Manoscritti francescani a Brescia
Simona Gavinelli, Manoscritti francescani a Brescia, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 1, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14285
Una considerazione preliminare riguarda il rapporto dell’Ordine francescano con i libri e con lo studio: secondo le prescrizioni di umiltà e di povertà previste dalla Regula bullata -, redatta con la collaborazione giuridica del cardinale Ugolino di Ostia, poi papa Gregorio IX (1227-1241) – che san Francesco aveva fatto approvare il 29 novembre 1223 da papa Onorio III (1216-1227), nell’ammissione dei frati erano preferibili i «nescientes litteras», più tutelati rispetto all’aspirazione alla vanagloria.1Rispetto alla tendenza stereotipata e ideologica, che vorrebbe vedere come tipici francescani i codici di studio modesti, cartacei o realizzati con materiali di riuso, appare più realistico interpretare tali codici nel quadro delle esigenze di funzionalità, per cui, eventualmente, si può cogliere una predilezione per i formati ridotti e di facile trasportabilità e, in prevalenza, miscellanei per accorpare più testi utili per la predicazione o per la meditazione, con un’opzione prioritaria verso il volgare o i volgarizzamenti; manca tuttavia «…un modello dominante, quanto piuttosto esiste una costellazione di modelli simili ma tutti devianti o deviati…»2. Diverso è invece stabilire come fisionomia francescana la presenza di autori o di copisti appartenenti all’Ordine in base all’indagine delle provenienze librarie dalle biblioteche minoritiche.3 Scarseggiano però anche le informazioni sull’attività dei loro scriptoria, perfino dei centri maggiori come l’Aracoeli di Roma, il Sacro Convento di Assisi o il Santo di Padova, benché il divieto inserito nelle Costituzioni generali di Assisi del 1316, che impediva la copia libraria per la vendita, sottintenda l’impegno interno dei frati per sopperire in proprio alle necessità conventuali.4
La difficile regolamentazione sulla presenza di libri e sulle modalità di fruizione all’interno delle fondazioni francescane rispecchia, di fatto, l’assenza di un’identità univoca dell’Ordine, spesso percorso da anime differenti e inquiete, come emergerà ad esempio, tra spirituali e conventuali: il fondamentale ideale pauperistico contrastava, in effetti, con il bisogno di libri, utili non solo per le funzioni liturgiche comunitarie, ma sicuramente essenziali per la formazione culturale dei religiosi soprattutto in chiave antiereticale, inducendo alla fine i vertici minoritici ad affiancarsi ai Predicatori nella pragmatica accettazione dei sussidi di studio per assolvere al meglio lo specifico mandato ecclesiale.5
La più ampia Regula non bullata del 1221, la Regula bullata del 1223 e infine ancora il problematico Testamento di san Francesco avevano definito l’importanza e i limiti dell’accesso librario da parte della compagine minoritica, pur salvaguardando la primitiva intentio sancti Francisci, la cui santa povertà includeva nell’Ordine anche i laici nescientes litteras, bandendoli tuttavia alla fine dalla possibilità di maneggiare manoscritti (almeno il salterio) anche se litterati.6 La difficile compatibilità tra il principio pauperistico e carismatico delle origini era diventata ancora più evidente dopo la svolta intellettuale conferita all’Ordine proprio da san Bonaventura († 1274) per cui gli interventi di Gregorio IX avevano subordinato la paupertas al prevalente officium praedicandi (parallelo e condiviso con l’Ordo praedicatorum), da cui l’ineludibilità dei supporti librari recepita nelle Constitutiones Narbonenses del 1254 come sigillo di una progressiva ‘sacerdotalizzazione’ della compagine francescana.7Sicuramente uno iato profondo rispetto alle ultime parole lasciate in eredità dal santo ai suoi compagni attraverso il menzionato Testamento, riflesso nella immediata spaccatura tra il fronte più integralista e rigoroso dell’Ordine rispetto alla sua articolazione istituzionale capeggiata dal politico e giurista frate Elia da Cortona († 1253), collaboratore di Gregorio IX, promotore della costruzione della grandiosa basilica di San Francesco ad Assisi, e insieme primo ministro provinciale di Toscana e di Terrasanta.8
Le comunità minoritiche, dopo le prime difficoltà economiche della fase insediativa urbana, sia come collocazione logistica (spesso transitoria), sia di minimo appannaggio librario (in molti casi rifunzionalizzato rispetto alle dotazioni lasciate da comunità religiose preesistenti) si assestarono proseguendo nelle committenze artistico-architettoniche e nell’incremento di manoscritti, in forma proporzionale alle disponibilità pecuniarie delle rispettive istituzioni, più o meno agevolate dalle elargizioni della cittadinanza.9 Gli insediamenti mendicanti, dunque anche minoritici, godevano di un favore generalizzato presso i fedeli, espresso in munifiche elargizioni, specialmente per il loro impegno pastorale nell’assistenza spirituale, concentrata in particolar modo sull’accompagnamento verso la buona morte, fino alle incombenze delle cerimonie funebri e alla garanzia degli spazi di sepoltura presso le loro strutture ecclesiali; una realtà che, lungo il Duecento, si era manifestata con evidenza formale nei legati testamentari e nelle memorie necrologiche, che includevano la contabilità delle messe in suffragio, spesso in pesante antagonismo con il clero secolare, che si sentiva defraudato delle pregresse prerogative.10 Nella stesura delle ultime volontà, accanto alle disposizioni per il luogo di sepoltura e alle indicazioni liturgiche finalizzate alle esequie, non si includeva infatti soltanto il saldo dei debiti e dei prestiti, ma era fissata la richiesta di «orationes pro remedio animae» attraverso emolumenti destinati come legati testamentari a una o a più istituzioni ecclesiastiche: morire senza fare testamento era dunque equiparato a non ricevere la comunione del viatico estremo.11
A Brescia esili tracce librarie francescane si rintracciano tra i materiali confluiti presso la Biblioteca Queriniana con le soppressioni governative della proprietà religiosa, avvenute in epoca napoleonica (1797) e poi nel 1866, che coinvolsero anche le fondazioni minoritiche.12
Agli inizi del secolo XIII la città aveva assunto la nomea di «haereticorum domicilium» in seguito ai contrasti tra le fazioni e le aspirazioni della pars Ecclesiae, i cui esponenti ambivano alla gestione delle cariche e dei benefici ecclesiastici, con il conseguente degrado della moralità del clero; come ovunque queste premesse favorirono l’approdo degli Ordini mendicanti, quasi sempre accolti con l’approvazione dei vertici comunali allo scopo di ricomporre la pace sociale attraverso una capillare cura pastorale diretta anche alla fascia maggioritaria dei meno abbienti, stemperando i focolai di eresia.13Con una certa nebulosità delle testimonianze pare comunque che, agli inizi del terzo decennio del Duecento, i primi frati minori, forse già sulla scia di un veloce passaggio di san Francesco in città nel 1221 di ritorno dalla Siria -, e comunque caldeggiati dal vescovo Alberto da Reggio (1213-1226, che aveva introdotto in città pure i Predicatori) -, si fossero stanziati presso la chiesa di San Giorgio Martire, in un quartiere mercantile extra-murano alle pendici del Colle Cidneo, accanto ai mulini del monastero benedettino femminile di Santa Giulia, risalente all’epoca longobarda con l’intitolazione a San Salvatore.14 Il presule bresciano doveva sentirsi particolarmente legato alla compagine minoritica se la Chronica del frate francescano Salimbene de Adam († 1288) riporta come, durante un terremoto del 1222, fosse stato salvato dal crollo del palazzo episcopale proprio dalle grida di allarme di un frate minore che viveva con lui, poi identificato con frate Enrico Pisano, maestro del medesimo Salimbene, esperto di canto e di sequenze liturgiche.15 Nel suo De adventu fratrum Minorum in Anglia pure il cronista inglese duecentesco Tommaso da Eccleston († post 1259) ricorda come un frate inglese rientrato dall’Italia avesse dato testimonianza dello stesso tremendo terremoto occorso appunto a Brescia nel Natale del 1222 quando, durante la distruzione della città e del contado, un altro frate francescano si era salvato rifugiandosi a pregare in chiesa, menzionando, forse tra i primi bresciani affiliati all’Ordine, anche l’aristocratico frater Petrus de Brixia, o de Baiamontis († 1290):16 quest’ultimo doveva sicuramente essere una personalità di notevole caratura intellettuale se viene a coincidere con quel Pietro da Brescia che, nel 1230, era stato inviato da papa Gregorio IX all’interno di una selezionata delegazione composta dal ministro generale Giovanni Parenti, dal grande predicatore portoghese Antonio da Padova († 1231, l’anno dopo proclamato santo da papa Gregorio IX), dal penitenziario pontificio Gerardo da Rossignol, da Aimone da Faversham († 1244), il frate inglese diventato magister theologiae parigino, e poi ministro generale, dal predicatore fra Leone da Perego († 1257), in seguito eletto arcivescovo di Milano, e infine da Gerardo da Modena, o Boccabadati († 1257), uno dei primi compagni di Francesco e promotore nel 1233 del movimento di pacificazione detto ‘devozione dell’Alleluia’:17 gli emissari minoriti dovevano ricorrere all’autorità pontificia per dirimere alcuni dubbi emersi sulla congruità tra le direttive contenute nella Regula rispetto a tutti i principi evangelici aggiunti nel Testamentum di Francesco, formulati in otto punti a cui il pontefice aveva risposto con la lettera Quo elongati: depotenziando la portata del Testamento spirituale di san Francesco attuava quindi la piena normalizzazione dell’Ordo minoritico riducendo a un’opzione solo consigliata, e non a un dispositivo vincolante (peraltro sottolineato dalle scelte verbali), la spinta evangelica totalizzante, pronunciandosi dunque con chiarimenti definitivi sul significato della povertà assoluta, sull’impiego del denaro e dei beni materiali, sulla natura dei peccati più gravi (la cui remissione era riservata ai soli ministri provinciali), sull’esame di idoneità dei frati destinati alla predicazione, sull’accoglienza dei frati da parte dei ministri provinciali impegnati nei periodici capitoli provinciali, e infine sulla tipologia dei monasteri, per lo più femminili, in cui ai Minori era vietato l’ingresso.18 L’emissione del documento pontificio aveva pertanto sciolto la maggioranza dei frati dal dovere di rispettare i duri dispositivi inclusi proprio nel Testamentum di san Francesco, che era inteso unicamente come testo di natura extra-normativa e di semplice orientamento spirituale, lasciando pertanto prevalere sulla spontaneità dell’impegno evangelico ed apostolico verso gli emarginati la linea formalizzata e istituzionale della cura pastorale sostenuta dalla formazione scolastico-universitaria giustificata dall’urgenza antiereticale.19
A Brescia il decollo della fondazione minoritica fu tuttavia sancito dalla costruzione della sede definitiva di San Francesco, eretta in stile romanico-gotico dopo l’acquisto nel 1254 da parte del vescovo neoeletto Cavalcano de Salis, insieme al Comune, di alcuni terreni e di fabbricati presso le mura, nella zona detta dei «Campi Bassi» adiacente alla chiesa di Sant’Agata nel Borgo di San Nazaro per la costruzione di un convento residenziale stabile, ultimato nel 1265 ma già dal 1263 elevato a sede di custodia.20
In questo contesto erano pertanto prevalenti soprattutto le necessità librarie di ambito liturgico per cui la connotazione santorale, che include sant’Antonio da Padova (f. 200r) e san Francesco (f. 207v), riconduce a una destinazione minoritica, forse identificabile proprio con San Francesco, il voluminoso Salterio-Innario francescano Brescia, Biblioteca Queriniana (d’ora in poi: Brescia, Queriniano), B.I.10, ravvivato da qualche preziosa iniziale istoriata, come il re Davide musico inserito nel capolettera del f. 2r «(B)eatus vir» su un vivace fondo blu: appare elegantemente


copiato in littera textualis dell’Italia settentrionale della prima metà del secolo XIV, mentre in chiusura una nota di possesso aggiunta nel secolo XVI, ne riporta la proprietà ai frati bresciani qualificati come doctores.21
Sempre attraverso la nota di possesso del secolo XVIII (f. 1r, margine inferiore «Monasterii S. Francisci de Brixia») è possibile ricondurre ancora alla biblioteca di San Francesco di Brescia la presenza del modesto manoscritto cartaceo Brescia, Queriniano, A.IV.12: i fogli risultano semplicemente piegati (quindi non rigati) per delimitare lo spazio scrittorio a piena pagina, appena segnato dalle maiuscole rubricate, e le iniziali di paragrafo barrate di rosso, per la trasposizione in littera textualis corsiva di Ugo di san Vittore († 1141), De sacramentis, lib. II (ff. 1r-136v), con rare maniculae e note marginali coeve, la cui sottoscrizione sul f. 136v ne indica la conclusione al 3 luglio 1428 da parte del professor gramatice Zanetto De Cerroni, di origine romana, ma presto entrato tra le famiglie ragguardevoli di Brescia, su cui è intervenuto il figlio Giovanni Girolamo, con la stessa professione, per attribuirsene la proprietà modificando il colophon.22

Alla fine del secolo XV fu integrato il composito codice di uso liturgico Brescia, Queriniano, A.VI.12: si tratta di un Epistolario liturgico acefalo (ff. 2r-40v, 60r-125v), risalente all’ultimo quarto del secolo, scritto in prevalenza da un’unica mano che riserva la maiuscola mista per le prime parole dei testi; comprende il Temporale e il Proprio e il Comune dei santi e la Dedicatio ecclesiae, oltre ad alcune messe speciali con letture aggiuntive per il tempo pasquale (ff. 1r-v, 41r-59v) o lectiones speciali aggiunte da altra mano coeva (ff. 126r-129r), realizzato a piena pagina e completato da splendide iniziali in oro a bianchi girali su sfondo blu e porpora, alternate a maiuscole semplici in blu o rosso, come a inchiostro rosso sono le rubriche, con una numerazione coeva dei fogli in cifre romane posta al centro del margine superiore al verso di ogni foglio (mentre sul recto, nell’angolo superiore destro, è giustapposta la numerazione recente a matita). Nella sottoscrizione dell’estensore Francesco Bonoldo, datata 12 giugno 1491, è espressa la volontà di farne dono alla chiesa di San Francesco di Brescia in due punti, nel primo caso in solenne capitale (f. 125v), quindi in umanistica al f. 129v: «Franciscus Bonoldus civis Brixianus hunc epistolarium librum ad perpetuum comodum divini cultus divo confessori Francisco gratiose et irrevocabiliter donavit M°CCCCLXXXXI° duodecima Iunii».

La nota di possesso è esibita attraverso lo stemma gentilizio di famiglia, collocato nel margine inferiore del f. 1r, costituito da un bue rampante su uno scudo bipartito bianco e nero attorniato dalle iniziali «F» e «B» su sfondo blu, racchiuso da una ghirlanda d’alloro.23

Notevole anche la legatura del secolo XVI, eseguita con impressioni a freddo a cornici geometriche e decorazioni a cordami che, nello specchio centrale, riproducono su entrambi i piatti la croce, oltre alla presenza di borchie metalliche (cantonali e rosetta centrale).
La forza propulsiva della spiritualità dell’Osservanza travalicava gli steccati dell’ordine minoritico includendo la riflessione devozionale del laicato confraternale e degli Ordini monastici tradizionali: secondo la nota di possesso del secolo XVI, posta nel margine inferiore del f. 3r, deriva dal monastero benedettino bresciano di San Faustino la modesta miscellanea devozionale cartacea Brescia, Queriniano, G.II.3.
Come molta produzione tarda di spiritualità risulta contenuta in un libretto maneggevole di piccole dimensioni, ben proporzionato nel modulo rispetto alla mise en page di una sola mano in semigotica della fine del secolo XV a linee lunghe sistemate below top line con alcuni fogli bianchi solo rigati (ff. 172r-174v), e appare rilegato in pergamena chiara con anima di cartoncino.

La sezione più rappresentativa è costituita da opere di Caterina Vigri (1413-1463), la mistica clarissa dell’Osservanza patrona di Bologna e autrice di un testo in volgare di edificazione contro il potere del Maligno, proposto in forma di diario o confessione intima con il titolo di Le sette armi spirituali (ff. 2r-36r), seguito poi da Lettere, tra cui una lettera relativa a vita, morte e miracoli della santa (ff. 36v-40v), mentre si aggiungono il Proprio dei santi di un messale (ff. 41r-67v), un Passionario lacunoso (ff. 89r-99r), sant’Agostino, Praefatio in Regulam (ff. 99r-104r), gli Excerpta de vita heremitica et de regularibus (ff. 106r-165v) e, in chiusura, alcuni appunti di carattere grammaticale di uso scolastico (ff. 167r-171r): il copista, che imposta le rubriche in minuscola rossa e impiega iniziali semplici solo rubricate, attraverso il lungo colophon a inchiostro rosso in volgare si presenta come il monaco Gabriel de Bressa (f. 40v) e si attribuisce il libretto polarizzato appunto sulla santa bolognese, e al tempo stesso percepito come uno specchio di verità per le anime in cerca di Dio, non disprezzabile nonostante, come suonano le ultime parole «femina o vero persona de altro ordine lo habi composto».24

Alla fine del secolo XV presso la sede dei Francescani conventuali di San Francesco di Brescia si impose l’articolato piano di committenza di gusto rinascimentale di Francesco Sanson (1414-1499), generale dell’Ordine francescano bresciano ma di padre senese, colto e raffinato che, nel suo percorso di studio probabilmente da rettore dello studium di San Francesco di Siena avrebbe stabilito una duratura intesa con il coetaneo Francesco della Rovere (1414-1484), allora procuratore generale dei Francescani, e poi papa Sisto IV (1471-1484), con cui collaborò per la canonizzazione di san Bonaventura (1482) e nel sostegno al dogma dell’Immacolata concezione, contrapponendosi alle tesi del domenicano Vincenzo Bandello († 1507), dal 1501 generale dei Predicatori e congiunto del più celebre vescovo e letterato Matteo Bandello († 1561).25 Sanson si impegnò con generosità verso le fondazioni francescane sia durante la vita, sia con consistenti legati testamentari, per impreziosire con interventi architettonici, arredi o preziose suppellettili liturgiche (ad esempio in San Francesco d’Assisi o in Sant’Antonio da Padova).
Nell’ultimo quarto del secolo XV la maggior parte delle cattedrali, collegiate o chiese di importanti ordini monastici o conventuali, cercarono di munirsi di scenografici libri da coro sempre più costosi.26 Tra i più rappresentativi, anche per la scelta degli artisti, si collocano pure quelli per la chiesa di San Francesco che Sanson iniziò a far eseguire tra il 1489 e il 1496, coinvolgendo nell’impresa miniatori affermati come gli emiliani Iacopo Filippo Medici d’Argenta e Evangelista da Reggio, fino a ottenere un ricco corpus attualmente diviso tra la Biblioteca Queriniana e i diciassette grandi corali presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia alla segnatura F. 1-17, alcuni con la data esplicitata del 1490 (come su F 11, f. 156v):27 spesso si presentano in coppie identiche per una migliore fruibilità e comprendono antifonari, graduali, kyriali, con sequenziari e invitatoriali composti da cinque sistemi musicali in notazione quadrata su tetragramma in rosso, sempre completati dal custos finale, in genere esemplati da copisti differenti in una elegante littera textualis formata, mentre l’apparato decorativo risponde allo stile ‘alla ferrarese’ (costituito da fregi e iniziali vegetali policrome, con boccioli rossi e rosa e foglie accartocciate, su sfondi a foglia d’oro, e iniziali minori alternativamente in rosso e blu filigranate in rosso e viola); sembra tuttavia riconoscibile un unico copista principale per la serie compatta degli undici antifonari, riconoscibile attraverso la sottoscrizione del Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo, F. 2, f. 145v: «Scripsit atque notavit XI volumina antiphonariorum frater Evangelista Germanus de provincia Saxonie»).28 Si è dunque accertata l’identità del «frater Evangelista Germanus de provincia Saxonie» con quella del «frater Evangelista Tedescho» collocato nelle note di pagamento dei ventidue Corali fatti eseguire con estremo sfarzo dal vescovo francescano Bartolomeo della Rovere (1474-1494) per la cattedrale di Ferrara (ora al Museo della Cattedrale, ma provenienti dall’Archivio Capitolare), ricorrendo all’intervento di due miniatori principali, tra cui il ricordato Jacopo Filippo Medici detto l’Argenta insieme ad Evangelista da Reggio con aiuti.29 Bartolomeo della Rovere era nipote del papa savonese Sisto IV per cui appare rimarcata la familiarità di Sanson con la famiglia pontificia sottolineata dal circuito francescano, cui presumibilmente apparteneva anche il copista frater Evangelista, in una contiguità che comprendeva lo scambio di maestranze artigiane di alto profilo e il ricorso a pergamene di raffinata qualità, oro e pigmenti per l’apparato decorativo (importati, per i corali ferraresi, dai magazzini del Fondaco dei Tedeschi di Venezia).30
Allo stesso gruppo afferiscono anche due Kyriali-Prosari, con antifone mariane e invitatori, sequenziari e invitatoriali, cioè il Brescia, Queriniano, A.I.14, con al f. 126v l’indicazione di committenza di Francesco Sanson: «Fecit fieri magister Franciscus Sanson de Brixia generalis minorum 1490»; quindi, per quanto di mano diversa, ma sempre nella stessa littera textualis formata, l’analogo Brescia, Queriniano, B.I.3, contrassegnato sul foglio iniziale, nel margine inferiore (f. 1r) dallo stemma gentilizio in un tondo profilato in oro con il ricorrente fregio floreale.

In chiusura, prima delle additiones finali, la medesima indicazione di committenza al f. 84v «Fecit fieri magister Franciscus Sanson de Brixia generalis minorum 1490».31

Mentre in entrambi gli esemplari il Kyriale riflette una fisionomia consona ai vari testimoni liturgici dell’epoca, nel Brescia, Queriniano, B.I.3 due mani distinte degli inizi del secolo XVI hanno inserito rispettivamente due coppie di Credo annotato musicalmente (ff. 85r-95r e 96r-103v) per fornire diverse intonazioni per la preghiera della messa, aperte anche da capolettera in stile più sobrio.32

Ancora si univa al gruppo liturgico il Salterio (ff. 1r-169v)-Innario (ff. 170r-207v) Brescia, Queriniano, A.I.13, fascicoli in genere di dieci fogli con lato carne esterno, segnati dalla sola parola di richiamo, e rivestito da una pesante legatura lignea rivestita di cuoio impresso a freddo con borchie (di epoca diversa) nei cantonali e nella rosetta centrale e con bande metalliche sui bordi.


Il sussidio liturgico risulta sempre miniato dall’emiliano Iacopo Filippo Medici detto l’Argenta, soprattutto evidente nei capilettera istoriati, come al f. 2v «(B)eatus vir» con il re Davide musico all’inizio del Salterio e con l’attenzione per la festa di san Francesco (ff. 196v-197r) introdotta dalla rubrica: In festo seraphici patris nostri Francisci.


Prospetta inoltre sui fogli iniziali lasciati in bianco l’aggiunta della precisazione relativa alla donazione al coro della chiesa di San Francesco avvenuta nel 1495 da parte di Francesco Sanson: «Hoc psalterium donavit choro sancti Francisci Brixiae frater Franciscus Sanson generalis Minorum die XXV iulii M CCCC LXXXXV» (f. Vv ma IIv originale).33

Rispondono dunque alla stessa mentalità di lusso rinascimentale la volontà dell’istituzione in ordine all’arricchimento della chiesa di San Francesco di Brescia con l’aggiunta del coro ligneo della sacrestia, realizzato nel 1511 su committenza di frate Giacomino da Botticino e completato con gli intarsi di Filippo Morari da Soresina che, sui riquadri degli schienali, aveva introdotto anche due corali con notazione musicale.34 Notevole dunque pure la coeva ancona lignea tridimensionale, eseguita dallo scultore bresciano Francesco Lamberti, destinata alla pala d’altare poi dipinta dal concittadino Girolamo Romanino:35 Sanson nel 1497 aveva tentato di affidarne la committenza a Leonardo da Vinci (1452-1519), ma il progetto era sfumato anche per il sopraggiungere della sua morte.36 Grazie al suo lascito testamentario la composizione della pala fu dunque realizzata tra 1516-1517 dal Romanino, e prevedeva la centralità della Madonna con Bambino e l’inserimento del ritratto di Sanson in un gruppo di santi francescani: san Francesco, Antonio da Padova, san Bonaventura, Ludovico da Tolosa e Bernardino da Siena († 1444), città d’origine del padre del generale francescano.37 In precedenza a Brescia l’Ordine minoritico era stato particolarmente sostenuto anche dal colto vescovo Francesco Marerio (1418-1442), nipote del potente cardinale Pietro Stefaneschi, che aveva agevolato nel 1425 la presentazione ufficiale in San Francesco di Brescia dell’Itinerarium del notaio bresciano Bartolomeo Bayguera (1381-1458) – allievo di Petrarca e del segretario fiorentino Coluccio Salutati († 1406) – dirottato su Roma dove era diventato segretario del menzionato Pietro Stefaneschi, ingaggiando dunque l’umanista Antonio da Rho († post 1450), proveniente dal convento di San Francesco Grande di Milano.38
Dagli inizi del secolo XV Brescia fu comunque interessata dalla nuova sensibilità religiosa innestata a livello europeo nel fenomeno della devotio moderna, tesa a contrastare la rilassatezza dei costumi e a ripristinare, soprattutto nelle comunità religiose, l’adesione alle regole primitive con l’intensificazione delle pratiche devote, con le conseguenti inevitabili spaccature all’interno degli Ordini, per cui anche i Francescani si frazionarono in Conventuali, Osservanti e Cappuccini, insieme ai gruppi laicali dei Capriolanti, dei Riformati e degli Amadeiti.39
Proprio il presule Marerio nel 1421 aveva convogliato a Brescia per la predicazione il carismatico Bernardino da Siena, acceso promotore dell’Osservanza francescana, ponendo le basi nell’anno successivo perché la cittadinanza gli offrisse la possibilità di erigere sul pendio occidentale dei Ronchi il convento dei Minori osservanti di Sant’Apollonio, presto distrutto nel 1438 durante l’assedio visconteo guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino, fino all’ultima ricostruzione del 1517;40 qualche anno più tardi, per ordine della Serenissima Repubblica di Venezia, fu tuttavia decretato il suo definitivo abbattimento insieme all’analogo convento-santuario di San Rocco (sorto nel 1479 come baluardo della pestilenza di quell’anno nel suburbio di San Nazaro e affidato ai Capriolanti), poiché dal 1517 la città doveva attuare il completamento della spianata, che avrebbe comportato l’eliminazione di ogni edificio per un chilometro e mezzo attorno alle mura, e l’aggiunta di solidi terrapieni e contrafforti capaci di reggere l’urto delle nuove armi da fuoco.41
Le due comunità francescane furono allora costrette a trasferirsi all’interno della cinta muraria, stazionando temporaneamente presso l’antica canonica di Santa Afra mentre, con notevole rapidità, a nord di Piazza della Loggia, nel quartiere di botteghe nella «Curia dei Fabi», era costruito il grandioso convento di San Giuseppe per risanare socialmente un’area piuttosto degradata per la presenza di un postribolo pubblico e un fermento di attività illecite, intitolando l’istituzione francescana in forma propiziatoria al patrono degli artigiani, assurta inoltre nel 1518 a sede della Provincia bresciana dell’Osservanza (fin dal 1472 separata da papa Sisto IV da quella milanese per questioni politiche); nel 1810 il convento entrò infine nel patrimonio demaniale all’atto delle Soppressioni napoleoniche, per essere presto riacquistato dalla chiesa bresciana giusto in tempo per subire nel 1866 le nuove soppressioni governative delle cosiddette leggi Siccardi (soltanto nel 1896 fu riaperta la chiesa, mentre nel 1943 il chiostro maggiore fu rilevato dalla diocesi di Brescia per l’erigendo Museo Diocesano, inaugurato nel 1978).42
I Minori osservanti, grazie ai risarcimenti ottenuti con la distruzione del convento esterno di Sant’Apollonio, si assicurarono dunque i capitali per realizzare il grandioso complesso di San Giuseppe (1519-1521) – le cui cappelle laterali, dieci per lato, erano sintomaticamente dedicate a san Lucio, protettore dei casari e dei salumieri, ai santi Giacomo, Ludovico e Gottardo considerati patroni dei tagliapietre, e perfino al più recente san Martino de Porres († 1639), un domenicano peruviano proclamato da Papa Paolo VI nel 1966 protettore della categoria dei barbieri e dei parrucchieri -, il cui completamento sarebbe proseguito fino al 1541 con l’aggiunta della sagrestia e dei due chiostri, nel secondo dei quali nel secolo XVII furono affrescate le formelle contenenti le raffigurazioni dei trentacinque conventi affiliati dal 1610 alla Provincia osservante bresciana (diciotto nel Bresciano, uno nel Veronese e due nel Cremonese).43 L’attenzione riservata alla formazione culturale è rimarcata ancora nel secolo XVIII quando anche l’ingresso alla Libreria Nuova fu ultimato grazie all’intervento di Giovan Battista Marchetti († 1758), l’architetto di fiducia legato al vescovo di Brescia, il cardinale benedettino Angelo Maria Querini († 1755).44
Nuove fonti grafiche francescane affiorano invece dall’antica biblioteca del convento di San Pietro Apostolo di Rezzato (Brescia), attualmente trasferita alla Biblioteca Francescana di Milano.45
Nella fondazione rezzatese, dove verso il 1571 si erano fissati stabilmente i Cappuccini, nel 1836 erano subentrati con un cambio di osservanza i Minori Riformati (gli unici che, dopo la prima soppressione di epoca napoleonica del 1797, al loro avvento si siano dotati di un timbro ovale per contrassegnare i libri della biblioteca): secondo l’ultima soppressione del 1866 il loro catalogo archivistico censiva un totale complessivo di 1.298 edizioni, tra cui sedici del secolo XV (di cui un’aggiunta da una mano posteriore) con una prevalenza di esemplari biblico-patristici e l’inserzione minoritaria di alcuni classici per la scuola; purtroppo soltanto una decina di unità librarie sono state identificate tra i fondi della Biblioteca Queriniana, di cui cinque riportano perfino sul taglio inferiore una sigla, forse ancora riportabile al secolo XVI «CRB» nel significato di «Bibliotheca Capucinorum Rezati» oppure «Bibliotheca Conventus Rezati», la stessa che si rintraccia anche in due cinquecentine, mentre le note di possesso pregresse su altre due unità bibliografiche -, in cui è indicata la proprietà dei Francescani Osservanti di Santa Maria delle Grazie di Bergamo , suggerisce un approdo posteriore al 1836 quando ai Cappuccini si erano in effetti sostituiti i Riformati.46 Dunque dal 1837 la biblioteca del convento di San Pietro Apostolo di Rezzato fu incrementata con provenienze da altre istituzioni francescane, evidenti anche dopo il rilancio del convento successivo alla soppressione del 1866 quando, nel 1878, riuscì ad assicurarsi il ricco fondo librario che un preciso elenco inventariale riconduce alla passione bibliofila del sacerdote bresciano Giuseppe Onofri (1803-1878), prevosto della chiesa bresciana di Sant’Agata, ma soprattutto valente storico, agiografo e liturgista locale.47 Dopo la morte di Onofri, avvenuta nel giugno 1878, quasi l’intera biblioteca del prevosto fu messa all’asta nel settembre dello stesso anno, e il lotto fu acquisito dai frati di San Pietro Apostolo di Rezzato visto che, spogliati del loro patrimonio librario in occasione dell’ultima soppressione del 1866, erano intenzionati a ripristinarlo.48 Proprio tra i manoscritti recuperati dall’alienazione della biblioteca di Onofri, e poi passati per la mancanza di religiosi alla centralizzazione della Biblioteca Francescana di Milano, si individuano altri codici medievali provenienti da fondazioni francescane lombarde, come il convento osservante di San Maurizio di Lovere, sorto sulle sponde del lago d’Iseo, e passato nel 1601 ai Riformati;49 oppure il menzionato convento di Santa Maria delle Grazie di Bergamo.50 Il 13 febbraio 1959 la Provincia dei Frati Minori di Lombardia, ai fini di tutela, decretò in effetti di trasferire il materiale librario di rilievo (manoscritti, incunaboli, cinquecentine e libri antichi preziosi) dai conventi periferici verso la costituenda biblioteca centrale a Milano, come Biblioteca Francescana, in piazza Sant’Angelo, includendo quindi anche le unità di San Pietro Apostolo di Rezzato;51 in realtà un manipolo di esemplari rimase in sede, e fu spostato forse solo dopo il trasferimento di frate Camillo Galbiati verso il 2010. Ancora nel 2009 parte dei manoscritti rezzatesi appartenenti alla serie Y (ora tutti alla Biblioteca Francescana) si trovava infatti ancora nel convento bresciano dove, per esempio, fu visto e descritto in più occasioni, il Passionario già Rezzato, Convento di San Pietro apostolo, ms. Y/II/9.52
Frate Bernardino Bulgarino da Brescia copista francescano
Inaspettatamente il nome di frate Bulgarino da Brescia emerge in effetti dalla trasmissione di una significativa raccolta di sermoni che Bernardino da Feltre, al secolo Martino Tomitano (1439-1494), aveva pronunciato tra Pavia e il Bresciano un anno prima di morire: dopo una parentesi iniziale dedicata agli studi giuridici, nel 1456 aveva deciso di entrare nell’Ordine dei Minori osservanti dopo essere rimasto impressionato dalle prediche di Giacomo della Marca († 1476), allievo di Bernardino da Siena, per cui si era trasformato in un fecondo predicatore itinerante dall’intenso carisma, percepito inoltre come riformatore dell’oratoria sacra (nell’autorevole solco osservante di Bernardino da Siena, di Giacomo della Marca, di Giovanni da Capestrano († 1456), di Roberto Caracciolo († 1495) e di Bernardino Busti († 1513), che si erano imposti come autentici moralizzatori dei costumi sociali e fautori del risveglio religioso urbano. Colpiva, in effetti, la vivace efficacia della sua eloquenza, edificante nel contenuto ma proposta con una nuova capacità interpretativa e recitativa assimilabile al teatro, anche per le forme ibride del dialetto veneto e del latino maccheronico, come denota il complesso dei suoi 120 sermones mescidati, arricchiti da molti proverbi e da citazioni biblico-patristiche abbreviate secondo lo stile delle reportationes.53 Fu dunque promotore di un’accesa stigmatizzazione del lusso e dell’usura, contrastata attraverso la fondazione di Monti di Pietà in diverse città (a Mantova nel 1484, a Lucca nel 1489, a Padova nel 1491, a Crema e a Pavia nel 1493 e infine a Montagnana e Monselice nel 1494) in abbinamento a una dura polemica antiebraica, foriera di tumulti urbani come era avvenuto a Firenze nel 1488.54 Una lingua innovativa, fortemente empatica per l’avvicinamento al volgare regionalizzato, come poi avrebbero trasferito in forma ancora più letteraria Teofilo Folengo († 1544) e Ruzante († 1542), due autori collocabili nel crinale tra quello che può essere considerato l’apogeo della predicazione francescana osservante e i primi segnali di crisi.55
L’articolazione della predicazione di Bernardino da Feltre, che presenta pochissimi testimoni, viene dunque conservata nel ciclo risalente agli anni finali della vita, portato in luce nel 1937 dal cappuccino Carlo Varisco fino all’edizione del 1964 costruita sulla scorta di due fondamentali (ma non unici) testimoni manoscritti, sempre cartacei ma con il bifoglio esterno dei fascicoli in pergamena, di formato in quarto e scritti a piena pagina senza uno specchio di rigatura, che resta spesso variabile, e con molti fogli lasciati in bianco oltre a frequenti annotazioni marginali, interlineari e maniculae apposte sempre dal medesimo copista, individuabile appunto in frate Bernardino Bulgarino da Brescia: si tratta del Milano, Archivio Provinciale dei Cappuccini di Lombardia (ACPL), A 17, più elegante per la presenza di una iniziale semplice in blu ma con oro (f. 18v) come i segni di paragrafo, e contenente 78 sermoni riconducibili al Quaresimale di Pavia del 1493 con la Tabula sermonum ai ff. DrA-vB, e la redazione dei Sermones quadragesimales sui ff. 1r-284v, oltre ad alcune Notae morales in chiusura (ff. 285r-288v); sul f. Av una nota di possesso del secolo XVI comprova il suo transito presso il convento di San Francesco della Pace di Orzinuovi «Libro di Santo Francesco degli Orci Novi».56 In effetti dalla scritta sul f. Br risulta che padre Pietro Cortese da Orzinuovi già nel 1742 avesse riconosciuto l’autografia di frate Bulgarino da Brescia comune all’altro testimone analogo e sottoscritto, cioè il Milano, ACPL, A 18, mentre lo stesso copista aveva inserito di suo pugno anche due ricordi personali relativi al 1514 (f. 74v) e al precedente 1505 (f. 244r).57 Complementare è dunque il citato Milano, ACPL, A 18, che prospetta ancora la continuazione di Bernardino da Feltre, Sermones de Adventu (ff. 1r-124r), dunque 33 sermoni pronunciati a Brescia per l’Avvento dello stesso 1493 (87-120), oppure in altri luoghi (79-86), con l’aggiunta di una mano coeva per i Sermones quadragesimales (ff. 121v, 124r-137v); al f. IIv la stessa mano principale ha aggiunto la pertinenza al convento di Sant’Apollonio di Brescia e la concessione in uso a frate Bernardino Bulgarino, con l’esplicitazione del suo ruolo di copista nel 1510: «Iste liber pertinet loco S. Apollonii apud Brixiam, concessus tamen ad usum fratri Bernardino Bulgarino de Brixia, qui scripsit eum de anno 1510.58»
Occorre aggiungere anche che dal convento osservante di San Francesco della Pace di Orzinuovi proviene anche il modesto manoscritto cartaceo Brescia, Queriniano, G.I.7 con il Tractatus in Clementinas (ff. 11r-35v) e il Tractatus de sponsalibus et matrimonio (ff. 39r-96v) compilati dal canonista Niccolò Tedeschi († 1445), considerato la «lucerna iuris»: appare copiato in inchiostro chiaro e senza alcuna decorazione in minuta littera textualis corsiva da tre mani distinte, di cui la seconda (ff. 27r-35v) comprende il colophon (f. 35v) con la data del 9 aprile 1474 e l’indicazione del copista locale Francesco Figato, mentre le altre occupano i ff. 1r-26v e 39r-98v.59

Era stato rintracciato nel 1919 dal sacerdote Paolo Guerrini, che ne fece dono alla Biblioteca Queriniana dopo averlo fatto rilegare a proprie spese, come riporta un foglietto autografo accluso al volume.

Nel secolo XVI i due menzionati codici Milano, ACPL, A 17 e A 18 erano quindi custoditi presso il convento cappuccino di Orzinuovi (Brescia): simili per il formato in quarto della carta bresciana, confermata dalla filigrana a testa di bue, condividono pure la mise en page a linee lunghe di inquadramento approssimativo e la scelta grafica di un’umanistica dal tratteggio corsivo ancora influenzato dalla littera textualis; si evince dunque che entrambi siano stati ultimati intorno al 1510 da frate Bernardino Bulgarino che, presumibilmente ancora giovane religioso, era ancora collocato presso l’originario convento extra-urbano dell’Osservanza minoritica di Sant’Apollonio di Brescia, forse affascinato anche dalla mescidanza linguistica di latino e di volgare veneto che fu veicolata soprattutto dalla predicazione prima di diventare il prodromo della sperimentazione comunicativa macaronica del plurilinguismo padovano sfociato in Teofilo Folengo.60 I Milano, ACPL, A 17 e A 18 non esauriscono tuttavia l’insieme della trasmissione di Bernardino da Feltre che, nei suoi sermoni citava, ad esempio, pure il carmelitano Battista Mantovano detto Spagnoli (1448-1516). Attraverso gli studi di Vittorino Meneghin e la restituzione di ulteriori testimoni del predicatore veneto è stato possibile appurare come Bernardino Bulgarino non sia stato al seguito del religioso come reportator dei suoi sermoni; ma lo iato cronologico intercorso tra il 1493 e la trascrizione attorno al 1510 suggerirebbe di limitare la sua funzione alla messa in mundum di testo e di commento; come possibile anello di intermediazione per la diretta reportatio testuale sarebbe invece riconoscibile Giacomo/Iacopo da Grumello, identificabile in Giacomo Zanchi, il teologo e predicatore bergamasco le cui note di lettura sono state rintracciate in due incunaboli provenienti dal Convento della Misericordia, ma ora presso la Biblioteca Angelo Mai di Bergamo.61
Qualche decennio dopo si rileva di nuovo il copista Bernardino Bulgarino in un codice dalla segnatura già Rezzato, Convento di San Pietro apostolo, Y.III.19, e ora Milano, Biblioteca Francescana: la modesta raccolta cartacea di formato manualistico è riconoscibile nel blocco dei codici appartenuti a Onofri provenienti dal convento di San Maurizio di Lovere attraverso l’annotazione aggiunta sul f. 1r: «Bibliothecae Sancti Mauritii Lueris», e poi la corrispettiva segnatura del secolo XVII «XXXII» posta sul piatto anteriore della legatura, mentre una precedente annotazione del secolo XVI-XVII, rilevabile sempre sullo stesso f. 1r, alluderebbe a un transito presso Santa Maria Assunta in Valvendra di Lovere con «Bibliothecae Sanctae Mariae Lueris», cioè il santuario costruito tra 1473-1483 con il sostegno dei Francescani osservanti del locale convento di San Maurizio, e l’aiuto economico della corporazione dei ricchi mercanti di lana per cui, agli inizi del secolo XVI, la chiesa fu corredata dall’apporto pittorico del bresciano Floriano Ferramola (1478-1528), quindi consacrata nel 1520 quando ne fu affidata la gestione ai Francescani osservanti fino al 1668, quando furono allontanati per l’avvento dei Barnabiti arrivando alla soppressione tra 1769-1772.62
Nel codice in questione, cioè Milano, Biblioteca Francescana, ms. già Rezzato, Y.III.19 la mano ‘umanistica’ di frate Bernardino Bulgarino ha allestito una tipica miscellanea di studio costituita da una selezione di brani agostiniani tratti dal De Trinitate e dal De civitate Dei preceduti dai capitula (ff. 1r-16v) e quindi, ai ff. 1rbis-68v, i Notabilia extracta de libro De civitate Dei Augustini, seguiti da altri brani:63 al f. 1rbis: «Restituatur libellus iste fratri Bernardino Bulgaro de Brixia ordinis Minorum Observantie, qui scripsit eum in loco Sancti Iosephi Brixie MDXXXIIII idibus martii» e al f. 68v: «Hunc libellum perfeci ego frater Bernardinus Bulgarus de Brixie ordinis Minorum Observantie in loco Sancti Iosephi Brixie, die primo aprilis MDXXXVI ad laudem omnipotentis…».
Milano, Biblioteca francescana, ms. già Rezzato, Y.III.19, ff. 1rbis, 68v.


Con l’inchiostro rosso riservato alle iniziali semplici, ai segni di paragrafo, ai titoli correnti e alle rubriche in minuscola della stessa mano del copista, il colophon presenta dunque il frate ormai maturo che, tra il 1533 e il 1536, operava nel nuovo convento intra-murano di San Giuseppe, come dichiara sul f. 1r.
Il manoscritto rimase dunque a Rezzato e non rientrò nel primo blocco di codici che, nel 1959, a seguito della costituzione della Biblioteca Francescana di Milano, erano stati trasferiti alla neo-nascente biblioteca milanese.64 Le acque si confondono ulteriormente, poiché nel 2009 Martina Pantarotto, nella sua scheda redatta per il progetto Manus Online, collocava ancora l’unità libraria a Rezzato.65Nello stesso anno però, in un saggio sui manoscritti francescani dispersi e recuperati in Lombardia, la studiosa si premurava di indicarlo come già conservato presso la Biblioteca Francescana di Milano66. Un percorso senza dubbio tormentato.
Note
- Ringrazio vivamente per la cortesia che mi è stata riservata durante la consultazione dei materiali padre Paolo Canali, responsabile della Biblioteca Francescana di Milano, Ennio Ferraglio, conservatore del Fondo Antico della Biblioteca Queriniana di Brescia e tutto il personale della Sala di Consultazione della biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore-sede di Milano.
Neslihan Șenocak, The Poor and the Perfect: the Rise of Learning in the Franciscan Order, 1209-1310, Ithaca-London, Cornell University Press, 2012. Sulla normativa libraria dei francescani: Pietro Maranesi, La normativa degli Ordini mendicanti sui libri in convento, in Libri, biblioteche e letture dei frati mendicanti (secoli XIII-XIV). Atti del XXXII Convegno internazionale, Assisi, 7-9 ottobre 2004, Spoleto, CISAM, 2005, pp. 171-263. - Nicoletta Giovè Marchioli, Il codice francescano. L’invenzione di un’identità, in Libri, biblioteche e letture, cit., pp. 375-418: 381.
- Nicoletta Giovè Marchioli, Codici francescani a Roma nel Duecento. Le testimonianze, le assenze e i problemi, in “Scripta”, 7, 2014, pp. 127-138: 128.
- Ibidem, pp. 132-133. La compattezza grafica asserita per la produzione del Sacro Convento di Assisi durante il secolo XIV da Cesare Cenci, Bibliotheca manuscripta ad Sacrum Conventum Assisiensem, 1, Assisi 1981, pp. 23-26, viene ribadita come omogeneità materiale e artigiana da: Francesca Grauso, La biblioteca francescana medievale di Assisi, lo scriptorium e l’attività dello studium, Thèse de doctorat d’Histoire, Université Lumière Lyon 2, 2014.
- P. Maranesi, La normativa degli Ordini mendicanti, cit., pp. 262-263. Il rapporto tra libri, studia e Ordini mendicanti è stato sviluppato secondo tagli diversi da: Gabriella Severino Polica, Libro, lettura, “lezione” negli Studia degli ordini mendicanti, in Le scuole degli ordini mendicanti (secoli XIII-XIV). Atti del XVII Convegno internazionale di studi, Todi, 11-14 ottobre 1976, Todi, Presso l’Accademia Tudertina, 1978, pp. 373-413; Attilio Bartoli Langeli, I libri dei frati. La cultura scritta dell’Ordine dei Minori, in Maria Pia Alberzoni e altri (a cura di), Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino, Einaudi, 1997, pp. 283-305; Emanuela Fontana, Frati, libri e insegnamento nella provincia minoritica di S. Antonio (secoli XIII-XIV), Padova, Centro Studi Antoniani, 2012; Studio e studia: le scuole degli ordini mendicanti tra XIII e XIV secolo, Spoleto, CISAM, 2002 (Atti del XXIX Convegno della S.I.S.F., n.s.. 12); N. Giovè Marchioli, Codici francescani a Roma, cit.
- In effetti ancora nella Regula non bullata, cap. III anche i fratres laici avrebbero potuto avere in uso un salterio, qualora fossero stati in grado di leggerlo: Pietro Maranesi, Nescientes litteras. L’ammonizione della Regola Francescana e la questione degli studi nell’Ordine (secc. XIII-XVI), Roma, Istituto Storico dei Cappuccini, 2000; Id., I commenti alla regola francescana e la questione dello studio, in Studio e studia, cit., pp. 35-42; Carlo Paolazzi, I frati minori e i libri: per l’esegesi di «ad implendum corum officium» (Rnbu III, 7) e – «nescientes litteras» (Rnbu. III, 9; Rebu X, 7), in “Archivum Franciscanum Historicum”, 9, 2004, pp. 3-59.
- Simona Gavinelli, Per una biblioteconomia degli Ordini mendicanti (secc. XIII-XIV), in Libri, biblioteche e letture, cit., pp. 265-300: 276-277.
- Pietro Maranesi, Il mio testamento. Le ultime parole di Francesco ai suoi frati, Assisi (Pg), Cittadella editrice, 2026 dove sembra divaricata la via carismatica dell’amore evangelico professata dal santo di Assisi, rispetto alla via sapienziale e istituzionale di san Bonaventura: Id., La via alla sapienza cristiana. Studi su san Bonaventura, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2024; Id., Per-dono per lo tuo amore. La via alla pace di Gesù e Francesco d’Assisi, Padova, Edizioni Messaggero, 2025. Su frate Elia, in contatto con la corte dell’imperatore Federico II e presumibilmente cultore di interessi scientifici ed alchemici: Salvatore Attal, Frate Elia compagno di San Francesco, con uno studio su Frate Elia e l’alchimia di Anna Maria Partini, Roma, Biblioteca Ermetica, 2016.
- S. Gavinelli, Per una biblioteconomia, cit., pp. 271-272.
- Ibidem, pp. 272-273. Sull’edilizia mendicante e sulla gestione degli spazi di sepoltura: Caroline Bruzelius, I morti arrivano in Città: Predicare, seppellire, e costruire. Le chiese dei Frati nel Due-Trecento, in Corrado Bozzoni, Anna Roca De Amicis (a cura di), Colloqui d’Architettura, 2: Architettura Pittura e Società tra Medioevo e XVII secolo, Roma, Gangemi, 2011, pp. 11-48; Ead., Preaching, Building and Burying: Friars in the Medieval City, Yale-New Haven, Yale University Press, 2014; Ead., Friars, Architecture, and the Business of Death, in Manuela Gianandrea, Francesco Gangemi, Carlo Costantini (a cura di), Il potere dell’arte nel Medioevo. Studi in onore di Mario D’Onofrio, Roma, Campesano Editore 2014, pp. 381-392; Silvia Beltramo, Gianmario Guidarelli (a cura di), La città medievale è la città dei frati? Is the medieval town the city of the friars?, Sesto Fiorentino (Fi), All’insegna del Giglio, 2021 (Architettura medievale, 1). Per testamenti e donazioni pro anima verso gli Ordini mendicanti, percepiti quali interpreti di una fede più autentica ed evangelica, si vedano le osservazioni relative a Verona di Maria Clara Rossi, Orientamenti religiosi nei testamenti veronesi del Duecento: tra conservazione e ‘novità’, in Religiones novae [“Quaderni di storia religiosa”, 2, 1995], pp. 107-147: 110-113 in particolare. Più in generale: Ugolino Nicolini, I frati minori da eredi a esecutori testamentari; Antonio Rigon, Orientamenti religiosi e pratica testamentaria a Padova nei secoli XII-XIV (prime ricerche); Mauro Ronzani, Gli ordini mendicanti e la ‘cura animarum’ cittadina all’inizio del Trecento: due esempi, in Attilio Bartoli Langeli (a cura di), Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale. Atti dell’incontro di studio (Perugia, 3 maggio 1983), Perugia, Regione Umbria, 1985 (Archivi dell’Umbria: inventari e ricerche, 7), pp. 31-33; 41-63; 115-130.
- Pierre-Clément Timbal, Les legs pieux au Moyen Age, in Danièle Alexandre-Bidon (éd.), La mort au moyen âge. Colloque de l’Association des Historiens médiévistes francais reunies à Strasbourg en juin 1975 au Palais universitaire, Paris, Hachette, 1977, pp. 23-226: 24.
- Nicoletta Giovè Marchioli, Martina Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana di Brescia, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2008 (Manoscritti datati d’Italia, 18), pp. 3-7; Simona Negruzzo, Ordini religiosi e missioni popolari, in Xenio Toscani (a cura di), A servizio del Vangelo. Il camino storico dell’evangelizzazione a Brescia, 2. L’età moderna, Brescia, Editrice La Scuola, 2007, pp. 175-202: 201-202.
- Gianmarco Cossandi, Gli insediamenti degli ordini mendicanti e i nuovi aspetti della vita religiosa tra XII e XIV secolo, in Giancarlo Andenna (a cura di), A servizio del Vangelo. Il cammino storico dell’evangelizzazione a Brescia. 1. L’età antica e medievale, Brescia, Editrice La Scuola, 2010, pp. 435-482: 435-436.
- G. Cossandi, Gli insediamenti degli ordini mendicanti, cit., pp. 442-443.
- Giancarlo Andenna, L’episcopato di Brescia dagli ultimi anni del XII scolo sino alla conquista veneta, in Id. (a cura di), A servizio del Vangelo, cit., pp. 97-210: 111-112. Per l’autografo della Chronica di Salimbene Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, lat. 7260: Giuseppina Brunetti, Attorno a frate Salimbene de Adam di Parma: l’autografo, la Chronica e la letteratura, in I manoscritti degli Ordini mendicanti e la letteratura medievale, Bologna, Bononia University Press, 2021, pp. 31-46.
- G. Andenna, L’episcopato di Brescia, cit., pp. 109-111; G. Cossandi, Gli insediamenti degli ordini mendicanti, cit., pp. 443-444, cfr. Giovanni Grado Merlo, Nel nome di san Francesco. Storia dei frati minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo, Milano, Edizioni Francescane Riunite, 2003, pp. 116-118.
- In particolare sulla funzione antiereticale del movimento alleluiatico: Marina Gazzini, Tra Chiesa e Impero, tra movimenti di pace ed eresia. Il francescano Gerardo Boccabadati da Modena, la Grande Devozione e gli statuti del Comune di Parma (1232-1233), in Francescani e politica nelle autonomie cittadine dell’Italia basso-medioevale, Roma, ISIME, 2017, pp. 59-89.
- Herbert Grundmann, Die Bulle «Quo elongati» Papst Gregors IX, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 54, 1961, pp. 3-25; Felice Accrocca, Quo elongati: Il tentativo di una doppia fedeltà, in “Frate Francesco”, 81, 2015, pp. 133-166.
- G. Cossandi, Gli insediamenti degli ordini mendicanti, cit., p. 444. L’Ordine francescano nell’arco di un secolo esatto era passato dalla proclamazione della povertà evangelica della Regula bullata (1223) alla dura condanna per eresia prevista nel 1323 da papa Giovanni XXII (1316-1334) per chi avesse affermato che Cristo e gli apostoli fossero stati sempre sprovvisti di proprietà personali: Ferdinando Treggiari, Il lessico giuridico della povertà. Ideale minoritico e diritto nel primo secolo dopo Francesco, in “Ius ecclesiae”, 32, 2, 2020, pp. 549-578.
- Cinzio Violante, La chiesa bresciana nel Medioevo, in Storia di Brescia, I: Dalle origini alla caduta della signoria viscontea (1426), Brescia, Fondazione Treccani, 1963, pp. 999-1124: 1075-1077; Giovanni Spinelli, Ordini e congregazioni religiose, in Antonio Caprioli, Antonio Rimoldi, Luciano Vaccaro (a cura di), Diocesi di Brescia, Brescia, Editrice La Scuola, 1992 (Storia religiosa della Lombardia, 3), pp. 291-355: 306; G. Cossandi, Gli insediamenti degli ordini mendicanti, cit., pp. 445-446.
- Francesca Stroppa, Rappresentazione degli strumenti musicali nell’arte bresciana, in Maria Teresa Rosa Barezzani e Rodobaldo Tibaldi (a cura di), Musica e liturgie nel medioevo bresciano (secoli XI-XV). Atti dell’incontro nazionale di studio (Brescia, 3-4 aprile 2008), Brescia, Fondazione civiltà bresciana, 2009 (Storia, cultura e società, 2), pp. 613-664: 632, 636 per l’iniziale al f. 2r del salmo iniziale Beatus vir; Simona Gavinelli, Cultura religiosa e produzione libraria, in G. Andenna (a cura di), A servizio del Vangelo, cit., pp. 567-594: 585-586.
- N. Giovè Marchioli, M. Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana, cit., pp. 13-14 n. 6 tav. 11, in cui si indica Bartolomeo De Cerroni, fratello di Giovanni Girolamo e sempre figlio di Zanetto De Cerroni, quale copista di due fascicoli cartacei che, come sussidio scolastico elementare, trasmettono il Doctrinale di Alessandro di Villedieu del Brescia, Queriniano, A.V.3, dove la sottoscrizione sul f. 38r indica la data di ultimazione a Brescia il 6 marzo 1460, in qualità di figlio di Zanetto de Cerronibus, proseguendo con la trascrizione di alcuni notabili di Brescia e di Bergamo, tra cui gli stessi Cerroni, cfr. Ibidem, p. 15 n. 9 tav. 32; https://manus.iccu.sbn.it/ (alla segnatura).
- N. Giovè Marchioli, M. Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana, cit., pp. 17-18 n. 14 tavv. 54, 61.
- Simona Gavinelli, La biblioteca medievale del monastero di S. Faustino di Brescia, in Gabriele Archetti, Angelo Baronio (a cura di), San Faustino Maggiore di Brescia, il monastero della città. Atti della giornata nazionale di studio (Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, 11 febbraio 2005), [= “Brixia Sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia”, Terza serie, 11, 1, 2006], pp. 85-112: 108-109; N. Giovè Marchioli, M. Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana, cit., pp. 41-42 n. 58 tav. 69. Per Caterina Vigri e Le sette armi spirituali: Caterina Vigri. Le sette armi spirituali. Edizione critica a cura di A. Degl’Innocenti, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2004 (Caterina Vigri. La Santa e la Città, 1).
- Sulla figura e sul mecenatismo di Sanson/Sansone: Luigi Francesco Fè d’Ostiani, Il padre Francesco Sanson e la chiesa di S. Francesco di Brescia. Cenni storici, Brescia, Tipografia vescovile, 1867; Gaetano Panazza, Codici miniati della chiesa di S. Francesco d’Assisi in Brescia, Brescia s.d.; Lorenzo Di Fonzo, Il p. Francesco Sanson da Brescia OFMConv ministro generale e mecenate francescano 1441-1499, in Giovanna Baldissin Molli (a cura di), Un mecenate francescano del Rinascimento, Padova, Centro Studi Antoniani, 2000, pp. 9-49; Ead.., Il p. Francesco Sanson da Brescia OFMConv ministro generale e mecenate francescano 1441-1499, in “Miscellanea francescana”, C, 2000, pp. 261-315.
- Anna Melograni, La miniatura e i suoi costi. I corali tardo quattrocenteschi della Cattedrale di Ferrara: un’analisi dei documenti, dei materiali e della mano d’opera’, in “Bollettino d’Arte”, Sesta serie, 133-134, 2005, pp. 151-180: 151.
- S. Gavinelli, Cultura religiosa, cit., p. 589.
- Martina Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati delle province di Brescia, Como, Lodi, Monza-Brianza e Varese, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2014 (Manoscritti datati d’Italia, 24), p. 53 n. 20, tav. 50.
- Michela Benetazzo, I «sumptuosissimis» corali miniati voluti dal Sansone per la chiesa di San Francesco di Brescia, in Giovanna Baldassin Molli (a cura di), Frate Francesco Sansone “De Brixia” Ministro generale OFMConv. (1414-1499). Un mecenate francescano del Rinascimento, Padova, Centro Studi Antoniani, 2000 (Quaderni Museo Antoniano), pp. 141-170; Anna Melograni, La miniatura e i suoi costi. I corali tardo quattrocenteschi della Cattedrale di Ferrara: un’analisi dei documenti, dei materiali e della mano d’opera, in “Bollettino d’Arte”, Sesta serie, 133-134, 2005, pp. 151-180: 156 nota 30.
- A. Melograni, La miniatura e i suoi costi, cit., p. 153.
- Giancarlo Petrella (coord.), Dalla pergamena al monitor. I tesori della Biblioteca Queriniana. La stampa, il libro elettronico, Brescia, Editrice La scuola, 2004, pp. 94-95 nn. 40-41 (schede di Paola Bonfadini); N. Giovè Marchioli, M. Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana, cit., pp. 6, 11, 31 nn. 1 e 20 tavv. 52-53; quindi descritti e presentati sul piano musicologico da Marco Gozzi, Due codici francescani del tardo Quattrocento in Biblioteca Queriniana, in M.T. Rosa Barezzani, R. Tibaldi (a cura di), Musica e liturgie, cit., pp. 541-567: 544-567 con a p. 547 figg. 1-2 i due colophon.
- M. Gozzi, Due codici francescani, cit., p. 549.
- G. Petrella (coord.), Dalla Pergamena, cit., pp. 94 e 96 n. 43 (scheda di Paola Bonfadini); M. Gozzi, Due codici francescani, cit., p. 545. Sui corali di Sanson cfr. anche: Elena Lucchesi Ragni, Ida Gianfranceschi, Maurizio Mondini (a cura di), Il coro delle monache: cori e corali. Catalogo della mostra tenuta a Brescia nel 2002-2003, Milano, Skira, 2003, pp. 37-41.
- Maria Teresa Rosa Barezzani, Testimonianze musicali nella chiesa di S. Francesco d’Assisi in Brescia, in “Brixia sacra. Memorie storiche della diocesi di Brescia”, Nuova serie, XIV, 4-6, 1979, pp. 132-135, in cui sono descritti i due corali intarsiati. Il cremonese Filippo Morari intagliò anche il grande portale ligeo della chiesa intramurana di Santa Maria delle Grazie di Brescia, affidata ai Gerolamini, a loro volta costretti ad abbandonare la sede esterna delle mura bresciane: Marina Braga, Roberta Simonetto, Il quartiere Carmine, in Brescia Città Museo, Brescia, Sant’Eustacchio, 2004, p. 72.
- Pier Virgilio Begni Redona, La committenza bresciana del Sansone: l’ancona per la pala del Romanino e il coro ligneo in San Francesco, in Frate Francesco Sansone “De Brixia”, cit., pp. 109-123.
- Simona Gavinelli, La biblioteca invisibile: l’inventario di San Nicola di Rodengo per la Sacra Congregazione dell’Indice dei libri proibiti (1597-1603), in Gabriele Archetti (a cura di), L’abbazia dei Santi Nicola e Paolo VI di Rodengo dalla soppressione al ritorno dei monaci, Brescia, Studium, 2020, pp. 257-359: 260-261.
- Francesco Frangi, Per un percorso di Romanino, oggi, in Romanino. Un pittore in rivolta nel Rinascimento, Milano, Skira, 2006, pp. 14-47: 21, 23, 25.
- S. Gavinelli, Cultura religiosa, cit., p. 587. Sull’opera e sulla figura di Bayguera rimando a: Michele Zambelli, Un dialogo sulla vita monastica tra Bartolomeo Bayguera, umanista bresciano, e Francesco da Piacenza, monaco di Monte Oliveto, in “Benedictina”, 49, 2, 2002, pp. 361-400; Id., L’Itinerarium di Bartolomeo Bayguera, in Valentina Grohovaz (a cura di), Libri e lettori a Brescia tra Medioevo ed età moderna. Atti della giornata di studi, Brescia, Grafo, 2003, pp. 133-154; Angelo Piacentini, La città di Roma nell’Itinerarium di Bartolomeo Bayguera, in Stefano Costa, Federico Gallo (a cura di), Miscellanea Graecolatina III, Milano-Roma, Biblioteca Ambrosiana-Bulzoni Editore, 2015, pp. 321-373. Per la committenza manoscritta del presule Marerio: Carla Maria Monti, Il vescovo di Brescia Francesco Marerio e i suoi codici, in Luca Rivali (a cura di), La lettura e i libri tra chiostro, scuola e biblioteca. Libri e lettori a Brescia tra Medioevo ed Età moderna, Udine, Forum, 2017 (Libri e Biblioteche, 38), pp. 1-41.
- S. Negruzzo, Ordini religiosi, cit., p. 178.
- G. Spinelli, Ordini e congregazioni, cit., pp. 315-316; S. Gavinelli, Cultura religiosa, cit., p. 587, in cui si rammenta come fosse giunto a Brescia quale ulteriore predicatore osservante Alberto Bertini da Sarteano (1385-1450) -, il fautore dell’unione con la Chiesa copta (chiamato in città nel 1444 dal podestà Francesco Barbaro), impegnato dal 1447 nella costruzione dell’Ospedale Grande dove, dal 1446, era stato inglobato l’Ospedale di San Cristoforo, la cui chiesa aveva cambiato l’intitolazione in Santa Chiara nuova (1446-1797) per accogliere una numerosa comunità femminile di giovani e vedove come clarisse osservanti: G. Spinelli, Ordini e congregazioni, cit., pp. 307, 326, 333.
- Ibidem, p. 316.
- G. Spinelli, Ordini e congregazioni, cit., pp. 315-317; S. Negruzzo, Ordini religiosi, cit., p. 179.
- Valentino Volta, Rossana Prestini, Pier Virgilio Begni Redona (a cura di), La chiesa e il Convento di San Giuseppe in Brescia, Brescia, Editrice La Scuola, 1989; Massimo De Paoli, La chiesa e il convento di san Giuseppe in Brescia: la trasformazione settecentesca, in Mirco Cannella, Alessia Garozzo, Sara Morena (a cura di/edited by), 44° Convegno Internazionale dei Docenti delle Discipline della Rappresentazione Congresso della Unione Italiana per il Disegno, 44th International Conference of Representation Disciplines Teachers Congress of Unione Italiana per il Disegno Proceedings 2023, Palermo I 14-15-16 settembre 2023 Palermo I September 14th-15th-16th 2023, Milano, F. Angeli, 2023, pp. 349-374. Sugli affreschi del chiostro: Alberto Vaglia (a cura di), I conventi ritrovati negli affreschi di San Giuseppe a Brescia, Brescia, Compagnia della stampa Massetti Rodella editore, 2018; Alberto Vaglia (a cura di), Le storie di San Bernardino da Siena negli affreschi di San Giuseppe a Brescia, Gianico, Fondazione Civiltà Bresciana, 2020, pp. 49-115.
- Massimo De Paoli, Luca Ercolin, La Libreria Nuova del complesso conventuale di San Giuseppe in Brescia/La Libreria Nuova del complesso conventuale di San Giuseppe a Brescia/The new Library of Conventual Complex of San Giuseppe in Brescia, in M. Cannella, A. Garozzo, S. Morena (a cura di/edited by), 44° Convegno Internazionale dei Docenti, cit., pp. 349-374. Dopo la soppressione del 1866 molto materiale librario passò alla Biblioteca Queriniana di Brescia, e si trova elencato nel catalogo riportato a Brescia, Biblioteca Queriniana, Archivio BQ F, con solo sette incunaboli, di cui cinque certi, in quanto contrassegnati da un timbro ovale con le insegne minoritiche di San Giuseppe, quindi due cinquecentine: Giancarlo Petrella, Nuovi accertamenti dal fondo incunabolistico della Biblioteca Queriniana. Tre cataloghi di devoluzione ecclesiastiche, in Andrea Canova, Giuseppe Gregorini (a cura di), Storia e cultura a Brescia dall’antichità ai nostri giorni. Lavori in corso del Dipartimento di Scienze storiche e filologiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Vita e Pensiero, 2019 (Ricerche. Storia), pp. 319-334: 319, 332-334, con riferimento a Ugo Baroncelli, Gli incunaboli della Biblioteca Queriniana di Brescia. Catalogo, Brescia, Ateneo di Brescia, 1970, pp. 50, 73, 106-107, 200, 136 nn. 102, 202, 43, 455, 274, in cui oltre ai Sermoni di sant’Agostino, due copie di trattati confessionali di Angelo Carletti da Chivasso, due copie delle Decretales di papa Gregorio IX e i Sermones quadragesimales de poenitentia di Roberto Caracciolo è attesta la Genealogia deorum gentilium di Giovanni Boccaccio, aggiungendo pure i Sermones de tempore di Iacopo da Varazze († 1298), Ibidem, p. 218 n. 505.
- Negli spazi di un antico monastero benedettino degli inizi del secolo XI, intitolato a San Pietro Apostolo, nel 1577 furono collocati i Minori Cappuccini il cui convento, soppresso nel 1866, fu riaperto qualche anno dopo, e nel 1903 accolse come novizio, in forma più discreta, l’allora medico Edoardo, poi padre Agostino Gemelli (1878-1959), già militante socialista e nel 1921 fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, coadiuvato dal 1910 dalla collaborazione di Armida Barelli (1882-1952) e in seguito da Ezio Franceschini (1906-1983), fautori di un corposo piano di studi francescani attraverso l’editrice universitaria Vita e Pensiero: Simona Gavinelli, Il «medioevo» di padre Gemelli e dei suoi sodales nel centenario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in “Annali di storia delle università italiane”, 25, 2, 2021, pp. 239-265: 239-241, 246, 249, 262-263, cfr. Mirella Ferrari, Gli scritti di san Francesco d’Assisi, in Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della nascita, Presentazione di Giuseppe Lazzati, Milano, Vita e Pensiero, 1982, pp. 34-59.
- L’inventario del 1866 di Rezzato è trascritto nel Brescia Biblioteca Queriniana, Archivio BQ F 7, costituito da un fascicolo cartaceo denominato «Catalogo-Libri del soppresso Monastero di S. Pietro di Rezzato»: G. Petrella, Nuovi accertamenti, cit., pp. 319-329. Sul convento e sulla biblioteca dell’istituzione: Rezzato. Materiali per una storia, Rezzato, Comune di Rezzato, 1985 di cui, per la biblioteca: Camillo Galbiati, La biblioteca dei frati minori di Rezzato, e Rosa Zilioli Faden, La biblioteca del convento di S. Pietro in Rezzato secondo un inventario della Civica Biblioteca Queriniana di Brescia, pp. 227-233 (con riferimento a Paolo Guerrini, Mss. Onofri di Rezzato. Schede ma non complete, Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, ms. P.VI.19), e 233-245; Martina Pantarotto, Manoscritti francescani dispersi e recuperati in Lombardia: prime ricerche, in “Quaderni della Biblioteca del Convento francescano di Dongo”, 58, 2009, pp. 63-73: 66-68. Alla sollecita generosità di frate Camillo Galbiati († 2020) -, rimasto a lungo al convento di Rezzato come educatore impegnato nella cura pastorale dei degenti presso l’ospedale di Brescia, prima di trasferirsi presso Santa Maria Incoronata di Canepanova (Pavia) – si deve la tutela della biblioteca conventuale e la fruibilità all’utenza attraverso un dettagliato catalogo dattiloscritto.
- Su Onofri: Diego Cancrini, «Codex iste est mei…». Bio-bibliografia per note di possesso di Giuseppe Onofri (1803-1878), storico, liturgista e agiografo bresciano, in “Civiltà Bresciana”, Nuova serie, V, 1, 2022, pp. 187-209, con ampia bibliografia implicita.
- Paolo Guerrini, Brescia e Monte Cassino in un carteggio inedito intorno a una reliquia di s. Benedetto, Subiaco, Tipografia dei Monasteri, 1942, p. 31; D. Cancrini, «Codex iste est mei…», cit., pp. 194-197.
- G. Spinelli, Ordini e congregazioni, cit., pp. 316-317; S. Negruzzo, Ordini religiosi, cit., p. 179. Nel Libro dei Morti di Santa Maria delle Grazie di Bergamo tra i padri dei Riformati si ricorda fra Bernardino Obicino che, negli spostamenti dal 1597 come custode di Santa Maria delle Grazie di Bergamo, quindi nel 1616 di Santa Maria delle Grazie di Quinzano d’Oglio (Brescia), dopo i sessant’anni, si sarebbe fermato per un certo periodo presso il convento di San Maurizio di Lovere, per poi morire il 14 gennaio 1621 ed essere sepolto nella stessa chiesa di Santa Maria delle Grazie di Bergamo: Paolo Maria Sevesi, Serie dei custodi di governo e dei ministri provinciali dei Frati minori riformati della Provincia bresciana, in “Brixia sacra”, IV, 2, 1913, pp. 28-31, 88-107: 88-90. Fu celebrato come autore di numerose pubblicazioni dal nipote materno Lazaro Agostino Cotta (1645-1719) nel suo erudito Museo Novarese… e diviso in quattro stanze, In Milano, Per gli Heredi Ghisolfi, 1701, pp. 84-85 n. 237. Per Cotta rimando alla bibliografia inserita in: Giovanna Salvaneschi Mena, Le lettere di Lazaro Agostino Cotta a Lodovico Antonio Muratori (1700-1719); Roberto Cardano, Il Museo Novarese del Cotta nelle lettere al Muratori, in “Novarien.”, 31, 2002, pp. 163-202; 203-211.
- Dalle schede indicate come provenienti dalla libraria di Onofri, in Mss. Onofri di Rezzato. Schede ma non complete, Brescia, Queriniano, ms. P.VI.1, sono ricostruibili le segnature di alcuni manoscritti trasferiti nel 1959 da San Pietro Apostolo di Rezzato alla Biblioteca Francescana di Milano, tra cui quelli della biblioteca del convento di Santa Maria delle Grazie di Bergamo, come per Brescia fondato nel 1422 in seguito alla predicazione in città di san Bernardino da Siena, sulla cui biblioteca: Martina Pantarotto, Il convento di Santa Maria delle Grazie, Padova, Centro studi antoniani, 2018, con riferimento pure agli incunaboli depositati presso la Biblioteca francescana di Milano. Si tratta di opere patristiche o di spiritualità in codici cartacei e membranacei per lo più di piccolo formato, miscellanei, di fattura modesta e impaginati secondo un inquadramento grafico oscillante tra la conservativa littera textualis fino alla cancelleresca o alle forme ibridate sui modelli umanistici, connotati dalla segnatura novecentesca di Rezzato e dalla precedente nota di possesso tardo-cinquecentesca di Santa Maria delle Grazie di Bergamo: Milano, Biblioteca francescana, ms.T._V.016 (Rezzato: Y.III.26), dove un unico copista nel 1475 aveva riunito una miscellanea ascetica c di etica cristiana attraverso Thomas de Monte Frigido, Liber de modo bene vivendi (ff. 1r-82v), Excerpta patristici (ff. 82v-88r, 101r-103r) quindi l’ineludibile De imitatione Christi attribuito a Tommaso da Kempis (ff. 88r-101r); ms. T._V.025 (Rezzato: Y.III.61) con la Quadriga spiritualis del teologo francescano Nicolò da Osimo (1453), scritta precocemente nel 1441 presso il convento francescano di Santo Spirito di Ferrara dal copista olandese Walter di Delf; ms.T._V.028 (Rezzato: Y.III.59), con Giovanni da Capestrano, Sermo ad studentes (ff. 1r-9v) come trattato morale sul matrimonio, quindi il suo Tractatus in Decretales Gregorii IX (ff. 10r-195r), esemplato da un’unica nella seconda metà del secolo XV; ms.T._VIII.001 (Rezzato: Y.II.30), contenente le Cronache dei Ministri generali dei Frati Minori, vergate verso la metà del secolo XV da una sola mano in semi-textualis influenzata dall’umanistica per un’elegante resa membranacea; ms.T._VIII.054 (Rezzato: Y.III.38), con i Moralia in Iob di Gregorio Magno (ff. 3r-162r) e Laude, di un’unica mano umanistica del terzo quarto del secolo XV per l’uso di frate Cherubino Malder da Bergamo, cfr. https://manus.iccu.sbn.it/ (alla segnatura). Pare invece disperso il codice con la segnatura Rezzato, Convento di San Pietro Apostolo, Y.III.44, con Boezio, De consolatione philosophiae, cartaceo, di piccolo formato e scritto nel secolo XV con legatura in cuoio coeva munita di un foglio di guardia anteriore derivato da una bolla del 1492 di papa Alessandro VI contenente un beneficio per la chiesa di Mantova e al f. 1r la nota di possesso: «Ad usum fratris Francisci de Luaro». Per gli incunaboli dello stesso fondo: Giovanna Bernini, Gli incunaboli della Biblioteca francescana di Milano. Una storia di libri, luoghi e uomini dotti, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2022.
- M. Pantarotto, Manoscritti francescani, cit., pp. 66-67.
- Gianni Bergamaschi, Una redazione “bresciana” della Passio sanctae Iuliae in Toscana, in “Nuova rivista storica”, 87, 2003, pp. 625-668; Maria Bettelli Bergamaschi, Gianni Bergamaschi, “Felix Gorgona… felicior tamen Brixia”: la traslazione di santa Giulia, in Cesare Alzati, Gabriella Rossetti (a cura di), Profili istituzionali della santità medioevale: culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, Pisa, ETS, 2008, pp. 143-204; Simona Gavinelli, Testimonianze grafiche e culti santorali a Brescia, e Gianni Bergamaschi, Il carme “Ergo pii fratres” e gli inni per santa Giulia, in M.T. Rosa Barezzani, R. Tibaldi (a cura di), Musiche e liturgie, cit., pp. 25-58 e 191-248; D. Cancrini, «Codex iste est mei…», cit., pp. 187, 204.
- Nella lapide di sepoltura presso la chiesa del Carmine di Pavia è scolpito il numero iperbolico dei suoi 3.600 sermoni: Antonella Luise, Alza la voce come una bella tromba. Aspetti della predicazione del beato Bernardino da Feltre, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1994, p. 48.
- Vittorino Meneghin, Bernardino da Feltre e i Monti di Pietà, Vicenza, Lief, 1974; Roberto Rusconi, Bernardino da Feltre predicatore nella società del suo tempo, Como, New Press, 1994; Saverio Amadori, Nelle bisacce di Bernardino da Feltre: gli scritti giuridici in difesa dei Monti di Pietà, Bologna, Compositori, 2007; Ivano Paccagnella, Le ruberie della usura. Monti di Pietà, predicazione, mercato e letteratura, in Alvaro Barbieri, Elisa Gregori (a cura di), Letteratura e denaro. Ideologie, metafore, rappresentazioni. Atti del XLI Convegno Interuniversitario (Bressanone, 11-14 luglio 2013), Padova, Esedra, 2014, pp. 275-292; Renata Segre, Bernardino da Feltre, i Monti di Pietà, e i banchi ebraici, in “Rivista Storica Italiana”, 90, 2018, pp. 818-833.
- Carlo Delcorno, Apogeo e crisi della predicazione francescana tra Quattro e Cinquecento, in Anno 1517. La divisione nella Chiesa e nell’ordine francescano, [“Studi francescani”, 112, 2015], pp. 399-438. Sugli aspetti linguistici: Lucia Lazzerini, Bernardino da Feltre, Merlin Cocai e la lingua dei fratres tra Quattrocento e Cinquecento, in Renata Crotti Pasi (a cura di), Bernardino da Feltre a Pavia. La predicazione e la fondazione del Monte di Pietà, Como, New Press, 1994; pp. 17-26; Luca D’Onghia, Per Ruzante e i predicatori. Primi assaggi su Bernardino da Feltre, in Andrea Cecchinato (a cura di), «Molte cose stanno bene nella penna che ne la scena starebben male». Teatro e lingua in Ruzante. Atti del convegno Padova-Pernumia, 26-27 ottobre 2011, Padova, Cleup, 2012, pp. 125-140.
- Paolo Guerrini, Memorie francescane di Orzinuovi, in “Miscellanea Francescana”, 35, 1935, pp. 220-231.
- Sui due codici: Carlo Varischi, Due codici di sermoni del b. Bernardino da Feltre, in “Collectanea Franciscana”, 7, 1937, pp. 215-225; Id., Catalogo dei codici della Biblioteca del convento di San Francesco dei Minori Cappuccini in Milano, in “Aevum”, 11, 1937, pp. 237-274: 261-265; Rosaria Invernizzi, Intorno ai Sermoni del beato Bernardino da Feltre, in “Atti del R. Istituto Veneto di Scienze, lettere et arti. Classe di scienze morali e letterarie”, 101, 2, 1941-1942, pp. 309-331; Carlo Varischi, Sermoni del beato Bernardino Tomitano da Feltre nella redazione di fra Bulgarino da Brescia minore osservante, Milano, Cariplo, 1964, pp. I, III-XIII; Vittorino Meneghin, I sermoni del beato Bernardino da Feltre nella loro recente edizione, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 59, 1966, pp. 141-157; Antonio Schifini, Realizzazioni e premesse nei recenti studi sul b. Bernardino Tomitano da Feltre OFM, in “La scuola cattolica”, 3, 1969, pp. 232-243: 241; Laura Vailati, Le glosse e i sermoni macaronici di Bernardino da Feltre (mss. A17-A18), in Alvaro Barbieri, Gianfelice Peron, Fabio Sangiovanni (a cura di), «Le mille facce della glossa: forme testuali della spiegazione». Atti del XLVIII e del XLIX Convegno Interuniversitario (Padova, 9 luglio 2021-Bressanone/Brixen, 8-10 luglio 2022), Padova, Esedra, 2024 (Quaderni del Circolo Filologico Linguistico Padovano. Miscellanee e Convegni, 38), pp. 175-188: 176-177 in cui (p. 177 nota 7) riporta quattro nuovi testimoni individuati dagli studiosi: i Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 2027, ms. 2094, ms. 2076 e il Milano, APCL, A 13, quest’ultimo con Bonaventura da Bagnoregio, Alphabetum religiosorum (f. IIv); Tabulae quadragesimales (f. 1r-v); Casus ponendi per singulos dies Quadragesimae (ff. 2v-6r); Sermoni (ff. 7r-203r); Luchino d’Arezzo, Oratio faciendi pro principio predicandi (f. 203v) e Regole per ben predicare (ff. 203v-204r).
- Su Bulgarino: Martina Pantarotto, Santa Maria delle Grazie di Bergamo, il Convento e la Biblioteca, Padova, Centro Studi Antoniani, 2018, pp. 36-40. Anche sulla lingua si segnalano i primi interventi di: Bruno Migliorini, I sermoni del b. Bernardino da Feltre e la loro lingua, in “La Rinascita”, 4, 22, 1941, pp. 871-874; Antonio Viscardi, Il “Quaresimale di Pavia” (1493) di Bernardino da Feltre e i problemi della storia della lingua italiana nei sec. XV-XVI, in “Cultura neolatina”, 2, 3, 1942, pp. 280-290; Lucia Lazzerini, «Per latinos grossos…». Studio sui sermoni mescidati, in “Studi di filologia italiana”, 29, 1971, pp. 219-339; Lucia Lazzerini, Da quell’arzillo pulpito. «Sermo humilis» e sermoni macaronici nel Quaresimale autografo di Valeriano da Soncino O. F. P., in Id., Il testo trasgressivo. Testi marginali, provocatori, irregolari dal medioevo al Cinquecento, Milano, F. Angeli, 1988, pp. 79-126.
- Risulta piuttosto compromesso da macchie di umidità e presenta anche una doppia numerazione a matita nel margine superiore destro da 1 a 38 e poi ancora da 1 a 58, per complessivi 96 fogli di grandi dimensioni e con margini spaziosi per le annotazioni di studio universitario: N. Giovè Marchioli, M. Pantarotto (a cura di), I manoscritti datati della Biblioteca Queriniana, cit., p. 41 n. 57 tav. 48.
- Rispetto alla traiettoria che dalla predicazione conduce prima al plurilinguismo padovano e poi al macaronismo e oltre: Ivano Paccagnella, La lingua del Peretto, in Id., Tramature. Questioni di lingua nel Rinascimento fra Veneto e Toscana, Padova, Cleup, 2013, pp. 275-311; Id., Mescidanza e macaronismo: dall’ibridismo delle prediche all’interferenza delle macaronee, in “Giornale storico della letteratura italiana”, 150, 1973, pp. 363-382 e, in particolare, L. D’Onghia, Per Ruzante e i predicatori, cit., che si concentra sul rapporto della predicazione con Ruzante.
- Vittorino Meneghin, Due sermoni inediti del B. Bernardino da Feltre, in “Studi Francescani”, 61, 1-2, 1964, pp. 212-231; Id., I sermoni del b. Bernardino da Feltre nella loro recente edizione, in “Archivum Franciscanum Historicum”, 59, 1966, pp. 141-157; M. Pantarotto, G. Mascherpa, Bernardino da Feltre predicatore, cit., pp. 80-81, con indicazione degli incunaboli.
- S. Negruzzo, Ordini religiosi, cit., pp. 179, 200, in cui nomina i francescani osservanti Gino Angelico Scalzi, De Basilica Santa Maria in Valvendra a Lovere dal 1473, Lovere, Bolis, 2009.
- Cartaceo con filigrana bresciana a testa di bue, ff. I (secolo XVIII) -100, di cui parecchi rimasti bianchi per integrazioni successive, con numerazione originale da 1 a 70 a blocchi solo per le parti con il testo, in cifre arabe a inchiostro poste nel margine superiore destro rispetto ai complessivi ff. 100, mm 185 × 140 = 23 [136] 26 × 23 [95] 22, 32 linee lunghe, ma variabili, senza rigatura visibile (f. 3r); fascicoli: 14, 2-38, 4-1110, privi di numerazione o parola di richiamo. Legatura rigida in cartone rivestito con pergamena di riuso, sul cui piatto anteriore in alto le segnature precedenti «XXXII» (ripetuta all’interno su un cartiglio mobile) e «n° 20». Segnalato da: M. Pantarotto, G. Mascherpa, Bernardino da Feltre predicatore. Il testimone A 13 dell’Archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi (Milano), in “Filologia italiana”, 18, 2021, pp. 79-100: 81 nota 3.
- M. Pantarotto, Manoscritti francescani, cit., pp. 66-68.
- MOL CNMD\0000102698 (scheda di Martina Pantarotto).
- M. Pantarotto, Manoscritti francescani, cit., p. 68.
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