{"id":10270,"date":"2022-12-12T10:56:53","date_gmt":"2022-12-12T09:56:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=10270"},"modified":"2022-12-12T10:56:54","modified_gmt":"2022-12-12T09:56:54","slug":"folli-pensieri-e-vanita-di-core-un-nuovo-volto-per-le-rime-di-dante-lenigma-dei-versi-inediti-e-sconosciuti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/?p=10270","title":{"rendered":"<em>Folli pensieri e vanit\u00e0 di core<\/em>.  Un nuovo volto per le <em>Rime<\/em> di Dante? L\u2019enigma dei versi inediti e sconosciuti"},"content":{"rendered":"\nLunga, ed estremamente dibattuta, \u00e8 la storia dell\u2019istituzione del canone delle <em>Rime<\/em> di Dante, che, com\u2019\u00e8 noto, non acquisirono dalla mano dell\u2019autore sigillo e perimetro definiti e ultimi, ma furono affidate alle spesso discordanti testimonianze dei codici e al giudizio talora azzardato dei posteri \u2013 basti pensare al famigerato <em>Credo<\/em> di Dante, palesemente una goffa falsificazione, avallato tuttavia come autentico da vari editori fino agli inizi del Novecento. Queste incertezze attributive investono tanto pi\u00f9 le rime mariane, delle quali vi fu ampia produzione nel Trecento, e che potrebbero in qualche caso essere state attribuite falsamente a Dante, e in altri invece nascondere elementi di autenticit\u00e0 ma essere state respinte come false per eccessivo, se pure non illegittimo, dubbio metodico. E a queste incertezze, \u00e8 superfluo ricordarlo, concorse l\u2019intrecciarsi incessante \u2013 nella stratificazione altamente polisensa improntata alla polisemia biblica \u2013 di motivi complessi, di autobiografismo dissimulato, di ragioni letterarie e terminologie traslate, di sacro e di eretico, di echi dalla tradizione sapienziale, di teologico e di profetico, di astronomico-astrologico, di mistica astrale: un orizzonte contestuale di motivi dove la prospettiva ultraterrena smaschera la fallacia eretta dalla condizione umana, d\u00e0 la cognizione dell\u2019errore e del senso dei confini, e consente all\u2019umanit\u00e0 salvata l\u2019accesso alla verit\u00e0 ardua e ombrosa sottesa al velo dell\u2019allegoria.<br>\n     <em>Folli pensieri e vanit\u00e0 di core<\/em>, la lunga canzone mariana che d\u00e0 il titolo a questo lavoro di verifica della danteit\u00e0 di trentuno componimenti, manifesta, il curatore osserva, una \u00abansia di sublimazione e di palingenesi\u00bb. Ed \u00e8 ci\u00f2 che potrebbe adombrare una recondita attinenza tra la copertina del volume raffigurante <em>Beata Beatrix <\/em>(1864) di Rossetti, lettore esoterico \u2013 con Pascoli, Valli, Papini, Gu\u00e9non, per fare solo alcuni nomi \u2013 che si spinge dentro la trama principale (e in pi\u00f9 luoghi Dante invita a questo tipo di lettura: \u00abO voi ch\u2019avete li \u2019ntelletti sani \/ mirate la dottrina che s\u2019asconde, \/ sotto \u2019l velame de li versi strani\u00bb, <em>Inf<\/em>. IX, 61-63) e i contenuti dei testi danteschi in questo suggestivo risarcimento autoriale: <em>Folli pensieri e vanit\u00e0 di core. Trentuno poesie attribuite a Dante<\/em>,<em> Introduzione<\/em> e note di Matteo Veronesi, prefazione (<em>Apocrifia e attribuzionismo<\/em>)<em> <\/em>di Rossano De Laurentiis, Edizioni Mondo Nuovo, Pescara 2021. <br>\n     Forse la dilungata estasi di morte di Beatrix, la trasfigurazione del suo volto preraffaellita sono caratteri che ineriscono alla poesia stessa quale rapimento creativo e visione protesa alle cose ultime. Un nesso sottile di sfumata continuit\u00e0 d\u00e0 l\u2019impressione di legare l\u2019abbandono, castamente orgiastico, delle facolt\u00e0 razionali nell\u2019\u00abexcessus mentis\u00bb alla \u00abmirabile visione\u00bb. O di evocare un loro mistico coimplicarsi, come vorrebbe una esegesi mistagogica, incentivata da quella aura di ombra o altra <em>facies<\/em> che caratterizzano il suo discorso amoroso. Talora immerso, Veronesi scrive, in saturi profili ferali, alla maniera delle petrose: un versificare di brumosi contesti di ossessione che sembra \u00abconfermare quell\u2019elemento magico ed esoterico che \u00e8 effettivamente presente in Dante, tutt\u2019altro che mera allucinazione interpretativa o allettante illazione\u00bb.<br>\n     Sorvolando sullo sfondo di Beatrix in tinte sepolcrali e sullo sguardo lontano, perduto nella luce pulviscolare e rarefatta e del tramonto (Firenze idealizzata nello sfocamento dovuto alla distanza, le figure approssimative di Dante e di Cupido), sui tratti simbolisti (la colomba scarlatta \u2013 Lizzie \u00abmy dove\u00bb \u2013 e, Rossetti avverte, mesaggera di morte; il papavero-sonno-morte e origine del gesto fatale; la meridiana che segna le nove, multiplo di tre, ovvero la compiutezza della totalit\u00e0 cosmica) e sull\u2019esasperato dantismo di Rossetti, quale potrebbe essere il motivo profondo della scelta di quell\u2019angelica e insieme sensuale figura femminile stordita dal laudano? Dove porta quell\u2019interminabile sonno? Sembra scorrere un fiume sotterraneo in questo libro sulla danteit\u00e0 dei trentuno testi extravaganti: qualcosa che va oltre il dilemma tra autenticit\u00e0 e apocrifia. <br>\n     Ma stando al testo, si profilano delle specificit\u00e0 di metodo: anzitutto, la differenza tra il <em>modus operandi<\/em> di Dante e quello di Petrarca, intento, il secondo, a consegnare ai lettori futuri un lavoro unitario quale esito di un disegno progressivo e di paternit\u00e0 indiscussa \u2013 com\u2019\u00e8 noto, il canone delle <em>Rime<\/em> dantesche \u00e8 quanto mai incerto e aperto, e in costante divenire, mentre le <em>Extravaganti<\/em> petrarchesche non sono che una marginale e umbratile propaggine della solida architettura del <em>Canzoniere<\/em>.  <br>\n     Si combinano qui il pieno controllo, da parte di Veronesi, dell\u2019oggetto dell\u2019esame filologico e gli argomenti assunti a contestare pi\u00f9 o meno cautamente il dogmatismo di Michele Barbi, che nella sua edizione (in occasione del secentenario della morte di Dante) volle fissare, in modo forse troppo perentorio ed esclusivo, un canone delle rime dantesche autentiche e dubbie, che oltre tutto, complessivamente, nei decenni successivi, e sempre sull\u2019onda della cautela e del dubbio metodico, non ha fatto che ulteriormente e troppo severamente restringersi per opera della critica ufficiale. <br>\n     A destituire l\u2019ipotesi della non danteit\u00e0 dei trentuno testi \u00e8 tesa, in <em>Folli pensieri e vanit\u00e0 di core<\/em>,<em> <\/em>la ricerca delle fonti e delle costanti dantesche che potrebbero indurre ad accogliere per lo meno nel limbo delle dubbie, se non nell\u2019empireo delle autentiche, le trentuno poesie discriminate ed estromesse dal <em>corpus<\/em> e dal canone ufficiali. Ovviamente questa cauta proposta di revisione non si fonda sul nulla. Per ogni testo Veronesi indica gli estremi dei canali di trasmissione, dei manoscritti o delle stampe antiche (la celebre Giuntina <em>in primis<\/em>) su cui pu\u00f2 fondarsi l\u2019attribuzione a Dante. <br>\n     Risaltano in questo canzoniere i grandi temi danteschi: la donna-<em>domina<\/em>, l\u2019amore come sublimazione, la poesia come ricerca e come discorso sapienziale, il vagheggiamento di un ordine politico ed etico-civile, di una <em>orthotes<\/em>, che riflettano sulla terra quello del cosmo \u2013 quasi come per gli antichi platonici e stoici, cristianamente, medievalmente sottoposti a rivisitazione. Le figure del piacere e del sentimento di desiderio, del \u00abdesio\u00bb, e forse, Veronesi scrive nell\u2019<em>Introduzione<\/em>, proprio \u00abl\u2019insidiosa ambiguit\u00e0, l\u2019oscurit\u00e0 scivolosa di quei passaggi emblematici e rivelatori hanno messo in difficolt\u00e0 gli esegeti, e probabilmente contribuito a sospingere questi testi ai margini del canone, su un altrettanto ambiguo e tremulo crinale tra il falso e l\u2019autentico, il canonico e l\u2019apocrifo\u00bb. E dalle petrose, il motivo della donna-petra \u00e8 qui \u00abtraslato alla pietra tombale, alla lapide, la quale sembra essere essa stessa toccata, contaminata, per prossimit\u00e0, dal disfacimento della creatura, un tempo angelica, che sotto essa si cela\u00bb. E i misteri e i lirismi astrologici, se pure cristianizzati, relativi alle stelle che diradano l\u2019intrasparenza della materialit\u00e0 terrena.<br>\n     La conclusione di Veronesi nella sezione introduttiva, sottolineata dai suoi critici, \u00e8 che, se anche collocabili sotto l\u2019indice dell\u2019apocrifia, questi testi testimonierebbero comunque un protodantismo, \u00abun capitolo significativo di storia del gusto e della cultura, e il riflesso creativo della diffusa e fertile risonanza del mito di Dante\u00bb. Un\u2019affermazione, alla luce dei testi stessi, fin troppo modestamente accorta. Da segnalare i rilievi nella \u00abPiccola appendice stilometrica\u00bb a chiusura del libro, in particolare sulla frequenza statistica delle parole chiave e degli engrammi ricorrenti che definiscono il profilo genetico dei testi, che sembrerebbero aver superato l\u2019esame di paternit\u00e0. Al conseguimento della quale sarebbero state sufficienti le probanti ed esplicative parole di commento a ogni singolo testo, i rimbalzi tra queste e gli stilemi, appunto, tipicamente danteschi, l\u2019individuazione delle simbologie, dei luoghi e dei tratti alchemici (<em>nigredo-albedo<\/em>), fino a quella circolarit\u00e0 dei contrari che intromette \u00abl\u2019eterno nel tempo, l\u2019identit\u00e0 nel divenire\u00bb, e i loro echi in altre forme non solo versificate. La focalizzazione, infine, delle diffrazioni e la critica delle alterazioni dell\u2019originale attraverso una <em>examinatio<\/em> rigorosa. Quindi, Veronesi non si affida unicamente alle prove stilistiche, alle movenze diffuse, ai riscontri fonosemantici altamente rivelatori se in essi non si nascondessero, come De Laurentiis nota in prefazione, fenomeni di imitazione anzich\u00e9 prove di autorialit\u00e0. Le somiglianze dei poeti, in particolare se contemporanei, Veronesi dice, non sorgono tanto per volont\u00e0 di plagio quanto per la pressione di affinit\u00e0 elettive: una affinit\u00e0 chimica nel cuore dello stile.<br>\n     Tornando a Beatrix morente.<em> <\/em>Il volto di Lizzie sembra aver realizzato la sua aspirazione pi\u00f9 profonda e, livido appena per la corruzione improvvisa, restituisce l\u2019attimo di una morte che tuttavia sembra indugiare in una estasi sepolcrale \u2013 le sue mani prive di vita esprimono sia il desiderio di accogliere il papavero, sia l\u2019esaurirsi di un vago gesticolare. Lo stesso Rossetti affermava che questa opera non \u00e8 la raffigurazione della morte, ma la sua trasposizione in estasi. In termini danteschi: \u00abla mirabile visione\u00bb, \u00abla gloria de la sua donna\u00bb. Beatrix vede con la consapevolezza del suo nuovo mondo e del suo stato non pi\u00f9 mortale (ma leggiamo da <em>In an Artist\u2019s Sudio <\/em>\u2013 1856, sonetto uscito postumo \u2013 di Christina Rossetti: \u00abNot as she is, but as she fills his dream\u00bb. Se un solo volto si affaccia da ogni sua tela \u2013 \u00abOne face looks out from all his canvases\u00bb \u2013, il sogno di Rossetti sembra tuttavia enfatizzare la propria, narcisistica, visione di ci\u00f2 che nella vita Lizzie, in fondo, non era), e \u00abgloriosamente mira nella faccia di colui \u2018qui est per omnia secula benedictus\u2019\u00bb, come Dante diceva della sua Beatrice nella <em>Vita nuova<\/em> (forse di qui la specularit\u00e0 tra<em> <\/em>Beatrix<em> <\/em>e Beatrice Portinari)<em>. <\/em>\u00abBeata\u00bb \u2013 principio di beatitudine e insieme beatificata \u2013 anche perch\u00e9, alle soglie della contemplazione divina, che \u00e8 comprensione della verit\u00e0, ha chiara la cognizione del <em>transitus<\/em>. Questa <em>petite mort<\/em>, questa estasi che rapisce, estrania e dissolve, accomuna e assimila l\u2019esperienza amorosa a quella mistica. L\u2019una e l\u2019altra, in fondo, <em>similitudo Dei<\/em>, esito dell\u2019anelito, come Dante dice, ad \u00abindiarsi\u00bb.<br>\n     E proprio in questi componimenti caratterizzati da una aurea marginalit\u00e0, che per lo pi\u00f9 precedono, e solo in parte, silenziosamente, possono aver scortato il lungo itinerario del poema sacro, la poesia scandisce quello che con espressione agostiniana Dante chiama \u00abil viver ch\u2019\u00e8 un correre alla morte\u00bb. Il <em>cotidie morimur<\/em>, la quotidiana morte degli stoici \u2013 che pu\u00f2 essere anche, metaforicamente, la reiterata, cavalcantiana morte spirituale del dolcissimo sgomento amoroso \u2013, la <em>melete tou thanatou<\/em>, l\u2019esercizio, meditazione o studio di morte che era per gli antichi la sapienza, si aprono qui all\u2019orizzonte dell\u2019eterno e alla sua luce oscura per dissolversi in essi. Come la disparente vita di Beatrix, il suo \u00abtrasumanar\u00bb che \u00absignificar per verba \/ non si por\u00eca\u00bb. E come la poesia stessa, nella sua incertissima sorte trasmissiva e attributiva, esitante si affida al fiume della posterit\u00e0.\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il libro curato da Matteo Veronesi si propone, non senza le dovute cautele, di riportare all\u2019attenzione degli studiosi e dei lettori colti alcune poesie che autorevoli manoscritti e importanti stampe antiche attribuiscono a Dante, e che sono rimasti esclusi, se pure con un paio di significative eccezioni, dal canone delle <em>Rime <\/em>dantesche, anche di quelle dubbie. Un canone che, per altro, negli ultimi decenni la filologia ha ulteriormente e forse troppo severamente ristretto. Partendo da alcune riflessioni intorno al dipinto evocativo e perturbante di Rossetti posto, con scelta non casuale, in copertina, questo contributo enfatizza la natura in senso lato esoterica e iniziatica tanto di molti dei testi raccolti, quanto del metodo stesso che ne ha guidato scelta e analisi. Un approccio che scandaglia (assumendosi gli inevitabili rischi che ci\u00f2 comporta) il \u00absensus polisemos\u00bb e il \u00absensus anagogicus\u00bb, stratificati e mistici (ossia la verit\u00e0 ardua e ombrosa che si nasconde \u00absotto \u2018l velame de li versi strani\u00bb) sperduti nelle profondit\u00e0 e nelle pieghe spesso quasi insondabili della pagina.","protected":false},"author":23,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[3],"tags":[753,755,96,751,752],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10270"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/23"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=10270"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10270\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13363,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10270\/revisions\/13363"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=10270"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=10270"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.bibliomanie.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=10270"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}