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Mauro Conti: ritratto dell’artista da adulto
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Mauro Conti: ritratto dell’artista da adulto

«Non è facile presentare sé stessi attraverso le normali strutture dell’argomentazione perché generalmente s’incorre in due pericoli opposti: da una parte quello di dare un’immagine irreale di sé, fantasiosa […] dall’altra quello di ricercare una sorta di obiettività, una verità assoluta […] sempre inattingibile»1.
Così introduceva Mauro Conti – il nostro amico Mauro – la sua Piccola autobiografia portatile, un bilancio di crescita poco dopo la soglia degli «anta». Esiste una via mediana tra la fantasia e un algido realismo vestito di imparzialità? Ovviamente sì. Mauro era un uomo di molte strade, di molti interessi, ma attento a evitare che la sua voracità di sapere si diluisse in nozionismo o in superficiali infarinature.
Più di altri, Mauro ha sperimentato il desiderio come sofferenza – non a caso rifletteva su Schopenhauer2 – avendo provato sulla sua pelle e senza colpe il peso di percorsi disarmonici, illogici e contraddittori.
La sua autobiografia è il resoconto di una generazione alla continua ricerca di un lavoro, di aspirazioni frustrate da orditi dove il padrinaggio domina sulla competenza. In questo incessante e precario procedere, Mauro si è cimentato in molti ambiti: ha lavorato alla radio privata e pubblica, incontrando Gianna Nannini, Vasco Rossi, Umberto Tozzi, Renato Zero, Lucio Dalla. Ha scritto sul cinema (è rimasta incompiuta la sua biografia su Luchino Visconti), ha lavorato con Gian Luigi Rondi, ha realizzato progetti per la televisione. L’ha accompagnato una cultura sterminata che ha spaziato dalla letteratura classica alla contemporanea; sapeva condurre conversazioni di filosofia partendo dai testi e valutando i metodi; ha scritto – conoscendola da dentro – un saggio sulla Rai3 mantenendo sempre – anche quando scriveva su arte o letteratura – un’attenzione particolare al mondo dei media e sui nuovi linguaggi dove non gli faceva difetto una buona conoscenza informatica.
Un’altra sua passione era la storia dell’arte che studiava con scrupolo per migliorare la sua tecnica pittorica, apprezzata da critica e pubblico nelle mostre che ha tenuto. Un artista, un intellettuale a tutto tondo, quasi desueto in tempi di iperspecialismi sordi.
Coniugava l’idea di cultura come scoperta e apertura, non sciorinava il suo sapere per colpire gli interlocutori, anzi era spesso silente, salvo folgorare tutti con i suoi improvvisi passaggi, figli del suo spessore, della sua ironia, di un’originalità agli antipodi da un anticonformismo costruito. Gli erano estranei toni di superiorità e atteggiamenti boriosi. Il suo approccio alla cultura l’ho sempre identificato con una frase del sociologo francese Edgar Morin quando ne L’industria culturale scrive: «Gli avanguardisti della cultura sono in grado di integrare vecchio con nuovo, alto con basso: chi disdegna con alterigia la cultura di massa, spesso non è superiore, ma si limita a contrapporre stereotipo a stereotipo, kitsch a kitsch».
Mauro era pienamente immerso nella cultura di massa: aveva letto i fotoromanzi con Franco Gasparri, è stato un popolare dj bolognese negli anni Settanta. Apprezzava le clip di Videomusic che decodificava nelle tecniche e nei segni. Era il prodotto di quei Dancing days in fuga dai linguaggi violenti e da incancrenite seriosità ideologiche: «Una risposta al disagio di quegli anni non venne dalla politica, bensì dalla discoteca»4. Mauro racconta senza reticenze che si inebriò di quel mondo: «avevo acquisito una falsa percezione di me stesso che presto sarebbe sbocciata in crisi». Cominciava il suo percorso a ritroso che da uno stentato diploma di geometra, preso alla scuola privata, lo portò a conseguire la laurea in Letteratura con il massimo dei voti. Si era mossa in lui l’ansia di recuperare il tempo perduto, figlia di una motivazione profonda che non l’ha più abbandonato.
Era un attento osservatore della società in movimento, captava le novità e ci voleva entrare dentro. Amava gli scrittori esordienti nei quali scorgeva autenticità e cose da dire, perdonando loro le ingenuità. Rifiutava letture troppo appiattite sul lato biografico degli autori perché «sarebbe un segno di determinismo interpretativo che non corrisponde alla realtà dell’atto creativo»5.
Appassionato di letteratura nord americana, ha letto in inglese Libertà di Jonathan Franzen. Nel 2019 aveva redatto una nuova traduzione del Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicata da Rusconi.
Attribuiva una ragione precisa alla lettura dei romanzi: la letteratura come processo di interiorizzazione che nasce dal lessico, dai dialoghi, dalle architetture narrative che nella loro configurazione immaginale conducono il lettore ad accedere a un’estensione dell’esperienza del mondo6.
E, in fondo, questa realtà aumentata di cui lui era portatore l’ha regalata a quanti l’hanno conosciuto, con la sua silente generosità, con i suoi timidi slanci di affetto che ce l’hanno fatto amare come uomo e come amico.

Note

  1. M. Conti, Piccola autobiografia portatile, visto il 16 marzo 2020.
  2. M. Conti, Vivere la saggezza. Gli Aforismi di Schopenhauer, visto il 16 marzo 2020.
  3. M. Conti, Breve ma veridica storia della Rai, visto il 16 marzo 2020.
  4. M. Conti, Piccola autobiografia portatile, visto il 16 marzo 2020.
  5. M. Conti, Risonanze gaddiane, visto il 16 marzo 2020.
  6. Ibidem.