{"id":218,"date":"2019-08-29T00:56:12","date_gmt":"2019-08-28T22:56:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=218"},"modified":"2019-09-18T10:58:52","modified_gmt":"2019-09-18T08:58:52","slug":"automazione-cibernetica-della-mente-logonica-attenzionale-un-dialogo-con-francesco-forleo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=218","title":{"rendered":"Automazione, cibernetica della mente, logonica attenzionale. Un dialogo con Francesco Forleo"},"content":{"rendered":"\n<em>Dott. Forleo, il suo La cibernetica italiana della mente nella civilt\u00e0 delle macchine (<\/em>Prefazione<em> di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) non pu\u00f2 prescindere dalla sua esperienza diretta in importanti centri di ricerca e di sperimentazione. Quanto di questa esperienza \u00e8 passato nel suo libro?<\/em><br><br>\nSarebbe semplice, e un po\u2019 scontato, rispondere che, dopo averle abbastanza assimilate, ho provato a rinvenire la cesura e i punti di convergenza fra le teorie sulla modellazione della mente di Silvio Ceccato e le logiche della progettazione dei software che hanno guidato una buona parte degli esperimenti svolti sulla dinamica degli autoveicoli nella mia carriera in questo campo. Ci\u00f2 \u00e8 sicuramente vero, ed \u00e8 suffragato da diverse evidenze, se pensiamo che ormai molti costruttori mettono sul mercato autoveicoli dotati dei pi\u00f9 evoluti dispositivi cibernetici, come i sistemi di parcheggio automatico, il controllo della stabilit\u00e0 e gli apparati di frenatura assistita che riproducono in modo soddisfacente il comportamento di una mente umana. Il tentativo \u00e8 sempre quello, ispirandoci a Norbert Wiener, di far compiere al veicolo, quando \u00e8 pilotato da un dispositivo artificiale intelligente, quelle manovre che un essere umano dovrebbe o vorrebbe fare in vista di un fine, ad esempio riprendere il controllo in caso di una sbandata o modulare con freddezza una frenata disperata per evitare un ostacolo improvviso e imprevisto. Ma in realt\u00e0 c\u2019\u00e8 anche qualcosa che viene da pi\u00f9 lontano, e la sua domanda mi permette di astrarre altri elementi degni di nota fra i miei trascorsi professionali e quanto si pu\u00f2 ritrovare nel volume.<br>\nAll\u2019epoca dei primi colloqui di selezione per essere ammesso al Centro Ricerche di una grande industria automobilistica italiana, incontrai Giovanni Savonuzzi (uno dei fondatori della prestigiosa Cisitalia) e Pierguido Castelli, che negli anni \u201890 assunse la carica di Direttore Tecnico della Scuderia Ferrari di Formula 1. Frequentavo ancora il Politecnico di Torino quando venni contattato per partecipare a un gruppo di lavoro su un progetto dal forte impatto innovativo. Non ricordo molto di quei colloqui, ero emozionato e intimorito dalla figura di Savonuzzi, ma una cosa mi \u00e8 rimasta impressa: Castelli, giovane dirigente, mi disse che se avevo delle idee in cui credevo e della cui validit\u00e0 ero persuaso avrei dovuto sostenerle sino in fondo, con umilt\u00e0 verso i colleghi pi\u00f9 esperti e nell\u2019osservanza delle regole dei luoghi di lavoro, ma senza desistere. Lo stesso concetto che mi espresse Enzo Ferrari, del quale mi impression\u00f2 l\u2019umanit\u00e0, in occasione di un incontro privato nel suo ufficio a Maranello: ne ho fatto una delle regole auree della mia vita.<br>\nSuperai la selezione e mi assegnarono all\u2019ufficio calcoli dei motori; dovevo lavorare in un gruppo incaricato di confrontare i risultati ottenuti con l\u2019aiuto di un nuovissimo calcolatore con quelli derivanti da calcoli eseguiti in modo tradizionale, con formule consolidate di fisica, carta e matita. Fui fra i primissimi ad accedere all\u2019uso dell\u2019Univac, un cervello elettronico molto simile a quello usato dagli Usa nelle missioni spaziali che pochi anni prima avevano permesso l\u2019allunaggio del primo essere umano. Per dare un\u2019idea delle sue dimensioni fisiche, l\u2019Univac occupava una stanza di oltre cento metri quadrati ed io, come altri addetti, entravo fisicamente dentro il calcolatore per inserire i dati necessari a compiere i calcoli (quello che oggi si fa con una comunissima tastiera), ricavandoli dalla perforazione codificata di schede di cartoncino. Per inciso, la potenza di calcolo era un decimo di quella di qualunque computer che abbiamo sulle nostre scrivanie o acquistabile presso le normali catene di vendita al pubblico.<br>\nAlcuni calcoli erano particolarmente complessi. Una volta memorizzati su enormi bobine magnetiche venivano stampati su centinaia di fogli dai bordi perforati per il trascinamento nelle stampanti. Le infinite operazioni sequenziali spesso impegnavano la macchina per una notte intera, e il paragone con l\u2019uomo in termini di prestazioni era davvero sproporzionato: se avessimo dovuto fare le stesse operazioni a mano, avremmo impiegato un mese! Gi\u00e0 in quell\u2019epoca mi chiedevo, un po\u2019 ingenuamente, come fosse possibile che un essere umano poteva stare dentro un cervello elettronico, fatto di fili, bobine e meccanismi, e che sortiva lo stesso risultato conseguito da un cervello biologico\/umano. Ripensandoci, mi viene in mente l\u2019esempio del mulino di Leibniz nella <em>Monadologia<\/em>, dove sosteneva che, se fossimo cos\u00ec piccoli da entrare in una macchina come un mulino, visitandola \u00abal suo interno, troveremo sempre e soltanto pezzi che si spingono a vicenda, ma nulla che sia in grado di spiegare una percezione\u00bb.<br>\nOra, se da una parte entusiasmo e stupore per la potenza di calcolo del cervello elettronico erano quasi tangibili, dall\u2019altra proprio la capacit\u00e0 sovrumana ingenerava ansia sino ad insinuare una certa paura fra diversi colleghi anziani, timorosi che quella macchina arrivasse anche a vedere o a leggere i nostri pensieri quando eravamo all\u2019interno del calcolatore. Quindi il primo approccio a quella che in quel tempo si chiamava \u00abautomazione applicata\u00bb era segnato dall\u2019apprensione dei neofiti dinanzi alla novit\u00e0.<br>\nInoltre, come ogni ricercatore, agli inizi della mia carriera dovevo prendere per vero ogni elemento o metodo che i colleghi pi\u00f9 esperti e superiori di grado mi proponevano o mi imponevano. La maggior parte di essi, fatta eccezione per il responsabile del progetto, giudicava inutile e costoso l\u2019uso del cervello elettronico. Quindi vivevo questa tensione fra scetticismo e una euforia motivatissima: continuare con i metodi tradizionali, oppure credere nell\u2019uso delle macchine. Propendevo per questa seconda linea, convinto che la cibernetica automazionale fosse un reale contributo per velocizzare la ricerca e soprattutto per ottenere risultati pi\u00f9 attendibili e ripetibili. Lo scontro fra le generazioni di sperimentatori era molto forte, ma mi tornavano sempre in mente le parole di Castelli: \u00ab\u2026se ci credi vai avanti!\u00bb. E comunque la strada era tracciata e sempre pi\u00f9 le macchine erano presenti nel nostro lavoro. Il ruolo di noi umani nella costruzione di macchine, e pi\u00f9 ancora nell\u2019uso dei risultati prodotti dalle macchine, mi ha sempre affascinato, e ho sempre rispettato chi con le proprie conoscenze decideva, sulla base di quei risultati, cosa era valido e degno di rilievo e cosa non lo era.<br>\nL\u2019incontro con Silvio Ceccato e la sua cibernetica \u00e8 stato per me casuale, se non predestinante \u2013 visto che da tempo ero assorbito nella sfera cibernetica \u2013, sicuramente decisivo. Ho iniziato a conoscere le sue teorie in occasione della tesi di laurea in Filosofia proposta dal Prof. Enrico Pasini, il quale conosceva i miei trascorsi e ben padroneggiava le teorie di Ceccato. A mano a mano che mi inoltravo nella sua opera, mi incuriosivano la determinazione nel perseguire le proprie convinzioni e il metodo con cui riusc\u00ec a concretizzare alcune delle sue idee pi\u00f9 avanzate. Uno spaccato di storia dove Ceccato mostra affinit\u00e0 con quello che accade nella realt\u00e0 di svariati ambienti di ricerca. La sua lungimiranza nell\u2019individuare il potenziale delle macchine intelligenti (ormai fanno parte del nostro modo di vivere e le usiamo continuamente senza neppure farci caso) \u00e8 stata davvero singolare: fu l\u2019unico fra i cibernetici del dopoguerra a costruire un frammento di cervello in grado di riprodurre 23 categorie mentali usate dall\u2019uomo, applicando il suo modello categoriale di operazioni mentali. A modo mio, da ricercatore e sperimentatore, ho pensato che scriverci un libro fosse anche un tributo alla sua genialit\u00e0.<br><br>\n<em>Una qualche idea cibernetica ha da sempre accompagnato l\u2019uomo. In <\/em>Cibernetica per tutti<em> Silvio Ceccato riportava la definizione del <\/em>Dizionario Garzanti<em>: \u00abscienza applicata che mira a riprodurre le operazioni del cervello umano in complessi meccanici od elettronici \u2013 dall\u2019inglese <\/em>cybernetics<em>, dal greco <\/em>kybernetik\u00f3s<em>, aggettivo di <\/em>kybern\u00e9tes<em>, \u201cpilota, nocchiero\u201d\u00bb. Lei riporta <\/em>kibernetik\u00e9 t\u00e9chne<em>, \u00abarte del pilotare\u00bb. C\u2019\u00e8 una caratteristica comune tra le varie accezioni che la parola \u00abcibernetica\u00bb ha assunto lungo i secoli, prima di specializzarsi, nella <\/em>Treccani<em>, come \u00abscienza dell\u2019informatica e della comunicazione\u00bb?<\/em><br><br>\nIl motivo della rilevanza che ho accordato al significato di \u00abcibernetica\u00bb come qualcosa che gravita intorno all\u2019arte del pilotare, riattualizzando un senso quasi perduto \u2013 lo stesso senso, del resto, che aveva ispirato Norbert Wiener \u2013, \u00e8 dovuto a ragioni assiologiche e funzionali al contenuto del volume. Ci\u00f2 che pi\u00f9 mi interessava del significato che ho deciso di adottare nella mia ricerca sta nel plusvalore semantico della parola \u00abt\u00e9chne\u00bb \u2013 l\u2019arte, l\u2019operare, l\u2019abilit\u00e0, la perizia, qualcosa di associato a <em>poiesis<\/em>, alla produzione. A mio avviso, la <em>t\u00e9chne<\/em> \u00e8 il punto nevralgico del processo di regolazione biologica verso un obiettivo, l\u2019elemento che opera la sintesi di quello che la scienza, con l\u2019aiuto della tecnologia, cerca di riprodurre artificialmente in modo analitico. Sicuramente Wiener avr\u00e0 molto riflettuto prima di stabilire il nome con cui chiamare la sua nascente disciplina, una scienza che nelle intenzioni del suo ideatore avrebbe dovuto occuparsi, nello specifico, dello \u00abstudio dei messaggi emessi e in particolare dei messaggi effettivamente di comando che modificano il comportamento del ricevente\u00bb, come possiamo leggere nella <em>Introduzione alla cibernetica<\/em>, del 1950. A questa scienza venne assegnato il nome di \u00abcibernetica\u00bb, ed \u00e8 Wiener stesso a scrivere, sempre nella <em>Introduzione<\/em>, di averla battezzata \u00abcon un termine greco che significa arte del pilota o timoniere\u00bb.<br>\nTuttavia, perch\u00e9 ricorrere a un nome di ispirazione antica per connotare una scienza essenzialmente contemporanea? Abbiamo visto che la cibernetica iniziale verteva sul come potessero comunicare le parti di un sistema affinch\u00e9 si modifichi il comportamento del sistema che sta operando in modo teleologico, nel tempo. La ricerca di Wiener, come sappiamo, era finalizzata alla riproduzione artificiale di comportamenti biologici: di qui l\u2019aforisma del timoniere che conduce la nave, che caratterizza l\u2019accezione wieneriana di \u00abcibernetica\u00bb. Dopo aver rilevato con il proprio apparato sensibile la variazione della rotta indotta da agenti perturbatori esterni, il timoniere pone in essere le correzioni con cui governa la nave (il sistema complesso di cui anch\u2019egli fa parte col ruolo di governante) e riporta in linea il veicolo marino verso l\u2019obiettivo, cio\u00e8 il porto di destinazione. Rilevamento dell\u2019errore rispetto alla rotta, correzione, riallineamento e verifica dell\u2019efficacia dell\u2019operazione compiuta dal timoniere sono i coefficienti della sintesi di un andamento circolare che avviene per mezzo dell\u2019informazione trasmessa fra gli elementi del sistema. La comunicazione fra gli elementi e la modalit\u00e0 con cui avviene, cio\u00e8 tramite l\u2019informazione, costituiscono i punti focali nel processo che consente di orientare il sistema verso il fine accordatogli.<br>\nQuando si cominci\u00f2 ad ipotizzare che i calcolatori fossero veramente in grado di riprodurre le funzioni biologiche\/umane fra cui il cervello, la definizione di \u00abcibernetica\u00bb ha assunto vari significati, ma gli esperti di linguistica non sono sempre stati d\u2019accordo nel descriverli in modo concettualmente univoco. Per esempio, nel <em>Dizionario Zanichelli<\/em>, dove nel \u201857 \u00abcibernetica\u00bb ancora non compare, nel 1962 troviamo: \u00abApplicazione dell\u2019elettromagnetica al funzionamento e al comando di meccanismi complessi. p.e. delle macchine calcolatrici\u00bb; nel 1994 il lemma viene cos\u00ec dettagliato: \u00abDisciplina che studia in particolare l\u2019applicazione dei meccanismi di regolazione naturali alla tecnologia\u00bb. Ceccato riporta la descrizione del <em>Garzanti<\/em> degli anni \u201870: \u00abScienza applicata che mira a riprodurre le operazioni del cervello umano in complessi meccanici od elettronici\u00bb, una descrizione in sintonia con suoi studi sulla modellazione dell\u2019attivit\u00e0 mentale.<br>\nBisogna aspettare gli anni \u201890 per osservare la ricomparsa del concetto di \u00abprocesso\u00bb nella definizione di \u00abcibernetica\u00bb; per il <em>Garzanti<\/em> del \u201893 \u00e8 la \u00abDisciplina che studia i processi naturali o artificiali di controllo e regolazione dei sistemi complessi\u00bb. Nicola Abbagnano, nel suo <em>Dizionario di Filosofia<\/em> del 1993, all\u2019inizio di una lunga argomentazione, sostiene che la cibernetica \u00e8 \u00ablo studio di \u201ctutte le possibili macchine\u201d, indipendentemente dal fatto che alcune di esse siano o non siano prodotte dall\u2019uomo o dalla natura\u00bb. Non va dimenticato che con Ludovico Geymonat, Norberto Bobbio e altri, Abbagnano faceva parte del Centro di Studi Metodologici di Torino, un centro di ricerche, nato nel 1948, che nel dopoguerra svolse un ruolo determinante nella diffusione della \u00abmetodologia operativa\u00bb e dell\u2019informatica.<br>\nUna definizione interessante \u00e8 quella attuale di <em>Treccani<\/em>: \u00abLa cibernetica integra nozioni e modelli neurofisiologici e biologico-molecolari con la teoria matematica dell\u2019informazione, la teoria dei sistemi e la ricerca operativa\u00bb; nell\u2019<em>Enciclopedia Treccani<\/em> \u00abcibernetica\u00bb \u00e8 correntemente designata \u00abScienza dell\u2019informatica e della comunicazione\u00bb, e questa, che io sappia, \u00e8 l\u2019ultima specializzazione che dal profilo cronologico le viene attribuita.<br>\nCome \u00e8 evidente, la parola \u00abcibernetica\u00bb \u00e8 passata attraverso un mutamento sia formale che di senso. Ma c\u2019\u00e8 un comune denominatore rintracciabile nelle varie definizioni di \u00abcibernetica\u00bb? Qualche elemento che \u2013 rispetto all\u2019idea iniziale \u2013permane nelle sue recenti evoluzioni? Per quanto conosco e ho cercato di mettere in evidenza, se ne trae che fra i significati dei vocabolari il concetto iniziale di Wiener \u00e8 difficilmente identificabile; anzi, quello che rappresenta la disciplina cibernetica oggi \u00e8 decisamente cambiato. Personalmente la definirei <em>scienza della complessit\u00e0<\/em>, una complessit\u00e0 presente e da gestire nelle applicazioni tecnologiche, nell\u2019intelligenza artificiale, nella logonica attenzionale (e vedremo il valore fondante del qualificativo) e nel suo coinvolgimento con le nostre vite.<br><br>\n<em>\nPer Norbert Wiener la cibernetica mirava a superare la frammentazione del sapere, lo scollamento tra <\/em>physiologoi<em> e <\/em>philosophoi<em>. Un obiettivo realizzato?\n<\/em><br><br>\nFra i desideri di Leibniz c\u2019era quello di individuare un metodo per unificare il sapere. I molteplici interessi verso discipline \u2013 malgrado le inevitabili contaminazioni \u2013 dai contorni definiti, come filosofia, storia, logica matematica e osservazione della natura lo avevano indotto a pensare che un \u00absimbolismo universale\u00bb avrebbe facilitato la comprensione, e soprattutto garantito l\u2019acquisizione del sapere. Circa due secoli e mezzo dopo Leibniz, Norbert Wiener, ispirandosi al grande filosofo tedesco, tent\u00f2 un incanalamento, sotto l\u2019insegna catalizzatrice della cibernetica, delle conoscenze specialistiche che lo avevano soccorso nella realizzazione delle proprie intuizioni.<br>\nMa quali furono le motivazioni che fecero insorgere in Wiener tale esigenza? Naturalmente non conosciamo tutte le ragioni del wieneriano intento di riduzione in <em>unum<\/em>. Sappiamo per\u00f2 che ad un certo punto della sua ricerca cominci\u00f2 a prendere consapevolezza delle conseguenze e delle implicazioni filosofico-scientifiche di alcune novit\u00e0 che stavano emergendo relativamente ai sistemi complessi. Si rese conto che, mai prima di allora, si erano create le condizioni per realizzare macchine e sistemi che avevano <em>in nuce<\/em> la capacit\u00e0 di riprodurre comportamenti biologici di pertinenza umana ed animale.<br>\nFu proprio la complessit\u00e0 dei sistemi a richiedere, per la loro realizzazione, la presenza di specialisti provenienti da diverse discipline. Infatti, pur trattandosi di macchine o sistemi a forte sbilanciamento elettromeccanico e computazionale, per la loro aspirazione di replica dell\u2019operare biologico in vista di una concretizzazione avrebbero dovuto riferirsi alle linee teoretiche provenienti dalla fisiologia e dall\u2019osservazione dei comportamenti naturali. Il gruppo di studiosi che collaborava alle ricerche presso il Massachusetts Institute of Technology annoverava pertanto fisiologi (Roesenblueth, Lorente de N\u00f2e Mc Culloch), ingegneri (von Neumann e Shannon), logici e matematici (Wiener stesso e Pitts) e progettisti di calcolatori (Goldstine). Questi specialisti, pur animati dalla stessa volont\u00e0 di portare al successo il frutto delle loro attivit\u00e0, spesso si trovavano in difficolt\u00e0 nel comunicare fra loro, sia per la mancanza di alcune nozioni di base note ad altri colleghi, sia per l\u2019uso di linguaggi estremamente specialistici talora l\u2019un l\u2019altro escludentesi. Il risultato, nella valutazione di Wiener e di von Neumann (un ingegnere, che in quella fase dello sviluppo condivideva la responsabilit\u00e0 di un importante progetto cibernetico di difesa antiaerea), era che l\u2019attivit\u00e0 nel suo complesso ne veniva compromessa.<br>\nWiener e von Neumann si trovarono quindi dinanzi a due ostacoli da scavalcare: il primo insito nella intrinseca complessit\u00e0 di uno dei primissimi progetti cibernetici; l\u2019altro, inatteso, costituito dalla oggettiva problematicit\u00e0 di relazione e dal travaso di conoscenze fra i componenti del gruppo di lavoro. Cos\u00ec, nell\u2019inverno del 1943 Wiener e von Neumann organizzarono un convegno a Princeton, per affrontare in modo adeguato questi ostacoli supplementari che venivano assumendo dimensioni prioritarie. Alla fine del convegno, era divenuto evidente a tutti i ricercatori nei vari campi che esisteva una base comune di idee condivisibili, per cui ognuno \u2013 come Wiener scriver\u00e0 nella <em>Cibernetica<\/em> \u2013 \u00abavrebbe gi\u00e0 potuto servirsi di nozioni che gli altri avevano meglio sviluppato, e che si doveva tentare di pervenire a un vocabolario comune\u00bb. Ad una sorta di combinazione alchemica fra le parti che avesse colmato certe intermittenze dovute all\u2019alternarsi di funzioni settoriali.<br>\nAncora una volta, nella storia delle idee, si tentava il superamento, anche dal punto di vista metodico, di uno dei dualismi che, con la pretesa genesi epistemologica di un campo scisso dall\u2019altro, sin dall\u2019antichit\u00e0 aveva condizionato la conoscenza: cio\u00e8 il secolare discrimine, o per lo meno la discontinuit\u00e0, fra \u2013 dico impropriamente \u2013 scienze della natura e scienze dello spirito, fra naturalisti e confidenti nell\u2019assoluto.<br>\nMa cosa \u00e8 giunto sino a noi di quella teoria organizzativa? Lo sforzo di favorire l\u2019interdisciplinariet\u00e0 ha trovato una sua estensione nelle attivit\u00e0 di ricerca attuali? A mio avviso, le modalit\u00e0 di lavoro in gruppo non sono cambiate in meglio nell\u2019operativit\u00e0 focalizzata sulla ricerca applicata attuale. Nel lavoro di gruppo vi sono indubbiamente dei vantaggi nel prevenire crisi individuali, nel motivare i componenti verso il comune obiettivo delle ricerche. Ma ricordo che nel condurre gruppi di lavoro ho dovuto fare i conti soprattutto con le competitivit\u00e0 personali. L\u2019intima ambizione e il perseguimento della gratificazione dei singoli membri rarissimamente vennero poste in secondo piano per una valutazione omologante e ridistributiva assegnata al gruppo.<br>\nSappiamo che il sogno di Wiener non trov\u00f2 piena realizzazione, lasciandoci in eredit\u00e0 un successo solo parziale. E ci\u00f2 nonostante le buone premesse emerse dal convegno di Princeton, nato proprio per superare la contrapposizione fra <em>physiologoi<\/em> e <em>philosophoi<\/em>. L\u2019egocentricit\u00e0 di alcuni esponenti e i timori della perdita della presunta autorit\u00e0 di alcune scienze rispetto alle altre fecero naufragare il tentativo di interdisciplinariet\u00e0 della cibernetica wieneriana, senza con questo pregiudicarne gli sviluppi sino a i giorni nostri.<br><br>\n<em>\nQual \u00e8 il passaggio decisivo che dalla cibernetica di Norbert Wiener conduce alla cibernetica della mente di Silvio Ceccato? E cosa ha comportato quel passaggio?\n<\/em><br><br>\nLe implicazioni filosofico-scientifiche della cibernetica wieneriana, che \u2013 come dicevo \u2013 inseguiva il proposito di riprodurre artificialmente comportamenti biologici presenti nella natura umana ed animale, aprirono forse un po\u2019 precocemente dei campi di indagine ancora ardui da percorrere. Si ambiva inoltre a replicare l\u2019organo pi\u00f9 importante degli organismi viventi, cio\u00e8 il cervello umano. Tutto partiva dallo spostamento della concezione di macchina da sistema esecutore a sistema teleologico: i primi cibernetici, nel tentativo di automatizzare le attivit\u00e0 tipicamente biologiche, si avvalsero di protosistemi complessi governati da imponenti macchine calcolatrici elettromeccaniche (non era ancora stata scoperta l\u2019elettronica) che nello specifico usavano il sistema binario, un qualcosa che alla lunga imitava il funzionamento dei neuroni. Wiener, Ashby e altri cibernetici, divulgando le loro scoperte, alimentarono i rivoli dell\u2019immaginazione nonch\u00e9 articolate speculazioni, con effetti che influenzarono molti studiosi europei, fra cui alcuni italiani che si dimostrarono particolarmente recettivi.<br>\nCeccato soffriva di disturbi sinestetici. Cominci\u00f2 ad investigare sulle cause della contaminazione sensoriale a livello di percezione: il suo era quindi un angolo di osservazione particolare, non esente da un legittimo coinvolgimento personale. Poi, venuto a conoscenza degli studi cibernetici sul cervello, intravide in essi una potenziale risoluzione. Si rese per\u00f2 conto, direi anche abbastanza in fretta, che nel caso della riproduzione del cervello umano le incognite riguardavano il rapporto mente-cervello, considerati dalla comunit\u00e0 scientifica come organi funzionali agli enti concettuali: in altre parole, nella mente erano allocati gli enti, mentre il cervello con le reti neurali e i processi sinaptici governava la funzionalit\u00e0 del corpo. Sul piano della riproducibilit\u00e0 artificiale questo andava bene sino a quando si trattava di condurre operazioni di tipo sequenziale-matematico, ma appena si passava al campo della concezione categoriale, o peggio ancora della semantica, i calcolatori \u2013 che sono pur sempre macchine programmate \u2013 restavano imbrigliati in ostacoli il cui superamento appariva problematico.<br>\nMa ogni problema suscita un processo, e Ceccato intu\u00ec che lo snodo della questione stava proprio nel rapporto mente-cervello. E lo intu\u00ec nella supposizione che la mente, lungi dal costituire un raccoglitore di enti, era la funzione dell\u2019organo cervello. Sulla base di questa intuizione, la mente diventava la parte operativa del cervello e il processo costruttivistico poteva essere modellabile, con un procedimento consecutivo in cui le categorie, i concetti e le parole prendevano corpo sulla base di operazioni semplici, ripetibili all\u2019infinito, proprio come avviene con i calcolatori. Un lampo riflessivo che costitu\u00ec il passaggio decisivo dalla cibernetica automazionale di Wiener a quella della mente, chiamata da Ceccato \u00ablogonica\u00bb. Da quel momento la comunit\u00e0 accademica ha dovuto prendere atto che una nuova prospettiva metodologica e un nuovo tipo di operazionismo \u2013 che andava oltre Bridgman e oltre Digler \u2013 davano respiro all\u2019ipotesi, invero alquanto complessa, di riprodurre artificialmente un cervello biologico.<br>\nQueste teorie (qui ho dovuto sintetizzare molto, e per un approfondimento di questo nodo cruciale rimando alla bibliografia posta a conclusione del mio volume) al momento vennero sottovalutate e Ceccato stesso, dall\u2019indole cos\u00ec poco incline alle relazioni dal dare l\u2019impressione di situarsi e di non situarsi, quasi <em>in partibus infidelium<\/em>, allo stesso tempo dentro e fuori del gruppo di studiosi, non ne favor\u00ec certo la divulgazione. Abbiamo dovuto attendere sino all\u2019inizio del secolo corrente per vedere ripresentate oltreoceano, allegramente e indebitamente sottoscritte, alcune fra le sue intuizioni pi\u00f9 originali.<br><br>\n<em>Come abbiamo visto, il protagonista del suo libro \u00e8 Ceccato, nominato nel sottotitolo: <\/em>Origini e attualit\u00e0 della logonica attenzionale a partire da Silvio Ceccato<em>. Uomo geniale, scontroso, non allineato, insuperato. Quale punto del suo pensiero \u00e8 ancora attualissimo, e perch\u00e9?\n<\/em><br><br>\nLe biografie che compaiono su Treccani, Wikipedia e in generale nella bibliografia corrente, pur ricche di elementi oggettivi come i rimandi puntuali e circostanziati a saggi, convegni, ad articoli e a pubblicazioni varie, non rendono giustizia del contributo di Ceccato alle ricerche sulla mente in Italia, e come vedremo anche nel mondo occidentale. Un contributo altamente innovativo, che a partire da sfere del sapere abbastanza consolidate, come la storia della filosofia antica, l\u2019operazionismo, il linguaggio e la psicologia, lo ha indotto ad avventurarsi in territori completamente incogniti e non privi di insidie: la cibernetica, l\u2019automazione, l\u2019informatica e altre discipline tecnologiche e filosofico-scientifiche figlie dei nostri giorni e tuttora in corso di sviluppo.<br>\nA pensarci, \u00e8 davvero singolare che i risultati scolastici di Ceccato non furono granch\u00e9 esaltanti. Date queste premesse, difficilmente all\u2019epoca del conseguimento della sua maturit\u00e0 classica si sarebbe potuto immaginare che da un profitto appena sufficiente sarebbero emerse tanta energica genialit\u00e0 e straordinarie doti intuitive in sfere di indagine che lungo il percorso scolastico prima, e universitario poi, non erano neppure state sfiorate. Proprio nel contrasto fra i numeri delle valutazioni scolastiche, al limite della sufficienza, e la somma delle riflessioni e degli esperimenti condotti sino all\u2019epilogo della sua vita, sta il personaggio Ceccato. Sta nello scarto fra l\u2019incertezza delle premesse (chi avrebbe scommesso su di lui? Chi avrebbe potuto prevedere la sua effervescente e prestigiosa carriera?) e l\u2019eccellenza dei risultati della sua ricerca, spesso divulgati a proprie spese. Certo, sin dal primissimo periodo milanese le agiate condizioni familiari permisero al giovane Ceccato l\u2019indipendenza oltre che economica anche intellettuale, circostanze che ritroviamo nei passaggi salienti della sua vita. Tuttavia, e non \u00e8 uno stereotipo dei biografi, l\u2019assunzione di atteggiamenti ostentanti superiorit\u00e0 intellettuale, un certo individualismo sprezzante, e in diverse occasioni (come mi \u00e8 stato riferito da coloro che lo frequentarono di persona) lo schernimento e la derisione di alcuni blasonati interlocutori e persino di qualche collaboratore \u2013 bruscamente allontanato in quanto reo di non condividere ciecamente, o addirittura di contrastare, i risultati di alcune sue analisi \u2013 hanno creato intorno alla sua figura e al suo pensiero un alone di ostracismo e di insofferenza, cio\u00e8 i presupposti per incorrere nell\u2019incomprensione. I suoi modi sbarrarono quindi la via per una accoglienza adeguata del suo orientamento di pensiero \u2013 ormai distante, claustrale, il pensiero di \u00abun tecnico fra i filosofi\u00bb, per dirla con Ceccato \u2013, messo in forse o non esposto a una valutazione attenta, n\u00e9 aperto a un s\u00e9guito di allievi disposti a misurarsi con la radicalit\u00e0 delle sue teorie e con gli esiti del suo \u00abcome non filosofare\u00bb. Ovviamente ci\u00f2 nulla sottrae al valore intrinseco delle sue opere, e da questo profilo l\u2019ecletticit\u00e0 di Ceccato ha dell\u2019incredibile. In questa sede abbiamo preso in esame prevalentemente le sue intuizioni in ambito cibernetico, che aprivano a implicazioni filosofico-scientifiche relative alla riproduzione dell\u2019attivit\u00e0 mentale, in definitiva, le pi\u00f9 importanti. Ma le varianti applicative correlate al sistema costruttivistico operazionale della mente hanno invaso molti altri campi: dalla traduzione automatica alla registrazione visiva dei geroglifici oggetto della papirologia (quasi un novello Champollion) alla classificazione semantica dei reperti giuridici, per non dire della traduzione diretta da una lingua all\u2019altra (anticipando di oltre cinquant\u2019anni le funzioni dei nostri attuali traduttori elettronici), sino alla registrazione dei movimenti del bulbo oculare per oggettivare la funzione attentiva. E potrei continuare&#8230;<br>\nCome accennavo sopra, credo che il contributo determinante di Ceccato sia l\u2019esito dello studio di un modello dell\u2019attivit\u00e0 mentale fatto da operazioni semplici, stati di coscienza elementari, costituiti dall\u2019attenzione come elemento atomico (lo stato attentivo attivo-non attivo da cui parte tutta l\u2019attivit\u00e0 mentale consapevole). Quello che per analogia \u00e8 presente nel bit del processo operazionale dei calcolatori, nella visione di Ceccato era gi\u00e0 presente nel cervello umano. Ha avuto il merito di individuarne l\u2019esistenza e di sorprenderne la funzione come facolt\u00e0 intellettiva. L\u2019attenzione, che con la memoria costruisce quelli che in <em>La mente vista da un cibernetico<\/em> (1972) egli chiamava i \u00abpresenziati\u00bb (la sintesi di attenzione, percezione sensibile e memoria breve costruisce un elemento mentalizzato che, lo si vedr\u00e0, permette la conoscenza), parte fondamentale dell\u2019attivit\u00e0 di \u00abuna mente resa creatrice e responsabile\u00bb. Nella cognizione di tali meccanismi (uso questo termine per giustificare la catena causa-effetto che necessariamente avviene nelle reazioni sinaptiche del cervello), da un lato \u00e8 possibile modellare il processo per tentare di riprodurne artificialmente l\u2019attivit\u00e0, e dall\u2019altro, in modo biunivoco, si pu\u00f2 intervenire per migliorare il ritmo biologico del cervello umano, con incursioni nella sfera troppo umana dei meccanismi psicologici, cos\u00ec da correggere stati d\u2019animo patologici, anche nella prospettiva della conquista dell\u2019appagamento della persona, nella prospettiva cio\u00e8 del fare la felicit\u00e0 di qualcuno. Ecco, questa intuizione, che partendo dalla cibernetica automazionale di Wiener ci ha condotti molto lontano, sino alla cibernetica della mente, la \u00abterza cibernetica\u00bb o \u00ablogonica\u00bb, era qualcosa di completamente nuovo nello scenario epistemologico, filosofico e psicologico. Sdegnata o screditata quasi come eretica dal mondo accademico dell\u2019epoca recentemente \u00e8 stata rivalutata da un grande psicologo e divulgatore statunitense, Daniel Goleman, che sperabilmente in buona fede, dopo oltre sessant\u2019anni se ne \u00e8 arrogato il privilegio della scoperta. In particolare, del processo costruttivistico dell\u2019attivit\u00e0 psicologica incentrata sull\u2019attenzione, che Goleman sulla scia di Ceccato, ma chiamandola in inglese \u00abfocus\u00bb, delinea come elemento atomico\/elementare capace di \u00abmettere in atto la consapevolezza e la concentrazione\u00bb (<em>Focus<\/em>, 2013). In estrema sintesi, l\u2019uso dell\u2019attenzione per la costruzione e il raggiungimento della concentrazione stabile sembra stia trovando ampio credito nelle terapie psicologiche finalizzate al conseguimento del benessere interiore e della valorizzazione delle attitudini personali. Come vede, tutto \u00e8 molto attuale!<br><br>\n<em>Come si formano le categorie mentali secondo la teoria di Ceccato?<\/em><br><br>\nCome sappiamo, nel tentativo di riprodurre artificialmente il funzionamento di un sistema biologico-finalistico, i primi cibernetici si spinsero ben oltre il perimetro di ricerca ipotizzato all\u2019inizio dell\u2019avventura wieneriana. Il fervore e l\u2019entusiasmo li aveva indotti a lavorare molto sulla parte che nei sistemi faceva capo ai servomeccanismi, ma l\u2019impegno maggiore venne profuso verso il calcolatore, cui veniva attribuito il ruolo di governo nei sistemi complessi.<br>\nInizialmente la macchina (il calcolatore) doveva solo eseguire una grande quantit\u00e0 di calcoli: operazioni semplici, consecutive, basate sulla combinazione di elementi minimi (bit) eseguite nel tempo in modo discreto, intermittente; il procedimento pi\u00f9 efficace per svolgere le operazioni di calcolo risult\u00f2 essere, e tuttora lo \u00e8, il sistema numerico binario, basato su \u00ab0\u00bb e \u00ab1\u00bb. Ma sorprendentemente il sistema operazionale binario mise in evidenza l\u2019analogia fra calcolatore e cervello biologico, analogia acclarata da autorevoli fisiologi come Rosenblueth e Lorente de N\u00f3: il cervello biologico, nel suo modo di operare discreto, caratterizzato dall\u2019alternanza di attivit\u00e0-non attivit\u00e0, ha momenti di attivazione delle scariche neurali assimilabili al \u00abtutto o niente\u00bb dei calcolatori, in buona sostanza lo \u00ab0\u00bb o \u00ab1\u00bb del sistema binario.<br>\nCresceva cos\u00ec la fiducia di essere verosimilmente prossimi alla riproduzione di un cervello umano, l\u2019organo riconosciuto come essenziale per la vita piena di un corpo. Ma se la soluzione sembrava alla portata di informatici ed elettronici, sorgevano nuovi interrogativi sul piano filosofico ed ontologico: cos\u2019era in definitiva il cervello? \u00c8 a sua volta un sistema? Esistono delle gerarchie funzionali? E dove e come si formano i pensieri? Sono contenuti nella mente? E i concetti? E soprattutto, ispirandosi a Kant: come si formano al suo interno le categorie con cui diamo realt\u00e0 alla semantica? Fra domande, immaginazione e scienza, tutti teorizzavano tutto, ma nessuno riusc\u00ec a riprodurre un cervello. Tutti tranne, appunto, Ceccato.<br>\nLuca Angelone, nella interessante <em>Prefazione<\/em> al mio volume, ci ricorda che la mente \u00e8 qualcosa che nessuno ha mai visto; tuttavia ci rendiamo conto che ragionevolmente dovrebbe esistere e lo deduciamo dagli epifenomeni di cui abbiamo coscienza. Per capire come si formino i pensieri, e soprattutto come si formino pensieri dotati di carattere semantico, Ceccato parte proprio dagli epifenomeni e risale sino all\u2019origine del processo. Ecco la sua genialit\u00e0 (in merito, ho anticipato qualche tratto in precedenza): attribuendo al cervello il ruolo di organo e alla mente quello di funzione, la mente poteva diventare la sede per i procedimenti costruttivi operazionali, abbandonando cos\u00ec l\u2019archetipo che la voleva un contenitore di enti; inoltre, essendo una funzione, non doveva fare altro che funzionare e produrre attivit\u00e0 mentale.<br>\nGli elementi fondamentali che costituivano il modello operazionale ceccatiano diventano quindi: il tipo di procedimento, l\u2019attenzione e la memoria. L\u2019attenzione con il suo stato discreto di attivo\/passivo (correlati a \u00ab1\u00bb e \u00ab0\u00bb, cio\u00e8 gli stati binari, tipici del funzionamento di un elaboratore) si poneva come elemento fondamentale e atomico dell\u2019attivit\u00e0 mentale. Applicandosi in forma duale o ai sensi o a se stessa, d\u00e0 luogo ai \u00abpresenziati\u00bb e alle \u00abcategorie\u00bb. Nel primo caso, rivolgendosi agli organi di senso, costituisce i presenziati, elementi \u2013 sintesi di percezione sensibile e di attenzione \u2013 mentalizzati che rimangono attivi per poco tempo grazie alla memoria breve. Questa, a sua volta, in modo sequenziale li consegna al procedimento \u00abconsecutivo\u00bb, sommandoli ai presenziati preesistenti, formando cos\u00ec la memoria a lungo termine: ossia la vita mentale trascorsa del soggetto pensante, la nostra memoria, la nostra identit\u00e0.<br>\nIl secondo piano su cui lavora l\u2019attenzione si ha quando si rivolge a se stessa anzich\u00e9 al funzionamento di altri organi. Con tale modalit\u00e0 costruisce le categorie mentali, e ce lo spiega benissimo Ceccato nella <em>Mente vista da un cibernetico<\/em>: \u00abUna volta che noi abbiamo assunto uno stato di attenzione vuota, pura, lo stato in cui ci mettiamo per esempio se qualcuno ci dice \u201cattento!\u201d, \u201cguarda!\u201d, e simili, \u00e8 possibile riempire questa attenzione focalizzandola su di s\u00e9, mantenendo cio\u00e8 quel primo stato e aggiungendovene un secondo. Questo passaggio costruttivo \u00e8 facilmente seguibile se dopo la parola \u201cattento!\u201d, la parola che segue \u00e8 per esempio un \u201cecco!\u201d\u00bb. Questa seconda propriet\u00e0 dell\u2019attenzione, nell\u2019ambito della metodologia operativa, permette la costruzione categoriale e la possibilit\u00e0 di formulare un modello sistematico, vale a dire un vero e proprio modello di attivit\u00e0 mentale. La categoria pi\u00f9 semplice e pi\u00f9 diffusa \u00e8 quella di \u00abcosa\u00bb in quanto, come Ceccato stesso scrive (ancora in <em>La mente vista da un cibernetico<\/em>), \u00abnon c\u2019\u00e8 nulla che non possa essere visto come cosa. L\u2019uomo \u00e8 una cosa, il punto \u00e8 una cosa, l\u2019amore \u00e8 una cosa\u2026\u00bb. Chiss\u00e0 che avrebbe pensato di tutto questo Kant, posto dinanzi ad Adamo II (cio\u00e8 il frammento di cervello presentato da Ceccato nel 1956), capace di costituire 23 categorie mentali. Un Kant che nella <em>Critica della ragion pura<\/em>, pur avendo intuito per primo che la conoscenza \u00e8 costituita dalla sintesi di percezione sensibile e trascendenza categoriale, si era per\u00f2 fermato a dodici categorie.<br><br>\n<em>\nPer lei la macchina difficilmente sar\u00e0 in grado di equipararsi all\u2019uomo. Una questione di neuroni. Pu\u00f2 spiegarci? Inoltre, la posizione che lei esprime in <\/em>La cibernetica italiana della mente<em> sembra collidere con quello che Ceccato scriveva (richiamando il precedente <\/em>Ingegneria della felicit\u00e0<em>) nella <\/em>Prefazione<em> a <\/em>Contentezza &amp; intelligenza<em>: \u00abcostruire un robot felice, un capriccio da cibernetico\u00bb. Una provocazione, una sfida per testare fino a che punto possano spingersi le cos\u00ec dette \u00abintelligenze artificiali\u00bb? Ma la domanda preliminare, secondo Ceccato, \u00e8 un\u2019altra, e cio\u00e8: \u00abcome \u00e8 fatto l\u2019uomo felice?\u00bb\n<\/em><br><br>\nComparare un cervello umano e un cervello artificiale, il quale, evoluto fin che si vuole, \u00e8 pur sempre una macchina, \u00e8 come parlare dell\u2019occhio umano e della macchina fotografica. Occhio umano e macchina fotografica, una volta sorpreso, focalizzato e catturato un certo istante, producono entrambi la stessa cosa, vale a dire un\u2019immagine. Il primo trasforma gli stimoli sensoriali in un codice di segnali nervosi che costituiscono l\u2019alfabeto usato dal nostro cervello per la ricostruzione della realt\u00e0 del mondo esterno; la macchina, pur rendendoci un oggetto ad altissima definizione, si limita a trasformare gli oggetti fissati dall\u2019obiettivo in un\u2019immagine statica, che testimonia un attimo irripetibile e cristallizzato, sottratto all\u2019evoluzione del soggetto o dell\u2019elemento effigiato alle trasformazioni dovute al passare del tempo. Attimo emotivamente non connotato e altamente sovrainterpretabile, perch\u00e9 nel caso dell\u2019immagine fotografica siamo noi, gli osservatori, ad assegnare al soggetto effigiato stati d\u2019animo magari del tutto estranei alla trama vissuta dell\u2019osservato.<br>\nGli oggetti visivi, quelli percepiti sensorialmente dall\u2019occhio, sono invece parte della realt\u00e0 e sono ricostituiti nel cervello in stretta contiguit\u00e0 con le facolt\u00e0 psichiche ed emotive, che a loro volta produrranno pensieri, decisioni, volizioni, ecc. Hanno un passato e un futuro, sono immessi nel tempo ed occupano spazi nel mondo, hanno colori, rapporti dimensionali, prospettive e moltissime altre elaborazioni che contribuiscono alla vita del soggetto senziente. La complessit\u00e0 con cui l\u2019occhio porta l\u2019acquisita percezione a disposizione del cervello, quindi, \u00e8 di molto superiore a quella di una macchina fotografica che, in definitiva, riproduce anch\u2019essa un istante della realt\u00e0, ma svolgendo il suo compito, che \u00e8 eseguire, nella fattispecie, limitarsi a memorizzare questo istante su una pellicola o su un supporto digitale.<br>\nHo fatto questo raffronto sperando di dare la misura atta a quantificare il rapporto fra i livelli di complessit\u00e0 che riguardano un cervello umano e un cervello elettronico. Con questo non vorrei porre a priori limitazioni a futuri sviluppi sulla possibilit\u00e0 di riprodurre un cervello umano con le sue straordinarie (e ancora in parte sconosciute) facolt\u00e0, ma a mio avviso collocare in posizione subordinata gli artefatti \u00e8 una questione di numeri, e siamo ancora estremamente distanti dal vedere un oggetto artificiale che possa competere con il pi\u00f9 complicato ed arcano degli organi presenti nello scenario biologico del pianeta.<br>\nAlla base delle limitazioni funzionali estese riguardanti un cervello artificiale c\u2019\u00e8 anzitutto il modo con cui si costruisce un qualunque apparato elettronico. Pur provando ad immaginare quanto siano miniaturizzati i componenti che costituiscono i semiconduttori (quello che ormai \u00e8 identificato come l\u2019hardware dei calcolatori, cio\u00e8 la moltitudine di transistor, condensatori, resistenze ecc., presenti nei circuiti integrati), il numero di elementi \u00e8 di gran lunga minore rispetto alla struttura cortico-neurale di un cervello biologico, la cosiddetta \u00abmateria pensante\u00bb che possiede circa 100 miliardi di neuroni (pi\u00f9 o meno il numero di stelle che compongono la Via Lattea). Il limite quantitativo \u00e8 condizionato sostanzialmente dagli strumenti esterni e dalla tecnologia con cui produciamo i semiconduttori, che oltre un certo margine non si \u00e8 in grado di miniaturizzare.<br>\nUn altro rilevante problema per i cervelli artificiali riguarda l\u2019energia: elemento indispensabile per la persistenza del nostro cervello artificiale. Contrariamente al cervello biologico, la macchina non \u00e8 in grado di produrre l\u2019energia elettrica in modo autonomo per il proprio funzionamento, anzi non solo ne usufruisce attingendola dall\u2019esterno, ma col calore indotto che si sviluppa al suo interno una parte di essa si trasforma in entropia, cio\u00e8 in un processo di perdita energetica irreversibile e aperto (con conseguente incremento dell\u2019effetto serra del pianeta).<br>\nAl contrario, qualunque organo biologico si sviluppa con un procedimento sostanzialmente opposto: trasforma l\u2019energia fornita al sangue dall\u2019alimentazione in materia biologica che dall\u2019interno si evolve per sovrabbondanza e divisione delle molecole. Il cervello umano si \u00e8 sviluppato da un nucleo centrale che \u00e8 la sede della sfera emozionale; la sua superficie, la corteccia, presenta circonvoluzioni e controlla la mobilit\u00e0, gli organi di senso e i processi associativi. Si parte da elementi infinitamente piccoli come gli atomi che si moltiplicano e costituiscono tessuti, muscoli, nervi, neuroni, capillari che trasportano il sangue, ecc.: la complessit\u00e0 dell\u2019infinitamente piccolo, paragonabile all\u2019infinitamente grande dell\u2019universo, \u00e8 al limite dell\u2019immaginazione, e in gran parte \u00e8 una questione ancora insondata.<br>\nQuesto, se non la rende completamente comprensibile, giustifica la nostra attuale incapacit\u00e0 di replicare artificialmente processi intenzionali e volitivi, eventi emozionali combinati con procedimenti logici che con inferenze interne presiedono ai processi di deliberazione mediati in funzione delle circostanze accidentali della realt\u00e0 esterna.<br>\nCeccato, dopo aver intuito, teorizzato e modellato il funzionamento attenzionale della mente operativa e semantica, negli anni \u201b80 gett\u00f2 il guanto della sfida sul piano delle emozioni e dei sentimenti riprodotti artificialmente. Sino a dire, nella <em>Prefazione<\/em> a <em>Contentezza &amp; intelligenza<\/em>, di voler \u00abcostruire un robot felice, un capriccio da cibernetico\u00bb. E ci fa capire come fosse convinto quanto meno di argomentare su come progettare una vera macchina felice. Come sempre si proponeva di applicare il suo metodo: partendo dallo studio dell\u2019uomo, dopo averlo capito, cercare di ripeterne le cifre caratteristiche. Questa impresa non vide il compimento nell\u2019arco della sua vita, ma ci lasci\u00f2 non pochi contributi nella ricerca dell\u2019ingegnerizzazione della felicit\u00e0.<br>\nA questo punto credo sia giunto il momento di cambiare codice, e di adottarne un altro, diversamente severo. \u00c8 un fatto ineludibile chiedersi cosa sia la felicit\u00e0 per l\u2019uomo. Si apre il vaso di Pandora. Filosofi, poeti, letterati, scienziati, cineasti, in molti si sono prodigati nel disegnare un paradigma della felicit\u00e0. Ritengo intanto che la felicit\u00e0 non \u00e8 un fine prescrivibile alla macchina. L\u2019impronta dell\u2019uomo, nei suoi artefatti, si infrange contro il limite costituito dai sentimenti: le macchine non provano piet\u00e0, compassione, n\u00e9 \u2013 come aveva gi\u00e0 detto Ceccato \u2013 hanno paura della morte, tanto meno sono felici o infelici. Qui siamo nel campo dell\u2019indeterminabile che non pu\u00f2 essere programmato n\u00e9 riprodotto per analogia.<br>\nDetto questo, non resta che sfiorare l\u2019eterna questione della felicit\u00e0, sommo e asintotico bene per l\u2019animale-uomo. Forse sar\u00e0 anche vano domandarselo, in quanto lo sforzo si riduce a configurare qualcosa di ineffabile. Rispondo allora con qualche paradigma. Diceva Rousseau che la felicit\u00e0 consiste nell\u2019avere un consistente conto in banca, un ottimo cuoco senza per\u00f2 incorrere a una cattiva digestione. Se fosse davvero cos\u00ec, qualcuno potrebbe essere pienamente felice.<br>\nSembrerebbe pi\u00f9 credibile Flaubert, per il quale la felicit\u00e0 \u00e8 un\u2019invenzione diabolica volta a consolidare la nostra disperazione. E Marcel Proust, pi\u00f9 sottilmente: \u00abil est rare qu\u2019un bonheur vienne justement se poser sur le d\u00e9sir qui l\u2019avait r\u00e9clam\u00e9\u00bb. Quindi sembra essere qualcosa di imprendibile, per lo meno di non identificabile. La felicit\u00e0 dei poeti non \u00e8 pi\u00f9 incoraggiante, ma talora riesce a cogliere nel segno. \u00abFelicit\u00e0 raggiunta, si cammina \/ per te sul fil di lama. \/ Agli occhi sei barlume che vacilla, \/ al piede, teso ghiaccio che s\u2019incrina\u00bb, diceva Montale. \u00abLa felicit\u00e0 consiste nell\u2019ignoranza del vero\u00bb, aveva detto Leopardi, ma a questo assunto mi allineo con riserva. Oppure, sempre con Leopardi, il piacere \u00e8 \u00abfrutto \/ Del passato timore\u00bb\u2026 Forse, flettendo Husserl, potremmo dire che \u00abuomo felice\u00bb \u00e8 come dire \u00abcircolo quadrato\u00bb, cio\u00e8 un controsenso. O una sfida nei confronti del principio di non-contraddizione. Personalmente, capita che mi adegui al verso di Sbarbaro quando \u00abuna felicit\u00e0 fatta di nulla \/ mi colma\u00bb, oppure al detto di Jim Morrison (sempre che non sia apocrifo): \u00abhappiness is made of a nothing that when we live so we feel everything\u00bb.<br>\nOvviamente non possiedo prospettive o formule per qualificare in modo univoco la felicit\u00e0, ma contrariamente al luogo comune che le attribuisce un qualcosa di superlativo, di straordinariamente elevato dal profilo della gratificazione rispetto a stati d\u2019animo che dominano le nostre vite fatte di lavoro, famiglia, svaghi, sacrifici, mutui ecc., per me essere felice consiste nello <em>stare bene essendo consapevole di stare bene<\/em>. Una consapevolezza della normalit\u00e0 con tutte le ansie, le esaltazioni positive e negative e malanni neutralizzati. Una definizione fra le tante che certo non ambisce a competere con quelle dei poeti o dei maestri del pensiero, ma dalla quale ho sempre tratto soltanto benefici.<br>\nIn conclusione, come se ne esce? Una nuova frontiera nel rapporto uomo-macchina sembra affacciarsi all\u2019orizzonte. Inerisce non tanto alla contrapposizione fra cervello biologico e cervello artificiale, quanto a una sorta di alleanza funzionale fra questi due pilastri della sfera cognitiva e di quella emotiva: mi riferisco alle nuovissime tecnologie che fanno capo alla <em>Brain Computer Interface<\/em>. Dato che non si riesce a riprodurre in modo adeguato il cervello umano, la nuovissima cibernetica (sar\u00e0 la quarta cibernetica?) \u00e8 costituita da componenti elettroniche impiantate nei corpi umani e connesse fisicamente ai terminali nervosi del corpo, i quali ricevono e inviano le informazioni a dispositivi esterni che possono cos\u00ec essere comandati direttamente dal cervello umano. Un cervello umano che, dall\u2019alto della sua estrema complessit\u00e0, usa il cervello artificiale come protesi per compiere le operazioni che in natura non riusciamo a svolgere con la potenza e la velocit\u00e0 di cui \u00e8 capace l\u2019intelligenza artificiale. Come finir\u00e0? Per ora sembra che il cervello umano \u2013 come anch\u2019io credo \u2013 la spunti, ma potrebbe finire anche come diceva Tommaso in riferimento a <em>fede e ragione<\/em>, dove l\u2019una era ancella dell\u2019altra: non rivali ma alleate, camminavano insieme verso la conoscenza.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Dott. Forleo, il suo La cibernetica italiana della mente nella civilt\u00e0 delle macchine (Prefazione di Luca Angelone, Universitas Studiorum, Mantova 2017) non pu\u00f2 prescindere dalla sua esperienza diretta in importanti centri di ricerca e di sperimentazione. Quanto di questa esperienza \u00e8 passato nel suo libro? 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