{"id":11458,"date":"2024-06-16T21:57:59","date_gmt":"2024-06-16T19:57:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=11458"},"modified":"2024-06-25T11:25:11","modified_gmt":"2024-06-25T09:25:11","slug":"postumano-e-vegan-la-filosofia-animale-di-leonardo-caffo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=11458","title":{"rendered":"Postumano \u00e8 vegan. La filosofia animale di Leonardo Caffo"},"content":{"rendered":"\n\u00abLa filosofia animale contro l\u2019istituzione della morte\u00bb, leggiamo in un punto del <em>Maiale non fa la rivoluzione<\/em> di Leonardo Caffo (Sonda 2013). La filosofia dell\u2019animalit\u00e0 aggredisce l\u2019istituzionalizzazione del genocidio animale nelle pareti della <em>morgue<\/em>. Per suo tramite Homo sapiens si ridester\u00e0 dalla propria assuefazione allo sconfinato cadavere reso dall\u2019esecuzione industriale, dall\u2019abitudine alla cosificazione della differenza, all\u2019inosservanza della diversit\u00e0 di specie, alla perdita di biodiversit\u00e0. E una filosofia che non discrimina le specie, e che fuori dei dogmi pratica un pacifico smantellamento dei presupposti dell\u2019antropocentrismo, ha i requisiti per contrastare la deriva di Homo sapiens in quanto filosofia altamente implicata con la questione ecologica e con la salute globale. Ma qui emerge l\u2019errore da evitare. Perch\u00e9 una battaglia animalista non esclusivamente finalizzata alla liberazione animale e all\u2019ammissione della sua dignit\u00e0 di soggetto di diritto con vita emotiva e cognitiva proprie non sarebbe disinteressata, e farebbe ricorso a un orientamento di pensiero ancora ispirato al modello di valori di Homo sapiens, del possibile liberatore e non a colui che va liberato, confondendo, Caffo osserva, \u00aborigini comuni del problema con soluzioni comuni\u00bb. E tuttavia, \u00e8 inevitabile, se la battaglia andr\u00e0 affrontata solo per la liberazione dell\u2019animale non umano, a trarne vantaggio sar\u00e0 di riflesso il destino di Homo sapiens. \u00c8 chiaro il riferimento al danno ambientale e alla sua problematica riparazione quali conseguenze della supremazia di Homo sapiens sulla natura e sugli enti non umani, ostaggi dell\u2019istinto, al massimo ritenuti strumentali alle sue occorrenze. \n<br> \nMa chi \u00e8 Homo sapiens? La casuale convergenza degli elementi e delle variabili che hanno promosso la sua speciazione non si ripresenter\u00e0, eppure egli \u00e8 l\u2019animale pensante e sapiente che ha fondato sistemi di mondo ancora vincolanti, bench\u00e9 ora lo si disegni come ente al declino, anzi, a un passo dalla sparizione. Incarnazione delle proporzioni vitruviane, da una parte, Homo sapiens presume di avere valore in s\u00e9 a differenza dell\u2019animale non umano il cui valore, per convenzione, \u00e8 dall\u2019umano stabilito. Amalgama imperfetto di animalit\u00e0 e di divinit\u00e0, spesso persuaso di essere dotato di un\u2019anima incorruttibile che lo abilita all\u2019accesso all\u2019ultraterreno vincendo la morte (o nel delirio transumanista procrastinandola attraverso un ampliamento del potenziale tecnico teso a una bioestensione temporale in agone con ogni teodicea naturalistica), \u00e8 d\u2019altro lato incurante del rischio di una prossima estinzione di cui egli stesso sarebbe l\u2019agente, disseminando la morte nella disinvolta ellissi del dissimile in nome di una intrinseca superiorit\u00e0 che gli viene dall\u2019alto. Nel seguire il suo <em>climax<\/em> discensivo andiamo con ordine, cio\u00e8 saggisticamente per non incorrere in deduzioni unilaterali, ipotizzando, tentando, in particolare prefigurando con criterio gradualista, come lo stesso Caffo suggerisce, ma non prima di aver fatto un piccolo passo indietro verso una delle prime opere di Caffo, a met\u00e0 strada tra il racconto filosofico e l\u2019esperimento mentale, che impugnava la legittimit\u00e0 del controllo irresponsabile di Homo sapiens sul resto del vivente: <em>Finalmente \u00e8 la fine del mondo<\/em> (Zona 2011. Ne parlo con l\u2019autore qui: <a href=\"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3135\" title=\"\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=3135<\/a>).\n<br>\n\u00abFinalmente\u00bb sar\u00e0 poi la penultima parola che Caffo scrive prima di chiudere <em>Fragile umanit\u00e0. Il postumano contemporaneo<\/em> (Einaudi 2017). Forse dopo averla ponderata, Caffo le d\u00e0 risalto ponendola tra due virgole. Ma quanto il finalmente-2017 trattiene del lontano finalmente-2011? Qui, in una riflessione gi\u00e0 presaga, volta a rimuovere quella \u00abtautologia abissale che vede l\u2019uomo degno perch\u00e9 uomo\u00bb, esordiva un <em>tertium quid<\/em>, una terza via ancora indefinita, alternativa alle istanze degli ultimi uomini Nebe e Alme, emblemi di bene-male, di anima-inconscio, del dualismo filosofico come scomposizione artificiosa che inibisce la comprensione dell\u2019intero. Istanze astratte e sclerotizzate dell\u2019ultimo mondo nuovo, non pi\u00f9 ricevibili acriticamente. La svolta \u00e8 interpretata dal Signor Rove, anagramma di \u00abvero\u00bb, la filosofia. Figura transpecifica, incrocio di tratti umani ed animali, il Signor Rove denunciava la fragilit\u00e0 di Homo sapiens, ritratto nella sua fase declinante per aver sospeso i diritti dell\u2019alterit\u00e0. Tra le etimologie del greco <em>anthropos<\/em> c\u2019\u00e8 quella che ricordava Massimo Cacciari: \u00abavere lo sguardo rivolto in alto\u00bb. Con ci\u00f2, l\u2019umano ha fatto un uso morboso del suo sapere di vivere, del suo riflettere su ci\u00f2 che vede. Ora, Rove, il vero, non pu\u00f2 misconoscere gli errori e gli orrori di un antropocentrismo trasumanante (dal vocabolario dantesco, senza \u00abn\u00bb) e smaccato, forma di umanesimo estremo, quindi l\u2019idea di umanit\u00e0 dovr\u00e0 passare attraverso una severa decostruzione che tuttavia non si arresti alla fase negativa e che restituisca la dovuta centralit\u00e0 a voci e sguardi relegati ai margini dell\u2019esistente. \n<br>\nLo scenario nel quale si consuma la fine dell\u2019umanesimo classico \u00e8 apocalittico, il canone narrativo consente al discorso di espandersi con maggiore libert\u00e0 rispetto al canone filosofico. Se nel nome \u00abapocalisse\u00bb al significato originario di \u00absvelamento\u00bb, di toglimento del velo, si \u00e8 affiancato quello di \u00abcatastrofe\u00bb, il nodo di senso di tale fusione rende il valore sovrano di una rivelazione, tutta umana, che si coglie nell\u2019ambito di una fine, nel rivolgimento e nell\u2019interruzione della linearit\u00e0 per un riassestamento in un altro ordine, non necessariamente disastroso. Sincronia e stridenza di due condizioni sono elementi che muovono a dare un senso al punto di svolta: il discorso di Caffo non pu\u00f2 che essere orientato ad un futuro in cui Homo sapiens sar\u00e0 un pleonasmo, come lo era la componente divina nell\u2019episteme positivista. \n<br>\n<em>Finalmente \u00e8 la fine del mondo<\/em> si chiude con l\u2019immagine di una finestra assente \u00abche affaccia le sue speranze su un mondo che c\u2019era, ma che ora non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u00bb, sul tempo sommerso della <em>finis historiae<\/em>: parvenza del dissolversi delle vie di fuga qualora non ci si ponga nella prospettiva del cambiamento. L\u2019alternativa al pregiudizio specista, fin da ora, \u00e8 la filosofia \u2013 vedremo pi\u00f9 avanti quale filosofia. E in <em>Vegan. Un manifesto filosofico<\/em> (Einaudi 2018) sar\u00e0 ancora \u00abl\u2019alternativa filosofia\u00bb a testimoniare un \u00abvarco nella norma\u00bb, la finestra appunto, emblema dell\u2019uscita da quella sorta di dogma per cui una qualit\u00e0 morale dipende da una qualit\u00e0 biologica. \n<br>\nAlla forma avverbiale \u00abfinalmente\u00bb non \u00e8 ancora ascrivibile il senso di appagamento per un esito favorevole lungamente perseguito per il compiersi di un evento, bench\u00e9 nel racconto del 2011 la fine del mondo sia assurta ad occasione per pensare il cambiamento. Nella prospettiva <em>in fieri<\/em> della postumanit\u00e0, \u00abfinalmente\u00bb non pu\u00f2 vantare un\u2019identit\u00e0 di campo semantico con \u00abcompiutamente\u00bb o \u00abpienamente\u00bb, n\u00e9 pu\u00f2 avere valore conclusivo come a dire \u00aballa fine\u00bb o \u00abinfine\u00bb, ma sar\u00e0 un avere di mira, intenzionalmente, un altro status da acquisire nel tempo. Postumano \u00e8 un figurarsi, un fingersi, un immaginare un diverso assetto di rapporti comunitari di l\u00e0 da venire. E questa fiducia che ogni possibile possa realizzarsi nel tempo ci scorta lungo le pagine di <em>Fragile umanit\u00e0<\/em>, per tornare in <em>Vegan<\/em> e in altri lavori di Caffo. Non si tratta di un riecheggiamento: ci\u00f2 sta piuttosto ad indicare la coerenza ideologica di questo autore. Coerenza e continuit\u00e0 di intenti, del resto, manifestate nei titoli che precedono il giovanile racconto di dissoluzione, cos\u00ec come nei lavori (e sono ormai parecchi) che lo dividono da <em>Fragile umanit\u00e0<\/em> e dagli approfondimenti successivi. \n<br>\nFinalmente, comunque, nella postura postumana, dov\u2019\u00e8 decisamente smorzata la forza umana del dimenticare. Ma come si giunge a Postumano contemporaneo, che con tutta evidenza non \u00e8 solo una temperie, n\u00e9 un modello epistemico? E neppure un prodotto teleologico, ma un da farsi, un processo risultante dalla presa d\u2019atto di un fallimento? E che vede nella questione animale il suo fondamento etico, la genesi e l\u2019indifferibilit\u00e0 di una mobilitazione morale? L\u2019analisi di Caffo non ha una struttura interrogativa, \u00e8 stringente e trascende quella che forse troppo genericamente viene definita \u00abcondizione postumana\u00bb. A Postumano contemporaneo, infatti, si giunge attraverso un lungo e impegnativo percorso concettuale in vista di alcune trasformazioni dallo status che Homo sapiens, suo antecedente genealogico, presume di incarnare. Ed \u00e8 essenziale che la decostruzione del valore intrinseco degli assunti di base dell\u2019antropocentrismo (specismo, geocentrismo, creazionismo) e la nuova costruzione che prescinder\u00e0 dall\u2019accentramento dell\u2019umano avvengano in contemporaneit\u00e0, attraverso un\u2019azione duplice e una, radicale e simultanea.\n<br>\nLa prima trasformazione si svolge lungo l\u2019asse etico e smonta il pregiudizio specista che ha la pretesa di riservare unicamente all\u2019umano (occidentale, bianco, maschio, etero) una garanzia morale \u2013 la filosofia \u00e8 anzitutto antispecismo, ed implica la dissoluzione dei modelli e della determinazione gerarchica degli enti. Lo specismo inizia come fatto linguistico. La parola \u00abanimale\u00bb, dice Caffo, ha una singolare estensione semantica, ma finiamo per usarla \u00abcome non luogo (tesi per esempio sostenuta da Jacques Derrida nel suo saggio postumo <em>L\u2019animale che dunque sono<\/em>): di fatto, quando parliamo di animali, stiamo neutralizzando la vita che non ci sembra umana\u00bb. Lo specismo \u00e8 \u00abuna dimenticanza\u00bb, \u00abun nascondimento\u00bb. Con esso la ricerca di L\u00e9vinas del volto dell\u2019altro come traccia dell\u2019infinito, quell\u2019impegno che l\u2019epifania dell\u2019altro pretende, si arrestano al corpo umano. In questi termini, lo specismo ha dato luogo a una umanit\u00e0 irriducibile a ci\u00f2 che \u00e8 fuori della sua configurazione perimetrale, nella quale si sperimenta una solitudine di massa. Per contro, l\u2019antispecismo, che predica la non esercibilit\u00e0 del diritto morale in base a valutazioni preconcette, scardina l\u2019illazione antropocentrica e accorda alle specie la medesima reputazione, nel senso che se un argomento \u00e8 legittimo o illegittimo per l\u2019animale umano altrettanto lo \u00e8 per gli animali non umani. \n<br>\nAntispecismo \u00e8 l\u2019episteme postumanista. Visione inclusiva dell\u2019alterit\u00e0 molteplice, antispecismo \u00e8 vedere ci\u00f2 che \u00e8 dislocato dal recinto, vale a dire dal luogo del radicamento dei principi etici autoreferenziali ed autoriferiti che Homo sapiens professa nell\u2019illusione dell\u2019adombramento del volto dell\u2019altro. Se il nome \u00abanimale\u00bb \u00e8 una dimenticanza, nel senso, Caffo dice, che ci siamo dimenticati di non essere soli, il gesto immaginativo della situabilit\u00e0 oltre il recinto costituisce l\u2019accesso alla figurazione della dimora condivisa nel decentramento dell\u2019umano, cio\u00e8 nello stacco dall\u2019ipotesi gerarchica di essere qualitativamente superiori. Oltre il recinto non ci sono soltanto cose sotto altra luce, ci sono anche altre cose. In questo spazio postumano si delinea l\u2019idea di una umanit\u00e0 che potr\u00e0 decollare solo nella prospettiva sintonica di umano e non umano. Postumano contemporaneo \u00e8 in continuit\u00e0 con ontiche eterospecifiche.\n<br>\nImmaginare l\u2019esterno del recinto, figurarselo, anticiparlo per comprenderlo, non soltanto per concepire una diversa categoria di mondo, ma anche per superare le svianti posizioni di un\u2019inquietante e disumanizzata, anche quando non tecnofobica, <em>posthumanity<\/em>. O indifferente al cosiddetto \u00abdislivello prometeico\u00bb, lo scarto tra l\u2019umano e i suoi prodotti e la loro velocit\u00e0 di trasformazione, tra il nostro sentire e i nostri artefatti e l\u2019impenetrabilit\u00e0 degli effetti di questi artefatti. Qual \u00e8 l\u2019ambiente fisico-biologico di Postumano contemporaneo, lo sfondo della sua processualit\u00e0? Gli spazi non ancora intossicati lasciati vuoti da Homo sapiens nello squallore di una urbanizzazione indiscriminata, ad esempio. L\u2019<em>habitat<\/em> della nuova specie non somiglier\u00e0 alla coacervazione dell\u2019urbanizzazione capitalista, dove \u00e8 tangibile l\u2019alienazione dalla bellezza e dalla morale, ed \u00e8 anche difficile figurarselo come traduzione in atto delle visionarie utopie implicate in certa architettura radicale. Viceversa, avr\u00e0 una struttura topologica tale da non saturare gli spazi urbani per cos\u00ec incentivare altre prassi esistenziali. Per figurarci l\u2019<em>habitat<\/em> postumano \u00e8 utile ricorrere alle immagini elaborate nei prodotti estetici e nell\u2019architettura, spesso pi\u00f9 esplicative di astratte trame filosofiche. La filosofia, se vera \u00abalternativa filosofia\u00bb, non \u00e8 una disciplina argomentativa e tanto meno sede di apodissi. Mutua il suo metodo dall\u2019architettura, quindi sar\u00e0 una riflessione sulla forma da dare alle cose. In merito, nella seconda parte di <em>Fragile umanit\u00e0<\/em> (e in altri luoghi della sua ricerca) Caffo sviluppa una \u00abteoria dell\u2019anticipazione con arte e architettura\u00bb. La loro azione congiunta rende una rappresentazione simbolica che evoca l\u2019immagine fattuale delle forme confezionate dalla teoria, qualora questa comporti uno stravolgimento nei mutamenti e nella maniera di concepirsi da parte dei soggetti chiamati in causa. La filosofia \u00e8 anticipazionismo \u2013 ci torneremo.\n<br>\nLa seconda trasformazione prevede un riscatto senza residui dal sistema geocentrico e dalle sue propaggini che tutto hanno ricondotto alla misura dell\u2019umano. Dopo l\u2019etica, sottratta alla sua tradizionale prescrittivit\u00e0, \u00e8 la volta della metafisica giacch\u00e9 \u00e8 l\u2019animale umano a pianificare la conoscenza, e questa circostanza vede il suo culmine nel trascendentalismo kantiano e nel suo decorso nel tempo. Al geocentrismo, infatti, non si sottrae la rivoluzione copernicana di Kant: se il mondo \u00e8 una costruzione dei nostri schemi mentali, sono questi a determinare la maniera in cui un oggetto \u00e8 percepito e non piuttosto il soggetto conoscente a conformare i propri schemi concettuali alle cose. Se pure ormai screditato il modello astronomico della centralit\u00e0 del nostro mondo nell\u2019universo, la ragione \u00e8 ancora impigliata nel sistema metafisico dello schematismo di Kant. E Caffo riporta il <em>punctum dolens<\/em> del \u00abgeocentrismo filosofico\u00bb, che figura nella <em>Prefazione<\/em> del 1787 alla prima <em>Critica<\/em> kantiana: \u00abla ragione vede solo ci\u00f2 che lei stessa produce secondo il proprio disegno [\u2026] essa deve costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei\u00bb. Siamo ancora bloccati nel centro del cerchio: il mondo dipende dalla nostra mente, costruito, e inevitabilmente falsato, dal soggetto della conoscenza. Considerare le cose per come dovrebbero essere per essere conosciute da noi comporterebbe una riduzione dell\u2019oggettivo al soggetto conoscente e legislatore. E ci\u00f2 che \u00e8 il mondo per l\u2019animale umano \u00e8 il mondo per tutti. \n<br>\nL\u2019inversione di paradigmi gi\u00e0 istituita dal copernicanesimo aveva decentrato il genere umano, il cui universo \u00e8 stato lungamente il luogo privilegiato di osservazione. Quale aspetto pu\u00f2 avere il mondo fuori del nostro centro destituito di unicit\u00e0 e di universalit\u00e0? Nello spazio dilatato della periferia ha termine il nostro impero sulle cose e si consuma quel processo di marginalizzazione per il quale siamo come gli altri esseri viventi, senza pi\u00f9 rivestire ruoli elitari. Lontana dall\u2019intenzione di istituire un altro centro in questa zona esterna, l\u2019osservazione periferica di Postumano contemporaneo ha pi\u00f9 campo, e rispetto alla congesta solitudine metropolitana lo spazio \u00e8 euritmico se pure pieno di presenze, di interazioni intraspecifiche e tra disparit\u00e0 biologiche e tra organismi viventi in crescente simbiosi. Ma l\u2019esperienza della marginalit\u00e0 non \u00e8 esonerativa da responsabilit\u00e0, come dalla sterminata latitudine di Homo sapiens, che si reputava un soggetto egemone esclusivo, e pertanto ignaro di questa differenza periferica. Homo sapiens non \u00e8 l\u2019essere, come, tra gli altri, voleva Heidegger. \n<br>\n\u00c8 soprattutto in discussione l\u2019idea di uomo sorta con il creazionismo, che tanto ha inciso sul nostro presumerci essenziali e sulle nostre regole di condotta. Homo sapiens ha ricevuto l\u2019avallo di Dio, quindi siamo ancora all\u2019interno di una prospettiva verticale. Acme della creazione, l\u2019animale umano \u00e8 emblematizzato dal leonardesco <em>Uomo vitruviano,<\/em> dove il corpo umano, misura delle cose, \u00e8 simbolo supremo della perfezione e del volere divini. Mentre \u2013 divago brevemente \u2013 sembrerebbe un controsenso l\u2019immagine del <em>robot vitruvian man<\/em>, ad esempio quella che domina la sovraccoperta di <em>Robot Wrist Actuators<\/em> di Mark E. Rhoseim, del 1989 (qui forse si esalta la tecnica come portato dell\u2019ingegno umano, bench\u00e9 il senso sottostante alla perfezione dell\u2019automa potrebbe al contrario indicare l\u2019umana superfluit\u00e0). Se assunta in generale, la figura ha infatti facolt\u00e0 di alludere alla dissoluzione dell\u2019impianto epistemico del modello vitruviano, che si sfrangia in vista di altre applicazioni, nella fattispecie, nella contaminazione dell\u2019umano con l\u2019artefatto tecnologico. Antropocentrismo e intelligenza artificiale (robotica in questo caso) sono reciprocamente irriducibili, visto che il ricorso a strutture artificiali suppone una dipendenza <em>ab origine<\/em> da parte dell\u2019animale uomo (tutt\u2019altro dall\u2019autarchia che caratterizzerebbe l\u2019umanismo), tanto che dire \u00abstato di natura\u00bb \u00e8 una contraddizione in termini. Ma la figura dell\u2019uomo robotico potrebbe anche insinuare l\u2019idea di una tecnica come fattore di distorsione dell\u2019umana natura (ma suonerebbe strano da parte dell\u2019autore di un libro tecnico-pratico dedicato ai polsi robot), e questo \u00e8 un tratto ridondante nelle riflessioni degli ultimi decenni sui nuovi <em>media<\/em>, cos\u00ec come nelle declinazioni della condizione postumana in cui la vita \u00e8 tributaria della tecnica. Non nell\u2019accezione di Caffo, tuttavia. \n<br>\nDai termini dell\u2019antropocentrismo verticale interpretato dall\u2019<em>Uomo vitruviano<\/em>, da questa deificazione dell\u2019essere umano che si distingue nella sfera dell\u2019essere, si distraggono le teorie di Darwin, che in <em>The Descent of Man<\/em> sviluppa l\u2019argomento che era rimasto implicito nell\u2019<em>Origine delle specie<\/em>, se pure vero bersaglio delle polemiche antievoluzionistiche: l\u2019origine dell\u2019uomo e il nesso con l\u2019animale non umano. In un ribaltamento di livelli: dalla creazione all\u2019evoluzione (difficile a spegnersi, il paradigma creazionista, fino all\u2019elaborazione assurda di un evoluzionismo creazionistico che vede l\u2019evoluzione come realizzazione di un piano predeterminato), e siamo alla terza trasformazione, quella scientifica, dove il mondo trascende noi. \u00c8 la catastasi di Homo sapiens. Dal basso (<em>descent<\/em>) verso l\u2019alto, le specie emergono dal caos, vivono la loro vita mortale, nel pianeta sono solo di passaggio. In questa visione di una vita emersa dal tempo profondo e sospinta dal basso c\u2019\u00e8 sia la desacralizzazione dell\u2019uomo vitruviano sia il declassamento dell\u2019umano in quanto immesso nella pluralit\u00e0 degli enti e costituito della loro medesima sostanza. Sciolto il mistero sommo della vita umana, il pi\u00f9 arcano dei misteri, Homo sapiens perde quel coefficiente auratico e di sacralit\u00e0 che lo aveva circonfuso nella sua ascesa irresistibile. Giacch\u00e9 con la dottrina evoluzionistica l\u2019animale uomo non \u00e8, come presunto finora per una forma di antropolatria, la meraviglia del creato che risalta su uno sfondo per lui ornamentale o a lui funzionale, in una parola, non \u00e8 dotato di un\u2019anima immortale. Viceversa, \u00e8 qualcosa di altamente decostruito, decentrato, uno sradicato alla ricerca di altri ambienti, una forma aperta e in corso di stabilizzazione. Risultanza di un processo emergente, di uno sviluppo biologico non lineare ma casuale che ha avuto luogo indipendentemente da un disegno o da un fine \u2013 e nonostante tutto, per Darwin, questa casualit\u00e0,  che per Caffo \u00e8 pi\u00f9 propriamente un\u2019\u00abassenza di vertice\u00bb, costituiva \u00abl\u2019argomento principe a favore dell\u2019esistenza di Dio\u00bb. Ospite, e non dominatore, in una natura non padroneggiabile, che nulla di lui conosce, e che di lui non ha alcuna necessit\u00e0. Anche di qui la crisi del soggetto, dell\u2019io supremo dell\u2019arte, e la sua narrazione drammatica per <em>fragmenta animae<\/em>, l\u2019atomizzazione, la disgregazione interiore e del flusso della vita a partire dalla fine del ventesimo secolo, tra Nietzsche e il decadentismo. E l\u2019angoscia sartriana  per la libert\u00e0 come \u00abfondamento senza fondamenti\u00bb dei valori in assenza di garanzie esterne, per la condanna alla libert\u00e0 di scelta, alla responsabilit\u00e0 che ricade sull\u2019essere al mondo nell\u2019indisciplina, senza custodia n\u00e9 direzione, senza direttive provvidenziali o valori assoluti. <em>Incipit<\/em> qui postumano.\n<br>\nLa narrazione di Homo sapiens \u00e8 una antropodicea che, oltre i presupposti dell\u2019umanesimo ateo, contiene in s\u00e9 la propria giustificazione profonda, tuttavia non risolta: il nascondimento, quel discriminatorio, inveterato, non vedere la specificit\u00e0 e i diritti degli altri esseri, insieme alla sua presunta discendenza divina, giustificazione che in questo contesto compromette il significato di \u00abgiusto\u00bb. Mentre la narrazione negativa dell\u2019antispecismo ci dice che ci\u00f2 che urta con la sofferenza animale non si pu\u00f2 fare. In termini generali, quella tra giusto e giustificato, diceva tra le altre cose Caffo nel <em>Bosco interiore.<\/em> <em>Per una vita non addomesticata in compagnia di Henry D. Thoreau<\/em> (Sonda 2015), \u00e8 una delle distinzioni preliminari su cui basarsi per una vita socializzata nella quale il giustificato spesso concorre a pregiudicare l\u2019accezione di \u00abgiusto\u00bb, legittimata da una diffusa, e ingiustificata, supposizione di liceit\u00e0. Azioni palesemente non giuste sono accreditate da una accondiscendenza generalizzata, ad esempio.\n<br>\nL\u2019antropodicea di Postumano contemporaneo esalta piuttosto la disponibilit\u00e0 verso una prassi di possibili emancipazioni. Sorge dall\u2019insufficienza dell\u2019etica di un umanesimo androcentrico e antropolatrico, e dall\u2019azione sincrona dei presupposti preventivamente decostruiti nelle tre trasformazioni in previsione di ulteriori passaggi da attraversare. Postumano \u00e8 contemporaneo perch\u00e9 presente qui, ora, perch\u00e9, se condivide una continuit\u00e0 spaziotemporale con Homo sapiens, di fatto \u00e8 un modo gi\u00e0 evoluto di reagire alla resistenza del mondo. Homo sapiens e Postumano contemporaneo si spartiscono una soglia dove il presente \u00e8 fortemente impregnato di futuro. Una zona liminare, come uno stato di crisalide, o l\u2019ora crepuscolare, lo stadio incompiuto di una formazione e non un confine netto, in cui si consuma il trapasso tra un adesso e un non ancora, il futuro del non essere pi\u00f9: destinato all\u2019estinzione, l\u2019uno, estinzione che \u00e8 evoluzione in altro. Dalle ombre mute dell\u2019<em>habitus<\/em> <em>mentis<\/em> di Homo sapiens alla <em>facies<\/em> etica e saggistica di Postumano contemporaneo.\n<br>\n\u00abPost-\u00bb non \u00e8 \u00abtrans-\u00bb. Le due funzioni prepositive rispetto all\u2019elemento autonomo \u00abumano\u00bb indicano, rispettivamente, un dopo (come conseguenza o effetto di un evento), e un oltre (solitamente il superamento di un limite), il passaggio oltre o attraverso un termine. Pi\u00f9 che uno stato tensionale o un obiettivo da perseguire, allora, Postumano contemporaneo \u00e8 il percorso attuale di una speciazione naturale che implica, sul terreno sgombro e impregiudicato in seguito alle trasformazioni preliminari, il distanziamento da alcuni stereotipi. Al di l\u00e0 di una posteriorit\u00e0 temporale, per altro diversamente connotata, Postumano contemporaneo non ha punti in comune con il transumanismo, ovvero con un nuovo innalzamento dell\u2019umano allo status divino. Tendere a un illimite, ad un pi\u00f9 in l\u00e0, a una \u00aboltranza-oltraggio\u00bb (direbbe per altri versi Andrea Zanzotto) comporta l\u2019oscuramento della ragione, un trascenderne i limiti (gi\u00e0 in Dante \u00aboltraggio\u00bb \u00e8 ci\u00f2 che, appunto, va oltre la possibilit\u00e0 di comprensione umana). Nella tensione transumana al potenziamento, all\u2019inflazionato <em>enhancement<\/em> delle qualit\u00e0 dell\u2019animale uomo per un\u2019esistenza liberata dal dolore e verso un immortalismo, del resto, terreno (mentre sotto certi aspetti ad essere immortale \u00e8 il meccanismo, che al massimo si blocca ma non muore), l\u2019umano tradisce una richiesta di autostima unita a una dilatazione delle proprie incertezze dovute alla difficolt\u00e0 di accettarsi per quello che \u00e8, cio\u00e8 l\u2019essere caduco e finalizzato al dissolvimento cui sopperirebbero la scienza e una intensificazione dei supporti tecnologici non solo a scopo terapeutico. In ragione di ci\u00f2, il transumanismo rende l\u2019immagine di una umanit\u00e0 non ancora postantropocentrica, anzi, iperumanista, tecnofilica e tecnocentrica, e di una sorta di oltreuomo protensivo, ottimizzato bench\u00e9 sconnesso, e ipertecnologizzato contro l\u2019impermanenza corporale. Teso, nel suo immortalarsi, a polarizzare e a gestire la propria evoluzione. Sono declinazioni di una <em>velleitas<\/em> insensibile al cosiddetto \u00abdopo di noi\u00bb \u2013 che al contrario \u00e8 istanza primaria di Postumano contemporaneo \u2013, perch\u00e9 il sogno del prolungamento dell\u2019esistenza terrena innegabilmente intrattiene una relazione con il modello della personalit\u00e0 narcisistica caratteristico di una cultura in significativo declino che respinge o sopprime l\u2019alterit\u00e0, e quindi, paradossalmente, giacch\u00e9 sorge come un andare oltre, il futuro. Ci\u00f2 in quanto l\u2019esclusivo senso di s\u00e9 (d\u2019Annunzio, tra egocentrismo e megalomania: \u00abdebbo vivere un\u2019ora sola del mio giorno \u2018per gli altri\u2019? [\u2026] \u2018No\u2019\u00bb; \u00abe ti descriver\u00f2 le mie ore pensose, le mie letture, le mie ricerche di colore, le mie trasfigurazioni mentali, le mie invenzioni transumane\u00bb, dal carteggio con il figlio Veniero, il che \u00e8 una aggravante), l\u2019assenza della dimensione empatica e il distacco dal mondo come ovvia conseguenza disorientano qualsiasi interesse verso le generazioni a venire. \n<br>\nPostumano contemporaneo non \u00e8 affetto da narcisismo tecnologico. Non transumanista n\u00e9 trasumanante, discende da Homo sapiens, la cui evoluzione non inerisce i tratti somatici, all\u2019apparenza non distinguibili come diversi (non c\u2019\u00e8 una somatica postumana, come nell\u2019idea del corpo ibridato), ma la maniera di stare nell\u2019ambiente. E ci si potrebbe chiedere, come Caffo fa in <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em>, se gli abitanti di Downtown Dubai e gli Yanomami della foresta amazzonica appartengono alla stessa specie, visto che il modello Amazzonia \u00e8 ancora compatibile con un lungo lasso di vita di Homo sapiens sulla Terra. Cos\u00ec Caffo, in uno dei punti centrali della sua teoria filosofica del postumanesimo \u2013 volta inoltre a diradare l\u2019ampia e farraginosa semantica di \u00abpostumano\u00bb. La teoria \u00abserve a catturare il principio evolutivo di questa specie a cui alcuni di noi potrebbero appartenere: diversi nelle usanze alimentari, nelle relazioni con l\u2019ambiente (ecologisti), e in infiniti altri aspetti, alcuni umani hanno gi\u00e0 abbandonato la loro specie di appartenenza verso una nuova casa per il loro essere. Questa speciazione, in accordo con Ernst Mayr, non essendo avvenuta per deriva genetica \u00e8 quantomeno in atto per selezione naturale: gli individui che sono stati in grado di adattarsi a un nuovo <em>habitat,<\/em> il pianeta nell\u2019epoca della fine delle risorse, sopravvivranno a coloro che li hanno preceduti\u00bb. \u00c8 la concretizzazione che sussegue all\u2019esercizio performativo anticipato (\u00abAnticipazione\u00bb \u00e8 la quinta delle <em>Sei parole per il contemporaneo<\/em>, sottotitolo di <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em>, Einaudi 2022).\n<br>\nE sta qui il senso della designazione di \u00abpostumano\u00bb. Che, come Caffo dice, consiste in una \u00abspeciazione in atto\u00bb. L\u2019etica di Postumano contemporaneo non \u00e8 <em>disembodied<\/em>, \u00e8 orientata al corpo, al corpo naturale. Non postula una liberazione dalla corporeit\u00e0 e dall\u2019idea della caducit\u00e0 fisica e corporale attraverso una ibridazione tra uomo e macchina per una specie di <em>alter ego<\/em> artificiale. Non sfugge la coimplicazione, oltre il piano isonimico, di \u00abibrido\u00bb e <em>hybris<\/em> nel discorso sulla trasgressione del limite o della norma, per cui nel suo tecno-ottimismo il transumano, che nel trasvalutare i paradigmi naturali vuole incidere attivamente sull\u2019evoluzione (nello specifico, l\u2019ingegnerizzazione dell\u2019intelligenza artificiale dovrebbe surclassare la selezione naturale), si riallaccia all\u2019umanesimo classico e alla sua tracotanza nei confronti della natura, e a una <em>hybris<\/em> tecnica finalizzata al divenire <em>cyborg<\/em>, al postbiologico, all\u2019elevazione dell\u2019umano oltre l\u2019umano (mentre per il darwinismo la morte era condizione necessaria della progressione della vita nel progresso della natura). Nella visione di Caffo il corpo \u00e8 la linea di confine con la quale devono misurarsi le azioni morali: ogni atto va compiuto nell\u2019osservanza dei diritti dell\u2019altro, perch\u00e9 postumano non \u00e8 il singolo individuo, \u00e8 un segmento di un unico organismo. \u00abSiamo organi di un unico corpo\u00bb, scriveva Caffo in accordo con Thoreau e in opposizione a Cartesio. \u00c8 ci\u00f2 che in <em>La vita di ogni giorno.<\/em> <em>Cinque lezioni di filosofia per imparare a stare al mondo<\/em> (Einaudi 2016) Caffo ha definito \u00abetica dello stormo\u00bb: e \u00abstormo\u00bb non \u00e8 un nome singolativo. Contravvenendo al principio dell\u2019alterit\u00e0 dei corpi, ovvero alle ragioni dello stormo, Homo sapiens ha promosso \u2013 con parole di Roberto  Calasso \u2013 l\u2019\u00abinnominabile attuale\u00bb. Contro questa rilevanza del corpo, e nell\u2019assunzione in s\u00e9 della molteplicit\u00e0 e delle differenze che scalzano l\u2019individualismo e il monoteismo dell\u2019io, si infrange la nozione umanistica, e monolitica, di identit\u00e0. Da un lato, perch\u00e9 nell\u2019ottica umanistica non \u00e8 possibile assimilare la diversit\u00e0 al fenomeno umano; inoltre, per la circostanza che il corpo \u00e8 immesso in un contesto diveniente: \u00abdalla periferia, il nostro ruolo \u00e8 in mutazione continua\u00bb. \n<br>\nDal profilo filosofico, con Caffo la teoria del postumano si allinea al realismo speculativo, nel comune intento di mettere in crisi le residue latenze dell\u2019antropocentrismo. Le trasformazioni di cui sopra segnano una riabilitazione dagli errori storici attraverso uno sguardo realistico che reagisce al correlazionismo postkantiano che pone l\u2019ente umano come il solo all\u2019altezza di accedere adeguatamente all\u2019essere attraverso il pensiero. Il trasferimento dal centro \u00e8 una questione metafisica ed equivale a negare che si possa conoscere esclusivamente la connessione tra pensiero ed essere, senza tenere i due termini distinti e a prescindere dal modo del soggetto di correlare. Sciolto il nodo del correlazionismo, per cui il mondo \u00e8 parte dell\u2019umano, l\u2019antropocentrismo traballa, se consideriamo la reciproca dipendenza tra umano e mondo, tra essere e pensare mai disgiunti. E di conseguenza l\u2019inconoscibilit\u00e0 di quanto esula dalla correlazione tra pensiero ed essere, quindi l\u2019inconoscibilit\u00e0 dell\u2019ente in quanto ente. Ma il punto pi\u00f9 problematico del correlazionismo \u00e8 l\u2019attribuire esistenza unicamente a ci\u00f2 che \u00e8 percepito come esistente, mentre se l\u2019uscita dal recinto \u00e8 un gesto dalla portata metafisica lo dobbiamo all\u2019esistenza, autonoma e sufficiente a s\u00e9, e alla relativa resistenza (perch\u00e9 nell\u2019ottica nuovorealista l\u2019esistente ha facolt\u00e0 di resistere, di confermare o di smentire la fondatezza delle interpretazioni, di dare o di togliere senso ai nostri discorsi) della realt\u00e0 intorno a noi. C\u2019\u00e8 un mondo esterno del quale conosciamo l\u2019influenzarsi reciproco tra soggetto e oggetto, e l\u2019ambiente \u00e8 la cornice di questa interazione. La realt\u00e0 resta una, ma viene osservata da piani differenti, di qui l\u2019inscindibilit\u00e0 di realismo ed ermeneutica. E di qui l\u2019indebolimento dello speculativo puro per una contaminazione con l\u2019antropologia culturale. \n<br>\nDal canto loro, filosofia, architettura e arte cooperano per una prolessi o anteprima dello scenario postumano, per profilare una potenzialit\u00e0 in certa misura gi\u00e0 messa alla prova, ad esempio con l\u2019essere vegan. Se architettura e arte dotano la filosofia di un corredo di esempi reali, non sussiste il rischio di una critica della filosofia come rigidit\u00e0 astratta senza pi\u00f9 alcuna forza etica. Visto che per Caffo la filosofia \u00e8, s\u00ec, strumento di emancipazione, ma oltre il testo, nella traduzione in atto di ci\u00f2 che \u00e8 maturato nella riflessione. Nella fattispecie, \u00e8 una teoria sul complesso legame tra un umanismo destituito del suo prestigioso statuto epistemico e la specificit\u00e0 della condizione postumana, il peculiare modo postumano di situarsi all\u2019interno dell\u2019essere. Filosofia \u00e8 un dire per fare. Questo stesso passaggio di specie suppone una competenza filosofica che non si arresti a una sfera biologica e che non sia strettamente teoretica. \n<br>\nCos\u00ec come enunciato fin qui, Postumano contemporaneo fa vacillare anche le basi dell\u2019etologia. Caffo nega una identit\u00e0 di gesti e di senso tra postumano ed etologico, che sarebbe una ricaduta nell\u2019accentramento dell\u2019uomo, una riconduzione all\u2019umano della alterit\u00e0 animale: non possiamo sperimentare ci\u00f2 che non siamo. Inoltre, per sua completezza, l\u2019etologia dovrebbe estendere l\u2019osservazione oltre gli animali in natura, quindi agli animali in laboratorio condannati al relegamento e all\u2019orrore. Ma l\u2019essere postumani urta frontalmente con ogni costrizione che procuri l\u2019impotenza vitale altrui, sia pure a fini di ricerca: \u00e8 chiaro che in seguito alle trasformazioni etica-metafisica-scientifica Postumano contemporaneo pensi insieme eticamente e scientificamente. E assuma inoltre in forma intersettoriale, contestualmente e non a parte, i vari stadi dell\u2019essere, le aree disciplinari e i costrutti culturali.\n<br>\nE quanto appena detto non entra in contraddizione con la valorizzazione dell\u2019idea ossessiva di Homo sapiens, che oltre tutto rescinde la sua illusione postrema: il limite opposto dalla dimensione biologica, dalla <em>embodiedness<\/em>, quindi dalla finitudine. Quello che era un ostacolo da scavalcare ad ogni costo per mutare in oltreumano (l\u2019Odisseo dantesco con il \u00abfolle volo\u00bb che trasgredisce i divieti divini; la figura prometeica di Achab nell\u2019altrettanto folle inseguimento di un\u2019ossessione: \u00abmentre vivo sulla terra una personalit\u00e0 regale vive in me e sente i diritti del suo grado\u00bb; fuori della finzione, Leonardo da Vinci che mette le ali all\u2019umano per riuscire dove aveva fallito il sogno di Icaro) per Postumano contemporaneo \u00e8 un fattore sommamente positivo, un\u2019occasione, un monito che impone di arrestarsi perch\u00e9 pi\u00f9 avanti sarebbe soltanto l\u2019atto arbitrario e l\u2019abuso dell\u2019esperienza dell\u2019altro. Il limite \u00e8 la condizione necessaria del progredire, del trasformarsi, della stessa libert\u00e0, che non si d\u00e0 in sua assenza: come nell\u2019esempio della colomba kantiana, c\u2019\u00e8 una resistenza, un limite naturale, all\u2019origine della possibilit\u00e0 di volare. \n<br>\nCome nel caso del transumanismo, cos\u00ec l\u2019etologia non giunge a valorizzare la finitudine perseguendone anzi il sopravanzamento. Ci\u00f2 che invece per Caffo va oltrepassato \u00e8 il pensiero binario che postula antitesi rigorose supposte incomponibili, quali mente\/corpo (di estrazione cartesiana), bianco\/nero, interno\/esterno, soggetto\/ambiente, natura\/cultura: al di l\u00e0 dei contrasti netti e delle scomposizioni in due, esistono chiaroscuri e mezze tinte che non designano dogmaticamente, quindi non delimitano. Nell\u2019orizzonte inclusivo e postdualistico postumano l\u2019opposto \u00e8 complementare, come nella <em>varia unitas<\/em> delle filosofie orientali. Una volta smontata la fondatezza delle bipartizioni e della logica binaria, del paradigma duale, la dimensione ibridativa diviene un\u2019immagine verosimile. Tuttavia il tasso di ibridazione di Postumano contemporaneo \u00e8 tutt\u2019altro che iperbolico. L\u2019ibridazione \u00e8 qualcosa di simbolico, un intramarsi di dicotomie sfumate, di ambivalenze e di gradazioni, nella continuit\u00e0 tra enti ed oggetti eterogenei. E soprattutto nei limiti del biologico. Perch\u00e9 l\u2019ibrido \u2013 punto lussureggiante quanto controverso delle posizioni sul postumano, talora profilandosi come sua caratteristica univoca in cui cade il discrimine ontologico tra naturale e artificiale \u2013 in Postumano contemporaneo non si risolve in una intersezione o in un composto di elementi umani e di elementi animali. O nell\u2019incorporazione di umanit\u00e0 e di artificialit\u00e0 o macchinicit\u00e0 (dove il meccanismo \u00e8 ambiguamente salvifico), oppure di umano e inorganico, protesico (altro \u00e8 il discorso dello strumento tecnico che colma le umane lacune), <em>cyborg<\/em> o androide: postumano non \u00e8 disumano o di rango metabiologico. \u00c8 un altro soggetto. Che reagisce all\u2019assuefazione per cui dimentichiamo di essere implicati nell\u2019<em>assommoir <\/em>animale, e questa dimenticanza, addotta con intenzioni autoassolutorie come normalit\u00e0, e da cui Postumano contemporaneo si discosta, era rasserenante perch\u00e9 nulla metteva in questione.  \n<br>\nOra che l\u2019umanit\u00e0 come concetto o categoria di pensiero \u00e8 decostruita, ora che del supermondo di Homo sapiens, almeno come rappresentazione mentale, \u00e8 stata svelata l\u2019evanescenza, se la speciazione non \u00e8 solo un percorso metaforico, non dobbiamo fare altro che seguire il movimento di Postumano contemporaneo, che \u00e8 un\u2019opera aperta di cui avvertire i bordi. Al di l\u00e0 dei tratti apocalittici del racconto giovanile, e come tutte le cose che coinvolgono un dopo di noi, si intravede nel presente e in parte \u00e8 gi\u00e0 vissuta. Ma non basta vivere la speciazione, bisogna gestirla. Come un\u2019opera architettonica, Postumano contemporaneo, fatte proprie le premesse di base, necessita di un progetto e di una realizzazione, e quest\u2019ultima \u00e8 delegata al filosofo, a lui competer\u00e0 l\u2019installazione dell\u2019opera che ha realizzato, consistente nell\u2019aver ridisegnato il senso dell\u2019essere nel mondo. \n<br>\nEd \u00e8 quello che inseguiva Thoreau, protagonista del <em>Bosco interiore<\/em>, che nella pratica di solitudine (\u00abisolamento\u00bb \u00e8 la quarta parola per il contemporaneo in <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em>) di Walden, nella percezione dei ritmi scanditi dalla natura, ritmi lenti favorevoli alle rappresentazioni interiori,  all\u2019appressamento a quello che Zanzotto chiamer\u00e0 per ossimoro \u00abricchissimo nihil\u00bb, e nel mettersi alla prova del silenzio percepiva l\u2019imperfetto del mondo. Il silenzio nell\u2019\u00abestremo verde\u00bb in Thoreau non ha a che fare con il pensiero inerte e muto della vacuit\u00e0 o con forme di spiritualismo o di misticismo. Non ha tendenza infinitiva ma attiva. \u00c8 su questa scia che Caffo proponeva la diade \u00absilenzio e rivoluzione\u00bb, perch\u00e9 \u00e8 con l\u2019esperienza originaria del silenzio, con la sospensione della parola ripetuta, sviante, inespressiva che si sviluppa l\u2019idea di una rifondazione comunitaria. Con la sospensione della heideggeriana <em>Gerede<\/em>, quotidiana e ora mediatica e quindi pervasiva, che sommerge il suono dell\u2019essere non corrotto dal vissuto storico e personale, e che ci distrae dal guardare all\u2019abisso di questa modernit\u00e0 postuma. La prospettiva lontanante non configura l\u2019oblio dei paesaggi della memoria n\u00e9 l\u2019abbandono dei rapporti e dei legami tra le singole esistenze, e risponde piuttosto all\u2019esigenza di renderci consapevoli dei vincoli etici e del valore della nostra vita mortale. Il silenzio, Caffo dir\u00e0, \u00e8 \u00abl\u2019assenza di un\u2019umanit\u00e0 come concetto che opprime\u00bb. Postumano contemporaneo va oltre Thoreau, giacch\u00e9 nel frattempo il quadro del mondo \u00e8 profondamente mutato, e comunque resta in linea con il Thoreau che dopo due anni ritorna nella citt\u00e0, perch\u00e9, come Caffo scrive, \u00abvivere \u00e8 con-dividere\u00bb con gli altri dello stormo. E similmente vegano, leggiamo in <em>Vegan<\/em>, \u00ab\u00e8 un sistema aperto, plurale\u00bb.\n<br>\nPostumano \u00e8 una nuova narrazione, bench\u00e9 non stabilizzata. In <em>Vegan<\/em>, si legge nella nota conclusiva, prosegue il discorso che va dall\u2019\u00abantispecismo debole\u00bb del sottotitolo del <em>Maiale non fa la rivoluzione<\/em> alla riflessione sul postumano contemporaneo, e in particolare si esaminano le conseguenze fattuali dei fondamenti concettuali esposti negli altri due lavori. Una brevissima ricostruzione retrospettiva dell\u2019attributo \u00abdebole\u00bb associato all\u2019etica animale, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il pensiero debolista. \u00abDebole\u00bb intanto nel senso di una forma non coercitiva di antispecismo, di un attivismo non integralista e non dispotico, che anzi tolleri gli inevitabili passaggi intermedi purch\u00e9 giovino alla causa antispecista. Quindi \u00abdebole\u00bb nel senso di una teoria come filosofia di vita, pertanto incompiuta, liquida, flessibile a seconda delle situazioni. Ma soprattutto perch\u00e9 modellata sullo slogan che ispira la proposta di Caffo: \u00abgli animali prima di tutto\u00bb, cio\u00e8 la liberazione animale a prescindere dai suoi effetti sull\u2019umano. La versione debole \u2013 di fatto il richiamo all\u2019antispecismo \u00e8 molto forte \u2013 \u00e8 un terza forma di antispecismo, che va oltre lo \u00abspecismo naturale\u00bb (che si esplica nel preferire individui della propria specie, del simile a spese del dissimile, e in questo caso, Caffo osserva, si pu\u00f2 parlare di \u00abpregiudizio\u00bb) e lo \u00abspecismo innaturale\u00bb (che istituzionalizza il massacro dell\u2019animale non umano per i bisogni dell\u2019umano: e questa \u00e8 una ideologia).\n<br>\nTorniamo a <em>Vegan<\/em>. Qui Caffo riprende la definizione che Giorgio Agamben d\u00e0 di \u00abcontemporaneo\u00bb come di qualcosa che non combacia con il proprio tempo \u00abn\u00e9 si adegua alle sue pretese ed \u00e8 perci\u00f2, in questo senso, inattuale\u00bb (<em>Che cos\u2019\u00e8 il contemporaneo?<\/em>). Come sopra accennato, Postumano contemporaneo \u00e8 un\u2019opera aperta, in \u00abcontraddizione attiva con la contemporaneit\u00e0\u00bb, Caffo ha detto parlando di <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em>. Compiuto uno scatto in avanti, vegan \u00e8 contemporaneo perch\u00e9, intempestivo e fuori tempo, pretende dal proprio tempo di farsi futuro, di raggiungerlo, Caffo dice, \u00abdi ampliare le pretese dell\u2019attualit\u00e0 verso quelle dell\u2019utopia\u00bb. Vegan \u00e8 inattuale perch\u00e9 attuale \u00e8 ci\u00f2 verso cui stiamo andando. E si rif\u00e0 al concetto di \u00abanticipazionismo\u00bb: anticipare, accampare al qui ed ora ci\u00f2 che ancora non esiste per prevederne, nell\u2019asincronizzazione, lo scenario, nello specifico \u00abper mostrare la potenza e l\u2019applicabilit\u00e0 di un\u2019idea rivoluzionaria\u00bb. Vegan \u00e8 quindi vivere in straniamento la tensione tra le temporalit\u00e0 dell\u2019essere e dell\u2019essere possibile, una vertigine del possibile potenziale da condividere, \u00e8 sembianza precorsa, Caffo scrive, di un futuro morale non immediatamente visibile, anzi, molto di l\u00e0 da venire. Il differimento temporale \u00e8 fisiologico senza esprimere connotazioni utopiche o ucroniche. Il veganismo non postula sovversioni immediate o trasformazioni radicali, n\u00e9 tanto meno una disgiunzione temporale. Viene concettualizzato come processualit\u00e0, \u00abcome gesto, come performance nel senso pi\u00f9 tecnico e artistico possibile\u00bb. I vegani \u00abdecostruiscono l\u2019\u2018attuale\u2019 preferendogli, come tutti i performer, il possibile\u00bb. Vegan \u00e8 essere all\u2019altezza di fingere (dal latino, \u00abmodellare\u00bb, \u00abplasmare\u00bb, \u00abimmaginare\u00bb, donde il leopardiano \u00abmi fingo\u00bb: l\u2019immaginazione arriva a dare forma) un nuovo spazio simbolico nel quale concepire in anticipo uno stato di cose. Una volta attenuato, attraverso un \u00abgradualismo etico\u00bb, il divario tra l\u2019animale umano e il mondo che egli immagina, la realt\u00e0 solida e consolidata di Homo sapiens trasmuta in liquida, fluida, modificabile. \u00abNel simbolico gli occhi, come il cuore, espandono la percezione facendo proprio, inscrivendolo nei corpi, ci\u00f2 che \u00e8 stato attualizzato dall\u2019\u2018anticipazione\u2019\u00bb.\n<br>\nNella<em> Vita di ogni giorno <\/em>Caffo definiva l\u2019arte come il tempo a venire anticipato nel presente. Perch\u00e9 quelle opere improntate alla discontinuit\u00e0 o all\u2019infrazione dei canoni convenzionali ci incuriosiscono? Probabilmente perch\u00e9, caso per caso, ci fanno partecipi dei rischi e delle potenzialit\u00e0 del futuro. Senza questo fattore di anticipazione il vincolo tra l\u2019estetica nella accezione di Baumgarten di <em>scientia cognitionis sensitivae<\/em> e la filosofia dell\u2019arte permarrebbe oscuro e infondato. Ci\u00f2 che accredita questa tesi \u00e8 proprio la facolt\u00e0 di percepire sensibilmente, e non alla maniera di una preveggenza o di una prescienza, un non ancora di l\u00ec a manifestarsi. In questo rapporto che si istituisce tra universi all\u2019apparenza lontani, l\u2019estetica appare consustanziale all\u2019etica nella misura in cui entrambe aprono alla possibilit\u00e0, anzi, a un ventaglio di possibilit\u00e0: siamo nel territorio della scelta che muove l\u2019azione morale. L\u2019estetica ci rende consapevoli della complessit\u00e0 del mondo di cui facciamo parte perch\u00e9, selettivamente, raccorda il nostro mondo interno con il mondo esterno.\n<br>\nAncora nella <em>Vita di ogni giorno<\/em> Caffo assegna alla filosofia il potere di cambiare le cose nella sola maniera fattibile, cio\u00e8 con \u00abarmi pacifiche\u00bb. La filosofia pu\u00f2 supportare questa esigenza? S\u00ec, solo se praticata come \u00abalternativa<em> <\/em>filosofia\u00bb, cio\u00e8 come \u00abalternativa allo stato di cose maggioritario che le nostre vite e teorie affrontano\u00bb. La filosofia postumanista, l\u2019alternativa filosofia, \u00e8 l\u2019atto, cio\u00e8 l\u2019azione che non si prefigge un obiettivo inflessibile, un\u2019unica direzione. Le cinque lezioni che incrementano queste pagine hanno avuto un pubblico con il quale Caffo ha condiviso alcuni esempi di situazioni reali. Ora, nella forma scritta del libro, le lezioni hanno un uditorio pi\u00f9 vasto, un\u2019\u00abaula senza confini\u00bb, e neppure qui la filosofia sar\u00e0 ricevuta nei modi di una prospettiva privilegiata, quanto come discorso non filosoficamente vacuo o retorico e non irrelato dal mondo. Non si tratta infatti di sovrapporre le voci dei venerati filosofi alla quotidianit\u00e0, n\u00e9 di assumere le norme della filosofia morale come regolatrici dei nostri comportamenti, come codici di condotta. Un atto \u00e8 morale quando, lungi dall\u2019attenersi a una precettistica astratta, a norme prescrittive fissate da qualcuno prima di noi e magari neppure collegate alla vita reale (e tanto meno alla nostra), comporta in noi una modificazione per il moltiplicarsi delle opzioni possibili, delle quali, e rifletteremo sul perch\u00e9, ne scegliamo soltanto una. Il punto non sta nell\u2019attenersi a un criterio etico che impartisce delle norme sul dover essere, ma nel movimento al di l\u00e0 dell\u2019ottica del premio o della punizione. Sta nello scegliere un comportamento piuttosto che un altro. Qualcosa ci porta verso qualcosa. Cos\u2019\u00e8 questo qualcosa? Il sentirsi come \u00abunico immenso organismo\u00bb, uno \u00abstormo umano\u00bb: c\u2019\u00e8 un esterno in noi, un passato collettivo rispetto al quale, per imitazione, sorgono le nostre azioni morali. E se qui il mondo esterno non \u00e8 un mondo estraneo, \u00abil vero oggetto d\u2019indagine dell\u2019etica deve essere l\u2019imitazione fiduciosa del compagno pi\u00f9 vicino all\u2019interno dello stormo\u00bb. Forse, ricollegandoci ancora a Thoreau, l\u2019anarchia \u2013 in quanto condizione di una autonomia morale \u2013 ha molto da insegnare alla democrazia. E l\u2019etica, per Caffo, \u00e8 l\u2019etica stessa, vale a dire ci\u00f2 che di volta in volta saremo in grado di comprendere attraverso le nostre scelte comportamentali: perch\u00e9 proprio quella, e non un\u2019altra? \n<br>\nAnalogamente, \u00abveganesimo \u00e8 un atto, non un\u2019azione\u00bb, Caffo scrive. Sul momento non conosciamo la ragione per cui facciamo qualcosa, anzi, il gesto rivoluzionario deve liberarsi del peso del conseguimento tempestivo del fine. Quello che invece sappiamo \u00e8 che vegan implica la riconsiderazione totale del nostro stare al mondo e delle nostre responsabilit\u00e0, anzitutto nei confronti di altri esseri senzienti. Per nemesi, se non divina o storica, quanto meno ecologica, all\u2019orizzonte della sofferenza animale si staglia la nostra: per il ricadere su di noi delle conseguenze del carnismo, della deforestazione, dei gas serra, degli allevamenti intensivi, del consumo di acqua, della defaunazione dell\u2019Antropocene. Non parleremmo dello sfacelo ambientale se solo eliminassimo le nostre abitudini speciste. Se evitassimo il sacrificio dei \u00abcoolie della terra\u00bb (dal <em>Grattacielo<\/em> di Horkheimer, da Caffo riportato in pi\u00f9 occasioni) affinch\u00e9, come Giuseppe Parini scriveva con sferzante ironia (se pure non riferita alla dieta carnea), \u00abnuove cos\u00ec venner delizie, \/ O gemma degli eroi, al tuo palato\u00bb. Ammesso che, Caffo dice, vegan non \u00e8 una dieta, ma un obbligo morale, uno stile di vita. \u00c8 trapiantare frazioni di futuro nel presente e testarne la fattibilit\u00e0. \n<br>\nResta il sospetto che l\u2019incoercibile autodeterminazione di Homo sapiens non possa che intenzionarsi ad un futuro ancora improntato all\u2019orizzonte dei valori che hanno avuto l\u2019inquinamento globale come esito. Come, allora, non persuaderci, magari egoisticamente, che vegan sia condizione necessaria e sufficiente di un nuovo equilibrio ambientale? Dall\u2019eteroreferenza sottesa alla rivoluzione vegan dipende il nostro futuro e quello del nostro ambiente. Ma senza una teoria questa rivoluzione potrebbe sfilacciarsi in atteggiamenti <em>cool<\/em>, o affondare nel radicalismo che rischia ritorsioni ideologiche e la dispersione del consenso finora acquisito. \u00c8 allora fondamentale una disposizione filosofica che verifichi di continuo la possibilit\u00e0 di una ricostruzione \u2013 di qui la funzionale discronia insita nell\u2019anticipazionismo, e la altrettanto funzionale sfasatura tra teoria e prassi nella rivoluzione vegan. E una visione che, non banalizzando, sostenga il male minore, che si rimetta a ci\u00f2 che si pu\u00f2 fare senza radicalizzarsi su ci\u00f2 che si dovrebbe fare. Da un lato, Caffo osserva, \u00abc\u2019\u00e8 il perimetro tracciato dalla teoria e dalla filosofia, all\u2019interno del quale si possono difendere posizioni radicali e abolizioniste, ma dall\u2019altro lato c\u2019\u00e8 il territorio della pratica, dove siamo costretti a un gradualismo delle azioni\u00bb. Per il momento, e sarebbe moltissimo, la priorit\u00e0 va all\u2019osservazione e all\u2019attuazione di questi cinque punti, che accomunano vegani e non vegani: conoscere gli animali non umani per constatare che quello dell\u2019animale umano non \u00e8 l\u2019unico livello di esistenza; anche i prodotti vegani, come gli altri prodotti, sono immessi nella logica del capitalismo, dalla quale, quindi, nessuno \u00e8 immune (e che, come Caffo osservava in chiusura del capitolo precedente, difficilmente sarebbe superabile attraverso l\u2019accelerazionismo, teoria secondo cui per neutralizzare il capitalismo se ne dovrebbe intensificare la velocit\u00e0, accelerando, e non osteggiando, il suo percorso e le sue strategie fino alle conseguenze pi\u00f9 estreme, cio\u00e8 fino all\u2019esaurimento delle risorse \u2013 teoria che per Caffo si riduce a una suggestione filosofica che oltre tutto introdurrebbe altri problemi morali); lavorare in isole-comunit\u00e0 in cui mettere alla prova gli stili di vita alternativi ritenuti possibili; in linea con il veganismo, assoldare il nostro corpo come scenario vivente di ci\u00f2 che ci attrae e che vorremmo conseguire; infine, \u00abaprire la mente: ci\u00f2 che vediamo, facciamo e pensiamo \u00e8 solo una piccolissima parte di ci\u00f2 che possiamo vedere, fare o pensare. Da ogni limite imposto al <em>reale primario<\/em> si aprono risorse inaspettate di un <em>reale secondario<\/em>\u00bb. \n<br>\nFatti propri questi principi-intenzioni che aprono l\u2019ultimo capitolo di <em>Vegan<\/em>, l\u2019idea del massacro animale non sarebbe neppure concepibile. Postumano contemporaneo lo sa, potr\u00e0 sopravvivere al percepirsi perduti di Alme e di Nebe perch\u00e9 ha saputo fare della finitudine una possibilit\u00e0, quando finalmente ha visto l\u2019esaurirsi dell\u2019esistente. Nel dire \u00abfinalmente \u00e8 la fine del mondo\u00bb si esprime l\u2019amara soddisfazione per la fine di una maniera di stare al mondo, la maniera egoriferita di Homo sapiens di cui non si ha alcuna nostalgia. Ma quella che nel racconto giovanile poteva essere un\u2019allegoria o un parlare in figura, l\u2019effetto di iato di una <em>apocalypse<\/em> <em>now<\/em>, in <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em> \u00e8 enunciata, e documentata, come concretissima possibilit\u00e0 di una difficilmente convertibile emergenza climatica, ambientale e per la nostra specie nella biosfera. Di fronte al punto irreversibile di crisi che ha nebulizzato il sistema dei riferimenti dello ieri ogni empito riformista \u00e8 vano. E soprattutto si ha l\u2019impressione che non ci sia pi\u00f9 tempo, e che le stesse parole <em>de nihilo, de nihilitate loquuntuur <\/em>nella loro sfasatura e distopia inesorabili che sembrano minare la verit\u00e0 dei predicati nominali e la facolt\u00e0 di corrispondenza e di rispecchiamento del linguaggio. Analogamente, le controversie sul postumano tra realt\u00e0 e fantascienza finiscono in una tragica <em>impasse<\/em>: i futurologi tendono a vaticinare il dominio sul nostro essere mortali entro qualche decennio, che \u00e8 poi lo stesso arco temporale che secondo altri resta all\u2019umano prima che la condizione climatica giunga al suo punto di non ritorno, quindi alle soglie della distruzione antropica. \u00abQuesto \u00e8 senza dubbio il nostro ultimo millennio\u00bb, \u00e8 la frase glaciale che, a conclusione di <em>Velocit\u00e0 di fuga<\/em>, attraversa il cuore del lettore per tutto ci\u00f2 che alle generazioni povere di futuro \u00e8 irrimediabilmente precluso. \nDi questa vulnerabilit\u00e0 a venire ha parlato anche la filosofia. Tuttavia, se la filosofia \u00e8 una continua ridefinizione delle questioni di principio, un continuo tornare alla radice di ogni questione, \u00e8 ormai tempo di pensare davvero futuro, perch\u00e9 \u00e8 sterile configurarlo con nomenclature d\u2019effetto o verbose sinonimie glossanti che sui prossimi decenni non avranno alcuna presa effettiva. Su tutt\u2019altra linea di riflessione, Caffo si fa vulnerare (vedi alla quarta intenzione), e porta alla ribalta filosofica una critica della sostanziale immotivazione di molti intellettuali al problema cruciale di un futuro in pericolo, e lo fa spingendosi oltre i modelli canonici, e dai contermini esiti, riformista e rivoluzionario (altrettanto retorico, quest\u2019ultimo, quando scade in burocrazia). Nell\u2019ottimismo epigonico e disfunzionale dei riformismi filosofici, il \u00abpensatore sistemico\u00bb si avvale di categorie in disuso riferite a un mondo la cui unica trasformazione possibile \u00e8 il crollo senza soluzione di continuit\u00e0. Urge la forza comprensiva di una grammatica anticipazionista \u2013 il <em>tertium datur<\/em> della filosofia \u2013 con cui \u00abil pensiero del nuovo viene scaraventato con la potenza del performativo\u00bb. Filosofia per Caffo \u00e8 anticipazione, nel senso pi\u00f9 vasto e in modo radicalmente nuovo: interruzione di un ordine e messa in scena delle inconseguenze della vita. \u00abC\u2019\u00e8 un ordinario, una linea retta, e poi c\u2019\u00e8 un gesto \u2013 la rottura orientata all\u2019anticipazione di uno spazio morale, politico, sensoriale \u2013 che curva e piega questa linea e le d\u00e0 un nuovo corso\u00bb.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Postumano contemporaneo \u00e8 un\u2019opera aperta. Compiuto uno scatto in avanti, vegan \u00e8 contemporaneo perch\u00e9 intempestivo nei confronti del proprio tempo, pretendendo anzi dal proprio tempo \u00abdi divenire futuro\u00bb, di raggiungerlo, Caffo dice, \u00abdi ampliare le pretese dell\u2019attualit\u00e0 verso quelle dell\u2019utopia\u00bb. Vegan \u00e8 inattuale perch\u00e9 attuale \u00e8 ci\u00f2 verso cui stiamo andando. E si rif\u00e0 al concetto di \u00abanticipazionismo\u00bb: anticipare, accampare al qui ed ora ci\u00f2 che ancora non esiste per prevederne lo scenario, nello specifico \u00abper mostrare la potenza e l\u2019applicabilit\u00e0 di un\u2019idea rivoluzionaria\u00bb. 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