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Italia di metà ’800 e oltre: la lettera-sollecito di Pilo per Garibaldi, sostegno massonico-britannico alla spedizione de “I Mille”; brigantaggio (legge Pica); condizioni sociali e normative: cenni su istruzione minorile, lavoro e accesso elettorale.
di , numero 61, giugno 2026, Note e Riflessioni, DOI

Italia di metà ’800 e oltre: la lettera-sollecito di Pilo per Garibaldi, sostegno massonico-britannico alla spedizione de “I Mille”; brigantaggio (legge Pica); condizioni sociali e normative: cenni su istruzione minorile, lavoro e accesso elettorale.
Come citare questo articolo:
Luca Petroni, Italia di metà ’800 e oltre: la lettera-sollecito di Pilo per Garibaldi, sostegno massonico-britannico alla spedizione de “I Mille”; brigantaggio (legge Pica); condizioni sociali e normative: cenni su istruzione minorile, lavoro e accesso elettorale., «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 22, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14407

Il supporto di Gran Bretagna e Massoneria a I Mille, la preventiva missione in Sicilia e la lettera di sollecito di Rosolino Pilo a Garibaldi, l’avversione dei Siciliani verso Napoli.
L’interesse del Conte di Cavour a intrattenere i migliori rapporti possibili con la Gran Bretagna, da decenni ben radicata nei porti liguri e toscani1 risultava essere indubbio; ma, altresì quello di garantirsi il supporto dello imperatore Napoleone III°2: difatti, l’assenso di entrambe queste potenze risultava indispensabile per la ipotizzata estensione del Regno e per la possibile, però tuttora eventuale, unificazione italiana. In un contesto politico così delicato e ben noto al Governo piemontese, la spedizione attivata in Liguria dai patrioti più legati a Garibaldi non era Tale somma avrebbe stata impedita né ostacolata ma, ufficialmente, soltanto ignorata. Anzi, anche la effettuazione di un preventivo viaggio nell’isola era stata stimata, pure da Cavour, funzionale alla conoscenza della reale propensione politica dei Siciliani. Dunque, occorreva una persona valutata di massima affidabilità e al contempo ben nota negli ambienti insurrezionalisti: poi individuata in Rosolino Pilo3. Il quale era stato incaricato di ricontattare celermente quei molteplici siciliani, oltreché i vari stranieri attivi nei principali porti della Sicilia, per annunciare a loro la ormai prossima iniziativa di Garibaldi a sostegno della ribellione siciliana. Pilo era perciò salpato da Genova, il 21 marzo 1860, con l’amico Giovanni Corrao in modo occulto su una paranza del piccolo armatore Silvestro Palmerini e comandata da Raffaello Motto4, entrambi viareggini. Questi due, noti a vari patrioti genovesi, si trovavano già nel porto di Genova per consegnare un carico di sansa; lì, Felice Casaccia aveva contattato il sig. Palmerini e “gli aveva proposto di condurre in contrabbando tre individui in Sicilia, per un nolo di appena 1.500 lire5” Tale somma avrebbe dovuto compensare le spese per il personale come per ogni altra, quanto il rischio letale di essere scoperti dalle Marine o dalle Polizie papaline o borboniche: pertanto da schivare con cura. Quella somma era stata stimata “ben poca, ma” da loro comunque accettata per quel “siffatto viaggio” chiesto da “egregi giovani genovesi” a favore di Pilo e Corrao: pur di garantire un apporto a tale iniziativa – concorde tutto l’equipaggio – “trattandosi di un affare che riguardava l’emancipazione della nostra Italia”, come precisato da Raffaello Motto.
La navigazione era proseguita abbastanza tranquilla sino al golfo di Follonica dove erano stati costretti a zavorrare quella barca utilizzando dei “sassi raccolti, a tuffo”, in prossimità del piccolo porto maremmano di Portiglione, presso Scarlino. Suddetta imbarcazione, lunga meno di 30 metri, aveva lasciato l’arcipelago toscano per poi costeggiare la Sardegna, navigare verso Procida e, malgrado una estenuante burrasca durata più giorni, aveva raggiunto la Sicilia e infine gettato l’ancora in località La Grotta, prossima a Messina. Pilo avrebbe desiderato fare raggiungere Malta – territorio britannico – dalla medesima paranza: allo scopo di far ritirare circa sei-settemila fucili, predisposti proprio per la spedizione garibaldina e destinati a essere occultati presso Marsala. Evidentemente, accordi riservati intercorrevano con Londra dato che già si sapeva dove la spedizione garibaldina avrebbe attraccato. Quindi, queste informazioni ci confermano: la opzione per il porto di Marsala rispetto a quello di Trapani, valutato più infido a causa di correnti, di secche e di più adeguate bocche da fuoco; il palese appoggio delle autorità inglesi alla iniziativa di Garibaldi; oltreché una almeno parziale programmazione a livello internazionale. Purtroppo, l’illetterato Palmerini, armatore di quella barca, si era accorto soltanto dopo lo sbarco presso Messina di disporre dei documenti di un veliero dell’Isola d’Elba erroneamente acquisiti durante la sosta presso il porto di Portiglione; pertanto, la paranza versiliese non avrebbe poi potuto dirigersi a Malta. Perciò, Rosolino Pilo aveva redatto subito una lettera, rivolta ad Agostino Bertani e a Giuseppe Garibaldi, affidandola con estrema premura al comandante Motto. Pilo, nottetempo e armato, si era diretto poi a Messina e, alloggiando di volta in volta da persone fidate, verso la capitale siciliana; mentre Raffaello Motto aveva celermente risalito il Tirreno, da Messina sino a Pisa – per comunicare a soggetti fidati toscani la evoluzione degli eventi – e subito dopo a Livorno. Da questo porto, lui si era imbarcato su una nave francese e ne era disceso a Genova: per consegnare a Garibaldi la lettera che Rosolino Pilo aveva appositamente scritta prima di proseguire per Messina; subito affidatagli con l’ordine di incontrare Garibaldi e perciò di contattare appena giunto nel capoluogo ligure il fidato Bertani6. Questo aveva subito condotto Raffaello Motto presso la residenza del Generale per consegnargli la lettera di Rosolino Pilo, il quale aveva sollecitato lo stesso Motto a fornire al Nizzardo ogni informazione utile o che lui avrebbe potuto richiedere, come scritto e vivamente auspicato da Pilo, pur di indurre Garibaldi a supportare gli insofferenti siciliani: in effetti, “occorrevano il suo nome e il suo braccio, altrimenti i siciliani sarebbero stati tutti sacrificati”7, benché numerosi, molto determinati e tuttora attivi. Giuseppe Garibaldi ne era rimasto forse sorpreso poiché si era rivolto a Raffaele Motto affermando: <>8; a quelle asserzioni, Motto aveva replicato ed evidenziato come quelle notizie erano invece da reputare fasulle poiché Messina era insorta subito dopo l’arrivo di Corrao e di Pilo il quale, inoltre, stava accendendo la ribellione in tutte le località in cui sostava durante il viaggio per dirigersi verso Palermo.
Allora il Generale “incrociò le braccia sul petto e crollando leggermente il capo con lo sguardo a terra mormorò a mezza bocca” interrogandosi quasi silente sulla Francia e su Cavour e “meditò qualche momento in cui si restò tutti muti”9. Difatti e come noto, lui era indeciso se intervenire a sostegno della permanenza della sua Nizza nel Regno sabaudo, contrapponendosi all’apposito plebiscito filo-francese che stava per essere organizzato – come concordato fra Napoleone II° e il Re di Sardegna – nella Provenza, oppure se intervenire immediatamente a sostegno della insurrezione siciliana.
Finalmente, Garibaldi si era scosso – Motto continuava a raccontare nella Lettera da lui scritta a Zannoni – e con tono risoluto aveva chiesto ai presenti se loro lo avrebbero seguito; ottenuta una immediata e convinta risposta, aveva subito ordinato di convocare soltanto un migliaio di uomini però i più validi, chiesto di procurarsi una barca di stazza e velocità superiori alla paranza nonché reperire delle armi. Infine aveva domandato quale porto avrebbe potuto essere più adatto per l’attracco della spedizione. I presenti avevano subito escluso Messina e Palermo perché troppo bene riforniti di soldati e cannoni, mentre erano stati ritenuti più idonei due porti: Trapani e soprattutto quello di Marsala, indicato da Nino Bixio. Infine, tutti si erano intesi tra loro e attivati rapidamente per concretizzare il raduno dei volontari. Così riferiva Raffaello Motto nella sua Lettera spedita all’amico Francesco Zannoni, residente a La Spezia. In merito a quella iniziativa piemontese-garibaldina, salpata da Quarto di Genova durante la notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, l’interesse o quantomeno l’attenzione della Inghilterra e della Francia – superpotenze di allora – appare evidente. Al riguardo, basta considerare l’impegno di Napoleone III° per impedire ogni minaccia allo Stato ecclesiastico e al Papa; quanto la convenienza dell’Impero inglese a costituire uno Stato di media rilevanza ed amico al centro del Mediterraneo. Pertanto, la scorta a tutela dei volontari garibaldini effettuata dalla Sardegna verso la Sicilia sino in prossimità di Marsala – ma garantita dalla Marina militare britannica anziché da quella sabauda – non può apparire casuale10.
Si può dunque presumere una preliminare concertazione politico-diplomatica, apparsa e confermata in tutta la sua rilevanza dall’attracco quasi indisturbato dei piroscafi Piemonte e Lombardo avvenuto l’11 maggio 1860, nel porto semi-incustodito e quasi disarmato di Marsala nel quale stavano contemporaneamente pure operando due navi britanniche.
In precedenza, i commercianti o i funzionari inglesi e molti siciliani, in contatto fra loro e con le autorità sabaude, avevano predisposto un terreno sociale assai bendisposto verso i Garibaldini in arrivo a Marsala. Questi – quasi tutti vestiti in borghese, però armati – avevano potuto così sbarcare senza subire attacchi dai pochi reparti borbonici presenti, disorientarli a causa dell’abbigliamento e beneficiando di Francesco Crispi quale capo dei profughi e dei massoni siciliani partecipi a tale spedizione o comunque favorevoli – in loco – a una ulteriore insurrezione della Sicilia. Qui la insofferenza verso il governo borbonico si era davvero diffusa: “tanto che l’isola si sarebbe messa sotto l’Inghilterra, la Russia, la Francia, sotto chi l’avesse voluta pur di essere levata da dipender da Napoli11”.
A Marsala, i Garibaldini avevano sùbito occupato l’ufficio telegrafico dove un loro sagace tecnico, in modo tempestivo e minaccioso aveva imposto al telegrafista borbonico di inviare comunicazioni fasulle al sopra-ordinato ufficio di Trapani, per non allarmarlo.
Lo stato-maggiore dell’esercito delle Due Sicilie non aveva coordinato né contrapposto i propri comandanti in modo rapportato alla entità delle truppe né degli armamenti a loro imputati; né la incerta condotta della marina partenopea sarebbe apparsa perentoria e logica. Nel frattempo, quel migliaio di garibaldini avevano beneficiato quasi subito del supporto di circa 500 siciliani già operativi a Marsala e successivamente di altrettanti giunti dai dintorni12. Inoltre, il supporto a Garibaldi stava giungendo da ogni ambito: tanto dalle famiglie più benestanti, quanto da pastori, da picciotti, addirittura dal basso clero ovvero dai frati dialoganti con loro; in specifico, un monaco in abito bianco – come Cesare Abba racconta13 – aveva esternato e sollecitato la valutazione da parte di quelle Camicie rosse sulla probabile sussistenza di ulteriori effettive necessità diffuse tra le plebi: ossia i bisogni primari da ritenere non secondari rispetto alla esigenza consistente nella mera unificazione territoriale dell’Italia. Obiettivo che, invece, la netta maggioranza dei patrioti unionisti riteneva indispensabile e preliminare per il successivo sviluppo della Nazione; anzi, tale obiettivo poteva sembrare alle truppe garibaldine condiviso anche dalle accresciute truppe di volontari poiché accorsi numerosi sotto il nome di Garibaldi. Lui, dopo uno specifico armistizio su Palermo e concordato con le autorità dell’incerto re Francesco II°14, aveva proseguito la propria marcia. Questa non aveva trovato resistenza neppure a Milazzo15 e aveva raggiunto e liberato, il 27 luglio, la zona urbana di Messina apertasi allo arrivo della spedizione garibaldina la quale altresì aveva potuto contare sul sostegno del notabilato siciliano: il quale si stava dimostrando diffusamente filo-piemontese, poiché comunque insofferente al dominio partenopeo così come della maggioranza popolazione che lo aveva accolto trionfalmente.
Tuttavia, una parte dell’esercito del Regno delle Due Sicilie aveva opposto una strenua prolungata resistenza – presso la roccaforte di Messina – contro le sopraggiunte truppe sabaude. Questo porto evidentemente strategico, tantopiù in quella situazione, non era stato fornito di rinforzi; pertanto, i locali reparti non erano riusciti a impedire l’attraversamento dello stretto omonimo ai reparti piemontesi e garibaldini. Azione avvenuta in assenza della marina militare napoletana, addirittura allontanatasi – condotta tenuta, sorprendentemente, pur avendo ricevuto tempestive notizie sulla partenza della spedizione di Garibaldi verso la Sicilia; così come sulla avanzata nell’isola – mentre i resistenti nella fortezza di Messina ne avevano invece sollecitato l’intervento; inoltre, gli stessi avevano dovuto assistere pure al supporto offerto dalla marina britannica alle truppe garibaldine per raggiungere la costa calabrese.
Garibaldi era intanto sbarcato in Calabria, il 19 agosto, con un numero di seguaci sempre più consistente. Dopo avere iniziato le marce in direzione di Salerno e Napoli, la Spedizione ormai anche dalle truppe sabaude, era raramente pervenuta a battersi contro qualche reparto dell’esercito borbonico; ciò anche per la incertezza e dei suoi ufficiali, divenuti sempre più spesso rinunciatari o attendisti16.
Successivamente i Mille – divenuti molte migliaia a seguito della adesione di volontari locali, poi strutturati da Garibaldi stesso nel c.d. Esercito meridionale – avevano proseguito verso la capitale del Regno delle Due Sicilie, dove generali e dirigenti avevano di fatto abbandonato il re Francesco II° preparandosi ad accogliere Garibaldi e Vittorio Emanuele II°. Pertanto, le truppe garibaldine erano giunte a Napoli, il 7 settembre 1860, senza particolari difficoltà; malgrado la inesistenza di strade postali adeguate, per contro risultanti già correttamente costruite: come risultava asserito invece dai documenti della ben poco affidabile Regia amministrazione borbonica di Reggio Calabria17. Lo Eroe dei due Mondi era giunto nella capitale partenopea – trionfalmente accolto da ali di folla, la quale avrebbe votato al 99% per l’unione al re sabaudo al successivo plebiscito datato 21 ottobre – addirittura in treno; utilizzando da Vietri sul Mare la tratta ferroviaria inaugurata e in esercizio appena dall’agosto precedente. Tecnologia sviluppata in Gran Bretagna, diffusasi in Francia, in Prussia, in forte espansione in Europa e infine nel centro-nord italiano; mentre nel regno partenopeo configurava una limitata raggera intorno a Napoli: quasi uno sfizio del re o per la sua corte, più che un programma di sviluppo ferroviario a fini commerciali o militari.

Cenni sulla situazione civico-amministrativa: anagrafe, sanità, trasporti, istruzione
Con riferimento ai servizi amministrativi esercitati negli stati pre-unitari, sino al XIX° secolo, si riscontra un assetto che appare embrionale rispetto alla organizzazione di quei servizi che oggi siamo abituati a considerare necessari, ordinari e ben gestiti.
All’epoca, l’anagrafe civile aveva sofferto di difformità normative nonché di perimetrazioni territoriali localmente rimaste incerte18. La popolazione, ammontante a oltre 22 milioni di persone alla fine del 1861, era poi stata quantificata dieci anni dopo – grazie a una raccolta di dati finalmente più sistematica, con Lazio e Roma appartenenti dal 1870 al Regno di Italia – in oltre 27 milioni di abitanti; alcuni dei quali avevano già iniziato a urbanizzarsi dove la industrializzazione stava sviluppandosi; in particolare, nel triangolo Torino, Milano, Genova19. Intanto, dopo la metà del 1800, la industrializzazione e il commercio avevano comportato in Europa maggiori spostamenti per merci e persone, imponendo la costruzione di infrastrutture ferroviarie pure in Italia: da ultimo nello Stato Pontificio, dove la costruzione delle “strade- ferrate” era stata autorizzata soltanto da papa Pio IX20. Nella Penisola, complessivamente e prima del 1860, esse misuravano meno di 3000 km.; inoltre, in Italia, risultavano non ancora interconnesse sia a causa dei confini fra i sei stati centro-settentrionali sia per gli interessi commerciali o militari divergenti: poiché alcuni di essi erano legati strettamente ai rapporti intercorrenti con Francia e Gran Bretagna, mentre per gli altri, con l’Impero austroungarico21. Il tracciato della linea da Milano verso Roma, era stato iniziato nel 1859; però, soltanto nel 1861, aveva raggiunto Bologna: poi – malgrado la orografia accidentata – Pracchia22 infine Pistoia, nel 1864; per proseguire verso Firenze, Empoli, Siena (in esercizio dal 1849), Asciano (1859), Monte Antico (soltanto nel 1872), Grosseto (1864) Civitavecchia (1859) fino a Roma.

Alcuni ulteriori indici gestionali rivelano, a cavallo del 1860, tanto la miseria socio-culturale quanto l’arretratezza infrastrutturale di varie zone della Penisola.
L’igiene pubblica e privata era assai trascurata, le fognature e le reti idriche risultavano spesso inesistenti o approssimative o scarsamente curate; la prevenzione sanitaria configurava una mera eventualità, le vaccinazioni erano guardate con diffidenza o ritrosia; gli studi universitari di allora apparivano poco approfonditi nelle materie scientifiche e anche in medicina, dovunque l’essenziale anestesia risultava primitiva o inesistente. I parti erano funestati da almeno un decesso nel 52% dei casi: ovvero, un neonato o una giovane madre perivano ogni due parti, dal Polesine all’Appennino Meridionale; anche le condizioni dei ragazzi erano risultate drammatiche: a seguito visita medica di leva in alcuni distretti, quelli inabili al servizio militare, oltrepassavano l’80% dei casi e ciò dal Po al Simeto, a causa di carenze alimentari o delle massacranti condizioni di lavoro a cui erano stati sottoposti.
Inoltre, gli studi risultavano arretrati come biologia, chimica e fisica o limitati alle materie umanistiche tradizionali; altresì, la istruzione pubblica risultava concentrato nei principali centri urbani23 mentre, in alcuni Stati pre-unitari, l’analfabetismo colpiva circa l’80% della popolazione: eccetto la classe nobiliare, l’alta borghesia e ovviamente il clero, per il quale lo studio era obbligatorio da secoli. Dalla rilevazione della “Inchiesta Matteucci 1865-1866”24 era emerso che i cittadini italiani capaci di esprimersi utilizzando un italiano corretto ammontavano al 2,5 per cento e quelli in grado di scrivere un italiano letterario ad appena lo 0,5 per mille della popolazione. Da evidenziare, in merito, il celebre statuto albertino il cui testo era scritto non in italiano bensì in francese: lingua allora veicolare in Italia come in Europa, altresì propria della aristocrazia e della diplomazia. Dovunque, sovente, si dialogava in dialetto o più in francese che in italiano, come a Torino; analogamente, a Milano e Napoli dove si utilizzavano oltre alla parlata locale, rispettivamente, il tedesco e lo spagnolo. Lo studio della lingua italiana era appannaggio dei rampolli del nobile o del gentiluomo i quali, se benestanti, beneficiavano di un istitutore. Questo limite culturale era stato ben presto riconosciuto anche quale limite politico all’unificazione effettiva della Penisola italiana. Per smussare suddetto ostacolo, alcuni ministri succedutisi al vertice del Ministero per la pubblica istruzione si erano impegnati per riformare l’insegnamento scolastico e diffondere la lingua italiana.
Il ministro Michele Coppino era riuscito a imporre la istruzione di base per i bambini sino a nove anni. La sua riforma, per la prima volta avente aspetti anche sociali, prevedeva la obbligatorietà e la gratuità dell’insegnamento elementare, oltre alla sua aconfessionalità; perciò, aveva inserito le nozioni dei “doveri dell’uomo e del cittadino” al posto della religione, conformemente alla cultura laico-massonica, però non atea: pertanto, l’insegnamento di questa materia era tuttavia ammesso nella scuola, ma soltanto a richiesta e senza incidere sull’orario scolastico25.
Suddetta normativa aveva ovviamente e comunque ancor più allarmato i molti rappresentanti conservatori della Chiesa cattolica, in un periodo in cui la massoneria italiana era stata capace di diffondersi e coinvolgere vari strati della popolazione inizialmente esclusi.
Nella seconda metà del 1800, il sodalizio massonico, difatti, si stava trasformando da circolo elitario e intellettuale in logge aperte alla accoglienza verso la nuova borghesia o la piccola nobiltà (v. p.es.: la famiglia Bonaparte) nonché in una entità promotrice di un più elevato e diffuso livello di istruzione, imperniato sulla libertà di pensiero o sul pluralismo culturale e religioso. Impostazione che creava ulteriore attrito fra Chiesa cattolica e lo Stato post-unitario nel quale, all’epoca, la cultura illuministica e massonica – quindi non atea però laica e liberale – dominava ricadendo appunto anche sul contenuto dei programmi scolastici: in primis la previsione o la esclusione della religione cattolica dalle materie ufficiali di insegnamento: principio conseguente una rigida separazione, all’epoca, fra autorità religiosa e autorità statale.
In effetti, la impostazione culturale promanante dalle logge massoniche verteva ancora sulla diffusione dei principi dell’illuminismo divulgati, spesso, polemicamente e convintamente in contrapposizione alla dottrina delle autorità religiose che detenevano un quasi-monopolio della istruzione. Risultato peraltro quasi ovvio quando si considera e si riconosce la Chiesa cattolica come la istituzione che maggiormente aveva sviluppato, diffuso e radicato i centri di formazione: dal livello elementare a quello universitario. Da notare, al riguardo, che nello Stato Pontificio, nel Regno delle Due Sicilie e altresì nel Regno sabaudo, la istruzione universitaria era stata affidata ai Gesuiti; per contro, allontanati dal Granducato di Toscana26, cosi come da altri Stati cattolici europei, dopo la loro soppressione disposta da papa Clemente XIV° nel 1773 e perdurata sino al 1814. I Gesuiti si erano indirizzati allora in paesi protestanti e ortodossi dove risultavano, invece, quantomeno tollerati.
Con riferimento alla situazione economica italiana, occorre ricordare che essa non era caratterizzata, soprattutto nel Meridione, dalla propensione alle innovazioni industriali; né per queste sussisteva – neppure al Centronord – una adeguata loro tutela finanziaria e giuridica nei confronti dell’aggressiva imprenditoria tedesca, francese, inglese o statunitense27. Inoltre, le capacità e modalità produttive applicate nelle attività agricole, commerciali, estrattive erano restate quasi invariate dal medioevo; altresì, le attività terziarie apparivano embrionali e i servizi infrastrutturali risultavano assai limitati rispetto a quelli esistenti nelle Potenze europee.

Condizioni di vita da sopravvivenza, le prime norme su lavoro, istruzione, imprenditoria
Già dopo la conclusione favorevole, per Casa Savoia, della spedizione garibaldina e l’acquisizione da parte di Vittorio Emanuele II° di tutti gli ex territori borbonici occupati, gli incontri fra esponenti politici, amministrativi, diplomatici ed economici convocati per sviscerare argomenti finanziari, infrastrutturali, organizzativi, militari, culturali o di politica estera avrebbero dovuto almeno trattare o affrontare alcune questioni sociali ormai evidenti. Di fatto, però, gran parte dei notabili (aristocratici, professionisti, imprenditori, prelati, universitari, dirigenti pubblici, concessionari ovvero possidenti immobiliari) non si erano occupati o neppure avevano rilevato un’altra Italia: quella che aveva continuato a sopravvivere in capanne oppure in grotte, lottando contro la pellagra, contro la fame, contro la elevata mortalità post-parto o neo-natale ed infantile oppure contro la ormai percepita piaga dell’analfabetismo.
In specie, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie: la economia era basata, allora e da secoli, su una società post-feudale nonché piramidale; la loro produzione derivava prevalentemente da attività agricole, estrattive, marittime o silvo-pastorali, inoltre statiche e prive di adeguate infrastrutture logistiche a sostegno dei commerci: attività tuttora fondate su modalità di sfruttamento tradizionali tanto dei territori quanto delle persone: tramite il latifondo, il sub-affitto spesso breve o il bracciantato.
Rispetto al ceto benestante, il trascurato popolo minuto doveva contrapporsi alla saltuarietà del lavoro e allo sfruttamento del medesimo: in particolare bracciantile, femminile o minorile. In merito, Minghetti e Luzzatti avevano attivato una inchiesta la cui relazione era stata presentata alla Camera durante il marzo 1886: in essa è possibile scoprire entità numeriche quasi sconvolgenti. In particolare, i minori già utilizzati pure nei lavori pesanti risultavano raggiungere talvolta il 15% degli addetti; in molte regioni italiane anche i maschi o più spesso le femmine – con età inferiore ai 14 anni – risultavano adibiti in vari lavori in cui le mani minuscole erano preferibili: p.es., nelle filande, dove fanciulle oppure fanciulli erano utilizzati ad appena 10 anni. Mentre nella Sicilia mineraria addirittura bambini di 5 o 6 anni risultavano già sfruttati, minando in tal modo la loro crescita fisica oltreché impedirne ogni istruzione. Nessun modo di impiego era escluso – sino al 1886 – neppure per loro, spesso impegnati anche in attività richiedenti i turni di notte: in opifici tessili quanto in solfatare ovvero in fabbriche di fiammiferi, tipografie, panetterie oppure su pescherecci o in fabbriche di prodotti chimici28.
Nella seconda metà del 1800, in Italia, il limite della giornata lavorativa non era ancora stato regolamentato: nelle fabbriche, si superavano le 12 ore raggiungendo sovente turni di14 o persino di 15 ore giornaliere; le attività agricole erano svolte abitualmente in funzione delle stagioni naturali, dall’alba al tramonto; neppure la età minima per poter prestare lavoro subordinato era stata fissata: solitamente, ogni minore di famiglia povera o misera doveva recarsi a lavorare ad appena 10 anni o addirittura anche molto prima.
La “legge Casati” del 1859 aveva previsto, per la prima volta, l’obbligatorietà della istruzione elementare per almeno due anni, però senza stanziare risorse adeguate. Soltanto la legge n° 3961 datata 15 luglio 1877, fortemente voluta dal ministro della Pubblica Istruzione Coppino, un liberale progressista, esponente della Sinistra storica, aderente alla massoneria torinese29 aveva esteso – anche per indirettamente tutelare infanzia e fanciullezza dallo sfruttamento lavorativo – tale obbligo a tre anni. Questa normativa aveva sostituito appunto lo insegnamento della religione cattolica con nozioni sui doveri dell’uomo e del cittadino, inoltre, aveva assicurato la gratuità dell’insegnamento primario tramite la fornitura di libri e quaderni nonché uno stipendio certo per gli insegnanti, benché a carico dei Comuni oltreché introdotto delle sanzioni a carico delle famiglie che non l’avrebbero rispettata: presumendo in tal modo facilitare la frequentazione pure a bambine o bambini appartenenti alle famiglie più commiserevoli. Tuttavia, dove la ignoranza e la insensibilità verso la istruzione dominavano, i genitori – a loro volta analfabeti, affamati, abbrutiti, ignoranti – da generazioni non mandavano i figli a scuola bensì ai lavori più umili o sfruttabili sino dalla più tenera età. Soltanto il regio decreto-legge del 19 giugno 1899, aveva introdotto le prime norme sull’orario della giornata lavorativa fissandone il limite a 12 ore30, introdotto il divieto di lavoro notturno per le donne e per i ragazzi non ancora quindicenni; tuttavia, quel decreto non prevedeva una applicazione in ambito generale poiché era stato rivolto alla sola industria tessile, in particolare alle filande. Per gli altri rapporti di lavoro, quindi, esso costituiva unicamente una norma di riferimento interpretativo ed equitativo: perciò, non vincolante per i datori di lavoro.
Soltanto a seguito di alcuni accordi aziendali, faticosamente raggiunti dai dipendenti organizzatisi in sindacato o in base a normative successive – spesso finalizzate a garantire prioritariamente un periodo scolastico di base per i fanciulli ovvero per tutelare la maternità – si comincia a delimitare l’orario di lavoro. Passo dopo passo, lo straordinario sarà regolamentato tramite vincoli orari e retributivi; così era accaduto (accordo FIAT del 1902) per il divieto di impiego delle donne in prossimità o dopo il parto, per la previsione delle ferie retribuite e l’aumento dell’età necessaria per impiegare i minori. Tuttavia, invece, rimaneva la prassi “riduttiva” nel retribuire il loro lavoro come quello femminile, cioè con un salario limitato al 50% di quello riconosciuto a un maschio adulto31.
La effettiva applicazione di quelle norme doveva peraltro lottare contro la ignoranza sulle medesime da parte di chi lavorava, contro la secolare rassegnazione della plebe, contro l’assenza di efficaci controlli sullo sfruttamento ancora ampiamente diffuso, soprattutto nel centro-sud e nelle miniere in Sicilia. Queste esasperanti situazioni lavorative o sociali erano note e riconosciute dai vertici dello ambiente politico? Marginalmente, inoltre, scarsamente considerate malgrado racconti espliciti come Rosso Malpelo del Verga; autore definito eretico rispetto a quel credo liberista, quasi confessionale rispetto al convincimento della crescita economica diffusa, certa e costituente la panacea di tutti i mali32. A tale assioma, il ribellismo si contrapponeva nel Meridione, endemico e reiterato, durante i secoli: rimanifestatosi contro la occupazione napoleonica, in modo più o meno intenso durante il periodo murattiano; ripetutosi nel biennio 1825-26 a causa della crisi economica e alimentare ma non aveva comportato effetti durevoli; neppure, infine, in occasione del tracollo del residuo Regno di Napoli a seguito della Spedizione dei Mille e il conseguente arrivo dell’esercito e dei vertici amministrativi sabaudi.
Il fenomeno del brigantaggio sembrava dunque comprensibile alla classe politica e motivabile, in quanto esistente quasi per tradizione; questo convincimento era anzi rafforzato dalla opinione secondo cui delle interferenze straniere e anti-italiane lo stessero sollecitando. In effetti, quel fenomeno si era sviluppato soprattutto durante il primo periodo post-unitario. Tuttavia, il decennio 1860-1870 mostra la netta maggioranza – anche della società più istruita, più ricca e più intraprendente – quasi totalmente dedita a raccordarsi non per le questioni sociali sopra indicate, ma per perseguire comuni interessi economici oltreché, per la completa unità territoriale italiana. La unificazione, infatti, continuava a essere presunta dal ceto liberale come il primario e indispensabile strumento per favorire la omogeneizzazione della intera Nazione; dalla quale sarebbe certamente derivato faciliter et naturaliter lo sviluppo completo nella nuova Italia.

Il fenomeno del brigantaggio e la “legge Pica”
Il notabilato, soprattutto quello centro-settentrionale, continuava a ignorare per disinformazione o a non considerare – causa la distanza o il disinteresse – i motivi effettivi che risultavano provocare oppure contribuire alla nota arretratezza di quei territori, alla quale si correlava il c.d. brigantaggio. Questo, in particolare, era percepito e concepito come una questione di mero ordine pubblico, quale manifestazione di una insofferenza diffusa o stimolata esclusivamente in alcuni ex-territori pontifici e borbonici. La emergenza di quel fenomeno, anzi, era prospettata – al fine di meglio giustificarla agli occhi della diplomazia internazionale – non quale rigetto da parte di una più o meno consistente porzione degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie verso la occupazione dei reparti militari di Casa Savoia, ma come una minaccia esterna e sostenuta da ex regnanti negli Stati pre-unitari o dai loro nostalgici sostenitori oppure da quella popolazione che si sentiva ancora più legata al Papato il quale, in effetti, propendeva a favorire chi organizzava o concretizzava una qualsiasi opposizione al neo-costituito e contrapposto Regno sabaudo. Rispetto al brigantaggio, la maggioranza della Destra storica si era limitata ad approvare, nel 1863, la c.d. legge Pica33: definita quale mezzo eccezionale e temporaneo di difesa da gruppi armati nelle province meridionali, finanziata a più riprese utilizzando 1 milione di lire, era rimasta in vigore sino al 31\12\1865. Il conseguente intervento militare, inizialmente, era stato affidato a reparti dell’esercito, dei carabinieri nonché dell’artiglieria ma senza alcun controllo da parte di soggetti terzi; neppure di magistrati militari.
La repressione di tale fenomeno era stata effettuata nel Meridione dall’esercito italo-piemontese per sopprimere ogni soggetto ribelle34; tuttavia, al contempo, aveva imposto alcune condizioni procedimentali e dei limiti operativi rispetto alla assoluta discrezionalità valutativa nonché al conseguente feroce intervento repressivo con cui le autorità dello esercito sabaudo avevano attivato una strenua lotta contro la guerriglia del brigantaggio. Entrambe erano state svolte inizialmente senza regole e senza alcun controllo su arresti, sequestri, carcerazioni, torture, fucilazioni o più violente esecuzioni capitali applicate, non di rado reciprocamente e abusivamente, contro chiunque risultava essere o era solo ipotizzato tollerare o afferire comunque a una qualche attività svolta dai militari o dai c.d. briganti.
Le loro bande erano originate da personaggi che, spesso, avevano commesso dei reati o si erano scontrati con la autorità costituita, con altri notabili ovvero con nobili locali, i quali avevano reagito alle violenze dei briganti: peraltro, dovute sovente a soprusi perpetrati da qualche “galantuomo” nei confronti di quelli. Suddette reazioni a varie condotte violente differivano tra loro notevolmente. Mentre nobili e notabili o persone a loro prossime tendevano a rivolgersi all’autorità costituita per esigere protezione, i briganti rigettavano ogni contatto e riconoscimento nei confronti della stessa. Questi, anzi, propendevano a farsi giustizia da soli; inoltre, questi ultimi tendevano a sopravvivere in territori selvaggi e isolati, di solito provvedendo al proprio sostentamento tramite il supporto della popolazione più misera e distante da tutte le istituzioni pubbliche. Questa, spesso, vedeva o trovava in loro una forma di riscatto, di sostegno, di protezione oppure di ribellione rispetto all’arroganza di alcuni appartenenti ai ceti benestanti, spesso proprietari – anzi padroni, da secoli – dei terreni, delle casupole o specie di grotte nonché, di fatto, di quelle famiglie miserabili e semibarbare che tuttora le abitavano.
Non di rado, i briganti si autosostenevano provvedendo pure a compiere furti di beni o di denaro, devastazioni di proprietà residenziali, sequestri in itinere, rapimenti a scopo di estorsione, minacce varie ai rari ma benestanti viaggiatori – magari senza astenersi da violenze o da stupri – oppure a eseguire omicidi per vendetta a danno di singoli o di famiglie aristocratiche, borghesi o presunte collaborazioniste. Sovente, di fatto, i medesimi agivano contro alcuni nuclei familiari o loro esponenti poiché erano stati dei sostenitori napoleonici o borbonici, clericali o garibaldini ovvero piemontesi, poi caduti in disgrazia a seguito degli avvicendamenti politici ed erano stati per ciò imprigionati, esiliati o persino uccisi. Cosicché molte di quelle loro proprietà erano rimaste abbandonate o cadute in mano a gente che si era data “allo sciacallaggio: chi si appropriava di un pezzo di terra, chi di una casa chi” di animali mentre “i contadini litigavano tra loro a chi doveva arraffarne di più”35. La successiva reazione delle autorità piemontesi, soprattutto tramite l’impiego dell’esercito e addirittura della artiglieria non era risultata poi meno spicciativa e cruenta. Cosicché la esasperazione della popolazione locale in balia delle bande di briganti o della reazione dei “piemontesi”, quella di alcuni deputati eletti nelle circoscrizioni meridionali allarmati o insofferenti rispetto alla condotta tenuta dalle parti contrapposte su loro territori elettorali, l’opinione pubblica informata da articoli di giornali nazionali o stranieri, la esigenza del Governo piemontese di stroncare rapidamente il fenomeno del brigantaggio – ma soprattutto non farlo apparire come una resistenza popolare al neo costituito Regno d’Italia – avevano comportato un intervento del Parlamento, risultato però inconcludente tra il 1862 e il 1863. Perciò, il deputato Giuseppe Pica36 aveva proposto una legge al riguardo, anche per sbloccare lo attrito interno ai partiti e la incertezza o la conflittualità fra parlamentari. Attento ai contenuti della relazione del generale A. La Marmora sul brigantaggio, l’on. Pica, molto saggiamente si era opposto alla immediata estensione della leva militare piemontese nei territori ex borbonici, benché appartenente al medesimo partito di Cavour, proprio nella lungimirante convinzione di causare l’incremento del brigantaggio: a seguito di quella decisione inattesa, incompresa e di durata eccessiva (5 anni poi ridotti a 4) soprattutto rispetto alle esigenze della produzione agricola stagionale nel Meridione. Evento, poco dopo, effettivamente avvenuto. La legge Pica configurava una normativa “speciale e temporanea” per la lotta al brigantaggio e come tale non si conformava ai diritti garantiti dal vigente Statuto albertino. Sorprendente ma allora, era giuridicamente ammissibile: difatti, pur rappresentando il testo normativo di riferimento per l’ordinamento statale sabaudo-italiano non costituiva una normativa di rango costituzionale; cioè superiore a qualunque altra successivamente approvata dal Parlamento che a quella avrebbe poi dovuto conformarsi. Pertanto, all’epoca, l’Assemblea sabauda aveva ancora il potere di derogare o modificare anche lo Statuto albertino. In effetti, non esistevano né una normativa superiore alla quale ogni legge parlamentare avrebbe dovuto conformarsi per assicurare la propria legittimità, né una autorità giurisdizionale addetta a verificare la conformità di ogni legge a ogni norma di rango costituzionale.
In specifico, la citata legge 1409 derogava al principio di uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge (art.24, stat. alb.); nonché al principio consistente nel dover essere assegnati al giudice “naturale” (art.71, stat. alb.)37 ed era applicata nei territori indicati come infestati da briganti: pertanto, chiunque si sarebbe trovato all’interno de medesimi sarebbe stato destinatario di quella normativa. Tale legge, sin dalla propria denominazione, aveva chiarito di volere configurare una nuova “procedura” finalizzata alla repressione nelle “province infette”; dei camorristi e del brigantaggio inteso come attività di almeno “tre persone”, “armate” e “i loro complici” che percorrono “vie pubbliche o le campagne” “per commettere crimini o delitti” (a.1, l. Pica). Suddetta espressione indicava genericamente l’attività svolta da gruppi che si spostavano in aree più o meno vaste sopravvivendo grazie a prodotti naturali, alla caccia, alla pesca o a offerte più o meno spontanee della popolazione locale; ovvero sovente, depredavano beni, minacciavano violenze o sequestri ovvero taglieggiavano i commerci, le attività produttive, il trasporto di denaro o di altri valori. Per questi soggetti, la legge prevedeva una specifica procedura repressiva però non più affidata – in materia di brigantaggio – direttamente alle autorità dell’esercito operanti nel Meridione, bensì assegnata alla competenza dei distinti Tribunali militari. Di conseguenza, le autorità poste al comando dei singoli reparti dovevano applicare questa legge astenendosi, adesso, dalle condotte spicciative o sovente letali, sino ad allora utilizzate per contrastare e condannare anche a morte i briganti o persino i loro presunti manutengoli. Le loro bande, di solito, avevano peraltro agito per prime in modo efferato, tanto contro i militari quanto – spesso – contro le nuove autorità civili e la cittadinanza inerme, la quale le aveva soltanto subite o accettate. La legge Pica aveva perciò riconosciuto ai tribunali militari la competenza sulle pene più gravi – dalla condanna ai lavori forzati, all’ergastolo, alla pena di morte mediante fucilazione – davanti ai quali, tuttavia, l’imputato di brigantaggio era di solito presunto colpevole anziché innocente, né poteva avvalersi della assistenza di un difensore. Inoltre, quella legge parlava esplicitamente di repressione del reato di brigantaggio senza darne una definizione specifica: presumendo imputabile di tale reato chi si spostava in gruppo di tre o più persone, armate o non, nei territori definiti “infetti” dal banditismo e così qualificati da un decreto attuativo38, conferito al Governo, proprio dalla legge Pica. Questa prevedeva la facoltà di assegnare sino a “un anno di domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, ai camorristi alle persone” soltanto “sospette” secondo il codice penale di essere loro “manutengoli”: ossia bastava venire considerati dei meri possibili fiancheggiatori di briganti per subire la suddetta limitazione di libertà. Inoltre, suddetto provvedimento restrittivo poteva essere imposto a seguito del semplice parere di una Giunta composta dal prefetto, dal presidente di tribunale, dal procuratore del Re e da due consiglieri provinciali (artt. 5 e 6, l. cit.): parere obbligatorio però non vincolante per l’autorità governativa. Una particolare attenzione merita l’art.7 della legge Pica; esso prevedeva la facoltà per “il Governo del Re… di istituire compagnie o frazioni di compagnie di volontari a piedi o a cavallo, decretarne i regolamenti, l’uniforme e l’armamento, nominarne gli ufficiali e bassi ufficiali ed ordinarne lo scioglimento.” Questi volontari avrebbero ricevuto dallo Stato “la diaria stabilita per i militi mobilizzati; il Governo però potrà accordare un soprassoldo il quale sarà a carico dello Stato”. Suddette compagini composte su base volontaria avevano un duplice scopo: raccogliere soggetti che avrebbero voluto e potuto collaborare con le autorità locali dipendenti dal nuovo Stato italiano nonché, specificatamente, meglio conoscere o controllare i personaggi e il territorio a livello locale. Di solito tali “compagnie” erano state attivate dai vertici amministrativi, giurisdizionali e militari, spesso di estrazione piemontese o settentrionale insieme alle locali famiglie aristocratiche o composte da notabili del luogo. In suddette compagnie erano inquadrabili anche dei soggetti di varia provenienza non sempre raccomandabili; inoltre, esse erano sottoposte a ufficiali prescelti poiché provenivano dalle famiglie più favorevoli al regime sabaudo e interessate a riportare l’ordine nelle zone in cui lo scontro fra le bande brigantiere e il nuovo esercito italiano aveva comportato condizioni di vita estremamente incerte e rischiose. Queste compagnie – denominate anche Guardie Mobili – riconosciute, armate e favorite dalle autorità statali, erano giunte a chiedere il supporto a tutta la popolazione, inclusa quella in contatto con dei malviventi e a ottenere dalle famiglie benestanti anche contributi in denaro: per assicurare qualche incentivo ai componenti delle “compagnie” ovvero stanziare dei fondi con cui pagare le taglie che erano state poste sulla testa dei briganti più noti o pericolosi. Questi, pertanto, potevano essere ricercati per essere consegnati vivi o morti allo scopo di riscuotere la taglia. Tuttavia, poiché il trasporto del cadavere era risultato talvolta difficoltoso, non poche compagnie avevano richiesto e addirittura ottenuto di poter consegnare alle autorità soltanto la testa mozzando il capo di quei cadaveri. Cosicché, in taluni casi, poteva sussistere il sospetto sulla identità di un volto tumefatto o sfigurato dai colpi d’arma da fuoco: esso avrebbe potuto effettivamente corrispondere non al brigante ricercato bensì a qualunque altro soggetto che quella “compagnia di volontari” intendeva eliminare, per qualche motivo: per vendetta propria o magari su richiesta altrui39. La repressione del brigantaggio dunque non si era fatta scrupolo di poter utilizzare degli strumenti giuridici e materiali sicuramente violenti, altresì malamente controllati quanto alla loro attuazione. La legge Pica, pur volendo porre un freno agli abusi precedentemente denunciati, consentiva modi di intervento eccezionali; altresì, essa non faceva riferimento ad altri strumenti meno violenti, magari ispirati da una politica avente una funzione preventiva; forse più idonea a ridimensionare o estirpare quel diffuso fenomeno reputato comunque criminale anziché anche o soprattutto culturale e politico-economico. Inoltre questa legge faceva riferimento, per la prima volta in Italia, alla camorra ossia a una organizzazione ampiamente ignorata oppure sottovalutata dai parlamentari del Centro-nord sino allo esplicito riferimento di quel parlamentare abruzzese; benché, talvolta, persino contattata ovvero utilizzata formalmente pure dai governanti meridionali. Infine, si può rilevare un ulteriore limite proprio di questa normativa: avere inteso il brigantaggio come fenomeno di rilevanza locale anziché nazionale e perciò averlo perimetrato – benché diffuso in varie regioni – soltanto nei territori delle province che il Governo centrale aveva poi considerate e qualificate “infestate” da suddette bande.
Queste potevano risultare composte da alcune unità o da parecchie diecine di individui: abitualmente, si trattava di ricercati o evasi seguiti anche da parte delle loro famiglie; ovvero di vari perseguitati “legittimisti” identificabili in ufficiali o soldati filo-borbonici solitamente armati ma ormai sbandati; talvolta, invece, risultavano affiancate oppure supportate da residuali esponenti sanfedisti clerico-reazionari, tutti nostalgici del precedente sovrano.
Suddette bande non di rado erano integrate da notabili borbonici o in taluni casi da alcuni loro figli, in genere finanziate da baronie secolari che nutrivano “rabbia per le perdute posizioni di potere, odio verso nemici giunti al potere, fedeltà alla Chiesa”, alla curia cattolica e alla preesistente dinastia, pertanto prospettavano agli stessi briganti – cioè ex contadini o pastori o braccianti fuggiaschi e privi di qualsiasi proprietà – dei “valori e una bandiera” condivisa nonché “di diventare protagonisti di una mobilitazione politica, di un arricchimento e di una crescita sociale”40. Inoltre, questi soggetti erano accumunati da una cultura religiosa tradizionalista, da una marcata insofferenza verso la occupazione dei loro territori e dall’annessione avvenuta manu militari e peraltro senza dichiarazione di guerra da parte di quel re sabaudo, percepito quale sovrano distante e a loro estraneo oppure, addirittura, come invasore41.
Quasi tutte quelle bande erano comandate abitualmente da uomini o talvolta pure da donne, diversamente percepite, tuttavia, dalla classe dominante in funzione delle regioni: in Sardegna, esse erano denominate banditesse poiché considerate espressione di una manifestazione di delinquenza ordinaria; mentre, nel Meridione, esse erano invece chiamate brigantesse: in quanto considerate un fenomeno di delinquenza prioritariamente politica, poiché in esplicito conflitto con il governo italo-piemontese. Suddette bande catalizzavano fuoriusciti latitanti o altri indigenti abituati ad alloggiare – spesso convivendo insieme a parenti o affiliati con gli animali – in stalle o in tuguri, per sopravvivere alla carestia oppure al freddo; sovente ogni componente era in fuga da un conflitto con qualche potente locale42 o con una comunità nonché da qualche accoltellamento al quale aveva partecipato o soltanto assistito oppure da qualche ingiustizia subita, magari nuova causa di ulteriori violenze.
Per alcuni anni, la questione meridionale e il correlato brigantaggio erano emersi sulla stampa o a un qualche livello politico; tuttavia, quest’ultimo lo aveva valutato come un fenomeno diffuso soltanto in parte di Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia e Lucania. Tale fenomeno, tuttavia anche allorché percepito, era configurato come una vergogna interna da tenere nascosta in ambito nazionale ed europeo; oppure, era ritenuto un problema internazionale: soprattutto rispetto all’Austria o alla Francia poiché tutrici del residuo Stato della Chiesa; ovvero alla Spagna poiché legata da storia e genealogia all’ex sovrano borbonico il quale non aveva rinunciato al suo regno. Francesco II°, di fatto, si era rifugiato e appoggiato ai suoi contatti presso la Curia romana; l’uno e l’altra, inoltre, valutavano se supportare quei briganti ancora fedeli a loro. In effetti, un’ampia percentuale dei briganti manifestava il tradizionale rispetto verso l’ex re Franceschiello o il clero; mentre altri avevano optato per divenire membri dell’armata garibaldina o dell’esercito sabaudo oppure continuare una vita da autonomo fuorilegge.
Naturalmente, una simile situazione di incertezza sull’ordine pubblico, ossia su chi effettivamente comandava nei territori già appartenuti all’ex Regno di Napoli, emergeva con tutta evidenza. Per ciò, se da una parte la Spagna aveva tentato di costituire un supporto militare inviando il generale Josè Borjes per coinvolgere gli stessi briganti simpatizzanti per il ripristino della corona borbonica, dall’altra si era attivata pure la Francia che aveva inviato un certo De Langlois per rivendicare quei territori già assegnati a Murat.
Durante una apposita riunione i diversi capi del brigantaggio non trovarono un accordo su come operare, su come coordinarsi né su chi avrebbe assunto il comando di quella iniziativa: né tra loro, né con i rappresentanti del monarca francese o di quello spagnolo; pertanto, quella tentata iniziativa ovviamente non era giunta a compimento43. Anzi, essa può essere considerata l’ultimo tentativo per ricostituire il Regno di Napoli sotto la dinastia dei Borboni o sotto l’influenza francese; ma, altresì, l’inizio del lento ridimensionamento peraltro del brigantaggio nell’Italia meridionale.
Il professor Villari – napoletano naturalizzato toscano, accademico di storia, pure lui massone contemporaneo di quegli eventi – aveva qualificato le condizioni in cui stavano le classi inferiori “vergognose per un popolo civile” ed evidenziato come quel brigantaggio, benché sostenuto dalla componente più reazionaria e filo borbonica, avrebbe potuto essere qualificato spontaneo: in quanto continuava a sopravvivere poiché molti briganti non intravedevano altre alternative alla fame né alla miseria; inoltre, le cause che lo provocavano non risultavano contrastate: a causa dell’assenza di adeguate politiche sociali da parte dei vari governi che continuavano a non fornire dei supporti economici; né a distribuire almeno piccole unità agricole e potenzialmente produttive, neppure assegnando porzioni dei beni demaniali acquisiti dall’ex Regno delle Due Sicilie o quelli sottratti alle proprietà ecclesiastiche. Lo stesso intellettuale aveva sostenuto, in varie sedi istituzionali, la necessità di garantire a quelle plebi un minimo di cultura, di formazione lavorativa oltre a una qualche fonte di reddito; altrimenti, avrebbero ancora potuto si ricostituirsi nuovamente in minacciose e strutturate bande armate. A seguito di simili considerazioni, anche Peruzzi e Sonnino – esponenti con Ricasoli della Destra storica toscana, socialmente più sensibile – avevano stimato possibile la esistenza, fra tutti quei bisognosi, di soggetti ricettivi rispetto a una proposta di lavoro remunerativo. Gli stessi erano giunti poi a riconoscere che l’avidità di pochi ricchi e le penose condizioni dei più erano causa di risentimento diffuso tra la plebe verso i ceti dominanti, oltreché causa di un connesso sostegno ai briganti – per tradizione – ignoranti, criminali, arcaicamente superstiziosi, refrattari o avulsi o indifferenti rispetto a ogni impegno unitario; tuttavia, bisognosi di una qualche prospettiva. Perciò i tre politici, insieme a Pasquale Villari44, avevano indicato la mezzadria – tipico contratto agrario del Granducato e diffuso nel Centro-nord Italia – poiché, senza trasformarli in imprenditori puri, essa avrebbe potuto prospettare un loro coinvolgimento lavorativo quale principale proposta alternativa e probabilmente risolutoria rispetto alla primaria fucina di briganti: il bracciantato. Questo, infatti, configurava un lavoro temporaneo o al massimo stagionale, svolto a distanza dall’abitazione, incerto poiché rapportato all’abbondanza o alla scarsità delle coltivazioni e dei raccolti, alle condizioni di salute di ogni singolo bracciante, spesso costretto a conformarsi allo sfruttamento dei subaffittuari e altresì ai ricatti del caporalato. La mezzadria, invece, garantiva una casa munita di più stanze, la manutenzione straordinaria a carico del proprietario, almeno una stalla distinta oppure separata dalla abitazione, una alimentazione di sussistenza comunque reperibile per quel nucleo familiare oltre alla metà del reddito prodotto da quei contadini, una durata contrattuale di solito pluriannuale perciò più favorevole a investimenti e a migliorie, una più comoda prossimità dell’abitazione a quei terreni coltivati resi più produttivi da una prolungata permanenza sui medesimi, i quali risultavano in tal modo gestibili dalla intera famiglia anche in caso di malattia o di infortunio di un suo componente. Inoltre, un comune interesse era insito nel contratto di mezzadria45: in effetti, quello era rivolto ad accordi fra le parti finalizzati a eventuali investimenti sul medio termine, idonei a prospettare successive incrementali risorse, dunque un ipotetico maggiore reddito di cui il padrone e il mezzadro avrebbero potuto godere reciprocamente.
Nel Meridione peninsulare, invece, i terreni incolti benché produttivi rimanevano spesso abbandonati o poco sfruttati anche quando occupati dai briganti poiché loro risultavano incapaci di raccordarsi, di organizzare una agricoltura privata o collettiva più integrata e produttiva, di sostituirsi alle baronie o potentati locali di solito parassitari e mal sopportati. Né essi risultavano in condizioni di attivare canali di vendita per quanto eventualmente prodotto, poiché i potenziali scambi commerciali di quelle bande risultavano difficoltosi o bloccati, essendo ricercate o circondate – tra il 1860 e il 1870 – dai vari reparti dell’Esercito e dei Carabinieri schierati, con oltre 100.000 militari, nel Centro-Sud.
Le bande, concentrate fra Foggia, Avellino, Potenza, Matera e Cosenza ammontavano a parecchie centinaia. Esse risultavano composte da gruppi che accorpavano qualche brigante o alcune diecine ovvero centinaia di soggetti, tutti armati. Sino a metà degli anni ’70, molte attraevano dei giovani che volevano evitare, in Sicilia ancor più che altrove, la nuova leva militare pluriannuale e resa obbligatoria (introdotta sul modello sardo dalla legge n°696 del 1862) o dei pregiudicati o dei fuggitivi, dei disertori, talvolta perfino delle donne e dei ragazzi: persone tutte ignoranti, superstiziose, senza alcuna fiducia nella legge o nella giustizia dello stato borbonico alla quale erano disabituate o contrapposte; però, ancora meno in quello sabaudo percepito diffusamente addirittura nemico. Occorre, inoltre, ricordare che neppure le bande di briganti si erano astenute da compiere nefandezze giungendo a inimicarsi la cittadinanza, sino ad essere segnalate dalla stessa alle nuove autorità; soprattutto dai notabili di quei centri abitati assaliti e terrorizzati da bande brigantiere – di diecine o centinaia di persone – dei quali esse avevano fatto talvolta tabula rasa. A ciò conseguiva, contro quelle masnade, la violenta repressione dell’esercito piemontese-italiano; questa si caratterizzava, a sua volta, pure da una da fucilazioni e cannoneggiamenti rivolti anche contro paesi o cittadini che le autorità militari reputavano avere sostenuto in un qualunque modo, in Sicilia come in Irpinia, qualche gruppo di ribelli. La classe politica di allora riteneva e affrontava il brigantaggio come un generalizzato fenomeno criminale, ispirato e foraggiato soprattutto dalla curia del Papa e dalla corona dei Borboni; quindi, da un supporto straniero a quelle bande che occorreva eradicare militarmente. In merito, il ceto politico dominante non rifletteva su come stimolare, in alternativa, iniziative per creare posti di lavoro e diffondere un minimo di istruzione; mentre la borghesia e l’aristocrazia del Sud, spesso signorili ma apatiche poiché abituate a vivere nella agiatezza e senza faticare, apparivano sovente estranee o refrattarie oppure controinteressate alla mentalità liberale o liberista, ormai diffusa fra i patrioti centro-settentrionali. A seguito della rapida conclusione della spedizione dei Mille, i vertici politici neppure si erano confrontati su come evitare lo sbandamento di qualche reparto dell’esercito borbonico o su come fronteggiare le preesistenti “bande regolari”: ovvero quelle composte da fuorilegge, gradite e coadiuvate dai generali del re di Napoli, le quali avevano già praticato la guerriglia contro la Repubblica napoletana e poi contro le autorità napoleoniche. Esse erano riemerse, infine, come gruppi di briganti, partigiani dei Borboni o del clero più conservatore, per ostacolare la risalita dei Mille o la discesa dei Piemontesi. I quali avevano da subito agito brutalmente per eliminarne il maggior numero possibile dei briganti, spesso giovani: uccisi durante gli scontri a fuoco o fucilati inizialmente senza alcuna fase processuale oppure, dopo la legge del 1863, a seguito di processi svolti da magistrati dell’esercito, caratterizzati da istruttorie notoriamente sommarie46. Questa legge anti-brigantaggio promossa dal deputato Giuseppe Pica, anche per limitare i precedenti abusi compiuti da i più spicciativi comandanti militari combattenti, prevedeva nei territori decretati come ”infestati’ da bande, la competenza dei Tribunali militari. Tale legge era stata estesa anche alla Sicilia dalla fine dell’estate del 1863; qui tuttavia, quella legge era stata applicata anzitutto per contrastare la marcata e diffusa renitenza al servizio di leva. Verso la fine degli anni ‘60 del XIX° secolo, il grande brigantaggio era stato comunque ridimensionato: dagli scontri armati, dalle fucilazioni sommarie, da cause naturali come dalla carenza di cibo, dalla mancanza medicine e vestiario, dall’assenza di organizzazione fra bande o all’interno delle stesse, dalla scarsa consistenza dei residui legittimisti anti-Savoia, dalla emersa comprensibile reciproca diffidenza fra briganti e baroni, dal progressivo inserimento sul territorio meridionale di reparti dello esercito e del poliziesco controllo di prefetture “piemontesizzate” o dalla acquisizione ormai di molti funzionari ex-borbonici negli apparati governativi sabaudi. Inoltre, nella popolazione, la rassegnazione emergeva provocata dalla generica repressione militare o amministrativa effettuata nelle varie regioni meridionali, dal pessimismo primitivo e secolare delle masse rurali che non intravedevano più, neppure nel brigantaggio, alcuna aspettativa: identificabile nell’affidamento pluriannuale di terreni produttivi per garantire alimenti o introiti integrativi tramite semplici produzioni agricole o piccole attività commerciali correlate. Tuttavia, invece – causa la mancata ripartizione fra le comunità più diseredate di almeno una parte dei latifondi produttivi, delle terre demaniali o almeno di quelle incolte – una progressiva emigrazione si diffondeva fra i soggetti più disperati ma non violenti, ora scettici per aver confidato inutilmente nelle aspettative emerse con l’arrivo di Garibaldi. L’amministrazione sabauda infatti, aveva posto in vendita migliaia di ettari di terreni per fronteggiare il debito pubblico decuplicato tra il 1848 e il 1860 a causa delle spese per le guerre di indipendenza. Queste terre derivanti dal demanio statale, ecclesiastico e comunale erano state suddivise però in consistenti e onerosi lotti, pertanto non alla portata di chiunque; cosicché erano poi stati acquisiti da chi già disponeva di risorse sufficienti a comprarli. In tal modo, le famiglie più povere non avevano potuto diventarne proprietarie: anzi, avevano perduto perfino la possibilità di fruire dei prodotti naturali spontanei, di certo residuali ma ricavabili nei terreni precedentemente demaniali e adibiti, da secoli, ai tradizionali usi civici che sostenevano le comunità più povere. Pertanto, anche a causa di questa scelta favorevole soltanto a chi era già benestante, molte misere famiglie dei territori borbonici – disilluse anche verso Garibaldi47 – avevano subìto un ulteriore e non più tollerabile impoverimento economico. Pure il meridionalista Pasquale Villari dopo aver riscontrato che l’elettorato meridionale aveva preferito, alla sua candidatura elettorale di fine 1865, quella di un notabile locale deputato uscente eletto nel 1861, ma primatista in assenteismo parlamentare, viveva ormai nel disincanto.
Lo storico giungeva cosi a riconoscere che la priorità nazionale poteva e avrebbe dovuto essere assegnata non più alla occupazione italiana di Roma, Venezia, Trento e Trieste; quanto, piuttosto, alla istruzione di 18 milioni di italiani analfabeti, da lui stimata quale presupposto della loro evoluzione sociale rispetto ai residui 5 milioni più o meno acculturati, benestanti ma spesso indifferenti alle condizioni economiche, igieniche e culturali in cui versava il resto del popolo italiano. Le iniziative legislative e amministrative – aventi carattere sociale anziché repressivo – proposte su impulso di qualche notabile e parlamentare illuminato, già dagli anni ‘60 del 1800, saranno poi formalizzate e attuate sistematicamente soltanto verso la fine del secolo. Sino ad allora, dei corsi di alfabetizzazione elementare per bambini o adulti, come pure le mense per i poveri risultavano allestite su iniziativa personale di dame benestanti o, più spesso e in moltissime parrocchie, dalle Opere Pie di ispirazione cattolica.
Intanto, all’estero, la disfatta dei Francesi – nella battaglia di Sedan del 2 settembre 1870 ad opera della coalizione guidata dalla Prussia – aveva comportato l’abdicazione dell’Imperatore Napoleone III° oltreché, in meno di 48 ore, la proclamazione a Parigi della Terza Repubblica: una versione politico-istituzionale certamente poco incline a tutelare gli interessi e la figura del Papa-Re. Conseguentemente, il successivo quasi immediato ingresso dell’Esercito italiano – datato 20 settembre 1870 – dalla breccia di Porta Pia nella Roma pontificia avrebbe consentito di ritenere raggiunto il coagulante, agognato, duplice obiettivo proprio di due generazioni di patrioti italiani: riunire tutto il Lazio, rimasto con Roma sotto la sovranità del Papa, al giovane Stato nazionale nonché dichiarare questa città nuova capitale del Regno d’Italia; sottraendo così tale titolo a Firenze: città tutt’altro che entusiasta di avere dovuto ospitare, dal 1865, i Ministeri e i funzionari piemontesi spostati lì da Torino.
Tuttavia, neppure quel suddetto risultato politico ed emotivo aveva indotto la elitaria classe politica a riflettere in generale sulle possibili misure socialmente rilevanti e alternative a quelle autoritative o caritatevoli, ossia alla opportunità di finanziare dei servizi sociali urgenti e rivolti alla collettività: istruzione, sanità nonché condizioni lavorative almeno dignitose48.

Auspici, iniziative e criticità in ambito massonico, le prime attenzioni alla questione sociale: lavoro, istruzione, la politica coloniale, fiscalità, la estensione del corpo elettorale
L’annessione del Lazio e la occupazione di Roma avevano consentito, comunque, la riemersione del sopito sentimento sociale covato da una parte dei parlamentari riformisti, moderati o radicali, come dalla massoneria più progressista; oltreché della sensibilità e dello intento per sviluppare dei servizi sociali – già diffusi nel Nord Europa, a partire dalla Germania di Bismarck – rivolti a tutta la popolazione italiana, finalmente considerata nel suo complesso.
Attività tutte riconosciute di rilievo prioritario finalizzate ad aggregare le preesistenti micronazioni – frazionate anche al loro interno – tramite una lingua, una leva militare, una rete viaria e marittima più favorevole a un diffuso sviluppo economico e contro la permanente arretratezza dei territori acquisiti: da collegare tra loro e con gli ex-stati pre-unitari. A tal fine, l’interesse verso le infrastrutture era emerso come prioritario: riconosciute indispensabili per migliorare le scadenti comunicazioni, oltretutto realizzabili garantendo l’impiego di tantissima manovalanza necessaria per realizzare quei lavori. Essa risultava inoltre facilmente reperibile poiché numerosa, tuttora misera e perciò bisognosa di ricevere un qualche reddito, anche minimo ma incrementale rispetto alle irrisorie risorse tipiche di un ceto proletario molto spesso in attesa di un impegno lavorativo – magari garantito per periodi medio lunghi – benché poco retribuito. Questo ceto indigente spesso non intravedeva alcuna alternativa al bracciantato, perciò risultava svantaggiato pure dalla distanza del luogo di lavoro e della propria famiglia; esso continuava, invece, a subire varie forme di prevaricazione o trovare molteplici e insormontabili difficoltà per reperire rapidamente risorse materiali per acquisire condizioni di vita più accettabili. Altresì, quei diseredati non beneficiavano né avrebbero trovato a disposizione, per decenni, gli strumenti politico-elettorali funzionali per manifestare le loro condizioni di vita e le loro esigenze basilari. Le cause socio-economiche erano sempre le stesse: benestanti conservatori, latifondisti, fattori dei baroni, alti funzionari, gabellieri, proprietari di armenti che in genere gradivano un semi-immobilismo e si barcamenavano fra tornaconto personale o amorale appoggio al nuovo sovrano e sfruttamento di manodopera avente salari miseri; mancata redistribuzione agli indigenti di almeno una parte dei terreni coltivabili; diffusa carenza di strumenti per l’alfabetizzazione, a causa della inesistente obbligatorietà anche della istruzione più elementare; insussistenza delle cognizioni igienico-sanitarie primarie; scarsa vocazione alla innovazione come alla imprenditorialità; presenza di soggetti stagionalmente dediti all’agricoltura e all’artigianato tradizionale, anziché alla produzione intensiva o a prodotti e manufatti specifici, magari pure innovativi o ad alto valore aggiunto; minima circolazione di denaro, pagamenti in natura e staticità dei capitali dove esistenti poiché non investiti; scarsità delle infrastrutture, anche idrauliche, ferroviarie ed energetiche a supporto dell’agricoltura, del commercio e della industria che si stava modernizzando prevalentemente in Piemonte, Lombardia, Emilia, Liguria e Toscana. Tutto ciò comportava un divario di reddito del 15-20% e di produttività pro-capite prossima al 30%, fra Sud e Centro-Nord49; inoltre, si poteva rilevare tanto la limitata o inesistente tutela del lavoro quanto la ostacolata e faticosa attività sindacale come la scarsa perequazione fiscale: la aliquota fissa permaneva al 10% per le imposte sui redditi, indipendentemente dall’ammontare dei medesimi criterio di tassazione che oggi riterremmo iniquo e oramai contrario alla nostra Costituzione; la correlata e carente lotta alla evasione fiscale nonché la maggiore numerosità del corpo elettorale centro-settentrionale e la correlata minore rappresentanza del Sud in Parlamento. Al riguardo, il popolo – inteso quale aggregazione sociale da interpellare tramite le elezioni – non aveva raggiunto il 2% alle prime consultazioni politiche del Regno d’Italia: svolte a inizio 1861, alle quali poco più di 500.000 votanti avevano partecipato sugli oltre 800.000 aventi diritto di esprimersi50. Difatti, la possibilità di recarsi a votare era riconosciuta dalla legge soltanto a una esigua minoranza, poiché: tutte le donne erano escluse, altresì tutti gli uomini che versavano meno di 40 lire di imposte tributarie, inoltre tutti gli analfabeti nonché i minori di venticinque anni. Inoltre da un riscontro su documentazioni elettorali è possibile rilevare la partecipazione al voto di pochi cittadini in rapporto alle centinaia di migliaia di residenti; ciò soprattutto al Sud, dove la capacità contributiva era ulteriormente ridotta rispetto ai redditi nel Centro nord.
I vari governi (Ricasoli, Peruzzi, Minghetti) avevano attivato delle commissioni di inchiesta sulle condizioni della Penisola; le quali avevano raccolto masse di dati, a cavallo del 1870, poi utilizzate per evidenziare le esigenze di attività produttivo-commerciali più che le necessità emergenti dagli aspetti socio-demografici rilevati. Inoltre, rispetto ai medesimi dati, le analisi e le proposte dei meridionalisti più stimati (Caracciolo, Fortunato, P. Villari) non concordavano sulle condizioni del Regno partenopeo, sulla condotta della sua popolazione, sulle priorità utili allo sviluppo economico e culturale della stessa, sulla imputabilità degli effetti derivanti dalla forzosa unificazione del Regno delle due Sicilie a quello di Sardegna51. Ricasoli prima, poi Peruzzi e Sonnino che erano arrivati e condividere con Agostino Bertani – guida della Sinistra storica, medico e pure lui massone – le problematicità e le iniziative di sostegno per i braccianti agricoli, i minatori, le donne e la infanzia; senza peraltro imputare la causa delle loro penose condizioni pure ai grossi proprietari e ai fittavoli; dai quali si attendeva, anzi, un impegno per migliorare le condizioni di sopravvivenza in cui la plebe versava da secoli. Condizioni di degrado fisico, etico e culturale diffuso negli ex-territori dei borbonici come anche in quelli del Papato. Un rapporto del prefetto di Cesena, datato 1874, evidenziava la diffusione del furto campestre inteso allora come industria lecita avente “caratteri di una piccola questione sociale” conseguente anche alla scomparsa di un reddito per i contrabbandieri: la eliminazione di un confine di Stato fra Toscana e gli ex Domini pontifici52. Mentre nei latifondi ferraresi circolava un amaro e dissacrante suggerimento popolare: ammoniva le ragazze ad andare prudentemente con i giovani, però meglio se preti, cosi anche eventuali loro figli avrebbero ricevuto qualcosa per sfamarsi. Non molto distante da queste considerazioni amare, ironiche e permeate da anticlericalismo, la sarcastica definizione toscana sui sacerdoti più in vista: ossia, quei preti che tutti chiamano padre, eccetto i figli che li chiamano zio!
Soltanto singoli notabili o esponenti politici o ecclesiastici o universitari avevano contestato le spese stanziate dalla politica estera vertente sull’espansionismo coloniale; sollecitando, il Governo e il Re a occuparsi piuttosto della “questione meridionale” e del brigantaggio, benché fenomeno ormai in esaurimento per le cause sopra evidenziate ovvero poiché assorbito, integratosi o sostituito dalle locali organizzazioni criminali. Sino ad allora, soltanto la volontà e rivolti alle popolazioni indigenti (spesso denominate classi inferiori): come gli asili notturni, case popolari, le mense gratuite, le università popolari, le scuole serali, e anche degli spacci di abbigliamento; interventi riscontrabili dal Piemonte alla Lucania53.
l’intraprendenza di singoli determinati soggetti – sorti talvolta fra i sodalizi liberali progressisti o in ambito cattolico sociale – avevano realizzato degli interventi socialmente ispirati e perciò Verso la fine del 1800, gli strati italiani più o meno benestanti continuavano ad essere composti da convinti liberali – talvolta conservatori ma repubblicani, talvolta socialriformisti ma monarco-paternalistici in gran parte comunque promotori del culto del libero pensiero, della proprietà privata e della imprenditoria individuale – pertanto ancora contrapposti, in quanto assertori di uno stato laico e di una cultura o di una istruzione alternative a quella cattolica, alle gerarchie aristocratiche o clericali. Alcuni di essi avevano evidenziato necessità di insistere sull’analisi sulle condizioni delle classi ‘inferiori’, sulle cause effettive della loro permanenza, e valutando insufficienti le poche iniziative intraprese da qualche soggetto illuminato o dotato di una particolare sensibilità sociale che si era impegnato fino a realizzare le sopradescritte urbanizzazioni-modello.
Tuttavia, soltanto alla fine del secolo e proprio con l’avvicendamento tra l’autoritario, nazionalista e antisocialista Crispi e il moderato e più dialogante Giolitti, si era riconosciuta la necessità di una politica sociale. Questo piemontese liberal-democratico assai tollerante, avrebbe abbandonato la politica repressiva verso il residuo brigantaggio, contro le manifestazioni popolari di piazza o contro i moti di individui esasperati: prima di lui affrontati in modo brutale e sanguinario. Giolitti, inoltre, avrebbe evitato relazioni con chi mirava ad attività finanziarie o speculative; tipico lo scandalo crispino della Banca Romana; lui, piuttosto, rivolgeva al ceto borghese cresciuto – verso la fine del 1800 – numericamente, culturalmente e sempre più distante da estremismi antimassonici o anticlericali, sostituiti da un più diffuso spirito nazionale.54 In effetti – dopo l’annessione di Roma e il consolidamento di un Regno italiano territorialmente quasi completato – l’anelito morale, simbolico, unitarista e cementificante della Massoneria era scemato; la sua classe dirigente neppure aveva saputo sviluppare un chiaro e comune sentimento etico-culturale, né iniziative di concreta collaborazione fra le logge, né la emersione dalla loro segretezza ormai non più indispensabile per le riunioni. I vertici massonici non apparivano più capaci di intervenire per incidere nel contesto sociale e di concorrere costruttivamente con le nuove ideologie o, eventualmente, pure con la millenaria chiesa cattolica. Di certo, mancava un generale quadro programmatico unitario del G.O.I.55; anzi, le diverse anime della pluralistica però politicizzata comunione massonica italiana riemergevano ovunque, frazionata fra mazzinianesimo, anticlericalismo, federalismo, socialismo, nazionalismo, radicalismo, liberismo, internazionalismo e regionalismo. Inoltre, durante il successivo decennio, le nuove leve di imprenditori, banchieri, dirigenti amministrativi, intellettuali e professionisti avevano progressivamente optato per impegnarsi in associazioni professionali, enti economico-rappresentativi (per es.: le camere di commercio), in partiti sempre più radicati o nei primi sindacati. Al contempo, quella fratellanza aveva dovuto riscontrare l’emorragia di migliaia di affiliati, rispetto al picco di 75000 “fratelli a piedilista” nel 1870. In effetti, le logge non risultano avere concretizzato diffuse e ricorrenti opere materiali o culturali, eccetto singole iniziative filantropiche; neppure avevano favorito la nascita di nuovi dirigenti capaci di rivolgere e diffondere il metodo e i valori di una comunità iniziatica presso le masse popolari; neanche se intese nell’accezione ristretta di questa locuzione, cioè i limitati cittadini aventi diritto al voto politico nell’Italia post-unitaria. Riguardo alla questione sociale, Francesco Crispi, primo ministro massone ma liberal-conservatore, si era impegnato scarsamente per affrontare le problematiche che coinvolgevano la maggioranza della popolazione meno abbiente: in merito, lui si era limitato a elargire delle provvidenze alle persone riconosciute versanti in condizioni di mera sopravvivenza. La massoneria italiana, da lui condizionata e poi diretta dal suo sodale Adriano Lemmi, aveva nuovamente mostrato una pluralità di opposte sfumature ideologiche e contraddittorie condotte: tanto da risultare capace di una apertura mentale a 360 gradi come “un compasso” e di una rettitudine “da filo a piombo”; però, anche di una condotta oscura e speculatrice come all’epoca degli occulti traffici immobiliari intorno alla Banca Romana. Neanche la corte sabauda aveva dimostrato grande attenzione verso le masse economicamente più misere, continuando ad appoggiare oppure ad appoggiarsi ai soggetti risultati più influenti, senza preoccuparsi della origine né del motivo di questa rilevanza. Anzi, il sovrano e la sua corte avevano riconosciuto come prioritarie le esigenze di grandi armatori, di imprenditori, di banchieri, di possidenti, delle alte gerarchie militari; sino a intraprendere una bellicosa politica colonialista, poi risultata sanguinosa e inoltre dispendiosa, per occupare dei territori valutati residuali dalle super potenze di allora. Guerre tardo coloniali criticate dai vertici cattolici favorevoli al rispetto del clero copto in Africa e attribuite a un militarismo da piccola potenza. In modo analogo, anche la nuova Gran Maestranza di Ernesto Nathan si opponeva allo espansionismo italiano in Africa Orientale e in Nord Africa, essendo favorevole ad un internazionalismo massonico, almeno mediterraneo, pure verso la Turchia ottomana dove i fratelli massoni si stavano diffondendo.
Posizioni politiche, sostenute in ambito laico e religioso, aventi lo scopo di privilegiare investimenti infrastrutturali nonché sociali nel territorio italiano; come richiesto per anni dal liberale toscano Sonnino o, soprattutto, dallo storico meridionalista ed economista Villari. Il quale auspicava, quale massone e riformista, l’assunzione da parte di ogni persona della responsabilità di osservare e condizionare tutto ciò che avviene nella società, impegnandosi prioritariamente in uno sforzo auto-formativo, morale e intellettuale da trasmettere al 70% della cittadinanza tuttora analfabeta. Una visione del sodalizio iniziatico-simbolico56 non limitata alla speculazione per elitario sfizio di alcuni affiliati, né soltanto architettonico-operativa ma social-interventista: quasi un ”si può quindi si deve” mazziniano che già propugnava un nitido impegno individuale o collettivo con lo scopo di sviluppare una tensione etica, gratificante e attiva, finalizzata a raggiungere non soltanto una armonia interiore, ma pure materiale e sociale. Difatti, Ernesto Nathan era divenuto Gran Maestro – dopo una serie di grandi proprietari terrieri, spesso anche senatori del Regno che avevano assunto suddetta carica – del Grande Oriente d’Italia, dunque della massoneria più diffusa in Italia. Lui, di formazione ebraica, mazziniana e cosmopolita, l’aveva rivolta verso il ceto medio quale fascia sociale già presente e sempre più diffusa in questa istituzione. Inoltre, lo stesso manifestava ed attuava una vocazione di fratellanza universale malvista dai vertici militari nazionalisti e favorevoli all’espansione italiana pure sulle sponde mediterranee, perciò insofferenti al suo dialogo con la Francia e soprattutto verso la Turchia. Pertanto la maggioranza politica, allora giolittiana, aveva potuto rivolgersi al Parlamento italiano – divenuto espressione di una base elettorale sempre più ampia, però caratterizzato ancora da una consistente presenza massonica – per proporre una differente politica estera: ossia mantenere la propensione collaborativa con Francia e Gran Bretagna, cercare al contempo una intesa con la emergente industria tedesca oltre ad assumere un6atteggiamento militarmente neutrale e refrattario allo espansionismo coloniale.
Al contempo, per la politica interna, Giolitti aveva altresì prospettato una serie di modifiche al bilancio statale per proporre alcune riforme socialmente rilevanti: tutelare il lavoro, soprattutto riguardo a donne e minorenni; provvedere a un incremento dei salari oltreché e a una diminuzione dell’orario di lavoro; obiettivi che non escludevano anche tentativi di accordi con la sinistra riformista guidata da Giuseppe Massarenti (farmacista, sostenitore delle leghe sindacali e di quelle cooperative, sindaco socialista e massone); tutelare i piccoli investitori e non ostacolare gli istituti di credito cooperativo: un segnale positivo anche per le Casse Rurali promosse proprio dalla Chiesa cattolica; oltreché aumentare la imposta di successione nonché introdurre la progressione delle imposte basata su aliquote fiscali rapportate agli scaglioni di reddito. Questa proposta configurava all’epoca un criterio rivoluzionario rispetto all’applicazione di un quasi assoluto e allora condiviso principio di eguaglianza formale tra tutti i cittadini57. Suddetta proposta, tuttavia, era stata bocciata malgrado la esigenza di maggiori introiti statali che risultava indispensabile per finanziare il miglioramento e la diffusione almeno della edilizia ospedaliera e scolastica.
In prospettiva di una più marcata attenzione alla questione sociale, la componente moderata e quella riformista del Parlamento avevano lentamente ampliato la base elettorale e condiviso la prima progressiva ma limitata espansione della base elettorale. Questa era stata attuata, nel 1883, dalla riforma De Pretis-Zanardelli: il diritto di voto era stato riconosciuto ai cittadini di 21 anni (anziché 25) e titolati della 2^ elementare oppure contribuenti per almeno 19,80 lire (anziché 40) di imposte, la quale aveva così triplicato il corpo elettorale. Poi, nel 1911, il Governo di Giovani Giolitti aveva ammesso al voto tutti i maschi purché ultra trentenni, ma senza limiti di censo e di istruzione; elevando così la base elettorale a oltre otto milioni di aventi diritto, ossia circa il 23% dei cittadini58. Invece, a causa di convincimenti che oggi appaiono maschilisti e ormai inaccettabili o insussistenti, la estensione del voto alle donne era stata respinta: queste si sarebbero dovute “sconvenientemente” frammischiare agli uomini durante i comizi o le sedute pre-elettorali, inoltre non pagavano le imposte, non svolgevano il servizio di leva né tantomeno andavano in guerra; infine, andavano alla messa più degli uomini e dunque sarebbero state troppo condizionate dai sermoni dei preti; asserzioni ampiamente condivise, all’epoca, e riscontrabili tanto nella componente politica di destra come in quella di sinistra.
Comunque, quel Primo ministro condivideva almeno in parte il pensiero di Rosario Villari il quale, durante la seconda metà del 1800, asseriva il diritto e il dovere per ogni uomo di assumersi la grande responsabilità di poter partecipare alle attività politiche; ciò al fine di condizionare quanto avviene o potrebbe avvenire nella società. Pertanto aveva propugnato un più esteso diritto elettorale, attivo e passivo. Ciascuna persona avrebbe così potuto in primis intervenire e sostenere almeno quello impegno di formazione civica, culturale e intellettuale di ogni individuo; sforzo allora finalizzato alla esigenza più immediata: consistente nella diminuzione dei reati, per mezzo della diffusione di un minimo di cultura e di beni materiali. Tale obiettivo avrebbe inoltre ridimensionato il divario sociale, facilitato un reciproco rispetto oltreché un dialogo più interclassista e aperto con ogni persona o la intera popolazione. Tutto ciò anche per ampliare la partecipazione politica; indurre a un miglioramento dei rapporti fra stato-autorità e cittadini oltreché fra questi e l’Amministrazione pubblica: da non intendere più come uno strumento di controllo oppure di repressione, quanto piuttosto concepita quale struttura operativa posta al servizio dello sviluppo culturale, economico e sociale della intera comunità.
Convinzione illuminata e auspicabile ma percepita e condivisa da un limitato numero di persone: solitamente, infatti, gli aristocratici, i benestanti, i possidenti, gli artigiani, i piccoli proprietari immobiliari, i commercianti, gli esponenti politici o i dipendenti piccolo-borghesi non la recepivano. Suddetti ceti più o meno benestanti parevano preoccuparsi ormai di salvaguardare la posizione raggiunta ma, soprattutto, di non regredire per poter continuare a guardare con un certo distacco e dall’alto quelle comunità ritenute, per studi o per censo, socialmente inferiori. Tuttavia, esse erano state prese in considerazione dai vertici dell’ambiente politico-elettorale, per la prima volta, allorché Giolitti aveva assunto la carica di Presidente Consiglio dei ministri59. Queste, sino alla fine del 1800, conducevano ancora un tenore di vita quasi invariato rispetto ai decenni precedenti la Unità italiana; perciò due soli strumenti si prospettavano alle medesime per ovvero puntare sulla istruzione migliorare la propria condizione economica: la emigrazione dalle zone più arretrate verso le regioni italiane più ricche oppure in Europa o persino in America o addirittura in Australia; che l’impegno sociale del personale ecclesiastico oppure le più laiche scuole serali di insegnanti statali riuscivano a offrire. Attività di pubblica istruzione rivolta a persone analfabete, semi-analfabete o adulte non ancora assicurata sistematicamente da appositi corsi promossi dalle istituzioni municipali, provinciali o statali, ma che sacerdoti, suore, maestri e maestre garantivano quasi sempre gratuitamente – in quanto svolte fuori dall’orario di lavoro, per puro spirito di servizio civico e volontario – a chi, per carenza di risorse personali o familiari o di tempo, non aveva potuto studiare durante l’infanzia né dopo.

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Note

  1. Alla Osteria dell’Oca Bianca e della Graticola in Londra, i commensali massoni delle tre logge londinesi fondatrici della Gran Loggia di Inghilterra avevano brindato, il 24 giugno 1717, con vino italiano imbarcato a Livorno.
  2. Fra l’Imperatore dei Francesi e Costantino Nigra, esponente della diplomazia sabauda, dei rapporti di simpatia intercorrevano da tempo: infatti, avevano interscambiato stretti contatti per definire gli accordi di Plomblières contro l’Austria. Nigra, molto stimato in ambito europeo, aveva assunto il ruolo di braccio destro di Cavour: dalla nomina dello stesso a Presidente del Consiglio (1852) per il Regno di Sardegna, sino alla morte del medesimo (1861).
  3. Rosalino Pilo (Palermo 1820 – ivi 1860), pecora nera di una famiglia nobile e tradizionalista, conte, tuttavia repubblicano e massone, era già stato promotore dei moti patriottici in Sicilia, Liguria e Romagna poiché legato a Mazzini; conseguentemente, aveva dovuto recarsi da esule a La Valletta, a Londra e, infine, in Toscana.
  4. Raffaello Motto, nato a Viareggio nel 1828 e qui deceduto nel 1908, avendo ottenuto da autodidatta il grado di capitano di gran cabotaggio, si era dedicato prevalentemente ad attività marinare. Lui, a metà marzo 1860 si trovava nel porto di Genova con il piccolo armatore viareggino Silvestro Palmerini per la consegna di un carico di sansa; entrambi noti patrioti erano stati contattati dal mazziniano Felice Casaccia per trasportare 2 o 3 soggetti in Sicilia: tra loro anche Rosolino Pilo. Queste notizie e quelle successivamente evidenziate sono contenute in una sua Lettera, datata 18 marzo 1866, per Francesco Zannoni, inviata da Viareggio a La Spezia dove risiedeva questo romagnolo ed esule mazziniano. Tale Lettera – reperita nello Archivio storico del Comune di Viareggio e illustrata dal presidente Fornaciari della Unitre di Viareggio a quella di Camaiore – contiene “le circostanze esatte che accompagnarono” la traversata a Messina di Pilo con il fido Giovanni Corrao, anti-borboni e spericolato nei moti siciliani nel 1848.
  5. La barca denominata Madonna del Soccorso, proprietà di Palmerini, era una paranza di circa 30 metri, a vela.
  6. Agostino Bertani, medico milanese e patriota militante; laureato a Pavia grazie a una borsa di studio; lui era già in stretto contatto con profughi siciliani e poi eletto alla Camera dei Deputati jn rappresentanza della Sinistra storica e repubblicana. Quell incontro è accennato anche da: G. Bandi, I Mille da Genova a Capua, Torino, 1903, p.14.
  7. Così R. Motto che trascrive in suddetta Lettera le proprie parole rivolte con determinazione e nel timoroso silenzio degli altri presenti, tutti in apprensione e in attesa di una risposta rivelatrice sulle definitive intensioni del tuttora dubbioso Generale.
  8. Per Motto, quelle configuravano delle notizie inattendibili (v. nota 4); probabilmente imputabili a una voluta disinformazione impostata dalle autorità degli Stati controinteressati rispetto alla ribellione antiborbonica in Sicilia, cosi come a qualsiasi supporto alla medesima.
  9. R. Motto, Lettera, cit. nota 4; lui e alcuni degli altri presenti garantivano fra i 3000 o i 4000 il numero dei volontari reperibili e già disponibili per quella impresa; in merito, Garibaldi ne aveva stimato sufficiente invece solo un migliaio: però scelti fra o migliori.
  10. Il governo britannico disponeva di consoli nonché di agenti di commercio presso i porti e le città principali, inoltre non pochi esponenti degli armatori, dell’aristocrazia, degli imprenditori, dei massoni siciliani erano in contatto con loro; inoltre, durante alcuni viaggi di lavoro a Londra o visite alle logge inglesi o scozzesi, molti di loro peroravano convintamente la causa siciliana e italiana.
  11. G.C. Abba, Storia dei Mille, Bemporad, Firenze, 1923, p.18. Di fatto, la marina militare borbonica a Marsala, benché bene armata da cannoni e in buona parte già motorizzata a vapore, sparò tardivamente per non colpire due navi inglesi all’ancora nel porto di Marsala e quando ormai i Garibaldini erano sbarcati; altresì, facilitati dall’inconsistente intervento dell’esercito e dell’artiglieria del sovrano di Napoli. La condotta militare delle forze armate del re Francesco II°, dopo la battaglia di Calatafimi (15 maggio 1860), sarebbe risultata invece più incisiva, tuttavia scoordinata oppure tardiva a Salemi ovvero incerta come a Palermo e addirittura rinunciataria a Milazzo.
  12. Il generale borbonico Francesco Landi era rimasto sorpreso dal numero di molti volontari siciliani accorsi a sostegno delle Camicie rosse; infine, mancando un coordinamento da parte del Comando militare di Palermo, aveva dovuto ritirarsi.
  13. G.C. Abba, op cit., p.52.
  14. Sovrano peraltro indotto, sin da giovane, a essere poco fiducioso verso il proprio esercito. Difatti, il re di Napoli Francesco I°, assai scettico, aveva preavvisato il nipote futuro re Francesco II°: “Caro ragazzo, vestili di bianco vestili di rosso; scapperanno sempre!”, in: A. Dumas, Napoli Borbonica, Biblioteca TCI, Milano, 1997, p.101.
  15. In questo porto e in accordo con Garibaldi, la Marina militare borbonica aveva imbarcato le proprie truppe di terra le quali, benché bene armate oltreché in buone condizioni, avevano ricevuto l’ordine di desistere: ottenendo, al momento dell’imbarco, gli onori sabaudi ma pure lo affiancato dileggio popolare; così G. Bandi, op.cit., p.163.
  16. L’ultima prolungata resistenza dell’esercito napoletano di re Franceschiello si era dimostrata, invece, dignitosa e purtroppo sanguinosa durante l’arroccamento presso la fortezza militare di Messina. Le truppe borboniche avrebbero resistito in realtà sino allo stremo, malgrado l’ordine di ritirarsi sul continente intimato da Giuseppe Pianell ministro napoletano della guerra: peraltro senza fornirne motivo ai generali posti a difesa della estrema roccaforte siciliana, né fornendo mezzi navali adeguati per consentire ai loro residui e battaglieri reparti di potersi ritirare in sicurezza a Reggio Calabria. Lui sarebbe divenuto, infine, senatore del Regno d’Italia dal 1871.
  17. All’epoca, 4\5 giorni di viaggio erano necessari da Palermo a Messina, idem da Napoli per raggiungere Bari o Brindisi, una settimana occorreva per percorrere la viabilità Napoli-Potenza, quasi 10 gg da Napoli a Taranto; infatti, la carenza di ponti solidi, di strade non ripide o con ampia carreggiata, di manutenzioni sistematiche, di segnaletica adeguata, di zone di sosta attrezzate e sicure risultava essere la regola. “Non c’erano strade e da una città all’altra si andava ancora a schiena d’asino, come nelle plaghe d’Oriente.” Così si può leggere in: G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Laterza, Bari, vol. II, 1911, p.356.
  18. Soltanto tramite il trattato di Firenze nel 1844 – conseguente agli accordi segreti del Congresso di Vienna – i confini risultarono definiti fra Ducato di Parma, quello di Modena e il Granducato di Toscana al quale erano stati assegnati gran parte dei frazionati territori della Valle del Magra (Lunigiana) e della valle del Serchio (Garfagnana); poi attribuiti: in parte alle province di La Spezia o di Massa Carrara la prima; e alla provincia di Lucca la seconda. Confini non ancora ben definiti erano rilevabili pure fra Regno di Sardegna e Francia come fra Granducato di Toscana e Stato della Chiesa.
  19. R.D. 31 dicembre 1864, n°2105, sui servizi anagrafici. Da evidenziare, in Italia, il fenomeno dell’assai ridotto inurbamento della popolazione la quale, nel 1860, risultava prevalentemente dedita all’agricoltura e perciò sparsa nelle campagne italiane (per quasi il 70 %.) L’inurbamento, invece, aveva raggiunto il 60% in Inghilterra e superato il 40% in Francia; nazioni già industrializzate.
  20. In specifico, la Roma-Frascati era stata inaugurata nel 1856, a seguito della sua la Notificazione datata 7\XII\1846; seguiranno le tratte Roma-Civitavecchia e Roma-Orte (1865); la linea da Firenze a Roma – via Arezzo, Chiusi, Orte – sarebbe stata ultimata dieci anni dopo e attivata il 15 novembre 1875. La densità ferroviaria risultava di 3 km per 1 kmq nel Centro-Nord, di 1 km per kmq nel Sud. Il governo italiano darà un impulso alle ferrovie dopo la presa di Roma: per unificare le ex-capitali alla nuova; oltreché per esigenze di difesa militare e di circolazione delle persone e delle merci.
  21. In pochissimi decenni, le ferrovie erano divenute indispensabili pure in Italia per finalità commerciali o militari. Il treno era il mezzo del futuro, aveva entusiasmato i visionari della mobilità, le diplomazie, i Capi di Stato e di Governo: la galleria del Frejus era stata inaugurata il 17 settembre 1871, sulla base di un accordo franco-italiano per collegare Londra e Parigi autonomamente alla Europa Orientale e mediterranea per disporre di una alternativa al percorso già in esercizio ma politicamente inaffidabile: quello attraverso l’Impero tedesco e quello austro-ungarico. Divenuto il più veloce mezzo per il trasporto di merci, persone e reparti militari, il treno consentiva di collegare in poche ore o pochi giorni le capitali dell’Europa occidentale con quella orientale ed offrire altresì la nuova e comoda offerta per un sempre più diffuso ed elitario turismo internazionale. Sull’argomento, si rinvia a: S. Dubois-Collet, La Storia prende il Treno, ADD Editore, Torino, 2021.
  22. La stazione di Pracchia era stata edificata al valico ferroviario posto a 616 m. s.l.m. Il treno vi giungeva da Pistoia dopo avere superato, tramite 26 km. di viadotti e gallerie, ben 550 metri di dislivello che – presso le stazioni toscane – richiedeva un binario sulla contro-rampa per consentire la ripartenza ai treni in salita. La linea era interamente a binario unico da Bologna a Pistoia e poi da Empoli verso Siena, Asciano, Monte Oliveto, Montepescali, Grosseto; tuttavia queste tratte costituivano l’unico percorso utilizzabile, dal 1872 alla fine del 1875, dai treni Milano-Roma.
  23. R.D. 31 dicembre 1864, n°2105, sui servizi anagrafici. Da evidenziare, in Italia, il fenomeno dell’assai ridotto inurbamento della popolazione la quale, nel 1860, risultava prevalentemente dedita all’agricoltura e perciò sparsa nelle campagne italiane, quasi al 70 %. L’inurbamento raggiungeva il 60% in Inghilterra e il 40% in Francia.
  24. Carlo Matteucci (1811-1868) laureato in bio-fisica a Bologna, aveva studiato in Francia e Germania, era divenuto professore alla Università di Firenze da dove si era allontanato preferendo un alto incarico presso le farmacie di Ravenna. Su segnalazione del professore berlinese Alexander Van Humboldt e per volontà del granduca lorenese Leopoldo di Toscana aveva ottenuto l’incarico di fisica sperimentale presso la Università di Pisa; infine, Ministro della pubblica istruzione nel 1862, aveva sostenuto la uniformazione della scuola per tutta l’Italia e in particolare dell’insegnamento dell’italiano come lingua nonché veicolo verso una effettiva unità nazionale.
  25. Legge 15 luglio 1877 n. 3961, nota come legge Coppino (1822-1901). Lui era nato da una famiglia umile ma, dopo gli studi in seminario, essendosi distinto per serietà e vivacità nello apprendimento, aveva ottenuto lo studio superiore gratuito ed era riuscito a laurearsi in Lettere, diventare docente universitario a Torino, presidente del Consiglio Superiore della P.I., parlamentare e, infine, Ministro della pubblica istruzione in quell’anno.
  26. Per disporre di una visuale più ampia, si segnalano: P.E. Brovedani, C’erano una volta i Gesuiti in Toscana, Archivio Stensen, Firenze, 2011; M. Vigilante, Crudeli Tommaso, in Enciclopedia Treccani, vol. XXI°, 1985.
  27. Qui basta ricordare il motore a scoppio realizzato da Barsanti e Matteucci (1853), depositato a Firenze presso l’Accademia dei Georgofili; azione documentale solida e certa, tuttavia insufficiente per ricavarne un brevetto giuridicamente ricognitivo e protettivo di quella invenzione nelle grandi Nazioni europee o negli USA, oltreché a tutela dei due inventori; analoga negativa esperienza aveva subito Antonio Meucci rispetto al suo telefono meccanico (1871) nei confronti del monopolio della Bell Telephon Company.
  28. M. Morello, Alle origini della tutela minorile nello stato unitario: la legge 11 febbraio 1886, n. 2657 a tutela dei bambini sfruttati, in: Italian Review of Legal History, n.8, 2019, Università Urbino, passim.
  29. V. Gnocchini, L’Italia dei Liberi Muratori, Erasmo, Milano- Roma, 2005, p.80.
  30. La giornata lavorativa ordinaria per chiunque di 8 ore e la settimana di 48 ore erano state fissate solamente dal decreto-legge n. 692 del 15 marzo 1923, dunque allo inizio del periodo fascista.
  31. Suddetta normativa era oltremodo lacunosa, in particolare in materia di sicurezza: gli infortuni erano solitamente imputati a distrazione o imperizia del lavoratore anche quando ancora fanciullo; inoltre la disparità retributiva risultava fondata sulla convinzione della maggiore forza fisica maschile perciò correlata a una maggiore redditività.
  32. Per una acclarante descrizione del cointesto sociale meridionale, v.: V. Labanca, Le memorie di una brigantessa, Zacaria Editore, Lagonegro, 2003, passim.
  33. Legge n°1409 del 15 agosto 1863, questa consentiva una durissima e quasi incontestabile attività militare, poi usata dal generale Cialdini anche contro la popolazione civile pur di reprimere le bande di briganti e i loro presunti “manutengoli”: ovvero coloro che sarebbero stati considerati, in qualunque modo, fiancheggiatori del brigantaggio.
  34. L’ articolo 2 della suddetta legge Pica prevedeva che per chi non aveva opposto “resistenza alla forza pubblica” l’applicazione della pena dei “lavori forzati a vita e concorrendovi circostanze attenuanti il massimo dei lavori forzati a tempo”; lo stesso articolo prevedeva le medesime pene per chi svolgeva attività di ricettazione o somministrazione di “viveri, notizie e aiuti di ogni maniera” nei confronti dei briganti. L’attenuazione, da uno a tre gradi della pena, era accordata (art.3) a chi si era già costituito o si sarebbe volontariamente costituito entro 1 mese dalla pubblicazione della legge: questa doveva essere comunicata tramite bando in ogni Comune; in merito, però, si segnala come le bande vivevano isolate o lontane dai centri abitati anche per settimane o per mesi; inoltre, i componenti erano solitamente analfabeti e dunque incapaci di leggere autonomamente il contenuto di quegli avvisi.
  35. V. Labanca, Le memorie di una brigantessa, Zacaria Editore, Lagonegro, 2003, p.293.
  36. Giuseppe Pica (1813-1887), appartenente a una aristocratica famiglia abruzzese e appassionato giurista, aveva aderito al movimento liberal-costituzionale ed era stato eletto nel 1848, per L’Aquila, al Parlamento partenopeo; poi sciolto a metà del medesimo anno dal re Ferdinando II°. Pica, sostenitore dei valori costituzionali nonché della riforma della magistratura, era stato incriminato nello stesso 1848 per complotto contro lo Stato: condannato a 26 anni di carcere duro nel 1852, poi commutato da quel sovrano – dopo 6 anni di detenzione – alla pena dell’esilio in America Latina. Grazie a Raffaele Settembrini, figlio del più noto Luigi, lui era riuscito a raggiungere Londra divenuta un rifugio sicuro per i patrioti italiani. Rientrato in Napoli, nel 1860, successivamente all’arrivo dei Garibaldini, a gennaio 1861 sarebbe divenuto componente, per la Destra storica, del nuovo Parlamento: quello italiano.
  37. In estrema sintesi, il principio di uguaglianza davanti alla legge comporta, in caso di identica fattispecie l’applicazione della stessa norma a qualsiasi persona senza distinzioni sociali, censuarie, etniche o religiose nonché nel rispetto di criteri interpretativi e regole processuali comuni e predeterminate; anziché l’applicazione e quindi la sottoposizione – per quelle stesse condotte tenute da altra persona – non a quella legge comune ma a una legge speciale, spesso successiva all’evento contestato nonché a una procedura arbitraria; inoltre, il testo “c.d. Pica” derogava alla assegnazione del giudizio su quella fattispecie al giudice naturale ovvero al magistrato predeterminato anticipatamente e riguardo a tutti i cittadini, competente in merito alla controversia che eventualmente gli sarebbe stata sottoposta; ossia due cittadini imputati di una identica violazione della legge di cui uno arrestato in territorio “infestato” e l’altro in territorio diverso, sarebbero stati sottoposti a procedure, criteri e giudici differenti: il primo a procedure, a pene e ad autorità militari, l’altro a quelle della giurisdizione civile. In merito v.: M.C. Fiocca, Ritorniamo alla legalità. Leggi d’eccezione e reato di brigantaggio in un caso di favoreggiamento nella Calabria postunitaria, in: ORDINES, 2, 2019
  38. R.D. n°1414 del 20 agosto 1863 il quale, appena 5 giorni dopo la promulgazione della legge 1409 e su proposta del ministero per gli Affari dell’Interno, aveva confermato “infette” – quasi a voler considerare quel problema una involontaria malattia – le province del Regno di Napoli, eccetto quelle di: Teramo, Bari, Brindisi, Lecce, Taranto, Reggio Calabria, Napoli e la Sicilia; poi valutata interamente “infetta” a causa della più diffusa renitenza alla leva.
  39. V. Labanca, op.cit., pp.177-180; L. Michelacci, Da “Noi credevamo” di A. Banti a “La Briganta” di M.R. Cutrufelli: Letture novecentesche femminili dei nodi irrisolti dell’Unità, in: Atti del Convegno, Le donne per l’Italia. Il laboratorio bolognese, a cura di: E. Musiani e S. Salustri, B.U.P., 2011.
  40. Al riguardo, merita ricordare l’ultimo Prefetto di Polizia del re Francesco II, Liborio Romano: reputato serio e affidabile, anche lui aveva indotto quel monarca a riparare nella ben protetta fortezza di Gaeta; al contempo, tramite atto formale, lui aveva affidato al capo della camorra napoletana l’ordine pubblico urbano: in prospettiva dell’arrivo in città dei Garibaldini, “in virtù della sua autorità e del suo potere di controllo territoriale”; Liborio Romano, infine, avrebbe concluso la propria carriera quale deputato nel Parlamento sabaudo. Così ricorda: G. Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia, BUR Milano, 2007, pag. 126
  41. C. Pinto, Summa Giuseppe detto Ninco Nanco, Dizionario dei Briganti d’Italia, vol. 94, 2019. Dopo il 1860, le stime complessive sui briganti non sono omogenee: variando da 20.000 unità a oltre 60.000; la consistenza delle bande, invece, varia da poche unità a varie centinaia.
  42. Sulla diffusione e sulla diversità delle varie forme di brigantaggio, anche per capire come questo fenomeno si era concretizzato nonché su come è stato recepito dai contemporanei meridionali, si rinvia ai due testi evidenziati nella nota bibliografica: Scarafoglio – De Luna e Fresi. Un sintetico cenno alla vita di uno dei briganti più celebri ovvero Carmine “Donatello” Crocco (nato a Rionero in Vulture – PZ, il 5 giugno 1830 e deceduto quale ergastolano a Portoferraio – LI, il 18 giugno 1905) può illuminare su alcuni aspetti delle condizioni in cui operavano i briganti e le loro bande. Lui aveva vissuto una infanzia povera ma serena e non misera finché il padre non era stato accusato ingiustamente di un tentato omicidio e quasi contestualmente la madre incinta aveva perduto un figlio a causa di un ingiustamente di un tentato omicidio e quasi contestualmente la madre incinta aveva perduto un figlio a causa di un calcio sferratole da un possidente: ciò era accaduto poiché il piccolo Carmine era stato trovato in prossimità di un cane morto e accusato di averlo ammazzato dal proprietario; questo, volendolo punire, aveva cominciato a percuoterlo e la madre per proteggerlo si era interposta fra lui è il proprietario del cane: cosicché colpita al ventre aveva subito un aborto, senza più riprendersi da questo trauma: né fisicamente né psicologicamente, per cui aveva terminato la propria vita nel manicomio di Potenza. Crocco, memore di tale evento ma privo di risorse da versare in alternativa alla leva militare aveva dovuto accettarla. Però, in caserma, aveva litigato e poi ucciso un commilitone per cui aveva dovuto darsi alla macchia. Ciò non gli aveva impedito di avvicinarsi e frequentare il proprio paese dove aveva però ucciso un pretendente della sorella poiché l’aveva diffamata; pertanto, lui aveva dovuto allontanarsi di nuovo dal paese natio. Poi, lui aveva approfittato delle vicende conseguenti alla spedizione dei 1000 e si era aggregato alle truppe garibaldine dalle quali si sarebbe allontanato sentendosi nostalgico e lealista rispetto a re Ferdinando II°. Disciolto questo esercito e affiliatosi al brigantaggio, Crocco attaccava le truppe italo-piemontesi nonché aggrediva i ricchi fruitori delle strade rotabili. Arrestato nuovamente, condannato e incarcerato, lui era riuscito ad evadere più volte riuscendo a costituire una delle bande più numerose ed efficaci di tutto il Meridione capace du combattere contro l’esercito sabaudo per circa quattro anni. Infine, tradito dal suo braccio destro – forse per le represse ambizioni di questo ultimo, forse per denaro, probabilmente per questioni di gelosia – era stato condannato all’ergastolo e imprigionato definitivamente nel carcere di Portoferraio. Su questo personaggio, v.: C. Pinto, Il brigante e il generale. La guerra di Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, Laterza, Bari, 2022.
  43. Pertanto il territorio dell’ex Regno di Napoli, non era più oggetto di contesa tra Francia e Spagna – rispettivamente nel proprio interesse o nell’indiretto interesse di Francesco II° – esso, invece, era in tal modo rimasto e poi era stato consolidato nelle mani di Vittorio Emanuele II°. Assai diversa risulta la sorte dei principali interpreti di questa vicenda: il francese ritornò nella sua Nazione riprendendo il ruolo di funzionario di medio spessore e di media carriera; il generale Borjes, convinto di riuscire a raggruppare varie bande e sostenitori anche aristocratici di re Francesco II, tentò delle iniziative militari; poi, invece, abbandonato dai briganti, costretto a desistere e infine, catturato insieme agli ultimi compagni l’8 dicembre 1861 prima di raggiungere lo Stato Pontificio, dai reparti dell’esercito italiano, era stato subito fucilato. Crocco autodefinitosi “generalissimo dei briganti” si era ritirato nelle zone a lui più note, in quanto abbandonato dalle principali bande brigantiere che operavano dalla Calabria allo Abruzzo; infine, costretto a rifugiarsi nello Stato pontificio, era stato arrestato e poi consegnato alle autorità sabaude e da loro condannato all’ergastolo.
  44. Pasquale Villari, Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia, Firenze, 1878, p.176. Questo celebre storico (nato a Napoli, il 3 ott.1827) e fiorentino di adozione (morto a Firenze, il 7 dic.1917) era divenuto professore (1859) alla Università di Pisa e presso quella di Firenze, Direttore della Scuola Normale Superiore (1862-1864) membro – fra altri incarichi – del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione o della sua Giunta (1865-1902), ministro della Pubblica Istruzione (1891-92) nonché Presidente della Accademia dei Lincei (1902-1904). Lui aveva frequentato l’ambiente liberale e internazionale partenopeo e qui aveva partecipato ai moti de 1848, per cui era stato pure arrestato e poi rilasciato. Conseguentemente, si era stabilito a Firenze e aveva collaborato con la Casa editrice Le Monnier. Contrario alla politica repressiva e violenta di Crispi, si era affiancato al conservatore ma riformista Sidney Sonnino, con il quale condivideva l’interesse per la questione meridionale e lo sviluppo fisiocratico per il medesimo oltreché una posizione anticlericale e antisocialista.
  45. In base a questo contratto, il reddito era ripartito al 50%; però, con la riforma contenuta nella legge n. 756 del 15 settembre 1964, la quota del reddito spettante al mezzadro era salita al 54 % rispetto a quella scesa al 46 % del proprietario. Decisione del legislatore che aveva in tal modo voluto evidenziare il maggior valore riconosciuto dalla Costituzione repubblicana all’attività lavorativa rispetto al conferimento padronale della proprietà immobiliare.
  46. Fra i sei capi delle più consistenti bande, cinque briganti erano caduti in scontri contro l’esercito sabaudo o fucilati trentenni o poco più che ventenni. Una Commissione d’inchiesta sul brigantaggio era stata istituita dalla Camera dei Deputati nel 1862; in merito, Alfonso la Marmora, all’epoca prefetto di Napoli, aveva risposto alla medesima affermando che fra il 1861 e il 1863 erano stati uccisi oltre 7000 briganti. C. Ceccuti, Ricasoli, Villari, Sonnino e la questione meridionale, Atti Università Salerno, 2014.
  47. Sulla vita di Giuseppe Garibaldi dopo il suo ritiro a Caprera, V. Cusenza, L’altro Garibaldi. I Diari di Caprera, Mondadori, Milano, 2026. La popolazione residente del Regno delle Due Sicilie, ignota la cifra esatta sino al censimento del 1871, era stata quantificata in oltre 9 milioni nel 1856; per circa il 70% ancora appartenente ad un mondo agricolo, spesso arcaico; essa si sarebbe ridotta, a causa della forzata emigrazione, a circa 6 milioni appena 30 anni dopo.
  48. Lo sciopero e la serrata per fini contrattuali era perseguito dall’art.502 del codice penale italiano; esso è stato cassato soltanto dalla Corte Costituzionale tramite la propria sentenza n° 29 datata 28 aprile 1960.
  49. Basta ricordare la tassa sul macinato del ministro delle finanze, nota come “tassa sulla fame” che colpiva in modo endemico e uniforme le masse popolari come i soggetti benestanti (anni 1860/70). Da segnalare un evento solitamente poco evidenziato: l’asporto dalle casse aure napoletane di valori, di 9 milioni di lire, per compensare le spese belliche conseguenti al trattato di pace con l’Austria: che aveva ottenuto 25 milioni per la cessione definitiva della Lombardia allo Stato sabaudo; ovvero richiamare la legge doganale del 1887: funzionale alla protezione del primo sviluppo industriale settentrionale, ma dannosa per le esportazioni meridionali poiché prevalentemente agricole. Per una critica liberale sullo accumulo di capitali, tramite lo sviluppo dell’agricoltura, si rinvia a: R. Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari, 1998, pag. 103 e ss.
  50. Queste si erano svolte a doppio turno il 27 gennaio e il 3 febbraio 1861, antecedenti alla proclamazione del Regno d’Italia, datata 17 marzo; la Gran Bretagna aveva riconosciuto per prima l’annessione di tutti quei territori all’ex Regno di Sardegna mentre il re non aveva neppure aggiornato la propria denominazione cronologica come monarca: Vittorio Emanuele II era e tale era rimasto, malgrado il titolo assunto quale sovrano del Regno d’Italia; altresì, il diritto civile, quello penale (ripristinata la pena di morte), quello amministrativo, quello finanziario e commerciale nonché lo apparato militare erano stati progressivamente piemontizzati. Le proposte del cattolico Vincenzo Gioberti e del liberale Carlo Cattaneo per una Nazione unita ma tuttavia composta da Stati autonomi e federati non erano riuscite ad affermarsi rispetto alla politica unionista e centralista del Regno di Sardegna, guidato da Casa Savoia e chiaramente sostenuto, sino alla effettuazione della Spedizione dei Mille, dalla Gran Bretagna.
  51. Sulla analisi e sulla valutazione storica in merito alla asserita inferiorità economica e civile perno della c.d. “questione meridionale”, gli studiosi sopra citati nonché storici ed economisti contemporanei hanno assunto posizioni assai diversificate o contrapposte; addirittura, alcuni hanno sostenuto che essa sia servita prevalentemente a giustificare la volontà politica concretizzatasi nella istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, durante la seconda metà del secolo scorso. Al riguardo, si rinvia alla chiara sintesi di: Guido Pescosolido, Ancora la questione meridionale? ìn: Nuova Antologia, ottobre-dicembre 2024, Firenze, pp.98-102.
  52. Ministero Agricoltura, Industria, e Commercio, Relazione intorno alla Agricoltura, Roma, 1876.
  53. La diversità fra una regione e l’altra o all’interno della medesima è rilevabile anche da una iniziativa fortemente innovativa dal punto di vista sociale: questa si riscontra proprio nei territori lucani dove marcatamente era emerso il fenomeno del brigantaggio. Si fa riferimento al villaggio fatto costruire durante il XVIII° secolo dalla famiglia Rendina aristocratica e illuminata la quale aveva fatto costruire un proprio palazzo sui suoi terreni; questa aveva poi fatto frazionare, alla fine del 1700, quelli antistanti l’edificio – avente i lati rapportati pare alla sezione aurea – assegnando gratuitamente dei lotti ai propri contadini e artigiani, ma aperto anche a forestieri. Tutto ciò per consentire la costruzione di una abitazione di tre stanze, circondata da un terreno da adibire a orto-frutteto oltre a un lotto sufficiente alle esigenze della famiglia dei coloni; in cambio, essi obbligati a fornire denaro o beni in natura oltreché piantare tre alberi da frutto i quali oltre al grano, l’olivo, la vite, e il fico erano gli elementi produttivi fondamentali di una economia rurale sostenuta dagli studi e dalle innovazioni favorite da quella famiglia. Ovviamente, oltre agli spazi urbani e ai locali di servizio per la comunità, anche una chiesa era stata edificata; ma il parroco aveva il compito di assicurare anche la istruzione elementare a ogni persona interessata e in particolare a ogni minore senza distinzione fra femmine o maschi. Quell’insediamento, all’inizio di circa 80 persone, aveva superato i 1500 abitanti durante la seconda metà del 1800. Comune di Campomaggiore, La Città della Utopia
  54. G. Spadolini, Gli uomini che fecero l’Italia, Longanesi, Milano, 1995. Spirito e identità nazionali diffusi anche da autori come Carlo Collodi (autore di Pinocchio – 1883) ed Edmondo De Amicis (autore di Cuore – 1886).
  55. I Veneti risultavano concentrati sul loro percorso simbolico-esoterico; i Romagnoli dediti all’occultismo e all’anticlericalismo; i Toscani rivolti allo studio architettonico sia esteriore che interiore e allo umanesimo rivolto alla conoscenza individuale; i Lombardi aggregati da una via autonoma e regionalista; i Meridionali rivolti al simbolismo come stimolo di riflessione ma da sviluppare con i sodali della medesima classe sociale di appartenenza.
  56. Per una estesa ed esaustiva comprensione del lessico correlato ai sodalizi massonici, si segnala il volume di: C. Bonvecchio, B.Nante, Le parole dell’Esoterismo Dizionario, Mursia, Milano, 2026.
  57. P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Il Mulino, Bologna, 2000; Z. Ciufoletti, La storiografia etico-politica tra passato e presente, in: AA.VV. (a cura di G. Talini) Storiografia etico-politica e “contemporaneità della Storia”, FCR-Pacini Editore, Pisa, 2022
  58. La prima normativa contenente il suffragio universale era stata ispirata anche da Aurelio Saffi (1819-1890): romagnolo, conte, giurista, mazziniano, massone; triumviro dell’effimera Repubblica Romana (9 Febbraio / 4 luglio 1849) ed estensore della sua ideale costituzione. Essa prevedeva, tramite una disposizione rivoluzionaria (art.17), il diritto di voto politico per ogni cittadino a 21 anni, mentre a 25 è eleggibile. Quel testo era stato scritto al maschile, inoltre, per convinzione socio-culturale, nessuna donna si era recata alle elezioni indette dagli organi di quella Repubblica. In merito: G. Monsagrati, Roma senza il Papa, Laterza, 2014
  59. Per un profilo su questo statista si rinvia a: P.Ciocca, Su Giovanni Gilitti, in Nuova Antologia, fasc 2310, Firenze, 2024

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