{"id":14407,"date":"2026-06-06T18:34:51","date_gmt":"2026-06-06T16:34:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407"},"modified":"2026-06-24T10:55:09","modified_gmt":"2026-06-24T08:55:09","slug":"italia-di-meta-800-e-oltre-la-lettera-sollecito-di-pilo-per-garibaldi-sostegno-massonico-britannico-alla-spedizione-de-i-mille-brigantaggio-legge-pica-condizioni-socia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407","title":{"rendered":"Italia di met\u00e0 \u2019800 e oltre: la lettera-sollecito di Pilo per Garibaldi, sostegno massonico-britannico alla spedizione de \u201cI Mille\u201d; brigantaggio (legge Pica); condizioni sociali e normative: cenni su istruzione minorile, lavoro e accesso elettorale."},"content":{"rendered":"\n<b>Il supporto di Gran Bretagna e Massoneria a I Mille, la preventiva missione in Sicilia e la lettera di sollecito di Rosolino Pilo a Garibaldi, l\u2019avversione dei Siciliani verso Napoli. <\/b>\n<br>\nL\u2019interesse del Conte di Cavour a intrattenere i migliori rapporti possibili con la Gran Bretagna, da decenni ben radicata nei porti liguri e toscani<span id='easy-footnote-1-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-1-14407' title='Alla Osteria dell\u2019Oca Bianca e della Graticola in Londra, i commensali massoni delle tre logge londinesi fondatrici della Gran Loggia di Inghilterra avevano brindato, il 24 giugno 1717, con vino italiano imbarcato a Livorno. '><sup>1<\/sup><\/a><\/span> risultava essere indubbio; ma, altres\u00ec quello di garantirsi il supporto dello imperatore Napoleone III\u00b0<span id='easy-footnote-2-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-2-14407' title='Fra l\u2019Imperatore dei Francesi e Costantino Nigra, esponente della diplomazia sabauda, dei rapporti di simpatia intercorrevano da tempo: infatti, avevano interscambiato stretti contatti per definire gli accordi di Plombli\u00e8res contro l\u2019Austria. Nigra, molto stimato in ambito europeo, aveva assunto il ruolo di braccio destro di Cavour: dalla nomina dello stesso a Presidente del Consiglio (1852) per il Regno di Sardegna, sino alla morte del medesimo (1861).'><sup>2<\/sup><\/a><\/span>: difatti, l\u2019assenso di entrambe queste potenze risultava indispensabile per la ipotizzata estensione del Regno e per la possibile, per\u00f2 tuttora eventuale, unificazione italiana. In un contesto politico cos\u00ec delicato e ben noto al Governo piemontese, la spedizione attivata in Liguria dai patrioti pi\u00f9 legati a Garibaldi non era Tale somma avrebbe stata impedita n\u00e9 ostacolata ma, ufficialmente, soltanto ignorata. Anzi, anche la effettuazione di un preventivo viaggio nell\u2019isola era stata stimata, pure da Cavour, funzionale alla conoscenza della reale propensione politica dei Siciliani. Dunque, occorreva una persona valutata di massima affidabilit\u00e0 e al contempo ben nota negli ambienti insurrezionalisti: poi individuata in Rosolino Pilo<span id='easy-footnote-3-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-3-14407' title='Rosalino Pilo (Palermo 1820 &amp;#8211; ivi 1860), pecora nera di una famiglia nobile e tradizionalista, conte, tuttavia repubblicano e massone, era gi\u00e0 stato promotore dei moti patriottici in Sicilia, Liguria e Romagna poich\u00e9 legato a Mazzini; conseguentemente, aveva dovuto recarsi da esule a La Valletta, a Londra e, infine, in Toscana.'><sup>3<\/sup><\/a><\/span>. Il quale era stato incaricato di ricontattare celermente quei molteplici siciliani, oltrech\u00e9 i vari stranieri attivi nei principali porti della Sicilia, per annunciare a loro la ormai prossima iniziativa di Garibaldi a sostegno della ribellione siciliana. Pilo era perci\u00f2 salpato da Genova, il 21 marzo 1860, con l\u2019amico Giovanni Corrao in modo occulto su una paranza del piccolo armatore Silvestro Palmerini e comandata da Raffaello Motto<span id='easy-footnote-4-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-4-14407' title='Raffaello Motto, nato a Viareggio nel 1828 e qui deceduto nel 1908, avendo ottenuto da autodidatta il grado di capitano di gran cabotaggio, si era dedicato prevalentemente ad attivit\u00e0 marinare. Lui, a met\u00e0 marzo 1860 si trovava nel porto di Genova con il piccolo armatore viareggino Silvestro Palmerini per la consegna di un carico di sansa; entrambi noti patrioti erano stati contattati dal mazziniano Felice Casaccia per trasportare 2 o 3 soggetti in Sicilia: tra loro anche Rosolino Pilo. Queste notizie e quelle successivamente evidenziate sono contenute in una sua Lettera, datata 18 marzo 1866, per Francesco Zannoni, inviata da Viareggio a La Spezia dove risiedeva questo romagnolo ed esule mazziniano. Tale Lettera &amp;#8211; reperita nello Archivio storico del Comune di Viareggio e illustrata dal presidente Fornaciari della Unitre di Viareggio a quella di Camaiore &amp;#8211; contiene \u201cle circostanze esatte che accompagnarono\u201d la traversata a Messina di Pilo con il fido Giovanni Corrao, anti-borboni e spericolato nei moti siciliani nel 1848.'><sup>4<\/sup><\/a><\/span>, entrambi \nviareggini. Questi due, noti a vari patrioti genovesi, si trovavano gi\u00e0 nel porto di Genova per consegnare un carico di sansa; l\u00ec, Felice Casaccia aveva contattato il sig. Palmerini e \u201cgli aveva\nproposto di condurre in contrabbando tre individui in Sicilia, per un nolo di appena 1.500 lire<span id='easy-footnote-5-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-5-14407' title='La barca denominata Madonna del Soccorso, propriet\u00e0 di Palmerini, era una paranza di circa 30 metri, a vela.'><sup>5<\/sup><\/a><\/span>\u201d Tale somma avrebbe dovuto compensare le spese per il personale come per ogni altra, quanto il rischio letale di essere scoperti dalle Marine o dalle Polizie papaline o borboniche: pertanto da schivare con cura. Quella somma era stata stimata \u201cben poca, ma\u201d da loro comunque accettata per quel \u201csiffatto viaggio\u201d chiesto da \u201cegregi giovani genovesi\u201d a favore di Pilo e Corrao: pur di garantire un apporto a tale iniziativa &#8211; concorde tutto l\u2019equipaggio &#8211; \u201ctrattandosi di un affare che riguardava l\u2019emancipazione della nostra Italia\u201d, come precisato da Raffaello Motto.<br>\nLa navigazione era proseguita abbastanza tranquilla sino al golfo di Follonica dove erano stati costretti a zavorrare quella barca utilizzando dei \u201csassi raccolti, a tuffo\u201d, in prossimit\u00e0 del piccolo porto maremmano di Portiglione, presso Scarlino. Suddetta imbarcazione, lunga meno di 30 metri, aveva lasciato l\u2019arcipelago toscano per poi costeggiare la Sardegna, navigare verso Procida e, malgrado una estenuante burrasca durata pi\u00f9 giorni, aveva raggiunto la Sicilia e infine gettato l\u2019ancora in localit\u00e0 La Grotta, prossima a Messina. Pilo avrebbe desiderato fare raggiungere Malta &#8211; territorio britannico &#8211; dalla medesima paranza: allo scopo di far ritirare circa sei-settemila fucili, predisposti proprio per la spedizione garibaldina e destinati a essere occultati presso Marsala. Evidentemente, accordi riservati intercorrevano con Londra dato che gi\u00e0 si sapeva dove la spedizione garibaldina avrebbe attraccato. Quindi, queste informazioni ci confermano: la opzione per il porto di Marsala rispetto a quello di Trapani, valutato pi\u00f9 infido a causa di correnti, di secche e di pi\u00f9 adeguate bocche da fuoco; il palese appoggio delle autorit\u00e0 inglesi alla iniziativa di Garibaldi; oltrech\u00e9 una almeno parziale programmazione a livello internazionale. Purtroppo, l\u2019illetterato Palmerini, armatore di quella barca, si era accorto soltanto dopo lo sbarco presso Messina di disporre dei documenti di un veliero dell\u2019Isola d\u2019Elba erroneamente acquisiti durante la sosta presso il porto di Portiglione; pertanto, la paranza versiliese non avrebbe poi potuto dirigersi a Malta. Perci\u00f2, Rosolino Pilo aveva redatto subito una lettera, rivolta ad Agostino Bertani e a Giuseppe Garibaldi, affidandola con estrema premura al comandante Motto. Pilo, nottetempo e armato, si era diretto poi a Messina e, alloggiando di volta in volta da persone fidate, verso la capitale siciliana; mentre Raffaello Motto aveva celermente risalito il Tirreno, da Messina sino a Pisa &#8211; per comunicare a soggetti fidati toscani la evoluzione degli eventi &#8211; e subito dopo a Livorno. Da questo porto, lui si era imbarcato su una nave francese e ne era disceso a Genova: per consegnare a Garibaldi la lettera che Rosolino Pilo aveva appositamente scritta prima di proseguire per Messina; subito affidatagli con l\u2019ordine di incontrare Garibaldi e perci\u00f2 di contattare appena giunto nel capoluogo ligure il fidato Bertani<span id='easy-footnote-6-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-6-14407' title='Agostino Bertani, medico milanese e patriota militante; laureato a Pavia grazie a una borsa di studio; lui era gi\u00e0 in stretto contatto con profughi siciliani e poi eletto alla Camera dei Deputati jn rappresentanza della Sinistra storica e repubblicana. Quell incontro \u00e8 accennato anche da: G. Bandi, &lt;em&gt;I Mille da Genova a Capua, &lt;\/em&gt;Torino, 1903, p.14.'><sup>6<\/sup><\/a><\/span>. \nQuesto aveva subito condotto Raffaello Motto presso la residenza del Generale per consegnargli la lettera di Rosolino Pilo, il quale aveva sollecitato lo stesso Motto a fornire al Nizzardo ogni informazione utile o che lui avrebbe potuto richiedere, come scritto e vivamente auspicato da Pilo, pur di indurre Garibaldi a supportare gli insofferenti siciliani: in effetti, \u201coccorrevano il suo nome e il suo braccio, altrimenti i siciliani sarebbero stati tutti sacrificati\u201d<span id='easy-footnote-7-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-7-14407' title='Cos\u00ec R. Motto che trascrive in suddetta &lt;em&gt;Lettera&lt;\/em&gt; le proprie parole rivolte con determinazione e nel timoroso silenzio degli altri presenti, tutti in apprensione e in attesa di una risposta rivelatrice sulle definitive intensioni del tuttora dubbioso Generale.'><sup>7<\/sup><\/a><\/span>, bench\u00e9 numerosi, molto determinati e tuttora attivi. Giuseppe Garibaldi ne era rimasto forse sorpreso poich\u00e9 si era \nrivolto a Raffaele Motto affermando: &lt;<ma se=\"\" stamani=\"\" ho=\"\" letto=\"\" in=\"\" un=\"\" giornale=\"\" che=\"\" il=\"\" movimento=\"\" sicilia=\"\" \u00e8=\"\" stato=\"\" tosto=\"\" represso\u2026=\"\">&gt;<span id='easy-footnote-8-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-8-14407' title='Per Motto, quelle configuravano delle notizie inattendibili (v. nota 4); probabilmente imputabili a una voluta disinformazione impostata dalle autorit\u00e0 degli Stati controinteressati rispetto alla ribellione antiborbonica in Sicilia, cosi come a qualsiasi supporto alla medesima.'><sup>8<\/sup><\/a><\/span>; a quelle asserzioni, Motto aveva replicato ed evidenziato come quelle notizie erano invece da reputare fasulle poich\u00e9 Messina era insorta subito dopo l\u2019arrivo di Corrao e di Pilo il quale, inoltre, stava accendendo la ribellione in tutte le localit\u00e0 in cui sostava durante il viaggio per dirigersi verso Palermo.<br>\nAllora il Generale \u201cincroci\u00f2 le braccia sul petto e crollando leggermente il capo con lo sguardo a terra mormor\u00f2 a mezza bocca\u201d interrogandosi quasi silente sulla Francia e su Cavour e \u201cmedit\u00f2 qualche momento in cui si rest\u00f2 tutti muti\u201d<span id='easy-footnote-9-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-9-14407' title='R. Motto, L&lt;em&gt;ettera, &lt;\/em&gt;cit. nota 4; lui e alcuni degli altri presenti garantivano fra i 3000 o i 4000 il numero dei volontari reperibili e gi\u00e0 disponibili per quella impresa; in merito, Garibaldi ne aveva stimato sufficiente invece solo un migliaio: per\u00f2 scelti fra o migliori.'><sup>9<\/sup><\/a><\/span>. Difatti e come noto, lui era indeciso se intervenire a sostegno della permanenza della sua Nizza nel Regno sabaudo, contrapponendosi all\u2019apposito plebiscito filo-francese che stava per essere organizzato &#8211; come concordato fra Napoleone II\u00b0 e il Re di Sardegna &#8211; nella Provenza, oppure se intervenire immediatamente a sostegno della insurrezione siciliana.<br>\nFinalmente, Garibaldi si era scosso &#8211; Motto continuava a raccontare nella <em>Lettera<\/em> da lui scritta a Zannoni &#8211; e con tono risoluto aveva chiesto ai presenti se loro lo avrebbero seguito; ottenuta una immediata e convinta risposta, aveva subito ordinato di convocare soltanto un migliaio di uomini per\u00f2 i pi\u00f9 validi, chiesto di procurarsi una barca di stazza e velocit\u00e0 superiori alla paranza nonch\u00e9 reperire delle armi. Infine aveva domandato quale porto avrebbe potuto essere pi\u00f9 adatto per l\u2019attracco della spedizione. I presenti avevano subito escluso Messina e Palermo perch\u00e9 troppo bene riforniti di soldati e cannoni, mentre erano stati ritenuti pi\u00f9 idonei due porti: Trapani e soprattutto quello di Marsala, indicato da Nino Bixio. Infine, tutti si erano intesi tra loro e attivati rapidamente per concretizzare il raduno dei volontari. Cos\u00ec riferiva Raffaello Motto nella sua <em>Lettera <\/em>spedita all\u2019amico Francesco Zannoni, residente a La Spezia. In merito a quella iniziativa piemontese-garibaldina, salpata da Quarto di Genova durante la notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, l\u2019interesse o quantomeno l\u2019attenzione della Inghilterra e della Francia &#8211; superpotenze di allora &#8211; appare evidente. Al riguardo, basta considerare l\u2019impegno di Napoleone III\u00b0 per impedire ogni minaccia allo Stato ecclesiastico e al Papa; quanto la convenienza dell\u2019Impero inglese a costituire uno Stato di media rilevanza ed amico al centro del Mediterraneo. Pertanto, la scorta a tutela dei volontari garibaldini effettuata dalla Sardegna verso la Sicilia sino in prossimit\u00e0 di Marsala &#8211; ma garantita dalla Marina militare britannica anzich\u00e9 da quella sabauda &#8211; non pu\u00f2 apparire casuale<span id='easy-footnote-10-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-10-14407' title='Il governo britannico disponeva di consoli nonch\u00e9 di agenti di commercio presso i porti e le citt\u00e0 principali, inoltre non pochi esponenti degli armatori, dell\u2019aristocrazia, degli imprenditori, dei massoni siciliani erano in contatto con loro; inoltre, durante alcuni viaggi di lavoro a Londra o visite alle logge inglesi o scozzesi, molti di loro peroravano convintamente la causa siciliana e italiana.'><sup>10<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nSi pu\u00f2 dunque presumere una preliminare concertazione politico-diplomatica, apparsa e confermata in tutta la sua rilevanza dall\u2019attracco quasi indisturbato dei piroscafi <em>Piemonte <\/em>e <em>Lombardo<\/em> avvenuto l\u201911 maggio 1860, nel porto semi-incustodito e quasi disarmato di Marsala nel quale stavano contemporaneamente pure operando due navi britanniche.<br>\nIn precedenza, i commercianti o i funzionari inglesi e molti siciliani, in contatto fra loro e con le autorit\u00e0 sabaude, avevano predisposto un terreno sociale assai bendisposto verso i Garibaldini in arrivo a Marsala. Questi &#8211; quasi tutti vestiti in borghese, per\u00f2 armati &#8211; avevano potuto cos\u00ec sbarcare senza subire attacchi dai pochi reparti borbonici presenti, disorientarli a causa dell\u2019abbigliamento e beneficiando di Francesco Crispi quale capo dei profughi e dei massoni siciliani partecipi a tale spedizione o comunque favorevoli &#8211; in loco &#8211; a una ulteriore insurrezione della Sicilia. Qui la insofferenza verso il governo borbonico si era davvero diffusa: \u201ctanto che l\u2019isola si sarebbe messa sotto l\u2019Inghilterra, la Russia, la Francia, sotto chi l\u2019avesse voluta pur di essere levata da dipender da Napoli<span id='easy-footnote-11-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-11-14407' title='G.C. Abba, &lt;em&gt;Storia dei Mille,&lt;\/em&gt; Bemporad, Firenze, 1923, p.18. Di fatto, la marina militare borbonica a Marsala, bench\u00e9 bene armata da cannoni e in buona parte gi\u00e0 motorizzata a vapore, spar\u00f2 tardivamente per non colpire due navi inglesi all\u2019ancora nel porto di Marsala e quando ormai i Garibaldini erano sbarcati; altres\u00ec, facilitati dall\u2019inconsistente intervento dell\u2019esercito e dell\u2019artiglieria del sovrano di Napoli. La condotta militare delle forze armate del re Francesco II\u00b0, dopo la battaglia di Calatafimi (15 maggio 1860), sarebbe risultata invece pi\u00f9 incisiva, tuttavia scoordinata oppure tardiva a Salemi ovvero incerta come a Palermo e addirittura rinunciataria a Milazzo.'><sup>11<\/sup><\/a><\/span>\u201d.<br>\nA Marsala, i Garibaldini avevano s\u00f9bito occupato l\u2019ufficio telegrafico dove un loro sagace tecnico, in modo tempestivo e minaccioso aveva imposto al telegrafista borbonico di inviare comunicazioni fasulle al sopra-ordinato ufficio di Trapani, per non allarmarlo.<br>\nLo stato-maggiore dell\u2019esercito delle Due Sicilie non aveva coordinato n\u00e9 contrapposto i propri comandanti in modo rapportato alla entit\u00e0 delle truppe n\u00e9 degli armamenti a loro imputati; n\u00e9 la \nincerta condotta della marina partenopea sarebbe apparsa perentoria e logica. Nel frattempo, quel migliaio di garibaldini avevano beneficiato quasi subito del supporto di circa 500 siciliani gi\u00e0 operativi a Marsala e successivamente di altrettanti giunti dai dintorni<span id='easy-footnote-12-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-12-14407' title='Il generale borbonico Francesco Landi era rimasto sorpreso dal numero di molti volontari siciliani accorsi a sostegno delle Camicie rosse; infine, mancando un coordinamento da parte del Comando militare di Palermo, aveva dovuto ritirarsi.'><sup>12<\/sup><\/a><\/span>. Inoltre, il supporto a Garibaldi stava giungendo da ogni ambito: tanto dalle famiglie pi\u00f9 benestanti, quanto da pastori, da picciotti, addirittura dal basso clero ovvero dai frati dialoganti con loro; in specifico, un monaco in abito bianco &#8211; come Cesare Abba racconta<span id='easy-footnote-13-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-13-14407' title='G.C. Abba, &lt;em&gt;op cit., &lt;\/em&gt;p.52.'><sup>13<\/sup><\/a><\/span> &#8211; aveva esternato e sollecitato la valutazione da parte di quelle Camicie rosse sulla probabile sussistenza di ulteriori effettive necessit\u00e0 diffuse tra le plebi: ossia i bisogni primari da ritenere non secondari rispetto alla esigenza consistente nella mera unificazione territoriale dell\u2019Italia. Obiettivo che, invece, la netta maggioranza dei patrioti unionisti riteneva indispensabile e preliminare per il successivo sviluppo della Nazione; anzi, tale obiettivo poteva sembrare alle truppe garibaldine condiviso anche dalle accresciute truppe di volontari poich\u00e9 accorsi numerosi sotto il nome di Garibaldi.\nLui, dopo uno specifico armistizio su Palermo e concordato con le autorit\u00e0 dell\u2019incerto re Francesco II\u00b0<span id='easy-footnote-14-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-14-14407' title='Sovrano peraltro indotto, sin da giovane, a essere poco fiducioso verso il proprio esercito. Difatti, il re di Napoli Francesco I\u00b0, assai scettico, aveva preavvisato il nipote futuro re Francesco II\u00b0: \u201cCaro ragazzo, vestili di bianco vestili di rosso; scapperanno sempre!\u201d, in: A. Dumas, &lt;em&gt;Napoli Borbonica&lt;\/em&gt;, Biblioteca TCI, Milano, 1997, p.101.'><sup>14<\/sup><\/a><\/span>, aveva proseguito la propria marcia. Questa non aveva trovato resistenza neppure \na Milazzo<span id='easy-footnote-15-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-15-14407' title='In questo porto e in accordo con Garibaldi, la Marina militare borbonica aveva imbarcato le proprie truppe di terra le quali, bench\u00e9 bene armate oltrech\u00e9 in buone condizioni, avevano ricevuto l\u2019ordine di desistere: ottenendo, al momento dell\u2019imbarco, gli onori sabaudi ma pure lo affiancato dileggio popolare; cos\u00ec G. Bandi, &lt;em&gt;op.cit&lt;\/em&gt;., p.163.'><sup>15<\/sup><\/a><\/span> e aveva raggiunto e liberato, il 27 luglio, la zona urbana di Messina apertasi allo arrivo della spedizione garibaldina la quale altres\u00ec aveva potuto contare sul sostegno del notabilato siciliano: il quale si stava dimostrando diffusamente filo-piemontese, poich\u00e9 comunque insofferente al dominio partenopeo cos\u00ec come della maggioranza popolazione che lo aveva accolto trionfalmente.<br>\nTuttavia, una parte dell\u2019esercito del Regno delle Due Sicilie aveva opposto una strenua prolungata resistenza &#8211; presso la roccaforte di Messina &#8211; contro le sopraggiunte truppe sabaude. Questo porto evidentemente strategico, tantopi\u00f9 in quella situazione, non era stato fornito di rinforzi; pertanto, i locali reparti non erano riusciti a impedire l\u2019attraversamento dello stretto omonimo ai reparti piemontesi e garibaldini. Azione avvenuta in assenza della marina militare napoletana, addirittura allontanatasi &#8211; condotta tenuta, sorprendentemente, pur avendo ricevuto tempestive notizie sulla partenza della spedizione di Garibaldi verso la Sicilia; cos\u00ec come sulla avanzata nell\u2019isola &#8211; mentre i resistenti nella fortezza di Messina ne avevano invece sollecitato l\u2019intervento; inoltre, gli stessi avevano dovuto assistere pure al supporto offerto dalla marina britannica alle truppe garibaldine per raggiungere la costa calabrese.<br>\nGaribaldi era intanto sbarcato in Calabria, il 19 agosto, con un numero di seguaci sempre pi\u00f9 consistente. Dopo avere iniziato le marce in direzione di Salerno e Napoli, la Spedizione ormai anche dalle truppe sabaude, era raramente pervenuta a battersi contro qualche reparto dell\u2019esercito borbonico; ci\u00f2 anche per la incertezza e dei suoi ufficiali, divenuti sempre pi\u00f9 spesso rinunciatari o attendisti<span id='easy-footnote-16-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-16-14407' title='L&amp;#8217;ultima prolungata resistenza dell\u2019esercito napoletano di re Franceschiello si era dimostrata, invece, dignitosa e purtroppo sanguinosa durante l&amp;#8217;arroccamento presso la fortezza militare di Messina. Le truppe borboniche avrebbero resistito in realt\u00e0 sino allo stremo, malgrado l\u2019ordine di ritirarsi sul continente intimato da Giuseppe Pianell ministro napoletano della guerra: peraltro senza fornirne motivo ai generali posti a difesa della estrema roccaforte siciliana, n\u00e9 fornendo mezzi navali adeguati per consentire ai loro residui e battaglieri reparti di potersi ritirare in sicurezza a Reggio Calabria. Lui sarebbe divenuto, infine, senatore del Regno d\u2019Italia dal 1871.'><sup>16<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nSuccessivamente i Mille &#8211; divenuti molte migliaia a seguito della adesione di volontari locali, poi strutturati da Garibaldi stesso nel c.d. Esercito meridionale &#8211; avevano proseguito verso la capitale del Regno delle Due Sicilie, dove generali e dirigenti avevano di fatto abbandonato il re Francesco II\u00b0 preparandosi ad accogliere Garibaldi e Vittorio Emanuele II\u00b0. Pertanto, le truppe garibaldine erano giunte a Napoli, il 7 settembre 1860, senza particolari difficolt\u00e0; malgrado la inesistenza di strade postali adeguate, per contro risultanti gi\u00e0 correttamente costruite: come risultava asserito invece dai documenti della ben poco affidabile Regia amministrazione borbonica di Reggio Calabria<span id='easy-footnote-17-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-17-14407' title='All\u2019epoca, 4\\5 giorni di viaggio erano necessari da Palermo a Messina, &lt;em&gt;idem&lt;\/em&gt; da Napoli per raggiungere Bari o Brindisi, una settimana occorreva per percorrere la viabilit\u00e0 Napoli-Potenza, quasi 10 gg da Napoli a Taranto; infatti, la carenza di ponti solidi, di strade non ripide o con ampia carreggiata, di manutenzioni sistematiche, di segnaletica adeguata, di zone di sosta attrezzate e sicure risultava essere la regola. \u201cNon c\u2019erano strade e da una citt\u00e0 all\u2019altra si andava ancora a schiena d\u2019asino, come nelle plaghe d\u2019Oriente.\u201d Cos\u00ec si pu\u00f2 leggere in: G. Fortunato, &lt;em&gt;Il Mezzogiorno e lo Stato italiano&lt;\/em&gt;, Laterza, Bari, vol. II, 1911, p.356.'><sup>17<\/sup><\/a><\/span>. Lo Eroe dei due Mondi era giunto nella capitale partenopea &#8211; trionfalmente accolto da ali di folla, la quale avrebbe votato al 99% per l\u2019unione al re sabaudo al successivo plebiscito datato 21 ottobre &#8211; addirittura in treno; utilizzando da Vietri sul Mare la tratta ferroviaria inaugurata e in esercizio appena dall\u2019agosto precedente. Tecnologia sviluppata in Gran Bretagna, diffusasi in Francia, in Prussia, in forte espansione in Europa e infine nel centro-nord italiano; mentre nel regno partenopeo configurava una limitata raggera intorno a Napoli: quasi uno sfizio del re o per la sua corte, pi\u00f9 che un programma di sviluppo ferroviario a fini commerciali o militari.<br><br>\n\n<b>Cenni sulla situazione civico-amministrativa: anagrafe, sanit\u00e0, trasporti, istruzione<\/b><br>\nCon riferimento ai servizi amministrativi esercitati negli stati pre-unitari, sino al XIX\u00b0 secolo, si riscontra un assetto che appare embrionale rispetto alla organizzazione di quei servizi che oggi siamo abituati a considerare necessari, ordinari e ben gestiti.<br>\nAll\u2019epoca, l\u2019anagrafe civile aveva sofferto di difformit\u00e0 normative nonch\u00e9 di perimetrazioni territoriali localmente rimaste incerte<span id='easy-footnote-18-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-18-14407' title='Soltanto tramite il trattato di Firenze nel 1844 &amp;#8211; conseguente agli accordi segreti del Congresso di Vienna &amp;#8211; i confini risultarono definiti fra Ducato di Parma, quello di Modena e il Granducato di Toscana al quale erano stati assegnati gran parte dei frazionati territori della Valle del Magra (Lunigiana) e della valle del Serchio (Garfagnana); poi attribuiti: in parte alle province di La Spezia o di Massa Carrara la prima; e alla provincia di Lucca la seconda. Confini non ancora ben definiti erano rilevabili pure fra Regno di Sardegna e Francia come fra Granducato di Toscana e Stato della Chiesa.'><sup>18<\/sup><\/a><\/span>. La popolazione, ammontante a oltre 22 milioni di persone alla fine del 1861, era poi stata quantificata dieci anni dopo &#8211; grazie a una raccolta di dati finalmente pi\u00f9 sistematica, con Lazio e Roma appartenenti dal 1870 al Regno di Italia &#8211; in oltre 27 milioni di abitanti; alcuni dei quali avevano gi\u00e0 iniziato a urbanizzarsi dove la industrializzazione stava sviluppandosi; in particolare, nel triangolo Torino, Milano, Genova<span id='easy-footnote-19-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-19-14407' title='R.D. 31 dicembre 1864, n\u00b02105, sui servizi anagrafici. Da evidenziare, in Italia, il fenomeno dell\u2019assai ridotto inurbamento della popolazione la quale, nel 1860, risultava prevalentemente dedita all\u2019agricoltura e perci\u00f2 sparsa nelle campagne italiane (per quasi il 70 %.) L\u2019inurbamento, invece, aveva raggiunto il 60% in Inghilterra e superato il 40% in Francia; nazioni gi\u00e0 industrializzate.'><sup>19<\/sup><\/a><\/span>.      \nIntanto, dopo la met\u00e0 del 1800, la industrializzazione e il commercio avevano comportato in Europa maggiori spostamenti per merci e persone, imponendo la costruzione di infrastrutture ferroviarie pure in Italia: da ultimo nello Stato Pontificio, dove la costruzione delle \u201cstrade- ferrate\u201d era stata autorizzata soltanto da papa Pio IX<span id='easy-footnote-20-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-20-14407' title='In specifico, la Roma-Frascati era stata inaugurata nel 1856, a seguito della sua la &lt;em&gt;Notificazione&lt;\/em&gt; datata 7\\XII\\1846; seguiranno le tratte Roma-Civitavecchia e Roma-Orte (1865); la linea da Firenze a Roma &amp;#8211; via Arezzo, Chiusi, Orte &amp;#8211; sarebbe stata ultimata dieci anni dopo e attivata il 15 novembre 1875. La densit\u00e0 ferroviaria risultava di 3 km per 1 kmq nel Centro-Nord, di 1 km per kmq nel Sud. Il governo italiano dar\u00e0 un impulso alle ferrovie dopo la presa di Roma: per unificare le ex-capitali alla nuova; oltrech\u00e9 per esigenze di difesa militare e di circolazione delle persone e delle merci.'><sup>20<\/sup><\/a><\/span>. Nella Penisola, complessivamente e prima del 1860, esse misuravano meno di 3000 km.; inoltre, in Italia, risultavano non ancora interconnesse sia a causa dei confini fra i sei stati centro-settentrionali sia per gli interessi commerciali o militari divergenti: poich\u00e9 alcuni di essi erano legati strettamente ai rapporti intercorrenti con Francia e Gran Bretagna, mentre per gli altri, con l\u2019Impero austroungarico<span id='easy-footnote-21-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-21-14407' title='In pochissimi decenni, le ferrovie erano divenute indispensabili pure in Italia per finalit\u00e0 commerciali o militari. Il treno era il mezzo del futuro, aveva entusiasmato i visionari della mobilit\u00e0, le diplomazie, i Capi di Stato e di Governo: la galleria del Frejus era stata inaugurata il 17 settembre 1871, sulla base di un accordo franco-italiano per collegare Londra e Parigi autonomamente alla Europa Orientale e mediterranea per disporre di una alternativa al percorso gi\u00e0 in esercizio ma politicamente inaffidabile: quello attraverso l\u2019Impero tedesco e quello austro-ungarico. Divenuto il pi\u00f9 veloce mezzo per il trasporto di merci, persone e reparti militari, il treno consentiva di collegare in poche ore o pochi giorni le capitali dell\u2019Europa occidentale con quella orientale ed offrire altres\u00ec la nuova e comoda offerta per un sempre pi\u00f9 diffuso ed elitario turismo internazionale. Sull\u2019argomento, si rinvia a: S. Dubois-Collet, &lt;em&gt;La Storia prende il Treno, &lt;\/em&gt;ADD Editore, Torino, 2021.'><sup>21<\/sup><\/a><\/span>. Il tracciato della linea da Milano verso Roma, era stato iniziato nel 1859; per\u00f2, soltanto nel 1861, aveva raggiunto Bologna: poi &#8211; malgrado la orografia accidentata &#8211; Pracchia<span id='easy-footnote-22-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-22-14407' title='La stazione di Pracchia era stata edificata al valico ferroviario posto a 616 m. s.l.m. Il treno vi giungeva da Pistoia dopo avere superato, tramite 26 km. di viadotti e gallerie, ben 550 metri di dislivello che &amp;#8211; presso le stazioni toscane &amp;#8211; richiedeva un binario sulla contro-rampa per consentire la ripartenza ai treni in salita. La linea era interamente a binario unico da Bologna a Pistoia e poi da Empoli verso Siena, Asciano, Monte Oliveto, Montepescali, Grosseto; tuttavia queste tratte costituivano l\u2019unico percorso utilizzabile, dal 1872 alla fine del 1875, dai treni Milano-Roma.'><sup>22<\/sup><\/a><\/span> infine Pistoia, nel 1864; per proseguire verso Firenze, Empoli, Siena (in esercizio dal 1849), Asciano (1859), Monte Antico (soltanto nel 1872), Grosseto (1864) Civitavecchia (1859) fino a Roma.<br>\n<br>\nAlcuni ulteriori indici gestionali rivelano, a cavallo del 1860, tanto la miseria socio-culturale quanto l\u2019arretratezza infrastrutturale di varie zone della Penisola.<br> \nL\u2019igiene pubblica e privata era assai trascurata, le fognature e le reti idriche risultavano spesso inesistenti o approssimative o scarsamente curate; la prevenzione sanitaria configurava una mera eventualit\u00e0, le vaccinazioni erano guardate con diffidenza o ritrosia; gli studi universitari di allora apparivano poco approfonditi nelle materie scientifiche e anche in medicina, dovunque l\u2019essenziale anestesia risultava primitiva o inesistente. I parti erano funestati da almeno un decesso nel 52% dei casi: ovvero, un neonato o una giovane madre perivano ogni due parti, dal Polesine all\u2019Appennino Meridionale; anche le condizioni dei ragazzi erano risultate drammatiche: a seguito visita medica di leva in alcuni distretti, quelli inabili al servizio militare, \noltrepassavano l\u201980% dei casi e ci\u00f2 dal Po al Simeto, a causa di carenze alimentari o delle massacranti condizioni di lavoro a cui erano stati sottoposti.<br>\nInoltre, gli studi risultavano arretrati come biologia, chimica e fisica o limitati alle materie umanistiche tradizionali; altres\u00ec, la istruzione pubblica risultava concentrato nei principali centri urbani<span id='easy-footnote-23-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-23-14407' title='R.D. 31 dicembre 1864, n\u00b02105, sui servizi anagrafici. Da evidenziare, in Italia, il fenomeno dell\u2019assai ridotto inurbamento della popolazione la quale, nel 1860, risultava prevalentemente dedita all\u2019agricoltura e perci\u00f2 sparsa nelle campagne italiane, quasi al 70 %. L\u2019inurbamento raggiungeva il 60% in Inghilterra e il 40% in Francia.'><sup>23<\/sup><\/a><\/span> mentre, in alcuni Stati pre-unitari, l&#8217;analfabetismo colpiva circa l&#8217;80% della popolazione: eccetto la classe nobiliare, l\u2019alta borghesia e ovviamente il clero, per il quale lo studio era obbligatorio da secoli. Dalla rilevazione della \u201cInchiesta Matteucci 1865-1866\u201d<span id='easy-footnote-24-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-24-14407' title='Carlo Matteucci (1811-1868) laureato in bio-fisica a Bologna, aveva studiato in Francia e Germania, era divenuto professore alla Universit\u00e0 di Firenze da dove si era allontanato preferendo un alto incarico presso le farmacie di Ravenna. Su segnalazione del professore berlinese Alexander Van Humboldt e per volont\u00e0 del granduca lorenese Leopoldo di Toscana aveva ottenuto l\u2019incarico di fisica sperimentale presso la Universit\u00e0 di Pisa; infine, Ministro della pubblica istruzione nel 1862, aveva sostenuto la uniformazione della scuola per tutta l\u2019Italia e in particolare dell\u2019insegnamento dell\u2019italiano come lingua nonch\u00e9 veicolo verso una effettiva unit\u00e0 nazionale.'><sup>24<\/sup><\/a><\/span> era emerso che i cittadini italiani capaci di esprimersi utilizzando un italiano corretto ammontavano al 2,5 per cento e quelli in grado di scrivere un italiano letterario ad appena lo 0,5 per mille della popolazione. Da evidenziare, in merito, il celebre statuto albertino il cui testo era scritto non in italiano bens\u00ec in francese: lingua allora veicolare in Italia come in Europa, altres\u00ec propria della aristocrazia e della diplomazia. Dovunque, sovente, si dialogava in dialetto o pi\u00f9 in francese che in italiano, come a Torino; analogamente, a Milano e Napoli dove si utilizzavano oltre alla parlata locale, rispettivamente, il tedesco e lo spagnolo. Lo studio della lingua italiana era appannaggio dei rampolli del nobile o del gentiluomo i quali, se benestanti, beneficiavano di un istitutore. Questo limite culturale era stato ben presto riconosciuto anche quale limite politico all\u2019unificazione effettiva della Penisola italiana. Per smussare suddetto ostacolo, alcuni ministri succedutisi al vertice del Ministero per la pubblica istruzione si erano impegnati per riformare l\u2019insegnamento scolastico e diffondere la lingua italiana.<br>\nIl ministro Michele Coppino era riuscito a imporre la istruzione di base per i bambini sino a nove anni. La sua riforma, per la prima volta avente aspetti anche sociali, prevedeva la obbligatoriet\u00e0 e la gratuit\u00e0 dell\u2019insegnamento elementare, oltre alla sua aconfessionalit\u00e0; perci\u00f2, aveva inserito le nozioni dei \u201cdoveri dell\u2019uomo e del cittadino\u201d al posto della religione, conformemente alla cultura laico-massonica, per\u00f2 non atea: pertanto, l\u2019insegnamento di questa materia era tuttavia ammesso nella scuola, ma soltanto a richiesta e senza incidere sull\u2019orario scolastico<span id='easy-footnote-25-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-25-14407' title='Legge 15 luglio 1877 n. 3961, nota come legge Coppino (1822-1901). Lui era nato da una famiglia umile ma, dopo gli studi in seminario, essendosi distinto per seriet\u00e0 e vivacit\u00e0 nello apprendimento, aveva ottenuto lo studio superiore gratuito ed era riuscito a laurearsi in Lettere, diventare docente universitario a Torino, presidente del Consiglio Superiore della P.I., parlamentare e, infine, Ministro della pubblica istruzione in quell\u2019anno.'><sup>25<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nSuddetta normativa aveva ovviamente e comunque ancor pi\u00f9 allarmato i molti rappresentanti conservatori della Chiesa cattolica, in un periodo in cui la massoneria italiana era stata capace di diffondersi e coinvolgere vari strati della popolazione inizialmente esclusi.<br>\nNella seconda met\u00e0 del 1800, il sodalizio massonico, difatti, si stava trasformando da circolo elitario e intellettuale in logge aperte alla accoglienza verso la nuova borghesia o la piccola nobilt\u00e0 (v. p.es.: la famiglia Bonaparte) nonch\u00e9 in una entit\u00e0 promotrice di un pi\u00f9 elevato e diffuso livello di istruzione, imperniato sulla libert\u00e0 di pensiero o sul pluralismo culturale e religioso. Impostazione che creava ulteriore attrito fra Chiesa cattolica e lo Stato post-unitario nel quale, all\u2019epoca, la cultura illuministica e massonica &#8211; quindi non atea per\u00f2 laica e liberale &#8211; dominava ricadendo appunto anche sul contenuto dei programmi scolastici: <em>in primis<\/em> la previsione o la esclusione della religione cattolica dalle materie ufficiali di insegnamento: principio conseguente una rigida separazione, all\u2019epoca, fra autorit\u00e0 religiosa e autorit\u00e0 statale.<br>\nIn effetti, la impostazione culturale promanante dalle logge massoniche verteva ancora sulla diffusione dei principi dell\u2019illuminismo divulgati, spesso, polemicamente e convintamente in contrapposizione alla dottrina delle autorit\u00e0 religiose che detenevano un quasi-monopolio della istruzione. Risultato peraltro quasi ovvio quando si considera e si riconosce la Chiesa cattolica come la istituzione che maggiormente aveva sviluppato, diffuso e radicato i centri di formazione: dal livello elementare a quello universitario. \nDa notare, al riguardo, che nello Stato Pontificio, nel Regno delle Due Sicilie e altres\u00ec nel Regno sabaudo, la istruzione universitaria era stata affidata ai Gesuiti; per contro, allontanati dal Granducato di Toscana<span id='easy-footnote-26-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-26-14407' title='Per disporre di una visuale pi\u00f9 ampia, si segnalano: P.E. Brovedani, &lt;em&gt;C\u2019erano una volta i Gesuiti in Toscana&lt;\/em&gt;, Archivio Stensen, Firenze, 2011; M. Vigilante, &lt;em&gt;Crudeli Tommaso&lt;\/em&gt;, in Enciclopedia Treccani, vol. XXI\u00b0, 1985.'><sup>26<\/sup><\/a><\/span>, cosi come da altri Stati cattolici europei, dopo la loro soppressione disposta da papa Clemente XIV\u00b0 nel 1773 e perdurata sino al 1814. I Gesuiti si erano indirizzati allora in paesi protestanti e ortodossi dove risultavano, invece, quantomeno tollerati.<br>\nCon riferimento alla situazione economica italiana, occorre ricordare che essa non era caratterizzata, soprattutto nel Meridione, dalla propensione alle innovazioni industriali; n\u00e9 per queste sussisteva &#8211; neppure al Centronord &#8211; una adeguata loro tutela finanziaria e giuridica nei confronti dell\u2019aggressiva imprenditoria tedesca, francese, inglese o statunitense<span id='easy-footnote-27-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-27-14407' title='Qui basta ricordare il motore a scoppio realizzato da Barsanti e Matteucci (1853), depositato a Firenze presso l\u2019Accademia dei Georgofili; azione documentale solida e certa, tuttavia insufficiente per ricavarne un brevetto giuridicamente ricognitivo e protettivo di quella invenzione nelle grandi Nazioni europee o negli USA, oltrech\u00e9 a tutela dei due inventori; analoga negativa esperienza aveva subito Antonio Meucci rispetto al suo telefono meccanico (1871) nei confronti del monopolio della Bell Telephon Company.'><sup>27<\/sup><\/a><\/span>. Inoltre, le capacit\u00e0 e modalit\u00e0 produttive applicate nelle attivit\u00e0 agricole, commerciali, estrattive erano restate quasi invariate dal medioevo; altres\u00ec, le attivit\u00e0 terziarie apparivano embrionali e i servizi infrastrutturali risultavano assai limitati rispetto a quelli esistenti nelle Potenze europee. \n<br><br>\n\n<b>Condizioni di vita da sopravvivenza, le prime norme su lavoro, istruzione, imprenditoria<\/b>\n<br>\nGi\u00e0 dopo la conclusione favorevole, per Casa Savoia, della spedizione garibaldina e l\u2019acquisizione da parte di Vittorio Emanuele II\u00b0 di tutti gli ex territori borbonici occupati, gli incontri fra esponenti politici, amministrativi, diplomatici ed economici convocati per sviscerare argomenti finanziari, infrastrutturali, organizzativi, militari, culturali o di politica estera avrebbero dovuto almeno trattare o affrontare alcune questioni sociali ormai evidenti. Di fatto, per\u00f2, gran parte dei notabili (aristocratici, professionisti, imprenditori, prelati, universitari, dirigenti pubblici, concessionari ovvero possidenti immobiliari) non si erano occupati o neppure avevano rilevato un\u2019altra Italia: quella che aveva continuato a sopravvivere in capanne oppure in \ngrotte, lottando contro la pellagra, contro la fame, contro la elevata mortalit\u00e0 post-parto o neo-natale ed infantile oppure contro la ormai percepita piaga dell\u2019analfabetismo.<br>\nIn specie, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie: la economia era basata, allora e da secoli, su una societ\u00e0 post-feudale nonch\u00e9 piramidale; la loro produzione derivava prevalentemente da attivit\u00e0 agricole, estrattive, marittime o silvo-pastorali, inoltre statiche e prive di adeguate infrastrutture logistiche a sostegno dei commerci: attivit\u00e0 tuttora fondate su modalit\u00e0 di sfruttamento tradizionali tanto dei territori quanto delle persone: tramite il latifondo, il sub-affitto spesso breve o il bracciantato.<br> \nRispetto al ceto benestante, il trascurato popolo minuto doveva contrapporsi alla saltuariet\u00e0 del lavoro e allo sfruttamento del medesimo: in particolare bracciantile, femminile o minorile. In merito, Minghetti e Luzzatti avevano attivato una inchiesta la cui relazione era stata presentata alla Camera durante il marzo 1886: in essa \u00e8 possibile scoprire entit\u00e0 numeriche quasi sconvolgenti. In particolare, i minori gi\u00e0 utilizzati pure nei lavori pesanti risultavano raggiungere talvolta il 15% degli addetti; in molte regioni italiane anche i maschi o pi\u00f9 spesso le femmine &#8211; con et\u00e0 inferiore ai 14 anni &#8211; risultavano adibiti in vari lavori in cui le mani minuscole erano preferibili: p.es., nelle filande, dove fanciulle oppure fanciulli erano utilizzati ad appena 10 anni. Mentre nella Sicilia mineraria addirittura bambini di 5 o 6 anni risultavano gi\u00e0 sfruttati, minando in tal modo la loro crescita fisica oltrech\u00e9 impedirne ogni istruzione. Nessun modo di impiego era escluso &#8211; sino al 1886 &#8211; neppure per loro, spesso impegnati anche in attivit\u00e0 richiedenti i turni di notte: in opifici tessili quanto in solfatare ovvero in fabbriche di fiammiferi, tipografie, panetterie oppure su pescherecci o in fabbriche di prodotti chimici<span id='easy-footnote-28-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-28-14407' title='M. Morello, Alle origini della tutela minorile nello stato unitario: la legge 11 febbraio 1886, n. 2657 a tutela dei bambini sfruttati, in: Italian Review of Legal History, n.8, 2019, Universit\u00e0 Urbino, passim.'><sup>28<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nNella seconda met\u00e0 del 1800, in Italia, il limite della giornata lavorativa non era ancora stato regolamentato: nelle fabbriche, si superavano le 12 ore raggiungendo sovente turni di14 o persino di 15 ore giornaliere; le attivit\u00e0 agricole erano svolte abitualmente in funzione delle stagioni naturali, dall\u2019alba al tramonto; neppure la et\u00e0 minima per poter prestare lavoro subordinato era stata fissata: solitamente, ogni minore di famiglia povera o misera doveva recarsi a lavorare ad appena 10 anni o addirittura anche molto prima.<br>\nLa \u201clegge Casati\u201d del 1859 aveva previsto, per la prima volta, l\u2019obbligatoriet\u00e0 della istruzione elementare per almeno due anni, per\u00f2 senza stanziare risorse adeguate. Soltanto la legge n\u00b0 3961 datata 15 luglio 1877, fortemente voluta dal ministro della Pubblica Istruzione Coppino, un liberale progressista, esponente della Sinistra storica, aderente alla massoneria torinese<span id='easy-footnote-29-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-29-14407' title='V. Gnocchini, L\u2019Italia dei Liberi Muratori, Erasmo, Milano- Roma, 2005, p.80.'><sup>29<\/sup><\/a><\/span> aveva esteso &#8211; anche per indirettamente tutelare infanzia e fanciullezza dallo sfruttamento lavorativo &#8211; tale obbligo a tre anni. Questa normativa aveva sostituito appunto lo insegnamento della religione cattolica con nozioni sui doveri dell\u2019uomo e del cittadino, inoltre, aveva assicurato la gratuit\u00e0 dell\u2019insegnamento primario tramite la fornitura di libri e quaderni nonch\u00e9 uno stipendio certo per gli insegnanti, bench\u00e9 a carico dei Comuni oltrech\u00e9 introdotto delle sanzioni a carico delle famiglie che non l\u2019avrebbero rispettata: presumendo in tal modo facilitare la frequentazione pure a bambine o bambini appartenenti alle famiglie pi\u00f9 commiserevoli. Tuttavia, dove la ignoranza e la insensibilit\u00e0 verso la istruzione dominavano, i genitori &#8211; a loro volta analfabeti, affamati, abbrutiti, ignoranti &#8211; da generazioni non mandavano i figli a scuola bens\u00ec ai lavori pi\u00f9 umili o sfruttabili sino dalla pi\u00f9 tenera et\u00e0. Soltanto il regio decreto-legge del 19 giugno 1899, aveva introdotto le prime norme sull\u2019orario della giornata lavorativa fissandone il limite a 12 ore<span id='easy-footnote-30-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-30-14407' title='La giornata lavorativa ordinaria per chiunque di 8 ore e la settimana di 48 ore erano state fissate solamente dal decreto-legge n. 692 del 15 marzo 1923, dunque allo inizio del periodo fascista.'><sup>30<\/sup><\/a><\/span>, introdotto il divieto di lavoro notturno per le donne e per i ragazzi non ancora quindicenni; tuttavia, quel decreto non prevedeva una applicazione in ambito generale poich\u00e9 era stato rivolto alla sola industria tessile, in particolare alle filande. Per gli altri rapporti di lavoro, quindi, esso costituiva unicamente una norma di riferimento interpretativo ed equitativo: perci\u00f2, non vincolante per i datori di lavoro.<br>\nSoltanto a seguito di alcuni accordi aziendali, faticosamente raggiunti dai dipendenti organizzatisi in sindacato o in base a normative successive &#8211; spesso finalizzate a garantire prioritariamente un periodo scolastico di base per i fanciulli ovvero per tutelare la maternit\u00e0 &#8211; si comincia a delimitare l\u2019orario di lavoro. Passo dopo passo, lo straordinario sar\u00e0 regolamentato tramite vincoli orari e retributivi; cos\u00ec era accaduto (accordo FIAT del 1902) per il divieto di impiego delle donne in prossimit\u00e0 o dopo il parto, per la previsione delle ferie retribuite e l\u2019aumento dell\u2019et\u00e0 necessaria per impiegare i minori. Tuttavia, invece, rimaneva la prassi \u201criduttiva\u201d nel retribuire il loro lavoro come quello femminile, cio\u00e8 con un salario limitato al 50% di quello riconosciuto a un maschio adulto<span id='easy-footnote-31-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-31-14407' title='Suddetta normativa era oltremodo lacunosa, in particolare in materia di sicurezza: gli infortuni erano solitamente imputati a distrazione o imperizia del lavoratore anche quando ancora fanciullo; inoltre la disparit\u00e0 retributiva risultava fondata sulla convinzione della maggiore forza fisica maschile perci\u00f2 correlata a una maggiore redditivit\u00e0.'><sup>31<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nLa effettiva applicazione di quelle norme doveva peraltro lottare contro la ignoranza sulle medesime da parte di chi lavorava, contro la secolare rassegnazione della plebe, contro l\u2019assenza di efficaci controlli sullo sfruttamento ancora ampiamente diffuso, soprattutto nel centro-sud e nelle miniere in Sicilia. Queste esasperanti situazioni lavorative o sociali erano note e riconosciute dai vertici dello ambiente politico? Marginalmente, inoltre, scarsamente considerate malgrado racconti espliciti come <em>Rosso Malpelo <\/em>del Verga<em>;<\/em> autore definito eretico rispetto a quel credo liberista, quasi confessionale rispetto al convincimento della crescita economica diffusa, certa e costituente la panacea di tutti i mali<span id='easy-footnote-32-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-32-14407' title='Per una acclarante descrizione del cointesto sociale meridionale, v.: V. Labanca, &lt;em&gt;Le memorie di una brigantessa&lt;\/em&gt;, Zacaria Editore, Lagonegro, 2003, &lt;em&gt;passim&lt;\/em&gt;.'><sup>32<\/sup><\/a><\/span>. A tale assioma, il ribellismo si contrapponeva nel Meridione, endemico e reiterato, durante i secoli: rimanifestatosi contro la occupazione napoleonica, in modo pi\u00f9 o meno intenso durante il periodo murattiano; ripetutosi nel biennio 1825-26 a causa della crisi economica e alimentare ma non aveva comportato effetti durevoli; neppure, infine, in occasione del tracollo del residuo Regno di Napoli a seguito della Spedizione dei Mille e il conseguente arrivo dell\u2019esercito e dei vertici amministrativi sabaudi.<br>\nIl fenomeno del brigantaggio sembrava dunque comprensibile alla classe politica e motivabile, in quanto esistente quasi per tradizione; questo convincimento era anzi rafforzato dalla opinione secondo cui delle interferenze straniere e anti-italiane lo stessero sollecitando. In effetti, quel fenomeno si era sviluppato soprattutto durante il primo periodo post-unitario. Tuttavia, il decennio 1860-1870 mostra la netta maggioranza &#8211; anche della societ\u00e0 pi\u00f9 istruita, pi\u00f9 ricca e pi\u00f9 intraprendente &#8211; quasi totalmente dedita a raccordarsi non per le questioni sociali sopra indicate, ma per perseguire comuni interessi economici oltrech\u00e9, per la completa unit\u00e0 territoriale italiana. La unificazione, infatti, continuava a essere presunta dal ceto liberale come il primario e indispensabile strumento per favorire la omogeneizzazione della intera Nazione; dalla quale sarebbe certamente derivato <em>faciliter et naturaliter<\/em> lo sviluppo completo nella nuova Italia. <br><br>\n\n<b>Il fenomeno del brigantaggio e la \u201clegge Pica\u201d<\/b>\n<br>\nIl notabilato, soprattutto quello centro-settentrionale, continuava a ignorare per disinformazione o a non considerare &#8211; causa la distanza o il disinteresse &#8211; i motivi effettivi che risultavano provocare oppure contribuire alla nota arretratezza di quei territori, alla quale si correlava il c.d. brigantaggio. Questo, in particolare, era percepito e concepito come una questione di mero ordine pubblico, quale manifestazione di una insofferenza diffusa o stimolata esclusivamente in alcuni ex-territori pontifici e borbonici. La emergenza di quel fenomeno, anzi, era prospettata &#8211; al fine di meglio giustificarla agli occhi della diplomazia internazionale &#8211; non quale rigetto da parte di una pi\u00f9 o meno consistente porzione degli abitanti dell\u2019ex Regno delle Due Sicilie verso la occupazione dei reparti militari di Casa Savoia, ma come una minaccia esterna e sostenuta da ex regnanti negli Stati pre-unitari o dai loro nostalgici sostenitori oppure da quella popolazione che si sentiva ancora pi\u00f9 legata al Papato il quale, in effetti, propendeva a favorire chi organizzava o concretizzava una qualsiasi opposizione al neo-costituito e contrapposto Regno sabaudo. Rispetto al brigantaggio, la maggioranza della Destra storica si era limitata ad approvare, nel 1863, la c.d. legge Pica<span id='easy-footnote-33-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-33-14407' title='Legge n\u00b01409 del 15 agosto 1863, questa consentiva una durissima e quasi incontestabile attivit\u00e0 militare, poi usata dal generale Cialdini anche contro la popolazione civile pur di reprimere le bande di briganti e i loro presunti \u201cmanutengoli\u201d: ovvero coloro che sarebbero stati considerati, in qualunque modo, fiancheggiatori del brigantaggio.'><sup>33<\/sup><\/a><\/span>: definita quale mezzo eccezionale e temporaneo di difesa da gruppi armati nelle province meridionali, finanziata a pi\u00f9 riprese utilizzando 1 milione di lire, era rimasta in vigore sino al 31\\12\\1865. Il conseguente intervento militare, inizialmente, era stato affidato a reparti dell\u2019esercito, dei carabinieri nonch\u00e9 dell\u2019artiglieria ma senza alcun controllo da parte di soggetti terzi; neppure di magistrati militari.<br>\nLa repressione di tale fenomeno era stata effettuata nel Meridione dall\u2019esercito italo-piemontese per sopprimere ogni soggetto ribelle<span id='easy-footnote-34-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-34-14407' title='L\u2019 articolo 2 della suddetta legge Pica prevedeva che per chi non aveva opposto \u201cresistenza alla forza pubblica\u201d l\u2019applicazione della pena dei \u201clavori forzati a vita e concorrendovi circostanze attenuanti il massimo dei lavori forzati a tempo\u201d; lo stesso articolo prevedeva le medesime pene per chi svolgeva attivit\u00e0 di ricettazione o somministrazione di \u201cviveri, notizie e aiuti di ogni maniera\u201d nei confronti dei briganti. L\u2019attenuazione, da uno a tre gradi della pena, era accordata (art.3) a chi si era gi\u00e0 costituito o si sarebbe volontariamente costituito entro 1 mese dalla pubblicazione della legge: questa doveva essere comunicata tramite bando in ogni Comune; in merito, per\u00f2, si segnala come le bande vivevano isolate o lontane dai centri abitati anche per settimane o per mesi; inoltre, i componenti erano solitamente analfabeti e dunque incapaci di leggere autonomamente il contenuto di quegli avvisi.'><sup>34<\/sup><\/a><\/span>; tuttavia, al contempo, aveva imposto alcune condizioni procedimentali e dei limiti operativi rispetto alla assoluta discrezionalit\u00e0 valutativa nonch\u00e9 al conseguente feroce intervento repressivo con cui le autorit\u00e0 dello esercito sabaudo avevano attivato una strenua lotta contro la guerriglia del brigantaggio. Entrambe erano state svolte inizialmente senza regole e senza alcun controllo su arresti, sequestri, carcerazioni, torture, fucilazioni o pi\u00f9 violente esecuzioni capitali applicate, non di rado reciprocamente e abusivamente, contro chiunque risultava essere o era solo ipotizzato tollerare o afferire comunque a una qualche attivit\u00e0 svolta dai militari o dai c.d. briganti.<br>\nLe loro bande erano originate da personaggi che, spesso, avevano commesso dei reati o si erano scontrati con la autorit\u00e0 costituita, con altri notabili ovvero con nobili locali, i quali avevano reagito alle violenze dei briganti: peraltro, dovute sovente a soprusi perpetrati da qualche \u201cgalantuomo\u201d nei confronti di quelli. Suddette reazioni a varie condotte violente differivano tra loro notevolmente. Mentre nobili e notabili o persone a loro prossime tendevano a rivolgersi all\u2019autorit\u00e0 costituita per esigere protezione, i briganti rigettavano ogni contatto e riconoscimento nei confronti della stessa. Questi, anzi, propendevano a farsi giustizia da soli; inoltre, questi ultimi tendevano a sopravvivere in territori selvaggi e isolati, di solito provvedendo al proprio sostentamento tramite il supporto della popolazione pi\u00f9 misera e distante da tutte le istituzioni pubbliche. Questa, spesso, vedeva o trovava in loro una forma di riscatto, di sostegno, di protezione oppure di ribellione rispetto all\u2019arroganza di alcuni appartenenti ai ceti benestanti, spesso proprietari &#8211; anzi padroni, da secoli &#8211; dei terreni, delle casupole o specie di grotte nonch\u00e9, di fatto, di quelle famiglie miserabili e semibarbare che tuttora le abitavano.<br>\nNon di rado, i briganti si autosostenevano provvedendo pure a compiere furti di beni o di denaro, devastazioni di propriet\u00e0 residenziali, sequestri <em>in itinere<\/em>, rapimenti a scopo di estorsione, minacce varie ai rari ma benestanti viaggiatori &#8211; magari senza astenersi da violenze o da stupri &#8211; oppure a eseguire omicidi per vendetta a danno di singoli o di famiglie aristocratiche, borghesi o presunte collaborazioniste. Sovente, di fatto, i medesimi agivano contro alcuni nuclei familiari o loro esponenti poich\u00e9 erano stati dei sostenitori napoleonici o borbonici, clericali o garibaldini ovvero piemontesi, poi caduti in disgrazia a seguito degli avvicendamenti politici ed erano stati per ci\u00f2 imprigionati, esiliati o persino uccisi. Cosicch\u00e9 molte di quelle loro propriet\u00e0 erano rimaste abbandonate o cadute in mano a gente che si era data \u201callo sciacallaggio: chi si appropriava di un pezzo di terra, chi di una casa chi\u201d di animali mentre \u201ci contadini litigavano tra loro a chi doveva arraffarne di pi\u00f9\u201d<span id='easy-footnote-35-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-35-14407' title='V. Labanca, &lt;em&gt;Le memorie di una brigantessa&lt;\/em&gt;, Zacaria Editore, Lagonegro, 2003, p.293.'><sup>35<\/sup><\/a><\/span>. La successiva reazione delle autorit\u00e0 piemontesi, soprattutto tramite l\u2019impiego dell\u2019esercito e addirittura della artiglieria non era risultata poi meno spicciativa e cruenta. Cosicch\u00e9 la esasperazione della popolazione locale in balia delle bande di briganti o della reazione dei \u201cpiemontesi\u201d, quella di alcuni deputati eletti nelle circoscrizioni meridionali allarmati o insofferenti rispetto alla condotta tenuta dalle parti contrapposte su loro territori elettorali, l\u2019opinione pubblica informata da articoli di giornali nazionali o stranieri, la esigenza del Governo piemontese di stroncare rapidamente il fenomeno del brigantaggio &#8211; ma soprattutto non farlo apparire come una resistenza popolare al neo costituito Regno d\u2019Italia &#8211; avevano comportato un intervento del Parlamento, risultato per\u00f2 inconcludente tra il 1862 e il \n1863. Perci\u00f2, il deputato Giuseppe Pica<span id='easy-footnote-36-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-36-14407' title='Giuseppe Pica (1813-1887), appartenente a una aristocratica famiglia abruzzese e appassionato giurista, aveva aderito al movimento liberal-costituzionale ed era stato eletto nel 1848, per L\u2019Aquila, al Parlamento partenopeo; poi sciolto a met\u00e0 del medesimo anno dal re Ferdinando II\u00b0. Pica, sostenitore dei valori costituzionali nonch\u00e9 della riforma della magistratura, era stato incriminato nello stesso 1848 per complotto contro lo Stato: condannato a 26 anni di carcere duro nel 1852, poi commutato da quel sovrano &amp;#8211; dopo 6 anni di detenzione &amp;#8211; alla pena dell\u2019esilio in America Latina. Grazie a Raffaele Settembrini, figlio del pi\u00f9 noto Luigi, lui era riuscito a raggiungere Londra divenuta un rifugio sicuro per i patrioti italiani. Rientrato in Napoli, nel 1860, successivamente all\u2019arrivo dei Garibaldini, a gennaio 1861 sarebbe divenuto componente, per la Destra storica, del nuovo Parlamento: quello italiano.'><sup>36<\/sup><\/a><\/span> aveva proposto una legge al riguardo, anche per sbloccare lo attrito interno ai partiti e la incertezza o la conflittualit\u00e0 fra parlamentari. Attento ai contenuti della relazione del generale A. La Marmora sul brigantaggio, l\u2019on. Pica, molto saggiamente si era opposto alla immediata estensione della leva militare piemontese nei territori ex borbonici, bench\u00e9 appartenente al medesimo partito di Cavour, proprio nella lungimirante convinzione di causare l\u2019incremento del brigantaggio: a seguito di quella decisione inattesa, incompresa e di durata eccessiva (5 anni poi ridotti a 4) soprattutto rispetto alle esigenze della produzione agricola stagionale nel Meridione. Evento, poco dopo, effettivamente avvenuto. La legge Pica configurava una normativa \u201cspeciale e temporanea\u201d per la lotta al brigantaggio e come tale non si conformava ai diritti garantiti dal vigente Statuto albertino. Sorprendente ma allora, era giuridicamente ammissibile: difatti, pur rappresentando il testo normativo di riferimento per l\u2019ordinamento statale sabaudo-italiano non costituiva una normativa di rango costituzionale; cio\u00e8 superiore a qualunque altra successivamente approvata dal Parlamento che a quella avrebbe poi dovuto conformarsi. Pertanto, all\u2019epoca, l\u2019Assemblea sabauda aveva ancora il potere di derogare o modificare anche lo Statuto albertino. In effetti, non esistevano n\u00e9 una normativa superiore alla quale ogni legge parlamentare avrebbe dovuto conformarsi per assicurare la propria legittimit\u00e0, n\u00e9 una autorit\u00e0 giurisdizionale addetta a verificare la conformit\u00e0 di ogni legge a ogni norma di rango costituzionale.<br>\nIn specifico, la citata legge 1409 derogava al principio di uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge (art.24, stat. alb.); nonch\u00e9 al principio consistente nel dover essere assegnati al giudice\n\u201cnaturale\u201d (art.71, stat. alb.)<span id='easy-footnote-37-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-37-14407' title='In estrema sintesi, il principio di uguaglianza davanti alla legge comporta, in caso di identica fattispecie l\u2019applicazione della stessa norma a qualsiasi persona senza distinzioni sociali, censuarie, etniche o religiose nonch\u00e9 nel rispetto di criteri interpretativi e regole processuali comuni e predeterminate; anzich\u00e9 l\u2019applicazione e quindi la sottoposizione &amp;#8211; per quelle stesse condotte tenute da altra persona &amp;#8211; non a quella legge comune ma a una legge speciale, spesso successiva all\u2019evento contestato nonch\u00e9 a una procedura arbitraria; inoltre, il testo \u201cc.d. Pica\u201d derogava alla assegnazione del giudizio su quella fattispecie al giudice naturale ovvero al magistrato predeterminato anticipatamente e riguardo a tutti i cittadini, competente in merito alla controversia che eventualmente gli sarebbe stata sottoposta; ossia due cittadini imputati di una identica violazione della legge di cui uno arrestato in territorio \u201cinfestato\u201d e l\u2019altro in territorio diverso, sarebbero stati sottoposti a procedure, criteri e giudici differenti: il primo a procedure, a pene e ad autorit\u00e0 militari, l\u2019altro a quelle della giurisdizione civile. In merito v.: M.C. Fiocca,&lt;em&gt; Ritorniamo alla legalit\u00e0. Leggi d\u2019eccezione e reato di brigantaggio in un caso di favoreggiamento nella Calabria postunitaria&lt;\/em&gt;, in: ORDINES, 2, 2019'><sup>37<\/sup><\/a><\/span> ed era applicata nei territori indicati come infestati da briganti: pertanto, chiunque si sarebbe trovato all\u2019interno de medesimi sarebbe stato destinatario \ndi quella normativa. Tale legge, sin dalla propria denominazione, aveva chiarito di volere configurare una nuova \u201cprocedura\u201d finalizzata alla repressione nelle \u201cprovince infette\u201d; dei camorristi e del brigantaggio inteso come attivit\u00e0 di almeno \u201ctre persone\u201d, \u201carmate\u201d e \u201ci loro complici\u201d che percorrono \u201cvie pubbliche o le campagne\u201d \u201cper commettere crimini o delitti\u201d (a.1, l. Pica). Suddetta espressione indicava genericamente l&#8217;attivit\u00e0 svolta da gruppi che si spostavano in aree pi\u00f9 o meno vaste sopravvivendo grazie a prodotti naturali, alla caccia, alla pesca o a offerte pi\u00f9 o meno spontanee della popolazione locale; ovvero sovente, depredavano beni, minacciavano violenze o sequestri ovvero taglieggiavano i commerci, le attivit\u00e0 produttive, il trasporto di denaro o di altri valori. Per questi soggetti, la legge prevedeva una specifica procedura repressiva per\u00f2 non pi\u00f9 affidata &#8211; in materia di brigantaggio &#8211; direttamente alle autorit\u00e0 dell\u2019esercito operanti nel Meridione, bens\u00ec assegnata alla competenza dei distinti Tribunali militari. Di conseguenza, le autorit\u00e0 poste al comando dei singoli reparti dovevano applicare questa legge astenendosi, adesso, dalle condotte spicciative o sovente letali, sino ad allora utilizzate per contrastare e condannare anche a morte i briganti o persino i loro presunti manutengoli. Le loro bande, di solito, avevano peraltro agito per prime in modo efferato, tanto contro i militari quanto &#8211; spesso &#8211; contro le nuove autorit\u00e0 civili e la cittadinanza inerme, la quale le aveva soltanto subite o accettate. La legge Pica aveva perci\u00f2 riconosciuto ai tribunali militari la competenza sulle pene pi\u00f9 gravi &#8211; dalla condanna ai lavori forzati, all\u2019ergastolo, alla pena di morte mediante fucilazione &#8211; davanti ai quali, tuttavia, l\u2019imputato di brigantaggio era di solito presunto colpevole anzich\u00e9 innocente, n\u00e9 poteva avvalersi della assistenza di un difensore. Inoltre, quella legge parlava esplicitamente di repressione del reato di brigantaggio senza darne una definizione specifica: presumendo imputabile di tale reato chi si spostava in gruppo di tre o pi\u00f9 persone, armate o non, nei territori definiti \u201cinfetti\u201d dal banditismo e cos\u00ec qualificati da un decreto attuativo<span id='easy-footnote-38-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-38-14407' title='R.D. n\u00b01414 del 20 agosto 1863 il quale, appena 5 giorni dopo la promulgazione della legge 1409 e su proposta del ministero per gli Affari dell\u2019Interno, aveva confermato \u201cinfette\u201d &amp;#8211; quasi a voler considerare quel problema una involontaria malattia &amp;#8211; le province del Regno di Napoli, eccetto quelle di: Teramo, Bari, Brindisi, Lecce, Taranto, Reggio Calabria, Napoli e la Sicilia; poi valutata interamente \u201cinfetta\u201d a causa della pi\u00f9 diffusa renitenza alla leva.'><sup>38<\/sup><\/a><\/span>, conferito al Governo, proprio dalla legge Pica. Questa prevedeva la facolt\u00e0 di assegnare sino a \u201cun anno di domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, ai camorristi alle persone\u201d soltanto \u201csospette\u201d secondo il codice penale di essere loro \u201cmanutengoli\u201d: ossia bastava venire considerati dei meri possibili fiancheggiatori di briganti per subire la suddetta limitazione di libert\u00e0. Inoltre, suddetto provvedimento restrittivo poteva essere imposto a seguito del semplice parere di una Giunta composta dal prefetto, dal presidente di tribunale, dal procuratore del Re e da due consiglieri provinciali (artt. 5 e 6, l. cit.): parere obbligatorio per\u00f2 non vincolante per l\u2019autorit\u00e0 governativa. Una particolare attenzione merita l\u2019art.7 della legge Pica; esso prevedeva la facolt\u00e0 per \u201cil Governo del Re\u2026 di istituire compagnie o frazioni di compagnie di volontari a piedi o a cavallo, decretarne i regolamenti, l\u2019uniforme e l\u2019armamento, nominarne gli ufficiali e bassi ufficiali ed ordinarne lo scioglimento.\u201d Questi volontari avrebbero ricevuto dallo Stato \u201cla diaria stabilita per i militi mobilizzati; il Governo per\u00f2 potr\u00e0 accordare un soprassoldo il quale sar\u00e0 a carico dello Stato\u201d. Suddette compagini composte su base volontaria avevano un duplice scopo: raccogliere soggetti che avrebbero voluto e potuto collaborare con le autorit\u00e0 locali dipendenti dal nuovo Stato italiano nonch\u00e9, specificatamente, meglio conoscere o controllare i personaggi e il territorio a livello locale. Di solito tali \u201ccompagnie\u201d erano state attivate dai vertici amministrativi, giurisdizionali e militari, spesso di estrazione piemontese o settentrionale insieme alle locali famiglie aristocratiche o composte da notabili del luogo. In suddette compagnie erano inquadrabili anche dei soggetti di varia provenienza non sempre raccomandabili; inoltre, esse erano sottoposte a ufficiali prescelti poich\u00e9 provenivano dalle famiglie pi\u00f9 favorevoli al regime sabaudo e interessate a riportare l\u2019ordine nelle zone in cui lo scontro fra le bande brigantiere e il nuovo esercito italiano aveva comportato condizioni di vita estremamente incerte e rischiose. Queste compagnie &#8211; denominate anche Guardie Mobili &#8211; riconosciute, armate e favorite dalle autorit\u00e0 statali, erano giunte a chiedere il supporto a tutta la popolazione, inclusa quella in contatto con dei malviventi e a ottenere dalle famiglie benestanti anche contributi in denaro: per assicurare qualche incentivo ai componenti delle \u201ccompagnie\u201d ovvero stanziare dei fondi con cui pagare le taglie che erano state poste sulla testa dei briganti \npi\u00f9 noti o pericolosi. Questi, pertanto, potevano essere ricercati per essere consegnati vivi o morti allo scopo di riscuotere la taglia. Tuttavia, poich\u00e9 il trasporto del cadavere era risultato talvolta difficoltoso, non poche compagnie avevano richiesto e addirittura ottenuto di poter consegnare alle autorit\u00e0 soltanto la testa mozzando il capo di quei cadaveri. Cosicch\u00e9, in taluni casi, poteva sussistere il sospetto sulla identit\u00e0 di un volto tumefatto o sfigurato dai colpi d\u2019arma da fuoco: esso avrebbe potuto effettivamente corrispondere non al brigante ricercato bens\u00ec a qualunque altro soggetto che quella \u201ccompagnia di volontari\u201d intendeva eliminare, per qualche motivo: per vendetta propria o magari su richiesta altrui<span id='easy-footnote-39-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-39-14407' title='V. Labanca, &lt;em&gt;op.cit., &lt;\/em&gt;pp.177-180; L. Michelacci, &lt;em&gt;Da \u201cNoi credevamo\u201d di A. Banti a \u201cLa Briganta\u201d di M.R. Cutrufelli: Letture novecentesche femminili dei nodi irrisolti dell\u2019Unit\u00e0&lt;\/em&gt;, in: Atti del Convegno, Le donne per l\u2019Italia. Il laboratorio bolognese, a cura di: E. Musiani e S. Salustri, B.U.P., 2011.'><sup>39<\/sup><\/a><\/span>. La repressione del brigantaggio dunque non si era fatta scrupolo di poter utilizzare degli strumenti giuridici e materiali sicuramente violenti, altres\u00ec malamente controllati quanto alla loro attuazione. La legge Pica, pur volendo porre un freno agli abusi precedentemente denunciati, consentiva modi di intervento eccezionali; altres\u00ec, essa non faceva riferimento ad altri strumenti meno violenti, magari ispirati da una politica avente una funzione preventiva; forse pi\u00f9 idonea a ridimensionare o estirpare quel diffuso fenomeno reputato comunque criminale anzich\u00e9 anche o soprattutto culturale e politico-economico. Inoltre questa legge faceva riferimento, per la prima volta in Italia, alla camorra ossia a una organizzazione ampiamente ignorata oppure sottovalutata dai parlamentari del Centro-nord sino allo esplicito riferimento di quel parlamentare abruzzese; bench\u00e9, talvolta, persino contattata ovvero utilizzata formalmente pure dai governanti meridionali. Infine, si pu\u00f2 rilevare un ulteriore limite proprio di questa normativa: avere inteso il brigantaggio come fenomeno di rilevanza locale anzich\u00e9 nazionale e perci\u00f2 averlo perimetrato &#8211; bench\u00e9 diffuso in varie regioni &#8211; soltanto nei territori delle province che il Governo centrale aveva poi considerate e qualificate \u201cinfestate\u201d da suddette bande.<br>\nQueste potevano risultare composte da alcune unit\u00e0 o da parecchie diecine di individui: abitualmente, si trattava di ricercati o evasi seguiti anche da parte delle loro famiglie; ovvero di vari perseguitati \u201clegittimisti\u201d identificabili in ufficiali o soldati filo-borbonici solitamente armati ma ormai sbandati; talvolta, invece, risultavano affiancate oppure supportate da residuali esponenti sanfedisti clerico-reazionari, tutti nostalgici del precedente sovrano.<br> \nSuddette bande non di rado erano integrate da notabili borbonici o in taluni casi da alcuni loro figli, in genere finanziate da baronie secolari che nutrivano \u201crabbia per le perdute posizioni di potere, odio verso nemici giunti al potere, fedelt\u00e0 alla Chiesa\u201d, alla curia cattolica e alla preesistente dinastia, pertanto prospettavano agli stessi briganti &#8211; cio\u00e8 ex contadini o pastori o braccianti fuggiaschi e privi di qualsiasi propriet\u00e0 &#8211; dei \u201cvalori e una bandiera\u201d condivisa nonch\u00e9 \u201cdi diventare protagonisti di una mobilitazione politica, di un arricchimento e di una crescita sociale\u201d<span id='easy-footnote-40-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-40-14407' title='Al riguardo, merita ricordare l\u2019ultimo Prefetto di Polizia del re Francesco II, Liborio Romano: reputato serio e affidabile, anche lui aveva indotto quel monarca a riparare nella ben protetta fortezza di Gaeta; al contempo, tramite atto formale, lui aveva affidato al capo della camorra napoletana l\u2019ordine pubblico urbano: in prospettiva dell\u2019arrivo in citt\u00e0 dei Garibaldini, \u201cin virt\u00f9 della sua autorit\u00e0 e del suo potere di controllo territoriale\u201d; Liborio Romano, infine, avrebbe concluso la propria carriera quale deputato nel Parlamento sabaudo. Cos\u00ec ricorda: G. Di Fiore, &lt;em&gt;Controstoria dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia,&lt;\/em&gt; BUR Milano, 2007, pag. 126'><sup>40<\/sup><\/a><\/span>. Inoltre, questi soggetti erano accumunati da una cultura religiosa tradizionalista, da una marcata insofferenza verso la occupazione dei loro territori e dall\u2019annessione avvenuta <em>manu militari<\/em> e peraltro senza dichiarazione di guerra da parte di quel re sabaudo, percepito quale sovrano distante e a loro estraneo oppure, addirittura, come invasore<span id='easy-footnote-41-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-41-14407' title=' C. Pinto, &lt;em&gt;Summa Giuseppe detto Ninco Nanco, &lt;\/em&gt;Dizionario dei Briganti d\u2019Italia, vol. 94, 2019. Dopo il 1860, le stime complessive sui briganti non sono omogenee: variando da 20.000 unit\u00e0 a oltre 60.000; la consistenza delle bande, invece, varia da poche unit\u00e0 a varie centinaia.'><sup>41<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nQuasi tutte quelle bande erano comandate abitualmente da uomini o talvolta pure da donne, diversamente percepite, tuttavia, dalla classe dominante in funzione delle regioni: in Sardegna, esse erano denominate <em>banditesse<\/em> poich\u00e9 considerate espressione di una manifestazione di delinquenza ordinaria; mentre, nel Meridione, esse erano invece chiamate <em>brigantesse:<\/em> in quanto considerate un fenomeno di delinquenza prioritariamente politica, poich\u00e9 in esplicito conflitto con il governo italo-piemontese. Suddette bande catalizzavano fuoriusciti latitanti o altri indigenti abituati ad alloggiare &#8211; spesso convivendo insieme a parenti o affiliati con gli animali &#8211; in stalle o in tuguri, per sopravvivere alla carestia oppure al freddo; sovente ogni componente era in fuga da un conflitto con qualche potente locale<span id='easy-footnote-42-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-42-14407' title='Sulla diffusione e sulla diversit\u00e0 delle varie forme di brigantaggio, anche per capire come questo fenomeno si era concretizzato nonch\u00e9 su come \u00e8 stato recepito dai contemporanei meridionali, si rinvia ai due testi evidenziati nella nota bibliografica: Scarafoglio &amp;#8211; De Luna e Fresi. Un sintetico cenno alla vita di uno dei briganti pi\u00f9 celebri ovvero Carmine \u201cDonatello\u201d Crocco (nato a Rionero in Vulture &amp;#8211; PZ, il 5 giugno 1830 e deceduto quale ergastolano a Portoferraio &amp;#8211; LI, il 18 giugno 1905) pu\u00f2 illuminare su alcuni aspetti delle condizioni in cui operavano i briganti e le loro bande. Lui aveva vissuto una infanzia povera ma serena e non misera finch\u00e9 il padre non era stato accusato ingiustamente di un tentato omicidio e quasi contestualmente la madre incinta aveva perduto un figlio a causa di un ingiustamente di un tentato omicidio e quasi contestualmente la madre incinta aveva perduto un figlio a causa di un\ncalcio sferratole da un possidente: ci\u00f2 era accaduto poich\u00e9 il piccolo Carmine era  stato trovato in prossimit\u00e0 di un cane morto e accusato di averlo ammazzato dal proprietario; questo, volendolo punire,  aveva cominciato a percuoterlo e la madre per proteggerlo si era interposta fra lui \u00e8 il proprietario del cane: cosicch\u00e9 colpita al ventre aveva subito un aborto, senza pi\u00f9 riprendersi da questo trauma: n\u00e9 fisicamente n\u00e9 psicologicamente, per cui aveva terminato la propria vita nel manicomio di Potenza. Crocco, memore di tale evento ma privo di risorse da versare in alternativa alla leva militare aveva dovuto accettarla. Per\u00f2, in caserma, aveva litigato e poi ucciso un commilitone per cui aveva dovuto darsi alla macchia. Ci\u00f2 non gli aveva impedito di avvicinarsi e frequentare il proprio paese dove aveva per\u00f2 ucciso un pretendente della sorella poich\u00e9 l\u2019aveva diffamata; pertanto, lui aveva dovuto allontanarsi di nuovo dal paese natio. Poi, lui aveva approfittato delle vicende conseguenti alla spedizione dei 1000 e si era aggregato alle truppe garibaldine dalle quali si sarebbe allontanato sentendosi nostalgico e lealista rispetto a re Ferdinando II\u00b0. Disciolto questo esercito e affiliatosi al brigantaggio, Crocco attaccava le truppe italo-piemontesi nonch\u00e9 aggrediva i ricchi fruitori delle strade rotabili. Arrestato nuovamente, condannato e incarcerato, lui era riuscito ad evadere pi\u00f9 volte riuscendo a costituire una delle bande pi\u00f9 numerose ed efficaci di tutto il Meridione capace du combattere contro l\u2019esercito sabaudo per circa quattro anni. Infine, tradito dal suo braccio destro &amp;#8211; forse per le represse ambizioni di questo ultimo, forse per denaro, probabilmente per questioni di gelosia &amp;#8211; era stato condannato all\u2019ergastolo e imprigionato definitivamente nel carcere di Portoferraio. Su questo personaggio, v.: C. Pinto, &lt;em&gt;Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola&lt;\/em&gt;, Laterza, Bari, 2022.'><sup>42<\/sup><\/a><\/span> o con una comunit\u00e0 nonch\u00e9 da qualche accoltellamento al quale aveva partecipato o soltanto assistito oppure da qualche ingiustizia subita, magari nuova causa di ulteriori violenze.<br>\nPer alcuni anni, la questione meridionale e il correlato brigantaggio erano emersi sulla stampa o a un qualche livello politico; tuttavia, quest\u2019ultimo lo aveva valutato come un fenomeno diffuso soltanto in parte di Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia e Lucania. Tale fenomeno, tuttavia anche allorch\u00e9 percepito, era configurato come una vergogna interna da tenere nascosta in ambito nazionale ed europeo; oppure, era ritenuto un problema internazionale: soprattutto rispetto all\u2019Austria o alla Francia poich\u00e9 tutrici del residuo Stato della Chiesa; ovvero alla Spagna poich\u00e9 legata da storia e genealogia all\u2019ex sovrano borbonico il quale non aveva rinunciato al suo regno. Francesco II\u00b0, di fatto, si era rifugiato e appoggiato ai suoi contatti presso la Curia romana; l\u2019uno e l\u2019altra, inoltre, valutavano se supportare quei briganti ancora fedeli a loro. In effetti, un\u2019ampia percentuale dei briganti manifestava il tradizionale rispetto verso l\u2019ex re Franceschiello o il clero; mentre altri avevano optato per divenire membri dell\u2019armata garibaldina o dell\u2019esercito sabaudo oppure continuare una vita da autonomo fuorilegge.<br>\nNaturalmente, una simile situazione di incertezza sull\u2019ordine pubblico, ossia su chi effettivamente comandava nei territori gi\u00e0 appartenuti all\u2019ex Regno di Napoli, emergeva con tutta evidenza. Per ci\u00f2, se da una parte la Spagna aveva tentato di costituire un supporto militare inviando il generale Jos\u00e8 Borjes per coinvolgere gli stessi briganti simpatizzanti per il ripristino della corona borbonica, dall\u2019altra si era attivata pure la Francia che aveva inviato un certo De Langlois per rivendicare quei territori gi\u00e0 assegnati a Murat.<br>\nDurante una apposita riunione i diversi capi del brigantaggio non trovarono un accordo su come operare, su come coordinarsi n\u00e9 su chi avrebbe assunto il comando di quella iniziativa: n\u00e9 tra \nloro, n\u00e9 con i rappresentanti del monarca francese o di quello spagnolo; pertanto, quella tentata\niniziativa ovviamente non era giunta a compimento<span id='easy-footnote-43-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-43-14407' title='Pertanto il territorio dell\u2019ex Regno di Napoli, non era pi\u00f9 oggetto di contesa tra Francia e Spagna &amp;#8211; rispettivamente nel proprio interesse o nell\u2019indiretto interesse di Francesco II\u00b0 &amp;#8211; esso, invece, era in tal modo rimasto e poi era stato consolidato nelle mani di Vittorio Emanuele II\u00b0. Assai diversa risulta la sorte dei principali interpreti di questa vicenda: il francese ritorn\u00f2 nella sua Nazione riprendendo il ruolo di funzionario di medio spessore e di media carriera; il generale Borjes, convinto di riuscire a raggruppare varie bande e sostenitori anche aristocratici di re Francesco II, tent\u00f2 delle iniziative militari; poi, invece, abbandonato dai briganti, costretto a desistere e infine, catturato insieme agli ultimi compagni l\u20198 dicembre 1861 prima di raggiungere lo Stato Pontificio, dai reparti dell\u2019esercito italiano, era stato subito fucilato. Crocco autodefinitosi \u201cgeneralissimo dei briganti\u201d si era ritirato nelle zone a lui pi\u00f9 note, in quanto abbandonato dalle principali bande brigantiere che operavano dalla Calabria allo Abruzzo; infine, costretto a rifugiarsi nello Stato pontificio, era stato arrestato e poi consegnato alle autorit\u00e0 sabaude e da loro condannato all\u2019ergastolo.'><sup>43<\/sup><\/a><\/span>. Anzi, essa pu\u00f2 essere considerata l\u2019ultimo tentativo per ricostituire il Regno di Napoli sotto la dinastia dei Borboni o sotto l\u2019influenza francese; ma, altres\u00ec, l\u2019inizio del lento ridimensionamento peraltro del brigantaggio nell\u2019Italia meridionale.<br>\nIl professor Villari &#8211; napoletano naturalizzato toscano, accademico di storia, pure lui massone contemporaneo di quegli eventi &#8211; aveva qualificato le condizioni in cui stavano le classi inferiori \u201cvergognose per un popolo civile\u201d ed evidenziato come quel brigantaggio, bench\u00e9 sostenuto dalla componente pi\u00f9 reazionaria e filo borbonica, avrebbe potuto essere qualificato spontaneo: in quanto continuava a sopravvivere poich\u00e9 molti briganti non intravedevano altre alternative alla fame n\u00e9 alla miseria; inoltre, le cause che lo provocavano non risultavano contrastate: a causa dell\u2019assenza di adeguate politiche sociali da parte dei vari governi che continuavano a non fornire dei supporti economici; n\u00e9 a distribuire almeno piccole unit\u00e0 agricole e potenzialmente produttive, neppure assegnando porzioni dei beni demaniali acquisiti dall\u2019ex Regno delle Due Sicilie o quelli sottratti alle propriet\u00e0 ecclesiastiche. Lo stesso intellettuale aveva sostenuto, in varie sedi istituzionali, la necessit\u00e0 di garantire a quelle plebi un minimo di cultura, di formazione lavorativa oltre a una qualche fonte di reddito; altrimenti, avrebbero ancora potuto si ricostituirsi nuovamente in minacciose e strutturate bande armate. A seguito di simili considerazioni, anche Peruzzi e Sonnino &#8211; esponenti con Ricasoli della Destra storica toscana, socialmente pi\u00f9 sensibile &#8211; avevano stimato possibile la esistenza, fra tutti quei bisognosi, di soggetti ricettivi rispetto a una proposta di lavoro remunerativo. Gli stessi erano giunti poi a riconoscere che l&#8217;avidit\u00e0 di pochi ricchi e le penose condizioni dei pi\u00f9 erano causa di risentimento diffuso tra la plebe verso i ceti dominanti, oltrech\u00e9 causa di un connesso sostegno ai briganti &#8211; per tradizione &#8211; ignoranti, criminali, arcaicamente superstiziosi, refrattari o avulsi o indifferenti rispetto a ogni impegno unitario; tuttavia, bisognosi di una qualche prospettiva. Perci\u00f2 i tre politici, insieme a Pasquale Villari<span id='easy-footnote-44-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-44-14407' title='Pasquale Villari, &lt;em&gt;Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia&lt;\/em&gt;, Firenze, 1878, p.176. Questo celebre storico (nato a Napoli, il 3 ott.1827) e fiorentino di adozione (morto a Firenze, il 7 dic.1917) era divenuto professore (1859) alla Universit\u00e0 di Pisa e presso quella di Firenze, Direttore della Scuola Normale Superiore (1862-1864) membro &amp;#8211; fra altri incarichi &amp;#8211; del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione o della sua Giunta (1865-1902), ministro della Pubblica Istruzione (1891-92) nonch\u00e9 Presidente della Accademia dei Lincei (1902-1904). Lui aveva frequentato l\u2019ambiente liberale e internazionale partenopeo e qui aveva partecipato ai moti de 1848, per cui era stato pure arrestato e poi rilasciato. Conseguentemente, si era stabilito a Firenze e aveva collaborato con la Casa editrice Le Monnier. Contrario alla politica repressiva e violenta di Crispi, si era affiancato al conservatore ma riformista Sidney Sonnino, con il quale condivideva l\u2019interesse per la questione meridionale e lo sviluppo fisiocratico per il medesimo oltrech\u00e9 una posizione anticlericale e antisocialista.'><sup>44<\/sup><\/a><\/span>, avevano indicato la mezzadria &#8211; tipico contratto agrario del Granducato e diffuso nel Centro-nord Italia &#8211; poich\u00e9, senza trasformarli in imprenditori puri, essa avrebbe potuto prospettare un loro coinvolgimento lavorativo quale principale proposta alternativa e probabilmente risolutoria rispetto alla primaria fucina di briganti: il bracciantato. Questo, infatti, configurava un lavoro temporaneo o al massimo stagionale, svolto a distanza dall\u2019abitazione, incerto poich\u00e9 rapportato all\u2019abbondanza o alla scarsit\u00e0 delle coltivazioni e dei raccolti, alle condizioni di salute di ogni singolo bracciante, spesso costretto a conformarsi allo sfruttamento dei subaffittuari e altres\u00ec ai ricatti del caporalato. \nLa mezzadria, invece, garantiva una casa munita di pi\u00f9 stanze, la manutenzione straordinaria a carico del proprietario, almeno una stalla distinta oppure separata dalla abitazione, una alimentazione di sussistenza comunque reperibile per quel nucleo familiare oltre alla met\u00e0 del reddito prodotto da quei contadini, una durata contrattuale di solito pluriannuale perci\u00f2 pi\u00f9 favorevole a investimenti e a migliorie, una pi\u00f9 comoda prossimit\u00e0 dell\u2019abitazione a quei terreni coltivati resi pi\u00f9 produttivi da una prolungata permanenza sui medesimi, i quali risultavano in tal modo gestibili dalla intera famiglia anche in caso di malattia o di infortunio di un suo componente. Inoltre, un comune interesse era insito nel contratto di mezzadria<span id='easy-footnote-45-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-45-14407' title='In base a questo contratto, il reddito era ripartito al 50%; per\u00f2, con la riforma contenuta nella legge n. 756 del 15 settembre 1964, la quota del reddito spettante al mezzadro era salita al 54 % rispetto a quella scesa al 46 % del proprietario. Decisione del legislatore che aveva in tal modo voluto evidenziare il maggior valore riconosciuto dalla Costituzione repubblicana all\u2019attivit\u00e0 lavorativa rispetto al conferimento padronale della propriet\u00e0 immobiliare.'><sup>45<\/sup><\/a><\/span>: in effetti, quello era rivolto ad accordi fra le parti finalizzati a eventuali investimenti sul medio termine, idonei a prospettare successive incrementali risorse, dunque un ipotetico maggiore reddito di cui il padrone e il mezzadro avrebbero potuto godere reciprocamente.<br>\nNel Meridione peninsulare, invece, i terreni incolti bench\u00e9 produttivi rimanevano spesso abbandonati o poco sfruttati anche quando occupati dai briganti poich\u00e9 loro risultavano incapaci di raccordarsi, di organizzare una agricoltura privata o collettiva pi\u00f9 integrata e produttiva, di sostituirsi alle baronie o potentati locali di solito parassitari e mal sopportati. N\u00e9 essi risultavano in condizioni di attivare canali di vendita per quanto eventualmente prodotto, poich\u00e9 i potenziali scambi commerciali di quelle bande risultavano difficoltosi o bloccati, essendo ricercate o circondate &#8211; tra il 1860 e il 1870 &#8211; dai vari reparti dell\u2019Esercito e dei Carabinieri schierati, con oltre 100.000 militari, nel Centro-Sud.<br>\nLe bande, concentrate fra Foggia, Avellino, Potenza, Matera e Cosenza ammontavano a parecchie centinaia. Esse risultavano composte da gruppi che accorpavano qualche brigante o alcune diecine ovvero centinaia di soggetti, tutti armati. Sino a met\u00e0 degli anni \u201970, molte attraevano dei giovani che volevano evitare, in Sicilia ancor pi\u00f9 che altrove, la nuova leva militare pluriannuale e resa obbligatoria  (introdotta sul modello sardo dalla legge n\u00b0696 del 1862) o dei pregiudicati o dei fuggitivi, dei disertori, talvolta perfino delle donne e dei ragazzi: persone tutte ignoranti, superstiziose, senza alcuna fiducia nella legge o nella giustizia dello stato borbonico alla quale erano disabituate o contrapposte; per\u00f2, ancora meno in quello sabaudo percepito diffusamente addirittura nemico. Occorre, inoltre, ricordare che neppure le bande di briganti si erano astenute da compiere nefandezze giungendo a inimicarsi la cittadinanza, sino ad essere segnalate dalla stessa alle nuove autorit\u00e0; soprattutto dai notabili di quei centri abitati assaliti e terrorizzati da bande brigantiere &#8211; di diecine o centinaia di persone &#8211; dei quali esse avevano fatto talvolta <em>tabula rasa<\/em>. A ci\u00f2 conseguiva, contro quelle masnade, la violenta repressione dell\u2019esercito piemontese-italiano; questa si caratterizzava, a sua volta, pure da una da fucilazioni e cannoneggiamenti rivolti anche contro paesi o cittadini che le autorit\u00e0 militari reputavano avere sostenuto in un qualunque modo, in Sicilia come in Irpinia, qualche gruppo di ribelli. La classe politica di allora riteneva e affrontava il brigantaggio come un generalizzato fenomeno criminale, ispirato e foraggiato soprattutto dalla curia del Papa e dalla corona dei Borboni; quindi, da un supporto straniero a quelle bande che occorreva eradicare militarmente. In merito, il ceto politico dominante non rifletteva su come stimolare, in alternativa, iniziative per creare posti di lavoro e diffondere un minimo di istruzione; mentre la borghesia e l&#8217;aristocrazia del Sud, spesso signorili ma apatiche poich\u00e9 abituate a vivere nella agiatezza e senza faticare, apparivano sovente estranee o refrattarie oppure controinteressate alla mentalit\u00e0 liberale o liberista, ormai diffusa fra i patrioti centro-settentrionali. A seguito della rapida conclusione della spedizione dei Mille, i vertici politici neppure si erano confrontati su come evitare lo sbandamento di qualche reparto dell\u2019esercito borbonico o su come fronteggiare \nle preesistenti \u201cbande regolari\u201d: ovvero quelle composte da fuorilegge, gradite e coadiuvate dai\ngenerali del re di Napoli, le quali avevano gi\u00e0 praticato la guerriglia contro la Repubblica napoletana e poi contro le autorit\u00e0 napoleoniche. Esse erano riemerse, infine, come gruppi di briganti, partigiani dei Borboni o del clero pi\u00f9 conservatore, per ostacolare la risalita dei Mille o la discesa dei Piemontesi. I quali avevano da subito agito brutalmente per eliminarne il maggior numero possibile dei briganti, spesso giovani: uccisi durante gli scontri a fuoco o fucilati inizialmente senza alcuna fase processuale oppure, dopo la legge del 1863, a seguito di processi svolti da magistrati dell\u2019esercito, caratterizzati da istruttorie notoriamente sommarie<span id='easy-footnote-46-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-46-14407' title='Fra i sei capi delle pi\u00f9 consistenti bande, cinque briganti erano caduti in scontri contro l\u2019esercito sabaudo o fucilati trentenni o poco pi\u00f9 che ventenni. Una Commissione d\u2019inchiesta sul brigantaggio era stata istituita dalla Camera dei Deputati nel 1862; in merito, Alfonso la Marmora, all\u2019epoca prefetto di Napoli, aveva risposto alla medesima affermando che fra il 1861 e il 1863 erano stati uccisi oltre 7000 briganti.  C. Ceccuti, &lt;em&gt;Ricasoli, Villari, Sonnino e la questione meridionale&lt;\/em&gt;, Atti Universit\u00e0 Salerno, 2014.'><sup>46<\/sup><\/a><\/span>. Questa legge anti-brigantaggio promossa dal deputato Giuseppe Pica, anche per limitare i precedenti abusi compiuti da i pi\u00f9 spicciativi comandanti militari combattenti, prevedeva nei territori decretati come &#8221;infestati&#8217; da bande, la competenza dei Tribunali militari. Tale legge era stata estesa anche alla Sicilia dalla fine dell\u2019estate del 1863; qui tuttavia, quella legge era stata applicata anzitutto per contrastare la marcata e diffusa renitenza al servizio di leva. Verso la fine degli anni \u201860 del XIX\u00b0 secolo, il grande brigantaggio era stato comunque ridimensionato: dagli scontri armati, dalle fucilazioni sommarie, da cause naturali come dalla carenza di cibo, dalla mancanza medicine e vestiario, dall\u2019assenza di organizzazione fra bande o all&#8217;interno delle stesse, dalla scarsa consistenza dei residui legittimisti anti-Savoia, dalla emersa comprensibile reciproca diffidenza fra briganti e baroni, dal progressivo inserimento sul territorio meridionale di reparti dello esercito e del poliziesco controllo di prefetture \u201cpiemontesizzate\u201d o dalla acquisizione ormai di molti funzionari ex-borbonici negli apparati governativi sabaudi. Inoltre, nella popolazione, la rassegnazione emergeva provocata dalla generica repressione militare o amministrativa effettuata nelle varie regioni meridionali, dal pessimismo primitivo e secolare delle masse rurali che non intravedevano pi\u00f9, neppure nel brigantaggio, alcuna aspettativa: identificabile nell\u2019affidamento pluriannuale di terreni produttivi per garantire alimenti o introiti integrativi tramite semplici produzioni agricole o piccole attivit\u00e0 commerciali correlate. Tuttavia, invece &#8211; causa la mancata ripartizione fra le comunit\u00e0 pi\u00f9 diseredate di almeno una parte dei latifondi produttivi, delle terre demaniali o almeno di quelle incolte &#8211; una progressiva emigrazione si diffondeva fra i soggetti pi\u00f9 disperati ma non violenti, ora scettici per aver confidato inutilmente nelle aspettative emerse con l\u2019arrivo di Garibaldi. L\u2019amministrazione sabauda infatti, aveva posto in vendita migliaia di ettari di terreni per fronteggiare il debito pubblico decuplicato tra il 1848 e il 1860 a causa delle spese per le guerre di indipendenza. Queste terre derivanti dal demanio statale, ecclesiastico e comunale erano state suddivise per\u00f2 in consistenti e onerosi lotti, pertanto non alla portata di chiunque; cosicch\u00e9 erano poi stati acquisiti da chi gi\u00e0 disponeva di risorse sufficienti a comprarli. In tal modo, le famiglie pi\u00f9 povere non avevano potuto diventarne proprietarie: anzi, avevano perduto perfino la possibilit\u00e0 di fruire dei prodotti naturali spontanei, di certo residuali ma ricavabili nei terreni precedentemente demaniali e adibiti, da secoli, ai tradizionali usi civici che sostenevano le comunit\u00e0 pi\u00f9 povere. Pertanto, anche a causa di questa scelta favorevole soltanto a chi era gi\u00e0 benestante, molte misere famiglie dei territori borbonici &#8211; disilluse anche verso Garibaldi<span id='easy-footnote-47-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-47-14407' title='Sulla vita di Giuseppe Garibaldi dopo il suo ritiro a Caprera, V. Cusenza, &lt;em&gt;L\u2019altro Garibaldi&lt;\/em&gt;.&lt;em&gt; I Diari di Caprera,&lt;\/em&gt; Mondadori, Milano, 2026. La popolazione residente del Regno delle Due Sicilie, ignota la cifra esatta sino al censimento del 1871, era stata quantificata in oltre 9 milioni nel 1856; per circa il 70% ancora appartenente ad un mondo agricolo, spesso arcaico; essa si sarebbe ridotta, a causa della forzata emigrazione, a circa 6 milioni appena 30 anni dopo.'><sup>47<\/sup><\/a><\/span> &#8211; avevano sub\u00ecto un ulteriore e non pi\u00f9 tollerabile impoverimento economico. Pure il meridionalista Pasquale Villari dopo aver riscontrato che l\u2019elettorato meridionale aveva preferito, alla sua candidatura elettorale di fine 1865, quella di un notabile locale deputato uscente eletto nel 1861, ma primatista in assenteismo\nparlamentare, viveva ormai nel disincanto.<br>\nLo storico giungeva cosi a riconoscere che la priorit\u00e0 nazionale poteva e avrebbe dovuto essere assegnata non pi\u00f9 alla occupazione italiana di Roma, Venezia, Trento e Trieste; quanto, piuttosto, alla istruzione di 18 milioni di italiani analfabeti, da lui stimata quale presupposto della loro evoluzione sociale rispetto ai residui 5 milioni pi\u00f9 o meno acculturati, benestanti ma spesso indifferenti alle condizioni economiche, igieniche e culturali in cui versava il resto del popolo italiano. Le iniziative legislative e amministrative &#8211; aventi carattere sociale anzich\u00e9 repressivo &#8211; proposte su impulso di qualche notabile e parlamentare illuminato, gi\u00e0 dagli anni \u201860 del 1800, saranno poi formalizzate e attuate sistematicamente soltanto verso la fine del secolo. Sino ad allora, dei corsi di alfabetizzazione elementare per bambini o adulti, come pure le mense per i poveri risultavano allestite su iniziativa personale di dame benestanti o, pi\u00f9 spesso e in moltissime parrocchie, dalle Opere Pie di ispirazione cattolica.<br>\nIntanto, all\u2019estero, la disfatta dei Francesi &#8211; nella battaglia di Sedan del 2 settembre 1870 ad opera della coalizione guidata dalla Prussia &#8211; aveva comportato l\u2019abdicazione dell\u2019Imperatore Napoleone III\u00b0 oltrech\u00e9, in meno di 48 ore, la proclamazione a Parigi della Terza Repubblica: una versione politico-istituzionale certamente poco incline a tutelare gli<b> <\/b>interessi e la figura del Papa-Re. Conseguentemente, il successivo quasi immediato ingresso dell\u2019Esercito italiano &#8211; datato 20 settembre 1870 &#8211; dalla breccia di Porta Pia nella Roma pontificia avrebbe consentito di ritenere raggiunto il coagulante, agognato, duplice obiettivo proprio di due generazioni di patrioti italiani: riunire tutto il Lazio, rimasto con Roma sotto la sovranit\u00e0 del Papa, al giovane Stato nazionale nonch\u00e9 dichiarare questa citt\u00e0 nuova capitale del Regno d\u2019Italia; sottraendo cos\u00ec tale titolo a Firenze: citt\u00e0 tutt\u2019altro che entusiasta di avere dovuto ospitare, dal 1865, i Ministeri e i funzionari piemontesi spostati l\u00ec da Torino.<br> \nTuttavia, neppure quel suddetto risultato politico ed emotivo aveva indotto la elitaria classe politica a riflettere in generale sulle possibili misure socialmente rilevanti e alternative a quelle autoritative o caritatevoli, ossia alla opportunit\u00e0 di finanziare dei servizi sociali urgenti e rivolti alla collettivit\u00e0: istruzione, sanit\u00e0 nonch\u00e9 condizioni lavorative almeno dignitose<span id='easy-footnote-48-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-48-14407' title='Lo sciopero e la serrata per fini contrattuali era perseguito dall\u2019art.502 del codice penale italiano; esso \u00e8 stato cassato soltanto dalla Corte Costituzionale tramite la propria sentenza n\u00b0 29 datata 28 aprile 1960.'><sup>48<\/sup><\/a><\/span>.<br><br>\n\n<b>Auspici, iniziative e criticit\u00e0 in ambito massonico, le prime attenzioni alla questione sociale: lavoro, istruzione, la politica coloniale, fiscalit\u00e0, la estensione del corpo elettorale<\/b><br>\nL\u2019annessione del Lazio e la occupazione di Roma avevano consentito, comunque, la riemersione del sopito sentimento sociale covato da una parte dei parlamentari riformisti, moderati o radicali, come dalla massoneria pi\u00f9 progressista; oltrech\u00e9 della sensibilit\u00e0 e dello intento per sviluppare dei servizi sociali &#8211; gi\u00e0 diffusi nel Nord Europa, a partire dalla Germania di Bismarck &#8211; rivolti a tutta la popolazione italiana, finalmente considerata nel suo complesso.<br>\nAttivit\u00e0 tutte riconosciute di rilievo prioritario finalizzate ad aggregare le preesistenti micronazioni &#8211; frazionate anche al loro interno &#8211; tramite una lingua, una leva militare, una rete viaria e marittima pi\u00f9 favorevole a un diffuso sviluppo economico e contro la permanente arretratezza dei territori acquisiti: da collegare tra loro e con gli ex-stati pre-unitari. A tal fine, l\u2019interesse verso le infrastrutture era emerso come prioritario: riconosciute indispensabili per migliorare le scadenti comunicazioni, oltretutto realizzabili garantendo l&#8217;impiego di tantissima manovalanza necessaria per realizzare quei lavori. Essa risultava inoltre facilmente reperibile poich\u00e9 numerosa, tuttora misera e perci\u00f2 bisognosa di ricevere un qualche reddito, anche minimo ma incrementale rispetto alle irrisorie risorse tipiche di un ceto proletario molto spesso in attesa di un impegno lavorativo &#8211; magari garantito per periodi medio lunghi &#8211; bench\u00e9 poco retribuito. Questo ceto indigente spesso non intravedeva alcuna alternativa al bracciantato, perci\u00f2 risultava svantaggiato pure dalla distanza del luogo di lavoro e della propria famiglia; esso continuava, invece, a subire varie forme di prevaricazione o trovare molteplici e insormontabili difficolt\u00e0 per reperire rapidamente risorse materiali per acquisire condizioni di vita pi\u00f9 accettabili. Altres\u00ec, quei diseredati non beneficiavano n\u00e9 avrebbero trovato a disposizione, per decenni, gli strumenti politico-elettorali funzionali per manifestare le loro condizioni di vita e le loro esigenze basilari. Le cause socio-economiche erano sempre le stesse: benestanti conservatori, latifondisti, fattori dei baroni, alti funzionari, gabellieri, proprietari di armenti che in genere gradivano un semi-immobilismo e si barcamenavano fra tornaconto personale o amorale appoggio al nuovo sovrano e sfruttamento di manodopera avente salari miseri; mancata redistribuzione agli indigenti di almeno una parte dei terreni coltivabili; diffusa carenza di strumenti per l\u2019alfabetizzazione, a causa della inesistente obbligatoriet\u00e0 anche della istruzione pi\u00f9 elementare; insussistenza delle cognizioni igienico-sanitarie primarie; scarsa vocazione alla innovazione come alla imprenditorialit\u00e0; presenza di soggetti stagionalmente dediti all\u2019agricoltura e all&#8217;artigianato tradizionale, anzich\u00e9 alla produzione intensiva o a prodotti e manufatti specifici, magari pure innovativi o ad alto valore aggiunto; minima circolazione di denaro, pagamenti in natura e staticit\u00e0 dei capitali dove esistenti poich\u00e9 non investiti; scarsit\u00e0 delle infrastrutture, anche idrauliche, ferroviarie ed energetiche a supporto dell\u2019agricoltura, del commercio e della industria che si stava modernizzando prevalentemente in Piemonte, Lombardia, Emilia, Liguria e Toscana. Tutto ci\u00f2 comportava un divario di reddito del 15-20% e di produttivit\u00e0 pro-capite prossima al 30%, fra Sud e Centro-Nord<span id='easy-footnote-49-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-49-14407' title='Basta ricordare la tassa sul macinato del ministro delle finanze, nota come \u201ctassa sulla fame\u201d che colpiva in modo endemico e uniforme le masse popolari come i soggetti benestanti (anni 1860\/70). Da segnalare un evento solitamente poco evidenziato: l\u2019asporto dalle casse aure napoletane di valori, di 9 milioni di lire, per compensare le spese belliche conseguenti al trattato di pace con l\u2019Austria: che aveva ottenuto 25 milioni per la cessione definitiva della Lombardia allo Stato sabaudo; ovvero richiamare la legge doganale del 1887: funzionale alla protezione del primo sviluppo industriale settentrionale, ma dannosa per le esportazioni meridionali poich\u00e9 prevalentemente agricole.  Per una critica liberale sullo accumulo di capitali, tramite lo sviluppo dell\u2019agricoltura, si rinvia a: R. Romeo, &lt;em&gt;Risorgimento e capitalismo, &lt;\/em&gt;Laterza, Bari, 1998, pag. 103 e ss.'><sup>49<\/sup><\/a><\/span>; inoltre, si poteva rilevare tanto la limitata o inesistente tutela del lavoro quanto la ostacolata e faticosa attivit\u00e0 sindacale come la scarsa perequazione fiscale: la aliquota fissa permaneva al 10% per le imposte sui redditi, indipendentemente dall\u2019ammontare dei medesimi criterio di tassazione che oggi riterremmo iniquo e oramai contrario alla nostra Costituzione; la correlata e carente lotta alla evasione fiscale nonch\u00e9 la maggiore numerosit\u00e0 del corpo elettorale centro-settentrionale e la correlata minore rappresentanza del Sud in Parlamento. Al riguardo, il popolo &#8211; inteso quale aggregazione sociale da interpellare tramite le elezioni &#8211; non aveva raggiunto il 2% alle prime consultazioni politiche del Regno d&#8217;Italia: svolte a inizio 1861, alle quali poco pi\u00f9 di 500.000 votanti avevano partecipato sugli oltre 800.000 aventi diritto di esprimersi<span id='easy-footnote-50-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-50-14407' title='Queste si erano svolte a doppio turno il 27 gennaio e il 3 febbraio 1861, antecedenti alla proclamazione del Regno d\u2019Italia, datata 17 marzo; la Gran Bretagna aveva riconosciuto per prima l\u2019annessione di tutti quei territori all\u2019ex Regno di Sardegna mentre il re non aveva neppure aggiornato la propria denominazione cronologica come monarca: Vittorio Emanuele II era e tale era rimasto, malgrado il titolo assunto quale sovrano del Regno d\u2019Italia;  altres\u00ec, il diritto civile, quello penale (ripristinata la pena di morte), quello amministrativo, quello finanziario e commerciale nonch\u00e9 lo apparato militare erano stati progressivamente piemontizzati. Le proposte del cattolico Vincenzo Gioberti e del liberale Carlo Cattaneo per una Nazione unita ma tuttavia composta da Stati autonomi e federati non erano riuscite ad affermarsi rispetto alla politica unionista e centralista del Regno di Sardegna, guidato da Casa Savoia e chiaramente sostenuto, sino alla effettuazione della Spedizione dei Mille, dalla Gran Bretagna.'><sup>50<\/sup><\/a><\/span>. Difatti, la possibilit\u00e0 di recarsi a votare era riconosciuta dalla legge soltanto a una esigua minoranza, poich\u00e9: tutte le donne erano escluse, altres\u00ec tutti gli uomini che versavano meno di 40 lire di imposte tributarie, inoltre tutti gli analfabeti nonch\u00e9 i minori di venticinque anni. Inoltre da un riscontro su documentazioni elettorali \u00e8 possibile rilevare la partecipazione al voto di pochi cittadini in rapporto alle centinaia di migliaia di residenti; ci\u00f2 soprattutto al Sud, dove la capacit\u00e0 contributiva era ulteriormente ridotta rispetto ai redditi nel Centro nord. <br>\nI vari governi (Ricasoli, Peruzzi, Minghetti) avevano attivato delle commissioni di inchiesta sulle condizioni della Penisola; le quali avevano raccolto masse di dati, a cavallo del 1870, poi utilizzate per evidenziare le esigenze di attivit\u00e0 produttivo-commerciali pi\u00f9 che le necessit\u00e0 emergenti dagli aspetti socio-demografici rilevati. Inoltre, rispetto ai medesimi dati, le analisi e le proposte dei meridionalisti pi\u00f9 stimati (Caracciolo, Fortunato, P. Villari) non concordavano\nsulle condizioni del Regno partenopeo, sulla condotta della sua popolazione, sulle priorit\u00e0 utili allo sviluppo economico e culturale della stessa, sulla imputabilit\u00e0 degli effetti derivanti dalla forzosa unificazione del Regno delle due Sicilie a quello di Sardegna<span id='easy-footnote-51-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-51-14407' title='Sulla analisi e sulla valutazione storica in merito alla asserita inferiorit\u00e0 economica e civile perno della c.d. \u201cquestione meridionale\u201d, gli studiosi sopra citati nonch\u00e9 storici ed economisti contemporanei hanno assunto posizioni assai diversificate o contrapposte; addirittura, alcuni hanno sostenuto che essa sia servita prevalentemente a giustificare la volont\u00e0 politica concretizzatasi nella istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, durante la seconda met\u00e0 del secolo scorso. Al riguardo, si rinvia alla chiara sintesi di: Guido Pescosolido, &lt;em&gt;Ancora la questione meridionale? &lt;\/em&gt;\u00ecn: Nuova Antologia, ottobre-dicembre 2024, Firenze, pp.98-102.'><sup>51<\/sup><\/a><\/span>. Ricasoli prima, poi Peruzzi e Sonnino che erano arrivati e condividere con Agostino Bertani &#8211; guida della Sinistra storica, medico e pure lui massone &#8211; le problematicit\u00e0 e le iniziative di sostegno per i braccianti agricoli, i minatori, le donne e la infanzia; senza peraltro imputare la causa delle loro penose condizioni pure ai grossi proprietari e ai fittavoli; dai quali si attendeva, anzi, un impegno per migliorare le condizioni di sopravvivenza in cui la plebe versava da secoli. Condizioni di degrado fisico, etico e culturale diffuso negli ex-territori dei borbonici come anche in quelli del Papato. Un rapporto del prefetto di Cesena, datato 1874, evidenziava la diffusione del furto campestre inteso allora come industria lecita avente \u201ccaratteri di una piccola questione sociale\u201d conseguente anche alla scomparsa di un reddito per i contrabbandieri: la eliminazione di un confine di Stato fra Toscana e gli ex Domini pontifici<span id='easy-footnote-52-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-52-14407' title='Ministero Agricoltura, Industria, e Commercio, &lt;em&gt;Relazione intorno alla Agricoltura&lt;\/em&gt;, Roma, 1876.'><sup>52<\/sup><\/a><\/span>. Mentre nei latifondi ferraresi circolava un amaro e dissacrante suggerimento popolare: ammoniva le ragazze ad andare prudentemente con i giovani, per\u00f2 meglio se preti, cosi anche eventuali loro figli avrebbero ricevuto qualcosa per sfamarsi. Non molto distante da queste considerazioni amare, ironiche e permeate da anticlericalismo, la sarcastica definizione toscana sui sacerdoti pi\u00f9 in vista: ossia, quei preti che tutti chiamano padre, eccetto i figli che li chiamano zio!<br> \nSoltanto singoli notabili o esponenti politici o ecclesiastici o universitari avevano contestato le spese stanziate dalla politica estera vertente sull\u2019espansionismo coloniale; sollecitando, il Governo e il Re a occuparsi piuttosto della \u201cquestione meridionale\u201d e del brigantaggio, bench\u00e9 fenomeno ormai in esaurimento per le cause sopra evidenziate ovvero poich\u00e9 assorbito, integratosi o sostituito dalle locali organizzazioni criminali. Sino ad allora, soltanto la volont\u00e0 e rivolti alle popolazioni indigenti (spesso denominate classi inferiori): come gli asili notturni, case popolari, le mense gratuite, le universit\u00e0 popolari, le scuole serali, e anche degli spacci di abbigliamento; interventi riscontrabili dal Piemonte alla Lucania<span id='easy-footnote-53-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-53-14407' title=' La diversit\u00e0 fra una regione e l\u2019altra o all\u2019interno della medesima \u00e8 rilevabile anche da una iniziativa fortemente innovativa dal punto di vista sociale: questa si riscontra proprio nei territori lucani dove marcatamente era emerso il fenomeno del brigantaggio. Si fa riferimento al villaggio fatto costruire durante il XVIII\u00b0 secolo dalla famiglia Rendina aristocratica e illuminata la quale aveva fatto costruire un proprio palazzo sui suoi terreni; questa aveva poi fatto frazionare, alla fine del 1700, quelli antistanti l\u2019edificio &amp;#8211; avente i lati rapportati pare alla sezione aurea &amp;#8211; assegnando gratuitamente dei lotti ai propri contadini e artigiani, ma aperto anche a forestieri. Tutto ci\u00f2 per consentire la costruzione di una abitazione di tre stanze, circondata da un terreno da adibire a orto-frutteto oltre a un lotto sufficiente alle esigenze della famiglia dei coloni; in cambio, essi obbligati a fornire denaro o beni in natura oltrech\u00e9 piantare tre alberi da frutto i quali oltre al grano, l\u2019olivo, la vite, e il fico erano gli elementi produttivi fondamentali di una economia rurale sostenuta dagli studi e dalle innovazioni favorite da quella famiglia. Ovviamente, oltre agli spazi urbani e ai locali di servizio per la comunit\u00e0, anche una chiesa era stata edificata; ma il parroco aveva il compito di assicurare anche la istruzione elementare a ogni persona interessata e in particolare a ogni minore senza distinzione fra femmine o maschi. Quell\u2019insediamento, all\u2019inizio di circa 80 persone, aveva superato i 1500 abitanti durante la seconda met\u00e0 del 1800. Comune di Campomaggiore, &lt;a href=&quot;www.campomaggiore.pz.it&quot; title=&quot;&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;noopener&quot;&gt;&lt;em&gt;La Citt\u00e0 della Utopia&lt;\/em&gt;&lt;\/a&gt;'><sup>53<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nl&#8217;intraprendenza di singoli determinati soggetti &#8211; sorti talvolta fra i sodalizi liberali progressisti o in ambito cattolico sociale &#8211; avevano realizzato degli interventi socialmente ispirati e perci\u00f2 Verso la fine del 1800, gli strati italiani pi\u00f9 o meno benestanti continuavano ad essere composti da convinti liberali &#8211; talvolta conservatori ma repubblicani, talvolta socialriformisti ma monarco-paternalistici in gran parte comunque promotori del culto del libero pensiero, della propriet\u00e0 privata e della imprenditoria individuale &#8211; pertanto ancora contrapposti, in quanto assertori di uno stato laico e di una cultura o di una istruzione alternative a quella cattolica, alle gerarchie aristocratiche o clericali. Alcuni di essi avevano evidenziato necessit\u00e0 di insistere sull\u2019analisi sulle condizioni delle classi &#8216;inferiori&#8217;, sulle cause effettive della loro permanenza, e valutando insufficienti le poche iniziative intraprese da qualche soggetto illuminato o dotato di una particolare sensibilit\u00e0 sociale che si era impegnato fino a realizzare le sopradescritte urbanizzazioni-modello.<br>\nTuttavia, soltanto alla fine del secolo e proprio con l&#8217;avvicendamento tra l&#8217;autoritario, nazionalista e antisocialista Crispi e il moderato e pi\u00f9 dialogante Giolitti, si era riconosciuta la necessit\u00e0 di una politica sociale. Questo piemontese liberal-democratico assai tollerante, avrebbe abbandonato la politica repressiva verso il residuo brigantaggio, contro le manifestazioni popolari di piazza o contro i moti di individui esasperati: prima di lui affrontati in modo brutale e sanguinario. Giolitti, inoltre, avrebbe evitato relazioni con chi mirava ad attivit\u00e0 finanziarie o speculative; tipico lo scandalo crispino della Banca Romana; lui, piuttosto, rivolgeva al ceto borghese cresciuto &#8211; verso la fine del 1800 &#8211; numericamente, culturalmente e sempre pi\u00f9 distante da estremismi antimassonici o anticlericali, sostituiti da un pi\u00f9 diffuso spirito nazionale.<span id='easy-footnote-54-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-54-14407' title='G. Spadolini, &lt;em&gt;Gli uomini che fecero l\u2019Italia&lt;\/em&gt;, Longanesi, Milano, 1995. Spirito e identit\u00e0 nazionali diffusi anche da autori come Carlo Collodi (autore di &lt;em&gt;Pinocchio &lt;\/em&gt;&amp;#8211; 1883) ed Edmondo De Amicis (autore di&lt;em&gt; Cuore &amp;#8211; &lt;\/em&gt;1886).'><sup>54<\/sup><\/a><\/span> \nIn effetti &#8211; dopo l&#8217;annessione di Roma e il consolidamento di un Regno italiano territorialmente quasi completato &#8211; l&#8217;anelito morale, simbolico, unitarista e cementificante della Massoneria era scemato; la sua classe dirigente neppure aveva saputo sviluppare un chiaro e comune sentimento etico-culturale, n\u00e9 iniziative di concreta collaborazione fra le logge, n\u00e9 la emersione dalla loro segretezza ormai non pi\u00f9 indispensabile per le riunioni. I vertici massonici non apparivano pi\u00f9 capaci di intervenire per incidere nel contesto sociale e di concorrere costruttivamente con le nuove ideologie o, eventualmente, pure con la millenaria chiesa cattolica. Di certo, mancava un generale quadro programmatico unitario del G.O.I.<span id='easy-footnote-55-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-55-14407' title='I Veneti risultavano concentrati sul loro percorso simbolico-esoterico; i Romagnoli dediti all&amp;#8217;occultismo e all\u2019anticlericalismo; i Toscani rivolti allo studio architettonico sia esteriore che interiore e allo umanesimo rivolto alla conoscenza individuale; i Lombardi aggregati da una via autonoma e regionalista; i Meridionali rivolti al simbolismo come stimolo di riflessione ma da sviluppare con i sodali della medesima classe sociale di appartenenza. \n'><sup>55<\/sup><\/a><\/span>; anzi, le diverse anime della pluralistica per\u00f2 politicizzata comunione massonica italiana riemergevano ovunque, frazionata fra mazzinianesimo, anticlericalismo, federalismo, socialismo, nazionalismo, radicalismo, liberismo, internazionalismo e regionalismo. Inoltre, durante il successivo decennio, le nuove leve di imprenditori, banchieri, dirigenti amministrativi, intellettuali e professionisti avevano progressivamente optato per impegnarsi in associazioni professionali, enti economico-rappresentativi (per es.: le camere di commercio), in partiti sempre pi\u00f9 radicati o nei primi sindacati. Al contempo, quella fratellanza aveva dovuto riscontrare l\u2019emorragia di migliaia di affiliati, rispetto al picco di 75000 \u201cfratelli a piedilista\u201d nel 1870. In effetti, le logge non risultano avere concretizzato diffuse e ricorrenti opere materiali o culturali, eccetto singole iniziative filantropiche; neppure avevano favorito la nascita di nuovi dirigenti capaci di rivolgere e diffondere il metodo e i valori di una comunit\u00e0 iniziatica presso le masse popolari; neanche se intese nell&#8217;accezione ristretta di questa locuzione, cio\u00e8 i limitati cittadini aventi diritto al voto politico nell&#8217;Italia post-unitaria. Riguardo alla questione sociale, Francesco Crispi, primo ministro massone ma liberal-conservatore, si era impegnato scarsamente per affrontare le problematiche che coinvolgevano la maggioranza della popolazione meno abbiente: in merito, lui si era limitato a elargire delle provvidenze alle persone riconosciute versanti in condizioni di mera sopravvivenza. La massoneria italiana, da lui condizionata e poi diretta dal suo sodale Adriano Lemmi, aveva nuovamente mostrato una pluralit\u00e0 di opposte sfumature ideologiche e contraddittorie condotte: tanto da risultare capace di una apertura mentale a 360 gradi come \u201cun compasso\u201d e di una rettitudine \u201cda filo a piombo\u201d; per\u00f2, anche di una condotta oscura e speculatrice come all&#8217;epoca degli occulti traffici immobiliari intorno alla Banca Romana. \nNeanche la corte sabauda aveva dimostrato grande attenzione verso le masse economicamente pi\u00f9 misere, continuando ad appoggiare oppure ad appoggiarsi ai soggetti risultati pi\u00f9 influenti,\nsenza preoccuparsi della origine n\u00e9 del motivo di questa rilevanza. Anzi, il sovrano e la sua corte avevano riconosciuto come prioritarie le esigenze di grandi armatori, di imprenditori, di banchieri, di possidenti, delle alte gerarchie militari; sino a intraprendere una bellicosa politica colonialista, poi risultata sanguinosa e inoltre dispendiosa, per occupare dei territori valutati residuali dalle super potenze di allora. Guerre tardo coloniali criticate dai vertici cattolici favorevoli al rispetto del clero copto in Africa e attribuite a un militarismo da piccola potenza. In modo analogo, anche la nuova Gran Maestranza di Ernesto Nathan si opponeva allo espansionismo italiano in Africa Orientale e in Nord Africa, essendo favorevole ad un internazionalismo massonico, almeno mediterraneo, pure verso la Turchia ottomana dove i fratelli massoni si stavano diffondendo.<br>\nPosizioni politiche, sostenute in ambito laico e religioso, aventi lo scopo di privilegiare investimenti infrastrutturali nonch\u00e9 sociali nel territorio italiano; come richiesto per anni dal liberale toscano Sonnino o, soprattutto, dallo storico meridionalista ed economista Villari. Il quale auspicava, quale massone e riformista, l&#8217;assunzione da parte di ogni persona della responsabilit\u00e0 di osservare e condizionare tutto ci\u00f2 che avviene nella societ\u00e0, impegnandosi prioritariamente in uno sforzo auto-formativo, morale e intellettuale da trasmettere al 70% della cittadinanza tuttora analfabeta. Una visione del sodalizio iniziatico-simbolico<span id='easy-footnote-56-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-56-14407' title='Per una estesa ed esaustiva comprensione del lessico correlato ai sodalizi massonici, si segnala il volume di: C. Bonvecchio, B.Nante, &lt;em&gt;Le parole dell\u2019Esoterismo Dizionario, &lt;\/em&gt;Mursia, Milano, 2026.'><sup>56<\/sup><\/a><\/span> non limitata alla speculazione per elitario sfizio di alcuni affiliati, n\u00e9 soltanto architettonico-operativa ma social-interventista: quasi un &#8221;si pu\u00f2 quindi si deve&#8221; mazziniano che gi\u00e0 propugnava un nitido impegno individuale o collettivo con lo scopo di sviluppare una tensione etica, gratificante e attiva, finalizzata a raggiungere non soltanto una armonia interiore, ma pure materiale e sociale. Difatti, Ernesto Nathan era divenuto Gran Maestro &#8211; dopo una serie di grandi proprietari terrieri, spesso anche senatori del Regno che avevano assunto suddetta carica &#8211; del Grande Oriente d\u2019Italia, dunque della massoneria pi\u00f9 diffusa in Italia. Lui, di formazione ebraica, mazziniana e cosmopolita, l\u2019aveva rivolta verso il ceto medio quale fascia sociale gi\u00e0 presente e sempre pi\u00f9 diffusa in questa istituzione. Inoltre, lo stesso manifestava ed attuava una vocazione di fratellanza universale malvista dai vertici militari nazionalisti e favorevoli all\u2019espansione italiana pure sulle sponde mediterranee, perci\u00f2 insofferenti al suo dialogo con la Francia e soprattutto verso la Turchia. Pertanto la maggioranza politica, allora giolittiana, aveva potuto rivolgersi al Parlamento italiano &#8211; divenuto espressione di una base elettorale sempre pi\u00f9 ampia, per\u00f2 caratterizzato ancora da una consistente presenza massonica &#8211; per proporre una differente politica estera: ossia mantenere la propensione collaborativa con Francia e Gran Bretagna, cercare al contempo una intesa con la emergente industria tedesca oltre ad assumere un6atteggiamento militarmente neutrale e refrattario allo espansionismo coloniale.<br>\nAl contempo, per la politica interna, Giolitti aveva altres\u00ec prospettato una serie di modifiche al bilancio statale per proporre alcune riforme socialmente rilevanti: tutelare il lavoro, soprattutto riguardo a donne e minorenni; provvedere a un incremento dei salari oltrech\u00e9 e a una diminuzione dell\u2019orario di lavoro; obiettivi che non escludevano anche tentativi di accordi con la sinistra riformista guidata da Giuseppe Massarenti (farmacista, sostenitore delle leghe sindacali e di quelle cooperative, sindaco socialista e massone); tutelare i piccoli investitori e non ostacolare \ngli istituti di credito cooperativo: un segnale positivo anche per le Casse Rurali promosse proprio\ndalla Chiesa cattolica; oltrech\u00e9 aumentare la imposta di successione nonch\u00e9 introdurre la progressione delle imposte basata su aliquote fiscali rapportate agli scaglioni di reddito. Questa\nproposta configurava all\u2019epoca un criterio rivoluzionario rispetto all\u2019applicazione di un quasi assoluto e allora condiviso principio di eguaglianza formale tra tutti i cittadini<span id='easy-footnote-57-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-57-14407' title='P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Il Mulino, Bologna, 2000; Z. Ciufoletti, La storiografia etico-politica tra passato e presente, in: AA.VV. (a cura di G. Talini) Storiografia etico-politica e \u201ccontemporaneit\u00e0 della Storia\u201d, FCR-Pacini Editore, Pisa, 2022'><sup>57<\/sup><\/a><\/span>. Suddetta proposta, tuttavia, era stata bocciata malgrado la esigenza di maggiori introiti statali che risultava indispensabile per finanziare il miglioramento e la diffusione almeno della edilizia ospedaliera e scolastica.<br>\nIn prospettiva di una pi\u00f9 marcata attenzione alla questione sociale, la componente moderata e quella riformista del Parlamento avevano lentamente ampliato la base elettorale e condiviso la prima progressiva ma limitata espansione della base elettorale. \nQuesta era stata attuata, nel 1883, dalla riforma De Pretis-Zanardelli: il diritto di voto era stato riconosciuto ai cittadini di 21 anni (anzich\u00e9 25) e titolati della 2^ elementare oppure contribuenti per almeno 19,80 lire (anzich\u00e9 40) di imposte, la quale aveva cos\u00ec triplicato il corpo elettorale. Poi, nel 1911, il Governo di Giovani Giolitti aveva ammesso al voto tutti i maschi purch\u00e9 ultra trentenni, ma senza limiti di censo e di istruzione; elevando cos\u00ec la base elettorale a oltre otto milioni di aventi diritto, ossia circa il 23% dei cittadini<span id='easy-footnote-58-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-58-14407' title='La prima normativa contenente il suffragio universale era stata ispirata anche da Aurelio Saffi (1819-1890): romagnolo, conte, giurista, mazziniano, massone; triumviro dell\u2019effimera Repubblica Romana (9 Febbraio \/ 4 luglio 1849) ed estensore della sua ideale costituzione. Essa prevedeva, tramite una disposizione rivoluzionaria (art.17), il diritto di voto politico per ogni cittadino a 21 anni, mentre a 25 \u00e8 eleggibile. Quel testo era stato scritto al maschile, inoltre, per convinzione socio-culturale, nessuna donna si era recata alle elezioni indette dagli organi di quella Repubblica. In merito: G. Monsagrati, &lt;em&gt;Roma senza il Papa&lt;\/em&gt;, Laterza, 2014'><sup>58<\/sup><\/a><\/span>. Invece, a causa di convincimenti che oggi appaiono maschilisti e ormai inaccettabili o insussistenti, la estensione del voto alle donne era stata respinta: queste si sarebbero dovute \u201csconvenientemente\u201d frammischiare agli uomini durante i comizi o le sedute pre-elettorali, inoltre non pagavano le imposte, non svolgevano il servizio di leva n\u00e9 tantomeno andavano in guerra; infine, andavano alla messa pi\u00f9 degli uomini e dunque sarebbero state troppo condizionate dai sermoni dei preti; asserzioni ampiamente condivise, all\u2019epoca, e riscontrabili tanto nella componente politica di destra come in quella di sinistra.<br> \nComunque, quel Primo ministro condivideva almeno in parte il pensiero di Rosario Villari il quale, durante la seconda met\u00e0 del 1800, asseriva il diritto e il dovere per ogni uomo di assumersi la grande responsabilit\u00e0 di poter partecipare alle attivit\u00e0 politiche; ci\u00f2 al fine di condizionare quanto avviene o potrebbe avvenire nella societ\u00e0. Pertanto aveva propugnato un pi\u00f9 esteso diritto elettorale, attivo e passivo. Ciascuna persona avrebbe cos\u00ec potuto <em>in primis<\/em> intervenire e sostenere almeno quello impegno di formazione civica, culturale e intellettuale di ogni individuo; sforzo allora finalizzato alla esigenza pi\u00f9 immediata: consistente nella diminuzione dei reati, per mezzo della diffusione di un minimo di cultura e di beni materiali. Tale obiettivo avrebbe inoltre ridimensionato il divario sociale, facilitato un reciproco rispetto oltrech\u00e9 un dialogo pi\u00f9 interclassista e aperto con ogni persona o la intera popolazione.                Tutto ci\u00f2 anche per ampliare la partecipazione politica; indurre a un miglioramento dei rapporti fra stato-autorit\u00e0 e cittadini oltrech\u00e9 fra questi e l\u2019Amministrazione pubblica: da non intendere pi\u00f9 come uno strumento di controllo oppure di repressione, quanto piuttosto concepita quale struttura operativa posta al servizio dello sviluppo culturale, economico e sociale della intera comunit\u00e0.<br>\nConvinzione illuminata e auspicabile ma percepita e condivisa da un limitato numero di persone: solitamente, infatti, gli aristocratici, i benestanti, i possidenti, gli artigiani, i piccoli proprietari immobiliari, i commercianti, gli esponenti politici o i dipendenti piccolo-borghesi non la recepivano. Suddetti ceti pi\u00f9 o meno benestanti parevano preoccuparsi ormai di salvaguardare la posizione raggiunta ma, soprattutto, di non regredire per poter continuare a guardare con un certo distacco e dall\u2019alto quelle comunit\u00e0 ritenute, per studi o per censo, socialmente inferiori.\nTuttavia, esse erano state prese in considerazione dai vertici dell\u2019ambiente politico-elettorale, per la prima volta, allorch\u00e9 Giolitti aveva assunto la carica di Presidente Consiglio dei ministri<span id='easy-footnote-59-14407' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=14407#easy-footnote-bottom-59-14407' title='Per un profilo su questo statista si rinvia a: P.Ciocca, &lt;em&gt;Su Giovanni Gilitti&lt;\/em&gt;, in Nuova Antologia, fasc 2310, Firenze, 2024'><sup>59<\/sup><\/a><\/span>. Queste, sino alla fine del 1800, conducevano ancora un tenore di vita quasi invariato rispetto ai decenni precedenti la Unit\u00e0 italiana; perci\u00f2 due soli strumenti si prospettavano alle medesime per \novvero puntare sulla istruzione migliorare la propria condizione economica: la emigrazione dalle zone pi\u00f9 arretrate verso le regioni italiane pi\u00f9 ricche oppure in Europa o persino in America o addirittura in Australia; che l\u2019impegno sociale del personale ecclesiastico oppure le pi\u00f9 laiche scuole serali di insegnanti statali riuscivano a offrire. Attivit\u00e0 di pubblica istruzione rivolta a persone analfabete, semi-analfabete o adulte non ancora assicurata sistematicamente da appositi corsi promossi dalle istituzioni municipali, provinciali o statali, ma che sacerdoti, suore, maestri e maestre garantivano quasi sempre gratuitamente &#8211; in quanto svolte fuori dall\u2019orario di lavoro, per puro spirito di servizio civico e volontario &#8211; a chi, per carenza di risorse personali o familiari o di tempo, non aveva potuto studiare durante l\u2019infanzia n\u00e9 dopo.<br><br> \n\n\n\nBIBLIOGRAFIA ESSENZIALE\n<br>\nAA.VV., Diritto del lavoro e sindacale, Giappichelli, Torino, 2025\n<br>\nG.C. ABBA, Storia dei 1000, Bemporad &amp; Figlio, Firenze, 1923, VIII^ [1^ ed.1904]\n<br>\nG. BANDI, I Mille da Genova a Capua, Torino, 1903\n<br>\nA.M. BANTI (a cura di e con) P. GINSBORG, Storia d\u2019Italia. Annali, XXII, il Risorgimento, Einaudi, Torino, 2007.\n<br>\nBIBLIOTECA G.O.I., Nominativi di massoni dediti alla questione meridionale, 2014\n<br>\nC. BONVECCHIO \u2013 B. NANTE, Le parole dell\u2019Esoterismo. Dizionario, Mursia, Milano, 2026\n<br>\nR. BRACALINI, La vita quotidiana in Italia prima dell\u2019Unit\u00e0, BUR, Milano, 2022\n<br>\nP.E. BROVEDANI, C\u2019erano una volta i Gesuiti in Toscana, Archivio Stensen, Firenze, 2011\n<br>\nCOMUNE di CAMPOMAGGIORE, <a href=\"www.campomaggiore.pz.it\" title=\"\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">La Citt\u00e0 della Utopia<\/a>\n<br>\nR. CASTRONUOVO, <em>La storia economica, <\/em>in:<em> <\/em>Storia d\u2019Italia, volume 4\u00b0, Einaudi Editore, 1973\n<br>\nC. CECCUTI, <em>Ricasoli, Villari, Sonnino e la questione meridionale<\/em>, Atti Universit\u00e0 Salerno, 2014\n<br>\nR. CIASCA, <em>Mezzogiorno, questione del,<\/em> in: Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, vol. XXIII, 1934\n<br>\nP. CIOCCA, <em>Su Giovanni Giolitti<\/em>, in: Nuova Antologia, fasc. 2310, Polistampa, Firenze, 2024\n<br>\nP. COLLETTA, <em>Storia del reame di Napoli<\/em>, Le Monnier, Firenze, 1846\n<br>\nZ. CIUFOLETTI, <em>La questione meridionale, la questione sociale, le inchieste<\/em>. <em>S. Sonnino e il suo tempo,<\/em> Olschki, Firenze, 2000\n<br>\nZ. CIUFOLETTI, <em>La storiografia etico-politica tra passato e presente, <\/em>in: <em>Storiografia etico-politica e contemporaneit\u00e0 della storia,<\/em> a cura di G. Talini, FCR, Pacini Editore Srl, Pisa, 2022\n<br> \nV. CUSENZA,<em> L\u2019altro Garibaldi. I \u201cDiari\u201d di Caprera, <\/em>Mondadori, Milano, 2026\n<br>\nM. D\u2019AZEGLIO, <em>I miei ricordi &#8211; Scritti politici e lettere<\/em>, Hoepli, Milano, 1921\n<br>\nR. DE CESARE, <em>Roma e lo Stato del Papa<\/em>, Longanesi, 1970\n<br>\nG. DI FIORE, <em>Controstoria dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, <\/em>BUR, Milano, 2007\n<br>\nE. DI RIENZO, <em>Napoleone III. Una biografia politica, <\/em>Salerno Editrice, Roma, 2010\n<br>\nS. DUBOIS-COLLET, <em>La Storia prende il Treno, <\/em>ADD Editore, Torino, 2021\n<br>\n A. DUMAS, <em>Napoli Borbonica<\/em>, Biblioteca TCI, Milano, 1997\n<br>\nG. FIOCCA, <em>Ritorniamo alla legalit\u00e0. Leggi d\u2019eccezione e reato di brigantaggio in un caso di favoreggiamento nella Calabria post-unitaria, <\/em>in: vol.2, ORDINES, 2019\n<br>\nG. FORTUNATO, <em>Il Mezzogiorno e lo Stato italiano<\/em>, Laterza, Bari, vol. II, 1911\n<br>\nE. FOSCHI, <em>La massoneria nella storia politica d\u2019Italia<\/em>, Cangemi, 1999\n<br> \nF. FRESI, <em>Le banditesse. Storie di donne fuorilegge in Sardegna<\/em>. Il Maestrale, Nuoro, 2015\n<br>\nV. GNOCCHINI, <em>L\u2019Italia dei Liberi Muratori,<\/em> Erasmo, Milano-Roma\n<br>\nV. LABANCA, <em>Diario di una brigantessa<\/em>, Zaccaria, Lagonegro, 2003\n<br>\nV. LABANCA, <em>Viaggio in Lucania, <\/em>Siris Editore, Rivello, 2005\n<br>\nR. 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VILLARI, <em>Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia,<\/em> Firenze, 1878<\/ma>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Questo testo mira inizialmente a evidenziare gli stretti legami intercorrenti fra il Regno di Sardegna, la Francia e la Gran Bretagna, anche tramite l\u2019associazione del 1800 pi\u00f9 operativa in Europa, cio\u00e8 la Massoneria: il ruolo affidato e svolto da alcuni suoi esponenti \u00e8 indubbio, basta pensare a Costantino Nigra. Anche i legami massonici, diffusi e radicati anche fra molti altri personaggi italiani che avrebbero favorito e realizzato la unificazione dell\u2019Italia, appaiono evidenti. Qui, in particolare, si ricorda: la lettera inviata dal siciliano R. Pilo a G. Garibaldi, la quale aveva contribuito a indurre il Nizzardo ad attivare la Spedizione dei Mille, nonch\u00e9 lo essenziale sostegno della Marina militare britannica a quella iniziativa; peraltro, favorita concretamente pure dalla insofferenza dei Siciliani verso il Re di Napoli. \nRiguardo a condizioni culturali, sanitarie, economiche, sociali, infrastrutturali del Regno borbonico s\u00ec evidenzia la loro arretratezza complessiva; altres\u00ec, si nota l\u2019alternanza &#8211; fra notabilato, garibaldini, esercito sabaudo, armata borbonica, bande di briganti e autorit\u00e0 amministrative &#8211; di collaborazione oppure di conflitto: infatti, i loro rapporti risultano estremamente mutevoli. Si rilevano dunque modalit\u00e0 molto violente di azione, reazione o di repressione che ricadono anche sulla popolazione; pertanto, per il brigantaggio si era fatto ricorso alla sbrigativa \u201clegge Pica\u201d. 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