Bibliomanie

Hermann Hesse e Francesco d’Assisi in Pagine sparse dall’Italia e Racconti
di , numero 61, giugno 2026, Note e Riflessioni, DOI

Hermann Hesse e Francesco d’Assisi in Pagine sparse dall’Italia e Racconti
Come citare questo articolo:
Raffaele Riccio, Hermann Hesse e Francesco d’Assisi in Pagine sparse dall’Italia e Racconti, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 16, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14348

Nella primavera del 1901, nel 1903, poi nel 1907 e anche in anni successivi, prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Hermann Hesse intraprese alcuni tour significativi in Italia. Nell’Italia del centro nord per precisione. Milano, Genova, Venezia, Pisa, Firenze e in Umbria, per approfondire le sue conoscenze artistiche e per immergersi nelle atmosfere rurali e appenniniche italiane; ma è in particolare nel 1907 e nel 19111, nell’Italia centrale, che affronterà la lettura del paesaggio e del legame che intercorreva tra arte, architettura, spiritualità e natura. Temi che Hesse riproporrà anche in diverse opere successive. L’unione di realtà spirituale, capacità artistica e bellezze naturali, già presenti in questi diari giovanili, si trasformerà in un continuum in molte pagine del suo viaggio italiano e, dopo l’incontro e la conoscenza dell’Umbria e dei suoi piccoli centri, si concentrerà in particolare sulla figura di Francesco d’Assisi e sul fiorire della spiritualità francescana nell’entourage di vivo evangelismo che circondava il santo di Assisi.

Un breve incipit, come saggio d’incanto, di emozioni e riflessioni sospese, Hesse lo presenta in alcune pagine del 1907, dedicate alle città umbre e a Montefalco in particolare:

Montefalco è oggi uno dei luoghi più pacifici della terra, un quieto centro di arte francescana. Sale attraverso l’antica porta una ripida stradina, stretta e buia, e ovunque si volga lo sguardo, ovunque si passi, tutto è antico, medioevale, sassoso, freddo e duro. Minuscoli vicoli ritagliati tra alte case di pietra grezza, antiche torri, portali, castelli, chiese e mura (…) .

Vicino e lontano, non c’è sguardo che non sfiori una località antica, celebre, sacra; ecco laggiù Spoleto, Perugia, Assisi, Foligno, Spello, Terni, e nel mezzo centinaia di luoghi minori, di villaggi, chiese, corti, monasteri, rocche e case coloniche: una terra ricca di storia, di monumenti romani e preromani …2.


Lo scrittore negli approcci col mondo italiano e con le tematiche francescane evidenzia vari aspetti incentrati sulla ricerca interiore e sulla sua evoluzione psicologica, sentimentale e spirituale e in questi delinea, tratteggia e anticipa i caratteri di alcuni protagonisti delle opere successive. Hesse, pur riallacciandosi alla tradizione del Bildungsroman tedesco, come si percepisce nei suoi scritti giovanili, sembra risentire del duplice tema del misticismo orientale, presente in lui a motivo del suo background familiare – il nonno e il padre erano stati missionari in India e lui stesso vi viaggerà per buona parte del 1911, e dell’incontro, ricco di emozioni e riflessioni, con la spiritualità francescana. La scoperta e l’immergersi nella vita di Francesco rappresenterà il punto di avvio di una ricerca sul medioevo italiano e su una spiritualità pura e pervasa di poesia, che si contrapponeva, rispetto alla più fluida ed ancora poco industrializzata realtà italiana, ai modelli alienanti e massificati dell’ormai affermata società borghese del nord Europa. Tale atteggiamento risentiva di una visione critica di molti movimenti di protesta che in Germania auspicavano un maggior contatto con la natura e una sintonia quasi panteistica col mondo naturale3. L’incontro con la figura storica di Francesco, con l’abbandono poetico al quotidiano, alla realtà naturale, alla ricerca di una simbiosi tra spirito evangelico e fratellanza degli uomini e delle creature, destrutturava i codici e l’efficientismo dei modelli industriali imperanti, e quest’insieme di fattori agiranno su Hesse come continua e incantata fonte di ispirazione.

In particolare la dicotomia presente nella vita di Francesco, il prima e il dopo delle vicende del Santo, come la ricerca complessa della propria identità spirituale, passata attraverso il crogiuolo delle compagnie chiassose dei giovani di Assisi, l’illusione eroica delle armi e della guerra, lo sprofondare nell’abisso della malattia e poi nella ricerca di una spiritualità sempre più interiorizzata e mistica hanno costituito per Hesse un paradigma di riflessioni che poi si è manifestato anche come modello narrativo.

Questi temi, dopo la scoperta dell’Italia saranno rintracciabili in particolare nel Peter Camenzind (1904)4, poi in Demian (1909) e in modo più evidente in Narciso e Boccadoro (1930). Anche il tema del viaggio come scoperta intima dell’io e di un mondo filtrato tramite il proprio sé arricchito dalle esperienze, si riproporrà fin dall’inizio nella ricerca di Hesse:

Chi giunge con gli occhi sgranati in un paese straniero, fino ad allora conosciuto solo attraverso libri ed illustrazioni, ma amato da anni, a costui ogni giorno saranno riservati tesori e gioie inattese e, quasi sempre, nel ricordo, tutto questo che si sarà vissuto in questo modo ingenuo e improvvisato si ricorderà molto di più di ciò che è stato frutto di una metodica preparazione …5.

Quando soggiorna in Italia Hesse ha ventisei anni compiuti e, dopo le esperienze traumatiche dell’adolescenza, le prime prove in ambito lavorativo, letterario e spirituale, sente di dover affrontare il nodo teorico che caratterizzerà tutta la sua ricerca di scrittore. Come si crea e come si alimenta l’esperienza artistica? E qual è la relazione che intercorre tra arte e vita? Inoltre, come l’arte anche il sentimento del divino e la vita religiosa sono un dono – quasi innato – o sono una costruzione che deve affrontare turbamenti e delusioni quotidiane per affinarsi? Come si afferma l’esperienza artistica, come si tocca il mondo del misticismo e della religione? Tutti questi interrogativi che gli derivano dal suo background pietista e protestante6 iniziano ad essere affrontati nei soggiorni italiani e verranno dipanati anche durante il viaggio in India, dove la figura dell’homo viator, del pellegrino assumeranno un ruolo di primo piano. Le soste in Umbria e nel centro Italia indurranno il giovane scrittore a riflettere su questi temi e la figura del santo di Assisi, mistico e poeta assieme, offrirà qualche risposta.

Il baedeker definitivamente in pezzi
Marzo ed aprile del 1901 rappresentano per Hesse giorni e tempi di formazione profonda in cui incontrerà Firenze e l’arte toscana, ma lo stesso ed in modo più approfondito gli accadrà anche nei soggiorni successivi. Masaccio, Filippino Lippi, Botticelli e le grandi collezioni di Pitti e degli Uffizi, risultano nei Diari rivelazioni costanti e quotidiane, ma altrettanto importanti si riveleranno anche i tempi e i momenti dedicati all’herumlungern, ovvero al bighellonare, inteso come studio curioso delle persone vive, dei passanti, dei turisti inglesi e tedeschi e dei modi di vivere dei fiorentini suoi contemporanei, per non richiudersi solo nello studio dei grandi del passato, come lui stesso tiene a precisare:

“Questa vita bighellona e trasandata, ora oziosa, ora frenetica, questo andare a zonzo, sdraiarsi sui muretti o sedersi sulle scale o sotto i loggiati ha un fascino particolare per chi, come me, non tiene in alcun conto l’opinione del prossimo e non si cura di vestiti, mani pulite, ecc.7

Tale stato d’animo imponeva l’abbandono dei modelli del viaggiare, codificati da secolari esperienze di tour in Italia e comportava una rilettura dell’Italianische Reise di Goethe e delle opere del maestro di Weimar, come scrive nel Peter Camenzind8; per questo il tranquillizzante ed anche troppo esaustivo baedeker dei viaggiatori tardo vittoriani verrà lasciato in qualche angolo a riempirsi di polvere. Come in un pellegrinaggio, quello che conta, anche per Peter, è l’esperienza che cambia ciò che si pensava di essere. In questo romanzo la modificazione della percezione del sé, che avviene non solo tramite l’approccio all’arte, ma ben di più con una sollecitante trasformazione interiore, si compie e si completa con il viaggio e lo scambio di esperienze ed emozioni. Inoltre l‘incontro con il linguaggio poetico e la spiritualità francescana daranno un senso diverso e profondo a questo girovagare inconsueto, non codificato secondo una meta precisa:

Percorsi le strade di San Francesco e lo sentii a tratti camminare accanto a me, con l’animo traboccante di gioia inesauribile, salutando con riconoscenza e gioia ogni uccello, ogni cespuglio di rose di macchia. Raccolsi e succhiai limoni sui pendii scintillanti illuminati dai raggi del sole, pernottai in piccoli villaggi, cantai e poetai dentro di me e festeggiai la Pasqua in Assisi nella chiesa del mio Santo ….

Per di più l’esempio pervasivo del modello francescano accompagnava i passi e le azioni di Peter e del giovane compagno che condivideva con lui il viaggio. Due amici che volevano esplorare liberamente una esperienza della natura e una vita di relazioni non convenzionali e, soprattutto, non condizionabili, come si avvertiva anche in Rilke9, dai modelli di una società borghese ormai imperante. L’approccio poetico al mondo di Francesco d’Assisi guidava ambedue. Così Peter annotava le ore e i momenti di quel vivere intenso:

Condivise però ben presto la mia predilezione quasi da innamorato per San Francesco d’Assisi, sebbene di quando in quando lanciasse dei frizzi anche contro di lui, riempiendomi di indignazione. Vedevamo quel beato della pazienza vagare benignamente infiammato dall’entusiasmo, sereno come un caro fanciullone, attraverso il paesaggio umbro, contento del suo Dio e pieno di umile amore per tutti gli uomini. Leggevamo insieme il suo immortale Cantico delle creature, e lo conoscevamo quasi a memoria. Una volta, mentre tornavamo da una gita sul lago nel battello a vapore e la brezza serotina muoveva l’acqua dorata, mi chiese sottovoce: “Come dice il Santo?.
E io recitai: “Laudato si mi Signore per frate vento et per aere et nubilo et sereno et omne tempo” 10


I giorni della primavera italiana e l’incontro con il paesaggio umbro in cui Francesco aveva vissuto e operato agivano in modo potente sui due giovani tedeschi, donando loro una consapevolezza e una inattesa chiarezza interiore, che permetteranno di intravedere, soprattutto a Peter/Hermann, quali scelte compiere:

Nell’Umbria avevo seguito venerandolo Francesco, il “giullare di Dio”; a Firenze godetti la immagine ancor presente ai giorni nostri della vita del Quattrocento (…). A Firenze però sentii per la prima volta tutta la ridicolaggine della civiltà moderna. Lì ebbi per la prima volta il presentimento che sarei sempre stato un estraneo nella nostra società, e lì si sviluppò per la prima volta in me il desiderio di condurre la vita al di fuori di essa, possibilmente nel Sud….

Le prose brevi, i diari, le considerazioni riportate nel viaggio in Italia e l’incontro con la figura di Francesco, inteso non solo come santo, ma come un modello laico e poetico di riferimento, una sorta di supervisore morale, di compagno che incarna moniti etici profondi, appare con evidenza in Demian, romanzo in cui il senso di alterità e di estraniamento dal vivere sociale viene superato solo immergendosi completamente nel difficile incontro con il proprio sé profondo:

Infatti Demian avrebbe preteso da me più di quanto non pretendevano i miei genitori, molto di più, e con spinte e moniti, con lo scherno e l’ironia, avrebbe cercato di rendermi più indipendente. Ahimè, oggi lo sono: non c’è al mondo nulla di più duro e più difficile per l’uomo come percorrere la strada che lo conduce a sé stesso 11.

Per questo Francesco non rappresentava tanto l’icona di un santo, ma un compagno di viaggio nel peregrinare del mondo e dell’io.

L’estraniamento dell’artista e del Santo.
La figura storica, nonché religiosa e la valenza letteraria del poverello d’Assisi ritornano in piena evidenza nelle tante pagine che Hesse gli dedica nei diari italiani e, dopo la pubblicazione di Demian, anche in Narciso e Boccadoro. Il modo con cui lo scrittore si interroga sulla immagine del santo umbro, non è quello del fedele, ma riguarda il percorso personale e spirituale compiuto da Francesco per incontrare la parte più vera e profonda del suo essere. Ciò che colpiva il credente, di certo, riguardava l’intima semplicità all’adesione al Vangelo e alla parola del Cristo, ciò che invece suscitava la meraviglia e l’ammirazione del filosofo e dello scrittore atteneva alla difficile ricerca e alla continua sorpresa dello scavo e dell’indagine individuale. Il viaggio verso la scoperta del sé, tanto nell’ambito religioso quanto in quello laico-filosofico, passava attraverso prove di ascesa che ogni uomo doveva compiere. Più difficile e complicato si presentava il cammino, più rifulgevano le qualità e la grana spirituale del singolo viator.

Nell’ambito artistico e anche nell’ambito spirituale la conoscenza implicava il superamento di molteplici difficoltà, anzitutto interiori come l’impianto narrativo di Narciso e Boccadoro metterà pienamente in evidenza. Per questo Hesse si attarda, di necessità, sulla biografia di Francesco per scoprire e disvelare in parallelo il Santo e il Poeta. Non scrive una agiografia e solo in parte una biografia – non gli interessa – ma un racconto di quali capacità, non certo militari, istituzionali, politiche alla Plutarco, alberghino negli uomini grandi:

Questi uomini esemplari, però, anche se non avessero compiuto nemmeno un’opera intrinsecamente grande, con la loro vita si sono resi indimenticabili maestri e dominatori di cuori (…). Furono tutte anime infuocate e possenti, arse da un’intensa sete d’infinito e di eterno che non concesse loro né requie né benessere finché non riconobbero, al di là degli usi e costumi dell’epoca, una legge eterna che da quel momento guidò il loro agire e le loro speranze. Furono poeti, santi, taumaturghi, saggi o artisti, ognuno secondo la propria particolare natura e il proprio talento e tutti, nella brevità e caducità dell’esistenza sulla terra, scoprirono un simbolo dell’eterno 12.

Hesse, seguendo forse un modello di stampo protestante supera, filosoficamente, l’interpretazione della figura del santo, dell’uomo che va oltre la propria umanità e lo trasforma in un simbolo di tensione conoscitiva, visto che il vero miracolo in Francesco è dato dall’autentica ricerca interiore. In questo modo lo scrittore costruisce un’immagine non convenzionale della santità di Francesco e dell’eroicità dei grandi benefattori dell’umanità, che vengono recepiti come modelli ideali e universali per gli altri uomini. Essi, superando la propria fragile umanità, hanno riportato una scintilla del divino, dell’insondabile nel mondo ed hanno permesso di rileggere e riformulare il mistero della creazione:

Perché questi grandi sognatori, queste anime eroiche hanno sempre disdegnato di bere ad acque torbide ; non si sono mai accontentati di un nome in luogo della sostanza né di una immagine al posto della realtà, ma hanno invece con impulso insaziabile, cercato di tornare alle primigenie, pure sorgenti di ogni energia e di ogni vita, si sono accostate alle anime misteriose della terra, le piante e gli animali, come ad anime loro pari e profondamente affini e, nelle difficoltà e negli affanni, hanno desiderato parlare ardentemente con Dio stesso, anziché con immagini e simboli e vacue ombre.
Così facendo hanno portato Dio più vicino a tutti gli altri uomini, hanno reso nuovamente degno e caro il mistero della creazione e, sorretti da ispirazione divina, lo hanno interpretato


. Ma come si forma questo processo di reinterpretazione? E dove inizia l’esperienza spirituale ed emotiva di Francesco che poi disvelerà la sua presenza luminosa per tutti? Che cosa ha indotto, per Hesse, il princeps juventutis di Assisi a lasciare l’agiatezza della vita mercantile del padre e la raffinata cultura provenzale di Monna Pica la madre, per indossare i panni di un umile mendicante e lo stile di vita di un poeta girovago? Cosa significava lasciare un’esistenza di privilegi per accettare, all’opposto, un vivere ai margini sociali? La scelta non facile avvenne in seguito alla prigionia, dopo la guerra contro Perugia e alla malattia. Questi due momenti di caduta dell’essere e di superamento delle limitazioni del tempo lo indussero a ritornare in sé e a compiere un’opera di abbandono del superfluo e dei rapporti, apparentemente felici, per cercare e dire le parole che salvano. Fu un’operazione religiosa e nel contempo concettuale e poetica. Francesco, come un poeta, ricrea il mondo in un’ottica diversa, ovvero per lui evangelica. Dà di nuovo un nome alle cose e ai sentimenti, creando una fratellanza tra gli uomini e le creature.

Il Santo cerca nella parola di Dio il senso del mondo, il poeta nella semplicità della parola racchiude un mondo. In Francesco spesso le due azioni si sommano: egli usò il linguaggio e la semplicità per attingere al divino, e nel contempo riuscì a definire un percorso poetico con le sue parole, ispirate dal Vangelo. Le parole di Francesco, per Hesse colpivano in modo profondo, la sua predicazione attirava e dava risposte non convenzionali. Anzitutto non avveniva nei luoghi canonici; come i primi apostoli predicava dove trovava gente riunita, nei mercati, nelle vie, alle porte delle città, nei giardini:

Le sue prediche erano diverse dalle prediche dei preti perché i suoi maestri e i suoi modelli non erano i libri, i dottori della Chiesa e i finti saggi, ma esclusivamente il suo cuore ardente e gli uccelli del cielo e le poesie dei giullari (…) Egli cercava di conquistare l’anima di tutti con serietà e fascino soave, con parabole e canti, come un innamorato chiama l’amata e come una madre e come una madre cura senza tregua i suoi bambini e ne cerca l’amore…13.

Dopo l’incontro con Ser Bernardo di Quintavalle e dopo che questi, ispirato dalle parole e dalla vita del compagno d’un tempo, rinunciò ai suoi beni, iniziò il vero apostolato di Francesco e dei tanti seguaci. Lavoravano nei campi e si accontentavano di ciò che i contadini potevano dare e, dopo un semplice pasto, si fermavano a parlare con la gente, predicavano e cantavano gioiosamente canzoni. Così Hesse, dopo averlo presentato come princeps juventutis di Assisi, lo vede e lo interpreta in modo trasfigurato. Secondo lo scrittore seguire ed annunciare il Vangelo, nell’ottica di Francesco, equivaleva anche ad una implicita ricerca di altro genere: l’essenzialità e la forza del messaggio evangelico aveva necessità per esprimersi di un involucro comunicativo semplice ed autoevidente, come accadeva con la poesia:

Per questo Francesco chiamava volentieri sé stesso e i suoi fratelli joculatores domini, ossia giullari di Dio, perché annunciava le lodi di Dio, come un trovatore e un cantore pellegrino. Senza dubbio questa fu l’epoca più lieta della sua vita. Ospite e viandante, peregrinava simile a un menestrello e a un uccello, al servizio di tutti, con animo lieto e a tutti donava bontà e conforto, aiuto e consiglio, lavorando con chi lavorava, consolando chi era triste e allietando coi canti chi era sereno. Per la sua volontaria povertà il popolo presto lo chiamò il ”poverello” com’è chiamato tuttora …

Per Hesse il tratto più forte e degno di interesse della personalità di Francesco non va cercato solo nell’essere Santo e simbolo vivente e totale del Vangelo, ma nel vivere con una sorta di stupore fanciullesco tutti gli aspetti del quotidiano. Ogni gesto di Francesco gli appare un ringraziamento a Dio per la bellezza del creato e la bontà delle creature e questo stupore giornaliero forse annunciava e implicava la sua santità.

Tutto per lui è fonte di meraviglia e di lode per la potenza del Creatore che traspare nelle più umili e semplici creature, tema che verrà ripreso in modo più analitico nei testi dei Fioretti. Per questo il “poverello di Assisi” è capace di gesti inconsueti e quasi folli per chi lo seguiva, pervasi però, di incanto e stupore, difficilmente comprensibili – e qui emerge evidente per Hesse, il parallelismo con la società tedesca di fine Ottocento – da una società di “mercatanti”:

Francesco esercitò costantemente da ineguagliabile maestro l’arte meravigliosa e splendida di ringiovanire ogni giorno a contatto con la vita della natura e di assimilare, per così dire, le forze della terra. Come i bambini e come i saggi discorreva con i fiori, le erbe, l’acqua e con animali di ogni genere, cantava le loro lodi, li amava e li confortava, gioiva con loro e partecipava a quella vita innocente (…) Una bontà del cuore autentica e pura è come il segreto magico di Salomone che svela all’uomo il linguaggio degli animali e l’intima natura delle piante, dei fiori, delle pietre dei monti (…) essendo prediletto da Dio, Francesco comprese la bellezza della terra come pochi altri poeti la compresero; amava tutte le creature grandi e piccole, che a loro volto lo amavano e gli rispondevano14

Per il giovane Hesse la lettura che Francesco offre del mondo, non organizzata secondo i canoni degli Studia di Teologia e Filosofia, è pervasa da un amore divino che si riverbera sulle creature. Inoltre la semplicità e la verità implicita nella realtà naturale, esercitava sul santo di Assisi nei momenti di stanchezza, causati dalle polemiche e dalle diatribe su questioni religiose insorte tra i suoi seguaci, un effetto rasserenante. Se si stancava degli uomini e delle loro orgogliose polemiche, le fonti, le valli, i boschi il canto degli uccelli e la natura nei luoghi più aspri e selvaggi lo avvicinavano al divino, perché sapeva che:

Sulla terra nulla è senza anima ed egli si accostava a ogni anima, anche a quella delle erbe e delle pietre con rispetto ed amore fraterno ….

Ancora colpisce in Hesse la capacità di leggere Francesco non come un tetro penitente, ma come un uomo dal pronto sorriso, capace di cogliere i lati contraddittori e incongruenti del vivere e di sorriderne, anche nei momenti di sofferenza. D’altra parte sapere interpretare la realtà come un tutto armonico, collegato e organizzato secondo l’amore divino, favoriva una lettura positiva ed umanizzata di qualsiasi evento. Erano questi i temi della predicazione di Francesco che richiamavano immagini e suggestioni religiose e poetiche, dato che bellezza e poesia richiedevano espressioni semplici, immediate che si riverberavano nella predicazione del poverello. Egli, per Hesse, non parlava mai coi toni dei quaresimalisti, o con quelli degli asceti e dei martiri che si mostravano come modelli difficilmente raggiungibili per tutti, né ricorreva al sostrato teologico dei predicatori che si rivolgevano ai fedeli dai pulpiti, ma dai discorsi di Francesco trasparivano semplici e umane parole che avvolgevano i cuori di chi non sapeva più ritrovare Dio nel quotidiano. Allegro, umile e sorridente, non si appoggiava agli esempi paurosi dei teologi, a inferni traboccanti di diavoli e sofferenze, ma, esibendo sempre la serenità e la dolcezza del perdono offriva speranze di salvezza a un uditorio di gente semplice del sottoproletariato urbano delle città e ai contadini inurbati nei nuovi quartieri, che si espandevano oltre le vecchie cerchie di mura:

… joculatores Domini, giullari di Dio definiva sé stesso e i suoi primi discepoli; non cercava di minacciare il suo pubblico, bensì tentava di suscitare l’amore per la terra e il cielo, come un cantore, un lusinghevole reclutatore al servizio di Dio…15

Le parole di Francesco apparivano prive di qualsiasi simbolismo o tecnicismo di tipo ecclesiastico e la vita interpretata in modo gioioso e fraterno mostrava l’intima vitalità di tutte le creature e le elevava, rendendole oggetto di attenzione per l’uomo e il santo. Anche il dolore e la morte venivano umanizzati e resi meno terribili, perché parte intrinseca della vita di ogni uomo. Ogni realtà, ogni cosa parlava e si avvicinava a Francesco e diventava per lui familiarmente “fratello” e “sorella”, tanto che Hesse definiva questa trasformazione, attuata nel Cantico delle Creature: “uno dei fenomeni più insoliti e nobili di tutto l’universo del tardo medioevo”.

Ancora Hesse ricorda che le storie di Francesco, la narrazione delle sue prediche, dei miracoli, annotati con ingenuità e vivacità del tutto popolari, furono raccolti per la prima volta in Umbria nel XIII secolo e presero il nome, assieme ad altri fatti e rievocazioni del primo ambiente francescano, di Fioretti di San Francesco. Questi scritti, messi insieme prima che fosse inventata la stampa, rappresentarono la narrazione diretta e più popolare, conosciuta in Italia e, anticipando le raccolte di fatti e la novellistica medioevale, attestarono la stima e l’affetto tributati da tutto un popolo all’uomo Francesco.

Le notizie storiche e le testimonianze documentali passano in secondo piano nei Fioretti, anzi non ci sono quasi; sono trascese dall’interesse per la bontà, l’abnegazione di Francesco ed emerge in quest’opera l’attenzione che, da subito, circondò la figura del Santo e che sopravvisse, per Hesse, nella memoria e nella devozione popolare. Sempre nei Fioretti il culmine della narrazione si percepisce nella toccante descrizione della morte di Francesco, avvenuta il 3 ottobre 1226. Nessuna pagina delle Vitae Sanctorum raggiunge il livello di commozione e serenità, quale la si legge nella stesura di quest’opera. Il fatto stesso che, nel luglio 1228, a meno di due anni dalla morte, Francesco sia stato santificato da Papa Gregorio IX, dimostra quanto popolare e diffusa fosse la fama del Santo in quegli anni e quanto il suo esempio abbia destato interesse e commozione, come si evince dalle narrazioni, dalle commemorazioni, dalle scelte letterarie che sono state influenzate dal volgare usato e parlato da Francesco.

Francesco e gli artisti
… di lui parlarono in molte lingue, in parole e suoni, metallo, marmo e colori incantevoli 16.
Acutamente, nella conclusione delle riflessioni su Francesco, Hesse mette in luce il legame fortissimo che si venne ad instaurare tra gli artisti e il Santo di Assisi. Il linguaggio espressivo e la capacità di ammaliare tutte le creature, tipici di Francesco, vennero immediatamente recepiti dagli artisti del suo tempo, e diventarono, come traspare dagli affreschi di Giotto, il centro di una narrazione di gesti, di espressioni, di modi di rappresentare il mondo, legato profondamente alla sua figura. Forse la descrizione del Santo, come è descritto nei Fioretti, mentre è a colloquio con frate Leone e frate Masseo, o il racconto delle prediche agli uccelli secondo le parole di frate Masseo: “… camminava tra gli uccelli e li accarezzava senza che nessuno se ne volasse via …”, hanno profondamente indirizzato le scelte stilistiche di molti artisti e ne hanno ispirato il linguaggio.

In effetti uno dei problemi che si pose subito dopo la prima e repentina canonizzazione, fu quello di stilare una biografia che tramandasse la figura e le parole di un santo ritenuto ‘difficile’ da interpretare secondo schemi convenzionali, soprattutto dai vertici della Chiesa. Solo la volontà di Innocenzo III e di Gregorio IX di accettare la riforma dal basso di Francesco aveva permesso innovazioni importanti nell’ambito dei nuovi ordini monastici, come l’accettazione della povertà estrema dei fraticelli, della loro maggiore mobilità oltre i conventi, della predicazione anche dei “laici” non sacerdoti e dell’uso diffuso del volgare. Per rafforzare la narrazione contenuta nei Fioretti e negli scritti di frate Leone, uno dei primi compagni del poverello, che raccontò in diretta – verrebbe da dire -, la vita autentica, la predicazione per gesti e per azioni del santo assisiate, la Chiesa ufficiale affidò la redazione di una vita di Francesco a Tommaso da Celano, un francescano colto che, a differenza, dei primi compagni della Porziuncola, aveva avuto la possibilità di incontrare il Santo solo poche volte e perciò si rifece alla tradizione narrativa delle vitae Santorum. Tommaso si ispirò ai modelli canonici di biografie di santi celebri. Saccheggiò le Istituzioni monastiche di Giovanni Cassiano per descrivere Francesco che si spoglia dei vestiti davanti al padre, si rifece alla vita di Martino di Tours, per la scena del bacio del lebbroso, mentre nel descriverne la giovinezza scapestrata si richiamò a Sant’Agostino 17. Però lo stile narrativo utilizzato, più paludato e meno libero, evocava il periodare ciceroniano e richiamava le riflessioni morali di Seneca. Tutto l’opposto del modello francescano. Questa prima biografia non piacque al Papa, che pure l’aveva commissionata, ai fraticelli che avevano conosciuto direttamente Francesco e ai cittadini di Assisi, tanto che il testo venne rivisto da Tommaso che propose una nuova stesura, in cui inserì fatti e miracoli tralasciati nella prima redazione. Per ovviare alle discussioni e alle diatribe tra frati conventuali, più vicini ad un’interpretazione tradizionale secondo le convenzioni ecclesiastiche, della vita di Francesco, e gli spirituali legati alle descrizioni dei Fioretti, nel 1263 durante il Capitolo generale di Pisa venne incaricato Bonaventura di Bagnoregio di redigere in latino una Vita ufficiale, definita Legenda Maior. A questa biografia, ma non solo, fecero riferimento i pittori e gli artisti per dipingere i 28 riquadri dei miracoli e le scene della vita del Santo nella Basilica superiore di Assisi, con particolare riferimento all’opera di Giotto dal 1290 al 1295.

Tuttavia a fianco della Legenda Maior di Bonaventura gli scritti in volgare di frate Leone, contenuti nei Fioretti e nel Cantico delle Creature offrivano un’immagine più vera, i più immediata del Santo. Gli scritti di Leone, per lungo tempo compagno e interlocutore di Francesco, riconducevano alle atmosfere spirituali della Porziuncola e agli ultimi dieci anni di vita del Santo. Inoltre per esplicito mandato di Crescenzio da Jesi, ministro generale dell’ordine, nel 1244 venne richiesto ai primi compagni di Francesco di raccogliere fatti, discorsi, miracoli, per evitare che i ricordi dei diretti testimoni della vita di Francesco andassero smarriti nel tempo e per integrare la narrazione troppo agiografica e standardizzata stilata da Tommaso da Celano. Le testimonianze inviate furono precedute da una lettera a Crescenzio, datata da Greccio 11 agosto 1246, firmata da Leone, Rufino e Angelo, primi compagni dell’assisiate e legati da stretti rapporti a Santa Chiara. La lettera, inoltre, precedeva la raccolta di eventi accaduti, riuniti in alcuni scritti dal titolo Florilegio e un altro documento definito Compilazione di Assisi. Queste narrazioni non sistematiche contenevano e presentavano una ricca messe di episodi, fatti e riflessioni dirette e semplici, stilate in modo diverso dalla prima biografia e dalla seconda, riveduta e corretta, di Tommaso da Celano e poi dalla Legenda Maior.

Francesco, infatti, non era incolto perché rispondeva in latino alle domande di Leone e benché potesse apparire tale ai suoi illustri e letterati confratelli, dato che la scrittura dotta per loro era solo quella redatta in latino, aveva scelto di esprimere in volgare le emozioni dolci ed immediate del Cantico delle creature. Voleva condividerle, come la sua predicazione, soprattutto con chi letterato non era e questo valeva anche per i Fioretti raccolti da frate Leone. Queste opere, oggi, sono ritenute tra i primi testi della letteratura italiana e anticipano di circa sessanta anni lo stil novo e le liriche in volgare di Dante Alighieri 18.

Hesse, quando giunse in Italia, possedeva un’ampia conoscenza della biografia e delle opere del Santo. Le sue riflessioni sui Fioretti e sulla vita di Francesco si basavano su alcuni testi che permisero la riscoperta e quindi una conoscenza più autentica del santo italiano in Germania, a partire dal 1885, che lui stesso aveva recensito. La prima e la più significativa è l’opera di Henry Thode, Franz von Assisi und die Anfaänge der Kunst der Renaissance in Italien seguita dalla traduzione dei Fioretti di Otto von Taube, con una ricca prefazione dello stesso Henry Thode nel 190419. In Italia, quindi, poteva disporre di una serie di studi approfonditi sulla figura di Francesco e sugli influssi esercitati da questi sull’arte italiana e sull’arte in generale, che gli permisero di stilare le seguenti considerazioni:

Nella storia dell’arte moderna forse nessuna figura umana è stato oggetto del sogno di tanti maestri quanto Francesco del quale ognuno ha poi creato, a seconda della natura del suo sogno, un ritratto trasfigurato. Ancora molto tempo dopo la sua morte sugli animi egli esercitava una forza così soave e profonda che divenne il prediletto di tutti gli artisti. La sua vita apparve loro così piena di poesia e tanto degna di essere eternamente ricordata, che centinaia di pittori e scultori hanno rappresentato la sua figura e scene della sua vita. Né fu minore la venerazione degli antichi novellisti: essi raccolsero le storie e le leggende che lo riguardavano 20

Hesse aggiunge ancora che proprio all’ambiente francescano si devono alcune delle massime espressioni del dire poetico del XIII sec. sia in latino, come in volgare. A Tommaso da Celano va attribuita probabilmente, la stesura del commovente Dies irae, dies illa, che tanta fortuna avrà nel rituale cattolico, mentre a Giacomo da Verona si deve un poema sul Paradiso e sull’Inferno, superato in seguito solo da Dante; inoltre molti autori di Laudi manifestarono in Toscana le speranze più intime e profonde della poesia popolare. A queste opere vanno aggiunte le poesie, “dolorosamente belle “, come scrive Hesse, di Jacopone da Todi e le considerazioni che lui stesso delinea sull’arte italiane del XIII sec, in cui afferma che senza Francesco, da lui definito uno degli “enigmatici grandi” e le sue Laudes creaturarum né Jacopone, né Giotto avrebbero dato avvio, tramite le loro soluzioni artistiche al rinnovamento della cultura dei secoli successivi.

Narciso e Boccadoro (1930)
Io credo che un petalo di un fiore o un vermiciattolo sul nostro cammino dica e contenga molto di più di tutti i libri dell’intera Biblioteca, Con le lettere e con le parole non si può dire nulla.21

Le molte riflessioni su Francesco contenute nel viaggio in Italia ritornano e vengono riproposte, in modo più sottile e metabolizzato nell’impianto narrativo di Narciso e Boccadoro. Il dissidio mente – corpo e la dicotomia afflato artistico e sapere teologico-filosofico, o sapere in generale, emergono in tante pagine e rappresentano il tema centrale ricorrente di questo complesso percorso di formazione. Sin dal capitolo III appare la contrapposizione, non tanto affettiva ma di scelta di vita, che contraddistingue e separerà i due amici e protagonisti del romanzo:

No Boccadoro non sono simile a te, non come tu credi. È vero che anch’io porto in cuore un voto inespresso, in questo hai ragione. Ma simile a te non sono affatto. Ti dico oggi una parola, di cui ti rammenterai un giorno. Ti dico: la nostra amicizia non ha altro scopo ed altro senso che quello di mostrarti come tu sia completamente dissimile da me!.22

L’affermazione di Narciso, che in apparenza risulta essere un’ammissione di distanza, sottolineata per giunta con forza, si rivela nel prosieguo dell’opera la chiave di volta per rappresentare le differenti strade di vita e di pensiero scelte dai due amici. Narciso dedito alla filosofia, alla vita contemplativa e all’osservanza delle regole monastiche, sembra quasi incarnare la dicotomia instauratasi nell’ordine francescano tra conventuali e spirituali, all’indomani della morte di Francesco. Diversamente Boccadoro si lascia tentare dal flusso del vivere che diventa anche, nel bene e nel male, abbandono, conoscenza che ricorda, senza le implicazioni erotiche o le infrazioni alla legge di questo personaggio, le esperienze itineranti e innovative di Francesco e degli spirituali. Anche Boccadoro, pur volendo vivere ed esplorare la vita creatrice dell’artista, sente in sé la spinta a cercare altre definizioni, altre esperienze e a diventare una sorta di monaco errante, di giramondo e così definisce coloro che compiono questa scelta:

Sono i figli di Adamo, dell’uomo cacciato dal Paradiso, e sono i fratelli degli animali, degli innocenti. Dalla mano del cielo prendono ora per ora ciò che viene loro dato; sole, pioggia, nebbia, neve, caldo e freddo, benessere e indigenza; per loro non esiste il tempo la storia, non esiste una mira, e neppure quell’idolo dello sviluppo e del progresso, nel quale credono così disperatamente quelli che hanno una casa, Un vagabondo può essere delicato o rozzo, ingegnoso o melenso, coraggioso o pauroso, ma nel cuore è sempre un fanciullo. Vive sempre come il primo giorno, avanti l’inizio d’ogni storia universale…

Inoltre volendo sottolineare la differenza tra la vita errante del vagabondo, in contrapposizione al mondo organizzato delle città, Hesse/Boccadoro aggiungono:

Sempre egli è contrapposto, è il nemico del possidente e del sedentario, che lo odia, lo disprezza, lo teme, perché non vuole che gli si rammenti tutto questo: la fugacità di ogni esistenza, il continuo avvizzire d’ogni vita, la morte gelida ed inesorabile che riempie intorno a noi l’universo… 23

Nel romanzo non viene evidenziata solo una diatriba filosofico-teologica tra i due protagonisti, ma si mettono in luce, fondamentalmente, due modalità diverse di concepire ed interpretare arte e vita. Dice infatti Narciso:

Le nature come le tua, dotati di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. (..) Noi spirituali, che pur sembriamo guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte. La vostra patria è la terra, la nostra l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore ….24

Ancora più radicale, nel proseguire delle varie esperienze dei due amici, le cui strade si separano e vivono vite diverse, anche se in buona parte già predeterminate, si mostra la polarità tra una visione attiva e una più riflessiva del vivere. Anzi nel procedere del racconto e dei vari momenti di evoluzione morale ed artistica dei due risalta come più completa la figura dell’artista, rispetto al teologo ed anche al mistico, perché in qualche misura tramite la produzione artistica l’artista ricrea neoplatonicamente una realtà nuova e sublime di valenza universale, mentre il mistico e il teologo restano prigionieri di rappresentazioni individuali. Narciso, diventato da maestro e figura preminente, quasi un discepolo pieno di ammirazione di Boccadoro, dopo una complessa riflessione, confessa all’amico queste considerazioni:

I mistici sono per dirla in breve e un po’ grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti, poeti senza versi. pittori senza pennello, musicisti senza note (…) tu avresti potuto diventare uno di questi. Invece, grazie a Dio, sei diventato un artista, padrone del mondo delle immagini, dove puoi essere creatore e signore 25

Dopo varie vicende, vissute separatamente, il dialogo tra i due amici si attesta su come sia possibile creare un’opera d’arte perfettamente compiuta e realizzata, a differenza delle forme del pensiero filosofico o dell’esperienza del mistico. Per l’artista l’immergersi nella vita e nelle sue contraddizioni, come avevano fatto molti santi e Francesco, comportava un tirocinio di sofferenza e di liberazione progressiva che favoriva la creazione complessa della propria vita di santità o dell’opera d’arte. Non si trattava di un passaggio immediato dalla potenza all’atto, ma di un percorso – quasi un parto complesso – che permetteva una rappresentazione universale:

Tu sei artista ed hai creato più di una statua. Quando una di queste figure ti è veramente riuscita, quando tu hai liberato l’immagine di un uomo dalle contingenze e l’hai ridotta ad una forma pura, allora tu hai, come artista attuato quell’immagine umana …. 26

Il dialogo tra i due amici, ormai quasi al termine delle loro vite, si conclude con una riflessione di Narciso che sembra propendere – quasi nietzschianamente – per la vita activa che non risulta migliore della vita intellettuale, ma offre all’uomo una possibilità in più di condurre pienamente la propria esistenza:

L’uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tommaso d’Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? (…) forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commettere peccati e prendere su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con mani lavate e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d’armonia e camminare senza peccato tra le sue aiuole ben protette. Era forse più difficile, più valoroso più nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze 27.

In queste parole compare in filigrana l’interpretazione che offre Hesse della figura dell’artista e anche dell’uomo che, come Francesco, ha scelto un modo non convenzionale di indirizzare la vita e la ricerca del divino. Emerge anche la diversa visione dell’artista, rispetto al teologo e al filosofo, perché scegliere la modalità più complessa di condurre l’esistenza, garantisce a chi la pratica l’individuazione del proprio sé, il superamento della semplice ripetizione di azioni imposte o autoimposte e porta ad una più autentica completezza esistenziale.

Note

  1. “Ciò che ci importava era godere il paesaggio italiano col delizioso clima primaverile (…) Orvieto fu la località più meridionale del nostro itinerario. Roma era vicina, ma ci trattenemmo, e poi le piccole cittadine ci piacevano molto di più…” Fritz Brun in: “Der Bund”, 30.6.1957, Dall’Italia, op. cit., p. XXXVIII.
  2. Ivi, Cittadine umbre, Montefalco, pp.174-177.
  3. E. Banchelli, Tra natura e cultura: gli itinerari italiani di H. Hesse, Introduzione a Hermann Hesse, Dall’Italia, op. cit., p. XV; M. Ponzi, Herman Hesse, Firenze 1980; G. Mosse, L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna, Torino, Einaudi 1997.
  4. Angelo Alighiero Chiusano, introduzione a: H. Hesse, Peter Camenzind, Demian, due romanzi della giovinezza, Newton Compton, Roma 1993, pp. 13-15.
  5. Hesse, Dall’Italia, op. cit., Prose brevi, Diari, (1904) p. 3.
  6. Ivi, introduzione, p. IX-XI.
  7. Dall’Italia, p. 5 e p. 67.
  8. “Nel mio angolo di lettura, in una cameretta nel solaio dove entravano solo i battiti delle ore del vicino campanile e lo squittire secco delle cicogne che avevano nidificato lì accanto, erano di casa quegli illustri uomini di Goethe e Shakespeare…”. Peter Camenzind, cit., p. 48.
  9. “… la condanna del mercantilismo capitalistico, basato sul principio del profitto, fatta però da posizioni di ‘anticapitalismo romantico’ a un tempo intimistico e patriarcale aristocratico…” A. Destro, Introduzione a: R. M. Rilke, Elegie Duinesi, Einaudi, Torino 1978, pp. V-VIII.
  10. Ivi, pp. 82-84.
  11. Demian in: Peter Camenzind, Demian, due romanzi della giovinezza, op. cit., p. 175.
  12. Hesse, Dall’Italia, op. cit., pp. 379-380.
  13. Hesse, Dall’Italia, pp. 396.
  14. Hesse, Dall’Italia, p. 400.
  15. Hesse, I Fioretti di San Francesco in: Dall’Italia, p. 281.
  16. Dall’Italia, ivi, Conclusione, p. 414.
  17. C. Mercuri, La scelta di Tommaso, in: Francesco d’Assisi, L’identità svelata, Medioevo Dossier, maggio 2026, pp.22-28.
  18. C. Mercuri, op. cit., pp. 36-38.
  19. Blütenkranz des heilingen Franziskus Von Assisi, Jena 1904, in: Hesse, I Fioretti di San Francesco in: Dall’Italia, p. 281.
  20. Ivi, p. 415.
  21. H. Hesse, Narciso e Boccadoro, Mondadori, Milano 2011, V, p. 56.
  22. Ivi, III, p. 31.
  23. Ivi, XIII, p.173 -174.
  24. Ivi, IV, pp.4 – 42.
  25. Ivi, cap. XVIII, p. 252.
  26. Ivi, cap. XIX, p. 253.
  27. Ivi, p. 271.

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