Sorrisi di gesso, lacrime di terracotta. Gioie e speranze, lutti e angosce nell’opera di Ferrante Zambini
Federico Majolino, Sorrisi di gesso, lacrime di terracotta. Gioie e speranze, lutti e angosce nell’opera di Ferrante Zambini, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 29, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14354

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La tradizione artistica in casa Zambini
L’arte reggiana, giunti oramai al terzo millennio, ha scritto di sé numerosissime ed ottime pagine di storia del settore. Tele e capi d’opera d’interesse per lo più collezionistico e di nicchia, ma anche, in taluni casi non poi così rari, dalla pregnanza storico-contingente di certo rilievo; specchio dell’anima di gentili artisti che sovente si affiliavano alle conclamate tradizioni tecniche ed iconografiche che offrivano le prestigiose scuole e gli illustri influssi provenienti dalle limitrofe città ducali. Come premesso, tuttavia, vi sono taluni esempi che fanno, quanto meno parzialmente, eccezione in tal senso; uno su tutti a rompere i confini fu certamente il Professor Ferrante Zambini nato, ormai quasi centoquarantatre anni or sono, nella bella città reggiana, il 12 Agosto 1878. Stupisce che, ad oggi, siano assai rare o quasi del tutto inesistenti le edizioni che ne narrino l’arte e la vita e poco più quelle che lo citano sempre e comunque in maniera molto vaga e imprecisa; tutto ciò gli conferisce, agli occhi di chi lo approccia con intenti ricognitivi, quella patina di fascino che fa sì che lo si collochi nel novero dei grandi dimenticati della storia, di quegli uomini a cui molto la cultura deve e che ancor più la beffarda storia ha derubato della loro vocazione all’immortalità. Persino il volume scientifico de Il nuovissimo Melzi 1978 dedica a questo grande artista solo un brevissimo trafiletto in cui lo cita unicamente per sommi capi come pittore, scultore e poeta. Promettente rampollo di signorile ascendenza, Ferrante fu figlio dell’architetto Pasquale Zambini, anch’egli di chiarissima fama in quel di Reggio, fama che dovette in gran misura a committenze assegnategli su grandi ed importanti edifici della “Leggiadra”; indimenticabile, certamente, l’affiancamento al parmense Girolamo Magnani nello splendido operato del magnifico nostro Teatro Municipale R. Valli, ove rimane l’impronta di Pasquale Zambini, nello specifico, delle fattezze relative all’atrio e al vestibolo. Ma non solo: l’ottimo architetto Pasquale Zambini operò in quella splendida bomboniera che buona parte della penisola, quantomeno settentrionale, invidia assai a Reggio: la villa Corbelli di Rivalta che, fra il resto, per un certo periodo appartenne ai miei antenati Grasselli, antica casata di Patrizi Reggiani, in quanto una mia ascendente convolò a nozze con un Fattori, allora proprietario di quella fiabesca casa sul lago. Oltre a ciò realizzò anche splendidi giuochi artistico-architettonici nell’ex teatrino Croppi e nella Sinagoga di Reggio. Un estro che, ad oggi, si dimostra perfettamente innestato nei capisaldi imprescindibili della storia dell’Arte di Reggio Emilia, che tuttavia rimane confinato inevitabilmente in quell’ambito rendendo l’interesse per la sua storia e per il suo operato tendenzialmente locale.
La formazione professionale di Ferrante Zambini
Tornando, dunque, al nostro formidabile, brillantissimo talento poliedrico, Ferrante rimase orfano del padre a soli tredici anni: nel 1891; questo non gli impedì, tuttavia, di assorbire quasi per osmosi l’animo artistico che si respirava in famiglia. Frattanto, il 4 Febbraio 1891, il ben noto pittore Gaetano Chierici conferisce all’emergente Cirillo Manicardi la supplenza del defunto architetto presso la scuola di disegno per operai, ove insegnerà la materia di ornato sino al 3 Luglio 1892. Se certamente, dunque, la naturale propensione del giovane Ferrante si rivela, a dir poco, eclettica, animandolo nella continua e infaticabile ricerca e sperimentazione (dai risultati sempre quanto mai sbalorditivi) delle più disparate declinazioni di quel talento connaturato che l’uomo ama chiamare arte, nondimeno il Nostro dovette, ad un certo tratto della sua formazione, instradare i propri interessi facendone stendardo del proprio ego artistico. L’innata trazione per le forme tridimensionali la dovette, con buone probabilità, ad un’antica e vastissima collezione di modelli plastici in gesso che, da secoli e secoli, ornava gli interni delle avite dimore di puerili rimembranze. Studiò, quindi, nella medesima scuola ove insegnava il padre, ma si formò col Professor Ciro Zironi. Così, ben presto, fece i primi passi nel plasmare nuovi manufatti a guisa di soprammobili che ingentilissero camere e saloni di case, palazzi e ville di blasonata gloria. Già agli albori, occorre ammettere, si constatò la vocazione strettamente elitaria della sua finissima arte che si affermò vieppiù tale con la progressiva maturazione e professionalizzazione delle sue opere. La fama del suo bulino e del suo scalpello, leggeri, dolci, misurati fu la sua cifra caratteristica. Un quid che, ben presto si farà largo negli entusiasmi di tutto il mondo tanto che ancora oggi si registra la presenza di sue opere persino in gallerie del Brasile e di altre parti del globo.
Completato il ciclo di studi reggiani, Ferrante Zambini, si stabilì a Firenze nell’anno 1902, grazie ad una pensione di studio tributatagli dal Comune di Reggio. Là, stimolato dall’arte dei fiorentini Rivalta e Cesare Zocchi, nostri vecchi amici di famiglia, divenne sempre più assiduo e graditissimo frequentatore di Casa Grasselli, temporaneamente ivi stabilitasi poiché il mio trisavolo N. H. Eligio Grasselli, notaio ed avvocato anche di Giuseppe Verdi, ottenne la carica di Segretario del Comune con privilegio dell’ufficio al piano nobile di Palazzo Vecchio. Fu allora che i rapporti vennero ad affiatarsi con i miei antenati Patrizi Reggiani e questi, tra tutti, molto si affezionò al mio bisnonno paterno: il N. H. Colonnello Dott. Gaetano Grasselli, per lui più semplicemente il carissimo Signor Nino. Parte della sua formazione, occorre precisare, già improntata agli antichi maestri, ebbe luogo anche in Germania ove coadiuvò, per lungo tempo, un insigne disegnatore e costruttore di architetture interne. Ma anche dopo diverso tempo, la Germania non si dimenticò del suo valente genio forestiero. La nazione tedesca acquistò infatti, nel 1908, una sua terracotta per esporla al Museo Nazionale di Monaco di Baviera, ove più tardi verrà erroneamente attribuita a Donatello. Nel biennio 1909 – 1910 la richiesta in Germania di suoi lavori divenne frenetica e, colà si dovette recare onde soddisfarla nel migliore dei modi possibili. I salotti bene ed i musei della grande Germania apparvero d’un tratto costellati di sue lunette, busti, statue, cimase e caminiere a fregi di puttini, cariatidi ed altri soggetti più o meno allegorici, specie a Berlino. Ivi si trattenne sino allo scoppio della Grande Guerra, tra copiosi elogi e lusinghieri riconoscimenti. Ma se ciò non fosse sufficiente a connotare un vasto e pregevolissimo curriculum dell’esordiente scultore, bisognerà ancora attendere qualche anno. Più tardi, infatti, egli entrerà a far parte dell’autentica vetta cui un artista del suo calibro avrebbe potuto aspirare: venne chiamato a prestare la propria arte al servizio della Real Casa Sabauda di Boboli, divenendo, di fatto, uno dei pochissimi intellettuali da cui solo dei reali potevano permettersi di essere attorniati. Qui avrà degno coronamento la sua lunga, e forse più felice, stagione creativa: l’età fiorentina per l’appunto. In questa fase, oltre a plasmare e creare, restaurò con inverosimile zelo antichi e preziosissimi capi d’opera della reale collezione boboliana. Venendo ora alle memorie stampate, scrisse egli di se stesso, a proposito del suo arrivo a Firenze: «Da allora in cospetto dei poemi della bellezza e del genio decorativo dell’arte toscana, rinvenni la mia vera vocazione. Frequentando con assiduità la Scuola Libera di Nudo, mi dedicai ai motivi di genere religioso e biblico. A mia insaputa alcuni miei lavori furono accolti in gallerie di Germania e di Parigi: soltanto qualche anno dopo con mia grande sorpresa fui informato del fatto. Fu allora (nel 1918) che a cotesto proposito il pittore Giovanni Costetti scrisse un articolo sulla rivista Fiorentina Nova illustrando la mia arte.» Una irrefrenabile ascesa verso l’acme della più prestigiosa popolarità, a cui si aggiunse il meritatissimo tributo di «Scultore, eletto Accademico onorario» conferitogli l’11 Maggio 1930 (atti 1926-1934 c. 229) dall’Accademia Fiorentina delle Arti e del Disegno. Forme di una ritrovata classicità, che coniuga mirabilmente l’armonia e l’eleganza delle proporzioni tipiche dell’eredità culturale in parte ellenistica, ma soprattutto antica e classica nel solco della sublimante Mistica Cattolica. Là dove l’intento empatico vuole prevalere su quello statuario, imponente e monumentale, si notano delicatissime linee di gusto fiammingo quali le curve affusolate che ne restituiscono mirabile slancio prospettico verso l’alto e dolcissime torsioni estatiche. Sebbene si debba ancora giungere all’acme più virtuosamente alto che mai il suo intelletto partorì, in questa fase Ferrante Zambini fece crollare, quasi come una sorta di pioniere dell’internazionalità artistica dell’Italia, quel muro di gomma che aveva condannato la fama ed il talento del padre a una tremenda provincialità produttiva. Infatti fu proprio allora che buona parte del mondo conosciuto abbracciò le sue opere ed i suoi manufatti a guisa di un odierno status symbol. Fortunatamente per il nostro artista si tratta ancora di una fase non strutturalmente compromessa in quanto a mercimonio artistico. La nascente borghesia non si era ancora impadronita degli interessi speculativi del nostro artista. Zambini produceva su commissione opere che passavano direttamente dalla sua bottega al salotto del committente o al museo che ne aveva fatto richiesta. Ciò gli permise di vivere nell’agio del successo ancora qualche anno, prima che la sua situazione finanziaria si incrinasse irrimediabilmente. D’altro canto la più grande e maestosa opera zambiniana La madonna della Vittoria situata nella parrocchia di Sant’Isaia in Bologna, nasce come il frutto di un intenso travaglio non solo contingente, ma soprattutto emotivo. Come si dice: le migliori opere dell’ingegno nascono in un tempo di travaglio interiore.
Così l’originalità del suo stile rivivifica principalmente i soggetti e la mano Neo-Rinascimentale eclettici, assolutamente inconsueta per le mode dell’epoca, personalizzandola con rare contaminazioni neo-gotiche e qualche modo dell’Art Noveau. Una commistione di novità ed equilibri che rappresenta la sua unicità e fortuna nella materia e nel mercato.
La vicenda del monumento ai Caduti di Montelupo Fiorentino e altre opere
Molteplici sono le sue opere di carattere religioso e votivo, oltre che profano e celebrativo. Le sue linee così puramente classiche coniugate con una medesima vocazione d’intenti iconografici, si divincolano da ogni tipo di retroscena speculativo o da bancarella, votandosi sempre alla veicolazione di concetti innovativi o quantomeno rinnovati. Si ricorda la triste storia dello stupendo monumento bronzeo di Montelupo Fiorentino eretto alla memoria dei caduti nel Primo Conflitto Mondiale. Ahimè, però, la grandezza morale ed artistica affidata alla suggestiva bellezza di questo splendido mentore inerte delle anime patriote, non bastò a dissuadere la follia fascista dal saccheggiarlo dei suoi componenti bronzei, onde fonderlo per il regime e le sue imprese belliche. Ancora innumerevoli glorie; va ricordato il bozzetto per un concorso reggiano del 1929, offerto poi al Museo del Risorgimento e premiato dalla Cassa di Risparmio. Per non parlare della vasta ed apprezzata produzione di pale d’altare, stucchi policromi concepiti ad hoc e tutt’oggi custoditi in Chiese, Oratorii e Basiliche di Firenze, Ancona, Narni, Tarquinia, Rovereto, Villa Lagarina, Forlì, e persino a Roma. La fama della sua produzione d’Arte Sacra giunse alle orecchie di tutto l’Orbe facendo sì che gli fossero commissionate diverse serie di icone ritraenti Viae Crucis da Londra, New York, Konfiirsterdam di Berlino. In quest’ultima città, peraltro tanto amata e grata, accadde lo sbalorditivo errore di attribuzione, oggetto della disputa di numerosi intenditori e critici: una sua terracotta esposta nel Friederich Museum fu scambiata per l’opera di un allievo di Michelangelo. Nemmeno l’Oriente poté in alcun modo ignorare l’interesse crescente verso Zambini, infatti alcuni suoi notevoli lavori furono commissionati anche dalla Cina, dato che in patria già tutto egli aveva ottenuto. A Reggio, il Podestà ed il Presidente della Cassa di Risparmio, a metà degli anni Trenta del Novecento, vollero assicurare alla natia città reggiana, oltre ad un busto di Mussolini facente parte della collezione della banca presso cui fu inaugurato, due estasianti rilievi mariani, quali imperitura memoria dei suoi nobili natali; provvedimento grazie al quale non volle esser da meno la Galleria degli Uffizi per conto della città d’adozione, affidandogli diversi incarichi molto graditi e premiati anche da Mussolini e dall’Accademia d’Italia. Di Zambini molti scrissero; fra questi un mio prozio di terzo grado, il N. H. Dott. Magg. Cav. Giuseppe Grasselli, fratello dell’amico Nino, gli dedicò splendidi elogi in un pregevole pezzo uscito sull’Azione Cattolica del 12 Dicembre 1935, in cui ne tessé con maestria avvezza all’arte e, occorre dirlo, all’artista, le lodi più sincere. Spiccano anche le stupende opere facenti parte della galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, carboncini monocromi pregni di virtù oltre qualsiasi aspettativa, come La piazzetta di via de’ Bruni del 1931, Villa Ernesto Rossi del medesimo anno o anche il prezioso ritratto della moglie che risale al 1941. Tutte opere che non smentiscono certamente il talento in campo scultoreo, come si nota già dalla ricercatezza dei materiali, dai diversi colori e le diverse filigrane della carta.
Il 6 Agosto 2019 esce un articolo dell’ANSA che annuncia l’avvenuto restauro di un gruppo scultoreo di Zambini di proprietà della Camera di Commercio Fiorentina. La terracotta dal titolo “Donna con Bambino” datata 1929, era stata danneggiata in fase di trasloco, spiega l’articolo, e ne sono così stati affidati i restauri all’Opificio delle pietre dure di Firenze che l’ha restituita all’antico splendore, che oggi mostra nella sua ubicazione dinanzi alla sala della Giunta Camerale. Non solo: il nome di Zambini compare anche nei cataloghi della prestigiosa Fondazione Federico Zeri che riporta l’attribuzione di una Pietà in rilievo appartenente alla collezione del museo del Louvre di Parigi, per biografia. Moltissime e di vario tema sono le sue opere emerse nel corso degli ultimi anni. L’esempio con maggiore eco mediatica appare alla ribalta delle cronache nel Marzo del 2026 quando viene resa nota la ricomparsa, presso Pieve di San Martino a Sesto Fiorentino, di un Cristo Morto in gesso di grandi dimensioni la cui paternità era sino ad allora ritenuta anonima e contestualmente ricondotta a Ferrante Zambini mediante individuazione dell’autografo e della data 1930 a tergo dell’opera. L’occasione fortuita di questa nuova attribuzione è stata offerta dall’intervento di restauro a seguito dei gravi danni provocati alla statua dall’alluvione del marzo 2025. L’iconografia è quella del Christus Recubans appena deposto dalla Croce: e piaghe e le stigmate sgorganti del sangue versato per il Sacrificio con il calvario e la morte non ledono i tratti somatici della Serenità e della Pace nel volto visibilmente disteso e privo di ogni sospetto di sofferenza. Il corpo, velato dal perizoma, è reso con altrettanta maestria in una plasticità introflessa che sfida la morbidezza dalla carne. Le palpebre chiuse, il panneggio vaporoso, le mani aperte. Non c’è sofferenza, c’è soltanto il preludio della vittoria sulla morte, della Verità ancora ignota al mondo. È certamente l’opera ad oggi nota che emana più silenzio e contemplazione.
I mercanti d’arte e la crisi delle committenze in casa Zambini
Nel 1935, (anno in cui venne sensibilmente ad intensificarsi il rapporto già di antiche fondamenta con il mio bisavo) Reggio avrebbe dovuto rivedere l’artista nell’ala natia a motivo di una grande esposizione di opere sue e del figliolo Emanuele (ottimo pittore e scultore) prevista in quell’anno; ma ciò purtroppo non fu realizzabile a causa dell’imminente scoppio della guerra d’Africa. Iniziò così la guerra, ma non quella delle armi da fuoco o delle strategie di campo; un conflitto, molto più semplice ed immensamente più complicato per il fiero uomo padre di famiglia che tale voglia considerarsi nella intemerata visione del proprio riflesso… la battaglia dell’orgoglio. Questa nuova ed inconfessata difficoltà mise duramente alla prova il genio del nostro artista, che conobbe di qui in avanti una non facile crisi finanziaria tipica del settore, anche se non volle mai cedere alle degradanti lusinghe della speculazione mercantile. Nessuno perciò dovette conoscere tale impasse del gentiluomo. Giornali, clienti, conoscenti, critici ed amici, con nessuno di questi ammise mai nulla, tranne che con l’amico di una vita, il mio bisnonno Nino, col quale si intensificò notevolmente un già assiduo epistolario esistente da anni. Ogni singola parola tracciata a china sul foglio candido trasuda al contempo lo sconforto e l’afflizione per i tormenti narrati e la timida, ossimorica e mal dissimulata gioia di fondo per la certezza salda ed ineffabile di un amico fraterno e fedele dal consunto monocolo che ora, distratto per il coinvolgimento emotivo, allentava la lente all’avida morsa dell’occhio, ora invece si ripigliava d’improvviso per l’intravveduta flebile speme di qualche più magra ed effimera consolazione per compenso enarrata dal suo inseparabile corrispondente, mordendo il monocolo con l’avidità di chi cerca la pagliuzza d’oro nel carbone. Frattanto, a cavallo tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, dopo il rientro a Reggio, anche l’amico Nino si era trasferito altrove, peregrinando, per ottemperanza agli incarichi reali, tra un nuovo breve periodo fiorentino in una bella e signorile abitazione di via Maggio ed un quasi immediato trasferimento nel bolognese, a Casalecchio di Reno, ove la moglie, N. D. Dottoressa Giuseppina Polacci (mia bisnonna), divenuta la Signora Grasselli, diede alla luce il primogenito Eligio. Fu poi il momento di stabilirsi definitivamente a Bologna ove, nata la secondogenita Anna Laura (mia nonna), ripresero le frequentazioni personali dei due inseparabili amici di tanto in tanto in visita reciproca, che mai però avevano cessato di scriversi in quella manciata d’anni. Si affezionò molto, Zambini, alla neonata famiglia dell’amico, tanto che ancora io stesso posso fruire di quelle memorie di prima mano che la storiografia ignora, ma che costituiscono importanti contributi letterari. Tutta quella bizzarra altalena degli entusiasmi, ora arenatasi, che la vita certamente mai risparmiò a Zambini, non era riuscita ad ingrigire il suo proverbiale estro poliedrico. Sono ancora vividi, infatti, i ricordi nella lucidissima memoria di Anna Laura, mia nonna paterna, ultima testimonianza vivente ad aver conosciuto di persona l’artista amico del padre. Ella lo ricorda in subitanei inattesi virtuosismi canori a timbro tenorile, così come ne rammenta i versi di tanto in tanto declamati. Rime piene di pathos; un onirico carosello di miasmi ed orgasmi platonici intrisi di tematiche psicologiche ed affettive, digestioni e indigestioni dell’anima che si avvicendano ora sempre più affannate, ora invece più quiete nella culla delle strofe zambiniane.
Scrive, egli, in una lettera all’amico fraterno
Firenze, 27 Settembre 1935
Mio Caro Nino Grasselli,
Al solo vedere il tuo nome sulla lettera che tu mi mandi mi corrono alla mente infiniti ricordi di non pochi lustri passati quando tu e la tua Famiglia eravate a Firenze e, assieme alle ricordanze i miei anni di vita fiorentina quando apprendevo l’arte mia e composi una famiglia. Quanti anni sono passati e quante cose belle e tristi si affacciarono alla vita! Quante volte nel corso del tempo ti ò ricordato assieme ai tuoi cari fratelli. Or non è molto – dopo circa 12 anni – andai a Reggio allo scopo di accordarmi per una mostra; così potei rivedere tuo fratello Giuseppe che mi fece accoglienza grandissima. Potei così, colle raccomandazioni di Lui, dare una Madonna in bronzo al Comune per la nostra pinacoteca e vendere una terra cotta originale a un Signore della Città amico dell’ottimo Dott. Bertoldi. Rividi molti amici e conoscenti che mi fecero gran feste che io ricambiai con molto affetto.
Io e mio figlio Emanuele disponiamo di non pochi lavori, specie di indole religiosa, e sarebbe mio sogno il potere riuscire per una prova in grande nel mese di Novembre.
Se ne avrò la possibilità finanziaria – poiché il trasportare la Scultura è di molto costo – farò di tutto onde riuscire nell’intento perché – mio caro Nino – sono due o tre anni che le cose sono diventate molto molto difficili per me e che non ò commissioni come avevo unna volta. Cosa questa che tu immaginerai facilmente trattandosi d’arte.
Per la verità, anch’io ne la mia vita ho fatto qualcosa; ho eseguito ciò e qualche monumento ai Caduti di Guerra, ho parecchie opere nelle Chiese d’Italia ed anche in città estere; sì, è vero, ma non fatto – come si dice – una fortuna. Ma per contro la salute mi assiste e questo è gran cosa, quindi coraggio.
Dunque, tornando all’argomento reggiano, la nobile bontà di tuo Fratello, ha fatto sì che sono stato raccomandato a varie personalità ecclesiastiche per vedere se sia possibile in quest’ora di aiutarmi. Tu mi domandi i prezzi, ma, pur non avendo una fabbrica, io ò fatto recentemente una certa Madonnina con Bimbino, una Via Crucis ed un’altra statuetta che rappresenta un Bambino Gesù in quella guisa che si pongono sull’Altare a Natale o nelle capannucce. All’occorrenza i prezzi saranno molto molto modesti. Visto che tu, Nino, a Bologna, hai delle buone e cospicue conoscenze, sarà mia premura e sollecita di mandarti le fotografie dei pezzi ed i prezzi.
Intanto accludo una qualsiasi fotografia de’ miei lavori – tanto per non perdere tempo – così potrai far vedere di che si tratta.
Apprendo dalla tua lettera che si potrebbe esporre qualche soggetto in quel negozio di cui mi parli: va bene, appena avrò le fotografie, subito te le manderò e se saranno cose adatte spedirò gli oggetti stessi. Quella a cui alludo sarebbe una Madonnina – con vera qualità d’arte – ed il Bambino Gesù che proprio oggi ho preso dalla fornace. Credo che questi di cui parlo, siano di natura commerciabili.
Ritornando a Reggio dopo tanto tempo come ho trovato ancora molti comuni amici, così ho fatto conoscenza di nuovi giovani frati e simpaticissimi quali il Dott. Carlo Manicardi, figlio dell’insigne pittore e Maestro Cirillo. Il pittore Menozzi, il letterato Beccaluva. Poi feci conoscenza col Prof.re Adelmo Borettini – Podestà, col Comm. Pellegrino Sforza; Ing.re Giulio Ferrari – figlio del Prof. Giuseppe e tanti altri che per me fu una gran festa dopo tanti anni d’assenza reggiana.
Quante cose nuove e molto belle ò trovato a Reggio.
Visitai pure la galleria Parmeggiani splendida di cose antiche interessantissime. Anzi il Signor Luigi vorrebbe che la nostra Mostra la facessimo in alcune forme nuove finite or non è molto, ma vedremo.
Una sera, di ritorno da Villa Lagarina – Rovereto, mi fermai alla Stazione di Bologna, e espressa con me stesso la meraviglia alla vista della grandiosa piazza, culminante colla monumentale fontana, scintillante di luci fantastiche fra scrosciar de’ grandiosi zampilli, mi sovvenne di te; ma i pochi minuti di fermata e l’ignorare del tuo indirizzo, non potei venirti a trovare. Come trovai cambiata ed ingrandita la grassa ma dotta Bologna!
Caro Nino, amo sempre e tanto la mia Reggio che non posso resistere alla tentazione di dare di accludere in questa mia in sonetto scritto di ritorno da quella città. Talvolta, nell’estate, quando non sono occupato dalla Scultura vado nei romanticissimi dintorni di Firenze a disegnare, e, quando sono stanco di quell’esercizio, scrivo versi. Dunque ò scelto questa foto a proposito di Reggio.
Ed ora, Nino carissimo, mentre ti ringrazio tanto tanto per avermi subito scritto – mi aveva accennato di te tuo fratello Giuseppe – sarò ben felice se anche con Bologna si potesse fare qualcosa co’ miei lavori.
Fino dal momento che incomincia la presente e parlando con te, mi sono sovvenuto del povero tuo Fratello Sergio!
Quando mesi addietro me ne parlò tuo fratellone rimasi impressionatissimo per diversi giorni… Chi mai avrebbe detto una cosa simile in un giovane di sì fiera salute e balda giovinezza? Tale è la nostra vita! Salutami tanto la tua Famiglia benché non abbia ancora il piacere di conoscere, ed a te un abbraccio affettuoso.
Tuo affezionatissimo F. Zambini
A questa, l’artista dal fine intelletto acclude la stesura, dattiloscritta ed autografata in calce, di una sua lirica da poco composta che recita così:
– CASA PATERNA –
Tornando un giorno alla città natia
Che ben sovente riveder sognai
Io vidi ugual con meraviglia mia
Non solo la casetta ove imparai
I primi detti dalla madre pia,
Ma l’orto pure dove mi cullai,
Quei dì, fanciullo; e tal’ era la via
E la stanzetta ancor che tanto amai!
Ma di mia madre le dolci sembianze
Più non rividi, né i giorni ridenti
Né la sua voce udii che ogni mattina
Del suo cor mi diceva le speranze;
O non sapevo come in quei momenti,
Era la pace mia quasi divina!
Ferrante Zambini, Luglio 1935
Scrive poi in una cartolina successiva spedita dalla sua dimora fiorentina:
Caro Nino, non ti nascondo che ancora son preso dalla mortificazione del mio infelice ritorno da Bologna. Non credevo affatto che dopo un primo – secondo e terzo ottimo disegno presentato personalmente, – e con quali sacrifici della mia povera tasca – di avere un rifiuto alle mie profferte. E sì che avrei eseguito il lavoro a le più umili… condizioni. Perché ero sempre invitato a fare ulteriori progetti – per cui mi illudevo – quando si conosceva la impossibilità di metterli in opera? E con quale rinnovato entusiasmo avrei messo mano al lavoro! Intanto io gemo nel bisogno e non ò lavoro e i guai sono imminenti per me. Caro Nino, ò anche mandato una lettera all’on. Fabbrici di Reggio, proponendogli un lavoro per modesta somma, ma ancora non ò risposta. Caro Nino, scusa se ti ò disturbato colle mie querele.
Tanti saluti alla tua famiglia
Tuo F. Zambini
La Madonna della Vittoria e la statua di San Giovanni Battista nella Chiesa di Sant’Isaia a Bologna
Dulcis in fundo, il canto del cigno si direbbe, fu proprio la dottissima Bologna ad aver in seno l’opera stupenda della memoria collettiva. Il patrimonio storico – artistico dell’Arcidiocesi di Bologna custodisce, infatti, due grandi opere di questo gigante obliato da poco meno di un secolo. Si tratta di committenze ottenute in fase artistica ormai pienamente matura, occasioni avute, entrambe, per la mediazione del suo più fraterno e caro amico. Nell’ultima di queste due si fusero, a imperituro sigillo, i due grandi, intramontabili cliché dell’arte zambiniana: la memoria dei Caduti e il culto della Religione. Grazie, infatti all’amicizia fraterna del mio bisnonno Nino Grasselli, Zambini ottenne dalla Curia felsinea l’incarico di erigere un Altare ai Caduti di tutte le guerre, nella Chiesa di Sant’Isaia ove il Rettore, a quell’epoca, era il Rev.mo Mons. Prof. Andrea Balestrazzi, fervente promotore dell’impresa artistica. Era questi un singolarissimo e atipico sacerdote del Capitolo Canonicale che in tempo di guerra aveva sostituito al rosso fiocco del tricorno canonicale la nera penna d’aquila a fregio del feltro verde di cui è fatto il cappello alpino; una silloge che narra i virtuosi sorvoli del rapace fiero ed intemerato sulla vegetazione delle Alpi, proprio come gli Alpini che, esperti del proprio sentiero, ne intraprendono coraggiosi l’aspra via fino alla vetta. Il Sacerdote fu ottimo amico del mio bisnonno Gaetano (Nino) Grasselli, essendo stato il Cappellano Militare col quale Grasselli condivideva l’attiva militanza e l’autentica passione che li spinse quel memorabile 24 Maggio a traversare il Piave. Un’amicizia salda e consolidata dai trascorsi vetero-bellici vissuti insieme. A mezzo di questo “ponte” costituito dal mio bisavo (N. H. Ten. Col. Dott. Gaetano Grasselli, VI Alpini) gli venne dapprima commissionata nel 1937 la statua di San Giovanni Battista (firmata e datata) che sormonta il fonte battesimale nel quale, quattro anni prima, il Colonnello Grasselli aveva voluto far battezzare la sua secondogenita Anna Laura (vivente) dal Mons. Balestrazzi. Si tratta di una splendida rappresentazione in gesso candido del Battista, capelli lunghi e volto barbuto ed esile con il capo coronato d’aureola, sulle rive del Giordano. Reca alla destra la conchiglia e alla sinistra la tipica Croce astile avvolta dall’ «ECCE AGNUS DEI». Sul basamento della nicchia ospitante la statua, Zambini scolpì un’effigie al cui centro si trova la Croce greca geometrica nel cui fulcro è una Colomba, simbolo del Paraclito. È questa la simbologia del dono sacramentale che battezzandi e i catecumeni, probabilmente rappresentati dai sei bambini posti ai lati di essa, ricevono con il sacramento l’Iniziazione Cristiana.
Parimenti, grazie alla comune amicizia tra lo scultore e l’ottimo Arciprete, la medesima antichissima Chiesa di Sant’Isaia, di cui Mons. Balestrazzi era Parroco, divenne un anno dopo, nel 1938, il prezioso scrigno bolognese, custode ancora oggi di un magnifico altorilievo di straordinaria beltà artistica e storica, denominato per metonimia La Madonna della Vittoria; maestosa scultura in altorilievo con data e firma, ubicata in un’Absidiola della navata sinistra (Misura m. 1,65 di lunghezza a fronte di m. 2,62 di sviluppo in altezza). È, quest’ultima, certamente senza precedenti nella produzione dell’autore per valore tout court. La pregnanza iconografica e l’armonia complessiva che l’impatto visivo restituisce in tutto il suo candore, non vien certamente meno alla tradizionale simbologia cristiana, quali: la palma, emblema di pace riconquistata, che reca in mano la B. Vergine, mentre coll’altra regge il Bambino Gesù, il trono di nuvole ed il corteo di Cherubini simbolo della gloria redentrice di quelle anime morte in guerra di cui solo le Croci prospettiche in lontananza sono degne di cantare le eroiche virtù per sempre addormentate nei cimiteri di guerra. Immancabili per la crasi di questi due archetipi dell’uomo (la guerra e la religione) le figure di Santa Barbara, San Martino, San Giorgio e San Rocco, identificabili rispettivamente per l’artiglieria, il cavallo ai cui piedi giace la povertà supplicante, la vittoria sul drago, e il cane. L’autentica vocazione di quest’opera, autografa e datata, fu scalfita, o meglio impressa, nella roccia stessa di cui è composta: il gesso, ad imperitura memoria degli eredi di quell’umanità che oggi contemplandola può leggerne il testamento spirituale sull’iscrizione che riporta il paliotto in marmo verde dell’antico altare; trono di liturgica, misticità che canta con la sua Pala la Gloria tutta del Cristo, perpetua Eucarestia. L’iscrizione recita «ITALIS SACRUM PRO PATRIA UBIQUE PEREMPTIS IN CHRISTI GLORIA RESURRECTURIS», ovvero: Sacro agli Italiani dovunque morti per la Patria destinati a risorgere nella gloria del Cristo.
Analisi critica dell’opera La Madonna della Vittoria e lettura iconografica e iconologica
L’elemento autobiografico nella Pala della Vittoria come firma e testamento spirituale dell’autore

-Scatto immortalato per gentilissima disponibilità e concessione dell’attuale Sig. Parroco: Molto Rev. Don Giuseppe Manzini e dell’Ufficio Amministrativo e Beni Culturali della Curia Arcivescovile di Bologna –
-Proprietà fotografica dell’Autore
Come detto, l’intento di quest’opera risulta essere, ad una prima analisi, per così dire sincretista nella misura in cui vi si conciliano due principi e valori ideologicamente in contraddizione, ma storicamente ben noti non di rado come un tutt’uno: guerra e religione, nella fattispecie Cattolica. Qui appare quest’ultima come un pharmacon alle iniquità della vicenda bellica di per sé considerata come principio di distruzione, figlio dell’ipertrofia egemonica dell’uomo. Ed anche se tale principio appare ad una sensibilità contemporanea alquanto scontato, non può certamente dirsi altrettanto ovvio per i contemporanei dell’autore. Tra le centinaia di opere tracciate e disperse di Zambini, la certezza che questa Pala rappresenti l’apice qualitativo ed espressivo della sua produzione deriva dall’idea che essa immortali ed accomuni il paradigma della esperienza biografica e della sensibilità artistica e umana tout court di Zambini; la prima, dottissima, affidata all’aspetto iconologico, mentre la seconda, incantevole ed affascinante, permea l’incomparabile maestria stilistica e tecnica di quella mano. Se, infatti, è vero che nella grande maggioranza dei casi riguardanti gli artisti non fa fede la narrazione delle traversie vissute a suffragio della grandiosità espressiva nella loro arte, non si può nemmeno ritenere questi due ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro. La complementarietà di questo binomio emerge, nel caso della Madonna della Vittoria, non come cardine del primo livello interpretativo, ma come anelito all’oramai insperata immortalità affidata all’ultimo; ovvero ciò che i Greci ci hanno tramandato, nelle opere letterarie, come sfraghìs: la firma. La fase di criticità che da qualche anno stava vivendo Zambini mise a dura prova la sua tempra di uomo pragmatico, ma quasi miracolosamente non toccò in alcun modo la dimensione morale e spirituale che in lui fruttificò più che mai, come la figura della Madonna e dei santi (metafora biografica della propria incorruttibilità morale e della fiducia provvidenziale) tridimensionalmente rappresentati, i quali abbagliano lo spettatore sfumando il dolore ed il ricordo della strage di guerra (le traversie) rappresentata a bassorilievo prospettico quasi come il tremolante ed onirico frutto di un miraggio, di un incerto ricordo d’incubo testé sognato. Si colga qui la dottissima allusione alla percezione Dantesca dell’Aldilà in cui i beati giunti alla ineffabile armonia della visione Celestiale totalizzano la propria attenzione e la propria anima alla contemplazione, tanto da rendere sfumato ed incerto tutto ciò che nella ormai irrilevante parentesi terrena compirono. La connessione abita dunque la preminenza dei santi militari e tutta la misticità raffigurata nello scenario di morte analogamente all’importanza della fortezza di fede nel quotidiano proelio che l’autore vive, da anni ormai, nella più totale discrezione. La certezza della Fede sul campo di battaglia salva le anime proteggendo, patrona, la salvezza spirituale dei militi, concetto declinabile nelle tre virtù Teologali (fede, speranza e carità) che comportano lo scudo di difesa dello spirito colmo di conforto; esercizio, questo, che tanto Zambini da buon Cristiano ha sperimentato ed allenato nella sua esistenza terrena. Avalla questa tesi il fatto che l’opera scultorea non si riferisca, come naturalmente si potrebbe fraintendere, al Conflitto Armato del ’15 – ’18, ma universalmente abbraccia l’anima e le vestigia di tutti i caduti in tutte le guerre della storia dell’umanità. Rimane naturalmente il fatto che il messaggio principale che la scultura vuole tramandare sia radicalmente fondato sul principio di redenzione cristiano, principio – questo – super partes che tributa fratellanza universale tra le creature umane dopo la divisione e lo scontro terreno. Data la molteplicità delle aderenze metaforiche, espresse da questi simboli, agli eventi e alle sensibilità della contingente esperienza biografica del suo autore, si può con certezza definire la Pala della Madonna della Vittoria in Bologna il suo più intimo testamento spirituale, testimone eterno che tutti gli sforzi e le sofferenze delle contingenti battaglie soccombono alla fortezza dell’anima e della spiritualità
Il gruppo centrale: la Madonna con il Gesù Bambino e la Palma
È questo l’elemento principale di tutta l’opera, senza il quale non sarebbe possibile intenderne il senso profondo, anche se il titolo potrebbe in un certo senso risultare fuorviante, in quanto il vero e naturale protagonista dell’opera è il Gesù Bambino. Gli stilemi impiegati per rappresentare il gruppo centrale sono quelli di una actio triumphans, iconografia cara alla produzione ed alla sensibilità intima zambiniana. La posizione di slancio in cui viene rappresentata la B. Vergine indica perlomeno tre concetti imprescindibili: la rievocazione dell’atto di assunzione di Maria al Cielo; dogma già molto ben radicato nella iconografia cristiana votiva, ma che ancora non aveva avuto la sua ufficiale proclamazione e codificazione che di lì a un decennio verrà compiuta dal Venerabile Papa Pio XII nell’anno Santo 1950. Grazie infatti al dinamismo ascensionale imprigionato nel gesso di questa Madonna si intende la volontà rappresentativa di esprimere comunione fra Cielo e terra, tra storia e divina Grazia di cui i Santi che le stanno ai piedi sono gli ufficiali rappresentanti ed i Cherubini e i Serafini posti alle estremità soprastanti sono gli idealizzatori della celeste prospettiva. Da ultimo il richiamo grafico della struttura anatomica della Madonna alla lettera greca chi (χ) non vien certamente meno ad un principio di tradizionale professione e simbologia paleocristiane. Soavemente trasportata da un leggerissimo trono di nuvole, metafora del Paraclito nella sua azione redentiva, ella reca in mano una Palma, simbolo di pace metastorica tra le genti, che assieme alle aureole del Bambin Gesù, sua e di tutti i santi, sono cromate in oro; ulteriore indice di comunione dei personaggi stessi e del principio di pace nella sola divina Grazia e misericordia. Sono proprio la collocazione e l’orientamento del ramo di ulivo a completare la simbologia della pace, che già di per se stesso questo elemento tradizionalmente esprime. Il suo avvolgimento a schermo del panneggio del velo mariano – che indica purezza e candore ontologici, prerogativa della donna di umana natura che assurta a dignità santa per non aver in sé il germe del peccato originale se ne cinge e adorna il capo – estende il principio di pace come dono del Cristo Vero Uomo crocifisso e risorto che all’umanità dona, immolandosi, la sua pace. Si tratta dunque di una comune natura trascendente di entrambi i principi simbolicamente intrinseci ai due elementi (il velo per la pienezza di grazia e la palma per la pace). L’indice della mano che reca la palma addita i santi, mentre il piede sinistro della Vergine affonda un monito al miraggio del cimitero di guerra espresso in lontananza come sfuocato e abbagliato dallo splendore della visione in primo piano. Il volto sereno ma esanime della Vergine reclinato su di una spalla esprime apparente contraddizione al trionfo generale, ma lo si intende correttamente se lo si accomuna a quello di san Martino, prestando attenzione al fatto che anche il volto di quest’ultimo sia egualmente scolpito, in voluto contrasto con quello del Bambin Gesù, raffigurato vigile e dispensatore di lieta novella, disposto a braccia aperte nelle carni della abbondanza (metafora della pienezza di grazia e misericordia) mentre vigile sovraintende, come un direttore d’orchestra, alla mistica scena. Da qui l’importanza dell’atto di Fede di per se stesso inteso come abbandono in cui l’esperienza mariana incarna l’archetipo per eccellenza. Maria ben conosce e riconosce, come esprime il volto privo di qualunque volontà e forza propria, il suo rapporto di dipendenza da Dio, il quale la dona agli uomini nella storia (nella fattispecie della scena ai soldati) a beneficio della fortezza di fede, ma sempre di sé ribadisce la prerogativa del solo culto che ben sa come e quando cedere il passo alla adorazione del Divin Figliuolo. Ecco come si spiega la tesi del focus decentrato: ovverosia il reale protagonista e motore di tutta la scena non si identifica nel profilo della Madonna la cui autorità soccombe in questo scenario metafisico, ma in quello del Gesù Bambino che lo governa in tutta la sua sopraffina armonia. Si presti attenzione, infine, all’impianto geometrico che, per così dire, intelaia quest’opera. Lo schema di disposizione dei tre gruppi fondamentali di tipo triangolare. La B. Vergine ed il Bambino costituiscono l’apice del triangolo che svetta verso l’alto, come la tradizione iconografica Cristiana rappresenta il triangolo divino con l’occhio di Dio al suo interno (metafora dell’onniscienza di Dio e della sua essenza al contempo Trina ed Unitaria). Rispettivamente il gruppo sinistro di Santa Barbara e San Martino ed il gruppo di destra di San Giorgio e San Rocco entrambi in dialogo con l’apice unico del gruppo centrale superiore, costituiscono i due estremi della base trigonometrica. Un movimento, dunque, ulteriormente ascensionale al cui interno si disvelano le effimere rimembranze illusorie della vita terrena in questa particolare accezione simbologicamente accostata al fronte di guerra.
Il gruppo laterale inferiore sinistro (prospettiva dell’osservatore): Santa Barbara e San Martino a cavallo
La presenza della figura di Santa Barbara, profilo orientale dalle ambigue sfumature storico-leggendarie si giustifica, all’interno di quest’opera, in primis per la sua accezione popolare di patrona dei militari e, più estesamente, dei soldati e dei prigionieri; tant’è che appoggiandosi con la destra ad un pezzo di artiglieria ne ostruisce la bocca, atteggiamento emblematico del suo ruolo contestualizzato, insieme col nome, anch’esso etimologicamente emblematico (barbaros, Greco βάρβαρος: colui che non parla la lingua greca, ovvero lo straniero) che esprime, per analogia, il concetto di estraneità avversa alla logica della distruzione bellica. In secundis, essendo ella una santa martire, conviene alla comunione di Grazia elargita dal divin Pargoletto mediante il suo sacrifizio, adorandolo in atteggiamento chiaramente estatico. L’incomprensibile varietà di agiografie riferite alla santa paleocristiana ha portato nel 1969 alla sua estromissione dal Calendario Romano Generale per subentrati dubbi circa la reale attendibilità della sua esistenza storica (provvedimento di là da venire ai tempi del nostro scultore).
Volendo analizzare l’aspetto personale affidato alla Pala: magistralmente traslato, innestato e celato nel primo e più importante compito costituente questo capo d’opera, occorre focalizzarsi sulla presenza e sulla modalità rappresentativa della scena di San Martino. Nel volto del mendico ai piedi del cavallo di San Martino si specchia tutta la sensibilità, lo strazio e la fiducia zambiniani nella provvidenza. L’immedesimazione platonica è totalizzante. Il poverello, così come il fine intellettuale, è spoglio di ciò che necessita alla sussistenza. Il grido assordante che se ne percepisce, frutto della maestria con la quale è stato sprigionato il suo volto dalla pietra, è il cuore pulsante dell’intero testamento spirituale che affida a quest’opera. Il riflesso più intimo; quello inconfessato ai più… la testimonianza celata agli ignari posteri di quella disperazione che per orgoglio solo alla provvidenza egli disvela. L’espressività sagomata in questo volto e l’atteggiamento annichilito del mendicante rannicchiato in ginocchio ai piedi del cavallo, contrastano intenzionalmente con l’abbandono esanime del volto di San Martino, così raffigurato ad indicare che, nell’economia di quello scenario atemporale, ciò che il poveruomo domanda coscientemente in dono al santo è corroborato dall’amore divino, e che quindi anche Martino stesso non può elargire nel solo esercizio della sua mera disponibilità. Zambini non avanza alcuna sovrapposizione Questo aspetto di insuflazione divina è visibilmente evidenziato dall’aureola cromata in oro in capo al cavaliere tramite di Iddio e della Sua Misericordia. In Martino la metafora dell’amico Nino che gli ha teso la mano, nel capo reclinato la potenza della sua Fede Cristiana ben nota all’artista. Diversamente dalla tradizione narrata da questo episodio della vita del nostro santo militare, Zambini non identifica la sua persona con quella del Cristo (come verrebbe logico pensare dal momento che il povero mendicante con cui San Martino condivide il mantello si rivela essere Dio), ma ne coglie autobiograficamente solo l’aspetto condiviso riguardante lo stesso stato di indigenza del Cristo fatto uomo ed ivi manifestatosi.
Attenendoci invece alla vocazione collettiva del messaggio artistico, la presenza di questo santo è giustificata dalla dimensione cavalleresca di tale personaggio e per analogia al patronato della Fanteria. È costui uno dei primi Santi non Martiri proclamati dalla Chiesa. Lasciate le armi dopo quel fatidico episodio alle porte di Amiens nell’inverno del 334 p. C. n. venne battezzato e fondò il primo monastero dell’Occidente in Gallia nel 361 p. C. n. ed acclamato Vescovo di Tours. Da qui l’estrema rilevanza della sua figura come anello di congiunzione e mediazione tra ambito militare e vocazione religiosa.
Il gruppo laterale inferiore destro (prospettiva dell’osservatore): San Giorgio e il drago, San Rocco ed il Cane
La storia ed il culto propri di questo primo Santo Megalomartire sono inseriti nella narrazione di questa Pala d’altare in virtù della loro contestuale pregnanza. La leggenda aurea che funge da canovaccio al contesto tramanda le virtù eroiche di San Giorgio, offrendone un profilo cavalleresco di Cristiana intrepidità. Egli salva il popolo della libica Silena dalla tirannia di un drago che divorava capi di bestiame e, ormai insaziabile, ne minacciava anche gli abitanti, i quali volendosene salvare decisero di sacrificare la figlia del re. Il santo, sconfiggendolo in nome di Gesù Cristo, la salva e restituisce al popolo la pace. Naturalmente la leggenda intende fornire una narrazione metaforica di come la Fede in Cristo sconfigga il demonio, le sue opere e le sue tentazioni, motivo per il quale viene attribuito l’epiteto di τροπαιοφόρος (tropeoforo) ovvero il vittorioso. Il paradigma del messaggio contestualizzato che vuole esprimere tale presenza è la vittoria del bene sul male e dunque della fede consolatrice sulla guerra opera satanica che qui viene condannata nella sua più profonda radice anticristiana. A sottolineare questo messaggio di vittoria del bene sul male in senso spirituale è il piede destro del santo che blocca la coda del drago, rielaborazione eclettica dell’iconografia Mariana della Vergine che schiaccia la testa al biblico tentatore.
Infine, con l’inserimento di San Rocco di Montpellier si chiude il ciclo rappresentativo dell’ego artistico più profondo ed intimo di Zambini. Il santo è qui raffigurato secondo la più affermata tradizione iconografica che lo vede accompagnato da un cane fedelmente seduto al suo fianco. Visse tra gli anni quaranta e gli anni settanta del Trecento esercitando taumaturgia e peregrinando sino a raggiungere Voghera ove morì. Sospirato rampollo di un’agiata famiglia, ebbe la sua prima grazia nel concepimento stesso, ormai non più sperato dagli anziani genitori. Già nell’aspetto formativo di questo santo Cattolico troviamo un primo riscontro biografico zambiniano. Le sofferenze della Passio Cristi che Rocco somatizzò sul suo corpo e la voluta rinunzia ai beni di questo mondo si riferiscono alla vita di Zambini con la sola differenza della libera scelta che a quest’ultimo non era stata data. Il capo canuto, le vesti logore alla stregua di quelle francescane, il cappuccio, la barba incolta ed il bastone tipici dei mendicanti, ne delineerebbero il profilo di un uomo dimesso e quasi trasfigurato dalla sua fisicità originale a puro spirito ascetico di uomo dalla perpetua, taciturna orazione come in effetti la tradizione ce lo tramanda nel periodo successivo alla prigionia ed alla peste. Il cane, nel quale si riscontra l’essenza tangibile della fedeltà di Dio ai suoi discepoli, è in questo caso una sorta di avamposto della sua Fede. La tradizione lo vuole compagno del santo che, malato e pellegrino, veniva quotidianamente sfamato da un pezzo di pane (alimento di Fede contro l’afflizione diabolica della piaga pestilenziale) che l’animale gli portava, aiutandolo poi a guarire, sanando con la sua saliva le piaghe della peste che presto vincerà. Ma anche in esso, come negli altri, non può certamente mancare il coefficiente della vittoria che viene ossimoricamente raffigurato nel volto di San Rocco che ne rappresenta volutamente le tensioni spirituali al contempo vigili alle necessità del mondo ed estatiche verso quella volontà provvidenziale che nel seno della Vergine Maria si fece Carne. Con questa figura di tanto imperscrutabile quanto assoluta devozione a Dio si chiude il cerchio dei Santi Militari narrati dalla Pala della Madonna della Vittoria.
EPISTOLARIO INEDITO
[escluse le lettere già sopra riportate]
CARTOLINA MALCESINE (VERONA) – PANORAMA
Nino mio carissimo,
Ho ricevuto la tua cartolina nella quale sento ancora l’indisposizione dei tuoi due bambini; e non puoi certo comprendere come a me dispiace. Ma vedrai col trascorrere di questi giorni rinnovata buona e bella salute. Prima ti ringrazio tanto di aver portato la mia cartolina al Prof- Don Balestrazzi che oggi […] mi ha risposto molto rallegrandosi dell’opera mia “S. Giovanni Bosco” Mi domanda un saggio del bozzetto e il prezzo pel novo affare dei Caduti. È impossibile per me trattare con lo scritto. Verrò certamente di persona e presto allo scopo di trovarmi d’accordo, tanto io conto di fare una scappata a Reggio e questa è una occasione propizia. Spero ed auguro tanto bene ai tuoi figliuoli che frattanto mi saluterai assieme alla tua Signora.
Tuo aff.mo Zambini
LETTERA
18.7.937. Firenze
Mio caro Nino,
Ti rispondo subito perché nella tua cartolina sei stato così simpaticamente sincero ài colto cioè cosi nel giusto che non posso resistere dal rispondere subito.
Che lui sia un furbone – come tu mi dici – ed abbia un sistema non certo ammissibile per un sacerdote; cioè procedimento da strozzinaggio, me ne accorsi subito la prima volta che lo conobbi, quando subito mi stroncò i prezzi – già modesti.
Ora giacché tu hai il gran merito di saper dire la verità, mi farò coraggio anch’io dicendoti com’è veramente la cosa. Fino dal giorno che portai il S. Giovanni, mi disse che facessi un altro bozzetto ancora per la Pala d’Altare e lui stesso mi aiutò per le misure: feci dunque il II bozzetto in creta del quale portai la foto. il giorno della consegna del S. Bosco. Mi disse che ne facessi un altro da presentare alle Signore e più finito.
Tornai a Firenze e feci il III in disegno che spedii raccomandato (nel disegno erano circa 20 figure). DI lì a pochi giorni mi spedì una cartolina – che conservo – in cui disse che il disegno gli era molto piaciuto ma che il prezzo – 4500 – era troppo alto e che il lavoro difficilmente si poteva fare. Allora io dopo la non comune difficoltà e fatica del disegno, risposi a lui che se l’opera non si faceva mi assegnasse almeno lire 100 pel disegno.
Ora, siccome avevo una vaga, piccola altra speranza in Bologna stessa, il giorno dopo presi il treno e venni in via S. Francesco.
Martire me! Aspettai intero il pomeriggio in Chiesa, e, finalmente parlai a lui al mattino seguente dopo la Messa. Quando fui alla sua presenza era di umore indifferente ma subito mi chiamò nella stanzina dello scrittoio. Io, per tanto forte era il bisogno, dissi a lui che avrei fatto il lavoro anche per sole 2000 lire ma per carità mi assegnasse subito il lavoro.
Colla sua consueta freddezza, mi rispose che era in bolletta – altri scongiuri da parte mia –
Ma, mai e poi mai ripetei che mi desse le cento lire almeno pel disegno. Fu lui che tacitamente cavò di tasca il foglio da cento che io – dopo tanta disillusione e spese raccolsi e misi in tasca.
Anche se lui ha istruzione – Prof. re – è sempre di avara famiglia di contadini arricchita, quindi insensibile – per la vita – al merito di un vecchio artista.
Mi fa poi enorme maraviglia che lui non sappia spiegarsi la fatica intellettuale indispensabile per comporre un disegno di 20 figure come io feci per lui.
Anzi mi ero dimenticato di dirti che prima di darmi quella piccola indennità, disse che, nel caso sul disegno, bisognava aggiungere un S. Giorgio a cavallo e fra due mesi ancora ne avremmo riparlato. Insomma io non sapevo e non so più cosa aggiungere e non ne parliamo più.
P. S.
Caro Nino, quella Sig.ra dalla quale andai quel mattino è la Sig.ra Maria Riva Reverberi che abita il III piano in via Ugo Bassi 19. Essa passa l’estate a Bologna e nei mesi seguenti torna a Scandiano dove l’ho conosciuta. Ho portato a lei una testina di bimbo che mi venderà – spero – per 150 lire. Essa rimarrà ancora a Bologna fino alla fine del corr. mese. Speriamo ardentemente che mi trovi il cliente perché la Provvidenza mi à – almeno per adesso – abbandonato.
A proposito a quel Prof.re mandai una cartolina raccomandando la Sua protezione per l’affare della Galleria ma ancora non mi à risposto – forse è ancora presto.
Caro Nino, tanto per cambiare argomento e rendere onore e ricordanza alla mia povera moglie, ti accludo questa lirica dedicata a Lei.
Nel prossimo mese sarà pubblicata nell’Humana.
Quando avrai la occasione di rispondermi con lettera anch’io verrò a Bologna, solo allora potrai restituirmi il manoscritto.
Scusa tanto se ti ò trattenuto troppo. Ti prego di salutare da parte mia tutta la tua famiglia.
Affezionatissimo tuo Ferrante
Un dubbio: che qualche persona lo abbia sconsigliato di assegnare a me altri lavori per gelosia di mestiere?…
14 – 10 – 937 – Firenze –
Mio caro Nino,
mi punge la voglia di scriverti perché dopo la tua andata e ritorno dalla campagna non ò più notizie di te. Mi immagino che ora i tuoi bambini staranno bene e così pure te e la tua Signora. Quanto a me – per la verità – sono stato sempre in casa a lavorare. O’ finito una V. Crucis per Firenze. Qualche mese poi, Don Balestrazzi mi venne a trovare e mi aggiunse che aveva sempre la intenzione di farmi fare Pala d’Altare pei C. di Guerra. Gli ho scritto che ora sono a sua disposizione per incominciare il lavoro. Dio volesse che decidesse della cosa perché ò bisogno, ma molto bisogno di lavorare. Don Balestrazzi mi à scritto che il S. Cottolengo piace molto. Oh, come mi piacerebbe rivederlo in opera! Non puoi credere come io desideri tue nuove. Non ti nascondo che avrei molto bisogno di venire a Bologna, e andare a Reggio e Scandiano per vedere se fosse possibile rimuovere qualcosa per riprendere a lavorare.
Ti saluto affettuosamente
Tuo F. Zambini
Se tu hai occasione di vedere il Prof.re Don Balestrazzi, ti prego di salutarlo da parte mia.
Ferrante
Lettera
10 – 12 – 937 – Firenze –
Mio caro Nino,
non puoi immaginare il piacere, la soddisfazione e, direi quasi, il conforto che io provo scrivendo a te che sei per me l’amico al cui pensiero passano dinanzi alla mia mente i molti ricordi della nostra giovinezza trascorsa in molta parte a Firenze: ricordi giocondi ed ad un tempo assai dolorosi per ciò che non è più! E tu m’intendi. Detto questo tu comprenderai facilmente che se trascorro, sono alcune settimane dall’ultima tua, non è certo per negligenza ma solo pel motivo che sono stato così tanto occupato per finire non pochi lavori e per Firenze e Rovereto. Domani o posdomani debbo incominciare un piuttosto grande Crocifisso ed è in questa tregua di lavoro che io trovo il tempo e piacere per stare un po’ con te almeno spiritualmente esprimendomi con la presente. Alcune settimane addietro avrei avuto realmente il motivo e la possibilità di intraprendere il viaggetto per Bologna, Reggio e Scandiano, ma, quando tu per primo mi facesti sapere che Don Balestrazzi è intenzionato di assegnarmi il lavoro se non a guerra finita di Spagna; e quando da Reggio seppi che il Prevosto di S. Prospero non aveva nessuna possibilità finanziaria per la V. Crucis; aggiungendosi il caso che il Comune di Scandiano si trova nelle medesime condizioni, tutto ciò mi dette pieno scoraggiamento ad intraprendere il viaggio che avrebbe fortemente danneggiato il mio povero portafoglio in caso di generale negativa.
Ne ò avuto vivo rincrescimento di non venire per ciò a Bologna dove avrei voluto particolarmente parlare con Don A. Balestrazzi, per dire che è molto strano lo attendere la fine di una tale guerra per assegnarmi un’opera di Fede Cristiana, ciò che per me non ha nessun nesso con una questione bellica di quel genere. Invece ti dirò – inter nos – che per un sacerdote di particolare sapere come il Prof. Balestrazzi, dovrebbe anzi essere un atto piamente cristiano aiutare me che mi trovo sempre in una posizione precaria sia per le spese sopportate – ed ancora non me ne sono liberato – con la morte della mia povera moglie e sia pel motivo che quei lavori che faccio benché siano di mole importante, mi sono sempre molto modestamente retribuiti e per ciò sono costantemente preso dal bisogno. Sento che i due Santi – Don Bosco e Cottolengo – ottengono molta devozione; e quindi il Prof. sarebbe in grado anche di sopportare la spesa della Pala.
Mah! Pazienza: poiché chi sa mai quando si deciderà.
Mi fa piacere di sentire dalla tua lettera ultima che al Prof. piacque più la lirica «Alla mia Sposa» che non quella a G. Marconi. Va benne, ma la difficoltà fu cento volte maggiore, e da tre persone, mi aspettavo uno scritto di risposta sia pur criticando, ma almeno una risposta come ànno fatto quì (sic forma desueta) a Firenze, i cui giudiziosi pareri mi ànno fatto tanto piacere. Si vede che costà usa così.
Caro Nino, eppure verrà il giorno – speriamo prossimo – in cui passeremo una bella serata insieme fra il profumo di famose vivande gradevolmente disciolte dal purpureo nettare emiliano riandando col pensiero ai fasti alle gioie e… dolori di nostra vita, che pur dolorando, ci commoveranno le pur care memorie!
Caro Nino, ti autorizzo di dire al Prof. Don Balestrazzi che il tempo vola, anzi gli anni volano e, se lui crede – a ragione – di aver scoperto in me una felice energia utile alla Sua Chiesa, non metta troppo tempo di mezzo perché io non sono più tanto giovanissimo – e non si sa mai – poiché per sostenere quel po’ po’ di fatica qual è la Pala d’altare, occorrono precisamente quell’energie che solo ora dispongo, sol ora e non più. Salutami tanto la tua distinta Signora, baci a bimbi ed ossequi al Prof. Balestrazzi. A te un’affettuosa stretta di mano.
Tuo F. Zambini
Non voglio lasciare dal dirti che or non è molto tuo fratello Giuseppe mi mandò un libro Suo nel quale lessi con commosso e profondo interessamento uno scritto in cui spiegava le gesta militari, le virtù di cittadino del fratello Sergio. Come mi à grandemente interessato, così mi ha destata grande pietà l’immatura fine di quel gagliardo, bravo ed eroico tuo Fratello.
Nel caso che Don Balestrazzi volesse poi aggiungere un emblema vittorioso intorno alla cornicie (sic forma desueta) della Pala d’altare «Caduti di Guerra», sarebbe sempre in tempo anche dopo finita l’opera, e la guerra vittoriosa di Spagna ha avuto Legionari d’Italia.
Lettera
10 – 2 – 938 – Firenze –
Carissimo Nino,
Scusami se io torno a scriverti subito; ma il caso mio è tale che oggi bisogna ch’io mi esprima con te – in confidenza – per intero. E cioè: I miei lavori sono in parte a Scandiano e quà (sic forma desueta) da me, quindi per concentrarli a Bologna e trovare un posto ove esporli richiede una spesa – a dir poco – di lire 500, danaro che io non ho pel fatto che i guadagni che ho fatto lo scorso anno furono sempre molto modesti. Ed ora ti dico un mio pensiero: se Don Balestrazzi tenesse ch’io facessi una mostra costà vorrei a lui esporre una proposta: anticiparmi una parte della somma per la pala d’Altare – che io farei dopo l’esposizione – sì che io per tale favore ridurrei in suo favore la spesa dello stesso lavoro. In altri termini, se io preventivassi l’opera per es: per lire 2500 la farei invece solo per lire 2000. Così, non solo mi aiuterebbe cristianamente, ma avrebbe con una misera somma tutto il lavoro. Ecco il motivo perché vorrei venire a Bologna per parlare col Balestrazzi. Ma mi darà il tempo di esprimere tutto ciò? Tolto quella sera a cena con lui, non ho mai potuto trattenerlo un istante a discutere un po’ comodamente. Verrei ma, se ripenso che lui abbia detto che mi farà fare il lavoro a guerra spagnola finita, mi prende allora un infinito sgomento. Ma che sono frasi queste? Povera la mia vita allora! Tuttavia io sono un uomo di coraggio, e, se Iddio lo vorrà, verrò a Bologna lostesso così potrei incontrarmi anche coi Sacerdoti di S. Paolo di Ravone o con altri dei quali mi hai talvolta accennato. Ora ti dirò che è mia intenzione di tentare tutto ciò perché in questi due mesi del 938 non mi si è affacciata nessuna probabilità di lavoro e comincio per ciò a spaventarmi pensando al prossimo avvenire. Guai a me se non trovassi una via d’uscita per difendermi nella questione del pane quotidiano!
Oh, se questo comprendesse un solo istante il Prof. Don Balestrazzi, mi verrebbe subitamente in contro!
Ora, mio caro Nino, ti ho detto intero il mio pensiero e la situazione. Amerei quindi un tuo parere con semplice cartolina, dopo di che subito o meno verrei a Bologna.
Con ansia ti saluto ed aspetto.
Affezionatissimo tuo F. Zambini
Lettera
13 – 3 – 938 – Firenze –
Mio caro Nino,
Dopo tante amarezze sopportate con pazienza e dovute più di tutto alla mancanza di lavoro (sono 3 mesi che non riscuoto danaro) oggi, con la tua cartolina, mi ridoni la speranza! Oh che consolazione per me, il sentire a mezzo tuo, che il Prof. Don Balestrazzi è deciso di farmi eseguire in primavera o nella prossima estate la Pala d’altare.
Veramente a me – per il tremendo bisogno – sarei per incominciare a primavera perché proprio ora dispongo di gran tempo e poi – questo bisogna che lo faccia sapere al Professore – col gran caldo dell’estate si mantiene a fatica fresca l’argilla specialmente che il lavoro sarà di grande dimensioni. Mentre colla stagione moderata della primavera, sviluppo meglio, molto meglio l’opera. Ora che il Prof. à parlato così con te, io credo che potrei scrivergli in questo senso.
Se scrivendo l’ultima mia cartolina a Don Balestrazzi non feci nessun cenno alla mia situazione, era perché, ormai, soffrivo in silenzio.
Ma però non ho mai lasciato il lavoro. Anzi ho lavorato per me sempre di più, tanto che ora dispongo di parecchi nuovi lavori tanto atti per una esposizione.
Se dissi a te che ormai era in me svanita la voglia di fare una mostra a Bologna, fu perché non vedevo nessun incoraggiamento – ma se sarò aiutato, sarei allora sempre disposto a tornare ai miei propositi bolognesi.
Io pure sono persuasissimo che a Bologna farei qualche cosa di buono con codesta mia arte caratteristica: temi religiosi e biblici.
Una idea: o se venissi in persona a fare il lavoro a Bologna, mentre il Prof. vedrebbe a suo gusto lo sviluppo dell’opera, i Signori Reverendi di S. Paolo non si potrebbero invogliare di fare il S. Don Bosco?
Questo che dico non è che una semplice idea, e l’importante è che il Prof.re mi assegni il lavoro ma, come ti ho detto, sarebbe assai meglio fare l’opera a primavera, che fra otto giorni incomincia. Se il Prof. Don Balestrazzi ancora non mi scrive in proposito, deciderò io a scrivergli, ripetendo quello che ti ò detto e credo che ne converrà per le buone ragioni su esposte.
Intanto se lo rivedi ti prego di salutarlo tanto da parte mia.
I più cordiali Saluti a te ed alla tua famiglia.
Affettuosamente tuo
Ferrante Zambini
P. S. Dalla bella notizia che tu mi hai dato, mi fa pensare e convincere che la mia povera moglie preghi per me!
Lettera
24 – 3 – 938 – Firenze –
Carissimo Nino, giorni addietro scrissi – anche dopo tuo parere favorevole – al Prof. Don Balestrazzi manifestandogli quello che pure a te dissi a proposito del lavoro futuro.
Intanto ho deciso improrogabilmente di venire a Bologna lunedì prossimo 28 corr. per sentire dal Professore quando potrò incominciare l’opera. Poi, per interrogare gli amici se mi è possibile gettare le basi per una esposizione di cui già ti ebbi a scrivere. Fino da quest’ora ti dico – caro Nino – che io potrei fare ciò solo se qualche buona persona mi potesse offrire il locale gratuitamente (Certo che io farei alla buona persona un grosso regalo di un mio lavoro). Dunque, in attesa, lunedì mattina avrò il gran piacere di rivederti. In ogni modo io penserei di fare eventualmente la mostra pel la prima quindicina di Maggio. Che te ne pare? Non ti disturbare a scrivermi perché lunedì ci rivedremo.
Tantissimi Saluti
Tuo aff. mo amico
F. Zambini
Cartolina bianca
15 – aprile 938 – Firenze
Caro Nino, ti scrivo ancora questa per chiederti un favore ed è questo:
Quella sera uscendo tutti e tre dalla trattoria il Prof. Don Balestrazzi lietamente mi salutò dicendomi che sarebbe venuto da me dopo Pasqua.
Più, dalla tua penultima lettera, apprendo che è deciso di farmi incominciare subito il lavoro visto l’incoraggiamento ricevuto in danaro. Ora vorrei sapere se tu eventualmente hai saputo da Lui in quale giorno Egli verrà da me. E questo solo domando per farmi trovare in casa al momento della sua venuta. E ti ringrazio tanto di avergli lasciato quella lettera che ti mandai. Buona Pasqua a te e Famiglia.
Tuo aff. mo Zambini
Cartolina bianca
22 – 4 – 938 – Firenze
Mio Caro Nino,
Questa che ti mando non darla né falla leggere a nessuno. Sono stato messo in una situazione insostenibile. Venni a Bologna, feci i disegni, gli mandai uno scritto, lesse quella lettera che ti mandai, poi nessuna risposta!
Risposi a quel tenore di idee a cui pure risposi. Nino, Nino mio! non ne posso più, non ò più mezzi per andare avanti: mi sta per succedere una… catastrofe presso i miei fornitori. Sono costretto a dirtelo perché sono all’estremo bisogno.
Mandami a dire almeno tu se io debbo sperare vicina la Sua decisione. Non dire a lui della presente ma tu mandami una parola di conforto.
Tuo Ferrante
Cartolina bianca
10 giugno 38
Caro Carissimo Amico Nino, scusami se da molti giorni non ti ò più scritto.
Mi sono – dirò così – sprofondato nel più intenso lavoro che anche Don Balestrazzi ti avrà fatto sapere. Non solo da me, ma anche da chi à veduto il lavoro è stato giudicato piuttosto gigantesco. Caro Nino, per più motivi sono stato messo ad una dura prova. Il Professore è già venuto per la II volta a vedere. È rimasto molto soddisfatto: però quante spese, quanti quintali di terra e quanti di gesso e tante tante spese a due operai che quello che lui mi vorrebbe dare, è veramente infantile. Ma egli ritornerà e vedrà e spiegherò perché la prova delle spese è dura. O’ già ottenuto una grande sala presso ad una chiesa ove fra tre o quattro giorni farò portare il lavoro e colà finirlo.
Se tu vedi il Prof. digli che ò già ottenuto il luogo. Caro Ninno come tu stai assieme alla tua cara famiglia? Ti auguro tanto bene! Per oggi non ho alto da aggiungere e ti saluto affettuosamente.
Zambini
CARTOLINA TIMBRO “LA LOTTERIA 42 VI FARA’ MILIONARI”
30 – Dicembre. 1938 – Firenze
Nino Carissimo,
Buona Fine! E Buon Principio! Sì, speriamo perché ne abbiamo un vero bisogno – almeno così per me e mio figlio che à tutti e due i bambini un po’ ammalati. E tu e tua famiglia come state? Speriamo Bene! Quanto a me, personalmente dopo il lavoro di Bologna, più nulla. Però la R. Sovrintendenza di Firenze mi à onorato dell’acquisto per la galleria Pitti, un disegno ed un gruppo in bronzo – la Provvidenza mi à aiutato ed… onorato! Anche il Comune di Reggio sta facendo, pare, altrettanto. Caro Nino, ò una voglia matta di riveder Bologna e Reggio. Non so se tu sappia che ora io abito in Via di Ripoli 191 – R. Dopo la inaugurazione e pubblicazione di 20.000 copie dell’Avvenire d’Italia dov’era quell’articolo col quadro di S. Isaia, pare impossibile, non mi è capitato più nulla! Ma, la Speranza, ultima Dea! Caro Nino, ti prego di un favore, ordina a mio nome N. ͦ 2 ingrandimenti della Pala d’Altare da quel fotografo – non ricordo il nome – sotto quel portico, vicino a S. Francesco che già Don Balestrazzi me ne mendò una copia – Spedizione contro assegno – solidamente confezionato in nodo che non arrivino spiegazzati. Grazie tante, tante! Salutami i tuoi Bambini i quali incominceranno già a divenire grandi, ossequii alla tua gentile Signora.
Ed a te un abbraccio affettuoso
F. Zambini
Lettera
10 – 1 – 939 – Firenze
Mio caro e grande amico Grasselli,
Se oggi in una strada di città non avessi ricevuto un altro colpo al cuore da un avvocato che mi rinnovava il ricordo di un sequestro completo del mio mobilio e statue, non avrei certamente accluso in questa mia il penoso documento. E questo lo faccio per testimoniare le mie perpetue pene, ed allo scopo che tu lo faccia vedere al Prof. Balestrazzi che ben poco deve sapere della vita che io conduco economicamente. Tuttavia rinnovo ringraziamento a te ed al Professore per il Vostro interessamento quotidiano a mio riguardo. Sì, è vero; Giovanni Poggi mi à onorato ed aiutato con lo acquisto della fontana – putti per la galleria Pitti; sì ma il bronzo l’ho dovuto pagare lire 1000 (mille) quindi il guadagno è stato solo di milleottocento – unico guadagno in otto mesi!! Di qui… la rovina.
Ora tu puoi ben capire come io possa aspettare i regali in danaro, che pure ancor non vedo. Se finalmente vedrò le cento lire… promesse ne sarò ben felice, ma non per un ritratto medaglione. Ma che posso io fare un ritratto medaglione, più è piccolo più è difficoltoso, come lui dice dalla fotografia per cui lo sforzo degli occhi alla età di 60 anni potrebbe essere fatale e per sole cento lirucce? Ti dirò che la vedova del generale Raffaele Reghini mi pagò qualche anno addietro un medaglione lire 4000 (quattromila) fosse pure di marmo; ma, cento lire!?… Il busto di Mussolini, 5000 lire e via discorrendo. Dio mio che brutta cosa a non intendersene…
Digli pure al buono, attivissimo Prof. Don Balestrazzi che perseveri assieme alla tua gran buona volontà, onde trovarmi lavoro; ma mi raccomando in modo, che, io possa rispondere ai bisogni della vita.
Me le mandi me le mandi le cento lire che io lo benedirò incessantemente, ma non per un’opera!
Caro Nino, anch’io come te ho buona memoria e ti assicuro per ciò che ò ricevuto N° 2 giornali soli di quelli che meno mi interessavano, mentre io credevo che tu alludessi a N° 3 copie dove c’era l’articolo con foto del quadro – ecco tutto.
Quanto alla Riva – R. è vero ch’io uscii di sua casa disilluso perché non mi volle comprare o non poté – una testina di bimbo ch’io offersi ad essa. Ma di altri non so, né so di quell’altro odioso personaggio più amante delle donne e della vita miserabile di signorotto, di cui tu fai cenno ma che io non conosco affatto.
Vedo ormai che per me la vita è stata molto dura ed avara, e poco spero ormai. Io, per quello che, come artista, dovrei essere, e potrei sperare ancora di vivere con agiatezza, ma codesta incessante politica demolitrice che imperversa sul mondo infelice, io dovrò morire con moltiplicati dolori nel cuore.
Se io potessi – almeno per un solo giorno – verrei a Bologna per indurre qualcuno – vedi D. A. B. – a sollecitare aiuto e raccomandazioni, e cercare di persuadere che i miei lavori almeno un tozzo di pane costano. Il bello è che io sono fra quegli artisti che meno si fanno pagare. O allora!?…
A mezzo tuo io prego il fotografo Stagni di P. Malpighi di spedirmi N° 2 ingrandimenti – uguali a quelli che mi regalò Don Balestrazzi – del mio lavoro «Altare della Madonna della Vittoria» perché di quella foto feci dono alla Biblioteca di Reggio, ne ò bisogno per mostrare a qualcuno per trovare possibilmente lavoro.
Ti abbraccio affettuosamente
F. Zambini
P. S.
Una cosa che come pietra mi sta sullo stomaco è questa: io ò scritto spesso al Segretario Aldo Giusti di Scandiano ricordandogli le 3 grandi casse dei miei lavori lasciati in deposito di favore, negli ambulacri di quel comune, ma nessuno, nessuno risponde; strano, tutti morti? A suo tempo voglio farlo sapere all’amico Sorniani. Io non avrò pace finché non avrò notizie dei miei lavori di Scandiano.
Lettera
20 – 4 – 939 – Firenze
Caro Nino, per debito di cortesia ho il dovere di rispondere alla tua premurosa lettera la quale mentre da un lato mi procura diletto, dall’altro – per ciò che riguarda il forte articolo di Mons. Vatti – mi à dettato sincera pietà. È curioso intanto l’insistere di quel cronista a non volere pubblicare rigettando lo scritto, quando quel redattore medesimo non conosce una sillaba di ciò che ho scritto. Chi l’à consigliato a far ciò? Poi, che ad un uomo si debba così alla leggera disprezzare se talvolta si raccolse o si raccoglie quasi misticamente pensando con lirismo a la vita e colla penna fissando i proprii pensieri anziché oziosamente vagolare fra il mercato delle moderne città, io credo che questo non sia «un rompersi i coglioni» – come tu mi riferisci nella lettera – ma sebbene un nobile intento che aspira all’alto. Ma che si debbano valutare in codesta bassa maniera artisti d’ogni tempo che si permisero sì nobile diletto, quali il Bronzino, il Benvenuto, Ghiberti, Ammannati ed in fine Michelangelo Bonarroti? E a’ nostri tempi, D. Calandra, Sartorio, Mussini, De Carolis, non furono anch’essi nobilissimi nelle loro aspirazioni letterarie, quando, per poco, deposero il pennello e lo scalpello? Perché si debbono considerare così volgarmente come più sopra? Ò sempre notato che chi deprezza non ha mai fatto nulla nella vita. Il mio è un intimo diletto che data da più di 25 anni. Da quale misterioso, ascoso sentimento derivarono quelle ore divine, allor che io ero Soldato nelle quali mi trattenevo, solo, in luogo deserto, scrivendo quella lirica – pur da tuo fratello lodata – che il ricordo dell’ancor vivente mia madre mi dettava? Non era forse candor de l’anima quando io sentii ispirazione lirica dinanzi alla notte, il Giorno, il Crepuscolo e l’Aurora del Bonarroti? E se in una Chiesa fiorentina io scrissi una lirica alla Madonna, era questo forse ozioso e ridicolo? Se alla vista del paesello di Vinci e Monte Albano dove nacque e visse la adolescenza Leonardo, mi sento d’un tratto portato a scrivere i tre conservati sonetti, è ciò forse materia di dileggio o foco inutile per gli impotenti? Se nel riveder la casetta dove nacqui mi desta il ricordo de’ miei genitori, non deve, no, non deve essere materia di gioia e conforto? Se davanti al Sepolcro di mia moglie scrivo un lavoro ben più ardente che non siano certe mie Sculture, non è forse di sollievo spirituale all’animo mio? O l’anima degli uomini non è forse libera – dono di Dio – di innalzarsi dove più la consola?
Oh, loro bene, molti molti uomini guardano solo a la terra, al fango in cui placidamente camminano e nel quale si sentono fatalmente attaccati, e quasi mai guardano alle stelle. Cos’è la vita senza una qualche poesia che ci insegna a sperare? È vero, Don Balestrazzi ha fatto sempre quello che à potuto, ma non ha forse ancora compreso che quello articolo del Vatti – in questo momento difficile svolto della mia vita, mi avrebbe giovato assai e da Reggio – per cui sto facendo il busto al Re – ed a Parma dove sono stato ufficialmente invitato per la settima mostra d’ottobre.
Caro Nino, ti ò voluto dire codeste cose perché anche tu sappia più precisamente la mia Volontà verso la Bellezza, cioè verso quelle cose gentili che pur talvolta sono di gran sollievo o tregua alle immancabili amarezze della vita. Ed ora una novità. Ti dirò che ò già costruito con ardore ed antico slancio la Effige del Re d’Italia. Sai dove lavoro? Lavoro in una camera della casa di Michelangelo – Galleria Bonarroti che con pensiero particolarmente gentile il Prof. Giovanni Poggi mi ha offerto per tale occasione. Come già ti dissi, spero che questo busto Monumentale sia destinato alla Sala del Consiglio della C. di Risparmio di Reggio.
Nella I quindicina di maggio – se la Provvidenza m’assiste – conto di ritornare a Reggio per trattare del lavoro medesimo. Senti Nino, se qualcuno dice ch’io sono un grande celebre artista – come tu scrivi nella lettera – rispondi così: lo Zambini è solo un uomo di buona volontà e per tutta la vita in aspra guerra colla Povertà!
Caro Nino, ti saluto ed abbraccio
Affettuosamente –
Tuo F. Zambini
Lettera
30 Luglio 1940
Mio caro Nino, Sono così lieto di aver ricevuto un tuo scritto che subito rispondo, ma, sono costretto a scriverti nel retro di questo foglio perché non ho carta e così leggerai pure il sonetto. Ma, veniamo a noi: no, non sono morto ma sempre molto vivo nello spirito malgrado la materia assai mortificata. Dopo la mia mostra del febbraio scorso, che mi fruttò poco più delle spese, non ho avuto più, più guadagni: immaginati la peggiorata condizione economica; quindi spesso molta tristezza. Da 15 mesi ho lo studio nel giardino di Boboli dove nascondo i miei pianti. È la verità! Tuttavia mi sono guadagnato la protezione del Principe di Piemonte tanto che il mio nome è stato scritto nell’albo degli Artisti che – a fine guerra – lavoreranno per l’Esp.ne Universale di Roma. Ma, potrò io resistere fino allora?! Sì, la salute è ancora buona ma, quanto duratura sarà la mia resistenza? Ai tempi della mia giovinezza, non avrei mai pensato che la vita preparasse quelle pene che ormai ò sofferto e che ancora forse mi aspettano. Sai tu chi mi fa resistere? Il grande Amore in Dio!
Lontano da Dio è la Morte. È tanto intensa in me la speranza che al mattino sono sempre contento nell’animo, anche se non so dove andare a mangiare. Mio figlio invece ha un po’ di buon lavoro e l’aiuto, ma anche lui ha ormai tre figli; quindi momentaneamente può far poco per me.
Caro Nino di buono non ho che la pace di questo meraviglioso giardino che l’anno scorso illustrai, e mi fece molto onore, e ti mandai a suo tempo il giornale che ne parlava. Io penso spesso a te: non è vero che il silenzio significhi oblio e morte; al contrario. Vorrei talvolta potere venire a Bologna da te, dal Prof. Don Balestrazzi, e dirvi tutti i miei dolorosi pensieri; ma, come potrei venire costà specialmente in un momento come questo?
Tempo addietro io insistetti col Professore, ma quel lavoro era troppo grosso per poterlo accettare per quella piccolissima somma. Ora sento da te che un suo amico prete avrebbe dei lavoretti e che io dovrei accettare anche se poco – meglio poco che nulla – dice lui. Insomma, accetterò anche il poco ma si decidano subito per carità!
Spero di aver capito bene dalla tua difficile calligrafia. Tu e il Prof.re A. Balestrazzi mi avete detto se il mio silenzio è segno di morte. Ora risponderò che peggiore della morte il vostro silenzio io credei, perché sono i forti che devono chiedere novelle dei miseri quali son’io. Infatti, vedi tu che il cielo aiuta?
Dall’ultimo mio viaggio, io non mi sono più mosso da Firenze, ma sebbene nascosto e chiuso fra questa selva silenziosa, la cui dolce serenità mi à fatto meglio intendere il dramma della vita che circonda incessantemente – codesto romitaggio mi ha recato tanto bene allo spirito. O’ riletto la fine della tua cartolina ed ò capito che nel tuo attuale Servizio militare sopporti delle fatiche. Io ti dico di riguardarti perché la salute vale più di tutto alla nostra età. Anch’io sto per compiere 62 anni il 12 Agosto prossimo e ci vuole perciò molta attenzione.
Ed ora, prima di lasciare questo foglio, ti voglio ripetere di raccomandarmi subito al Prof.re a che quel Suo Amico Sacerdote si decida lestamente in quello che vorrebbe perché è molto male per me il mettere troppo tempo di mezzo – e tu comprendi bene.
Saluti affettuosissimi a te, e tante cordialità al Professore di cui spero di ricevere subito suo scritto.
Tuo Amico F. Zambini
P. S. Di’ al Prof. che aspetto un Suo scritto.
Sonetto (dattiloscritto con data e firma autografe) che compare sul retro del medesimo foglio della lettera
« AL VENTO »
Alla grand’ombra tua vengo sovente
A ristorarmi, amato, onusto pino
Che le tue fronde elevi al ciel divino
Ed il bacio del sol ricevi ardente.
Ma spinto pur dal vento mattutino
Ondeggi i rami tuoi grandiosamente,
Si che le nubi ed ora il ciel turchino
Tranquillo miro alternativamente.
O soave stormir della tua fronda
Che fresca alla mia fronte una carezza
Mi fa sentir di vergin vaporosa,
Or mi lascia sognar ne la profonda
Pace de l’ombra tutta la dolcezza
In cui solo il mio cuor ora riposa!
F. Zambini 932
– 27 III 941 –
Caro Nino,
Benché io sia di continuo nel groviglio economico che mi toglie tranquillità e pace, pure divisai da qualche tempo – ed oggi lo compio – di mandarti mie notizie. Ti faccio subito sapere che una certa tua cartolina che mesi addietro tu mi mandasti, la ricevetti dopo quasi un mese e mezzo.
È ormai mio vecchio desiderio di fare finalmente una scappata a Reggio per vedere i miei interessi; cioè il deposito dei miei lavori a Scandiano.
Per motivo della mancanza solita dei mezzi, non mi posso mai togliere questa piaga: grave piaga per me. Io spero sempre che da un momento all’altro giunga pure a me la Provvidenza. Sarebbe ora. Se la gran bufera passasse io dovrei avere del buon lavoro da Roma, ma quando?!…
Anch’io ò già raggiunto la virtù dei Santi con quella nota pazienza e rassegnazione con cui mi manifesto. Quanti dolori ho avuto nella vita. Pur nella fronte spesso traspaiono le intime angoscie (sic) morali. Ma chi se ne cura? Un mio rifugio è la Fede.
Caro Nino, come stai tu e famiglia? E Don Balestrazzi come sta? Avrebbe egli forse qualche cosa di buono per me?
Oggi non ho altro da aggiungere e ti saluto per ciò cordialmente.
F. Zambini
P. S. Ma a Bologna proprio non c’è nulla da fare per me? E come mi disse allora un tempo il Balestrazzi che io costà avrei da fare se venissi a stabilirmici?
Perché cambiare sì spesso i propositi?
Zambini
Conclusioni
Morì a Firenze nel 1949, all’età di settantun anni, lasciando una discendenza feconda d’arte e di intelletto: il figlio Emanuele anch’egli ottimo successore dell’arte paterna e, poi, la nipote Paola, fine pittrice col fratello Marco, gallerista che ebbe sede in Piazza Santa Croce, 8 a Firenze.
A noi oggi rimane di lui un altorilievo in cotto di una Madonna con Gesù Bambino, dono di Ferrante Zambini per il sessantesimo genetliaco del suo amico Nino in pegno del più nobile, raro, eterno e disinteressato dei sentimenti umani: l’Amicizia.

– Collezione d’arte Majolino da eredità Grasselli –
-Proprietà fotografica dell’autore
Esso per solo diritto ereditario mi è pervenuto, e nessuno mai osò né oserà miserevolmente mercificarlo, pena la svendita della dignità umana, suprema conquista dei sentimenti che non si secolarizzano, che non si flettono sotto la verga del deprecabile disinteresse storico o, ancor peggio, affettivo. Chi di noi la guarda o la prega, sa che più che un capo d’opera o un tomo di lettere, l’autentica eredità che questa storia ci ha lasciato consiste in quello sguardo così platonicamente empatico che Ferrante traspose nel volto tenerissimo della Vergine che stringe a sé il figlio Redentore del mondo…
Narrazione di Gaudium et Spes, luctus et angor, gioie e Speranze, fatiche e angosce impastati in sorrisi che sembrano gesso e lacrime di terracotta. Un monito ai posteri, ché mai lascino cadere l’ineffabile e infallibile supremazia degli affetti amicali; abbandono alla vera essenza dell’esistere di un uomo. Valori che oggi come ieri rimangono sentimenti tramandati, vocazioni, mistico riflesso della purezza dell’aiuto d’Iddio nella mano sempre tesa del migliore amico, che ora accoglie e rassicura, ora distende il braccio al cielo stringendo il pugno col suo in segno di vittoria, perché gioendo insieme all’amico anche lui si rallegra. Questo il più alto dei lasciti che un artista possa donare: la memoria di un’amicizia perfetta come la sua arte, che travalica i secoli; l’ombra indelebile di quel solo sorriso che mai giudica e che ancora racconta di sé l’anelito che solo tra migliori amici scaturisce spontaneo; quella spalla… quella comprensione… quel sostegno che mai verrà meno! Non storia muta che tradisce.
Bibliografia e sitografia essenziali
PROF. FERRANTE ZAMBINI AL N. H. COL. DOTT. GAETANO GRASSELLI – Epistolario – Archivio privato di Casa Majolino, sezione da eredità Grasselli.
Archivio storico Accademia Fiorentina delle Arti e del Disegno, (atti 1926-1934 c. 229).
N. H. CAV. MAGG. DOTT. GIUSEPPE GRASSELLI – Lo scultore Ferrante Zambini, ne L’Azione Cattolica – Reggio Emilia, 12 Dicembre 1935.
ACRI – Rivista delle Casse di Risparmio, pubblicazione mensile – 1937.
MARCO ZAMBINI – Emanuele Zambini, scultore e pittore (catalogo della mostra) – Tip. Braccini Firenze.
LIDO BETTARINI – Paola Zambini (catalogo della mostra) – Paola Zambini (catalogo della mostra) – Galleria L’Ancora 1971.
GINO SPINELLI DE’ SANTELENA – Paola Zambini (catalogo della mostra) – Galleria D’Arte Zambini Firenze 1975.
BATTISTA MELZI – Il nuovissimo Melzi: scientifica; voce ZAMBINI (Ferrante) – A. Vallardi (1978).
A cura di: EZIO CHINI, ELVIO MICH, PAOLA PIZZAMANO – L’arte riscoperta: opere delle collezioni civiche di Rovereto e dell’Accademia roveretana degli agiati dal Rinascimento al Novecento (p. 54) – Museo civico di Rovereto, Accademia roveretana degli Agiati, 2000.
ALBERTO SIRI, CARLO SALVATORI – Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti: catalogo generale, Volume 1 – Sillabe 2008.
– cataloghi online – catalogo fototeca – scheda 74162 .
Il ritorno della “Donna con bambino” di Zambini alla Camera di Commercio di Firenze – 07-08-2019.
– Home – Attualità – Firenze, dal restauro del Cristo Morto danneggiato dall’alluvione del 2025 emerge nome dell’autore di Redazione, pubblicato il 26/03/2026
Categorie: Attualità / Argomenti: Scultura – arte religiosa – Arte del Novecento
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