{"id":407,"date":"2019-09-24T08:22:09","date_gmt":"2019-09-24T06:22:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407"},"modified":"2019-09-24T09:00:57","modified_gmt":"2019-09-24T07:00:57","slug":"filosofia-stile-forma-della-scrittura-considerazioni-sulla-prosa-francese-del-settecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407","title":{"rendered":"Filosofia, stile, forma della scrittura. Considerazioni sulla prosa francese del Settecento"},"content":{"rendered":"\n1. Dinanzi a testi tersi e brillanti come quelli di autori tanto diversi tra loro per qualit\u00e0 stilistica e rilevanza storica quali Fontenelle, Moncrif, Vauvenargues, Duclos, Voltaire, o La Mettrie, ma appartenenti tutti a una cultura come quella del Settecento francese che ci sembra appartenere ormai a un\u2019et\u00e0 irrimediabilmente superata, continuare a chiedersi che cosa volessero dire allora, e che cosa possano dire ancora oggi, rischia di distogliere l\u2019analisi dal problema che ognuno di essi pone al lettore a ogni pagina, quasi a ogni riga. Problema scomponibile in due momenti, distinti ma complementari, e formulabile in poche parole: in primo luogo, si tratta di capire che cosa abbia reso possibile, partire dalla prima met\u00e0 del XVIII secolo, in Francia, l\u2019emergere di una scrittura \u2013 e, prima ancora, di una lingua \u2013 in cui il mito classicistico della clart\u00e9 si coniuga curiosamente a un culto della nuance<span id='easy-footnote-1-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-1-407' title='Per un ricco studio dei diversi slittamenti semantici che ha conosciuto il termine nuance nel corso del tempo, dalla terminologia dell\u2019arte della tappezzeria fino all\u2019accezione metaforica impostasi nel Settecento, che \u00e8 quella tuttora corrente, cfr. E. W. Bulatkin, &lt;em&gt;The French Word Nuance&lt;\/em&gt;, in \u201cPMLA\u201d, 70\/1, Marzo 1955, pp. 244-273.'><sup>1<\/sup><\/a><\/span>, che della clart\u00e9 parrebbe essere l\u2019opposto; e, secondariamente \u2013 anche se proprio in ci\u00f2 risiede il nocciolo del problema \u2013, che cosa renda ancora oggi tale scrittura viva e affascinante, cio\u00e8 esteticamente riuscita, a dispetto della caducit\u00e0 di molti suoi temi e stilemi. La polemica fontenelliana sugli oracoli pagani, che dissimula con sottile ironia una critica razionalistica di ben altri riti, credenze e miracoli, il codice delle buone maniere che contraddistinguono secondo Moncrif l\u2019honn\u00eate homme, la nostalgia di Vauvenargues per un ideale stoicheggiante di virt\u00f9 di contro alla frivolezza del bel esprit mondano, l\u2019apologia della volutt\u00e0 rivolta da una materialista come La Mettrie contro ogni etica spiritualistica che censuri i piaceri e le pulsioni del corpo, una minuziosa \u201cfenomenologia\u201d come quella abbozzata da Duclos dei comportamenti sociali della borghesia in ascesa, sicura di s\u00e9, dei propri diritti e valori, e non ancora minata dalle ipocrisie ideologiche della falsa coscienza, sono tutte questioni irrimediabilmente datate, che riaffiorano da un passato per sempre svanito, pezzi da museo come i paraventi e i sovrapporta decorati, le tappezzerie, le porcellane di S\u00e8vres che si possono ancora ammirare, per esempio, nelle preziose collezioni parigine di Jacquemart-Andr\u00e9, di Nassim de Camondo o di Cognacq-Jay. Il lungo processo di secolarizzazione che ha innervato la civilt\u00e0 occidentale moderna ha reso superflua la prudente ironia di Fontenelle, cos\u00ec come la societ\u00e0 di massa non sa che farsene delle virt\u00f9 e pose di un nuovo stoicismo; i consigli sul bon ton vengono oggi dispensati nei giornali patinati femminili in apposite rubriche, tra le pagine di ricette gastronomiche e quelle di gossip; l\u2019edonismo consumistico delle nostre societ\u00e0 tardo-capitalistiche non ha bisogno di sentirsi predicare la volutt\u00e0, mentre \u00e8 ormai da molto tempo che la borghesia trionfante ha sfrontatamente tradito i valori dell\u2019humanit\u00e9, tanto cara a Duclos e compagnia<span id='easy-footnote-2-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-2-407' title='Nel corso del secolo, il termine &lt;em&gt;humanit\u00e9&lt;\/em&gt; divenne tipico del linguaggio (e dei nuovi valori) dei &lt;em&gt;philosophes&lt;\/em&gt;, tanto che, nel 1760, Palissot, in una commedia satirica in versi intitolata appunto &lt;em&gt;Les philosophes&lt;\/em&gt; (cfr. v. 693), nella quale irrideva in particolare Diderot e Rousseau, impiegava proprio il termine &lt;em&gt;humanit\u00e9&lt;\/em&gt; come esempio del loro gergo astratto e, per questo, risibile (cfr. l\u2019edizione critica di Ch. Palissot de Montenoy, &lt;em&gt;Les philosophes&lt;\/em&gt;, a cura di T. J. Barling, Exeter University Printing Unit, Exeter 1975). Proprio Duclos rivendicava la paternit\u00e0 di tale uso del termine, ch\u2019egli impiega abbondantemente nelle sue &lt;em&gt;Considerations sur les m\u0153urs de ce si\u00e8cle del 1751&lt;\/em&gt;, ma si veda Voltaire, &lt;em&gt;Lettere filosofiche&lt;\/em&gt;, XXV, Siena, Barbera, 2007, p. 112; il testo di Voltaire \u00e8 del 1734.'><sup>2<\/sup><\/a><\/span>. D\u2019altronde, la lingua stessa in cui tali temi vennero espressi suona pi\u00f9 morta del latino, come Jean-Paul Sartre ebbe occasione di sentenziare a proposito della lingua di Voltaire<span id='easy-footnote-3-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-3-407' title='Cfr. J.-P. Sartre, &lt;em&gt;Un nouveau mystique&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Situations I&lt;\/em&gt;, Gallimard, Paris 1968, p. 133.'><sup>3<\/sup><\/a><\/span>, che della civilt\u00e0 settecentesca costituisce indubbiamente il monumento pi\u00f9 fulgido ed emblematico. Queste opere sono sopravvissute al venir meno del mondo cui appartennero, della lingua stessa in cui vennero concepite e composte, delle esigenze culturali cui cercarono di fornire una risposta, nonch\u00e9 all\u2019estinguersi delle polemiche che contribuirono ad alimentare \u2013 che \u00e8 come dire che queste opere, oggi, sopravvivono a se stesse.<br>\n\u00c8 \u2013 sia rammentato per inciso \u2013 il problema sollevato da una pagina dell\u2019<em>Introduzione alla critica dell\u2019economia politica<\/em> di Karl Marx, un tempo celeberrima, nella quale si parla, con toni perplessi, del \u00abgodimento estetico\u00bb che ancora suscita la tragedia classica greca e della scomparsa dell\u2019economia schiavistica che sorreggeva quel tipo di societ\u00e0, e di civilt\u00e0, che rese possibile l\u2019apparire di opere di quel genere. Pretendere, d\u2019altra parte, di rendere ragione della sopravvivenza di tali opere facendo appello al \u201cgenio\u201d dei loro autori significa spiegare <em>obscurum per obscurius<\/em>. Ogni appello alla soggettivit\u00e0 geniale e all\u2019<em>intentio auctoris<\/em> finirebbe, infatti, per riproporre il problema del significato e del valore dell\u2019opera facendolo ricomparire, senza risolverlo, nella sfera vaga e sfuggente della psicologia.<br>\nUn\u2019ermeneutica che dia la caccia al significato, inseguendolo tra le righe e, per cos\u00ec dire, le pieghe delle opere intese come \u201cmonumenti\u201d o \u201cdocumenti\u201d del passato, o fin nei pi\u00f9 reconditi recessi dell\u2019animo dei loro autori, \u00e8 destinata, nella migliore delle ipotesi, a imbattersi in opinioni, teorie, pregiudizi, dottrine, di cui, tutt\u2019al pi\u00f9, essa potr\u00e0 valutare la coerenza interna e l\u2019originalit\u00e0, e magari discutere della loro \u201cattualit\u00e0\u201d: le opere diventeranno oggetto d\u2019investigazioni filologiche o, peggio, materia d\u2019ipotesi psicologiche, ma, comunque sia, il loro senso finir\u00e0 sempre per essere cercato altrove, in quanto concepito come trascendente rispetto alla letteralit\u00e0 di ci\u00f2 che esse dicono; e allora si potr\u00e0, a seconda della specializzazione e delle inclinazioni dell\u2019interprete, elaborare una semantica storica, ricostruendo filologicamente la trafila delle influenze e delle fonti o, alternativamente, seguire la storia della loro fortuna e ricezione postume, inscrivendo le opere in una catena causale assumendole come momenti di un processo evolutivo continuo (in tal caso, l\u2019<em>Histoire des oracles<\/em> di Fontenelle potr\u00e0 apparire, per esempio, come un punto di svolta tra il libertinismo semiclandestino secentesco e le rumorose campagne di stampa voltairiane per la diffusione dei Lumi) oppure scorgere in ognuna di esse l\u2019espressione sintomatica di un determinato quadro psicologico e caratteriale (e allora nel culto di Vauvenargues per la virtus stoica si potr\u00e0 scorgere, per esempio, una reazione alle sue frustrazioni di nobile socialmente decaduto e di militare di carriera fallito). In ogni caso, l\u2019interpretazione, impostata in questi termini, postula la trascendenza del significato \u2013 e cos\u00ec, inevitabilmente, le sfugge il \u00abtenore di verit\u00e0\u00bb<span id='easy-footnote-4-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-4-407' title='Cfr. W. Benjamin, &lt;em&gt;Le affinit\u00e0 elettive&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Angelus novus&lt;\/em&gt;, Torino, Einaudi, 1982, p. 163, dove l\u2019espressione &lt;em&gt;Wahrheitsgehalt&lt;\/em&gt; viene tradotta \u00abcontenuto di verit\u00e0\u00bb.'><sup>4<\/sup><\/a><\/span> dell\u2019opera interpretata.<br>\nCon ogni probabilit\u00e0, questa espressione benjaminiana potr\u00e0 fondatamente risultare poco felice a causa dell\u2019ambiguo riferimento alla nozione sommamente problematica e gravemente pregiudicata di \u201cverit\u00e0\u201d: essa, nondimeno, risulta di estrema utilit\u00e0 critica qualora venga pensata, come voleva Benjamin, nel suo nesso dialettico con la nozione complementare di \u00abtenore cosale\u00bb. Quest\u2019ultima designa l\u2019insieme di elementi storicamente determinati che costituiscono il testo nella sua \u201ccosalit\u00e0\u201d (Benjamin parla di \u00abelementi reali\u00bb): ossia le fonti e gli echi intertestuali, il lessico usato e le tracce di usi linguistici ormai desueti, come pure le conoscenze scientifiche o le credenze religiose e popolari diffuse all\u2019epoca, i rimandi a polemiche contemporanee, le posizioni prese in tali dibattiti dall\u2019autore, le sue stesse opinioni ineluttabilmente vincolate a, e determinate da, quelle che si sogliono chiamare la \u201cmentalit\u00e0\u201d o la \u201cvisione del mondo\u201d dell\u2019epoca, con tutti i luoghi comuni e idee preconcette che esse comportano. Tutto ci\u00f2 rientra nel novero dei dati oggettivamente ricostruibili dalla critica testuale e dalla storia delle idee, ovvero dal lavoro storico-filologico (e, per Benjamin, quest\u2019opera di ricostruzione spettava propriamente al commento, piuttosto che alla critica). Il significato di un\u2019opera verrebbe \u2013 e solitamente viene \u2013 ricavato poi da questi elementi per sintesi astrattiva, e pertanto trattato come un\u2019idealit\u00e0 che trascende tali elementi concreti e pu\u00f2 (e deve) essere riformulata ed espressa dal meta-discorso critico in termini diversi \u2013 come tale, ossia nella sua idealit\u00e0, il significato risulterebbe dunque astorico, ossia trascendente.<br>\nIl \u00abtenore di verit\u00e0\u00bb benjaminiano, viceversa, non deve essere pensato come un valore atemporale, un\u2019essenza che trascenda gli \u00abelementi reali\u00bb, storicamente determinati, dell\u2019opera, ovvero il suo \u00abtenore cosale\u00bb. \u00abTenore di verit\u00e0\u00bb e \u00abtenore cosale\u00bb devono essere tenuti distinti nell\u2019interpretazione di un testo, ma non fissati in una dicotomia che li contrapponga come, in altro ambito, il significato viene contrapposto al significante, bens\u00ec come due momenti di un medesimo processo dialettico, il quale obbedisce a un\u2019intrinseca dinamica storica, poich\u00e9 storico e dialettico \u00e8 il processo di significazione stesso. \u00c8 per questo che Benjamin, con una celebre e suggestiva immagine metaforica, poteva descrivere la \u00abverit\u00e0\u00bb dell\u2019opera (ovvero la \u201csopravvivenza\u201d del suo significato) come una \u00abfiamma vivente\u00bb che \u00abcontinua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto\u00bb<span id='easy-footnote-5-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-5-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, p. 164.'><sup>5<\/sup><\/a><\/span>. Con ci\u00f2 s\u2019intende \u2012 se si vuole sviluppare la metafora benjaminiana \u2012 che il processo di significazione funziona per combustione: in esso, cio\u00e8, la storia agisce come l\u2019ossigeno che alimenta la fiamma e fa ardere i ceppi. Fuor di metafora, per Benjamin, il significato non \u00e8 un\u2019essenza che si tratterebbe di estrarre (astrarre) dai diversi \u00abelementi reali\u00bb che costituiscono l\u2019opera, bens\u00ec il prodotto di un lavoro di costruzione, il cui scopo \u00e8 di riconfigurare tali elementi in una \u00abcostellazione\u00bb, assumendoli nella loro eterogeneit\u00e0 e giustapponendoli senza pretendere di giungere a una sintesi sovra-ordinata, cio\u00e8 senza inserirli in \u00abampi contesti\u00bb<span id='easy-footnote-6-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-6-407' title='W. Benjamin, &lt;em&gt;Parigi, capitale del XIX secolo&lt;\/em&gt;, Torino, Einaudi, 1986, p. 270.'><sup>6<\/sup><\/a><\/span>, conformemente al metodo della critica storica di stampo storicista. Ci\u00f2 che Benjamin, come storico, persegue \u00e8 la costruzione di un\u2019\u00abimmagine dialettica\u00bb nella quale i diversi elementi (siano storici o testuali) si dispongano in tensione reciproca come in un campo di forze: il significato non sar\u00e0 altro che l\u2019effetto di tale tensione \u2013 detto altrimenti, il significato risulter\u00e0 immanente alla dinamica interna al campo di forze e alle interazioni tra gli elementi, e, come tale, \u00e8 destinato a modificarsi in conformit\u00e0 al modificarsi della disposizione degli elementi in campo. Il lavoro dell\u2019interprete e dello storico, cos\u00ec come Benjamin lo concepiva, consiste appunto nel costruire tale \u00abimmagine dialettica\u00bb ricorrendo alla tecnica del montaggio degli elementi dati di volta in volta \u2013 e cos\u00ec costruita, essa viene assunta come l\u2019oggetto proprio dell\u2019interpretazione. Per questo motivo, il metodo benjaminiano pu\u00f2 essere definito legittimamente micrologico e monadologico: esso rinuncia alle categorie storiografiche predeterminate, alle vaste prospettive della \u201cfilosofia della storia\u201d, alle sintesi meta-storiche e alle rassicuranti semplificazioni che queste garantiscono.<br>\nIn ci\u00f2, l\u2019archeologia di Foucault mostra una sostanziale affinit\u00e0 con la monadologia di Benjamin, anche se, certo, non per quanto riguarda la terminologia adottata, lo stile argomentativo e il quadro dei riferimenti filosofici immediati. L\u2019affinit\u00e0 profonda tra i due approcci metodologici deve essere cercata piuttosto nel rifiuto da parte di entrambi i filosofi di assumere come dato l\u2019oggetto dell\u2019analisi storica e critica<span id='easy-footnote-7-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-7-407' title='Su ci\u00f2, cfr. R. Campi, &lt;em&gt;Origine e paradosso. Osservazioni sulla dialettica e il metodo tra Benjamin e Foucault&lt;\/em&gt;, in AA.VV., &lt;em&gt;Mimesis, origine, allegoria&lt;\/em&gt;, Alinea, Firenze 2002, pp. 31-120.'><sup>7<\/sup><\/a><\/span>. Foucault solleva la questione \u00abse l\u2019unit\u00e0 di un discorso non venga data, pi\u00f9 che dalla persistenza e dalla unicit\u00e0 di un oggetto, dallo spazio in cui si profilano e continuamente si trasformano diversi oggetti\u00bb, e la sua risposta consiste nel considerare \u00abl\u2019unit\u00e0 del discorso\u00bb come \u00abil meccanismo delle regole che rendono possibile per un dato periodo la comparsa di oggetti\u00bb<span id='easy-footnote-8-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-8-407' title='M. Foucault, &lt;em&gt;L\u2019archeologia del sapere&lt;\/em&gt;, Rizzoli, Milano 1980, p. 45.'><sup>8<\/sup><\/a><\/span>. Nel suo gergo, \u00e8 compito dell\u2019\u00abanalisi enunciativa\u00bb descrivere e comprendere le \u00abregole di formazione\u00bb che presiedono alla comparsa, \u00abripartizione\u00bb e \u00abdispersione\u00bb di \u00aboggetti, modalit\u00e0 di enunciazione, concetti, scelte tematiche\u00bb<span id='easy-footnote-9-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-9-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, p. 52.'><sup>9<\/sup><\/a><\/span>. Il particolare tipo di analisi che il metodo archeologico prescrive \u00e8 \u00abun\u2019analisi storica, che per\u00f2 si tiene fuori da ogni interpretazione: alle cose dette non chiede ci\u00f2 che nascondono, ci\u00f2 che si era detto in loro e il non detto che esse tengono celato loro malgrado, il groviglio di pensieri, di immagini o di fantasmi che abita in loro; ma in che modo esistano, che cosa significhi per loro essere state manifestate, aver lasciato delle tracce e forse restare l\u00ec per una eventuale riutilizzazione; che cosa significhi per loro essere apparse proprio loro, e nessun\u2019altra al loro posto\u00bb<span id='easy-footnote-10-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-10-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, p. 147.'><sup>10<\/sup><\/a><\/span>. L\u2019archeologo \u00e0 la Foucault non pretende dunque di trovare intenzioni taciute o significati nascosti in quelli ch\u2019egli chiama \u00abenunciati\u00bb, n\u00e9 proietta su di essi griglie storiografiche predefinite o scansioni cronologiche teleologicamente orientate, le quali soddisfano pi\u00f9 che altro un assillo d\u2019ordine estrinseco; al contrario, la sua ambizione \u00e8 registrare le concrete modalit\u00e0 che hanno presieduto alla loro formazione ed enunciazione. Foucault avrebbe potuto dire del metodo archeologico ci\u00f2 che Benjamin, prendendo a modello il \u00abmontaggio letterario\u00bb, diceva del proprio: \u00abNon ho nulla da dire. Solo da mostrare\u00bb<span id='easy-footnote-11-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-11-407' title='W. Benjamin, &lt;em&gt;Parigi, capitale del XIX secolo&lt;\/em&gt; [N 1a, 8], Einaudi, Torino 1986, p. 595.'><sup>11<\/sup><\/a><\/span>.<br><br>\n2. In confronto a personalit\u00e0 come Montesquieu, Voltaire, Diderot o Rousseau \u2013 il cui pensiero e le cui opere, ancora oggi, sembrano non aver esaurito la loro capacit\u00e0 di stimolare discussioni e polemiche (per non parlare del \u00abgodimento estetico\u00bb, sempre rinnovato, che la lettura della loro prosa continua a procurare in chiunque ami la letteratura) \u2013 autori come Fontenelle, Vauvenargues, La Mettrie, e ancor pi\u00f9 Duclos o Moncrif, possono apparire, a distanza di secoli, meri comprimari, e l\u2019interesse per i loro scritti rischia di ridursi a futile curiosit\u00e0 antiquaria. La palese differenza di statura tra gli uni e gli altri, come pure la ben diversa portata storica e fortuna postuma delle rispettive opere, potrebbe giustificare un simile giudizio, che, anzi, pare imporsi con la forza dell\u2019evidenza. Questo giudizio, per\u00f2, assume come assodata una gerarchia di valori che suddivide gli autori del passato in \u201cclassici\u201d e \u201cminori\u201d, \u201cmaestri\u201d ed \u201cepigoni\u201d, in base a criteri la cui validit\u00e0 \u00e8 sancita solo dalla consuetudine, ovvero da quella che con termine pi\u00f9 nobile veniva chiamata un tempo \u201ctradizione\u201d (per designare la quale, oggi, si \u00e8 rispolverato il termine ancora pi\u00f9 antico di \u201ccanone\u201d). I limiti di tale gerarchia, che privilegia i valori dell\u2019originalit\u00e0, unicit\u00e0 ed eccezionalit\u00e0, emergono non appena si rifletta sul suo carattere, in definitiva, contingente: la storia della letteratura (come pure dell\u2019arte, della filosofia e della critica) abbonda, infatti, di \u201criscoperte\u201d, \u201crinascite\u201d, \u201crivalutazioni\u201d, le quali, per lo pi\u00f9, dipendono da imprevedibili mutamenti di sensibilit\u00e0 e di gusto. Un esempio per tutti: l\u2019interesse per i poeti metafisici inglesi risvegliato nei primi decenni del Novecento dai saggi critici di Thomas S. Eliot e dalla sua stessa opera poetica, e dunque la rilevanza che a costoro \u00e8 stata tardivamente riconosciuta, a scapito del prestigio di cui avevano a lungo goduto gli esponenti del classicismo dell\u2019<em>Augustan Age<\/em>, e che, a sua volta, appare ormai alquanto offuscato.<br>\nLa lettura di testi come quelli di autori classificati tra i \u201cminori\u201d, du <em>second rayon<\/em><span id='easy-footnote-12-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-12-407' title='Cfr. \u00c9. Henriot, &lt;em&gt;Les livres du second rayon: irr\u00e9guliers et libertins&lt;\/em&gt;, Paris, Grasset, 1946 (I ed. 1925).'><sup>12<\/sup><\/a><\/span>, costringe a ripensare simili gerarchie in apparenza scontate, ma che di fatto vincolano l\u2019interpretazione a uno schema assiologico, in base al quale le opere andrebbero disposte in ordine di \u201cgrandezza\u201d (senza considerare peraltro che, al loro tempo, opere come l\u2019<em>Histoire des oracles<\/em> di Fontenelle o le <em>Consid\u00e9rations<\/em> di Duclos godettero di una vasta diffusione e i loro autori di una grande reputazione, che, certo, i secoli hanno provveduto a ridimensionare \u2013 ma niente vieta d\u2019immaginare che, un giorno, essi e le loro opere possano essere \u201crivalutati\u201d, com\u2019\u00e8 capitato, appunto, ai poeti metafisici). Attenersi a tali criteri nell\u2019interpretazione di testi come questi significa ridurre il lavoro critico a uno sterile gioco di confronti e competizioni tra \u201cclassici\u201d e \u201cminori\u201d, magari per dimostrare quanto i primi abbiano saccheggiato i secondi impadronendosi delle loro idee e rielaborandole o quanto ingiustamente alcuni autori o testi siano stati trattati come \u201cminori\u201d, e quindi trascurati dalla storia, mentre avrebbero meritato di meglio \u2013 ma questo non \u00e8 che un modo per promuovere anche questi ultimi al rango di \u201cclassici\u201d, reiterando cos\u00ec il collaudato schema. Per interpretare le opere bisognerebbe, invece, indagare e descrivere l\u2019orizzonte discorsivo entro cui ognuna di esse (\u201cclassica\u201d o \u201cminore\u201d che sia) \u00e8 storicamente presa come in un campo di forze \u2013 orizzonte che, in diversa misura, ogni opera contribuisce a determinare e dal quale, al contempo, \u00e8 determinata. A esso appartengono non solo gli \u00abenunciati\u00bb, ma tutti quegli \u00abelementi reali\u00bb che, secondo Benjamin, concorrono a determinare il \u00abtenore cosale\u00bb di un\u2019opera. Probabilmente \u00e8 superfluo ribadirlo, ma sar\u00e0 bene chiarire che l\u2019orizzonte di cui, qui, si parla non corrisponde affatto a un \u201ccontesto\u201d (<em>milieu<\/em>) che andrebbe ricostruito quale realmente fu, ammesso che ci\u00f2 sia possibile, ed entro cui bisognerebbe, poi, inserire ogni singola opera, come in una cornice, nella convinzione (vetero-storicista) che la conoscenza del contesto storico contribuisca a determinarne, e spiegarne, il \u201cvero\u201d significato, il quale allora sarebbe, in definitiva, quello che una data opera ebbe per i propri contemporanei. (Tale impostazione presenta, tra l\u2019altro, il non trascurabile difetto di lasciare inevaso il problema posto da opere che ebbero scarsa o irrilevante risonanza alla loro epoca, com\u2019\u00e8 il caso, almeno in parte, dei testi di Vauvenargues, ma soprattutto di alcuni di quei capolavori postumi, che apparvero e furono accolti per la prima volta in un \u201ccontesto\u201d culturale del tutto mutato rispetto a quello in cui furono composti, ma che nondimeno esercitarono grande influenza \u2013 si pensi solo al caso eclatante del <em>Neveu de Rameau<\/em> di Diderot, recuperato avventurosamente molto dopo la morte dell\u2019autore, e al posto eminente che, per\u00f2, occupa la figura del suo protagonista nella <em>Fenomenologia dello spirito<\/em> di Hegel). Un determinato orizzonte discorsivo delimita piuttosto il campo entro cui sono apparsi certi testi (\u00abenunciati\u00bb) e la trama di relazioni, dissensi, contrasti, affinit\u00e0, che li lega ad altri testi, discorsi, conoscenze e teorie scientifiche, dottrine filosofiche, credenze, pregiudizi, oltre che consuetudini e pratiche sociali, istituzioni politiche e giuridiche, nonch\u00e9 eventi, correntemente detti \u201cfatti storici\u201d. Questa costellazione di elementi eterogenei costituisce la condizione di possibilit\u00e0 dell\u2019apparizione di un certo \u00absapere\u00bb (al riguardo, con formula deliberatamente ossimorica, Foucault parlava di \u00ab<em>a priori<\/em> storico\u00bb). Comprendere un testo significa allora cogliere i nessi che lo legano a un \u00absapere\u00bb, che, d\u2019altronde, quel testo stesso ha contribuito a determinare, in quanto un \u00absapere\u00bb \u00e8 sempre costituito dall\u2019\u00abinsieme dei modi e delle collocazioni che si possono dare a un nuovo enunciato per integrarlo nel gi\u00e0 detto\u00bb<span id='easy-footnote-13-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-13-407' title='M. Foucault, &lt;em&gt;L\u2019archeologia del sapere&lt;\/em&gt;, cit., p. 238.'><sup>13<\/sup><\/a><\/span> \u2013 e, ovviamente, questo \u00abinsieme\u00bb contribuiscono a formarlo tanto le opere \u201cclassiche\u201d quanto quelle \u201cminori\u201d. In questa prospettiva, ogni gerarchia tra le une e le altre perde la propria validit\u00e0 e, addirittura, la propria ragion d\u2019essere; ne consegue che una ricerca delle fonti e delle filiazioni intesa a istituire un qualche primato d\u2019originalit\u00e0 tra le opere risulta inutile, come pure non risulta pi\u00f9 pertinente la domanda concernente il \u201cvero\u201d significato di un testo. Viceversa, proprio la previa descrizione e analisi dell\u2019\u00abinsieme\u00bb, o \u00abcostellazione\u00bb, rende un testo interpretabile, cio\u00e8 suscettibile di diventare oggetto di un discorso critico in grado di coglierne il \u00abtenore di verit\u00e0\u00bb \u2013 questo \u00e8 il punto di partenza e, per cos\u00ec dire, la base materiale di un\u2019ermeneutica letteraria che si voglia emancipata dal mito del \u201cvero\u201d significato. (Era questo, in fin dei conti, che intendeva dire Benjamin quando, nella pagina di apertura del saggio sulle <em>Affinit\u00e0 elettive<\/em>, affermava che \u00abil primo atto del critico ha da essere il commento\u00bb, cosicch\u00e9 il \u00abtenore cosale\u00bb, su cui si esercita il lavoro di commento, \u00abassurge a condizione preliminare\u00bb del lavoro propriamente critico).<br><br>\n3. Sar\u00e0 lecito supporre che, in generale, la letteratura del Settecento francese rappresenti un \u201coggetto\u201d particolarmente adatto per esperimenti e verifiche metodologiche di questo tipo: il Settecento, infatti, \u00e8 un secolo \u2013 in particolar modo, la prima met\u00e0 \u2013 abbastanza prossimo alla modernit\u00e0 cui ancora apparteniamo per poter riconoscere in esso e nella sua letteratura (in senso lato, naturalmente) innumerevoli temi, questioni, idee tuttora familiari e all\u2019ordine del giorno; allo stesso tempo, per\u00f2, esso \u00e8 sufficientemente remoto \u2013 nel senso di: estraneo alla sensibilit\u00e0 contemporanea \u2013 da poter essere studiato con il distacco che, a quanto pare, l\u2019obiettivit\u00e0 scientifica esige. Per tutto il XVIII secolo, distinzioni disciplinari per noi lampanti come quella tra \u201cletteratura\u201d e \u201cfilosofia\u201d erano invece assai sfuggenti. E, ai nostri occhi, altrettanto sfumati e labili appaiono, in ambito \u201cfilosofico\u201d, i confini tra la sfera dell\u2019\u201cetica\u201d e quella dell\u2019\u201cestetica\u201d. Al di l\u00e0 delle tesi e opinioni particolari che esse perorano con maggiore e minor vigore, rigore ed efficacia, opere quali <em>La volupt\u00e9<\/em> di La Mettrie e gli <em>Essais sur la n\u00e9cessit\u00e9 et les moyens de plaire<\/em> di Paradi de Moncrif permettono di constatare, per esempio, come il savoir-vivre fosse inteso come un\u2019arte, nella duplice accezione del termine: una vera e propria tecnica (per piacere agli altri e per ricavare dalla loro frequentazione il massimo piacere)<span id='easy-footnote-14-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-14-407' title='Si rammenti che il libro di Moncrif era noto all\u2019epoca con il titolo abbreviato &lt;em&gt;L\u2019art de plaire&lt;\/em&gt;, e che, nel 1751, La Mettrie, poco prima di morire, diede alle stampe una nuova versione rimaneggiata della propria opera modificandone il titolo originario in &lt;em&gt;L\u2019art de jouir&lt;\/em&gt;.'><sup>14<\/sup><\/a><\/span> e, al contempo, un modo di dare espressione e senso a emozioni, sensazioni, passioni, inclinazioni personali, piegandole a codici e norme che, per quanto assai diverse, per Moncrif e La Mettrie, avevano il comune scopo di trasformare l\u2019esperienza sensibile e sensuale, le manifestazioni del vivere sociale, in uno \u201cstile di vita\u201d coerente, finalizzato al raggiungimento della massima felicit\u00e0 possibile per il pi\u00f9 grande numero di persone possibile. Ci\u00f2 aiuta a comprendere come, e a spiegare perch\u00e9, una nozione quale quella di gusto, alquanto vaga, se non essenzialmente indefinibile, abbia potuto nondimeno svolgere una funzione normativa in tutto il dibattito \u201cestetico\u201d settecentesco, e, contemporaneamente, abbia potuto travalicare i limiti dell\u2019\u201cestetica\u201d (la quale, com\u2019\u00e8 risaputo, si and\u00f2 definendo nella sua specificit\u00e0 disciplinare proprio a partire dalla met\u00e0 del secolo con Baumgarten). Il <em>go\u00fbt<\/em> e il <em>bon go\u00fbt<\/em>, pur essendo di pertinenza della sfera dell\u2019estetica, non erano estranei a quella dell\u2019etica, perch\u00e9 la \u00abseparazione del conveniente dallo sconveniente\u00bb \u2013 in cui propriamente consisteva il gusto secondo Goethe<span id='easy-footnote-15-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-15-407' title='J. W. Goethe, &lt;em&gt;Divano occidentale-orientale&lt;\/em&gt;, Boringhieri, Torino 1959, p. 301.'><sup>15<\/sup><\/a><\/span> \u2013 obbediva a un criterio di giudizio che valeva in entrambi gli ambiti, e al quale presiedeva quella peculiare \u00abfacolt\u00e0 dello spirito\u00bb che veniva chiamata <em>discernement<\/em>. Nel suo <em>Dictionnaire philosophique<\/em> (vasto e poco originale, ma aggiornato, repertorio delle opinioni \u201cprogressiste\u201d dell\u2019epoca), Chicaneau de Neuville poteva distinguere il <em>discernement<\/em> dal <em>jugement<\/em>, appellandosi a un autore come Condillac, secondo il quale ci voleva \u00abdiscernimento nelle ricerche filosofiche e giudizio nella condotta di vita\u00bb \u2013 e tuttavia entrambi, discernimento e giudizio, sempre secondo Condillac, \u00abconfrontano le cose, ne evidenziano le differenze e stimano con precisione il valore delle une rispetto alle altre\u00bb<span id='easy-footnote-16-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-16-407' title='D.-P. Chicaneau de Neuville, &lt;em&gt;Dictionnaire philosophique portatif, ou introduction \u00e0 la connoissance de l\u2019homme&lt;\/em&gt;, nouvelle \u00e9dition, revue, corrig\u00e9e et augment\u00e9e consid\u00e9rablement, Paris 1762 [I ed. 1751], p. 165, alla voce \u201cDiscernement\u201d; cfr. \u00c9. Bonnot de Condillac, &lt;em&gt;Saggio sull\u2019origine delle conoscenze umane&lt;\/em&gt;, I, II, 11, 101, in Opere, UTET, Torino 1976, p. 150. Rammentiamo che la prima edizione del ben pi\u00f9 celebre Dictionnaire philosophique portatif di Voltaire apparve nel 1764.'><sup>16<\/sup><\/a><\/span>. In definitiva, per\u00f2, le figure dell\u2019<em>homme de go\u00fbt<\/em>, dell\u2019<em>homme du monde<\/em> e del <em>philosophe<\/em> risultano a stento distinguibili tra loro<span id='easy-footnote-17-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-17-407' title='Cfr. &lt;em&gt;Le Philosophe. Text and Interpretation&lt;\/em&gt;, a cura di H. Dieckmann, Washington University Studies, n. 18, Saint Louis, 1948; il volume presenta, una accanto all\u2019altra, quattro diverse versioni del testo: quella pubblicata anonima nel 1743 nelle &lt;em&gt;Nouvelles libert\u00e9s de penser&lt;\/em&gt;, quella apparsa nell\u2019&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die&lt;\/em&gt;, quella rimaneggiata da Voltaire e quella inserita tra le opere di Du Marsais, cui spesso il testo \u00e8 stato attribuito.'><sup>17<\/sup><\/a><\/span>, poich\u00e9 il loro sapere si fondava su quella \u00abfacolt\u00e0 dello spirito\u00bb che conosceva e giudicava i diversi oggetti (etici, estetici, \u201cfilosofici\u201d, \u201cmondani\u201d) in base a una medesima arte di separare e discernere le sfumature che li distinguono e ne determinano il rispettivo valore. In tal modo, i confini disciplinari divenuti consueti per noi tendono a confondersi e i diversi oggetti di discorso a ripartirsi secondo \u00abregole di formazione\u00bb che ormai non hanno pi\u00f9 corso, ma che, proprio per questo, esigono di essere descritte e comprese iuxta propria principia. Sono queste regole che rendono comprensibili le formazioni e le pratiche discorsive cui si conformano, in una certa epoca, i singoli testi, pur nella diversit\u00e0 (o affinit\u00e0, poco importa) delle posizioni prese dai vari autori e delle dottrine da questi professate. Per riprendere ancora una volta le parole di Foucault, \u00abqueste regole non definiscono affatto la muta esistenza di una realt\u00e0, n\u00e9 l\u2019uso canonico di un vocabolario, ma il regime degli oggetti\u00bb<span id='easy-footnote-18-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-18-407' title='M. Foucault, &lt;em&gt;L\u2019archeologia del sapere&lt;\/em&gt;, cit., p. 66.'><sup>18<\/sup><\/a><\/span>. \u00c8 quest\u2019ultimo, pi\u00f9 che la ricostruzione di remote \u201cvisioni del mondo\u201d o delle fasi dell\u2019evoluzione di una semantica storica, che l\u2019interpretazione dovrebbe, appunto, cercare di far emergere dalle strategie discorsive messe in opera dai testi.<br>\nIn quest\u2019ottica, opere come l\u2019<em>Introduction \u00e0 la connaissance de l\u2019esprit humain<\/em> di Vauvenargues e le <em>Consid\u00e9rations sur les m\u0153urs de ce si\u00e8cle<\/em> di Duclos possono acquistare un valore paradigmatico. Al di l\u00e0 delle peculiarit\u00e0 stilistiche che rendono inconfondibili la scrittura di Vauvenargues e quella di Duclos, queste loro opere si presentano rispettivamente come una fenomenologia delle passioni umane e dei comportamenti sociali. Ci\u00f2 che di esse dovrebbe, per\u00f2, ritenere principalmente l\u2019attenzione dell\u2019interprete non \u00e8 tanto il grado di correttezza delle descrizioni o di precisione delle definizioni, ovvero la loro aderenza o meno a una \u201crealt\u00e0\u201d (psicologica o sociale), n\u00e9 gli slittamenti semantici che si possono facilmente riscontare nell\u2019uso di determinati termini da parte dell\u2019uno o dell\u2019altro; ci\u00f2 su cui dovrebbe concentrarsi il lavoro ermeneutico sono piuttosto le modalit\u00e0 di emergenza degli \u201coggetti\u201d peculiari all\u2019orizzonte discorsivo entro cui quei testi s\u2019inscrivono e, che, al contempo, essi contribuiscono a circoscrivere. Basti solo pensare al caso macroscopico rappresentato dalla nozione di <em>esprit<\/em>, alla quale si potrebbero aggiungere innumerevoli altri \u201coggetti\u201d, quali la <em>d\u00e9licatesse<\/em>, la <em>finesse<\/em>, il <em>ridicule<\/em>, il <em>naturel<\/em>, e ancora la virt\u00f9, l\u2019onore, la fama, la reputazione, la stima, il rispetto, la buona creanza, l\u2019adulazione, il desiderio di piacere, l\u2019affettazione, l\u2019eleganza, il buon gusto, la volutt\u00e0, il piacere, la felicit\u00e0\u2026 In ogni caso, il principale oggetto ermeneutico non dovrebbe comunque essere costituito dalle \u201cidee\u201d che questi termini pretendono di denotare, e neppure dalle diverse dottrine morali (\u201cneo-stoica\u201d l\u2019una, \u201cutilitaristica\u201d l\u2019altra) che non \u00e8 difficile ricavare dalla lettura dei testi di Vauvenargues e Duclos. Questi due testi possono valere come paradigmatici, perch\u00e9 vi si possono scorgere all\u2019opera le \u00abregole di formazione\u00bb in base a cui gli \u00abenunciati\u00bb si ripartiscono, si differenziano, si contrappongono e, magari, si negano vicendevolmente, disponendosi per\u00f2 tutti entro un medesimo orizzonte discorsivo, che funziona cos\u00ec come uno \u00abspazio di dispersione\u00bb o \u00abdi dissenso\u00bb (le formule, ovviamente, sono sempre di Foucault). \u00c8 proprio in questo spazio che \u00e8 possibile rilevare e seguire nei dettagli il complicato gioco di sfumature e sinonimie attraverso cui si esercita la facolt\u00e0 del <em>discernement<\/em>, del quale, in queste loro opere, Vauvenargues e Duclos danno una prova insigne con il loro stile netto, asciutto e analitico, ma che guida altres\u00ec lo stile pi\u00f9 \u201cprezioso\u201d di Moncrif e quello pi\u00f9 turgido ed enfatico di La Mettrie.<br>\nIn virt\u00f9 della sottigliezza del <em>discernement<\/em>, fu possibile, per esempio, fare della \u201cvolutt\u00e0\u201d e dello \u201cspirito\u201d oggetti di discorso distinti dalla \u201cdissolutezza\u201d e dal \u201cbello spirito\u201d, e, in generale, si poterono istituire \u00abformazioni discorsive\u00bb entro cui tali sfumature \u2013 e altre ancora pi\u00f9 sfuggenti \u2013 acquistano, o acquistarono per un certo tempo, una funzione e un senso, ovvero un referente. Le \u201ccose\u201d di cui le opere di questi autori parlano hanno potuto \u201cesistere\u201d grazie a una pratica discorsiva storicamente determinata che ha trovato espressione e si \u00e8 fissata in una scrittura<span id='easy-footnote-19-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-19-407' title='Seguiamo, qui, la distinzione tra \u201cstile\u201d e \u201cscrittura\u201d introdotta, a suo tempo, da Roland Barthes, secondo cui, mentre il primo appartiene alla sfera soggettiva (\u201cfisiologica\u201d) dello scrittore, \u00abla scrittura \u00e8 una funzione: essa \u00e8 il rapporto tra la creazione e la societ\u00e0, \u00e8 il linguaggio letterario trasformato dalla sua destinazione sociale, \u00e8 la forma colta nella sua intenzione umana e legata cos\u00ec alle grandi crisi della Storia\u00bb, cfr. R. Barthes, &lt;em&gt;Il grado zero della scrittura&lt;\/em&gt;, Einaudi, Torino 1982, p.12.'><sup>19<\/sup><\/a><\/span> che, per la sua estrema raffinatezza, fu capace di registrare i pi\u00f9 sottili effetti di sinonimia e le pi\u00f9 tenui sfumature semantiche. D\u2019altronde, non \u00e8 certamente un caso se, nel corso di tutto il Settecento, il fenomeno della sinonimia suscit\u00f2 l\u2019interesse dei teorici della lingua, in particolare francesi (detti <em>grammariens<\/em>), tanto da un punto di vista strettamente linguistico e stilistico-retorico quanto, e soprattutto, \u201cfilosofico\u201d<span id='easy-footnote-20-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-20-407' title='Oltre ai &lt;em&gt;grammariens&lt;\/em&gt; citati pi\u00f9 avanti, si rammenti che perfino Voltaire cur\u00f2 alcuni lemmi (tutti relativi alla lettera T) del &lt;em&gt;Dictionnaire de l\u2019Acad\u00e9mie&lt;\/em&gt;, edizione 1762, e forn\u00ec all\u2019&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die&lt;\/em&gt; (nei volumi VI-VII, 1756-1757, e VIII, 1765) diverse voci di carattere prettamente lessicale, nelle quali viene dato ampio spazio all\u2019analisi delle diverse accezioni di ogni termine (e dei suoi sinonimi), come nel caso di voci quali \u201c\u00c9l\u00e9gance\u201d, \u201cFaible\u201d, \u201cF\u00e9licit\u00e9\u201d, \u201cFermet\u00e9\u201d, \u201cFinesse\u201d, \u201cFranchise\u201d, \u201cGalant\u201d, \u201cGracieux\u201d, \u201cHabile\u201d, \u201cHeureux\u201d, ecc., (ora raccolte tutte in \u0152uvres compl\u00e8tes de Voltaire, tomo 35, &lt;em&gt;\u0152uvres alphab\u00e9tiques&lt;\/em&gt;, a cura di J. Vercruysse, Oxford, The Voltaire Foundation, 1987; si veda la trad. it. in &lt;em&gt;Voltaire, Dizionario filosofico integrale&lt;\/em&gt;, a cura di D. Felice e R. Campi, Milano, Bompiani, 2013). Anche Condillac, in qualit\u00e0 di precettore (tra il 1758 e il 1767) del nipote di Luigi XV, l\u2019infante Ferdinando, principe di Parma, compose per l\u2019illustre pupillo un ricco &lt;em&gt;Dictionnaire des synonymes&lt;\/em&gt;, rimasto a lungo manoscritto, cfr. &lt;em&gt;\u0152uvres philosophiques de Condillac&lt;\/em&gt;, tomo III, &lt;em&gt;Dictionnaire des synonymes&lt;\/em&gt;, a cura di G. Le Roy, P.U.F., \u201cCorpus g\u00e9n\u00e9ral des philosophes fran\u00e7ais\u201d, Paris 1951'><sup>20<\/sup><\/a><\/span>. Per Nicolas Beauz\u00e9e, che collabor\u00f2 all\u2019<em>Encyclop\u00e9die<\/em> redigendo numerose voci di argomento linguistico-grammaticale, \u00abl\u2019esattezza [<em>justesse<\/em>] della lingua non deve essere considerata solo come fonte di piacere, ma altres\u00ec come uno dei mezzi pi\u00f9 adatti a favorire la comprensione e la trasmissione della verit\u00e0\u00bb<span id='easy-footnote-21-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-21-407' title='&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die, ou dictionnaire raisonn\u00e9 des sciences, des arts et des m\u00e9tiers&lt;\/em&gt;, Neuch\u00e2tel, 1765 [rist. anastatica Pergamon Press, New York 1969], t. XV, p. 757, voce \u201cSynonymie\u201d.'><sup>21<\/sup><\/a><\/span>. La questione della sinonimia slitta cos\u00ec dall\u2019ambito della retorica a quello della <em>philosophie<\/em>: non pi\u00f9 mera risorsa stilistica, la sinonimia viene concepita come un vero e proprio strumento del pensiero (del <em>bien penser<\/em>). La ricchezza lessicale di una lingua, pertanto, non \u00e8 data semplicemente dalla quantit\u00e0 di vocaboli di cui dispone, bens\u00ec, come diceva l\u2019abate Girard, dai \u00abloro valori\u00bb \u2013 in altri termini, essa dipende dalla variet\u00e0 di sfumature semantiche che una lingua \u00e8 in grado di esprimere in relazione a un medesimo referente. L\u2019autorevole abate, cui si deve uno dei dizionari di sinonimi pi\u00f9 diffusi nel Settecento<span id='easy-footnote-22-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-22-407' title='Apparso nel 1718 con il titolo &lt;em&gt;Justesse de la langue fran\u00e7aise&lt;\/em&gt;, il dizionario dei sinonimi di Gabriel Girard conoscer\u00e0 diverse riedizioni nel corso del secolo (nel 1736, l\u2019opera venne ampiamente rimaneggiata e assunse il titolo &lt;em&gt;Synonymes fran\u00e7ais&lt;\/em&gt;; la terza edizione, del 1740, reca una nuova prefazione che verr\u00e0 sempre ripresa nelle edizioni successive; quella del 1780 venne curata e accresciuta da Beauz\u00e9e). Condillac sfrutter\u00e0 largamente il dizionario di Girard. Nel &lt;em&gt;Catalogue de la plupart des \u00e9crivains fran\u00e7ais&lt;\/em&gt;, posto in appendice a &lt;em&gt;Le si\u00e8cle de Louis XIV&lt;\/em&gt;, Voltaire dedica all\u2019abate parole di elogio: \u00abIl suo libro dei sinonimi \u00e8 molto utile; durer\u00e0 quanto la lingua, e contribuir\u00e0 anzi a farla durare\u00bb (in Voltaire, &lt;em&gt;\u0152uvres historiques&lt;\/em&gt;, Paris, Gallimard, \u201cBiblioth\u00e8que de la Pl\u00e9iade\u201d, 1957, p. 1165).'><sup>22<\/sup><\/a><\/span>, proseguiva precisando: \u00abse [i vocaboli] si diversificano solo per i suoni, e non per il maggior o minor grado di energia, estensione, precisione, articolazione [<em>composition<\/em>] o semplicit\u00e0 che le idee possono avere, essi mi paiono pi\u00f9 adatti ad affaticare la memoria che ad arricchire e a giovare all\u2019arte della parola\u00bb<span id='easy-footnote-23-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-23-407' title='G. Girard, &lt;em&gt;Pr\u00e9face \u00e0 la troisi\u00e8me \u00e9dition&lt;\/em&gt;, in &lt;em&gt;Synonymes fran\u00e7aises, leurs diff\u00e9rentes significations, et le choix qu\u2019il en faut faire pour parler avec justesse&lt;\/em&gt;, Nouvelle \u00e9dition, consid\u00e9rablement augment\u00e9e, mise en nouvel ordre et enrichie de notes par M. Beauz\u00e9e, Lyon, an VII [1795], t. I, p. XII.'><sup>23<\/sup><\/a><\/span>. Non \u00e8 quindi l\u2019interscambiabilit\u00e0 tra le parole in quanto tale che arricchisce una lingua e costituisce la vera peculiarit\u00e0 e, tanto meno, il pregio, della sinonimia: parole perfettamente intercambiabili verrebbero, anzi, giudicate superflue da Girard e Beauz\u00e9e, perch\u00e9 agirebbero come quei meri allotropi morfologici, detti anche \u201cdoppioni\u201d in quanto costituiscono due forme verbali distinte ma perfettamente equivalenti (come, per esempio, \u201ccerchio\u201d e \u201ccircolo\u201d). Per questi <em>grammariens<\/em>, non esistono (n\u00e9 possono, n\u00e9 dovrebbero esistere) sinonimi cos\u00ec perfetti \u00abda possedere, in ogni tipo di circostanza, una forza di significazione [<em>force de signification<\/em>] interamente identica\u00bb<span id='easy-footnote-24-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-24-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, t. I, p. XIV; cfr. &lt;em&gt;Pr\u00e9face de l\u2019\u00e9diteur&lt;\/em&gt;, t. II, p. 7; scritta Beauz\u00e9e, essa precede le sue integrazioni al dizionario di Girard, che occupano per intero il secondo tomo.'><sup>24<\/sup><\/a><\/span>. Illustrando la distinzione tra <em>mot<\/em> e <em>terme<\/em>, anche Beauz\u00e9e ne approfitta per ribadire che non \u00e8 la \u00abmoltitudine delle \u201cparole\u201d\u00bb che fa la ricchezza lessicale di una lingua, quanto piuttosto la \u00abmoltitudine dei \u201ctermini\u201d, che si diversificano in base alle <em>idee accessorie<\/em> del significato oggettivo\u00bb<span id='easy-footnote-25-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-25-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, t. II, art. 166, voce \u201cMot, terme\u201d (di Beauz\u00e9e), p. 174.'><sup>25<\/sup><\/a><\/span>. In questo diversificarsi dei sinonimi rispetto all\u2019\u00abidea principale\u00bb, come la chiama Beauz\u00e9e (o \u00abidea comune\u00bb, secondo Girard)<span id='easy-footnote-26-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-26-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, t. II, p. 6, e t. I, p. IX.'><sup>26<\/sup><\/a><\/span>, risiede l\u2019autentica ricchezza di una lingua, che non sar\u00e0 meramente lessicale, poich\u00e9 ogni sinonimo, in realt\u00e0, permette di cogliere una diversa \u00abidea accessoria\u00bb. L\u2019accento, allora, viene posto sulle differenze e sugli scarti semantici che la sinonimia \u00e8 in grado di registrare, pi\u00f9 che sulla possibilit\u00e0 (o sulla presunta utilit\u00e0) di \u201csostituire\u201d un termine con un altro. Voltaire, anzi, ribadir\u00e0 pi\u00f9 volte e con chiarezza che \u00abci sono termini, sinonimi in molti casi, che, in altri, cessano di esserlo\u00bb<span id='easy-footnote-27-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-27-407' title='Voltaire, voce \u201cFazione\u201d, in &lt;em&gt;Dizionario filosofico integrale&lt;\/em&gt;, cit., p. 1537.'><sup>27<\/sup><\/a><\/span>, precisando, poi, che \u00abla massima secondo cui non esistono sinonimi vuol dire solo che non ci si pu\u00f2 servire delle medesime parole in tutte le circostanze\u00bb<span id='easy-footnote-28-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-28-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, voce \u201cFecondo\u201d, p. 1563.'><sup>28<\/sup><\/a><\/span>: egli, cos\u00ec, non fa che sottolineare che la sinonimia non si deve ridurre a un\u2019astratta equivalenza semantica, in quanto essa \u00e8 determinata, in ultima istanza, dalle \u00abcircostanze\u00bb in cui, di fatto, certi termini possono essere fatti valere come sinonimi. Allo stesso modo, egli pu\u00f2 fondatamente affermare che sono proprio \u00able sfumature che vanificano i sinonimi\u00bb<span id='easy-footnote-29-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-29-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, voce \u201cAltezzoso\u201d, p. 1847.'><sup>29<\/sup><\/a><\/span>. Ma questi limiti della sinonimia, in definitiva, non sembrano essere affatto tali, poich\u00e9, anzi, la <em>force de signification<\/em> delle molteplici sfumature di un termine consiste proprio nella loro capacit\u00e0 di cogliere ed esprimere diverse \u00abidee accessorie\u00bb a seconda dei vari contesti, permettendo cos\u00ec di afferrare l\u2019oggetto del discorso sotto angolazioni sempre diverse. Se la perfetta e ridondante sinonimia viene vanificata e, dunque, negata in quanto puramente ideale, sar\u00e0 tuttavia a vantaggio di un\u2019accresciuta capacit\u00e0 dei diversi termini di arricchire il denotato di molteplici connotazioni.<br>\nIn tal modo, la molteplicit\u00e0 di sfumature e sinonimie imperfette, in una lingua, soddisfa l\u2019esigenza di conoscere l\u2019\u201coggetto\u201d nei suoi differenti aspetti \u2012 o, meglio, il suo pregio consiste proprio nel permettere di moltiplicare i punti di vista da cui considerarlo e nominarlo, e non nel descrivere il medesimo \u201coggetto\u201d, o nell\u2019esprimere la medesima idea, con segni o suoni diversi, ma equivalenti. Citando Du Marsais (autore di un celebre trattato retorico sui tropi apparso nel 1730, nonch\u00e9 collaboratore anch\u2019egli dell\u2019<em>Encyclop\u00e9die<\/em>), Beauz\u00e9e insiste su questa funzione conoscitiva: \u00abBisogna valutare la ricchezza di una lingua in base al numero di pensieri che riesce a esprimere, e non in base a quello delle articolazioni della voce\u00bb<span id='easy-footnote-30-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-30-407' title='&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die, ou dictionnaire raisonn\u00e9&lt;\/em&gt;, cit., p. 759.'><sup>30<\/sup><\/a><\/span>. La variet\u00e0 e quantit\u00e0 di sinonimi, pi\u00f9 o meno perfetti, e la sottigliezza delle loro sfumature si legittimano nella misura in cui concorrono ad ampliare la conoscenza della realt\u00e0, o, quanto meno, a renderne possibile una pi\u00f9 completa e precisa descrizione attraverso il linguaggio. Il paradigma razionalistico della \u201cchiarezza e distinzione\u201d guida e regola l\u2019opera di lessicografi come Girard e Beauz\u00e9e: le sfumature semantiche che i loro dizionari si propongono di registrare e analizzare non hanno nulla di vago o di ridondante, poich\u00e9 ad esse vengono fatte corrispondere altrettante \u00abidee accessorie\u00bb, che possono, e debbono, diventare a loro volta altrettanti oggetti di discorso e di conoscenza, ben circoscritti e distinti, che l\u2019uso insegna ad afferrare<span id='easy-footnote-31-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-31-407' title='Voltaire \u00e8 categorico: se tali sfumature sono difficili da definire in linea di principio, in compenso \u00abl\u2019uso insegna tutte queste piccole differenze\u00bb, voce \u201cFecondo\u201d, in &lt;em&gt;Dizionario filosofico integrale&lt;\/em&gt;, cit., p. 1563.'><sup>31<\/sup><\/a><\/span>: per <em>grammariens<\/em> e <em>philosophes<\/em>, la sfumatura sinonimica non ha un valore meramente espressivo o, peggio, esornativo. Ci\u00f2 permette, peraltro, di misurare la distanza che li separa dalla tradizione \u201cretorica\u201d incarnata da un\u2019autorit\u00e0 del secolo precedente come Vaugelas.<br>\nAnche nelle sue <em>Remarques sur la langue fran\u00e7aise<\/em>, che a lungo furono una guida autorevole per quanti volevano bien parler et bien \u00e9crire, viene infatti dedicata la dovuta attenzione all\u2019uso dei sinonimi, ma, per Vaugelas, il problema era essenzialmente \u201cretorico\u201d (nell\u2019accezione pi\u00f9 ampia del termine): com\u2019egli scriveva nel 1647, \u00absi tratta di dipingere un pensiero e di esporlo agli occhi degli altri, ossia agli occhi dell\u2019intelletto\u00bb, e, a tal fine, il ricorso all\u2019<em>uso<\/em> dei sinonimi pu\u00f2 essere giustificato e perfino raccomandato come \u00abuna seconda pennellata che completa l\u2019immagine\u00bb. La funzione dei sinonimi era di variare, abbellire e vivacizzare (<em>\u00e9gayer<\/em>) lo stile, tanto che, secondo Vaugelas, \u00e8 in conclusione di un periodo che i sinonimi producono l\u2019effetto espressivo migliore, poich\u00e9, \u00abessendo il significato concluso alla fine della frase, e quindi lo spirito del lettore o dell\u2019ascoltatore essendo gi\u00e0 soddisfatto senza essere pi\u00f9 in sospeso o impaziente di sapere ci\u00f2 che gli si vuole comunicare, esso accoglie volentieri il sinonimo o come un\u2019espressione pi\u00f9 forte, o come un ornamento, o come entrambe le cose allo stesso tempo, oppure, se si vuole, come un elemento per tornire il periodo e conferirgli un ritmo\u00bb<span id='easy-footnote-32-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-32-407' title='C. Favre de Vaugelas, &lt;em&gt;Remarques sur la langue fran\u00e7aise utiles \u00e0 ceux qui veulent bien parler et bien \u00e9crire&lt;\/em&gt;, \u00c9ditions Champ Libre, Paris 1981, rispettivamente pp. 298 e 300; cfr. C. Fuchs, &lt;em&gt;La synonymie dans les Remarques de Vaugelas (1647). Th\u00e9orie explicite et conceptions implicites&lt;\/em&gt;, in \u201cHistoriographia Linguistica\u201d, VI, 3, 1979, mentre per un rapido confronto tra Vaugelas, Girard e Beauz\u00e9e, cfr. J.-Cl. Chevalier, &lt;em&gt;Note sur la notion de synonymie chez trois grammariens des XVII et XVIII si\u00e8cle&lt;\/em&gt;, in \u201cLangages\u201d, 24, dicembre 1971.'><sup>32<\/sup><\/a><\/span>. Quasi un secolo pi\u00f9 tardi, vi era naturalmente ancora chi, come Timoth\u00e9e de Livoy, autore di un altro dizionario molto diffuso, apparso nel 1767, tornava a insistere sulla funzione espressiva dei sinonimi e sul fatto che, per poter comprendere e valutare \u00abi differenti rapporti di un termine con alcuni altri\u00bb, \u00e8 opportuno \u00abtener conto dei differenti generi, dei differenti stili in cui si pu\u00f2 scrivere e parlare\u00bb \u2013 burlesco, scherzoso, familiare, fiorito, serio, grave, maestoso, sublime \u2013, per cui \u00abuna certa parola che non si addice all\u2019uno \u00e8 spesso molto adatta a un altro\u00bb<span id='easy-footnote-33-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-33-407' title='T. de Livoy, &lt;em&gt;Pr\u00e9face, Dictionnaire des synonymes fran\u00e7ais&lt;\/em&gt;, Paris 1767, p. XII; del dizionario di Livoy si contano varie edizioni (1770, 1775, 1780, 1788, 1828). Quella del 1780 venne curata e aggiornata dal solito Beauz\u00e9e.'><sup>33<\/sup><\/a><\/span>. In tal modo, la variet\u00e0 delle sfumature semantiche e l\u2019uso dei sinonimi vengono giustificati richiamandosi implicitamente a una nozione tradizionale dell\u2019arte retorica come quella di <em>aptum<\/em>, che implica una precisa gerarchia dei generi e degli stili.<br>\nInoltre, Livoy accenna (ma solo di sfuggita, mentre, qui, si aprirebbero prospettive teoriche assai interessanti) al valore sinonimico, in senso lato, che possono assumere i traslati; infatti, egli osserva, \u00abuna certa parola, che, nel suo senso puramente naturale, non sembra avere nessun rapporto con un\u2019altra, spesso ne ha uno molto importante se viene assunta allegoricamente e in senso figurato\u00bb<span id='easy-footnote-34-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-34-407' title='&lt;em&gt;Ibidem&lt;\/em&gt;, p. XIII.'><sup>34<\/sup><\/a><\/span>. Ma questa deriva metaforica, potenzialmente infinita (o, almeno, indefinita), che potremmo definire barocca o \u201cpreziosa\u201d, \u00e8 quanto di pi\u00f9 remoto dall\u2019ideale di <em>justesse<\/em> che guida Girard e Beauz\u00e9e \u2012 qualit\u00e0, quest\u2019ultima, \u00abtanto rara quanto amabile\u00bb, cui costoro, fedeli a un\u2019ormai lunga tradizione razionalista, attribuiscono la funzione \u00abdi far brillare il vero e conferire solidit\u00e0 al brillante\u00bb: questo, in definitiva, \u00e8 lo scopo cui deve mirare la capacit\u00e0 di afferrare \u00abla sottile differenza tra i sinonimi\u00bb (<em>la diff\u00e9rence d\u00e9licate des synonymes<\/em>), ed \u00e8 questa capacit\u00e0 che costituisce \u00abil tratto che distingue l\u2019uomo raffinato [<em>d\u00e9licat<\/em>] dall\u2019uomo volgare\u00bb<span id='easy-footnote-35-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-35-407' title='G. Girard, &lt;em&gt;Pr\u00e9face \u00e0 la troisi\u00e8me \u00e9dition&lt;\/em&gt;, cit., p. IX.'><sup>35<\/sup><\/a><\/span>. Ancora una volta, \u00e8 il <em>discernement<\/em> la \u00abfacolt\u00e0 dello spirito\u00bb che risulta determinante e che trasforma il <em>bien parler et bien \u00e9crire<\/em> in un <em>bien penser<\/em> \u2013 sempre che non sia il contrario, bench\u00e9 questa circolarit\u00e0 tra pensiero ed espressione (verbale) non dovesse certo creare molti imbarazzi a chi, profondamente influenzato dalla summenzionata tradizione razionalista, non doveva neppure rilevare alcuna sostanziale differenza tra queste due operazioni dell\u2019intelletto. Come esemplificava Girard alla voce \u201cJustesse, pr\u00e9cision\u201d del proprio dizionario: \u00abIl discorso <em>preciso<\/em> \u00e8 un segno abituale dell\u2019<em>esattezza<\/em> dello spirito\u00bb, e, d\u2019altra parte, \u00ablo spirito di precisione e di distinzione [<em>esprit de justesse et de distinction<\/em>] \u00e8 in ogni cosa il vero lume che rischiara\u00bb<span id='easy-footnote-36-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-36-407' title='Rispettivamente, &lt;em&gt;Synonymes fran\u00e7aises&lt;\/em&gt;, cit., t. I, art. 97, p. 84, e \u201cPr\u00e9face \u00e0 la troisi\u00e8me \u00e9dition\u201d, , p. IX.'><sup>36<\/sup><\/a><\/span>. E per parte sua, Beauz\u00e9e sentenziava \u2013 a maggior gloria della <em>philosophie<\/em> ormai prossima a trionfare, e contro il \u201csapere retorico\u201d tradizionale \u2013 che \u00ablo spirito d\u2019esattezza \u00e8 il vero spirito filosofico\u00bb<span id='easy-footnote-37-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-37-407' title='&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die, ou dictionnaire raisonn\u00e9&lt;\/em&gt;, cit., p. 757.'><sup>37<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nVano, dunque, pretendere di chiarire se sia la proliferazione sinonimica a moltiplicare le \u00abidee accessorie\u00bb, o se siano queste ultime a imporre all\u2019<em>esprit de justesse et de distinction<\/em> di fare un uso sempre pi\u00f9 diversificato e sottile di sinonimi, onde poter differenziare le sfumature di una medesima \u00abidea comune\u00bb (o \u00abidea principale\u00bb). Nella scrittura di autori come Duclos e Vauvenargues, come pure in quella di Moncrif e di La Mettrie, i due momenti, di fatto, non sono rigorosamente separabili: in tutti loro, al di l\u00e0 dei tratti stilistici peculiari a ciascuno, una medesima lingua, che circa un secolo di purismo classicista aveva portato a un grado estremo di diversificazione lessicale, viene piegata alle esigenze di una pratica discorsiva che obbedisce, in primo luogo, a un ideale \u201cfilosofico\u201d di <em>justesse<\/em>. Verso la fine del secolo, Beauz\u00e9e sintetizzer\u00e0 tale processo storico in poche parole: \u00abquesta esattezza, diventata pi\u00f9 necessaria che mai in seguito ai progressi fatti dallo spirito filosofico, dipende soprattutto dall\u2019esatta conoscenza di tutte le idee comprese nel significato di ogni parola\u00bb<span id='easy-footnote-38-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-38-407' title='N. Beauz\u00e9e, &lt;em&gt;Pr\u00e9face de l\u2019\u00e9diteur&lt;\/em&gt;, cit., t. II, p. 6.'><sup>38<\/sup><\/a><\/span>. E cos\u00ec egli terminava, pi\u00f9 di vent\u2019anni prima, la voce redatta per l\u2019<em>Encyclop\u00e9die<\/em>: \u00abDalla diversit\u00e0 dei termini sinonimici, concluderei [\u2026] che la loro abbondanza \u00e8 per i filosofi un\u2019ammirevole risorsa, poich\u00e9 essa permette di dare ai loro discorsi tutta la precisione e la chiarezza [nettet\u00e9] che l\u2019esattezza pi\u00f9 metafisica esige\u00bb<span id='easy-footnote-39-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-39-407' title='&lt;em&gt;Encyclop\u00e9die, ou dictionnaire raisonn\u00e9&lt;\/em&gt;, cit., p. 759.'><sup>39<\/sup><\/a><\/span>.<br><br>\n4. La consapevolezza delle risorse e delle sottigliezze della sinonimia (che i <em>grammariens<\/em> ambirono censire e catalogare) \u00e8 uno dei fattori che rendono paradigmatica la scrittura \u201cfilosofica\u201d settecentesca per un\u2019ermeneutica che voglia tenere in debito conto le questioni metodologiche sollevate da Michel Foucault e, prima ancora, da Walter Benjamin. Per l\u2019interpretazione e comprensione dei testi, a poco varrebbe, allora, ostinarsi a seguire il labirintico intreccio di sinonimie che si differenziano e si sovrappongono o cercare di ricostruire i contorni di una semantica priva, oggi, dei suoi referenti, e che, anzi, al nostro sguardo retrospettivo, sembra moltiplicare <em>preater necessitatem<\/em> le sfumature di significato e le relative definizioni, eccedendo in sottigliezze che suonano, oggi, come capziosi verbalismi; e, tanto meno, si tratter\u00e0 di giudicare dell\u2019\u00abesattezza metafisica\u00bb, ossia della \u00abverit\u00e0\u00bb, di tali definizioni e dei discorsi di cui esse furono l\u2019oggetto. Questo tipo d\u2019indagini pu\u00f2 approdare solo a una sorta di dossografia, cio\u00e8 a una rassegna di opinioni, di cui si possono valutare la coerenza interna e l\u2019originalit\u00e0, la fortuna postuma o il carattere plagiario, o magari la loro \u201cattualit\u00e0\u201d per noi: comunque, non ne sortirebbe altro che una \u201cstoria delle idee\u201d, l\u2019ennesima. L\u2019oggetto dell\u2019interpretazione dovrebbe essere piuttosto la forma della scrittura di Vauvenargues, Duclos e di tutti gli altri; \u00e8 nella forma assunta dalla loro scrittura che bisognerebbe cercare l\u2019esito concreto delle pratiche discorsive e delle regole che presiedettero a quel determinato \u00abregime degli oggetti\u00bb: al di l\u00e0 della molteplicit\u00e0 degli stili individuali, delle singole opinioni e dottrine professate, delle influenze reciproche o dei plagi, delle <em>id\u00e9es re\u00e7ues<\/em> e dei preconcetti condivisi con gli uomini di una determinata epoca, la forma della scrittura dovrebbe essere intesa come il \u201cluogo\u201d in cui cercare le tracce di quel \u00absapere\u00bb, ovvero i modi in cui, concretamente, determinati \u201coggetti\u201d hanno potuto emergere come tali e diventare, in una certa epoca, materia del discorso.<br>\nNon si auspica, con ci\u00f2, il ritorno a nessun nuovo formalismo: nella forma della scrittura non devono essere individuate strutture sincroniche o costanti funzionali, ma i segni del concreto lavorio della storia \u2013 o, pi\u00f9 modestamente, di <em>una<\/em> storia particolare. Dei consueti metodi d\u2019analisi di stampo formalista (strutturalista, semiotico, stilistico, o d\u2019altra natura) ci\u00f2 che pu\u00f2 essere utilmente recuperato \u00e8, tuttavia, il loro carattere immanente: \u00e8 <em>nella<\/em> forma, infatti, che si devono cercare segni e tracce delle condizioni materiali che determinano pratiche discorsive, usi, nonch\u00e9 contrasti sociali. La forma non \u00e8 un semplice <em>medium<\/em> estrinseco e meramente funzionale all\u2019espressione e trasmissione di contenuti dati: essa \u00e8 piuttosto, al di l\u00e0 di ogni dualismo, il dispositivo che rende possibile l\u2019apparizione di dati \u201coggetti\u201d (contenuti) e che, al contempo, contribuisce a determinarli (letteralmente: conformarli) come tali, ossia come oggetti di discorso. Per dirlo nei termini di Adorno, \u00abla forma che tocca a un contenuto \u00e8 essa stessa un contenuto sedimentato\u00bb<span id='easy-footnote-40-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-40-407' title='T. W. Adorno, &lt;em&gt;Teoria estetica&lt;\/em&gt;, Einaudi, Torino 1977, p. 244.'><sup>40<\/sup><\/a><\/span>. Con ci\u00f2 s\u2019intenda che nell\u2019immanenza della forma ritornano tutti quegli \u00abelementi reali\u00bb che per Benjamin concorrevano a costituire il \u00abtenore cosale\u00bb dell\u2019opera \u2013 \u201cvisioni del mondo\u201d, pregiudizi, temi, credenze e pratiche collettive, contrasti ideologici, convenzioni letterarie, stilemi e <em>clich\u00e9s<\/em> linguistici, norme retoriche. Sono questi gli \u00abelementi\u00bb che si ritrovano nella forma della scrittura (e che l\u2019interpretazione dovrebbe contribuire a far riemergere): essi costituiscono il sedimento della, o almeno di <em>una<\/em>, storia. Tra questi e la forma della scrittura il rapporto \u00e8 d\u2019immanenza, poich\u00e9 l\u2019una e gli altri non possono essere pensati e analizzati separatamente. Per questa ragione, indagare il \u00abregime degli oggetti\u00bb e le regole che vi presiedono, e l\u2019orizzonte discorsivo entro cui gli \u00abenunciati\u00bb (testi) si dispongono, descriverlo come uno spazio di dispersione (e di dissenso), non pu\u00f2 prescindere da un\u2019analisi formale: sar\u00e0, infatti, nelle forme che effettivamente assunsero gli \u00abenunciati\u00bb che questi potranno e dovranno essere colti, analizzati e interpretati.<br>\nNel caso della scrittura \u201cfilosofica\u201d settecentesca, la ragnatela delle sinonimie con i loro impercettibili scarti semantici, le loro sottili differenze, fornisce un esempio del modo in cui la forma della scrittura determina i propri oggetti, li fa emergere, li ripartisce e li ordina entro un determinato orizzonte discorsivo. Certamente non si tratta dell\u2019unico esempio possibile, ma esso \u00e8 particolarmente eloquente, perch\u00e9 la sinonimia opera, per cos\u00ec dire, <em>en abyme<\/em>: in questo tipo di scrittura, \u00e8 il discorso stesso che riflette (su) se stesso ed esibisce le \u00abregole di formazione\u00bb (e di \u00abdispersione\u00bb) dei propri \u201coggetti\u201d. Ci\u00f2 non fa che confermare l\u2019alto grado di consapevolezza raggiunto dalla scrittura settecentesca circa la propria funzione, le proprie risorse e i propri scopi, addirittura al di l\u00e0 della consapevolezza teorica dei singoli autori o della riuscita e della levatura (estetica, letteraria, filosofica) delle singole opere. E, inoltre, grazie alla forma della scrittura che la fitta trama delle sinonimie innerva, si delineano i contorni di <em>quel<\/em> \u00absapere\u00bb, al contempo estetico, morale e \u201cfilosofico\u201d, che sapeva distinguere tra <em>justesse<\/em> e <em>pr\u00e9cision<\/em>, <em>finesse<\/em> e <em>d\u00e9licatesse<\/em>, volutt\u00e0 e piacere, ecc. Intendendo, per una volta, il termine in un\u2019accezione forte (non soggettiva), si potr\u00e0 perfino dire \u2013 senza tema di esagerare \u2013 che lo <em>stile<\/em> \u00e8 il \u00absapere\u00bb stesso, e che, comunque, \u00e8 la forma della scrittura che soddisfa i criteri analitici e \u201cfilosofici\u201d del <em>discernement<\/em> rispondendo alle istanze di chiarezza e distinzione dell\u2019<em>esprit philosophique<\/em>. Se, per esempio, tra la virt\u00f9 di Vauvenargues e la volutt\u00e0 di La Mettrie, tra l\u2019insofferenza di Duclos per la convenzionalit\u00e0 delle biens\u00e9ances e il desiderio di piacere raccomandato da Moncrif come primo dovere del vivere civile, tra le cautele tattiche del \u201cpreziosismo\u201d di Fontenelle e l\u2019aggressivit\u00e0 polemica dei <em>pamphlets<\/em> di Voltaire il contrasto \u00e8 vistoso e innegabile, non \u00e8 tuttavia su questo aspetto che ci si deve soffermare qualora si voglia cogliere il \u00abcontenuto di verit\u00e0\u00bb dei loro testi. Questo si commisura al rapporto che, in ogni testo, s\u2019instaura tra la forma e gli \u00abelementi reali\u00bb: con questo metro, si potranno giudicare e valutare la prudente e onnipervasiva ironia di Fontenelle, la <em>justesse<\/em> delle definizioni di Vauvenargues, le descrizioni analitiche della prosa tagliente di Duclos, l\u2019ideale di socievolezza di Moncrif, l\u2019elogio della vita voluttuosa di La Mettrie, la <em>vis polemica<\/em> di Voltaire. Non la \u201cverit\u00e0\u201d o la \u201cbellezza\u201d come valori assoluti, bens\u00ec l\u2019adeguatezza sar\u00e0, allora, il criterio di giudizio; su ci\u00f2 potr\u00e0 essere proficuo rimeditare \u2012 una volta di pi\u00f9 \u2012 la lezione di Hegel: \u00abNon ogni configurazione \u00e8 in grado di essere l\u2019espressione e la manifestazione di [determinati] interessi, di accoglierli in s\u00e9 e di riprodurli, ma da un determinato contenuto \u00e8 anche determinata la forma ad esso adeguata\u00bb<span id='easy-footnote-41-407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=407#easy-footnote-bottom-41-407' title='G. W. F. Hegel, &lt;em&gt;Introduzione&lt;\/em&gt;, I, 2, in &lt;em&gt;Estetica&lt;\/em&gt;, Feltrinelli, Milano 1978, vol. I, p. 21.'><sup>41<\/sup><\/a><\/span>. In questa adeguatezza risiede il \u00abtenore di verit\u00e0\u00bb di ogni opera, che spetta all\u2019interpretazione e alla critica afferrare e descrivere. Anche la sopravvivenza dell\u2019opera al decadere del suo \u00abtenore cosale\u00bb (la sua \u201cattualit\u00e0 postuma\u201d, per cos\u00ec dire) sarebbe dovuta, pertanto, a questa adeguatezza della sua \u00abconfigurazione\u00bb originaria rispetto all\u2019oggetto \u2013 e non a vaghe analogie tra gli interessi (tematici, ideologici, polemici) che in essa trovarono espressione e quelli della posterit\u00e0, n\u00e9 a un\u2019astorica \u201cperfezione\u201d formale, n\u00e9 a una presunta \u201cverit\u00e0\u201d, pi\u00f9 eterna del bronzo, che sfida i secoli.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"1. 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