Bibliomanie

Il poeta di Dio
di , numero 61, giugno 2026, Note e Riflessioni, DOI

Il poeta di Dio
Come citare questo articolo:
Monica Fabbri, Il poeta di Dio, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 15, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14342

Francesco, il giullare di Dio, ci ha portato una domanda tremenda e meravigliosa al contempo: è possibile vivere lieti? Anche per Dante la sua presenza fu un pungolo costante, nel senso che avvertiva tutta l’eccezionalità di quel piccolo uomo inafferrabile. Ne fece un ritratto vivo e preciso, tuttavia gli aspetti francescani della Commedia non sono limitati solo al canto undicesimo del Paradiso, ma riguardano diversi altri luoghi.
Francesco compare per la prima volta in Inf. XXVII a portare via l’anima del fraudolento Guido da Montefeltro, ma il ‘loico’ diavolo glielo impedirà e il santo, ‘serafico in ardore’ è l’emblema del perfetto sapiente di cui Ulisse, ardente anch’egli di ‘canoscenza’, potrebbe rappresentare il rovesciamento parodico.
Il confronto tra il santo e l’eroe greco rappresenta uno dei parallelismi più affascinanti della cultura occidentale, spesso citato per evidenziare due modi opposti di intendere proprio il sapere. Sono tanti i punti in comune. In primo luogo sono entrambi viatores, cioè personaggi itineranti, da una parte il νόστος, il ritorno a casa dopo anni di sofferenze, dall’altra la predicazione errabonda del Vangelo, fino ad arrivare al sultano d’Egitto:

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro
(Par. XI, 100-102)


Il suo più che un tornare fu sempre un convertire nel senso etimologico della parola, convertere, cum vertere, volgere insieme. Si tratta di una missione itinerante, che ha come sorgente l’immedesimazione con Cristo. Per Ulisse, invece, l’impulso per conoscere il mondo è determinato dalla curiositas e dalla μῆτις, un’astuzia talvolta subdola, che, a seconda delle circostanze, si spinge ad usare persone o cose, come ci racconta Sofocle nel suo Filottete. Proprio in questo aspetto si rivela l’abisso tra i due, tanto da far diventare l’eroe greco un rovesciamento parodico di Francesco: la conoscenza per il santo di Assisi è amore. L’atto del conoscere non è più soltanto una facoltà razionale, ma diventa un amore delle cui virtù si desidera partecipare, per cui si instaura un nuovo tipo di rapporto in quanto conoscere è amare, essere amati e quindi conosciuti. È una reciprocità di cui parla san Paolo, in quella lettera ai Corinzi che è stata definita un inno all’amore: tutta la conoscenza (scienza) dell’uomo, le sue profezie, i suoi idiomi sarebbero vani senza l’Amore.

«[…]La seconda e sostanziale differenza tra desiderio di conoscere aristotelico e amore-conoscenza cristiano risiede nel rapporto tra i due termini: in sede aristotelica il desiderio è il mezzo – sul piano delle cause è infatti la causa efficiente – che determina il passaggio dalla potenza all’atto della conoscenza; in sede cristiana l’amore si identifica invece con essa, poiché, come si spiega nella lettera di Giovanni, Dio è amore».

Quindi anche nel Convivio, in particolare nel libro III, seguendo la concezione di scienza caratterizzata dall’amore, Dante presuppone una relazione affettiva tra colui che conosce e l’oggetto da conoscere e anche da vedere. La canzone del libro III del Convivio, fa notare Gentili, segue le tracce di Sapienza 8.

Amor che nella mente mi ragiona
della mia donna disiosamente
move cose di lei meno sovente
che lo ’ntelletto sovr’esse disvia
[…]
In lei discende la vertù divina
sì come face in Angelo che ’l vede;
e qual donna gentil questo non crede
vada con lei e miri gli atti suoi.
Quivi dov’ella parla si dichina
un spirito dal ciel, che reca fede
come l’alto valor ch’ella possiede […]
(Conv III, Canzone)


« […] in Amor che nella mente la contemplazione prevale sull’azione, un po’ come in quegli inni cristiani, che elencano, magnificandole, le virtù dei santi o della Vergine».
Francesco, il santo, il poeta, il giullare di Dio, si è innamorato perfino della povertà di Cristo, che Dante descrive come una donna denigrata da tutti, che nessuno vuole. E proprio la concordia è quella che traspare da questo insolito legame:

La lor concordia e il lor lieti sembianti, 
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensieri santi;
tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
(Par. XI, 73-81)


I suoi amici lo seguono al passo di danza: si scalzano e corrono. In questo, Francesco e Ulisse sono simili, perché eccellenti comunicatori, ma è un’eloquenza utilizzata in maniera differente: entrambi attirano a sé dei compagni, guidandoli nel loro percorso. Ma i marinai hanno le orecchie chiuse al canto delle sirene, perché solo l’eroe può davvero conoscere, mentre i frati, seguendo i ‘lieti sembianti’, vedono la concordia e la possibilità di vivere in letizia. L’umiliazione di Francesco, che aveva cambiato vita disprezzato e abbandonato dalle persone per bene, eleva i compagni di viaggio fino a Dio, invece quelli di Ulisse, eroe acclamato, venerato e ascoltato, affogano disperati. 

Gli studia francescani
Ma quello che accadde dopo la morte di questo santo così scandaloso fu, a dir poco, straordinario. I suoi numerosissimi seguaci litigarono, perché l’innamorato di Cristo non c’era più e alcuni divennero radicali, altri, i più moderati, si dedicarono a quelle scuole che anche Dante aveva frequentato.

«Che i domenicani si occupino di scienza in fondo lo diamo per scontato, per la naturale connessione che hanno avuto con la storia scolastica ed intellettuale del Due e Trecento. […]. Per i Francescani che lo si voglia o no, la situazione ci appare – coscientemente o incoscientemente – diversa. Perché il loro rapporto con la natura, il cosmo, il corpo viene necessariamente a porsi in una luce diversa. Perché nella visione che abbiamo del fondatore stesso dell’ordine, S. Francesco, […], il rapporto con la natura è centrale e sorpassa largamente una prospettiva di storia intellettuale».

La primitiva predicazione francescana, di cui non è rimasta traccia, doveva seguire il modello di San Francesco che, pur essendo assai colto, proibì nelle sue Regulae l’uso privato dei libri. Gli Spirituali rimasero fedeli al modello, mentre i Conventuali, che prevalsero, furono influenzati dai domenicani e gli studia minoritici sorsero accanto a quelli domenicani. Come ci ricorda Delcorno, il più famoso predicatore francescano del Duecento fu Antonio da Padova, che anticipò, pur essendo isolato, la spiritualità e la cultura destinata a prevalere nell’Ordine, e parve essere più vicino a Domenico di Guzman che a san Francesco. Nel sermone per la IV domenica, «con una fosca immagine che sembra preludere all’allegoria iniziale della Commedia, egli paragona la società contemporanea a una selva «fredda, oscura, piena di belve», infestata soprattutto dal «maledictus ternarius»: superbia, avarizia e lussuria». 
Risulta pertanto evidente la complessità di relazioni all’interno di un Ordine che si è evoluto e trasformato nel corso del tempo. Gli studi storiografici, le conferenze internazionali, i progetti di ricerca hanno approfondito la tematica del rapporto tra i francescani e la scienza a partire dal loro interesse per la natura. «Soltanto in un network come quello degli Ordini mendicanti, infatti la circolazione delle idee e delle conoscenze, e naturalmente delle persone e dei libri (compresi quelli ancora in fieri), può darsi in tempi tanto rapidi e abbracciare le fucine del pensiero più vivaci per l’epoca (e in special modo Oxford, Parigi e Viterbo), creando ponti fra centri distanti geograficamente, ma anche per cultura, modelli di riferimento».
La curiositas di Francesco, che scaturiva dall’amore per Cristo come vera sorgente di sapere, ha generato studi sulla luce così profondi e significativi, che sono stati ripresi dalla tradizione omiletica e da Dante stesso. Perché proprio la luce? Perché, tra tutti i fenomeni naturali, era quello più vicino a Dio, che meglio di ogni altro lo descriveva: lux, splendor, lumen, radius sono le parole chiave che ricorrono più frequentemente in un francescano, che per anni è stato poco conosciuto e che ha, invece, influenzato l’opera dantesca, Bartolomeo da Bologna.

Bartolomeo da Bologna
Questo frate, in particolare, attribuì una notevole importanza nelle sue Quaestiones alla Vergine Maria ed ebbe un ruolo decisivo nella cultura religiosa del XIII secolo, anche se non siamo a conoscenza di molti dati biografici. Il suo nome è spesso accompagnato da «de Bononia» o dall’aggettivo Bononiensis; si pensa non tanto alla sua città natale quanto a quella dove svolse la maggior parte dei suoi studi. Secondo alcuni ricercatori, attorno al 1256 o al 1259 si trovava alla corte di Alessandro IV ad Anagni, dove svolse la funzione di inquisitore di eresie, episodio che sembra trovare conferma nella XVIII quaestio de fide in cui uno degli elementi della verità della fede cristiana è dato dalla rivelazione. Tuttavia appare dubbia la legittimità di tale identificazione sulla base della tematica riportata, anche per la presenza di un altro Bartolomeo, quello di Amelia, e perché nessuno ricorda il nostro autore per questa attività. Si recò a Parigi, dove fu studente e, in seguito, magister regens in teologia presso l’Università. Non si ha modo di definire con certezza il periodo esatto di permanenza nella città francese, anche se la formazione dei teologi durava circa dieci anni.

« […] varrà la pena ricordare che proprio in quegli anni lavorano o passano per Parigi i più importanti pensatori dell’epoca (Bonaventura e Tommaso per fare due nomi celeberrimi, o, fra i perspectivi, Ruggero Bacone e Giovanni Peckham) e molte figure di spicco all’interno dell’ordine minoritico (per esempio Gualtiero di Bruges, Guglielmo de la Mare, Matteo d’Acquasanta). Del resto un rapido sguardo ai codici che trasmettono i testi di Bartolomeo comprova la piena partecipazione del frate al milieu evocato […]».

Salimbene definì Bartolomeo magnus et cathedratus magister e il papa Niccolò III ebbe molta stima di lui, tanto da tenerlo in considerazione per risolvere i problemi dell’unione tra Greci e Latini in Oriente. Dall’ottobre del 1282 si stabilì nel convento di Bologna, come testimoniano alcuni lasciti, rogati tra l’ottobre del 1282 e il luglio del 1294. Non è facile stabilire i suoi incarichi in base ai documenti, anche se ebbe sicuramente un ruolo assai prestigioso. Le sue Quaestiones disputatae e i sermoni dimostrano un fervida attività; molti sono gli scritti inediti, che potrebbero offrire diversi spunti di ricerca soprattutto in relazione a Dante: « […] si possono per esempio istituire forti paralleli tra la descrizione del cielo empireo e il trionfo di Maria del Paradiso dantesco e quanto è detto sullo stesso argomento da lui in due quaestiones sulla glorificazione di Maria».
Con le Quaestiones de assumptione Bartolomeo da Bologna contribuì a rafforzare la teologia mariana del XIII secolo. Il testo, che si intitola De luce, costituisce un manuale ricco di informazioni circa l’ottica e la reinterpretazione di un sapere multidisciplinare e fu composto a Parigi probabilmente intorno al 1270.

«Il De luce, […] è un compendio pensato per studenti predicatori. L’autore sunteggia, infatti, in modo talvolta sommario talaltra meticoloso, una serie di teorie scientifiche e nozioni tecniche, per lo più relative all’ottica, e ne offre attraverso la costruzione di elaborati parallelismi, una immediata e versatile interpretazione in chiave spirituale, che facilmente potrebbe essere riadattata per altri contesti (ad esempio per rendere più ricercata e incisiva una predica, etc)».

Molteplici le fonti a cui attinge Bartolomeo, che potrebbero essere le medesime anche di Dante: per le questioni di fede menziona spesso i Padri della Chiesa latini e greci (Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno, Isidoro, Alcuino), Boezio e Dionigi l’Aereopagita, mentre Aristotele è senza alcun dubbio il punto di riferimento principale per argomenti filosofici e scientifici.
Altre fonti classiche furono Valerio Massimo, Plinio, Seneca, Macrobio, Euclide, Tolomeo, Eraclito, Apollonio ed Ermete Trismegisto, voci conosciute attraverso florilegi o enciclopedie, ma il fascino della cultura classica rimane vivo nel frate francescano. 
Nel De luce la scienza ha una finalità propedeutica con intenti morali e spirituali, invece nelle quaestiones si nota una solida preparazione, come afferma la Galli, citando auctoritates che nel trattato non vengono mai menzionate. Tale preparazione non può non suggerirci che, se solo Dante, in qualche modo avesse conosciuto le opere del frate bolognese, anche solo in maniera indiretta, potrebbe aver recepito alcune informazioni essenziali riguardo alla perspectiva.

«Trattato, sermoni e questioni, tutti lavori concepiti probabilmente nell’ambito e nella prospettiva di un contesto universitario, si sviluppano su un terreno comune, si alimentano reciprocamente, divengono occasione per approfondire e divulgare un pensiero che abbraccia al tempo stesso scienza, metafisica, catechesi, erudizione».

Il De luce è uno scritto di piccole dimensioni, ma contiene più informazioni sulla luce di ogni altro lavoro medievale. Bartolomeo conosce Peckham e Bacone, pur non essendo preciso come loro nelle dimostrazioni di geometria e ottica. 
Il nostro frate si colloca benissimo all’interno di una temperie culturale poliedrica; infatti, quando, nel De luce, parla delle species, che sono l’argomento principale, si avvicina per la maggior parte a Ruggero Bacone del De moltiplicatione specierum.

«Proprio nell’ambito del discorso intorno al processo visivo-conoscitivo prodotto dalla trasmissione delle species e a proposito del ruolo che svolgono le intentiones si trova anche l’unico punto su cui Bartolomeo dimostra una certa originalità sotto il profilo scientifico. Il riferimento fondamentale, cui si fa espressamente cenno, è un passo del De aspectibus di Alhacen […]».

Il filosofo arabo parla di 22 intentiones particulares, cioè rappresentazioni parziali di proprietà sensibili del corpo; solo luce e colore sono visibili di per sé. Anche per Bartolomeo l’intentio assume quasi sempre un’accezione generica; talvolta però diventa più specifica e viene descritta in maniera originale rispetto agli altri autori che si limitano a riprendere l’elenco del De aspectibus.
La produzione intellettuale dei francescani è attraversata dalla congiunzione tra pensiero scientifico e filosofico e la circolazione delle idee era capace di creare ponti tra autori diversi e di differenti località. 
Il De aspectibus di Alhacen, tradotto in latino intorno alla fine del XII secolo da Gherardo da Cremona, è costituito da sette libri.
Qui si vuole brevemente sottolineare il fatto che alcuni argomenti relativi alla riflessione dei raggi sulle superficie sono correlati al tractatus di Bartolomeo da Bologna, anche se vengono affrontati in maniera generica. Il frater, a partire dal Vangelo di Giovanni, per definire la luce usa quattro vocaboli ben precisi, lux, radius, lumen e splendor, riferendosi all’autorità di Avicenna. Sono termini anche danteschi. Cristo è lux, perché gli altri nomi sono imperfetti in quanto variabili, deboli, incostanti: infatti, la lux è l’unica ad avere un esse naturale, quieto, stabile, indipendente. La luce sensibile si propaga in maniera sferica da una sorgente verso tutte le direzioni e viene a costituire un globo luminoso. Allo stesso modo Gesù nacque a Gerusalemme, centro del mondo, perché come lux perfetta illumina tutte le creature, in alto gli angeli e in basso i Padri della Chiesa, i profeti e i discepoli di ogni epoca.
Se andiamo a riprendere il canto XI del Paradiso, si può notare l’importanza della luce: san Francesco è un Sole, come a volte accade di vedere sull’immenso letto del fiume Gange in India e la stessa Assisi diventa Ascesi e poi Oriente.
Le Laudes creaturarum, capolavoro che diede inizio alla nostra letteratura, illustra tutte le creature che sono segno luminoso della sua presenza. Così la letizia del poeta di Dio si è diffusa rapidamente come un’eredità, forse ancor più di Madonna Paupertas. La letizia di Francesco è diventata luce, segno della presenza di Cristo. E ancora oggi la possiamo vedere risplendere nei suoi testimoni.

Bibliografia
Delcorno 1974 = Carlo Delcorno, La predicazione nell’età comunale, Sansoni, Firenze, 1974, pp. 31- 41.
Galli 2021 = Francesca Galli, Il De luce di Bartolomeo da Bologna Studio e edizione, Sismel Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2021.
Gentili 2019 = Sonia Gentili, La concezione della scienza in Dante, in «Letteratura e scienze», Atti delle sessioni parallele speciali del XXIII Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti), Pisa, 2019, pp.1-6.
Paravicini Bagliani 2008 = Agostino Paravicini Bagliani, Natura, scienze e società medievali, a cura di C. Leonardi e F.Santi, «Micrologus», Firenze, 2008.

L’immagine è nella vela ovest della volta giottesca, sull’altare maggiore della Basilica inferiore di Assisi e raffigura San Francesco nella gloria del cielo.

Voci
Bartolomeo da Bologna, Dizionario biografico degli italiani, vol. 6 (1964)

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