{"id":3998,"date":"2020-06-08T18:43:45","date_gmt":"2020-06-08T16:43:45","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3998"},"modified":"2020-06-08T18:43:47","modified_gmt":"2020-06-08T16:43:47","slug":"twilight-filosofia-della-vulnerabilita-di-monia-andreani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3998","title":{"rendered":"<em>Twilight. Filosofia della vulnerabilit\u00e0<\/em> di Monia Andreani"},"content":{"rendered":"\nSe dovessimo elaborare schematicamente una metafora del tipo \u201c\u00e8 diventato un vampiro\u201d dopo aver letto Twilight. Filosofia della vulnerabilit\u00e0 di Monia Andreani ci troveremmo a dover incrementare l\u2019intersezione del \u201cveder come\u201d, lo spazio delle caratteristiche comuni ai due termini (quello sotteso di uomo, perlomeno di un uomo, e quello di vampiro al maschile) del transfert con tutta una serie di attribuzioni analogiche che ineriscono a entrambi gli stati. Attributi, di ordine morale in questo caso, nessi significativi o intuitivi che autorizzano l\u2019identificazione dei due termini differenziati: disposizione parassitaria, vocazione al dominio, istinto divoratore, vitalismo, femminilit\u00e0 perversa, una vulnerabilit\u00e0 differentemente esperita, immortalismo, incompiutezza, aprogettualit\u00e0, pulsione di morte, ricerca di vincoli dispersi, icona eu-sociale. Per poi dover ridistribuire tali propriet\u00e0 in sottoinsiemi che si riferiscano a un peculiare status di uomo e a una particolare stirpe di vampiro. Lavoro che la Andreani ha ampiamente svolto con l\u2019apparentemente iperbolica trasposizione della figura del vampiro di ultima generazione a una postmodernit\u00e0, per cos\u00ec dire, vampiromorfa, arrestata in moti non tendenziali: la condizione vampirica ne allegorizza la paralisi e allo stesso tempo adombra l\u2019ipotesi per una solidariet\u00e0 peculiare, diminuita del supporto di legami originari di parentela \u2013 un passaggio di stati che \u00e8 alluso dalle foto di copertina, due capolavori dell\u2019obiettivo di Marko Tardito. E lo ha svolto attraverso una finissima analisi che sottilmente si interseca e interagisce con la fabulazione della saga di Twilight di Stephenie Meyer. Una contaminazione di livelli, dunque, ma essenzialmente una pregnante assimilazione \u2013 come ha detto l\u2019autrice \u2013 per un possibile deciframento e una focalizzazione circostanziale di una visione del mondo ancora per molti aspetti celata, bench\u00e9 largamente stratificata. Tutto sotto il segno della vulnerabilit\u00e0 umana.\n<br>\nCominciamo non proprio dall\u2019inizio, dalla metafora del crepuscolo quale ora labile e mutevole precorritrice della notte, ora delle presenze non marginabili che vede lo sfumare dei lineamenti delle cose: ci\u00f2 che era riconoscibile appena, in virt\u00f9 della persistente luminosit\u00e0 trattenuta dal tramonto, rapidamente cede alla impenetrabilit\u00e0 del buio. Crepuscolo, il progressivo defluire della luce e della possibilit\u00e0 di distinguere le cose, d\u00e0, secondo la Andreani, l\u2019esatta misura della discorde temperie dei nostri anni, i cui valori vacillano sulla irriconoscibilit\u00e0 dei presupposti in vista dei quali quegli stessi valori o paradigmi si erano istituiti. Ed \u00e8 in questo orizzonte che parole come \u201cfelicit\u00e0\u201d, \u201cbenessere\u201d, \u201cperfettibilit\u00e0\u201d assumono la rilevanza di emissioni automatiche e insensate senza pi\u00f9 referente intenzionale. Ma l\u2019allegoria temporale del crepuscolo, ibridazione critica di notturno e solare \u2013 simbolicamente, di svanimento e di rinascita, del declinare e del riemergere di un fenomeno \u2013 suppone anche una prospettiva aurorale, l\u2019illuminazione incerta del cos\u00ec detto crepuscolo mattutino che precede l\u2019alba, come nelle parole di Bella volte a redimere l\u2019anaforico ossessivo disfattismo di Edward, nelle pagine conclusive della prima parte della saga della Meyer.\n<br><br>\n\u00abE allora preparati alla fine\u00bb, mormor\u00f2, quasi tra s\u00e9. \u00abPreparati al crepuscolo della tua vita appena iniziata. Preparati a rinunciare a tutto\u00bb. \u00abNon \u00e8 la fine, \u00e8 l\u2019inizio. \u00c8 la luce dell\u2019alba\u00bb, lo corressi, sottovoce.\n<br><br>\nLa dimensione crepuscolare in questo libro \u00e8 di marca etica, oltrestorica nella misura in cui si predispone ad accogliere le trame oscure dell\u2019avvenire, e viene a configurarsi quale destinazione \u2013 e parimenti antidoto \u2013 a quella che Judith Butler definiva \u201ccomunit\u00e0 della perdita\u201d. \u00c8 la responsabilit\u00e0 implicata nella non eludibile, e propriamente umana, \u201cesposizione all\u2019altro\u201d di cui parlava L\u00e9vinas \u2013 sebbene non perseguita, o eteroesposizione o esposizione talora immessa in un contesto di esiti ostili, essa ci chiama in causa.\n<br>\nL\u2019autrice esordisce rievocando alcune recenti e gravissime forme di violenza che per la loro efferatezza hanno indotto l\u2019umanit\u00e0 a prendere atto della dimensione collettiva di una vulnerabilit\u00e0 ecumenicamente condivisa. Lo stato di marginosit\u00e0 che prima (con e dopo Nietzsche, ad esempio) veniva ad assumere i contorni dell\u2019espressione incompiuta di un essere in avanzamento \u2013 non adattabile all\u2019ambiente, tanto da innescare tutta una riflessione sulla mutabilit\u00e0 ecologica \u2013, nella posmodernit\u00e0 globalizzata si delinea come interdizione di ogni prospettiva a venire, come restrizione, preclusione, un esser situati allo sbaraglio, in una parola, come perdita in senso vasto. Vulnus, dice la Andreani, \u00e8 ferita nel \u00absenso fisico della violazione dell\u2019integrit\u00e0 del corpo\u00bb, ma che inoltre induce a problematizzare la cognizione dell\u2019offesa, della trafittura all\u2019esperienza vissuta come lacerazione. Allora crepuscolare \u00e8 soprattutto aurorale, luce embrionale dell\u2019inizio del giorno, dal momento che sussiste la possibilit\u00e0 di una \u2013 se \u00e8 possibile dire con metafora leopardiana \u2013, \u201cginestra\u201d, forse, per via delle complicazioni storiche e antropologiche intercorse dalla modernit\u00e0 alla postmodernit\u00e0, ancora pi\u00f9 ardua di quella leopardiana, una incrinatura nello scetticismo e nella stagnazione che apra a una risposta etica affermativa atta a recuperare, proprio a partire dalla percezione della nostra feribilit\u00e0 \u2013 dice la Andreani \u2013, \u00abil senso di una vulnerabilit\u00e0 comune su cui riflettere per rilanciare le sfide etiche della responsabilit\u00e0 e dell\u2019amore senza possesso, in cui maschile e femminile possano tracciare inediti legami\u00bb.\n<br>\nChe attinenza hanno con tutto questo figure ineffettuali e chimeriche come i vampiri? Essi invero, scrive la Andreani, \u00absono come delle controfigure fantastiche dell\u2019umanit\u00e0 occidentale divenuta consapevole di se stessa a partire dalla modernit\u00e0\u00bb, di una modernit\u00e0 emblematizzata dalla draculesca chiusura nella bara, e il fabulare della saga di Twilight (\u201ccrepuscolo\u201d, appunto) delinea una esemplare metafora della nozione di crisi, e precisamente attraverso l\u2019osservazione della mutazione storico-letteraria e semantica della figura del vampiro, del diverso, analisi che va dalla trasvalutazione della figura del Conte Dracula \u2013 ematofago principe delle tenebre e irremissibile parassita della vita, serrato all\u2019interno di una visione hobbesiana dell\u2019individuo nella diserzione dell\u2019altro \u2013, morto che vive uccidendo con soddisfazione macabra, personificazione del male per s\u00e9 stesso quale fattore di conservazione, passando per The Hunger degli anni Ottanta del secolo scorso, dove l\u2019esistenza vampirica \u00e8 vista in tutta la sua decadenza e senza inclinazioni al gesto letale perpetrato con compiacimento malefico come accadeva con i loro antenati, fino ai vampiri di ultima generazione, i quali avvertono in misura diversissima la dannazione della propria disfunzione e tendono ad assomigliare agli umani (ad esempio, si espongono alla luce) e a operare in una configurazione emotivamente intenzionalizzata.\n<br>\nLo statuto vampiresco implica la dilazione di una prospettiva non ultimata nella quale alla rimandativit\u00e0 non corrispondono obiettivi esistensivi: i vampiri, dice la Andreani, \u00absono esseri senza fine, che soffrono in silenzio una condizione di morte differita\u00bb, senza che alcuna soluzione si prefiguri, l\u00e0 dove la stessa eternit\u00e0 \u00e8 una persistenza di corruzione. Emblemi altres\u00ec del vitalismo e dell\u2019immunit\u00e0 al disfacimento organico in quanto simbolizzano quella nozione di vita che \u00e8 l\u2019annoso obiettivo della hybris scientista dalla modernit\u00e0 a oggi. Al rifiuto dell\u2019obsolescenza e della corruttibilit\u00e0 si correla l\u2019esistenza sospesa delle societ\u00e0 occidentali contemporanee, dove le tecnologie medico-scientifiche, se sono in grado di rinviare la morte organica, non altrettanto paiono fungibili a incidere su quella dello spirito. Il risultato di questa controversa procedura terapeutica \u00e8 lo stazionamento del paziente nel preagonico stallo di una vita mummificata molto prossima alla morte. Si verifica, in altri termini, il trionfo di una vita innaturale sulla morte naturale, esito di una pulsione che \u00e8 propria di una cultura troppo progredita e tesa a esaurirsi.\n<br>\nTuttavia \u2013 si chiede la Andreani \u2013 \u00absi pu\u00f2 parlare di invulnerabilit\u00e0 del vampiro o riferire questo termine solo alla vita che scorre nel suo corpo?\u00bb. Ora, il vampiro, essere-non essere \u2013 assimilabile a un CsO, corpo senza organi, sulla scorta di Artaud, relativamente a chi ha avuto a che fare con la tortura \u2013 assomiglia all\u2019uomo vulnerato: sar\u00e0 possibile un riempimento di una nuova trama vitale, nella fattispecie, traducendo in termini di pienezza lo svuotamento seguito all\u2019esperienza della lesione fisica e del suo riflesso nella sfera esistenziale? Vampiro \u00e8 corpo vuoto, morto e al contempo immortale, o diversamente mortale, non esposto a vulnerabilit\u00e0 se non mentre giace dormiente nella propria bara un sonno affine a quello di un trapassato. \u00c8 invulnerabile in quanto \u00e8 situato al di qua di una prospettiva relazionale, prospettiva che ha un nesso decisivo con la vulnerabilit\u00e0. Siamo esseri vulnerabili e differiamo dai vampiri perch\u00e9 ci esponiamo esprimendoci narrativamente: la nostra identit\u00e0 sarebbe fuori di noi, possiamo narrarla ma non conoscerla. Viceversa, conosciamo il s\u00e9 narrabile dell\u2019altro. Dunque, il nostro corpo \u00e8 vulnerabile in quanto \u00e8 esposto all\u2019altro, \u00e8 in vista, dunque indifeso e feribile, defraudato della propria singolarit\u00e0 come incarnazione di un \u201cchi\u201d comunque sessuato (a differenza del vampiro, di incerta identit\u00e0 sessuale). Il vampiro non ha statuto di essere relazionale, e sotto questo profilo \u00e8 invulnerabile. Ma nella sua condizione arelazionale \u00e8 condannato a eternizzarsi nell\u2019infelicit\u00e0. Tale \u00e8 lo status dell\u2019attuale vampirismo, questo esperire di un senso di vulnerabilit\u00e0 in virt\u00f9 dell\u2019antinomizzarsi di \u00abvita\u00bb e \u00abcondizione esistenziale\u00bb. E in siffatta forma di vulnerabilit\u00e0, secondo la Andreani, cio\u00e8 \u00abnella frattura aperta tra una vita biologica, oggettivamente indagabile, e una vita individuale della relazione, dell\u2019esposizione e della vulnerabilit\u00e0, soggettivamente esperita, si risolve tutta la parabola dell\u2019individualismo moderno\u00bb.\n<br>\nLa condizione veterovampiresca \u00e8 invulnerabile, giacch\u00e9, come anzidetto, difetta di comunicazione, dell\u2019appartenenza a un ambito comunitario e relazionale, mentre gli inoffensivi vampiri di Twilight si costruiscono una propria misura comunitaria, non tendono a vampirizzare gli umani (con estenuante sforzo, alla presenza di Bella Edward si limita a una vampirizzazione perlopi\u00f9 di soli sguardi e a un vampeggiare ipnotico di aromi seducenti) e si conformano a norme e a una prassi condivise. Hanno acquisito abitudini umane e si sforzano di volgere altrove la loro intrinseca vocazione a vampirizzare. Pertanto non inerisce loro quel carattere di icona divoratrice che tradizionalmente viene ascritta al vampiro, il quale \u2013 trasponendo le riflessioni di Elias Canetti sulla sopravvivenza \u2013 \u00e8 anche oggettivazione del senso del potere, giacch\u00e9 con la sua incolumit\u00e0 domina sulla morte altrui: il sopravvissuto fruisce di una aggiunzione di potere in seguito alla assimilazione della vitalit\u00e0 o comunque delle facolt\u00e0 del morto, o dello schiavizzato, accrescendo il proprio.\n<br>\nIl possesso di una vita eterna e di una posizione prossima a quella divina non paga il vampiro di quella felicit\u00e0 che potrebbe derivare dall\u2019acquisizione della immortalit\u00e0 cui viceversa l\u2019umanit\u00e0 occidentale persegue. Immortalismo che viene avvertito come sanzione a una solitudine e una malinconia infinite. Una soprannaturalit\u00e0 e una preservazione che poco hanno a che fare con la conservazione della vita, ma che somigliano a un sopravvivere al di sopra della morte. Un trasumanare inquietante, giacch\u00e9 inclusivo di vita e di morte: non del tutto morte perch\u00e9 ancora sussiste un intenzionare verso la vita. Non pi\u00f9 vita, ma fluttuazione in un interregno di vita apparente, sebbene anch\u2019essi abbiano una fine, commensurabile a quella riduzione in pezzi che quotidianamente ci viene sottoposta dalla riproduzione mediale, che globalizza l\u2019evento nello stesso istante in cui ne frantuma il significato, logorandolo e riducendolo a cenere, cio\u00e8 a nulla, come una damnatio memoriae a libito commemorata nell\u2019incenerimento del suo senso. Il diffrangersi del senso dell\u2019evento ha luogo mediante la sua ripetizione ossessiva sotto forma di immagine che spesso pare surclassare, e persino surrogare, una voce narrante che faccia da tramite con l\u2019accaduto, rilevandone lo spessore reale e irripetibile.\n<br>\n\u00c8 in ballo, in questo libro, anche la focalizzazione delle alterne figure di maschilit\u00e0 e femminilit\u00e0. Le tre principali versioni dell\u2019universo maschile in Twilight si portano oltre quel canone di maschilit\u00e0 che rispondeva a una straripante volont\u00e0 di potenza. Se indubbiamente Carlisle, Edward e Jacob esibiscono la propria virilit\u00e0 nella muscolatura scolpita dei loro corpi, nonch\u00e9 nel possesso di facolt\u00e0 oscure e potenti (dunque, non siamo pi\u00f9 di fronte a una misura vampirica eteronoma, situata in posizione di dipendenza da sangue giovane), essi piuttosto che stereotipi \u2013 scrive la Andreani \u2013 paiono prototipi di un \u00abmodello vincente\u00bb su alcuni tratti che caratterizzano la maschilit\u00e0 tradizionale, come la violenza di genere, la omofobia, il latitare nella cura della prole e il complessissimo rapporto con l\u2019altro sesso.\n<br>\nMa il vampiro non \u00e8 un uomo, o non \u00e8 solo un uomo. Edward non gioisce, anzi si rammarica quando apprende della sua fertilit\u00e0. Il vampiro si fa donna quando la donna fallisce la sua destinazione di madre o perde la sua fecondit\u00e0. Allora, quando attraverso l\u2019infecondit\u00e0 nega la sua funzione arcaica di datrice di vita, e dunque di mediatrice tra l\u2019inesistenza e l\u2019esistenza, tra l\u2019umano e il divino, la donna diviene strega, revenant che danna e maledice, corrispettivo femminile del vampiro che d\u00e0 la morte: la Baccante dell\u2019antichit\u00e0, che divora l\u2019uomo-dio anzich\u00e9 mediarne la generazione. Sulla scorta del suo spaesamento nei confronti del potere arcano di cui la donna \u00e8 dotata, la societ\u00e0 patriarcale ha promosso e legittimato un oltraggio alla dimensione femminile persino in termini di genesi di vulnerabilit\u00e0: causa l\u2019inadempienza della facolt\u00e0 di tramite alla vita, ha istituito un oggetto sul quale \u2013 osserva la Andreani \u2013 grava uno \u00abstigma che la rende totalmente vulnerabile in quanto elemento estraneo su cui riversare la violenza simbolica della comunit\u00e0\u00bb, dato il coefficiente sacrale implicato nella dimensione femminile in virt\u00f9 del suo partecipare del mistero della vita.\n<br>\nLo status vampiristico \u00e8 assunto eminentemente come metafora della crisi, una crisi estesa, globale, dice la Andreani, non localizzabile nei soli ambiti finanziario ed economico. Crisi relazionale, precarizzazione in \u00abforme di soggettivit\u00e0 globalizzate\u00bb, nelle quali l\u2019individuo progredito in onnipervasivo io globale \u00e8 contestualmente irresponsabile e disaccordato \u00abconsumatore, spettatore, creatore\u00bb, in una sovrimpressione di ruoli che finisce per annullare l\u2019antitesi di vero-falso e ingenerare sia estraneit\u00e0, distacco, inerte rassegnazione, abbandono di ogni prospettiva critica e progettuale, sia un contegno hybristico paragonabile alla estremizzazione dei caratteri del classico modello vampirico. In questo collidere di stati e nell\u2019involgersi nello stallo di morti viventi \u2013 tratti che accomunano il comportamento dell\u2019io globale a quello vampirico \u2013 Bella \u00e8 pressoch\u00e9 la sola che vive la condizione di umana quasi come uno stato di minorit\u00e0 che la induce tuttavia a emarginarsi dalla generale omologazione: a questa sua diversit\u00e0 \u2013 nota la Andreani \u2013 si pu\u00f2 far risalire la seduzione che subisce dai diversi, il suo decedere al mondo per eludere l\u2019appiattimento di una vita stagnante e ossidata (anche per il divario tra il disagio avvertito e gli egemoni modelli di riferimento), da vivere da spiritualmente morta. \u00c8 allora preferibile un\u2019esistenza da morta vivente, l\u00e0 dove non avrebbe senso l\u2019adeguamento al modello triadico \u00abconsumatore, spettatore, creatore\u00bb, perch\u00e9 la misura vampirica \u00e8 per s\u00e9 stessa una alternativa al cortocircuito del sistema capitalistico.\n<br>\nTwilight esemplifica l\u2019aprogettuale io globale nella noia (che al cospetto del diverso trasmuter\u00e0 in compartecipazione emotiva) dei Cullen, nel loro schermarsi ai margini della nebbiosa e monocroma Forks al di fuori di ogni panorama sia metropolitano che solare, in una solitudine di natura cautelativa: essi non ambiscono a incidere nella societ\u00e0 per trasformarla, n\u00e9 a un loro ingresso in un mondo adulto. Passivi e privi di aspettative, vivono dal punto di vista di un presente che sembra dilatarsi e prolungarsi senza n\u00e9 scopo n\u00e9 margini di riferimento. Simile \u00e8 il destino delle nuove generazioni, quel loro ondivagare (sintomatico, in tal senso, \u00e8 il frequentissimo incespicare di Bella) nella incertezza di un avvenire avvertito come fatto nebuloso e inscrutabile: il livello vampirico partecipa di un dilazionato presente e trattiene propriet\u00e0 della morte che \u00e8 per definizione chiusura a ogni prospettiva a venire. Il vampiro \u00e8 sempre giovane, dove il \u201csempre\u201d come arresto del tempo equivale a una sinistra fissazione, a una ripetizione inespressiva, a una astensione paralizzante. Analogamente \u2013 facendo un salto nella contemporaneit\u00e0 \u2013 una soggettivit\u00e0 patologicamente e ottusamente narcisistica subentra a quella prometeica, ovvero, trasponendo i termini della questione, un futuro di possibilit\u00e0 \u00e8 trasceso in un presente inarcato su s\u00e9 stesso in un\u2019ottica di allontanamento o di abolizione del problema esistenziale. Inaccessibile alla differenza e tendenzialmente incline a rimuovere ogni dissidio, il soggetto si riferisce esclusivamente a s\u00e9 e alla soddisfazione delle proprie pulsioni. Un individualismo che sconfina nell\u2019indifferentistico e scontornato postmoderno io globale \u2013 convergenza dissone, osserva la Andreani, dell\u2019io prometeico e di quello narcisistico \u2013 nel quale si consuma inoltre lo sgretolamento del modello patriarcale e con esso dell\u2019identit\u00e0 maschile. E precisamente, nell\u2019incrinarsi di quel principio di autorit\u00e0 (che va debitamente distinto dall\u2019autoritarismo, il quale procede solo coattivamente senza supporre la condivisione di un termine comune e condiviso, un precetto che non sia solo unilateralmente funzionale), un declino che ha ingenerato in molti giovani il senso dell\u2019insussistenza di fattori vincolanti e il conseguente indebolimento delle condizioni per una costituzione identitaria, rendendo loro la percezione di una soggettivit\u00e0 atrofica, sconfinata, ma dispersa e incapace di discriminare il confine tra s\u00e9 e l\u2019alterit\u00e0, in cerca di una reggenza e di un riferimento sostitutivi per non lasciarsi andare in derive di percorsi non pi\u00f9 in grado di intraprendere selettivamente. In altri termini, in un andare alla ricerca del limite come percorso di soggettivazione.\n<br>\nIl ritrovamento di un termine di demarcazione tra il s\u00e9 e l\u2019altro da s\u00e9 trover\u00e0 espressione nei Cullen di Twilight, i quali finiranno con l\u2019amare la differenza e comunicare nella diversit\u00e0, e con il prendersi cura in un rapporto di collaborazione e di amore tra vampiri, umani e licantropi, dunque tra esseri eterogenei, l\u00e0 dove chi si \u00e8 formato misconoscendo il limite finisce per autoimporselo. Indicando cos\u00ec equilibri alternativi nella deriva della globalizzazione. Senza legami di parentela fondano una forma comunitaria fondata sul semplice \u00abessere in comune\u00bb che detta le norme per la coesistenza, l\u00e0 dove il \u00abprincipio di autorit\u00e0-anteriorit\u00e0\u00bb diviene il medium per il durare, per la trasmissione di acquisizioni, di funzioni e di valori. Come i Cullen hanno stabilito tra di loro una \u00abcomunit\u00e0 delle emozioni\u00bb fondata su vincoli autoimposti,  analogamente \u2013 scrive la Andreani \u2013 \u00e8 possibile \u00abun\u2019aggregazione sociale che protegga i suoi membri e non ne soffochi la libert\u00e0 di scelta, aperta alla differenza e paradossalmente infondente una sicurezza non legata al legame identitario, ma basata sulla semplice valorizzazione del legame sociale tra diversi, tutti imparentati allo stesso modo\u00bb. Dunque, una fondazione dinamica della differenza. Non allora una comunit\u00e0 estemporanea che si solidifichi solo nei momenti d\u2019eccezione, ma che si esplichi in una integrazione tra diversi (e che contempli inoltre la trasformazione ulteriore dei tradizionali canoni di maschilit\u00e0 e femminilit\u00e0) nel riconoscimento di quella differenza che qualitativamente ci caratterizza (e che in Twilight \u00e8 eminentemente simboleggiata dalla storia d\u2019amore tra Edward, figura vigilante pi\u00f9 che vampiro, e l\u2019umana, eccentrica Bella) in quanto personae (in latino, \u201cmaschere\u201d) piuttosto che della differenziazione che conduce a forme di individualismo in s\u00e9 stesse concluse. Maschera s\u00ec \u2013 scrive la Andreani sulla scorta di Benasayag e Schmit \u2013, ma come sfera dell\u2019eventuale anzich\u00e9 segno di ambiguit\u00e0 e di nascondimento, come consapevolezza della pluralizzazione di volti e di referenze emozionali, ricettiva ed edotta dei propri limiti, nonch\u00e9 della propria complessit\u00e0 che \u00e8 un farsi incontro al mondo e alla vita di qualcuno diseguale dall\u2019io. Opzionare per una \u00abetica della cura\u00bb equivale a impegnare le risorse inconsumate dopo il cedimento dell\u2019illusione della moderna e speciosa fiducia nel progressismo e nella perfettibilit\u00e0: e su tale etica \u2013 che sorge dall\u2019apprendimento e dall\u2019esperienza della vulnerabilit\u00e0 \u2013  si costruisce la persona, dimostra la Andreani.\n<br>\nEd emblematicamente l\u2019immagine inaugurale del libro (una infiorescenza, unico elemento iconico che si staglia su un intenso e mutevole tramonto, elemento autosufficiente, seppure lievemente curvato), trasmuta, dopo le riflessioni dell\u2019autrice, nella foto di chiusura nella configurazione capovolta di un insieme di fragilissimi steli sormontati da una piccola corolla, allusivo di un esser diversamente esposti e quindi \u00abdiversamente vulnerabili\u00bb (per usare l\u2019espressione che d\u00e0 il titolo a un significativo capitolo del libro) e insieme dell\u2019esistenziare una visione comunitaria di personae sodali che hanno \u201coltrepassato\u201d il crepuscolo e il perdersi degli archetipi. Individui scampati a una compagine, per cos\u00ec dire, ou-sociale \u2013 ricalcando la duplice possibile etimologia di \u201cutopia\u201d \u2013 che vivono il momento del trapasso in una organizzazione eu-sociale: capaci di adattarsi alla molteplicit\u00e0 e al diverso nella stessa misura in cui fluttuante \u00e8 la loro identit\u00e0 individuale; aperti e disponibili all\u2019altro da s\u00e9 nella stessa misura in cui la loro immagine, postmodernamente, svanisce o non esiste. Una complessa interpretazione di \u201ccrepuscolo\u201d, quella della Andreani, atta comunque a configurare il lasciarsi dietro l\u2019ora del dileguare e della evanescenza. Volgendo in argomento affermativo la perplessit\u00e0 che Edward mostrava a Bella in un passo appartenente alla prima parte della saga della Meyer:\n<br><br>\n\u00ab\u00c8 il crepuscolo\u00bb, mormor\u00f2 Edward, lo sguardo puntato a ovest, verso un orizzonte coperto di    nubi. (\u2026). \u00abPer noi \u00e8 il momento pi\u00f9 sicuro della giornata\u00bb, disse, rispondendo alla domanda silenziosa del mio sguardo. \u00abL\u2019ora pi\u00f9 leggera, ma in un certo senso, anche la pi\u00f9 triste\u2026 la fine di un altro giorno, il ritorno della notte. L\u2019oscurit\u00e0 \u00e8 troppo prevedibile, non credi?\u00bb. E sorrise malinconico.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Se dovessimo elaborare schematicamente una metafora del tipo \u201c\u00e8 diventato un vampiro\u201d dopo aver letto Twilight. 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