{"id":3323,"date":"2020-04-29T18:35:06","date_gmt":"2020-04-29T16:35:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3323"},"modified":"2020-04-29T18:35:07","modified_gmt":"2020-04-29T16:35:07","slug":"new-realism-alcune-domande-a-maurizio-ferraris-autore-di-manifesto-del-nuovo-realismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3323","title":{"rendered":"New Realism. Alcune domande a Maurizio Ferraris autore di <em>Manifesto del nuovo realismo<\/em>"},"content":{"rendered":"\n<em>Il suo ultimo libro svolge una energica verifica del rapporto necessario tra realt\u00e0 e pensiero rigoroso. Tuttavia, rispetto ad altri suoi lavori, Manifesto del nuovo realismo (Laterza, Roma-Bari 2012)  mostra un certo margine di eccentricit\u00e0, e ci\u00f2 in virt\u00f9 di un ragionare essenzialmente riflesso sulla evoluzione di una prospettiva filosofica che viene ripercorsa attraverso le varie declinazioni del metodo di ricerca che la sorveglia da vicino: quel realismo che ne costituisce il motivo ispiratore, unificatore e fondante. Una ricerca sterminata e dagli esiti fecondissimi, la sua, che con sistematicit\u00e0 si dilata dall\u2019ontologia dell\u2019opera d\u2019arte al riconoscimento del primato della registrazione sulla comunicazione, dalla focalizzazione degli oggetti sociali alla formulazione per la quale lo spirito \u00e8 materiale, cio\u00e8 consiste nella risultanza della lettera e del suo valore documentale, dall\u2019identificazione della verit\u00e0 delle nostre emozioni anche di fronte a oggetti finzionali alla delineazione realistica della finora alquanto sfuggente nozione di anima. Ora, \u00abmanifesto\u00bb rinvia a un programma teorico e a un criterio metodologico, poich\u00e9 la parola rimanda a un documento programmatico nel quale vengono esplicitamente enunciati e motivati dei principi normativi. E forse in questo libro lei ha voluto spostare l\u2019attenzione sul metodo (in quanto il programma \u00e8 stato realizzato con la sua vastissima ricerca volta ad accertare ci\u00f2 che \u00e8 reale e ci\u00f2 che non lo \u00e8, una ricerca pertanto in costante avanzamento), facendolo interagire con le sue tesi filosofiche posteriori alla deviazione realistica \u2013 pi\u00f9 esattamente, \u00abneo realistica\u00bb, dal momento che, come lei scrisse mesi fa, essa \u00e8 successiva a un postmoderno filosofico del quale qui si analizzano le origini remote e le espressioni pi\u00f9 recenti, e se ne dimostra l\u2019insolvenza nell\u2019inflettersi dei principi dai quali esso inizialmente muoveva. \u00abNuovo realismo\u00bb potrebbe allora designare insieme il principio-guida che ha costantemente sorvegliato l\u2019evolversi della sua riflessione e una prospettiva filosofica gi\u00e0 ben definita (il suo realismo filosofico, appunto)?<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. La domanda \u00e8 difficile, e gli elogi che lei fa al mio percorso filosofico sono davvero troppo impegnativi, anche se gliene sono molto grato. Realista, direi, lo sono sempre stato, e questo, a ben vedere, \u00e8 sempre stato il mio punto di divergenza rispetto a Vattimo. Proprio in questi giorni mi \u00e8 capitato di ricordare un evento remoto, di quasi quarant\u2019anni fa. Era la primavera del 1975 e io davo il mio primo esame di filosofia, fuori facolt\u00e0, perch\u00e9 stavo cambiando da medicina, dove mi ero iscritto all\u2019ultimo momento, a filosofia, dove avevo sempre pensato di iscrivermi: forse anche nella faccenda della medicina c\u2019\u00e8 qualcosa di legato al realismo, me ne accorgo per la frequenza degli esempi medici che mi capita di fare, ma forse esagero nelle interpretazioni. Comunque, eccomi al mio primo esame, con Vattimo. Portavo tra gli altri testi il saggio L\u2019origine dell\u2019opera d\u2019arte di Heidegger, quello che si trova in Sentieri interrotti. A un certo punto, Heidegger analizza la nozione di \u00abcosa\u00bb. \u00abLa cosa \u2013 scrive Heidegger \u2013, come ognuno crede di sapere, \u00e8 ci\u00f2 intorno a cui le propriet\u00e0 si raccolgono. Si parla cos\u00ec del nocciolo della cosa. I Greci lo intesero come to hypokeimenon. Questo nocciolo della cosa era per loro ci\u00f2 che sta nel fondo e che precede ogni determinazione. Le caratteristiche sono invece ta symbebekota, ci\u00f2 che, nei singoli noccioli, \u00e8 gi\u00e0 sempre incluso, e quindi si presenta sempre con essi. Queste denominazioni non sono casuali. In esse parla (\u2026) la sperimentazione fondamentale dell\u2019essere dell\u2019ente da parte dei Greci. In queste determinazioni trova fondamento la successiva interpretazione della cosit\u00e0 delle cose e in esse si fonda l\u2019interpretazione occidentale dell\u2019essere dell\u2019ente. Questa incomincia con l\u2019assunzione dei termini greci nel pensiero romano-latino: hypokeimenon diviene subjectum; hypostasis diviene substantia; synbebekos diviene accidens. Questa traduzione latina dei termini greci non \u00e8 per nulla quel processo \u201cinnocuo\u201d che \u00e8 oggi ritenuto. Dietro questa traduzione letterale, e quindi apparentemente garantita, si nasconde invece il tradursi in un modo di pensare diverso dalla sperimentazione greca dell\u2019essere. Il pensiero romano assume i termini greci senza la corrispondente sperimentazione cooriginaria di ci\u00f2 che essi dicono, senza la parola greca. La mancanza di base del pensiero occidentale incomincia proprio con questo genere di traduzione\u00bb.\n<br>\nEcco, il mio dibattito con Vattimo ha inizio qui. Vattimo sosteneva che questo passo dimostra quanto il linguaggio sia costitutivo dell\u2019essere. Io opponevo che se i termini greci, secondo Heidegger, erano pi\u00f9 adeguati, questo doveva dipendere dal fatto che si attagliavano meglio alla natura della cosa, sicch\u00e9 era il linguaggio a venir costituito dall\u2019essere. La questione si metteva un po\u2019 nei termini del se sia nato prima l\u2019uovo o la gallina, ma, ripensandoci, in quel lontanissimo dissidio tra un diciannovenne e un trentanovenne (eravamo giovani entrambi) c\u2019\u00e8 qualcosa che \u00e8 continuato anche dopo.\n<br>\nLa buona domanda a questo punto sarebbe come mai sono diventato postmodernista o decostruzionista, ma non mi sembra sorprendente. Essere realisti non significa essere conservatori o insensibili allo spirito dei tempi. E quelli \u2013 gli anni Settanta e Ottanta \u2013 erano tempi in cui l\u2019idea di decostruzione, l\u2019idea che non tutto era dato e fisso dall\u2019eternit\u00e0 (i ruoli, le strutture di potere, il sapere) era molto forte, e, aggiungo, sacrosanta. Allora, per\u00f2, non adesso, in cui ci troviamo di fronte a una realt\u00e0 totalmente decostruita e messa in crisi come realt\u00e0. A questo punto, la vera decostruzione \u00e8 un\u2019altra, e va in senso radicalmente inverso. La decostruzione non \u00e8 un equilibrismo da funamboli. \u00c8 saper riconoscere che cosa \u00e8 socialmente costruito, e cosa non lo \u00e8, oltre che tutte le infinite posizioni intermedie. Il vero lavoro della filosofia incomincia qui, invece di proporre tesi totalizzanti sul fatto che tutto \u00e8 socialmente costruito.\n<br><br>\n<em>\nNel suo \u00abInvecchiamento della \u201cscuola del sospetto\u201d\u00bb (che figura in Il pensiero debole) lei gi\u00e0 indicava \u00abi limiti dello smascheramento\u00bb nella messa in opera del dubbio infinito e nel conseguente diffrangersi della verit\u00e0, prefigurando un esito incerto dell\u2019infinitamente interpretabile e indiscriminante in quanto privo di un sostegno referenziale. Nel misconoscere l\u2019autorit\u00e0 della realt\u00e0 lei intravedeva insomma l\u2019eventualit\u00e0 che l\u2019espletamento delle funzioni critiche del dubitare finisse per estendere il dubbio fino alla stessa verit\u00e0, la quale potrebbe correre il rischio di esser trattata alla stessa stregua del falso. Era questo il segnale di una vocazione al realismo, di una tensione alla concretezza, alla referenzialit\u00e0, al significato?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Questa domanda mi fa molto piacere perch\u00e9 spesso si trova paradossale che io sia approdato al realismo dopo aver partecipato al Pensiero debole. In primo luogo, si potrebbe osservare che non c\u2019\u00e8 nulla di paradossale che nell\u2019arco di un trentennio si possano cambiare le proprie idee (non dimentichiamoci che il Pensiero debole \u00e8 del 1983!). In secondo luogo, come lei osserva giustamente, non si \u00e8 trattato di un capovolgimento totale, ma piuttosto di un modo di precisare una medesima istanza che personalmente ho sempre avvertito come prioritaria: non ricevere le filosofie come dogmi, ma confrontarle con la realt\u00e0, appunto. In terzo luogo, come sottolineo nel Manifesto, ma come \u00e8 stato notato da molti, nel Pensiero debole ci sono contributi tutt\u2019altro che \u00abdebolisti\u00bb (si pensi a Eco e a Marconi), e la stessa idea di \u00abpensiero debole\u00bb \u00e8 qualcosa di talmente indeterminato che l\u2019accusa di averla abbandonata appare di una paradossalit\u00e0 ancora pi\u00f9 squisita di quella che mi viene imputata.\n<br><br>\n<em>\nSulla scorta della diversificazione di ontologia ed epistemologia il realismo che lei osserva si atteggia ad antitesi del positivismo, anzi si configura nella funzione di \u00abponte\u00bb \u2013 lei dice \u2013 tra il senso comune e il mondo del sapere, come percorso atto a \u00absaldare il sapere e le credenze\u00bb. \u00c8 forse in questo grado di collegamento che avviene la vera valorizzazione del senso comune nella dimensione speculativa?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. S\u00ec. Perch\u00e9 lo speculativo puro, separato dal senso comune, trasforma la filosofia in un ramo della letteratura fantastica, in cui si congettura su cosa facesse Dio prima della creazione. A questo punto, tutto si pu\u00f2 dire ma, ovviamente, c\u2019\u00e8 da chiedersi se ne valga la pena. E anche questo \u00e8 uno dei motivi del mio realismo. Quando ho incominciato questo mestiere, era molto comune l\u2019uso di termini esoterici e quasi magici in filosofia, parole straniere adoperate in forma superstiziosa e scaramantica, e in genere una pratica di allusioni, come se fare filosofia significasse essenzialmente parlare un certo linguaggio pi\u00f9 o meno cifrato. Si veniva a creare un doppio livello, come se ci fosse la lingua in cui si parla di quello che c\u2019\u00e8, e la superlingua in cui si parla di quello che non c\u2019\u00e8. E non era solo una questione di linguaggio, ma proprio di modo di rapportarsi al mondo. Poco alla volta questa teoria della doppia (o della mezza) verit\u00e0 mi \u00e8 diventata insopportabile. In particolare \u2013 \u00e8 una storia che mi \u00e8 capitato di raccontare altre volte \u2013 ricordo un\u2019occasione, a Napoli, all\u2019Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Era l\u2019inizio degli anni Novanta e stavo introducendo un seminario di Gadamer, l\u2019aula era piena e si parlava del ruolo ontologico del linguaggio. Mi chiesi: ma davvero il linguaggio costituisce il Vesuvio? Chiaro che no. Il linguaggio costruisce la parola \u00abVesuvio\u00bb, ma il Vesuvio non sa che farsene del linguaggio. Ebbi il sospetto che parlando di \u00abruolo ontologico del linguaggio\u00bb si stesse ingannando, sia pure sottilmente e in buona fede, coloro che ascoltavano. E di colpo tutta quella retorica mi apparve insostenibile, almeno in quei termini, per quanto grande fosse la stima per filosofi come Gadamer, Vattimo, Derrida.\n<br><br>\n<em>\nIn Manifesto del nuovo realismo lei scrive: \u00abQuello che chiamo \u201cnuovo realismo\u201d \u00e8 dunque anzitutto il nome comune di una trasformazione che ha investito la cultura filosofica contemporanea e che si \u00e8 declinata in molti sensi\u00bb. Esso non \u00e8 una teoria, \u00abn\u00e9 uno specifico indirizzo filosofico, n\u00e9 una koin\u00e9 di pensiero, ma semplicemente la fotografia (\u2026) di uno stato di cose\u00bb (l\u2019esistenza di un orientamento filosofico diffuso che tiene in conto della verit\u00e0 quale istanza primaria). E men che meno realismo \u00e8 una forma di revivalismo o un banale affermare l\u2019esistenza della realt\u00e0. Il realismo come metodo sembra operare contestualmente in due fronti, nel senso che \u00e8 antecedente e successivo: mentre nel versante destruens preliminarmente neutralizza le sfasature del postmoderno, a un livello secondo, reattivo e positivo, esso promuove la ricostruzione. Nella scansione della sua analisi e dei giudizi attributivi assistiamo a una esplicitazione pressoch\u00e9 sincrona del nesso tra realismo e i punti focali delle diverse conclusioni teoriche che incrementano il suo sistema. Ora, giacch\u00e9 non tutto \u00e8 socialmente costruito, realismo \u00e8 principalmente inemendabilit\u00e0 delle cose (dato di fatto che garantisce una continuit\u00e0 tra percezione e morale); esso \u00e8 ci\u00f2 che discrimina essere e sapere e che pone una soluzione alle fallacie del postmoderno filosofico. \u00c8 possibilit\u00e0 di esercitare quella azione critica consustanziale alla filosofia, di promuovere inoltre un affrancamento dalla dimensione tutt\u2019altro che emancipativa dell\u2019\u00abaccertamento-accettazione\u00bb nella quale il postmoderno filosofico mostra di essersi arrestato. Realismo \u00e8 decostruzione, forse la linea-guida della vera decostruzione, che si ridefinisce nell\u2019impervio lavoro del demarcare gli oggetti socialmente costruiti da quelli che resistono e che non possono esser corretti, e come tali non abilitati a un inquadramento concettuale \u2013 ed \u00e8 a questo punto che il realismo diviene sinonimo di ricostruzione. Quale \u2013 o quali \u2013 di queste facolt\u00e0 di flettersi del realismo \u00e8 pi\u00f9 determinante delle altre secondo lei?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Anche nella decostruzione \u00abclassica\u00bb, quella di Derrida, le due dimensioni sono contestuali. Ogni decostruzione comporta una ricostruzione, diceva Derrida. Anche se poi, in lui, la dimensione ricostruttiva non era chiara, e prevaleva di gran lunga l\u2019aspetto decostruttivo, che \u00e8 sicuramente pi\u00f9 affascinante. In questo senso, direi che si tratta piuttosto di sostenere che ogni decostruzione \u00e8 in vista di una ricostruzione, ha di mira una ricostruzione. Per esempio: la critica al costruzionismo generalizzato, all\u2019idea che tutto sia socialmente costruito, \u00e8 una decostruzione. Ma il suo scopo \u00e8 la ricostruzione di una classificazione di oggetti naturali e ideali (che non sono socialmente costruiti) e di oggetti sociali (che lo sono).\n<br><br>\n<em>\nIl prelievo dalla realt\u00e0 \u00e8 il percorso obbligato perch\u00e9 la filosofia riacquisti legittimit\u00e0. Ma affinch\u00e9 ci\u00f2 avvenga \u00e8 necessario che oggettivit\u00e0 e verit\u00e0 non siano declassate a fattispecie discrezionali. Che vero e falso, bene e male (e facendo una inevitabile incursione nell\u2019attuale scenario politico, la stessa caratterizzazione ideologica dei termini sinistra e destra, o viceversa) non assumano una configurazione ambivalente o onnivalente. La scienza \u2013 lei scrive \u2013 non detiene tutte le verit\u00e0 e la filosofia non si situa quale antagonista o alternativa della scienza. Lei sostiene che la filosofia possa dare ancora delle risposte, purch\u00e9 si distolga dall\u2019atteggiamento dominante del secolo scorso, il quale riversava una enfasi eccessiva sul carattere prioritario della domanda, quasi contenesse in se stessa il proprio fine. L\u2019avvenire della filosofia sta nel nucleo comune delle possibilit\u00e0 intrinsecamente critiche e delle facolt\u00e0 ricostruttive del realismo, che lei definisce \u00abuna dottrina critica in due sensi\u00bb, in quello \u00abkantiano del giudicare che cosa \u00e8 reale e cosa non lo \u00e8\u00bb, e nella prospettiva marxiana della trasformabilit\u00e0 di \u00abci\u00f2 che non \u00e8 giusto\u00bb. Quale delle due funzioni \u00e8 pi\u00f9 ardua da realizzare per il filosofo?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Ovviamente la seconda, per\u00f2 va detto che non \u00e8 una prerogativa del filosofo, ma di qualunque essere umano dotato di morale, e ovviamente in condizione di farlo. \n<br><br>\n<em>\nRealismo \u00e8 insieme principio teoretico e morale, anzi \u2013 lei osserva \u2013 morale \u00e8 il suo \u00abargomento decisivo\u00bb, dal momento che l\u2019etica presuppone un mondo di fatti in assenza dei quali l\u2019azione morale non sarebbe concepibile. Quello che lei chiama \u00abattrito del reale\u00bb \u00e8 il corrispettivo etico della inemendabilit\u00e0, come nell\u2019esempio della colomba kantiana. Perch\u00e9 riesce cos\u00ec difficile rimettersi all\u2019assunto del nesso tra realt\u00e0 ed etica secondo lei? Perch\u00e9 ancora prospettive filosofiche totalmente svincolate dalle evidenze dei fatti si accordano una qualche responsabilit\u00e0 morale?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Perch\u00e9 sognare \u00e8 bellissimo, o almeno si immagina che sia bello. C\u2019\u00e8 chi sogna di essere pugile, chi generale, chi poeta, chi diva del cinema, e c\u2019\u00e8 chi si immagina delle etiche ultra-etiche, post-etiche, iper-etiche, e proprio per questo dannatamente etiche. Della raccolta differenziata dei rifiuti e dei posteggi in doppia fila si occuperanno altri. L\u2019essenziale di tutto questo lo troviamo in un memorabile dialogo fra Talleyrand e Napoleone. Il primo gli dice che sta preparando un trattato tra Russia e Francia che poggia su grandi principi diplomatici, e Napoleone risponde: \u00abPrincipes est bien, cela n\u2019engage point\u00bb.\n<br><br>\n<em>\nLungo le sue pagine \u2013 da Estetica razionale a Anima e iPad \u2013 i suoi lettori hanno seguito il suo dissenso nei confronti del primato delle interpretazioni. Tuttavia, il paradigma dell\u2019interpretazione non sembra affatto declassato nella sua ricerca, al contrario \u00e8 chiamato a intervenire allorch\u00e9 siano preventivamente compiute e testate le debite distinzioni tra mondo naturale e mondo sociale. L\u2019ermeneutica svolge ancora una parte rilevante nel suo lavoro?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Nel mio lavoro come in quello di chiunque: medico, giurista, lettore di giornali, utente di bollettini e moduli, navigatore su internet. In effetti nella \u00abpretesa di universalit\u00e0 dell\u2019ermeneutica\u00bb di cui si parlava nel secolo scorso c\u2019erano due cose che non andavano, a mio parere. La prima era, appunto, l\u2019idea che ci fosse ermeneutica in ogni momento dell\u2019esistenza e forse anche della natura, come se per inciampare in uno sgabello fosse necessaria l\u2019ermeneutica. La seconda era, invece, che questa ermeneutica universale fosse qualcosa a cui avesse uno specifico accesso il filosofo. Spesso i profani pensavano che gli ermeneutici avessero speciali tecniche di interpretazione, ignote al resto del mondo. Non era cos\u00ec. Di interpretazione ne sapevano (e ne sapevo) come il resto del mondo, magari anche meno, e il plus filosofico consisteva semplicemente nel dire che dovunque, anche quando non ce lo si aspetta, c\u2019\u00e8 interpretazione.\n<br><br>\n<em>\nRealismo e costruzionismo, una volta demarcati i loro ambiti di competenza, non sono dunque in antitesi\u2026\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. No, certo, anche se il costruzionismo va sempre tenuto sotto controllo, perch\u00e9 comporta spesso delle estensioni indesiderate. \u00c8 per esempio molto facile che si confonda il \u00absocialmente costruito\u00bb con il \u00absoggettivamente costruito\u00bb. Il che, ovviamente, \u00e8 un errore. Non c\u2019\u00e8 dubbio che l\u2019economia e la politica siano costruzioni sociali, ma \u00e8 altrettanto indubbio che non dipende dalla volont\u00e0 di un singolo soggetto di trasformarle. Molto spesso la portata presuntamente rivoluzionaria dell\u2019ermeneutica \u00e8 consistita proprio in questo: promettere una specie di rivoluzione interiore, per cui un professore o un lettore o chicchessia, interpretando, magari nella sua stanza e in totale sconnessione con l\u2019esterno, fosse un alfiere e un combattente dei tempi nuovi. Sartre aveva detto che tra guidare un esercito e ubriacarsi in solitudine alla fine non c\u2019\u00e8 differenza, e l\u2019ermeneutica radicale sembra averlo preso in parola\u2026\n<br><br>\n<em>\nIl realismo filosofico redime dal solipsismo. Il postmoderno e il pensiero debole \u2013 come lei ha pi\u00f9 volte sostenuto \u2013 sono essenzialmente prospettive tutt\u2019altro che deboli e addirittura dogmatiche. Anche nella gradazione non propriamente filosofica di una radicalizzazione soggettiva, di un soggettivismo estremo dove il mondo si risolve nel solus ipse. Tuttavia, solipsia \u00e8 inoltre ripiegamento del singolo in se stesso, fuga irrealistica, estraneazione dal mondo, e quindi anche dalla questione della verit\u00e0. E in questa tendenza a rimuovere la questione della verit\u00e0 un atteggiarsi solipsistico del pensiero rischia di galleggiare in un mondo fittizio. In tal senso la formula \u00abpensiero debole\u00bb potrebbe arrestarsi al suo significato letterale, nel senso di una disposizione astrattiva nei confronti del mondo reale con inclinazione a eludere anzich\u00e9 a problematizzare, a ritrarsi dallo scontro o incontro con la realt\u00e0, a enfatizzare i propri limiti anzich\u00e9 a prenderne atto?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. Direi che \u00e8 soprattutto rendersi la vita troppo facile, appunto perch\u00e9, come mi \u00e8 capitato di dire tante volte, se neghi il valore della verit\u00e0 e della realt\u00e0 allora sei anche esonerato dal chiederti se stai davvero facendo qualcosa per trasformare il mondo o stai semplicemente dicendo di trasformarlo, pensando di trasformarlo, sognando di trasformarlo\u2026\n<br><br>\n<em>\nRinunciare alla realt\u00e0 \u00e8 rinunciare alla ragione. L\u2019equazione realismo-ragione, in riferimento alle istanze emancipatorie sollevate dall\u2019Illuminismo, da lei in pi\u00f9 occasioni invocato nel Manifesto (anche con riferimento al principio del sapere aude) per riprendere il filo di un pensiero che postulava il riscatto dall\u2019inconsapevolezza e dalla tutela intellettuale, per ricostruire rimettendosi a un\u2019idea positiva di progresso, \u00e8 ancora possibile secondo lei? La redenzione (se di redenzione dell\u2019uomo non \u00e8 insensatissimo parlare in una prospettiva non metaforica) o il percorso di liberazione dell\u2019uomo, in nome del quale il postmoderno filosofico si era affermato, deve passare attraverso un ritorno alle cose, ai fatti, alle loro vincolanti limitazioni, le quali tuttavia ci danno la misura di ci\u00f2 che siamo. L\u2019\u00abosa sapere\u00bb pu\u00f2 spingersi oltre il momento della acquisizione dell\u2019attitudine a pensare criticamente per una autonomia in senso pi\u00f9 vasto del singolo individuo, oppure in ognuno di noi permarr\u00e0 un residuo di debolezza, di dipendenza verso qualcosa, o qualcuno?\n<\/em>\n<br><br>\n<b>Ferraris<\/b>. L\u2019autonomia \u00e8 ovviamente solo un ideale, da contrapporsi al bisogno compulsivo di dipendenza. Il sapere di per s\u00e9 non d\u00e0 salvezza o felicit\u00e0, ma il non sapere \u00e8 peggio. Soprattutto, il reale non sempre e non necessariamente \u00e8 razionale. Perch\u00e9, come diceva Amleto, \u00abci sono pi\u00f9 cose fra la terra e il cielo di quante ne sogni la tua filosofia\u00bb, ossia, come diceva quell\u2019eroina di una stagione appena trascorsa, \u00abne vedrai di ogni\u00bb. \n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il suo ultimo libro svolge una energica verifica del rapporto necessario tra realt\u00e0 e pensiero rigoroso. 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