u00c8 misurarsi con la realt\u00e0 \u2013 mai assunta come patria lontana \u2013 per intercettare quelle \u00abparole sciolte via dal laccio \/ che le lega nel pi\u00fa profondo strette, \/ assetate sempre di libert\u00e0 e di arbitrio\u00bb. Scrivere \u00e8 nominare, cio\u00e8 \u00abriplasmare in lettere una essenza\u00bb. E alla radice del nominare si situa l\u2019immaginare metodico, che in accezione ruffilliana abolisce la distanza dalla vita e dalla realt\u00e0, dirada le forme di dogmatismo e punta al quintessenziale: nel suo esito precipuo, il fingere, il dare forma a verit\u00e0 altrimenti inintelligibili. L\u2019immaginazione quale fonte di intelligibilit\u00e0 \u00e8 il criterio di base, se disatteso le cose non oltrepasserebbero lo stadio intrasparente e stratiforme del quasi-essere, che in una gerarchia di gradi di essere costituisce qualcosa di impensabile tanto quanto il non-essere.<br>\nUn gruppo di motivi tipicamente ruffilliani figura nella prima sezione, \u00abNell\u2019atto di partire\u00bb, combinati con il paradigma del viaggio. \u00abL\u2019imprevisto che \u00e8 legato al moto\u00bb; il movimento che relativizza e inverte ogni prospettiva; la necessit\u00e0 di \u00abperdersi \/ per  potersi davvero ritrovare\u00bb; le sembianze intraviste, \u00abombre che fuggono di scena\u00bb; la fortuit\u00e0-necessit\u00e0, proustianamente, di un incontro: ma che poteva solo essere; il motivo gi\u00e0 leopardiano e pascoliano \u00abche pi\u00fa si va e meno si trova \/ e non  si arriva da nessuna parte\u00bb; la vita come \u00abinseguimento di se stessi\u00bb; gli effetti della distanza; l\u2019asintotico senso delle cose, \u00abperduto prima \/ di averlo conquistato\u00bb. E lo squallore delle stanze di albergo, l\u2019odore stantio dei corridoi per accedervi, \u00abnel cono di polvere \/ che sale con la luce nebulosa\u00bb, la stessa stazione quale luogo di assenza di tensioni proprio nel suo essere l\u2019acme delle tensioni rivestono quasi una funzione correlativa: la vita \u00e8 un \u00abmoto inerte\u00bb, a conti fatti \u00e8 sradicamento, solitudine, estraneit\u00e0. Bench\u00e9 \u00abtutti quanti insieme in corsa\u00bb, come in treno. Oppure, come Virgilio morente: \u00abciascuno \u00e8 circondato da una foresta di voci, ciascuno vi cammina smarrito per tutta la vita, cammina e cammina e tuttavia \u00e8 immobile nell\u2019impenetrabilit\u00e0 della selva delle voci\u00bb (Hermann Broch, <em>La morte di Virgilio<\/em>, 1945, nella traduzione di Aurelio Ciacchi).<br>\nNel lungo lavoro di Ruffilli <em>Le cose del mondo<\/em> profilano una prospettiva lustrale. Disperse le scorie adulteranti e inarmoniche, i titoli intermedi non pi\u00fa significanti, i passaggi non obbligati, l\u2019opera \u2013 l\u2019autore dice \u2013 vuole essere \u00abunitaria, come costruzione poematica, ed \u00e8 l\u2019esito di una lunga elaborazione, di un lavoro pi\u00fa che quarantennale\u00bb. Dove rileviamo un progressivo illimpidimento del lessico e dei fatti di stile, insieme a una crescente complessit\u00e0 dei contenuti del pensiero fingente. Tra i lati costanti della sua ispirazione c\u2019\u00e8 l\u2019assunzione delle cose del mondo \u2013 e l\u2019umano con esse \u2013 nei loro differenti livelli di esistenza: dalla dimensione oggettuale costitutivamente irridente verso l\u2019umano e il suo decadere, al materiale empirico, alla morale per la figlia, a un consuntivo sulla vita e al conto aperto con essa, alla nominazione della autorit\u00e0 del corpo \u2013 senza che alcun misticismo del corpo o allusioni al <em>soma-sema<\/em> interferiscano. L\u2019ultima sezione, pur incrementandosi con interrogativi-asserzioni, e in ultima istanza con il senso stesso dell\u2019interrogare, sigla la pi\u00fa che consolidata visione dell\u2019essere, della vita e dell\u2019arte verbale di Ruffilli consegnataci con <em>Natura morta<\/em>.<br>\nNon sfugge il paradigma del riuso di s\u00e9 \u2013 riscrivere, riscriversi \u2013, la riproposizione dislocata di brani poetici antecedenti. Qual \u00e8 la ragione di quell\u2019emblematico indice che \u00e8 la replica? Che qui si definisce come <em>ripresa<\/em>, cio\u00e8 un prendere di nuovo, un nuovo inizio, e quindi anche un nuovo sguardo, dopo una sosta. Ruffilli sembra anzitutto mobilitare il lettore all\u2019altezza di correlare il gi\u00e0 scritto a nuovi contesti. La ripetizione \u2013 la \u00abcompagna amata di cui non ci si stanca mai\u00bb, come Kierkegaard la definiva \u2013 allontana lo spettro della staticit\u00e0 ed imita il dinamismo temporale dell\u2019esistente, che nel suo divenire altro porta con s\u00e9 tracce di anteriore. E il dinamismo \u00e8 un elemento-chiave di una poetica difficile perch\u00e9 fondata sulla metamorfosi. Se la metamorfosi \u00e8 la regola del mondo, in poesia d\u00e0 luogo a nuovi nessi e a improvvise disgiunzioni: \u00ab\u00c8 proprio andando che si capisce \/ qual \u00e8 il rovesciamento di ogni prospettiva\u00bb. Il che d\u00e0 la misura della inesaustivit\u00e0 della ricerca di Ruffilli.<br>\nCon il nome ripetuto si tende a qualcosa, e questo qualcosa costituisce la base per una nuova ripetizione. Purch\u00e9 non ci si attenga letteralmente alla retorica, per cui la ripresa di un nome o di frasi mira al consolidamento di un concetto. Anche per la circostanza che quel concetto, distolto da quel tempo e installatosi in un altro assetto, ora non c\u2019\u00e8 pi\u00fa. \u00c8 chiaro che in Ruffilli il modello retorico non \u00e8 vincolante. Ci\u00f2 che ritestualizzando si intende intensificare \u00e8 forse un particolare dato di esperienza, qualcosa che non \u00e8 andato definitivamente smarrito per avere pi\u00fa di altro inciso in una maniera di essere. Ma Ruffilli guarda sempre in avanti (non \u00e8 un caso che l\u2019opera inizi con l\u2019immagine, letterale ed emblematica, del treno, guardando dal finestrino: \u00abScoprendo che la vita ci precede \/ nel mentre stesso che rimane indietro\u00bb). E sul senso della <em>Gjentagelsen<\/em> l\u2019appena richiamato Kierkegaard diceva: \u00ab<em>ripetizione<\/em> \u00e8 un termine risolutivo per ci\u00f2 che fu \u201breminiscenza\u2019 presso i Greci\u00bb, per i quali conoscere \u00e8 ricordare. Fu Leibniz, secondo Kierkegaard, a focalizzare il discrimine tra ricordo e un diverso rapporto con il tempo: l\u2019intera esistenza \u00e8 una ripetizione, un ricordare seguitando. Diversamente Montale: \u00abAltro&nbsp;comfort&nbsp;fa per noi ora, altro \/ sconforto\u00bb. Mentre in Ruffilli il ricordo si svincola da legami e contingenze temporali, si differisce e si rinnova, si rimette al corrente con il tempo. S\u00f8ren Kierkegaard, <em>La ripetizione. Un esperimento filosofico<\/em> (1843): \u00abRipetizione e ricordo sono lo stesso movimento, tranne che in senso opposto: l\u2019oggetto del ricordo infatti \u00e8 stato, viene ripetuto all\u2019indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo oggetto in avanti. Per questo la ripetizione, qualora sia possibile, rende felici, mentre il ricordo rende infelici\u00bb (come traduce Dario Borso).<br>\nE Ruffilli: \u00abNella felicit\u00e0 ci sfiora il tempo \/ senza lasciare tracce vere \/ e poi il ricordo, per quanto faccia, \/ non \u00e8 capace di far rivivere il piacere\u00bb. Pu\u00f2 esserci allora una felicit\u00e0 meno labile, o diversamente labile, magari nella scrittura? Nel reperimento dell\u2019adeguato nome? Cio\u00e8 l\u2019integrale sintesi di contenente e contenuto, di incorporante e incorporato? Negli <em>Appunti per una ipotesi di poetica<\/em> (che seguono <em>Natura morta<\/em>) affermava di non guardare nostalgicamente al tempo irreversibile, il che comporterebbe vivere un presente imbrigliato in ci\u00f2 che \u00e8 stato. Per lui, se da un lato non ha senso la nostalgia per ci\u00f2 che con la metamorfosi costantemente si ricrea, non c\u2019\u00e8 cosa destinata all\u2019estinzione (e questo \u00e8 sempre stato uno dei suoi assunti pi\u00fa alti), dall\u2019altro lato mostra di concepire la nostalgia come un sentimento dispersivo, che talora si combina con la <em>voluptas<\/em> del <em>tempus edax<\/em> e della caducit\u00e0. Quello dello spostamento in avanti \u00e8 un tratto nodale della sua ricerca, e quando il nome riesce a circoscrivere l\u2019informe sfuggente, a stringere la cosa, se non di felicit\u00e0, si pu\u00f2 almeno parlare di felicit\u00e0 linguistica per il conseguimento del suo obiettivo supremo: scongiurare la landa poetica, fin dai lontani anni Settanta. Insisto sul motivo dello spostamento in avanti anche perch\u00e9 spesso la ripetizione chiama e chiede una verifica. Inoltre, l\u2019iterazione legata al dinamismo \u00e8 il contrario del ricordo che sbarra le vie di fuga e inibisce la durevolezza delle cose del mondo e, di conseguenza, spegne ogni nostra speranza. Cos\u00ed Ruffilli: \u00abL\u2019enigma si disvela nel linguaggio: \/ le cose vive hanno radici lunghe \/ che pescano sempre nelle cose morte. \/ Ci\u00f2 che rinasce puro si trasforma, prolungandosi, nella speranza del futuro\u00bb. E il futuro \u00e8 l\u2019\u00e0mbito dell\u2019agire, un passaggio quindi, non una meta.<br>\nLe sezioni \u00abIl nome della cosa\u00bb e \u00abAtlante anatomico\u00bb, oltre il loro posizionamento strategico prima dell\u2019affondo finale, se condividono l\u2019idea del catalogo, almeno per un verso ne divergono radicalmente: le cose non sensibili ci sopravvivranno. I nostri organi sono deperibili, mentre le cose hanno i requisiti per resistere al disfacimento. La loro dissoluzione ha tempi lunghissimi, e nessuno se ne avvede. Ma Ruffilli tende ad oltrepassare la mistificazione insita nell\u2019evidenza, quindi suo obiettivo in entrambe le sezioni resta la tensione nominante: volta ad arrestare \u2013 senza la certezza di averlo sequestrato o nitidamente identificato, giacch\u00e9 il divenire \u00e8 anche il fato del nome, come la modalit\u00e0 dell\u2019iterare suggerisce \u2013 quell\u2019istante, lo stabile nel fluttuante, quel rapporto essenziale affrancato dal qui ed ora, tra le diverse propriet\u00e0 della cosa (abbiamo frequenti <em>incipit<\/em> in elencazione ellittica, in particolare nella sezione \u00abLa notte bianca\u00bb: sono prove di nominazione? Di ricostruzione di processi, come dicevo all\u2019inizio?) ben sapendo che quel <em>quid<\/em> pu\u00f2 per lo pi\u00fa godere di una decisa pronuncia unicamente attimale, per poi impallidire, regredire al rango di accenno, di allusione, avvisaglia, tornare fuori campo ed essere ingoiato dall\u2019indifferenziato fondo della realt\u00e0.<br>\nQuanto al catalogo delle parti anatomiche, il nominare incontra la difficolt\u00e0 di superare la dualit\u00e0 degli \u00abstranieri opposti maschile e femminile\u00bb. Anche le parti del corpo vogliono essere rianimate attraverso parole scritte che le ravvivino strappandole al vuoto, cio\u00e8 all\u2019ancora senza contenuto. Le parole, se profondamente incise, se fondanti una sinergia tra tempo e spazio, costituiscono un frammento di mondo, un \u00e0mbito contratto, evocano una densit\u00e0 spaziale che dilata i nostri sensi e lambisce le questioni ultime.<br>\nNel nominare \u00ab\u00c8 la ragione che si fa linguaggio \/ volto a spiegare perfino il sentimento\u00bb. Ma il nome rende fedelmente l\u2019originale che designa? O non pu\u00f2 non adulterarlo? Il solito dualismo: un conto \u00e8 viaggiare, un altro \u00e8 scrivere il viaggio. Qualora non si attinga alla \u00abvisionaria immaginosa verit\u00e0\u00bb di una parola che abbia incorporato le differenze di cui si compongono le cose. Che abbia sorpreso il loro rapporto omologico. Questo <em>climax<\/em> sulla nominabilit\u00e0 come plasmabilit\u00e0 di una essenza culmina nell\u2019ultima sezione dell\u2019opera, \u00abLingua di fuoco\u00bb: qui la parola scritta \u00abemerge su dal fondo\u00bb, \u00abdi colpo cessa di essere in procinto\u00bb, \u00abesonda\u00bb, d\u00e0 \u00abcorpo all\u2019ombra\u00bb, \u00abforma al fantasma\u00bb. La parola scritta coglie qualcosa di sopradialettico, e restituisce \u00abforma contorni e consistenza\u00bb al retroscena del visibile.<br>\nDa qualsiasi lato lo si prenda, il metodo di Ruffilli comporta uno scatto in avanti: rimette continuamente in gioco i termini della sua ricerca, riprende nodi in forma di parole che si sciolgono nel corso del tempo e in corso d\u2019opera, sicch\u00e9 ogni clausola non sar\u00e0 mai, letteralmente, conclusiva. Come, per rubare una metafora alla musica (territorio ruffilliano di elezione), in una perpetua cadenza d\u2019inganno, oppure in una wagneriana melodia infinita, in cui l\u2019udito e l\u2019anima, delusi dalla mancata quiete dell\u2019obbligato ritorno alla tonica, della costante convergenza verso il centro di gravit\u00e0 dello spazio sonoro, sono ogni volta ridestati dalle nuove evoluzioni, dai sempre risorgenti arabeschi della melodia e dell\u2019armonia.\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Una ricognizione previa. Per Paolo Ruffilli poesia non \u00e8 rispecchiamento della realt\u00e0, semplice mimesi, magari schizomorfa immagine del mondo. \u00c8 rifondazione e riorganizzazione del tempo in cui il vissuto si struttura e si dispiega. E ricostruzione dei processi semantici. In questi termini potrebbe apparire una riproposizione della poetica novissima, o forse di quella, oggettiva e [&hellip;]","protected":false},"author":23,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[3],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4106"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/23"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4106"}],"version-history":[{"count":24,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4106\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4451,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4106\/revisions\/4451"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4106"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4106"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4106"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}