{"id":1039,"date":"2019-11-18T16:26:22","date_gmt":"2019-11-18T15:26:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039"},"modified":"2019-12-16T20:28:23","modified_gmt":"2019-12-16T19:28:23","slug":"la-nascita-della-redazione-bolognese-de-la-repubblica-lanalisi-del-contesto-e-le-testimonianze-dei-giornalisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039","title":{"rendered":"La nascita della redazione bolognese de \u201cLa Repubblica\u201d. L\u2019analisi del contesto e le testimonianze dei giornalisti"},"content":{"rendered":"\n<b>1. &#8220;La Repubblica Bologna&#8221;: un progetto non solo editoriale<\/b><br>\n<em>Repubblica Bologna<\/em> nasce nel mese di ottobre del 1980 come terza edizione locale, dopo Roma e Milano, ma come prima edizione locale di una citt\u00e0 media. \u00c8 la prima esperienza in una citt\u00e0 non capitale, dopo la capitale del Nord (Milano) e la capitale d\u2019Italia (Roma): ha avuto immediatamente l\u2019imprinting della Repubblica nazionale, nel senso che aveva gli stessi canoni di giornalismo del nazionale, adeguato ovviamente alla realt\u00e0 locale&#8221;<span id='easy-footnote-1-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-1-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 10\/05\/2019 a Bologna.'><sup>1<\/sup><\/a><\/span>. Aldo Balzanelli, storico caporedattore dell\u2019edizione bolognese di \u201cRepubblica\u201d dal 1997 al 2010, racconta con queste parole l\u2019esordio dell\u2019edizione locale del giornale di Scalfari in Emilia Romagna.<br>\nL\u2019\u201cimprinting\u201d di cui parla il direttore \u00e8 chiaramente dichiarato nella campagna pubblicitaria che ha preceduto fra la fine del 1975 e l\u2019inizio dell\u2019anno successivo l\u2019uscita del quotidiano nazionale nelle edicole: \u00abIl fatto di cronaca \u00e8 l\u00ec, semplice, perentorio. La versione ufficiale, pronunciata con modi conclusivi da persone autorevoli, sembra non lasciare spazio a nessun dubbio. \u00c8 quella, la verit\u00e0. Ma si fa strada, poco per volta, nella coscienza dei giovani, delle donne, degli intellettuali, di tutti i democratici, la convinzione che la verit\u00e0 sia un\u2019altra, pi\u00f9 scomoda, meno confessabile. \u201cla Repubblica\u201d, il nuovo quotidiano edito da L\u2019Espresso e da Mondadori, si rivolge proprio a loro. Protagonisti delle battaglie pi\u00f9 importanti di questi ultimi tempi, essi hanno oggi, con \u201cla Repubblica\u201d, un quotidiano nel quale possono riconoscersi. Perch\u00e9 i loro avversari sono anche gli avversari di \u201cla Repubblica\u201d. E le loro speranze sono anche le speranze di \u201cla Repubblica\u201d. Questo impegno iniziale diventer\u00e0 poi, giorno per giorno, lo scrupolo di chi intende raccontare, con chiarezza, le sotterranee trame del potere. \u201cla Repubblica\u201d \u00e8 nelle condizioni migliori per farlo. \u00c8 un quotidiano indipendente, che si avvale del lavoro di un corpo redazionale molto omogeneo. Lo compongono, insieme, giornalisti molto giovani e giornalisti di grande prestigio personale. Politica, cultura ed economia sono i tre temi sui quali \u201cla Repubblica\u201d concentrer\u00e0 la sua attenzione. Linguaggio, tono, impaginazione, formato non saranno quelli consueti della stampa quotidiana italiana, legata spesso a formule superate. \u201cla Repubblica\u201d si allinea, piuttosto, ai quotidiani internazionali di maggior prestigio. Per tutte queste ragioni, \u201cla Repubblica\u201d \u00e8 destinata ad essere un fatto importante nell\u2019editoria italiana. E, forse, non solo nell\u2019editoria. Leggetelo, dal 14 gennaio\u00bb. Con queste parole, sovrastate da due immagini uguali raffiguranti un momento delle indagini relative alla morte di Giuseppe Pinelli e da una titolazione in nero che recita \u201cDal 14 gennaio o credete alle versioni ufficiali o credete a \u201cla Repubblica\u201d\u201d, il nascituro quotidiano di Scalfari si presenta al pubblico sulle pagine di <em>Prima Comunicazione<\/em><span id='easy-footnote-2-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-2-1039' title='Inserto pubblicitario presente in &lt;em&gt;Prima Comunicazione&lt;\/em&gt;, gennaio 1976.'><sup>2<\/sup><\/a><\/span>.<br>\n\u00c8 un manifesto che declina, in mirabile sintesi, tutti gli aspetti che promettono di fare del giornale esordiente un \u201cfatto importante nell\u2019editoria italiana. E, forse, non solo nell\u2019editoria\u201d, a dire chiaramente di una scelta di militanza di un giornale inteso come strumento di approfondimento culturale e politico.<br>\nSi presenta come un giornale di informazione, basato sui fatti, ma ben consapevole che i fatti siano cosa diversa dalla \u201cverit\u00e0\u201d e che la verit\u00e0 possa essere cosa altra rispetto alla versione che ne viene fornita da fonti pur autorevoli. \u00c8 convinto di condividere tale consapevolezza con la coscienza \u201cdei giovani, delle donne, degli intellettuali\u201d rispetto ai quali si fa, quindi, compagno di viaggio, sortendo i medesimi avversari e le medesime speranze: dichiarando la propria intenzione di fornire un\u2019interpretazione dei fatti e dei temi in discussione, ispirata in maniera dichiarata al new <em>journalism americano<\/em><span id='easy-footnote-3-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-3-1039' title='Mauro Forno, &lt;em&gt;Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano&lt;\/em&gt;, Laterza, Bari, 2012, pag. 193.'><sup>3<\/sup><\/a><\/span>. La propria condizione di giornale indipendente viene presentata come la garanzia perch\u00e9 sia mantenuto il patto sottoscritto: la necessit\u00e0 \u00e8 quella di fidelizzare i lettori perch\u00e9 il progetto editoriale abbia successo.<br>\n\u201cLa Repubblica\u201d, come dichiarato dal suo direttore Eugenio Scalfari, si colloca nel solco che era gi\u00e0 stato precedentemente tracciato con \u201cL\u2019Espresso\u201d<span id='easy-footnote-4-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-4-1039' title='Eugenio Scalfari, &lt;em&gt;Racconto autobiografico&lt;\/em&gt;, Einaudi, Torino, 2014, p. 87.'><sup>4<\/sup><\/a><\/span>, da lui fondato insieme all\u2019amico e collega Arrigo Benedetti nel 1955, un progetto editoriale che ubbidisce a un preciso progetto politico che il nuovo quotidiano continua con decisione a scavare: Scalfari spiega che \u00abL\u2019Espresso \u00e8 nato per affermare il valore dell\u2019innovazione, d\u2019un accordo produttivo tra gli imprenditori e i lavoratori per portare la sinistra democratica al governo del Paese purch\u00e9 quella sinistra abbandonasse l\u2019ideologia marxista e soprattutto le sue degradazioni sovietiche. Volevamo insomma una forza riformista, con libera Chiesa in libero Stato, la lotta contro la corruzione e l\u2019evasione fiscale\u00bb<span id='easy-footnote-5-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-5-1039' title='&lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http:\/\/espresso.repubblica.it\/attualita\/2015\/03\/09\/news\/eugenio-scalfari-vi-racconto-come-e-nato-l-espresso-1.202937&quot; target=&quot;_blank&quot; title=&quot;Eugenio Scalfari Vi racconto come \u00e8 nato l&#039;Espresso&quot; style=&quot;color:blue;&quot; rel=&quot;noopener noreferrer&quot;&gt;Eugenio Scalfari: &amp;#8220;Vi racconto come \u00e8 nato l&amp;#8217;Espresso&amp;#8221;&lt;\/a&gt;&lt;\/em&gt;\n'><sup>5<\/sup><\/a><\/span>. Questa era la pietra angolare su cui il settimanale fondava le sue inchieste e i suoi servizi, che rappresenter\u00e0 anche la cifra caratteristica del nuovo quotidiano, sapendo comunque adeguarsi ai tempi mutati di 22 anni dopo.<br>\nReduce dall\u2019esperienza parlamentare come indipendente nelle fila del PSI e non pago dal punto di vista giornalistico, Scalfari riprende nel 1975 l\u2019idea di imbarcarsi in una nuova impresa editoriale, questa volta affiancato da Carlo Caracciolo, azionista di maggioranza de \u201cL\u2019Espresso\u201d. La preparazione del nuovo giornale entra nella fase cruciale e conclusiva fra l\u2019ottobre e il novembre del 1975, quando Scalfari e Caracciolo arrivano all\u2019accordo con Mondadori, il quale, nell\u2019intervista concessa a Renzo De Rienzo de \u201cL\u2019Espresso\u201d, esplicit\u00f2 la natura editoriale innovativa del nuovo giornale: \u00abCome editori puri vogliamo proporre al pubblico un giornale che possa sopravvivere con le proprie forze, senza sovvenzioni. Abbiamo calcolato che se il giornale riesce a raggiungere 150 mila copie di vendita, pu\u00f2 gi\u00e0 coprire le spese.\u00bb. <br>\nNel panorama difficile e complesso della met\u00e0 degli anni Settanta, in un Paese profondamente modificato dal punto di vista sociale e spaventato dalla minaccia del terrorismo, in una fase di incubazione di un mutamento politico epocale, il nuovo quotidiano di Scalfari nasceva \u00abcon tutti i crismi del giornale di rottura, d\u2019opinione e di battaglia\u00bb e &#8211; a differenza della condizione di tutti gli altri giornali le cui propriet\u00e0 erano intestate a gruppi industriali o finanziari &#8211; \u201cRepubblica\u201d \u00abincarnava il mito dell\u2019editore puro, l\u2019editore senza interessi estranei, la quintessenza dell\u2019autonomia e dell\u2019indipendenza. Un giornale libero da vincoli e rapporti di subalternit\u00e0, politica ed economica; dichiaratamente laico, ma non per questo anticlericale. Un quotidiano <em>radical-chic<\/em>, come allora veniva definito con sufficienza mista a invidia, schierato a sinistra: una sinistra che ambiva, per\u00f2, a diventare a tutti gli effetti occidentale, moderna, riformista\u00bb<span id='easy-footnote-6-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-6-1039' title='Giovanni Valentini, &lt;em&gt;la Repubblica tradita&lt;\/em&gt;, PaperFIRST, Roma, 2016, p. 20.'><sup>6<\/sup><\/a><\/span>. Una sinistra non pi\u00f9 legata alle due \u201cchiese tradizionali\u201d<span id='easy-footnote-7-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-7-1039' title='Cfr. Angelo Agostini, &lt;em&gt;\u201cla Repubblica\u201d. Un\u2019idea dell\u2019Italia (1976-2006)&lt;\/em&gt;, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 58.'><sup>7<\/sup><\/a><\/span>, ovvero PSI e PCI, ma quella nata dalla nuova consapevolezza sociale dei giovani, delle donne e degli intellettuali, frutto dei grandi mutamenti sociali della fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta, in cui individuer\u00e0 il suo pubblico di riferimento.<br>\nDiveniva a quel punto quasi obbligato collocarsi nel solco delle \u00abgrandi trasformazioni che il paese andava compiendo, facendo riferimento ad una nuova classe (o all\u2019insieme dei movimenti progressisti di quei tempi) che veniva emergendo dalle crisi ideologiche del periodo 1968-1977. \u201cRepubblica\u201d si \u00e8 rivolta, cos\u00ec, ad un pubblico omogeneo seguendone e promuovendone le trasformazioni, le scelte, comprendendone naturalmente gli interessi\u00bb<span id='easy-footnote-8-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-8-1039' title='Marino Livolsi, La \u201cmacchina giornale\u201d, in Marino Livolsi (a cura di), &lt;em&gt;La fabbrica delle notizie. Una ricerca sul \u201ccorriere della Sera\u201d e \u201cla Repubblica\u201d&lt;\/em&gt;, Franco Angeli Editore, Milano 1984, p. 52.'><sup>8<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nUn pubblico principalmente schierato su posizioni di sinistra, ma di una sinistra che cambia paradigma: i movimenti studenteschi, i giovani e soprattutto le giovani donne che si affacciano nel mutato scenario sociale delle societ\u00e0 capitalistiche degli anni \u201860, non si riconoscono pi\u00f9 nella \u201cvecchia sinistra\u201d, la sinistra storica di derivazione marxista-leninista, che si presentava impreparata e inadeguata ai compiti di rinnovata rappresentanza che le erano richiesti, anzi \u00abriproduceva, a livello istituzionale ma anche sociale, la vecchia societ\u00e0 che diceva di voler cambiare\u00bb<span id='easy-footnote-9-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-9-1039' title='Sandro Valentini, &lt;em&gt;Materiali per una storia della sinistra italiana&lt;\/em&gt;, Edizioni Punto Rosso, Milano, p. 234.'><sup>9<\/sup><\/a><\/span>. Essi si rivolgono invece a quella area politica che il sociologo americano Charles Wright Mills chiama \u201cnuova sinistra\u201d, per caratterizzarne la contrapposizione radicale rispetto a quella \u201cvecchia\u201d.<br>\nEd \u00e8 proprio a questi soggetti, fino a quel momento trascurati dal punto di vista editoriale, che si \u00e8 rivolto il nuovo quotidiano, formulando una scelta non legata esclusivamente ad una specifica area politica, ma anche &#8211; se non soprattutto &#8211; a degli orientamenti socio-culturali.<br>\nSono loro infatti che, a causa della crescente sfiducia nel mondo dell\u2019informazione, sono alla ricerca di un nuovo tipo di rappresentanza giornalistica: quest\u2019area della societ\u00e0 non ne pu\u00f2 pi\u00f9, secondo Giorgio Bocca, \u00abdel giornale \u201corgano\u201d, del giornale \u201cmanifesto\u201d, del giornale \u201caziendale\u201d, del giornale \u201cdi partito\u201d, del giornale di \u201cclasse\u201d, insomma di tutti i giornali che per una ragione o per l\u2019altra devono costituzionalmente ignorare o deformare le notizie e vogliono il giornale-giornale che vive delle notizie e per le notizie\u00bb<span id='easy-footnote-10-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-10-1039' title='Giorgio Bocca, &lt;em&gt;La gente vuole il giornale-giornale: il resto \u00e8 pubblicit\u00e0&lt;\/em&gt;, in \u201cPrima Comunicazione\u201d, Gennaio 1976, p. 10.'><sup>10<\/sup><\/a><\/span>. In un panorama editoriale asfittico in cui i giornali partito (ad esempio \u201cil manifesto\u201d) e quelli spesso strumento della politica (come accade al \u201cCorriere della Sera\u201d) fanno poco o nulla per stare al passo con una societ\u00e0 in continua evoluzione, il \u201cgiornale-giornale\u201d sognato da Bocca dovr\u00e0 avere il merito almeno di apparire -esserlo \u00e8 certamente impresa ancora pi\u00f9 difficile- ben lontano da determinati poteri, lusinghe e ricatti, sulla scia dei grandi giornali di informazione esteri, come il <em>New York Times<\/em> o il <em>Washington Post<\/em>: \u00abSi tratta in parole povere di adeguare anche da noi lo strumento di difesa che \u00e8 la stampa alla civilt\u00e0 industriale che \u00e8 per sua natura una civilt\u00e0 autoritaria [\u2026] il giornale-giornale deve porsi insieme con la magistratura democratica a difesa della libert\u00e0: fornire alla democrazia di base, ai comitati di quartiere, di zona, di istituto, di fabbrica le informazioni, tutte le informazioni di cui hanno bisogno per capire ci\u00f2 che sta succedendo e come venirne fuori\u00bb<span id='easy-footnote-11-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-11-1039' title='Ibidem'><sup>11<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nAl tempo della stesura dell\u2019articolo, Bocca gi\u00e0 faceva parte del nucleo embrionale della redazione di \u201cla Repubblica\u201d; nel pezzo, la creatura di Scalfari, non viene mai citata espressamente ma non \u00e8 certo peregrino immaginare che sia proprio quello il giornale-giornale cui Bocca si riferisce e di cui tratteggia un identikit.<br>\nUn profilo che assume con nettezza le sembianze di \u201cRepubblica\u201d quando \u00e8 proprio il suo direttore, Eugenio Scalfari, ad esplicitare la natura del nuovo quotidiano: \u00abQuesto giornale \u00e8 un poco diverso dagli altri: \u00e8 un giornale d\u2019informazione il quale, anzich\u00e9 ostentare un\u2019illusoria neutralit\u00e0 politica, dichiara esplicitamente d\u2019aver fatto una scelta di campo. \u00c8 fatto da uomini che appartengono al vasto arco della sinistra italiana, consapevoli d\u2019esercitare un mestiere, quale appunto del giornalista, fondato al tempo stesso su un massimo impegno civile e su un massimo di professionalit\u00e0 e di indipendenza\u00bb<span id='easy-footnote-12-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-12-1039' title='Eugenio Scalfari, &lt;em&gt;Un giornale indipendente ma non neutrale&lt;\/em&gt;, in \u201cLa Repubblica\u201d, 14 gennaio 1976, p. 6.'><sup>12<\/sup><\/a><\/span>. Con queste parole, stampate a pagina 6 del primo numero di \u201cRepubblica\u201d, Scalfari avverte gli italiani che da quella mattina avrebbero trovato nelle edicole un nuovo tipo di giornale, un \u201cgiornale non neutrale\u201d, scritto e pensato da \u00abprofessionisti \u201ctanto pi\u00f9 scomodi quanto pi\u00f9 sono liberi da condizionamenti d&#8217;ogni sorta, fossero pure quelli derivanti dal desiderio di giovare a una buona causa\u201d. Sembra una presa di distanza dalla \u201csinistra storica\u201d, con il suo provvidenzialismo edificante. Ma \u00e8 anzitutto una puntata polemica contro la retorica del quotidiano \u201cindipendente\u201d all\u2019italiana, cio\u00e8 profondamente ma inconfessabilmente politicizzato. L&#8217;immagine che si vuol dare \u00e8 quella d\u2019un giornale schierato ma senza pregiudizi militanti o, peggio, \u201cdi tessera\u201d\u00bb<span id='easy-footnote-13-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-13-1039' title='Nello Ajello, &lt;em&gt;&lt;a href=&quot;https:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/1995\/10\/05\/la-prima-notte-della-repubblica.html&quot; target=&quot;_blank&quot; title=&quot;La prima notte di Repubblica&quot; style=&quot;color:blue;&quot; rel=&quot;noopener noreferrer&quot;&gt;La prima notte di Repubblica&lt;\/a&gt;&lt;\/em&gt;, in \u201cLa Repubblica\u201d, 05 ottobre 1995.'><sup>13<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nA individuare una richiesta da parte dei lettori di stimoli alla riflessione e al confronto, che possano valorizzare anche il loro ruolo culturale di un quotidiano, facendone una sorta di laboratorio.<br><br>\n<b>2. Il contesto sociale e politico dell&#8217;Emilia Romagna degli anni Settanta<\/b><br>\nIn direzione dell\u2019esercizio di un ruolo culturale, ma soprattutto in quella di una progressiva espansione editoriale, va interpretata la decisione di Scalfari di pubblicare un nuovo inserto locale del suo giornale, proprio a Bologna, come ricordato con le parole di Aldo Balzanelli. Avendo a mente il pubblico di riferimento cui \u201cla Repubblica\u201d punta, non si certo pensare che sia casuale la scelta di aprire, nel 1980, proprio nel capoluogo emiliano, simbolo del modello di governo del partito comunista, la terza sede del giornale, dopo quelle inaugurate nelle due capitali d\u2019Italia: Roma, la capitale politica, e Milano, quella economica<span id='easy-footnote-14-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-14-1039' title='Maurizio Stefanini, &lt;em&gt;Il partito \u201cRepubblica\u201d&lt;\/em&gt;, Boroli Editore, Milano, cit., p. 53.'><sup>14<\/sup><\/a><\/span>: \u00abL\u2019Emilia, quella che \u00e8 oggi, nel bene e nel male, l\u2019ha fatta il PCI\u00bb<span id='easy-footnote-15-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-15-1039' title='Lorenzo Capitani, &lt;em&gt;La storia e la memoria del PCI nel tempo del \u201cdisagio della democrazia\u201d: il caso dell\u2019Emilia-Romagna. Conversazione con Carlo Galli&lt;\/em&gt;, in Lorenzo Capitani (a cura di), &lt;em&gt;Emilia rossa. Immagini, voci, memorie della storia del PCI in Emilia-Romagna (1946-1991)&lt;\/em&gt;, Vittoria Maselli Editore, Correggio, 2012, p. 13.'><sup>15<\/sup><\/a><\/span>, con queste parole Carlo Galli, docente di storia delle dottrine politiche all\u2019Universit\u00e0 di Bologna e presidente della Fondazione Gramsci Emilia Romagna, risponde ad una domanda di Lorenzo Capitani, nel suo libro <em>Emilia rossa<\/em>, a mettere in rilievo la peculiare situazione politica della regione. Dai primi anni del dopoguerra, il PCI in Emilia Romagna ha sempre avuto un ruolo fondamentale di catalizzatore di consensi e di opinioni: in una regione che, fin dall\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, non era mai stata particolarmente avanzata e sviluppata come altre zone del paese (ad esempio il Lombardo-Veneto o il Granducato di Toscana), il partito comunista italiano \u00e8 stato capace di mettere in pratica, rivitalizzandola, l\u2019avventura socialista, democratica e cooperativa, che era stata sopita dall\u2019avvento del fascismo. Togliatti<span id='easy-footnote-16-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-16-1039' title='Cfr. il discorso tenuto da&amp;nbsp;Togliatti&amp;nbsp;al teatro municipale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, intitolato &lt;em&gt;&lt;a href=&quot;&quot; target=&quot;_blank&quot; title=&quot;Ceto medio ed Emilia rossa&quot; style=&quot;color:blue;&quot; rel=&quot;noopener noreferrer&quot;&gt;Ceto medio ed Emilia rossa&lt;\/a&gt;&lt;\/em&gt;'><sup>16<\/sup><\/a><\/span> e i suoi successori hanno saputo raccogliere l\u2019eredit\u00e0 dell\u2019esperienza socialista \u00abfacendo fare ai comunisti ci\u00f2 che i socialisti avevano iniziato, ma avevano dovuto interrompere. [\u2026] Senza dubbio il cuore di questa strategia pu\u00f2 essere individuato [\u2026] nella <em>civilizzazione<\/em> della societ\u00e0. In questo senso si pu\u00f2 dire che da Togliatti ha preso il via una operazione complessa che ha fatto di una societ\u00e0 povera e anche divisa, segnata da un forte ribellismo, qualcosa di profondamente diverso, trasformandola in una societ\u00e0 progressista\u00bb<span id='easy-footnote-17-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-17-1039' title='L. Capitani, &lt;em&gt;La storia e la memoria del PCI nel tempo del \u201cdisagio della democrazia\u201d: il caso dell\u2019Emilia-Romagna. Conversazione con Carlo Galli&lt;\/em&gt;, in L. Capitani (a cura di), &lt;em&gt;Emilia rossa. Immagini, voci, memorie della storia del PCI in Emilia-Romagna (1946-1991)&lt;\/em&gt;, cit., p. 12.'><sup>17<\/sup><\/a><\/span>. Un processo che inizi\u00f2 naturalmente con l\u2019industrializzazione, conseguente al boom economico degli anni Cinquanta, che ebbe il merito di trasformare gran parte del bracciantato in classe operaia<span id='easy-footnote-18-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-18-1039' title='La percentuale della popolazione attiva nell\u2019agricoltura scese dal 51.7% del 1951 al 20% del 1971.'><sup>18<\/sup><\/a><\/span>; inoltre, il tentativo di ampliare la sfera di riferimento, al fine di accrescere l\u2019influenza del partito, spinse i comunisti a cercare di coinvolgere nelle attivit\u00e0 di governo il maggior numero possibile di donne, che diventarono soprattutto in Emilia Romagna le principali responsabili di iniziative molto apprezzate a livello nazionale<span id='easy-footnote-19-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-19-1039' title='La pi\u00f9 importante azione collettiva di questo tipo si verific\u00f2 in seguito alla devastante alluvione del Polesine (novembre 1951), quando gli attivisti del PCI aprirono le porte delle proprie case ai rifugiati senza tetto vittime delle inondazioni.'><sup>19<\/sup><\/a><\/span>: questa era la base sociale, composta da donne e da forze di lavoratori manuali -prevalentemente contadini-  cui il PCI \u00e8 stato in grado di offrire una rappresentanza. A questo fenomeno, in particolare in Emilia Romagna, il partito seppe rispondere con una stagione particolarmente feconda di politiche di lavori pubblici: bonifiche di territori insalubri, costruzione di grandi infrastrutture, che garantirono nella regione un appoggio al partito comunista percentualmente importante, con un 50% nei capoluoghi e picchi del 60% nelle province, ma soprattutto duraturo, tanto da non risentire del generalizzato calo di consensi che il partito dovette subire negli anni Cinquanta a causa degli scarsi risultati ottenuti contestualmente sul piano nazionale<span id='easy-footnote-20-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-20-1039' title='Sebastiano Giordani, &lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http:\/\/storiaefuturo.eu\/tessere-rosso-il-pci-emiliano-romagnolo-negli-anni-settanta\/&quot; target=&quot;_blank&quot; title=&quot;Tessere in rosso. Il Pci emiliano-romagnolo negli anni Settanta&quot; style=&quot;color:blue;&quot; rel=&quot;noopener noreferrer&quot;&gt;Tessere in rosso. Il Pci emiliano-romagnolo negli anni Settanta&lt;\/a&gt;&lt;\/em&gt;'><sup>20<\/sup><\/a><\/span>. Bologna e l\u2019intera Emilia Romagna si configurano come il paradigma del modello di sviluppo e di amministrazione del partito comunista pi\u00f9 forte e grande d\u2019Europa; osserva Luciano Nigro, caposervizio della redazione bolognese: \u00abin regione i comunisti avevano fatto molto per lo sviluppo economico, sostanzialmente seguendo alcune logiche principali: la costituzione delle aree artigianali e delle aree industriali, spazi dove si potevano concretamente creare le aziende, e la creazione di alcuni servizi che favorivano lo sviluppo industriale, per esempio gli asili nido che permettevano alle donne di andare a lavorare. Per\u00f2 il contesto generale era tale per cui le associazioni degli industriali erano praticamente schierate con quello che poi diventer\u00e0 il pentapartito, insomma la Democrazia Cristiana e i suoi alleati. Confindustria aveva questo atteggiamento, ma anche gli artigiani erano divisi fra i rossi e i bianchi, i sindacati fra CGIL, CISL e UIL\u00bb<span id='easy-footnote-21-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-21-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 24\/05\/2019 a Bologna.'><sup>21<\/sup><\/a><\/span>.<br><br>\n<b>3. &#8220;La Repubblica&#8221; a Bologna<\/b><br>\nValerio Varesi, redattore per l\u2019edizione bolognese del giornale, afferma: \u00able esigenze che hanno portato alla nascita dell\u2019edizione locale di Bologna sono abbastanza simili a quelle che hanno portato alla nascita del giornale nazionale, a maggior ragione in una regione in cui c\u2019era un comunismo gi\u00e0 molto socialdemocratico e inclusivo di tutti i ceti produttivi che tradizionalmente erano visti come nemici. Nasce con le stesse esigenze perch\u00e9 tutta la gente di sinistra era cambiata, proprio dal punto di vista antropologico: avevamo avuto il \u201977, c\u2019erano movimenti dell\u2019extra-sinistra e il PCI doveva fare i conti con qualcuno che era ancora pi\u00f9 a sinistra di lui, che \u00e8 sempre stato un punto dolente per il partito comunista\u00bb<span id='easy-footnote-22-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-22-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 24\/05\/2019 a Bologna.'><sup>22<\/sup><\/a><\/span>. A partire dal marzo del 1977, infatti, Bologna divenne vero e proprio campo di battaglia per i giovani e le giovani portavoce del movimento studentesco: la citt\u00e0 fu teatro di violenti scontri con le forze dell\u2019ordine che cessarono dopo l\u2019intervento dei carri armati, ordinato dall\u2019allora ministro dell\u2019Interno, Francesco Cossiga. Questa fu l\u2019occasione per il crearsi di una profonda cesura fra il movimento studentesco e il campo della sinistra tradizionale, perch\u00e9 i giovani iniziarono a rifiutare l\u2019ormai desueto modello leninista, senza per\u00f2 rinunciare ad essere radicali sia nella teoria che nella pratica<span id='easy-footnote-23-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-23-1039' title='Roberto Bergamini, &lt;em&gt;Il movimento fra sociale e politico: l\u2019esperienza bolognese&lt;\/em&gt;, in Giovanni Cocchi, Mirco Pieralisi, &lt;em&gt;1977-1987, dieci anni cento domande&lt;\/em&gt;, Agalev Edizioni, Bologna, p. 170.'><sup>23<\/sup><\/a><\/span>: \u00abi cosiddetti \u201cnon garantiti\u201d sembrano richiedere una radicalit\u00e0 che il partito non riconosce, soprattutto mentre \u00e8 impegnato a sostenere un Governo di intesa nazionale. \u00c8 perduta la \u201ccentralit\u00e0 operaia\u201d, \u00e8 smarrita la riconosciuta superiorit\u00e0 morale del riferimento alla continuit\u00e0 storica del partito. I fatti del marzo [\u2026] segneranno una frattura mai ricomposta. [\u2026] Da una parte i soggetti politici e sociali disponibili ad una decisa integrazione nel quadro esistente dei poteri [\u2026] accettano [\u2026] la rinuncia ad un orizzonte di generale trasformazione. Dall\u2019altra parte separa il proprio percorso una vasta componente di chi era andato maturando l\u2019attesa di una palingenesi, promessa fin dagli anni \u201960, nei rapporti sociali come in quelli fra i generi, nella politica come nell\u2019orizzonte personale\u00bb<span id='easy-footnote-24-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-24-1039' title='Davide Ferrari, &lt;em&gt;\u201cFra le culture diffuse\u201d. Appunti sulla vicenda e i caratteri del PCI in Emilia Romagna&lt;\/em&gt;, in L. Capitani, &lt;em&gt;Emilia Rossa. Immagini, voci, memorie dalla storia del PCI in Emilia-Romagna (1946-1991)&lt;\/em&gt;, cit., p. 55.'><sup>24<\/sup><\/a><\/span>. In linea con le riflessioni di Gad Lerner, i giovani del \u201977 rivelarono il loro definitivo distacco dalla tradizionale cultura di sinistra: semplicemente, il PCI in quell\u2019anno sub\u00ec \u00abil colpo &#8211; prima di tutto culturale e sociale, poi anche organizzativo ed elettorale &#8211; che gli altri partiti comunisti avevano gi\u00e0 incassato altrove\u00bb<span id='easy-footnote-25-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-25-1039' title='Gad Lerner, &lt;em&gt;Una rottura necessaria, una finestra sugli anni Ottanta&lt;\/em&gt;, in G. Cocchi, M. Pieralisi, &lt;em&gt;1977-1987, dieci anni cento domande&lt;\/em&gt;, cit., p. 183.'><sup>25<\/sup><\/a><\/span>. Luciano Nigro \u00e8 concorde nell\u2019affermare che: \u00ab\u201cla Repubblica\u201d si inserisce a Bologna nel contesto degli avvenimenti del \u201977, che avevano gi\u00e0 segnato la scena pubblica e con una platea di lettori non solo comunista. Il giornale era nato con l\u2019obiettivo politico di portare i comunisti nell\u2019area del governo, o quanto meno di inserirli nel panorama dell\u2019alternanza democratica del Paese. L\u2019avvicinamento al governo avrebbe dovuto comportare anche un loro cambiamento, che peraltro si stava verificando: Berlinguer in quegli anni, sul piano internazionale, prima aveva lanciato l\u2019idea dell\u2019eurocomunismo e poi nel \u201876 ha affermato &#8211; in una nota intervista rilasciata al \u201cCorriere della Sera\u201d &#8211; di sentirsi pi\u00f9 sicuro nella Nato che non nel Patto di Varsavia. Ma molti lettori del giornale, quelli del \u201977 per esempio, avevano un atteggiamento molto ostile rispetto al PCI, quindi il giornale non si schiacciava sulle posizioni del potere locale, anzi aveva un atteggiamento anche critico: non come il \u201cResto del Carlino\u201d che era all\u2019opposizione, ma \u201cRepubblica\u201d \u00e8 un giornale libero. Probabilmente il giornale era un po&#8217; snob, qualcuno diceva radical chic, ma questo accadeva perch\u00e9 interpretava quella parte del movimento del \u201977 che aveva criticato i comunisti: in citt\u00e0 c\u2019era stata una grossa ferita alla fine degli anni \u201970. \u201cRepubblica\u201d si pone come punto di riferimento di entrambi\u00bb. Continua Varesi: \u00ab\u201cRepubblica\u201d a Bologna tentava di rispondere a una polifonia di voci di sinistra alle quali gli altri giornali non riuscivano a rivolgersi. Ma anche a una molteplicit\u00e0 politica che forse era pi\u00f9 accentuata in Emilia che altrove: la vecchia stampa di sinistra non bastava pi\u00f9, \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, il giornale traino, cinghia di trasmissione, aveva ormai fatto il suo tempo perch\u00e9 i militanti del partito non erano pi\u00f9 gli stessi. C\u2019era l\u2019esigenza di un\u2019editoria profilata a sinistra ma priva della connotazione monolitica di chi traduceva ci\u00f2 che il comitato centrale elaborava e lo trasmetteva senza filtri al proprio lettorato. Parallelamente si sviluppano qui delle forme di imprenditoria abbastanza vicine al modello socialdemocratico che rende evidente la necessit\u00e0 di una voce che sappia coniugare l\u2019imprenditoria pi\u00f9 avveduta con un lettorato di sinistra che non era pi\u00f9 quello del post-guerra\u00bb. In questa chiave di lettura paiono univoche anche le parole di Aldo Balzanelli che ritiene che alla base del progetto di Scalfari \u00abc\u2019\u00e8 sempre stato un progetto editoriale, che si fondava sul fatto che in Emilia Romagna c\u2019era un pubblico potenziale molto favorevole ma anche un sentimento comune con \u201cRepubblica\u201d. E contemporaneamente c\u2019erano anche le condizioni politiche per incalzare il PCI di allora. [\u2026] L\u2019elettore comunista che compra \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d per sapere cosa succede in citt\u00e0, nel momento in cui anche \u201cRepubblica\u201d racconta la cronaca locale, ma soprattutto i fatti che accadono in citt\u00e0 dall\u2019angolo di visuale che interessa il lettore comunista, cio\u00e8 economico e politico per esempio, abbandona pi\u00f9 facilmente \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, proprio perch\u00e9 trova in un solo giornale le notizie nazionali e quelle locali. A essere un po\u2019 presuntuosi, si potrebbe affermare che tutta una fascia di persone interessata alla politica si trova costretta a comprare \u201cRepubblica\u201d, perch\u00e9 non si pu\u00f2 pi\u00f9 fare a meno di \u201cRepubblica\u201d locale per sapere cosa accade in citt\u00e0, mentre pu\u00f2 evitare di acquistare altri giornali come \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, che gi\u00e0 stava andando in crisi ed era ridotto a un bollettino ufficiale del PCI\u00bb<span id='easy-footnote-26-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-26-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 10\/05\/2019 a Bologna.'><sup>26<\/sup><\/a><\/span>.<br>\n<b>4. I primi passi della vita di redazione<\/b><br>\nIl progetto bolognese di \u201cRepubblica\u201d si \u00e8 sviluppato in maniera molto graduale: la prima redazione era composta soltanto da due persone che lavoravano a tempo pieno e che redigevano il cosiddetto \u201cCartellone\u201d, quattro pagine che trattavano gli spettacoli e gli avvenimenti culturali della regione, pochi pezzi sui fatti e i problemi delle maggiori citt\u00e0; seguendo l\u2019impostazione del nazionale, inizialmente mancavano sia lo sport che la cronaca locale. Nei primi mesi venne inviato come responsabile, seguendo una modalit\u00e0 operativa che poi ha riguardato molte delle nascenti sedi locali, il caporedattore dell\u2019edizione di Milano, Franco Belli, che scelse Marco Marozzi come vice: in quel periodo venne allestita la redazione e furono reclutati i collaboratori e i corrispondenti dalle principali citt\u00e0 della regione. Arriv\u00f2 da Roma anche il segretario della redazione centrale, Rolando Montesperelli, che form\u00f2 la segreteria locale, composta da Silvia Rubini e Emma Collina. Scalfari aveva un preciso progetto di espansione nazionale e nulla doveva essere lasciato al caso: i suoi collaboratori pi\u00f9 esperti avevano il compito di istruire i nuovi colleghi.<br>\nProprio Silvia Rubini fornisce una vivida e partecipe testimonianza della fase di avvio della redazione bolognese: \u00abQuando sono stata assunta, l\u20198 settembre 1980, non c\u2019era niente, i telefoni erano per terra. Per i primi tempi siamo rimasti praticamente segregati all\u2019interno della redazione, abbiamo dovuto montare tutti gli armadi e le scrivanie, era tutto vuoto. Abbiamo creato anche un archivio giornalistico, perch\u00e9 cominciarono subito ad arrivare tutti i giornali, e abbiamo imparato a tenere l\u2019amministrazione di un giornale o a gestire i rapporti con i collaboratori esterni, come Luciano Nigro da Rimini, Valerio Varesi da Parma o Walter Fuochi da Imola. I primi mesi lavoravo dodici ore al giorno, i miei genitori mi davano praticamente per dispersa. Tieni conto che la segreteria di Bologna \u00e8 nata con due persone e nel momento di massima estensione \u00e8 arrivata a sei. Ho lavorato moltissimo. Anche dal punto di vista degli arredi ci siamo arrangiati con quello che avevamo, ognuno portava qualcosa da casa. Un giorno la moglie di Marozzi ci ha chiamato in redazione per sapere se il ferro da stiro era da noi, ed effettivamente c\u2019era: lo stavamo usando come fermaporta. Nonostante la fatica, eravamo come una famiglia, un gruppo molto unito. Nella pausa pranzo, uno dei pochi momenti di relax, fra la porta di Savonuzzi, succeduto come direttore a Belli nell\u201981, e la porta di ingresso, dove c\u2019era un lungo corridoio, Savonuzzi e Marozzi giocavano a pallone. Un\u2019altra cosa che mi ricordo era il forte inquinamento acustico in redazione, dovuto alle macchine da scrivere e alle continue telefonate che ricevevamo o facevamo. A partire dalle 15.30 si scriveva ininterrottamente, dall\u201980 all\u201989, prima della diffusione dei computer, battevamo tutto a macchina e i pezzi dei corrispondenti dovevamo batterli al dimafono, sia quando era ancora \u201cCartellone Emilia Romagna\u201d ma anche quando diventa \u201cRepubblica Bologna\u201d, comprendente la cronaca, nel 1983\u00bb<span id='easy-footnote-27-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-27-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 13\/05\/2019 a Bologna.'><sup>27<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nDopo settimane di intenso lavoro, il 14 ottobre 1980 esordirono nelle edicole le prime quattro pagine locali, sotto la testata \u201cCartellone &#8211; Emilia Romagna\u201d. Dopo sei mesi dall\u2019uscita del giornale, Belli torn\u00f2 a Milano e, l\u20191 aprile 1981, prese il suo posto Luca Savonuzzi, con un passato al \u201cResto del Carlino\u201d. Ancora Silvia Rubini ricorda: \u00abIl clima era di una situazione in divenire e in grande trasformazione. Eravamo tutti giovani e quasi tutti alla prima concreta esperienza nel mondo del giornalismo, ma la fortuna vera \u00e8 stata di avere della gente molto brava. La duttilit\u00e0 che avevano i giornalisti di quei tempi \u00e8 stata quella di accettare la variazione totale del modo di fare i giornali, fino all\u2019avvento di internet. Il giornale ha introiettato moltissimo il proprio futuro: in origine per impaginare ogni pezzo dovevamo mandare in stampa dieci fogli diversi, con l\u2019arrivo dei computer si \u00e8 incredibilmente accelerata la procedura, perch\u00e9 il giornalista doveva scrivere le sue sessanta righe in un menab\u00f2 gi\u00e0 preimpostato. Poi Luca Savonuzzi ha avuto il merito di crederci e di traghettare la redazione fino al raggiungimento di grandi obiettivi. \u00c8 stato lui che ha fatto esplodere il fenomeno \u201cRepubblica\u201d a Bologna, in concomitanza con una fase particolarmente positiva anche per il giornale nazionale. \u00c8 stata una particolare alchimia, che ha permesso a entrambe di crescere\u00bb.<br>\nRapidamente il giornale si espanse, sia dal punto di vista delle copie vendute, sia da quello redazionale che da quello dei contenuti: nel 1982, le copie giornaliere vendute arrivarono a quota 25.000<span id='easy-footnote-28-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-28-1039' title='Aldo Ciampi, &lt;em&gt;Montanelli lascia, Scalfari raddoppia&lt;\/em&gt;, in \u201cOrizzonti industriali\u201d, n. 1\/2, 1982, p. 27.'><sup>28<\/sup><\/a><\/span>, la redazione raddoppi\u00f2 e il \u201cCartellone\u201d si trasform\u00f2 in \u201cRepubblica Bologna\u201d, che assunse la veste di vero e proprio giornale regionale, da otto pagine, con uno sguardo a tutto tondo sulla politica, l\u2019economia, lo sport e la cultura<span id='easy-footnote-29-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-29-1039' title='Cfr. Fernando Pellerano, &lt;em&gt;I 25 anni di Repubblica Bologna&lt;\/em&gt;, in \u201cOrdine Giornalisti Emilia Romagna\u201d, gennaio 2006, n. 67, pp. 52-53.'><sup>29<\/sup><\/a><\/span>. La correzione di formula si rese necessaria perch\u00e9 il \u00ablettore emiliano-romagnolo era un po\u2019 pi\u00f9 esigente, restava un po\u2019 deluso nel passare dal giornale nazionale a pagine fatte unicamente di spettacoli\u00bb<span id='easy-footnote-30-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-30-1039' title='Aldo Ciampi, &lt;em&gt;Montanelli lascia, Scalfari raddoppia&lt;\/em&gt;, cit., p. 27.'><sup>30<\/sup><\/a><\/span>; si trattava di un pubblico che, in una regione ricca ed evoluta, acquistava due o pi\u00f9 quotidiani, e in cui \u201cRepubblica\u201d riusc\u00ec a ritagliare con nettezza il proprio mercato, formato da giovani e dalla classe dirigente. I suoi concorrenti erano rappresentati dal \u201cCorriere della Sera\u201d, dalla \u201cStampa\u201d, in parte dall\u2019\u201cUnit\u00e0\u201d, ma non dal \u201cResto del Carlino\u201d, il giornale storico della citt\u00e0, che difatti nei primi anni non sub\u00ec un calo di vendite, perch\u00e9 manteneva la sua connotazione di giornale di servizio ad estensione regionale.<br>\nConclude poi Silvia Rubini: \u00abl\u2019idea di \u201cRepubblica\u201d \u00e8 stata quella di differenziarsi, pubblicando molti commenti ed elevando il livello della notizia accostandola a indagini, presentando la cronaca locale in maniera molto approfondita. Sul piano della cronaca fattuale era impossibile competere, bisognava competere sulla qualit\u00e0, sull\u2019inchiesta, sull\u2019indagine, sul colore, dando un taglio diverso alla notizia. Tra l\u2019altro non pubblicando lo sport, una grossa fetta di pubblico veniva tagliata fuori. A fare la differenza sono stati i giovani, cui offrivamo sul giornale locale un\u2019idea che avevamo gi\u00e0 sul nazionale: il nostro giornale puntava proprio a loro, un pubblico diverso, giovane, colto, che prima un giornale di riferimento proprio non ce l\u2019aveva\u00bb.<br>\nE se Savonuzzi ritiene che \u201cRepubblica\u201d sia il giornale pi\u00f9 letto dai comunisti, dopo \u201cL\u2019Unit\u00e0\u201d, non pu\u00f2 che smarcarsi dai rilievi di filo-comunismo, rivendicando le aspre polemiche condotte proprio contro il partito comunista, che era il titolare del potere amministrativo da oltre trent\u2019anni<span id='easy-footnote-31-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-31-1039' title='Ibidem, p. 28.'><sup>31<\/sup><\/a><\/span>. \u00abPer essere di sinistra, in Emilia, devi essere critico del PCI, non dico anti-comunista, ma critico del PCI\u00bb<span id='easy-footnote-32-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-32-1039' title='L. Capitani, &lt;em&gt;La storia e la memoria del PCI nel tempo del \u201cdisagio della democrazia\u201d: il caso dell\u2019Emilia-Romagna. Conversazione con Carlo Galli&lt;\/em&gt;, in L. Capitani (a cura di), &lt;em&gt;Emilia rossa. Immagini, voci, memorie della storia del PCI in Emilia-Romagna&lt;\/em&gt;, cit., p. 19.'><sup>32<\/sup><\/a><\/span>: questa era la cifra che ha consentito a \u201cRepubblica\u201d di perseguire nella regione il progetto culturale, ma soprattutto editoriale, che ha rappresentato la ragione della sua fondazione.<br>\nSi tratta di una caratteristica di \u201cRepubblica\u201d, perdurante e consapevole, che torna anche nelle parole di Giovanni Egidio, attuale caporedattore dell\u2019edizione bolognese: \u00abNella mia lettera di assunzione, nel 1994, c\u2019\u00e8 scritto che il giornale lavora per l\u2019affermazione della proposta liberal nel paese, \u201cRepubblica\u201d l\u2019ha sempre dichiarato e ha sempre detto da quale angolo di visuale guardava i fatti\u00bb.<br><br>\n<b>5. Il giornale nel dialogo con gli interlocutori del territorio<\/b><br>\nCon il Direttore \u00e8 stata affrontata la questione della laicit\u00e0 del giornale e dei suoi rapporti con la magistratura: \u00abRepubblica \u00e8 un giornale laico, ma il laicismo nella sua accezione classica non \u00e8 contrario alla chiesa, non ha nei suoi confronti un atteggiamento ostile, abbiamo deciso molto liberamente come porci, a seconda dei suoi messaggi. Per quanto riguarda il rapporto con la magistratura, siamo stati, come \u00e8 giusto essere, pienamente rispettosi del potere giudiziario, che comunque non significa che non si possa discutere una sentenza, un provvedimento di un Gip o l\u2019iniziativa di un PM, ci\u00f2 che \u00e8 successo in singoli e specifici casi\u00bb<span id='easy-footnote-33-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-33-1039' title='Intervista con l\u2019autore raccolta il 17\/12\/2018 a Bologna.'><sup>33<\/sup><\/a><\/span>.<br>\nI giornalisti di \u201cRepubblica\u201d, come conviene a chi vuole fare con professionalit\u00e0 un mestiere di servizio, sono chiamati a garantire la loro professionalit\u00e0 giornalistica tenendo separata l\u2019appartenenza politica dal racconto obiettivo dei fatti, proprio nella misura in cui, per dirla con Scalfari, i giornalisti \u00abagiscono come microfoni dell\u2019opinione pubblica che vuole sapere quello che succede all\u2019interno del \u201cPalazzo\u201d\u00bb<span id='easy-footnote-34-1039' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=1039#easy-footnote-bottom-34-1039' title='&lt;em&gt;Lavorano con pi\u00f9 dignit\u00e0, ma solo quattro mesi all\u2019anno&lt;\/em&gt;, in \u201cPrima Comunicazione\u201d, ottobre 1976, p. 37.'><sup>34<\/sup><\/a><\/span>, sia a destra che a sinistra. Risultano a questo punto significative, ancora una volta, le parole di Valerio Varesi: \u00abNei confronti dei diversi gruppi sociali e istituzionali di Bologna, l\u2019atteggiamento \u00e8 sempre stato critico, anche verso l\u2019amministrazione. Ricordo che facemmo, ad esempio, una discreta guerra a Walter Vitali, sindaco di Bologna appartenente al centro-sinistra. A volte eravamo anche pi\u00f9 critici di altri. La stessa cosa \u00e8 stata fatta anche nei confronti della Chiesa. Con il cardinale Biffi c\u2019era uno scontro aperto: era un uomo intelligente, ma che aveva una visione arcaica e tradizionalista del mondo. Noi difendevamo il laicismo nei confronti dell\u2019integralismo cattolico che lui rappresentava. Con l\u2019imprenditoria avevamo un dialogo costante, e con i gruppi sociali \u201cRepubblica\u201d ha dimostrato apertura rispetto alle novit\u00e0: abbiamo sostenuto le campagne pi\u00f9 innovative del paese, come quando \u201cRepubblica\u201d si schier\u00f2 a favore dell\u2019attribuzione del Cassero all\u2019Arcigay, perch\u00e9 lo ritenevamo un avanzamento sul fronte dei diritti civili; cos\u00ec come il giornale appoggi\u00f2 l\u2019aborto e tutte le campagne sociali, dando loro ampio spazio sulle sue pagine\u00bb.<br>\nNigro aggiunge: \u00abI rapporti con le istituzioni e i centri di potere sono sempre pi\u00f9 complessi di come uno se li immagina. Diciamo che \u201cRepubblica\u201d ha conquistato presto un ruolo di interlocutore, che pu\u00f2 voler dire sia interlocutore amico che nemico. Con le amministrazioni locali abbiamo spesso avuto un rapporto buono e positivo, ma a volte anche conflittuale, e non solo con Guazzaloca, il primo sindaco di destra di Bologna. D\u2019altronde era un atteggiamento di fondo del giornale. Vale lo stesso per gli industriali e per la Chiesa. Con la chiesa di Biffi, il rapporto era interessantissimo, perch\u00e9 lui rappresentava un\u2019altra idea del mondo rispetto a \u201cRepubblica\u201d, ma era un personaggio talmente interessante che dal punto di vista giornalistico era impossibile non parlarne. La vera forza di \u201cRepubblica\u201d \u00e8 quella di riuscire a dialogare con le istituzioni attraverso le loro figure chiave\u00bb.<br>\nSe per un verso questo \u00e8 sicuramente vero, non si pu\u00f2 pensare che la neutralit\u00e0 sia stato il solo punto di forza di un giornale che \u00e8 riuscito a inserirsi cos\u00ec profondamente nella trama editoriale degli anni \u201980. Tutti gli intervistati concordano nel dire che anche i toni e il linguaggio, innovativi per il periodo, usati da \u201cRepubblica\u201d abbiano contribuito in maniera sostanziale alla sua affermazione, anche a Bologna, dove i canoni di giornalismo del nazionale vengono rispettati e adattati ad una realt\u00e0 locale: \u00abI pezzi errano scritti in modo un po\u2019 pi\u00f9 creativo rispetto alle tradizionali \u201c5 W\u201d inglesi. Il linguaggio che veniva usato in origine era pi\u00f9 estroso, ricercato e colto. \u201cRepubblica\u201d ha avuto una titolazione gridata, pi\u00f9 icastica e surriscaldata. Con il tempo sono nate delle differenze, ma secondo me dettate da cambiamenti pi\u00f9 generali nel mondo, nel senso che se negli anni Ottanta c\u2019era ancora un grande fermento sociale, per cui andavi a cercare i personaggi, il nuovo, adesso i giornali sono molto pi\u00f9 cristallizzati e riflettono il fatto che mancano voci nuove e originali che si affacciano sulla scena, realizzandosi parallelamente un \u201cimpigrimento\u201d generale dei giornali\u00bb. Chiosa Aldo Balzanelli, che condivide la stessa lettura di Varesi: \u00abPer quanto riguarda il linguaggio, soprattutto in una prima fase, c\u2019era un\u2019attenzione molto forte alla costruzione del pezzo. In una fase successiva questi aspetti si sono molto attenuati, un po\u2019 perch\u00e9 la redazione \u00e8 cresciuta molto con ingressi massicci di persone nuove e il gruppo \u00e8 diventato pi\u00f9 difficile da guidare. Un po\u2019 perch\u00e9, francamente, \u00e8 cambiato l\u2019atteggiamento dei giornalisti: non vedo pi\u00f9 colleghi molto concentrati nella ricerca dell\u2019attacco di un pezzo. Nei primi anni qui, ma ovunque, una delle scene pi\u00f9 frequenti era vedere redattori che strappavano cinque, dieci, volte l\u2019attacco perch\u00e9 non piaceva. Adesso questo non succede pi\u00f9\u00bb.<br>\n<b>6. I rapporti con la redazione centrale<\/b><br>\nUn ultimo argomento su cui \u00e8 stata raccolta la testimonianza di tutti gli intervistati riguarda i rapporti della redazione bolognese con la redazione centrale di Roma, che si va ad analizzare attraverso le loro parole.<br>\nAncora la segreteria di redazione, Silvia Rubini ricorda: \u00abHo avuto la fortuna di avere un ruolo particolarmente coinvolgente: all\u2019epoca i responsabili di segreteria di una redazione avevano un ruolo molto autonomo, anche rispetto alla sede centrale, pure dal punto di vista decisionale o degli acquisti, praticamente gestivo l\u2019ufficio da sola. Certamente per\u00f2 i direttori con i quali ho avuto modo di lavorare hanno prestato molta attenzione a tutte le edizioni locali, e proprio in quest\u2019ottica Mauro ha istituito la conference call con tutte le redazioni ogni mattina alle 11. Era un modo per coinvolgere tutte le redazioni e sentire la voce di tutti\u00bb.<br>\nA questo proposito Giovanni Egidio ribadisce: \u00abla riunione \u00e8 un modo per tenersi collegati e in sintonia con il giornale nazionale, a volte serve per capire che aria tira: senti che discutono particolarmente di una cosa e ti d\u00e0 la possibilit\u00e0 di farci un ricasco sul locale. Altre volte arrivano delle richieste specifiche: tutte le redazioni devono fare un certo tipo di inchiesta che sviluppiamo sul locale restituendola a Roma in una forma pi\u00f9 breve, in modo che possano comporre un pezzo panoramico. La conference-call \u00e8 un modo per accorciare le distanze, per essere pi\u00f9 coinvolti: mentre prima ricevevi una chiamata dopo la riunione del centrale in cui ti informavano delle decisioni prese, adesso ci si confronta. D\u00e0 molta soddisfazione riuscire talora a incidere sull\u2019agenda romana, cio\u00e8 quando proponi uno spunto su cui iniziano a lavorare anche loro attivando un\u2019iniziativa in cui anche le altre locali si impegnano sullo stesso argomento lasciando a noi il pallino per fare il chiodo, la notizia portante prima dei vari approfondimenti\u00bb.<br>\nAldo Balzanelli, invece, tratta il tema da un punto di vista prettamente redazionale, asserendo: \u00abl\u2019autonomia era molto ampia, confidando sul fatto che i responsabili delle redazioni, che progressivamente crescevano in Italia, erano affini alla redazione centrale dal punto di vista culturale e del modo di fare il giornale. Io credo che in dodici anni di direzione qui a Bologna, Scalfari prima e Mauro dopo abbiano chiamato dieci volte per segnalare qualcosa che non andava. Ogni tanto un direttore o un vicedirettore decidevano che le locali avrebbero dovuto fare insieme un\u2019inchiesta, altrimenti l\u2019autonomia era praticamente totale, a volte quasi eccessiva. Nelle locali a tratti ti sentivi quasi abbandonato perch\u00e9 il gruppo dirigente del giornale era tutto preso dal fare il giornale nazionale e trascurava le cronache locali, spesso trascurava anche gli input che venivano dalle redazioni locali, perch\u00e9 \u201cRepubblica\u201d \u00e8 sempre stato un giornale molto romano: tutto quello che succedeva a Roma era molto importante, quello che succedeva nelle zone periferiche, a meno che non fosse qualcosa di clamoroso, passava a volte in secondo piano. Ciclicamente, un vicedirettore riceveva l\u2019incarico di seguire le locali, ma dopo un mese o due tornava tutto come prima. Anche perch\u00e9 \u00e8 oggettivamente difficile per chi sta a Roma capire cosa succede qui: non conosce nessuno e deve necessariamente fidarsi di chi \u00e8 sul territorio\u00bb. Varesi e Nigro danno usano rispettivamente queste parole: il primo sostiene che \u00abconsiderando il nostro profilo, l\u2019autonomia sia totale. Magari le censure sono pi\u00f9 sulla grafica che sui contenuti. \u00c8 chiaro che se domani diciamo \u201cViva Casapound\u201d, qualcuno ci richiama, ma non c\u2019\u00e8 una giurisdizione che sovrintende da Roma le nostre pagine\u00bb; il secondo invece spiega nel dettaglio: \u00abC\u2019\u00e8 tanta autonomia. Talora la redazione centrale chiama alla sintonia sui temi, ma ognuno poi declina il giornale come vuole. Un ruolo molto forte ce l\u2019hanno i capi-redattori locali: ad esempio, il giornale di Savonuzzi era molto pi\u00f9 sbarazzino di quello di Ramenghi, l\u2019approccio era totalmente diverso, ma \u00e8 normale che sia cos\u00ec e anche Balzanelli e Egidio hanno il loro stile. In realt\u00e0 distinguerei momenti diversi: all\u2019inizio il rapporto con la redazione centrale era molto lasco. Scalfari incontrava tutti i nuovi entrati e la chiacchierata con lui incuteva una profonda soggezione, era una specie di Madonna Pellegrina: quando mi assunse Savonuzzi nel \u201987, mi disse \u201cLuciano domani mettiti la giacca blu e il pannolone, perch\u00e9 vai a parlare con Scalfari\u201d. La stessa cosa accadeva con Indro Montanelli al \u201cGiornale\u201d. Il direttore ogni tanto girava le redazioni per coordinare qualche iniziativa, ma i caporedattori locali sono come quei vicer\u00e9 che stavano lontano e dovevano fare gli interessi della casa madre al meglio che potevano. Lo scambio vero si realizzava quando accadevano eventi importanti e venivano gli inviati. Quindi l\u2019autonomia era enorme, da un certo punto di vista maggiore rispetto ad oggi, semplicemente perch\u00e9 si era pi\u00f9 distanti. Adesso, ogni mattina ci si vede per la conferenza del mattino e gli scambi di opinione sono continui, per cui fra centro e periferia, sui temi comuni, la sintonia e il legame sono molto forti. Ma, anche oggi, la costruzione quotidiana del giornale \u00e8 nella totale discrezione delle redazioni locali, che comunque devono tenere alto il livello e non perdere copie o pubblicit\u00e0\u00bb.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Bologna \u00e8 la sede della prima redazione de \u201cla Repubblica\u201d in una citt\u00e0 di medie dimensioni, perch\u00e9 vive di un contesto politico-sociale favorevole allo sviluppo del progetto editoriale ideato e realizzato da Eugenio Scalfari. 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