{"id":4078,"date":"2020-06-15T02:55:25","date_gmt":"2020-06-15T00:55:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=4078"},"modified":"2020-06-15T19:27:05","modified_gmt":"2020-06-15T17:27:05","slug":"la-strage-del-2-agosto-1980-alla-stazione-di-bologna-nella-narrazione-dei-testimoni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=4078","title":{"rendered":"La strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna nella narrazione dei testimoni"},"content":{"rendered":"\nIl progetto Mneo ha avviato, nel giugno 2019, il recupero delle video testimonianze della strage del 2 agosto 1980 avvenuta nella stazione di Bologna, quando alle 10.25 lo scoppio di una bomba distrugge la sala d&#8217;aspetto di seconda classe, gremita di persone, e gli uffici dell\u2019azienda di ristorazione Cigar che si trovano proprio sopra l\u2019area, causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di duecento. Lo scopo del lavoro \u00e8 quello di creare un archivio di testimonianze non solo dell\u2019evento pi\u00f9 tragico avvenuto durante gli anni tra il 1968 e il 1980 definiti come gli \u201canni di piombo\u201d, la dura stagione delle stragi e degli attentati che hanno caratterizzato questo periodo del Ventesimo secolo, ma anche di quelli pi\u00f9 significativi della recente storia d\u2019Italia, scegliendo la registrazione video quale mezzo per recuperare e ricordare le preziose parole dei testimoni e dando, in questo modo, pi\u00f9 forza alla cristallizzazione di quei racconti  per realizzare idee e progetti  che possano aiutare a tenere viva la memoria collettiva del Paese, per far conoscere al pubblico, soprattutto quello pi\u00f9 giovane, le storie che altrimenti potrebbero rischiare di cadere nell\u2019oblio. <br>\nPer la drammatica vicenda bolognese il progetto ha anche lo scopo di ascoltare la voce dei testimoni chiamati a narrare la vera e unica versione di quello che \u00e8 accaduto, essendone i legittimi depositari che ne portano sulla pelle i segni tangibili e nell&#8217;anima una lacerazione che mai si chiuder\u00e0. Le otto interviste a quattro feriti, a due familiari delle vittime, a un medico e a un soccorritore realizzate per il progetto Mneo rappresentano la narrazione lucida ma anche molto dolorosa delle loro testimonianze che aspettano, nonostante l\u2019individuazione e la condanna definitiva dei tre esecutori materiali, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, e Luigi Ciavardini, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari,  e passate per tutti i gradi di giudizio, di vederli in carcere invece che liberi, grazie ai cavilli della legge, e di avere verit\u00e0 e giustizia sugli ideatori e i mandanti di quel tragico evento. Nel frattempo chi resta sopravvive al proprio personale trauma e al senso di colpa di essere vivo grazie alla condivisione e all\u2019unione di quel dolore comune, materializzate nella creazione dell\u2019Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 che nel tempo non solo ricomporr\u00e0, almeno in parte, quelle vite andate in frantumi ma far\u00e0 pi\u00f9 di quello che avrebbe dovuto fare lo Stato negli anni seguenti, ovvero cercare la verit\u00e0 leggendola nel disegno d\u2019insieme che la stessa Associazione vedr\u00e0 svelarsi, collegando nel tempo con un lungimirante lavoro di digitalizzazione e comparazione, centinaia di atti relativi a tutte le stragi che insanguinano gli anni di piombo. Mentre tutto questo accade la vita di chi resta in attesa, familiari delle vittime e feriti, cambia inesorabilmente senza che gli esecutori possano provare un sentimento di colpa per chi \u00e8 morto e per chi \u00e8 rimasto ferito, mentre lo stesso Stato sembra proteggere, attraverso i meandri oscuri della burocrazia, i terroristi e non le vittime. Tra chi sopravvive c\u2019\u00e8 chi non vuole raccontare quella sua dolorosa esperienza e chi invece capisce che il destino gli concede un\u2019altra possibilit\u00e0 di vita che unisce tutti i feriti, che mai per\u00f2 riusciranno a raccontarsi  fino in fondo. La storia della strage della stazione provoca infatti ferite fisiche e psicologiche talmente terribili da lasciare segni che sconvolgono anche chi li soccorre, diventando parte non solo di uomini, donne e bambini, ma anche di cose, come l&#8217;autobus trentasette, usato quel giorno come mezzo per il trasporto delle vittime verso gli obitori degli ospedali cittadini, e che grazie a quella memoria che conserva nella sua materialit\u00e0 oggettiva riprende vita acquisendo una propria anima e una propria identit\u00e0, diventando testimone al pari di chi si \u00e8 salvato con la stessa dignit\u00e0 e verit\u00e0. <br>\nMentre le vittime e i feriti della strage raccontano di quanto avessero avuto bisogno, nei primi anni del dopo strage, dello Stato pronto a farsi carico del loro dolore accompagnandoli e partecipando al percorso per arrivare alla verit\u00e0, accadeva che fosse proprio lo Stato, rappresentato da suoi alti funzionari, a rallentare le prime indagini. Perch\u00e9 i percorsi del dolore servono anche a questo, a elaborare lutti pubblici come quello di una strage, mantenendo viva la memoria per avere giustizia per chi ha pagato con la propria vita azioni scellerate che sembrano non avere mandanti. E quando il percorso \u00e8 partecipato e condiviso assume sia forza che leggerezza e pu\u00f2 proseguire il suo cammino pi\u00f9 velocemente. All\u2019indomani della strage si capisce per\u00f2 che quel percorso non sar\u00e0 n\u00e9 partecipato e n\u00e9 condiviso, n\u00e9 forte e n\u00e9 leggero, ma soprattutto non sar\u00e0 limpido, passando per il buio delle bugie e dei depistaggi, a cominciare dalla ipotesi della prima ora che inizia a circolare sulla causa dello scoppio, il malfunzionamento di una caldaia, e soprattutto da una sentenza di quei giorni che assolve tutti gli imputati per una analoga strage, quella di piazza Fontana a Milano avvenuta il 12 Dicembre 1969. La sensazione che l\u2019opinione pubblica percepisce intorno alla vicenda \u00e8 che la piega che deve prendere l\u2019iter giudiziario per fare luce sull\u2019intera vicenda deve avere un binario lineare e chiaro, per evitare che insabbiamenti e buchi neri, palesemente messi in evidenza e che hanno gi\u00e0 iniziato a contaminare la vicenda, continuino il loro inesorabile percorso. <br>\nAnche per questo, a pochi mesi dalla tragedia, il primo giugno del 1981 si costituisce l\u2019Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 con lo scopo di \u00abottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta\u00bb, come recita l\u2019articolo due dello statuto, e che nei processi che seguiranno si costituir\u00e0 parte civile, dando una forte spinta a tutte le fasi dell\u2019inchiesta e diventando  il faro di tutta l\u2019azione portata avanti per chiedere allo Stato che venga fatta giustizia sull\u2019oscura vicenda della strage. In poco tempo si avvicineranno all\u2019Associazione anche semplici cittadini non coinvolti direttamente nella strage, soprattutto bolognesi che si sentono toccati dalla vicenda per quel senso civico che da sempre li contraddistingue nella partecipazione attiva alla vita della cosa pubblica. Ed \u00e8 la stessa Associazione che nel corso degli anni far\u00e0 da raccordo per dare la possibilit\u00e0 a molti dei familiari di vittime e dei feriti di raccontare, non senza grande difficolt\u00e0, come hanno vissuto quella dolorosa vicenda. I testimoni infatti non vivono in modo semplice questo atto di generosit\u00e0 che viene chiesto loro, perch\u00e9 sono condannati ogni volta che narrano la loro esperienza a vivere una sorta di fine pena mai, come un  contrappasso dantesco che li obbliga, invece che a vivere il contrario della loro colpa che qui non c\u2019\u00e8, a vivere il loro doloroso trauma attraverso il ricordo di quello che hanno visto e sub\u00ecto sulla loro pelle. E che diventa una condanna, appunto, un fine pena mai.<br>\nSe davanti alla telecamera i testimoni hanno un iniziale titubanza, quasi un pudore a mettere a nudo i propri ricordi, dopo qualche minuto la stessa telecamera, restando  l\u00ec con  la sua unica e vera funzione di registrare quello che intanto diventa un flusso di coscienza, permette loro di essere finalmente se stessi, con  un effetto di condivisione e di alleggerimento paradossalmente pesantissimo perch\u00e9 gravato dal senso di responsabilit\u00e0, consapevoli che quando non ci saranno pi\u00f9 tutto quello che hanno visto e vissuto  potr\u00e0 essere dimenticato.<br>\nCome in un film che viene proiettato ogni volta sullo schermo o in una rappresentazione teatrale i testimoni hanno dunque solo in parte il conforto della parola, che potrebbe farsi salvifico attraverso la catarsi, perch\u00e9 essendo loro stessi i protagonisti di quella storia che narrano non pu\u00f2 dunque concedere nessun totale distacco terapeutico che li possa curare. Questa sensazione \u00e8 ben presente nelle parole dei narratori-testimoni, tutte accomunate da una fatica dell\u2019anima obbligata a portare e a sopportare questo sasso sul cuore. Se all\u2019indomani della nascita dell\u2019Associazione il dovere della testimonianza \u00e8 talmente forte da spingere a questo atto di generosit\u00e0 verso gli altri, nel tempo diventa come correre una maratona che non finisce mai, in un continuo ricominciare sapendo che non si arriva mai al traguardo, ma che potrebbe profilarsi all\u2019orizzonte solo quando saranno individuati e condannati, finalmente, anche gli ideatori e i mandanti della strage.<br><br>\n1. Marina Gamberini, la foto simbolo e il senso di colpa per essere viva\n<br>\n<em>\u00abPerch\u00e9 tutto quello che faccio da allora in poi \u00e8 solo ed esclusivamente in memoria delle mie colleghe.\u00bb<\/em>\n<br><br>\nIl racconto dell\u2019esperienza della strage rappresenta, per i narratori testimoni, una ricerca continua di equilibrio tra l\u2019elaborazione del trauma, gravato da una narrazione che si alleggerisce solo in parte con la condivisione del dolore, e il dovere verso la memoria, che assume il valore di insegnamento storico, insito nella testimonianza stessa. Il narrato si trova cos\u00ec sospeso tra la continua ricerca della metabolizzazione per superare quel trauma ma anche e soprattutto la riapertura del trauma stesso quando viene raccontato davanti alle telecamere, nelle scuole e durante le commemorazioni. \nSono questi, dunque, i due fattori che convincono i familiari delle vittime, ma soprattutto i feriti della strage della stazione di Bologna, a diventarne testimoni, anche se comprensibilmente tardivi, come nel caso di Marina Gamberini, vent\u2019anni nel 1980 e impiegata presso gli uffici della Cigar, azienda della ristorazione della stazione centrale di Bologna, che si trova sopra la sala d\u2019aspetto. Quando esplode la bomba \u00e8 in compagnia di altre sei colleghe, Katia Bertasi, Mirella Fornasari, Euridia Bergianti, Nilla Natali, Franca Dall\u2019Olio, Rita Verde, che non sopravvivono alla strage. Di quella mattina non ricorda nulla se non il momento del risveglio dopo lo scoppio della bomba e gli attimi successivi durante i quali, prima di rendersi conto di essere sepolta sotto le macerie dell\u2019ufficio, incastrata tra una grossa trave e la sua scrivania in una posizione difficile per essere trovata, crede di essere dentro a un brutto sogno e che deve solo svegliarsi. Tutte le sensazioni, le emozioni che prova e soprattutto la disperazione che la assale nelle due interminabili ore successive, convinta di morire prima che qualcuno la trovi ancora viva, faranno parte per sempre del suo quotidiano, raccontate davanti a una telecamera e impresse per sempre nel suo corpo nella continua erosione della sua anima. Ed \u00e8 proprio la disperazione del suo volto, fissata per sempre nell\u2019iconica immagine scattata non appena viene estratta dalle macerie per essere trasportata su una barella verso l\u2019ospedale, che diventer\u00e0 l\u2019immagine simbolo del dolore delle vittime e dei feriti della strage di Bologna. Da quella esperienza riporta la frattura del cranio, un trauma addominale, un taglio profondo alla palpebra sinistra e all\u2019avambraccio destro, i capelli bruciati, escoriazioni e contusioni sugli arti inferiori ma anche una frattura profonda dell\u2019anima, dovuta al senso di colpa per essere stata l\u2019unica tra tutte le impiegate  a salvarsi, amplificato dalla convinzione di aver sentito il lamento di una di loro che chiedeva aiuto senza che lei potesse fare nulla. Dopo molti anni di terapia per allontanare il senso di colpa nato in seguito a quella tragica esperienza, Marina conoscer\u00e0 casualmente il pompiere che la salva tra le macerie e l\u2019infermiera che la cura  in ospedale, recuperando e saldando per sempre legami gi\u00e0 stretti nel momento della tragedia e mai recisi nonostante i tanti anni trascorsi, ma anzi resi pi\u00f9 forti proprio dal momento dell\u2019incontro, segno che quell\u2019esperienza ha provato non solo i feriti ma anche i soccorritori.<br> \nLa svolta pi\u00f9 importante nella vita di Marina arriva con la maternit\u00e0, dopo che per anni le dicono che non pu\u00f2 avere figli perch\u00e9 le ferite subite non le darebbero la possibilit\u00e0 di portare avanti una gravidanza. Il pensiero di poter avere un figlio diventa cos\u00ec, ancora una volta, l\u2019\u00e0ncora alla quale aggrapparsi, la stessa che la aiuta a resistere quando si trova sotto le macerie, che si concretizza nel momento in cui diventa madre e che, in una pericolosa unione di emozioni opposte ma legate al suo terribile vissuto, rischia negli anni seguenti di farle provare la sensazione d\u2019essere un ostacolo alla crescita di suo figlio perch\u00e9 si sente una mamma problematica. Questa percezione, unita al senso di colpa in quanto unica sopravvissuta delle impiegate dell\u2019ufficio, la far\u00e0 per anni sentire debole, incapace di sopportare il dramma vissuto e solo l\u2019incontro con altri tre feriti sopravvissuti e divenuti simboli come lei di un\u2019altra strage, quella degli Champs \u00c9lys\u00e9es di Parigi del 20 aprile 2017, le far\u00e0 capire e risolvere  il problema. Bench\u00e9 siano persone completamente diverse per et\u00e0, estrazione e cultura, udendo i loro racconti che hanno come comune denominatore la stessa difficolt\u00e0 di metabolizzare e superare lo stesso tipo di trauma, comprender\u00e0 che la causa non \u00e8 in lei ma nella gravit\u00e0 dell\u2019accaduto, davvero troppo difficile da sopportare, per cui l\u2019unico modo di sentirsi un po&#8217; meglio \u00e8 adoperarsi per ottenere giustizia anche raccontando quell&#8217;evento.<br> \nE cos\u00ec il compito della narrazione per trasmettere la memoria della strage serve, a lei come agli altri testimoni, a tornare alla vita, anche se di vita vera non si pu\u00f2 parlare, perch\u00e9 dopo un trauma di questo genere si sopravvive e si trova un modo per convivere con il dolore, che coinvolge anche e soprattutto le proprie famiglie e i propri cari. Il racconto della sua esperienza riesce ad avere un senso, oltre il suo esserne testimone, utile dunque per superare, anche se in parte, il trauma vissuto attraverso l\u2019incontro con l\u2019Associazione tra i familiari delle vittime della strage dove conosce, tra gli altri, una persona che diventer\u00e0 il suo punto di riferimento per continuare a convivere con il suo dolore. Si tratta di Lidia, conosciuta come \u201cla mamma del 2 agosto\u201d perch\u00e9 nella strage perde suo figlio Sergio e diventando per Marina un esempio da seguire.  Lidia,  che  con il marito Torquato Secci, primo Presidente dell\u2019Associazione fino al 1996, anno della sua scomparsa, saranno punti di riferimento importantissimi per tutti i familiari e i feriti della strage. <br><br>\n2. Paolo Bolognesi, il ruolo e il lavoro dell\u2019Associazione tra I familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980<br>\n<em>\n\u00abUno dei grandi errori che si sono fatti nell&#8217;ambito delle indagini non solo della strage di Bologna ma delle indagini in generale \u00e8 il non collegare le stragi tra loro e con la loggia massonica P2 che racchiudeva praticamente tutto il potere economico e politico italiano di quel momento.\u00bb\n<\/em>\n<br><br>\nA Secci succeder\u00e0, quale Presidente nel 1996, Paolo Bolognesi, insieme primi familiari delle vittime a pensare, e soprattutto a sentire il bisogno, a pochi mesi da quel tragico evento, di fare qualcosa per chiedere giustizia per le vittime della strage, dopo che l\u2019allora recente sentenza del processo d\u2019appello della strage di piazza Fontana assolve tutti gli imputati. \nNel momento dell&#8217;esplosione della bomba, Bolognesi sta rientrando dalla Svizzera, dove \u00e8 stato per accompagnare la moglie a sottoporsi ad un intervento chirurgico. Nello scoppio della bomba il suocero, la madre, il padre e il figlio, venuti a prenderli in stazione, restano gravemente feriti, mentre la suocera, anch\u2019essa in stazione, viene uccisa dalla deflagrazione. Il figlio Marco \u00e8 colpito in pieno, riportando per il resto della sua vita la quasi totale invalidit\u00e0, e sfigurato, tanto che il padre lo riconosce all\u2019Ospedale Maggiore, dove viene portato subito dopo l\u2019esplosione, solo dalla voglia che ha sulla pancia.<br>  \nLe due direttrici lungo le quali si muovono i familiari, nell\u2019ambito delle indagini per fare luce sulla vicenda della strage e seguite attraverso l\u2019Associazione fin dalla sua nascita, sono la partecipazione attiva ai processi, con  la costituzione come parte civile, e il recupero e la conservazione di tutti i documenti e le sentenze processuali, utili  non solo per avere piena conoscenza dell\u2019intero iter giudiziario ma soprattutto per essere pubblicati, attraverso la loro digitalizzazione,  sul sito Internet dell\u2019Associazione, visitato ogni anno da oltre due milioni di persone, e quindi letti, studiati e conosciuti da tutti. L\u2019obiettivo \u00e8  sostenere il movimento di opinione molto attivo nella ricerca della verit\u00e0 che nel frattempo \u00e8 nato a margine dell\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Associazione stessa che grazie alla collaborazione di artisti, attori, musicisti, scrittori e registi, si concretizzer\u00e0 negli anni in molti progetti capaci di veicolare tanto a Bologna quanto in tutto il Paese la vicenda della strage. La stessa digitalizzazione offre anche la possibilit\u00e0 di preparare a livello giuridico i testimoni e i familiari delle vittime che, in questo modo, leggono le carte, si parlano, si confrontano e dialogano tra di loro attraverso quegli stessi documenti cos\u00ec da non essere, durante i processi, dei semplici sconosciuti a cui si fanno poche domande, come spesso accade in molti simili dibattimenti, ma diventando parte attiva in grado di far comprendere fino in fondo e sotto ogni aspetto la materia.<br> \nLa digitalizzazione e l&#8217;incrocio dei dati  diventano quindi il fattore determinante, innovativo e lungimirante dell&#8217;Associazione che vede anche la collaborazione di magistrati come Giancarlo Caselli, Claudio Nunziata e Libero Mancuso, abituati a portare avanti  indagini intrecciando e valutando dati, riuscendo nel corso del tempo a collegare tra loro le tante stragi che insanguinano il Paese negli anni di piombo e la loggia massonica P2 che racchiude  praticamente tutto il potere economico e politico, italiano di quel momento, quello che controlla tutti i servizi di sicurezza in Italia e dove confluisce molta parte dell&#8217;esercito,  uomini del Governo, tutti gli uomini dei servizi segreti, una lista con oltre  novecento nomi  talmente importanti che quando \u00e8 resa pubblica il 21 maggio 1981  costringe l\u2019allora Presidente del Consiglio a dare le dimissioni. Grazie a questo sistema di incrocio di informazioni e di dati provenienti da altri processi, la fase di analisi del processo ha avuto nel corso degli anni uno sviluppo notevole che ha permesso all\u2019Associazione di depositare dal 2010  presso la Procura della Repubblica di Bologna una serie di atti utili  per chiedere l&#8217;apertura di una indagine sui mandanti della strage di Bologna, la riapertura del processo a Gilberto Cavallini, esponente dei Nar, condannato prima nel 1989 per banda armata  e poi &nbsp;all\u2019ergastolo  nel 2020 con l&#8217;accusa di concorso in strage, e la riapertura del processo per la strage sul treno Italicus.<br>\nPer Bolognesi dunque solo leggendo questi dati nel loro complesso, dunque, \u00e8 possibile capire l\u2019intreccio delle azioni di alcuni, se non di tutti, protagonisti non solo nella vicenda della stazione di Bologna ma anche in quella della strage di piazza Fontana, evidenziando collegamenti che, letti nel loro insieme, fanno molto riflettere. La verit\u00e0 celata dietro la strage di Bologna, dunque, \u00e8 probabilmente la stessa che lega e collega tutte le stragi italiane avvenute tra il 1968 e il 1980, mentre la sentenza di Brescia del 2017 conferma che la \u201cstrategia della tensione\u201d non \u00e8 fatta di singoli eventi sparsi ma \u00e8 un vero e proprio disegno unitario esteso a tutto quel periodo  in cui si colloca, proprio all\u2019apice, la vicenda di Bologna. In questo quadro delineatosi il giudice Mario Amato \u00e8 lungimirante, perch\u00e9 cerca di riunire a Roma tutte le indagini dei casi pi\u00f9 rilevanti e ne intuisce il disegno d\u2019insieme sovraordinato. Quindici giorni prima del suo assassinio, avvenuto il 23 Giugno 1980, parla infatti al Consiglio Superiore della Magistratura della pericolosit\u00e0 dinamitarda dei Nucleo Armati Rivoluzionari perch\u00e9 si sta rischiando la guerra civile nel Paese. Per questo e\u2019 assassinato da Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, legati a Francesca Mambro ed a Valerio Fioravanti. Il processo agli assassini si terr\u00e0 a Bologna e tutti gli atti relativi confluiranno nell\u2019ambito dell\u2019inchiesta, utili, in seguito, ad eliminare i molti depistaggi tentati dai Servizi Segreti.<br>  \nGrazie alla digitalizzazione di tutti gli atti processuali e all\u2019impiego di un programma specifico per metterli a confronto ed incrociarli \u00e8 possibile dunque, nel corso degli anni, trovare nuovi elementi per far luce sulle indagini perch\u00e9 le moderne tecnologie consentono di leggere ed evidenziare, tra  documenti, fotografie e filmati, particolari sfuggiti durante le indagini eseguite all\u2019indomani della strage. Proprio grazie a questi strumenti, ad esempio, \u00e8 stato nuovamente analizzato un filmato amatoriale super otto, girato da un turista tedesco la mattina del 2 agosto 1980 nella stazione di Bologna, che riprende alcuni momenti precedenti e successivi alla strage e rimasto alla Procura di Bologna per quarant\u2019anni. Da questo \u00e8 stato possibile estrapolare un fotogramma in cui appare il volto di una persona notevolmente somigliante&nbsp;a Paolo Bellini,&nbsp;esponente di Avanguardia Nazionale negli anni Settanta, accusatosi nel 1999 e condannato nel 2007 per il delitto, avvenuto nel 1975, di Alceste Campanile, militante di Lotta Continua, poi prosciolto dalla Corte d\u2019Appello per prescrizione del reato. Se confermata, la presenza in stazione al momento dell\u2019esplosione di Bellini, imputato in una passata inchiesta&nbsp;a suo carico come indiziato per la strage di Bologna da cui esce prosciolto nel 1992, avrebbe un significato importante perch\u00e9 collegherebbe la strage ai Servizi Segreti brasiliani e italiani, nonch\u00e9 alla mafia, alla \u2018ndrangheta e ai mondi criminali, anch\u2019essi implicati nell\u2019ambito di tutta la strategia della tensione. Per questo, nel marzo del 2019, anche sulla base di quel fotogramma, la Procura generale di Bologna ha chiesto la&nbsp;revoca del proscioglimento del 1992 per Bellini,&nbsp;per riaprire le indagini e procedere ad un riconoscimento antropometrico. Questo, dunque, emerge grazie al lavoro dell\u2019Associazione per la digitalizzazione delle carte, perch\u00e9 molti aspetti possono essere svelati grazie ai collegamenti tra quanto emerso in un processo minore e quanto emerso in uno maggiore. Dati apparentemente poco significativi, ma che quando vengono riuniti dagli elementi comuni rivelano la realt\u00e0 e diventano inoppugnabili, come avvenuto per certe indagini non fatte o modificate.<br> \nLo studio, l\u2019analisi e il confronto degli atti e la visione d\u2019insieme delle stragi di quegli anni permette, dunque, di arrivare a scoprire la verit\u00e0 seguendo le piste giuste e soprattutto confrontando tutte le informazioni a disposizione. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 infatti  spazio per quella che per  anni \u00e8 stata l\u2019ambivalenza dei termini mistero e segreto, spesso utilizzati ad arte in modo intercambiabile per confondere le idee e rallentare le indagini, smascherata da Bolognesi che traccia una linea marcata tra i due termini.  Quando si parla di eventi tragici come le stragi che hanno segnato la storia italiana si usa molto il termine mistero, avvolto da un fascino non indifferente dal punto di vista mediatico, ma utilizzato soprattutto in ambito religioso e che si risolve con la fede e  non con un&#8217;indagine, come accade invece per il termine segreto, meno affascinante perch\u00e9 relativo a qualcosa di umano ma che si palesa con le indagini, perch\u00e9 il voler fare le indagini vuol dire risolvere dei segreti, con una chiara differenza dal punto di vista semantico. \u00c8 molto improbabile quindi che un segreto diventi mistero perch\u00e9 non si risolve il problema dei mandanti della strage di Bologna parlando di altro ma con le indagini approfondite. Bolognesi \u00e8 convinto che ci sono stati uomini delle istituzioni che avrebbero dovuto perseguire e rivelare quello che sapevano, parlando dei segreti e invece hanno fatto di tutto affinch\u00e9 questi diventassero misteri, dando all\u2019opinione pubblica la sensazione drammatica e sconvolgente dell\u2019assenza, peggio ancora, della deviazione, di interi apparati dello Stato. Non \u00e8 pi\u00f9 un segreto, infatti, secondo Bolognesi e come emerso dal processo a Gilberto Cavallini, che Cavallini stesso aveva nella sua agenda due numeri telefonici dei Servizi Segreti o che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, quando si rifugiano a Milano dopo la strage, sono ospitati probabilmente nello stesso appartamento dove c\u2019\u00e8 una societ\u00e0 degli stessi Servizi Segreti.  Alla luce di tutto questo, quando si parla dei due terroristi come di &#8220;spontaneisti armati\u201d, non si vuole narrare la verit\u00e0. Come non lo voleva neanche la Procura della Repubblica di Bologna quando ha proposto di archiviare tutta l\u2019indagine. Nell\u2019ambito delle ricerche il prezioso operato di alcuni magistrati e la digitalizzazione dei tanti atti processuali da loro utilizzata hanno influito positivamente sull\u2019andamento dei processi per le stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, per cui sono emersi documenti estremamente interessanti che hanno portato alla luce una serie di depistaggi.<br>\n\u00c8 sempre con l\u2019Associazione che molti dei testimoni seguono a Roma  tutti i processi  subendo spesso anche palesi ingiustizie nella difficile ricerca della giustizia e della verit\u00e0, come quella messa in atto, durante uno dei primi processi, dall&#8217; avvocato di parte civile per i familiari delle vittime, accusato di depistaggio  perch\u00e9  riesce  a ottenere l\u2019annullamento  del processo di primo grado. E\u2019 un tradimento  doloroso che viene percepito da tutta l\u2019opinione pubblica nello stesso modo in cui vengono viste  le azioni messe in campo per depistare e rallentare le azioni giudiziarie, perch\u00e9 lo scopo dell&#8217;Associazione non \u00e8 solo quello di ottenere la giustizia dovuta  ma cercare anche le motivazioni della strage che possono arrivare solo se, secondo Bolognesi che negli anni seguir\u00e0 la formulazione di proposte di legge per rimuovere il  segreto di Stato dai delitti di strage, si attua un costante esercizio della memoria e della  conoscenza che insieme rappresentano il  fondamentale cemento di una comunit\u00e0 e che si manifestano attraverso la forza e la potenza delle parole dei testimoni, concretizzandosi nell\u2019azione giudiziaria dell\u2019Associazione, diventando fondamentale argine proprio ai depistaggi e agli insabbiamenti o peggio ancora alla dichiarazione di innocenza avanzata dagli stessi imputati, nonostante  condanne definitive.<br><br>\n3. Anna Pizzirani, la voce della figlia che non vuole raccontare\n<br>\n<em>\n\u00abMamma, ma cosa ho fatto di male che mi volevano uccidere?\u00bb\n<\/em>\n<br><br>\n\u00c8 quello che succede durante l\u2019incontro-scontro che avviene fuori dall\u2019aula della Corte di Assise di Bologna nel  Palazzo Pizzardi il 9 maggio del 2018, durante il processo contro il Nar Gilberto Cavallini, tra Luigi Ciavardini, condannato in via definitiva dalla Suprema Corte di Cassazione a trenta anni come esecutore materiale della strage di Bologna, e l\u2019allora vice presidente dell\u2019associazione Anna Pizzirani, testimone del come possa cambiare drasticamente la vita dei feriti e dei parenti delle vittime senza che gli esecutori provino un sentimento di colpa ma anzi si dichiarino estranei alla strage.<br> \nIn quel momento Ciavardini \u00e8 un uomo libero, perch\u00e9 il suo avvocato \u00e8 riuscito a far applicare la continuazione della pena facendo cumulare gli anni della condanna per la strage con quelli per la partecipazione all\u2019omicidio del giudice Mario Amato. E proprio quando Ciavardini cerca di dichiararsi innocente agli occhi della Pizzirani, proclamandosi l\u2019ottantaseiesima vittima della strage, \u00e8 lei stessa che, dopo avergli ricordato la pendente condanna a trent\u2019anni per concorso nella strage, gli  chiede, visto che anche lui ha un figlio, se comprende quanto il trauma di quell\u2019esperienza abbia potuto incidere con effetti devastanti sul carattere di sua figlia Elisabetta, nove anni all\u2019epoca della strage, condizionando per sempre anche i rapporti con i genitori e cambiandone profondamente la vita, tanto da non voler parlare mai pi\u00f9 di quel tragico evento. La domanda che la bambina rivolge alla madre per capire cosa pu\u00f2 aver fatto di male per meritare di essere uccisa da una bomba quando le due si vedono all\u2019ospedale Rizzoli poco ore dopo l\u2019esplosione in stazione e che continua a riecheggiare nella mente della Pizzirani, resta senza risposta, diventando nel tempo il contenitore del trauma  che accompagner\u00e0 per tutta la vita sia lei che la figlia.  Anche gli altri due esecutori materiali della strage,  Mambro e Fioravanti, anch\u2019essi condannati, hanno una figlia. Anche loro si dichiarano ancora estranei alla strage, in carcere si sono sposati e si sono laureati. Fioravanti ha anche partecipato alla realizzazione di un film, presentato al Festival del cinema di Venezia nel 1997. Entrambi hanno riacquistato tutti i diritti civili, possono votare ed essere votati come candidati in un partito qualsiasi ed essere eletti, da tempo lavorano per l&#8217;associazione Nessuno tocchi Caino, mentre gi\u00e0 nel 2010, quando la radicale Emma Bonino si candida per essere eletta a presidente della Regione Lazio, sono inseriti nel suo comitato elettorale, in una forma di presenza e di collaborazione quanto meno inopportuna. Vederli vivere  da persone libere rappresenta uno sfregio altissimo per tutti i familiari delle vittime e per i feriti verso i quali gli esecutori materiali non solo non hanno mai manifestato n\u00e9 pentimento, n\u00e9 sentimento di colpa o imbarazzo e vergogna per quanto fatto e per il quale sono stati ritenuti colpevoli e condannati a nove ergastoli, ma si dichiarano innocenti e anche vittime, come ha fatto Luigi Ciavardini davanti a una incredula Anna Pizzirani.<br>\nGrazie a Paolo Bolognesi nel 2016 \u00e8 stato istituito nell\u2019 ordinamento giuridico italiano il reato di depistaggio, mentre anche per la Pizzirani  il processo di digitalizzazione di tutti i documenti e degli atti processuali ha fatto emergere l\u2019ipotesi di un quarto esecutore materiale, probabilmente Gilberto Cavallini, per il quale \u00e8 in Corte d\u2019Assise il processo in cui \u00e8 stato gi\u00e0 condannato per partecipazione a banda armata ma non come esecutore. Queste sono le ricerche della verit\u00e0 dell\u2019Associazione, per scoprire, oltre agli esecutori materiali, anche i nomi della mente o delle menti che hanno organizzato e dato ordine agli estremisti di destra di effettuare le stragi, sebbene siano stati gi\u00e0 condannati anche due appartenenti al Sismi, il colonnello Giuseppe Belmonte e il generale Pietro Musumeci, insieme al faccendiere Licio Gelli, mai chiusi un solo giorno in carcere.<br> \nIn questo contesto cos\u00ec difficile da vivere e da metabolizzare, in balia della tempesta di emozioni nella quale vengono scaraventati, i feriti sopravvissuti ed i familiari delle vittime della strage riescono a trovare un porto sicuro nell\u2019Associazione, la cui azione continua a tenere accesa l\u2019attenzione sulla legittima richiesta di giustizia nel mare magnum di confessioni, ritrattazioni e depistaggi, in cui eminenze grigie e loschi individui lavorano sotto traccia per frenare e deviare  il cammino verso la verit\u00e0. In questa complessa situazione l\u2019Associazione pu\u00f2 per\u00f2 contare sul totale sostegno della citt\u00e0 di Bologna, un fattore non indifferente al di l\u00e0 di ogni connotazione politica, perch\u00e9 quella del 2 agosto 1980 \u00e8 una strage che ha coinvolto tutti i bolognesi. Sono proprio loro, ogni anno, con la presenza durante la manifestazione in ricordo della strage, a dimostrare il forte senso civico e di comunit\u00e0, anche in tutte le udienze dei processi che si susseguono, dove spesso i feriti e i familiari delle vittime, con la loro strenua ma defatigante richiesta di giustizia, hanno l\u2019impressione di essere privati del ruolo centrale di parte offesa e lesa. Perch\u00e9 durante i processi vi \u00e8 una spersonalizzazione dei delitti, quasi un\u2019astrazione dalla realt\u00e0, in cui si esamina giuridicamente una colpa e un eventuale esecutore, mentre le persone che hanno subito un danno fisico anche gravissimo e permanente o sono state uccise, private del bene supremo della vita, non hanno quel riconoscimento che dovrebbero avere, anche mal tollerati dagli imputati che sembrano invece pi\u00f9 che tutelati da una giustizia matrigna. I testimoni, cos\u00ec, si trovano quindi a fare i conti con  il trauma che ha sconvolto le loro vite, la cui elaborazione, probabilmente, non arriver\u00e0 mai, e con le ferite fisiche e psicologiche  che lo stesso trauma ha provocato.<br><br>\n4. Eliseo Pucher, la paura di essere giudicato da una giustizia che sembra proteggere i terroristi e non le vittime\n<br>\n<em>\n\u00abSe credo nella giustizia? A questi livelli  io ho paura ad essere giudicato.\u00bb\n<\/em>\n<br><br>\nSolo che dalle ferite fisiche si guarisce pi\u00f9 o meno bene ma da quelle psicologiche quasi mai, perch\u00e9 restano dentro pronte ad aprirsi, impossibili da chiudere perch\u00e9 fissate per sempre nella mente dei testimoni e dei feriti della strage, soprattutto se nel cammino del recupero invece di trovare aiuto nella loro cicatrizzazione si trova chi \u00e8 sempre pronto a riaprirle.           \nCome accade a Eliseo Pucher, cuoco friulano ferito dallo scoppio della bomba, che la mattina del 2 agosto 1980, nella sala d\u2019aspetto della stazione centrale di Bologna, in attesa del treno per Salsomaggiore dove deve recarsi per iniziare a lavorare, sente all\u2019improvviso un sibilo, un colpo alla testa e si ritrova sepolto sotto un cumulo di macerie. Nell\u2019esplosione si frattura entrambe le gambe, restando ferito in molti punti del corpo dalle schegge provocate dallo scoppio della bomba. E uno scoppio molto simile, ma stavolta silenzioso, Pucher lo avverte dentro di s\u00e9 durante una delle udienze dei processi nel quale \u00e8 chiamato a testimoniare. Gi\u00e0 provato dal trauma fisico, in quella occasione subisce anche i modi inopportuni di chi, invece di giudicare i terroristi per quello che sono e per quello di cui sono accusati, li tratta da liberi cittadini nonostante le gi\u00e0 avvenute condanne.<br> \n\u00c8 una situazione molto vicina  a quella che vive Anna Pizzirani nell\u2019aula della Corte di Assise di Bologna, quando incontra il Nar Luigi Ciavardini, e che conferma la dimensione dello scollamento e del divario ormai esistente, nemmeno tanto nascosto, tra lo Stato, con le sue leggi e la sua  giustizia, e chi ha subito un danno fisico e morale. Sembra una scena grottesca quella che si presenta davanti agli occhi di Eliseo Pucher quando, in tribunale come testimone e parte lesa, dopo aver chiesto il permesso con tanto di firma per uscire dall\u2019aula per andare in bagno vede, mentre rientra, che ai due Nar Mambro e Fioravanti, seduti dietro alle sbarre degli imputati ma gi\u00e0 condannati ad alcuni ergastoli, un poliziotto porta due cappuccini. E\u2019 li che guardando la scritta \u201cla legge \u00e8 uguale per tutti\u201d resta senza parole, provando rabbia, amarezza e sfiducia  verso le  istituzioni perch\u00e9 gli sembra di constatare con i propri occhi di non essere tenuto in alcuna considerazione, mentre quegli imputati sono trattati come cittadini nella pienezza dei diritti, con  la conclusione dei processi oltre tutto ancora molto lontana. <br>\nPucher, e con lui tutti i feriti e i familiari delle vittime della strage di Bologna, capisce quanto sia importante il ruolo dell\u2019Associazione, la cui costante e continua azione nel tempo ha fatto in modo che almeno non si perdesse la memoria  relegando tutta la vicenda nel dimenticatoio e nell\u2019ipocrisia dell\u2019archiviazione. Comprende anche perch\u00e9 il ricordo di quel giorno riesca ad essere ancora vivo nella sala d\u2019aspetto saltata in aria quel sabato di agosto, anche se \u00e8 stata ricostruita ed  ha un aspetto diverso da quella del 1980. Conserva infatti ancora sul pavimento nuovo e sui muri ricostruiti il dolore per quella strage e i dolori di chi l\u00ec ha perso la vita, gli affetti e la serenit\u00e0, come se tutti gli anni trascorsi si fossero cristallizzati proprio tra quelle quattro pareti, tanto da rendere difficile, per chi \u00e8 stato testimone della strage e ancora di pi\u00f9 ferito come Eliseo Pucher proprio dal crollo di quelle mura, tornare nella stazione di Bologna e nella sala d\u2019aspetto dove \u00e8  seduto al momento dello scoppio della bomba. Ci sono persone tra i feriti, tra i familiari e non solo tra loro, che hanno grandissime difficolt\u00e0 ad entrare in quella stazione, perch\u00e9 la memoria ritorna inesorabilmente alle urla disperate di quel giorno, ai pianti dei feriti e ai concitati movimenti di chi fugge e di chi accorre, alla immobilit\u00e0 ed al silenzio dei morti e alle tante persone normali divenute testimoni di una citt\u00e0 come Bologna che ha risposto con grande dignit\u00e0 a un evento cos\u00ec doloroso. Perch\u00e9 sono momenti indimenticabili, fissati per sempre nella mente dalla paura e dall\u2019ansia, a riaffacciarsi nella vita di tutti i giorni, attraverso situazioni che possono richiamare quelle legate al giorno della strage, come un forte colpo improvviso di cui non si capisce l\u2019origine, una valigia lasciata incustodita su un treno che genera il sospetto di un pericolo indefinito, tutti fatti che comportano la difficolt\u00e0 di entrare e sedersi in una sala d\u2019attesa anche di una qualsiasi stazione ferroviaria, ma che  possono essere superati con il racconto, la narrazione, la testimonianza, perch\u00e9 si va avanti solo parlando e condividendo quella testimonianza.<br><br>\n5. Giuseppe Soldano, il caso, le coincidenze e la sfida alla vita dopo la salvezza dalla strage\n<br><em>\n\u00abLa vita \u00e8 una coincidenza assurda, siamo solo delle pedine che si incastrano, perch\u00e9 alla fine, se mio padre mi avesse portato con se, le cose sarebbero andate diversamente.\u00bb<\/em><br><br>\nO anche sfidando la vita. Perch\u00e9 la fortuna di essere sopravvissuti a una esperienza durissima come quella della strage di Bologna pu\u00f2 dare la sensazione, soprattutto quando si \u00e8 giovani, di essere forti, invincibili tanto da spingere la propria vita ad andare oltre i propri limiti, cercando nuove sfide per mettersi alla prova. Se si \u00e8 superata la \u201cprova della strage\u201d si pu\u00f2 fare molto altro. <br>\nCosi accade a Giuseppe Soldano, che ha quattordici anni quando si mette in  viaggio con il padre da Monopoli, dove ha appena finito di trascorrere le vacanze con la famiglia, verso il Trentino Alto Adige per frequentare un corso di canoa. La mattina del 2 agosto 1980 per\u00f2, arrivati alla stazione di Bologna, perdono la coincidenza e cos\u00ec, in attesa di un altro treno, il padre lascia il figlio ad aspettarlo nella sala d\u2019attesa di seconda classe mentre va a comperare dei panini. Nell\u2019esplosione Soldano resta intrappolato sotto le macerie e solo la presenza del suo skateboard, che porta sempre con se e che spunta dai detriti, permetter\u00e0 al padre di trovarlo dopo pochi minuti ancora vivo e portarlo in condizioni disperate all\u2019ospedale di Bellaria dove riusciranno a salvargli la vita. Uscito da questa drammatica esperienza con le braccia e alcune costole rotte, una lesione a un polmone, un trauma cranico e varie ustioni sparse per il corpo,  intraprender\u00e0 una vita dove i rischi solo all\u2019ordine del giorno, cercando di vivere esperienze estreme, dalla canoa d\u2019alto corso allo snowboard fuori pista, al parapendio alle esplorazioni speleologiche, avendo paradossalmente meno paura della vita fino a capire di averla sfidata non nel giorno della strage ma negli anni seguenti a quel tragico evento. L\u2019incontro con l\u2019Associazione sar\u00e0 determinante per Soldano, lui cos\u00ec estremo e diverso nel suo approccio alla vita, ma compreso da persone che hanno vissuto il suo stesso trauma, elemento di condivisione importante, dove il pudore non esiste, tanto \u00e8 stata forte quell\u2019esperienza che li accomuna, fino a costruire una rete con tutti i feriti e i parenti delle vittime, nella certezza della presenza di quella comunit\u00e0 nel momento in cui si sente la necessit\u00e0 di aver bisogno di una parola di conforto e  di una condivisione. <br>\nIl caso, le coincidenze e la sfida alla vita dopo la salvezza dalla strage e la possibilit\u00e0 di una seconda esistenza che concede il destino in questa massa di storie che si ritrovano per pochi istanti insieme perch\u00e9 si sono incrociate a Bologna e che proprio l\u00ec si legano per sempre quando, invece, sono normalmente dei transiti che neppure si ricordano, uniscono le esistenze di persone che prima di quella mattina non si sono mai incontrate, perch\u00e9 appartengono a classi sociali diverse, lavorano in ambiti diversi, alcuni sono anche stranieri. Incontrandosi in quell\u2019attimo, alle 10.25 come ad un appuntamento, incrociando altri destini di cui non sanno nulla e che nulla sanno di loro, si ritrovano con le vite unite,  chi nel ricordo di chi non \u00e8 morto e chi nella fortuna di essere sopravvissuto all\u2019esplosione della bomba nella stazione di Bologna. Il caso \u00e8 dunque l\u2019elemento che lega tutte quelle storie perch\u00e9 essere stati l\u00ec, in quel preciso momento, \u00e8 l&#8217;unica cosa che unisce i destini dei sopravvissuti. Sarebbe bastato che non si fossero incastrati tanti piccoli momenti di quella mattina, come una coincidenza ferroviaria saltata o un ritardo di un treno sull\u2019orario di viaggio, e per alcuni dei testimoni, come Giuseppe Soldano, ci sarebbe un\u2019altra storia da raccontare e un\u2019altra vita da vivere.<br><br>\n6. Roberto Castaldo e il destino che unisce\n<br><em>\n\u00abPer\u00f2 i feriti ci sono ancora e ognuno \u00e8 una storia, un mondo a s\u00e9, un mondo non svelato che forse non si conoscer\u00e0  mai perch\u00e9 neanche noi siamo in grado di trovare le parole giuste per dire quello che abbiamo  dentro al nostro cuore.\u00bb\n<\/em><br><br>\nO come il cambio di turno lavorativo da una stazione a un\u2019altra che fa trovare persone in un luogo non previsto  dove poi accade qualcosa che cambia per sempre il corso della loro vita. <br>\n\u00c8 quello che succede a Roberto Castaldo, un giovane ferroviere che il 2 agosto del 1980, dalla stazione di Cremona, dove \u00e8 in servizio, viene spostato per un cambio di turno a Bologna, nei pressi del binario uno, pronto a far partire il treno Adrian Express al quale \u00e8 stato assegnato e che ha anche un ritardo di cinquanta minuti. Sta l\u00ec, con il braccio alzato per dare il via per la partenza del treno, quando, dalla porta della sala d\u2019attesa che si trova alla sua destra, la deflagrazione dello scoppio della bomba lo scaraventa contro un muro, mentre una nube di fuliggine nera e densa e  lingue di fuoco, uscendo dalla porta, si dividono in due tronconi e si dirigono verso la coda del treno e verso lui, mentre una colonna di ghisa della tettoia gli piomba sulle gambe. Nonostante il forte dolore riesce a tirarsi fuori, a rialzarsi e a soccorrere gli altri feriti che riesce a vedere intorno a se, riportando in seguito ferite che lo renderanno in parte invalido con un trauma psicologico mai superato.   <br>\nAnche qui il caso, attraverso un cambio di turno lavorativo e un ritardo ferroviario, diventa il fattore determinante nel coinvolgimento diretto di tante persone nella strage della stazione ed \u00e8 impressionante constatare come a Bologna, quel giorno, convergano storie diverse che, per una serie di casualit\u00e0, si trasformano in un destino che accomuna tutti coloro che si troveranno travolti, loro malgrado, da questa vicenda. Probabilmente le loro vite sarebbero state molto diverse se alle 10.25 di quel sabato d\u2019agosto non si fossero trovati coinvolti nella strage della stazione di Bologna che ha cos\u00ec cambiato le loro vite e i loro caratteri senza un motivo, lasciando ferite e dolore, danneggiando non solo le loro esistenze ma anche quelle di chi faceva parte delle loro vite, familiari, amici e colleghi di lavoro. Se gli stragisti si sono creati le motivazioni per cui era giusto compiere una carneficina di quel genere sostenendo di essere in guerra contro lo Stato, i feriti e le vittime, attraverso i loro familiari,  aspettano di conoscere la ragione per la quale sono stati mandati a combattere una guerra, indifesi, di cui porteranno per sempre sulla propria pelle e nella propria anima le ferite e i traumi. La testimonianza diventa allora non solo un atto dovuto, un atto liberatorio che riesce a far affrontare meglio la vita, ma anche la possibilit\u00e0 per i testimoni di dimostrare al mondo che la cosa pi\u00f9 aberrante che si pu\u00f2 fare \u00e8 proprio una strage dove gli unici a pagare sono degli innocenti. <br>\nIl ricordo terribile di quel giorno rester\u00e0 per sempre nella mente di Castaldo, diventando un film dell\u2019orrore che cambia la prospettiva e il valore assoluto della sua vita, con l\u2019immagine della polvere e della terra che copre tutto e con il silenzio dei corpi immobili delle persone ferite che non hanno neanche la forza di lamentarsi, diventate protagoniste di una storia mai passata ma ancora viva che ne ha condizionato l\u2019esistenza. Non bastano, infatti, anni di elaborazione del trauma causato da quella vicenda per superarlo, nonostante il soccorso dell\u2019Associazione che nel tempo diventa la nuova famiglia dei testimoni. E se, nonostante la difficolt\u00e0, i feriti e i familiari delle vittime della strage sono consapevoli di avere l\u2019enorme responsabilit\u00e0 di essere depositari dell\u2019unica, vera e giusta versione dei fatti accaduti quella mattina, diventa nel tempo davvero importante e pesante il compito da portare avanti come testimoni,  tanto da trasformarli  in  vittime pubbliche che diventano esempio per la collettivit\u00e0, anche se in particolare per i feriti, a differenza dei familiari delle vittime, resta difficile riconoscersi pubblicamente come tali. Diversi, in effetti, sono i modi ed i tempi con i quali ci si carica di questa responsabilit\u00e0, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 una sostanziale diversit\u00e0 tra i parenti delle persone decedute e i feriti. Mentre questi ultimi diventano una storia, un mondo a s\u00e9 non svelato, perch\u00e9 difficile da raccontare, esprimendo in modo forte nella stessa difficolt\u00e0 della loro narrazione la differenza tra sopravvissuti e morti, chi ha perduto un familiare deve elaborare il lutto tremendo d\u2019una scomparsa dovuta alla assurda gratuit\u00e0 del gesto terroristico. Chi \u00e8 stato ferito e si \u00e8 salvato porta e sopporta un doppio segno, quello fisico e quello psicologico dell\u2019aver visto e vissuto quell\u2019orrore che lascia nell\u2019anima un segno profondo che si esprime anche nella difficolt\u00e0 stessa di esserne testimone. <br><br>\n7. Vincenzo Stellino, le ferite e i segni sul corpo\n<br>\n<em>\n\u00abIn quei giorni avrei voluto che gli autori di quella strage fossero venuti in ospedale a vedere quello che avevano combinato\u00bb.\n<\/em>\n<br><br>\nE di segni, che non sono solo ferite fisiche e psicologiche ma altro e che diventano come numeri di guerra, racconta Vincenzo Stellino, medico chirurgo che, appena appresa la notizia della strage alla stazione, decide di rientrare,  dopo qualche giorno di riposo, al Bellaria di Bologna, l\u2019ospedale dove lavora, per aiutare i colleghi nella cura e nella gestione dei feriti. Sar\u00e0 infatti proprio con un segno che Stellino vedr\u00e0 identificati i feriti, perch\u00e9 un neurochirurgo si prende l\u2019incarico di segnare, con un pennarello rosso, dei numeri progressivi sui corpi straziati dei feriti che arrivano in ospedale, uno dopo l\u2019altro, senza nemmeno la possibilit\u00e0 di essere identificati, tanto sono ridotti male e sfigurati, cos\u00ec da avere almeno quel riferimento per gli esami ai quali li devono sottoporre. \u00c8 una sensazione che lo sconvolge e lo destabilizza perch\u00e9 ha la percezione di essere veramente in guerra, tanto sono concitati i momenti che si trova a vivere. <br>\nDei primi pazienti che vede arrivare, tra cui l\u2019allora quattordicenne Giuseppe Soldano, molti si salveranno, ma altri non riusciranno a superare i traumi e le ferite riportate durante l\u2019esplosione della bomba. Tutti sono accolti e curati con molte premure ed attenzioni perch\u00e9 di fronte all\u2019orrore della tragedia gli operatori sanitari si sentono come colti di sorpresa e quindi lo sforzo per lavorare si  raddoppia. Dopo quei giorni, tra i medici non si parler\u00e0 pi\u00f9 di questa vicenda, quasi vi sia la necessit\u00e0 di mantenere su di essa un velo di pudore. Ma ne resta il ricordo, che serve a testimoniare un concreto bisogno di  difendersi, tanto \u00e8 orribile quello che \u00e8 accaduto, dalla tentazione di dimenticare, di cancellare tutto con l\u2019oblio. <br><br>\n8. Agide Melloni e l\u2019autobus numero trentasette che riprende vita diventando testimone della strage\n<br>\n<em>\n\u00abQuei corpi appartengono alla mia vita. Io li ho dentro, non li dimentico, li cerco ancora oggi a distanza di quaranta anni, in ogni situazione che mi pu\u00f2 capitare di ricordarli e rispettarli e di far capire che erano persone che avevano dei progetti, erano persone che avevano una loro vita, avevano degli affetti, avevano delle idee, avevano delle cose da fare e qualcuno ha deciso di troncare tutto questo nel giro di pochi minuti e questa \u00e8 stata una ingiustizia incredibile. Per questo motivo non \u00e8 possibile sottrarsi a questo ricordo e il modo migliore per ricordare loro e l\u2019ingiustizia che \u00e8 stata fatta nei loro confronti \u00e8 quello di non smettere di parlarne\u00bb. \n<\/em>\n<br><br>\nNon sono solo i feriti e i familiari delle vittime o i soccorritori i narratori della strage di Bologna, ma anche gli oggetti che, per quello che rappresentano nel loro utilizzo in momenti particolari che ne fanno le persone, diventano di fatto testimoni diretti, trasformandosi nel corso degli anni in simboli carichi di significato perch\u00e9 chiamati a raccontare l\u2019aiuto che hanno dato durante i concitati momenti del dopo strage. A cristallizzarli nel loro ruolo ci pensano sia i media di allora, con fotografie e riprese video che li fissano per sempre negli occhi del pubblico, sia chi li usa in quei momenti nella funzione per la quale sono stati concepiti, diventandone parti. E Agide Melloni, autista d\u2019autobus della linea urbana di Bologna, che la mattina del 2 agosto 1980 si trova in pausa nella sede aziendale, poco oltre Piazza dell\u2019Unit\u00e0, pronto a prendere servizio, diventer\u00e0 parte del trentasette, l\u2019autobus divenuto icona del dolore al pari dell\u2019orologio della stazione fotografato con le lancette ferme alle 10.25. Melloni ha la fortuna di non trovarsi in stazione al momento dell\u2019esplosione della bomba, ma appena la sente si appresta a tornare al lavoro perch\u00e9 deve riprendere servizio su una linea che fa capo proprio nel piazzale della stazione. Pochi minuti dopo un collega lo avverte del motivo dello scoppio e appena si trova davanti la scena di distruzione e di morte capisce la drammaticit\u00e0 dell\u2019accaduto. Mentre alcuni feriti vagano impauriti, in una ricerca drammatica senza meta, molte persone accorrono per dare assistenza ed aiuto con la macchina organizzativa dei soccorsi molto lenta perch\u00e9 all\u2019epoca non esiste n\u00e9 la Protezione Civile n\u00e9 il 118. In quella difficile situazione i feriti, che cominciano ad essere estratti in un numero sempre maggiore dalle macerie, vengono caricati sulle ambulanze, mentre altri feriti pi\u00f9 lievi salgono sugli autobus presenti in stazione, dove hanno il capolinea, per essere trasportati verso gli ospedali della citt\u00e0.<br>\nAgide Melloni capisce allora che qualcuno deve occuparsi dei corpi estratti senza vita dalle macerie e cos\u00ec, senza nessuna esitazione ma senza neppure alcun comando, insieme ad alcuni colleghi, toglie i mancorrenti di uno di questi autobus, il numero trentasette, ed inizia a caricare al suo interno quei corpi, mettendosi poi alla guida del mezzo perch\u00e9 sente che trasportare le vittime agli obitori della citt\u00e0 \u00e8 il contributo migliore che pu\u00f2 dare in quel momento. Guider\u00e0 ininterrottamente, per circa quindici ore, diretto prima alla camera mortuaria dell\u2019ospedale di via Irnerio, poi a quella dell\u2019ospedale Malpighi, realizzando dentro di s\u00e9, durante quei tragitti, di accompagnare non dei semplici corpi senza vita ma delle persone, vittime innocenti di una ingiustizia incredibile e di un atto di violenza inaudita. E proprio per questo, tra le macerie, i feriti e la confusione generale, qualcuno pensa di coprire i finestrini dell\u2019autobus con delle lenzuola bianche per restituire dignit\u00e0 a quei corpi dilaniati dallo scoppio della bomba che si trovano al suo interno, nascondendo quel carico di dolore e riducendo contemporaneamente la temperatura all\u2019interno dell\u2019autobus cos\u00ec da evitare il rischio igienico in quel giorno di temperatura elevatissima. All\u2019interno di quell\u2019autobus i corpi non sono mai posti in disordine o sovrapposti, anche se vi si potrebbero caricare molte pi\u00f9 barelle, perch\u00e9 si sceglie di rispettare quelle che sono  persone, con una solidariet\u00e0 e una umanit\u00e0 cos\u00ec forti da restituire dignit\u00e0 a quei corpi ai quali \u00e8  appena stata portata via da una bomba e che la riacquistano proprio passando per la piet\u00e0 delle mani dei soccorritori. \nTutta la citt\u00e0 di Bologna partecipa come pu\u00f2 a questa azione di aiuto, dando un\u2019altissima prova ed un segnale di senso civico e di comunit\u00e0, ciascuno con i mezzi di cui dispone, portando da casa anche una bottiglia d\u2019acqua, un flacone di disinfettante e un batuffolo di ovatta, sentendosi tutti ed ognuno parte degli altri. Perch\u00e9 quel giorno si incontrano nel piazzale della stazione generazioni di persone diversissime tra loro, tutte parte d\u2019una citt\u00e0 che elimina in quel momento le differenze, che sentono il bisogno di rimanere insieme per ore senza far emergere nessun tipo di argomento tale da creare distinzione, diversit\u00e0 e divisione, solamente allo scopo di fare qualcosa e di aiutare gli altri. E Agide Melloni \u00e8 uno dei tanti cittadini che quel giorno, a Bologna, sceglie di fare qualche cosa nel modo migliore che pu\u00f2 fare,  come chi toglie pietre, macerie, travi e lamiere, chi aiuta a trasportare le persone sulle barelle, chi riorganizza interamente il servizio di trasporto. \nTrascorsi alcuni giorni dal giorno della strage, il trentasette  viene ripristinato ed igienizzato per tornare a svolgere il suo regolare servizio di trasporto pubblico, ma nelle settimane successive si apre a Bologna un grande dibattito sull\u2019opportunit\u00e0 di farlo circolare, dopo che ha trasportato i corpi delle vittime della strage. Nonostante il carico di morte che per ore quell\u2019autobus ha portato con s\u00e9 e che, di fatto, rester\u00e0 impresso nei ricordi della citt\u00e0, si decide che pu\u00f2 ancora circolare fin tanto che l\u2019azienda che gestisce il trasporto pubblico bolognese  non lo metter\u00e0 a riposo. L\u2019autobus verr\u00e0 poi sistemato nel Museo dei Trasporti di Bologna, in un ambiente visitato da pochissime persone finch\u00e9 non sar\u00e0 avanzata da parte di molti cittadini la richiesta di tornare a vederlo circolare per le vie della citt\u00e0. Il mezzo diventa cos\u00ec uno dei simboli della strage di Bologna ed il 2 agosto del 2017, durante la commemorazione,  \u00e8 portato in stazione, a testimoniare, con la sua presenza, l\u2019opera che ha svolto il giorno della strage e l\u2019altissimo carico, questa volta simbolico, che porta con s\u00e9 e su di s\u00e9. L\u2019interesse e la curiosit\u00e0 che il trentasette suscita sono talmente forti che si pensa di renderlo nuovamente circolante, inserendolo, come se fosse un testimone al pari dei feriti e dei familiari delle vittime della strage, all\u2019interno delle celebrazioni annuali. Cos\u00ec, dopo essere stato accuratamente restaurato, il 2 agosto 2018 il trentasette, guidato da un autista all\u2019interno del corteo, in mezzo alla gente, percorre tutta la via Indipendenza fino ad arrivare in stazione. <br>\nCambiato da quell\u2019esperienza nei rapporti con il prossimo dal clima di fiducia e di reciprocit\u00e0 nato durante il lavoro con soccorritori, infermieri e medici, Agide Melloni aspetta vent\u2019anni prima di parlare della sua esperienza per paura di non essere compreso, con la difficolt\u00e0 di trasformare le immagini della strage in parole. Superando la propria ritrosia e la propria riservatezza, con difficolt\u00e0 ma determinazione, sceglie di essere a sua volta testimone,  insieme a tutti gli altri, tra i feriti e i familiari delle vittime della strage.<br>\nPerch\u00e9 il trascorrere del tempo pu\u00f2 davvero  creare vuoti nella memoria collettiva e perch\u00e9, attraverso quelle narrazioni, potr\u00e0 continuare l\u2019impegno di tutti quelli che il 2 agosto 1980 hanno provato a dare una risposta individuale e collettiva di grande umanit\u00e0 e di alto senso civico ad un vero e proprio atto di ingiustizia,  trasmettendo l\u2019importanza della solidariet\u00e0 e dell\u2019aiuto verso la propria comunit\u00e0 e verso l\u2019altro, conservando la memoria di tutto quello che \u00e8 stato e di tutto quello che ha rappresentato nel tempo quel sabato di agosto  alla stazione di Bologna per trasmetterla alle nuove generazioni. <br>\nPerch\u00e9 pagine cos\u00ec buie della storia del Paese non vengano mai pi\u00f9 scritte.<br><br>\n<span class=\"sec-quotation\">\n<b>1. Marina Gamberini<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br>  \nVenti  anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br>\nSessanta anni<br>\n<br>\n<b>Storia personale<\/b><br> \nNata a Bologna nel 1960 \u00e8 ricordata per l&#8217;iconica foto del suo volto che urla dalla disperazione colta mentre, dopo essere stata estratta dalle macerie, viene trasportata via in barella verso l\u2019ospedale.  Quell\u2019immagine diventer\u00e0 il simbolo della strage di Bologna come quella dell\u2019orologio della stazione fermo alle 10.25. Oggi \u00e8 impiegata presso il Comune di Bologna e ha un figlio di venticinque anni. <br>\n<br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br> \nImpiegata nella Cigar, azienda della ristorazione della Stazione Centrale di Bologna.<br>\n<b>Attuale<\/b><br>\nImpiegata al Comune di Bologna e consigliere dell&#8217;\u201dAssociazione tra i familiari delle   \nvittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980\u201d. \n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br>\nLavora  come impiegata negli uffici dell\u2019azienda di ristorazione Cigar che si trovano sopra il ristorante della Stazione Centrale di Bologna. E\u2018 in compagnia di altre sei colleghe che non sopravviveranno alla strage.\n<br><br>\n<b>Ferita<\/b><br>\nDi quella esperienza ha riportato la frattura del cranio, un  trauma addominale, un taglio profondo alla palpebra sinistra e all\u2019avambraccio destro, escoriazioni e contusioni sugli arti inferiori, uno shock post traumatico, i capelli bruciati, la bocca piena di polvere e detriti\n<br><br>\n<b>2. Paolo Bolognesi<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br>\nTrentasei anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br>   \nSettantasei anni<br>\n<br>\n<b>Storia personale<\/b><br>  \nNato a Monghidoro nella provincia metropolitana di Bologna \u00e8 un politico e scrittore italiano e presidente dell&#8217;\u201dAssociazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980\u201d dal  1996, dopo la scomparsa di Torquato Secci, primo presidente dell\u2019Associazione nata il 1\u00b0 giugno 1981. Ha seguito la formulazione di proposte di legge per la rimozione del segreto di Stato dai delitti di strage. Monitora anche l\u2019applicazione della legge 206 del 2004 sui risarcimenti alle vittime, di fatto finora inattuata.\n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>  \nFunzionario della finanziaria della Lega delle Cooperative\n<br>\n<b>Attuale<\/b><br>  \nPolitico e scrittore. Dal 2008 ha pubblicato due romanzi scritti a sei mani con Elena Invernizzi e Stefano Paolocci, \u201cOrdine dal Caos\u201c e \u201cL\u2019ombra della Chimera\u201c (Minerva Editore), scritti per raccontare alcuni aspetti oscuri della recente storia italiana attraverso gli strumenti della fiction.\n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br>  \nRientra  a Bologna da un viaggio in Svizzera dove  la moglie, che torna con lui, \u00e8 stata sottoposta a una operazione chirurgica. Nell\u2019esplosione muore sua suocera mentre il suocero, la madre, il padre e il figlio Marco, andati in stazione a prenderli, restano gravemente feriti.\n<br><br>\n<b>Familiare di quattro feriti e  di una vittima<\/b><br>  \nNell\u2019esplosione ha perso la madre della moglie.\n<br><br>\n<b>3. Anna Pizzirani<\/b><br> \n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br>    \n\u00c8 la giovane mamma di Elisabetta, di 11 anni, nata nel 1969<br>\n<b>Attuale<\/b><br>    \n\u00c8 diventata nonna di Riccardo, figlio di Elisabetta, nato nel 1999.\n<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br>\n\u00c8 vice presidente dell\u2019&#8221;Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla    \nstazione di Bologna del 2 agosto 1980&#8243; e porta la sua testimonianza al posto \ndella figlia che non ha mai volto ricordare e  partecipare al recupero della memoria di quell&#8217;evento traumatico troppo pesante per lei\n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>\nLavora per le Ferrovie dello Stato<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nPensionata\n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br>\nSi trova al compartimento delle Ferrovie dello Stato di via d\u2019Azeglio, dove lavora, quando apprende della notizia dell&#8217;esplosione alla stazione dove il marito Alberto e la figlia Elisabetta sono andati per vidimare i biglietti per partire la sera stessa per andare in vacanza in Calabria.  \nFamiliare di un ferito<br>\n\u00c8 la madre di Elisabetta ferita nella strage che ricoverata all&#8217;ospedale Rizzoli per cinque giorni, ha riportato ferite e tagli, di cui oggi porta ancora le cicatrici,  su tutto il corpo.<br><br>\n\n<b>4. Eliseo Pucher<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br>\nTrenta anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nSettanta anni<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br> \nNato ad Ovaro in provincia di Udine, all&#8217;epoca della strage lavora come cuoco presso un albergo di Salsomaggiore Terme. Da molti anni racconta la sua terribile esperienza di ferito e di sopravvissuto alla strage agli studenti e agli incontri in memoria dell&#8217;evento. Oggi \u00e8 tornato da tempo nel suo paese di origine dove lavora in un ristorante della zona.\n<br><br> \n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>   \n\u00c8 cuoco in un albergo a Salsomaggiore Terme.<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nCuoco \n<br><br> \n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br> \nLa mattina del 2 agosto 1980 si trova nella sala d&#8217;aspetto della Stazione Centrale di Bologna in attesa del treno per Salsomaggiore dove deve andare a lavorare. All\u2019improvviso  sente un sibilo, poi una botta in testa e si ritrova sepolto sotto un cumulo di macerie.\n<br><br> \n<b>Ferito<\/b><br>\nNell&#8217;esplosione ha riportato la frattura di entrambe le gambe e il ferimento in molti punti del  \ncorpo a causa delle schegge causate dallo scoppio della bomba.\n<br><br> \n<b>5. Giuseppe Soldano<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br>\nQuattordici anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nCinquantaquattro anni\n<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br>\nNato nel 1966 a Brunico, al momento dello tragedia si trova con il padre alla Stazione Centrale di Bologna. Oggi vive a Roma, si \u00e8 sposato  ed \u00e8 diventato  rocciatore professionista e maestro elementare\n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>  \nIl 2 agosto 1980 \u00e8  un ragazzino di 14 anni che torna dalle vacanze appena trascorse in Puglia<br>  \n<b>Attuale<\/b><br>   \nRocciatore professionista, maestro elementare\n<br><br>  \n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba.<\/b><br>  \nSi trova alla Stazione Centrale di Bologna con il padre in attesa del treno per Meravo dove deve   seguire un corso di canoa.  Mentre aspetta  il padre che si \u00e8 allontanato dai bagagli per  prendere dei panini, alle 10,25 lo investe  un boato enorme. Sar\u00e0 ritrovato dal padre sotto le macerie perch\u00e9 tra i detriti da dove sbuca lo  skateboard che porta sempre con se. \n<br><br>\n<b>Ferito<\/b><br>\nSommerso dalle macerie, \u00e8 stato uno dei primi feriti a essere trasportato all\u2019ospedale Maggiore di Bologna dove si \u00e8 risvegliato dopo due giorni con le braccia ingessate, alcune costole rotte, delle lesioni a un polmone, un trauma cranico e varie ustioni sparse per il corpo.\n<br><br>\n<b>6. Roberto Castaldo<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br> \nVentotto anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br>\nSessantotto anni\n<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br>  \nNato nel 1952  a Napoli, il 2 agosto del 1980 \u00e8 un giovane ferroviere di Milano che  si trova alla stazione di Bologna. \nAttualmente, sposato e con quattro figli,  \u00e8 in pensione e vive a Merate, nella frazione di Cassina  con la sua famiglia. E&#8217; stato vicepresidente dell&#8217;\u201cAssociazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980&#8243;. \n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>  \nFerroviere<br>\n<b>Attuale<\/b><br>  \nPensionato \n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br> \nSi trova sul binario 1 pronto a far partire  il treno &#8220;Adrian Express&#8221;.\n<br><br>\n<b>Ferito<\/b><br> \n\u00c8 stato ferito dall&#8217;esplosione  che gli ha causato il 45% di invalidit\u00e0 su tutto il corpo.\n<br><br>\n<b>7. Vincenzo Stellino<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br> \nTrentuno anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nSettantuno \n<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br> \nDal 1978 \u00e8 stato dipendente dell&#8217;Azienda Ospedaliera di Bologna lavorando sempre presso l\u2019 Ospedale Bellaria  nella sala operatoria neurochirurgica. \n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br> \nMedico chirurgo<br> \n<b>Attuale<\/b><br> \nPensionato\n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br>\nIl 2 agosto del 1980 rientra a Bologna dalle ferie per tornare in servizio in ospedale  e dare il suo aiuto ai colleghi.\n<br><br>\n<b>Agide Melloni<\/b><br>\n<b>Et\u00e0 all&#8217;epoca dei fatti<\/b><br> \nTrentuno anni<br>\n<b>Attuale<\/b><br> \nSettantuno anni\n<br><br>\n<b>Storia personale<\/b><br> \nAutista di autobus della linea urbana di Bologna, la mattina del 2 agosto 1980 sta arrivando al lavoro quando, dopo aver sentito un forte scoppio,  apprende da un collega  della tragica notizia.\nAttualmente \u00e8 pensionato.\n<br><br>\n<b>Professione all&#8217;epoca della strage<\/b><br>  \nAutista autobus di linea urbana.<br> \n<b>Attuale <\/b><br>\nPensionato.\n<br><br>\n<b>Cosa sta facendo al momento dell&#8217;esplosione della bomba<\/b><br>\nSi trova a Ponte Galliera quando apprende della notizia dello scoppio della bomba alla stazione dove accorre subito per  dare aiuto mettendosi alla guida dell&#8217;autobus numero trentasette per trasportare le vittime agli obitori cittadini.\n<\/span>\n<br><br>\n<br><br>\n<b>Bibliografia<\/b> \n<br><br>\n<em>2 agosto: le testimonianze di vittime e sopravvissuti<\/em><br><br>\nAnna Botta, <em>La citt\u00e0 ferita. Memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 Agosto 1980<\/em> Il Mulino ricerca, 2003<br><br> \nMaril\u00f9 Oliva, <em>2 Agosto 1980, quel che resta di un giorno, Le prime cronache, i processi, il conflitto sulla memoria<\/em>, da <em>I neri e i rossi. Terrorismo, violenza e informazione negli anni Settanta<\/em>, a cura di Mirco Dondi, Edizioni Controluce<br><br> \nCinzia Venturoli, <em>Stragi fra memoria e storia. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, la stazione di Bologna:dal discorso pubblico all&#8217;elaborazione didattica<\/em>, edizioni Sette Citt\u00e0, 2012<br><br>  \nCinzia Venturoli, <em>Educare attraverso i luoghi:un percorso di educazione alla cittadinanza partendo dalla strage alla stazione di Bologna<\/em>, in <em>Educare nelle citt\u00e0. Percorsi didattici interdisciplinari<\/em>, a cura di Chiara Panciroli, Franco Angeli editore<br><br>  \nAntonella Beccaria, <em><a href=\"https:\/\/www.isiciliani.it\/e-come-sangue-e-non-va-via\" target=\"_blank\" title=\"\u00c8 come sangue e non va via\" rel=\"noopener noreferrer\">\u00c8 come sangue e non va via- 2 agosto 1980: la strage, le vittime e la memoria<\/a><\/em><br><br> \n<em>Bologna, 2 Agosto 1980-La strage<\/em> dvd n. 10 della collana <em>Storia della Prima Repubblica italiana-1979-1980<\/em>, di Giovanni Minoli, Rai Educational<br><br>  \n<em>Il 68 e gli anni di piombo<\/em>, dvd n. 5 della collana <em>Storia della Prima Repubblica<\/em>, di Paolo Mieli, Istituto Luce<br><br>  \n<em>Un solo errore. Bologna, 2 Agosto 1980<\/em>, film di Matteo Pasi, Edizioni Cineteca di Bologna\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il progetto Mneo ha avviato, nel giugno 2019, il recupero delle video testimonianze della strage del 2 agosto 1980 avvenuta nella stazione di Bologna, quando alle 10.25 lo scoppio di una bomba distrugge la sala d&#8217;aspetto di seconda classe, gremita di persone, e gli uffici dell\u2019azienda di ristorazione Cigar che si trovano proprio sopra l\u2019area, [&hellip;]","protected":false},"author":149,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[3],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4078"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/149"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4078"}],"version-history":[{"count":37,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4078\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4317,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4078\/revisions\/4317"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4078"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4078"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4078"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}