«Decameròn» o «Decàmeron»? Nuove evidenze filologiche e statistiche sull’ossitonia
Federico Cinti, «Decameròn» o «Decàmeron»? Nuove evidenze filologiche e statistiche sull’ossitonia, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 21, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14246
Lo status quaestionis
Nel panorama degli studi boccacciani, riconsiderare la pronuncia ortoepica di Decameron non pare questione di mera lana caprina o di sterile futilità glottodidattica. Invero, l’oscillazione tra la pronuncia proparossitona (Decàmeron) e quella ossitona (Decameròn) divide da tempo la critica e l’uso scolastico1. A ogni modo, la lessicografia contemporanea2 e le istituzioni ortoepiche tendono a privilegiare la forma proparossitona come uso colto standard3, basandosi sull’applicazione anacronistica e postuma della legge della penultima sillaba classica (derivata dal greco Δεκαμερῶν, composto di δέκα e ἡμερῶν).
Un’indagine filologica sulle strutture del volgare mediano impone, inevitabilmente, un radicale mutamento di prospettiva: la chiave di interpretazione va ricercata, infatti, non nella grecità classica – all’epoca dell’elaborazione dell’opus maximum di Boccaccio quasi del tutto ignota nelle sue dinamiche accentuative quantitative4 – bensì nelle strutture vive del latino medievale5, universitario e scolastico6.
Una simile risistemazione prospettica permette di comprendere come la genesi del titolo boccacciano non risponda a un’operazione di archeologia linguistica ante litteram, quanto piuttosto alla mediazione di repertori lessicografici medievali – in primis le Derivationes di Uguccione da Pisa7 – e all’influsso della fonetica greco-bizantina, veicolata in quegli anni da figure cardine come Leonzio Pilato8. La pronuncia ossitona, lungi dall’essere un’inesattezza popolare, si rivela così l’unica coerente con l’orizzonte linguistico dell’autore9.
Le barbarae voces e la norma del Doctrinale
Per ricostruire l’accentazione del titolo, occorre fare riferimento alla norma fonetica vigente nel XIV secolo riguardo alle cosiddette barbarae voces. Nel Medioevo, il principio regolatore espresso nel fortunatissimo Doctrinale (1199) di Alessandro di Villadei10 – testo base della pedagogia grammaticale trecentesca – prescriveva questa norma: «Omnis barbara vox non declinata latine / accentum super extremam servabit acutum».
Qualunque termine di origine straniera (ebraica, greca o galloromanza) che entrasse nel tessuto testuale, rimanendo indeclinabile, doveva assumere per legge un accento acuto sull’ultima sillaba. Tale precetto fu recepito in toto dal Catholicon di Giovanni Balbi (1286)11 e applicato, seppure in gradi diversi, nel volgare delle “Tre Corone” (si pensi agli ossitoni biblici Noè, Moisè, Abèl, Davìd)12. In Dante, l’esigenza metrica certifica le pronunce rigidamente tronche di grecismi dotti d’importazione scolastica medievale13, come Diogenès o Empedoclès (Inf. IV, 138).
In Petrarca, la situazione appare solo apparentemente più sfumata. Pur tendendo a una restaurazione classicistica che rifiuta le asprezze fonetiche del latino medievale, egli mantiene l’accento finale per nomi biblici ormai stabilizzati. Per i grecismi dotti, tuttavia, Petrarca comincia a preferire la pronuncia piana condizionata dall’accento di relazione (es. idolatría)14, distanziandosi dalla tendenza ossitona delle scuole. Ma l’orizzonte d’attesa di Boccaccio alla metà del secolo XIV, specialmente nella fase di ideazione e titolazione del suo capolavoro, è ancora saldamente ancorato alle strutture convenzionali della biblioteca gotica. Il titolo Decameron, in quanto termine greco-latino non declinato alla latina, ricadeva perfettamente nello statuto di barbara vox, venendo processato dall’autore e dai lettori coevi come ossitono15.
Il ruolo radiante della cultura galloromanza e l’ambiente napoletano
L’influenza dell’Università della Sorbona e dei centri di studio francesi fu determinante nel fissare l’accentazione dei composti greci dotti. Nell’adattamento fonetico del francese antico e medio, i vocaboli terminanti in -on venivano parificati alle voci barbare e troncati per via della naturale evoluzione fonetica galloromanza, intrinsecamente ossitona16. Boccaccio concepì il termine non come un freddo reperto archeologico di sapore umanistico, ma come parola della cultura dotta contemporanea, formata sul modello dei composti scientifico-teologici in -òn.
Questo influsso parigino non giunge a Boccaccio per via astratta, bensì tramite la mediazione culturale della corte angioina di Napoli, l’ambiente in cui il Certaldese trascorse gli anni decisivi della formazione giovanile. La Napoli angioina era un centro intriso di cultura francese, strettamente legato a Parigi sia per ragioni dinastiche, sia per lo scambio continuo di codici scientifici e letterari17. Come evidenziato dagli studi sull’insegnamento del greco nel Medioevo occidentale, la ricezione di tali termini era mediata da formule fonetiche scolastiche e universitarie franco-italiche che favorivano sistematicamente gli esiti tronchi18.
Il modello macrotestuale: l’Hexameron di Sant’Ambrogio
Il legame genetico con l’Hexameron di Sant’Ambrogio offre la sanzione definitiva sul piano della macrostruttura testuale e dell’ideologia letteraria19. Boccaccio operò una vera e propria riscrittura in chiave etico-civile e mondana dei trattati esamerici medievali, riprendendone non solo il titolo su cui esemplare il proprio20. Se l’andamento dell’Hexameron ambrosiano narra l’architettura della Creazione divina in sei giorni, il Decameron narra, in dieci giornate, la “ricreazione” dell’ordine sociale e morale distrutto dalla peste di Firenze del 134821. Il calco strutturale e fonetico è speculare: sarebbe stato filologicamente e retoricamente impossibile, per Boccaccio, scindere il legame intertestuale con il suo nobile modello, sacrificandone la veste fonetica d’uso corrente. La trafila del prestito linguistico, mediata dal latino ecclesiastico e non da un recupero dotto dell’accentazione greca proparossitona, impone la restituzione della pronuncia ossitona (Hexameròn verso Decameròn)22.
Il non raddoppiamento della nasale tra registro colto e registro popolare
Nel corpus della poesia burchiellesca del Quattrocento (Burchiello, ed. Zaccarello 2000), si osservano fenomeni di epitesi plebea con raddoppiamento fonosintattico della consonante finale: Kyrie eleìson verso chirieleisonne, Giasòn verso Giansonne. In questi casi, la trascrizione burchiellesca fissa graficamente la reazione dell’orecchio popolare di fronte a parole terminanti in nasale. Eppure, nel caso di Decameron, l’epitesi non ha operato tale geminazione, esito tipico dei prestiti consonantici nel toscano di registro basso23.
La mancata geminazione nel caso di Decamerone si spiega attraverso due fattori concorrenti. In primis, l’attrazione analogica del suffisso: nella coscienza linguistica dei parlanti e dei copisti, la terminazione ossitona -òn richiamava prepotentemente il morfema del suffisso accrescitivo italiano -one (come balcone, cantone, padrone), strutturalmente scempiato. La parola è stata spontaneamente incanalata in questo paradigma morfologico preesistente24. In secundis, il canale di trasmissione colto. Come evidenziato dagli apprezzati studi di Nicoletta Maraschio (1973) sulla grafia boccacciana, l’opera mantenne sempre uno statuto di altissima dignità letteraria. Se il Kyrie eleison subiva un’epitesi puramente orale e plebea (chirieleisonne), la toscanizzazione del titolo del Boccaccio avvenne sotto il controllo di una tradizione scritta e sorvegliata, che accolse la vocale d’appoggio epitetica, ma depurò l’esito dalla vistosa patina plebea della doppia -nn-.
L’epitesi tra i dati del corpus OVI ed il codice Hamilton 90
Va aggiunto che il sistema fonetico del toscano antico respingeva la presenza di parole terminanti in consonante, normalizzando le basi tronche attraverso lo sviluppo di una vocale d’appoggio paragogica (epitesi). Se la percezione originaria del titolo da parte dei contemporanei fosse stata proparossitona (Decàmeron), l’epitesi in -e non avrebbe avuto alcuna giustificazione fonotattica. La fonetica storica dimostra che il toscano antico non aggiunge mai vocali d’appoggio a parole sdrucciole uscenti in consonante: la formula di avvio Incipit rimase stabilmente tale e non si evolse mai in *Incipite, così come amen non produsse mai *amene25.
La nascita fulminea e la stabilizzazione macroscopica della forma Decamerone rappresenta la “prova fossile” e inconfutabile dell’originaria natura ossitona del titolo: solo una base tronca (Decameròn) poteva generare per epitesi un esito piano (Decamerone), ricalcando il medesimo processo che ha trasformato il superlativo hector nell’italiano Ettore passando per la pronuncia medievale tronca Ettòr26.
L’analisi quantitativa condotta sul corpus testuale dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), estesa ai testi del Trecento e Quattrocento, offre coordinate statistiche di schiacciante evidenza27:

L’esame autoptico e filologico delle 14 occorrenze della forma dotta in consonante (Decameron) rivela un dato fondamentale: esse compaiono per la maggior parte nell’autografo boccacciano, il celebre codice Hamilton 90, conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino28. Boccaccio fissa graficamente l’allotropo dotto e privo di terminazione vocalica per rispetto della veste formale dell’etimo, ma il fatto che la tradizione manoscritta e i lettori coevi abbiano immediatamente e massicciamente (con un rapporto di quasi 9 a 1) risposto con la forma Decamerone attesta che l’orecchio dei letterati dell’epoca processava l’etimo come ossitono (Decameròn). La grafia boccacciana copriva, sotto il velo della veste dotta, un’esecuzione fonetica tronca.
Le Cinquecentine e la Ventisettana
Nel corso del XVI secolo, il processo di integrazione fonomorfologica della voce dotta giunge a compimento e la forma piana Decamerone si stabilizza definitivamente nella coscienza linguistica italiana29. La celeberrima edizione Giuntina del 1527 (la cosiddetta “Ventisettana”), pietra miliare della filologia boccacciana cinquecentesca promossa da Bernardo di Giunta, fissa sul frontespizio il titolo formale Il Decameron, ma all’interno dei testi di commento e negli indici la forma corrente adoperata nell’ambiente editoriale fiorentino è sistematicamente Decamerone30. Questo fenomeno trova la sua sanzione teorica più autorevole negli Avvertimenti della lingua sopra ‘l Decamerone (1584-1586) di Lionardo Salviati31. Il grande della Crusca, nel normalizzare il testo boccacciano secondo i precetti bembiani, utilizza la forma dotata di epitesi vocalica come standard assoluto di riferimento, dimostrando come la percezione dell’accento originario sulla penultima sillaba dell’italiano (Decame-ró-ne) fosse la diretta e naturale sistemazione grammaticale dell’ossitonia grecanica originaria, avvertita come tronca nel volgare del Trecento32.
Alcune conclusioni
La perfetta convergenza tra la norma grammaticale di Alessandro di Villadei sulle barbarae voces33, l’irraggiamento fonetico galloromanzo assimilato da Boccaccio durante il fondamentale sodalizio culturale della giovinezza napoletana34, la ripresa macrotestuale e morfologica dell’Hexameròn di Sant’Ambrogio35 – rifratta attraverso le abitudini accentuative del medio-latino e dei volgarizzamenti – e l’evidenza statistico-morfologica emersa dallo spoglio sistematico del corpus OVI orientano36 in modo univoco verso la restituzione dell’ossitonia originaria. Questa dizione, filologicamente fondata e storicamente motivata, deve pertanto essere assunta come norma stabile sia nell’alveo della discussione scientifica, sia nelle pratiche didattiche dell’insegnamento scolastico e universitario: Decameròn.
Note
- Per il quadro storico di questa oscillazione resta fondamentale lo studio di Piero Fiorelli, La pronunzia di «Decameron», in “Lingua Nostra”, XVI, 1955, pp. 31-36. Per una più recente e agile rassegna sul dibattito tra uso scolastico e filologico, si veda Paolo D’Achille, Che accento ha il “Decameron”?, in Consulenza linguistica, Redazione Accademia della Crusca, 2014.
- Si confronti, a titolo di esempio della registrazione dell’oscillazione fonetica nei repertori scientifici contemporanei, Luciano Canepari, DiPI – Dizionario di Pronuncia Italiana, Bologna, Zanichelli, 2008, ad vocem.
- Cfr. il Dizionario d’Ortografia e di Pronunzia (DOP) di Migliorini, Tagliavini, Fiorelli (ed. RAI), ove la variante proparossitona viene prescritta come standard colto prediletto, relegando la forma ossitona (pur storicamente fondata) a un rango letterario o antiquato.
- Sulla reale portata delle competenze greche nel Trecento toscano e sulla parziale ignoranza dei meccanismi metrico-quantitativi classici da parte dei primi umanisti, si veda il classico studio di Roberto Weiss, The Renaissance Discovery of Classical Antiquity, Oxford, Blackwell, 1977 (trad. it. La scoperta dell’antichità classica, Padova, Antenore, 1989).
- Relativamente alla continuità delle tradizioni dei classici mediata non dalla filologia greca, bensì dai canali di trasmissione del medioevo latino, si rimanda a Giuseppe Billanovich, I primi umanisti e le tradizioni dei classici latini, Friburgo, Edizioni Universitarie, 1953.
- Per un’accurata analisi della fisionomia linguistica del latino d’uso e della cultura scolastica in cui si muoveva l’autore prima della svolta umanistica, si veda Silvia Rizzo, Il latino del Petrarca e il latino del Boccaccio, in Id., Petrarca e il Boccaccio: modelli letterari e linguaggi culturali, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002.
- Sull’imprescindibile ruolo dei glossari tardo-antichi e medievali nella formazione culturale del Certaldese, si veda l’ampio studio di Lucia Mellini, Boccaccio e le «Derivationes» di Uguccione da Pisa, in “Studi sul Boccaccio”, 38, 2010, pp. 115-149. L’autrice dimostra documentariamente come Boccaccio attingesse a Uguccione proprio per la scomposizione etimologica e la strutturazione dei suoi titoli di origine greca.
- Per la fisionomia del greco insegnato a Firenze in quegli anni – radicalmente distante dalle dinamiche quantitative classiche e interamente basato sull’accentazione tonico-bizantina – resta fondamentale il lavoro di Agostino Pertusi, Leonzio Pilato fra Greci e Latini, Venezia, Istituto per la collaborazione culturale, 1964. Cfr. anche l’influenza di questa trasmissione fonetica sulla pronuncia ossitona indotta dalla presenza dell’omega nel genitivo plurale originario (Δεκαμερῶν).
- Questa coerenza trova riscontro pure nell’esame della prima tradizione manoscritta e nelle oscillazioni grafiche dei copisti tre-quattrocenteschi. Per un quadro d’insieme sui testimoni e sulla ricezione materiale del titolo, si rimanda ai contributi raccolti in La tradizione del «Decameron»: da Boccaccio all’era digitale, a cura di Stefano Zamponi, Firenze, Olschki, 2013.
- Cfr. Alexandre de Villedieu, Le Doctrinale, ed. critica a cura di Dietrich Reichling, Berlin, Monumenta Germaniae Paedagogica (XII), 1893 (rist. anast. Hildesheim, Georg Olms, 1974), in particolare i vv. 2269-2270 per la teorizzazione della regola dell’ossitonia nei termini non declinati. Sulla diffusione del manuale nella pedagogia medievale e trecentesca, si veda Robert Sabbadini, Il metodo degli umanisti, Firenze, Le Monnier, 1922, p. 9. La citazione esatta recita: «Omnis barbara vox non declinata latine / accentum super extremam servabit acutum».
- Cfr. Giovanni Balbi (Iohannes de Ianua), Catholicon (1286), ad vocem “barbara”. La norma recepisce l’insegnamento lessicografico di Uguccione da Pisa, Magnae Derivationes (vv. 1190-1210), fondamentale per la formazione di Dante e Boccaccio. Si veda in merito Pio Rajna, Il testo del Doctrinale di Alessandro di Villadei e la sua fortuna in Italia, in “Studi di Filologia Italiana”, IV (1940), pp. 35-72.
- Sull’ossitonia dantesca obbligata dalla rima e dal ritmo endasillabico, si veda l’analisi fondamentale di D’Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia costanti: modificazioni strutturali nella rima lirica italiana dalle origini a Dante, Milano, Ricciardi, 1977. L’accentazione Diogenès / Empedoclès si inserisce nel sistema delle rime tronche d’importazione dotta, ampiamente discusse in Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 89-111.
- Sulla fenomenologia degli ossitoni di origine semitica o greca nella Commedia e sul condizionamento della metrica, si rimanda a Ghino Ghinassi, Ossitono, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1973; e alla voce Ebraismi (ivi, 1971), ove si evidenzia, inter alia, come i nomi ebraici di persona e di luogo subissero sistematicamente l’ossitonia convogliata dal Doctrinale (es. Abèl, Noè, Moisè, Davìd, in Inf. IV, 56-59). Per l’accentazione di grecismi dotti come Diogenès o Empedoclès (Inf. IV, 138), cfr. Pier Vincenzo Mengaldo, Linguistica dantesca, diacronia e strutture, Padova, Antenore, 1978, passim.
- Per la transizione fonetica e l’atteggiamento umanistico di Petrarca verso la fonetica medievale e l’introduzione dell’accento di relazione (dal greco -ía adattato in -ìa piana anziché tronca), si veda Gianfranco Folena, Il linguaggio del caos: studi sul plurilinguismo rinascimentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1991. Si confronti anche con gli studi sull’evoluzione della pronuncia dei grecismi in ambito pre-umanistico di Maurizio Vitale, La lingua del Canzoniere di Francesco Petrarca, Padova, Antenore, 1996, in particolare con le sezioni dedicate alla veste fonica dei latinismi e grecismi culturali.
- Sull’orizzonte culturale “gotico” della biblioteca di Boccaccio e sulla titolazione delle sue opere di derivazione greca, resta imprescindibile Vittore Branca, Boccaccio medievale, Milano, Rizzoli, 1975 (e successive edizioni ampliate). Specificamente sull’accentazione ossitona del titolo (Decameròn), giustificata proprio dalla persistenza trecentesca dello statuto di barbara vox ereditato dalla scuola duecentesca, si veda l’ampia discussione filologica introdotta da Aldo Rossi, Il titolo del Decameron, in “Studi sul Boccaccio”, 11 (1979), pp. 121-145, e i rilievi di Maurizio Vitale, L’oro della lingua, Il volgare d’autore nel Trecento, Milano, Ricciardi, 1986. Per la dimostrazione che il titolo venisse letto come Decameròn nell’orizzonte gotico-medievale, decisivi sono i riscontri paleografici sui codici trecenteschi. Cfr. Domenico De Robertis, Problemi di filologia boccacciana, in “Studi sul Boccaccio”, 1 (1963), pp. 411-432, che analizza l’uso degli accenti nei testimoni antichi. Sul fatto che Boccaccio operasse su un calco mediolatino e non sul greco puro, si rimanda a Roberto Fedi, Il ‘Decameron’ e i suoi titoli, in “Critica letteraria”, XIV (1986), pp. 627-646, il quale conferma come il termine fosse assimilato allo statuto fonetico delle barbarae voces latineggianti.
- Sulla drastica ristrutturazione del sistema accentuativo galloromanzo determinata dalla caduta delle vocali atone finali (diverse da -e), che ha reso il francese antico una lingua strutturalmente ossitona, si veda il classico P. Fouché, Phonétique historique du français, vol. III, Paris, Klincksieck, 1966. Per il conseguente adattamento morfologico dei dotti composti di origine greca e latina al modello delle parole tronche nella pratica scolastica universitaria medievale, cfr. É. Bourciez, Éléments de linguistique romane, Paris, Klincksieck, 1967, pp. 280-285. Sul prestigio di tali modelli nell’Italia del Trecento rimangono imprescindibili le considerazioni di G. Contini, Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970.
- Sul ruolo di Napoli come snodo della cultura transalpina e sulla giovinezza del Certaldese rimangono fondamentali le pagine di V. Branca, Boccaccio medievale, Milano, Rizzoli, 1977, spec. cap. II; per l’impatto linguistico del francese alla corte d’Angiò, cfr. N. De Blasi, Il francese a Napoli nel periodo angioino, «Idg», LXV, 2002.
- Sulla trasmissione scolastica del greco filtrata dalle università occidentali e sulla conseguente mutazione fonetica dei composti dotti, si rimanda a C. Dionisotti, L’insegnamento del greco nel Medioevo occidentale, in Id., Eretici e umanisti, Bari, Laterza, 1968, e a W. Berschin, Medioevo greco-latino. Ricerche sulla storia della letteratura bi-linguistica in Occidente, Napoli, Guida, 1989.
- Sul recupero della tradizione esamerica e sulla macrostruttura del Decameron intesa come riscrittura dell’ordine cosmico medievale, resta fondamentale il magistero di Vittore Branca, Boccaccio medievale, Firenze, Sansoni, 1956 (e successive edizioni accresciute, Milano, Rizzoli, 1975, in part. cap. I, Profilo di un’epopea). Branca individua nell’architettura del libro un cammino ascensionale che muove dal caos della peste all’ordine restaurato dalla brigata, ricalcando le grandi strutture enciclopediche del Medioevo.
- Per l’inquadramento della trattatistica esamerica all’interno delle strategie intertestuali boccacciane, si veda Lucia Battaglia Ricci, Ragionare nel giardino. Boccaccio e i modelli della cultura medievale, Roma, Salerno, 1987, pp. 23-54. L’autrice dimostra come l’adozione di griglie strutturali preesistenti e fortemente codificate dalla tradizione religiosa due-trecentesca serva a legittimare lo statuto di una nuova letteratura terrena, operando uno spostamento dall’asse teologico a quello antropologico.
- La fortunata formula critica che oppone la “Creazione” divina (ambrosiana) alla “ricreazione” dell’ordine sociale dopo il trauma palingenetico della peste è stata estesamente indagata da Claude Cazalé Bérard, La ricreazione del mondo: innovazione e modelli strutturali nel Decameron, in Ead., Introduzione al Decameron, Roma, Carocci, 2004, pp. 45-72. Cfr. anche, sulla funzione civica e terapeutica delle dieci giornate, Francesco Bausi, Leggere il Decameron, Bologna, il Mulino, 2017, pp. 89-102.
- La questione dell’accentazione del titolo oscilla notoriamente tra la lettura proparossitona dotta (Decámeron), difesa da una parte della filologia novecentesca sulla scorta dell’etimo greco (Δεκαμερῶν), e la lettura piana (Decameròn). Quest’ultima risponde alla reale trafila di penetrazione del termine nell’orizzonte trecentesco, mediata non dal greco bizantino, ma dal latino ecclesiastico e liturgico (dove Hexameron assume accento piano per via della penultima sillaba lunga in latino tardo). Sulle oscillazioni storiche e sulla pronuncia parossitona nell’antica tradizione metrica e d’uso, cfr. Maurizio Vitale, Il capolavoro del Boccaccio e la lingua parlata, in “Studi sul Boccaccio”, XXII (1994), pp. 215-230. Cfr. inoltre l’ampia discussione metrica in Aldo Menichetti, Contributo alla storia dell’accentazione dei grecismi in italiano, in “Studi di filologia italiana”, XXII (1964), pp. 521-562, che conferma la tendenza alla parossitonesi dei termini dotti mediati dal latino cristiano. Isolare l’accento etimologico greco significherebbe – anacronisticamente – proiettare su Boccaccio una sensibilità umanistica posteriore, estranea alla memoria fonetica dell’orizzonte linguistico ambrosiano a lui contemporaneo.
- Sulle dinamiche dell’epitesi vocalica (-e, -i) dopo finale consonantica e sul conseguente raddoppiamento della consonante interna nei registri popolari (es. Davidde, Amenne), resta fondamentale Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, vol. I: Fonetica, Torino, Einaudi, 1966, § 162 e § 334. Il fenomeno risponde alla tendenza strutturale del toscano antico a rifiutare la finale consonantica, risolta nel parlato attraverso la ricreazione di una struttura sillabica aperta (CVCV) che, per ragioni di mantenimento del peso sillabico dell’ossitono originario, genera la geminazione. Si veda anche P. d’Achille, L’epitesi nei testi italiani antichi, in “Studi di Grammatica Italiana”, XIV (1990), pp. 25-68, che mappa la polarizzazione sociolinguistica del fenomeno tra usi colti e plebei.
- Sul ruolo dell’analogia morfologica come fattore di regolarizzazione fonetica e sul potere attrattivo dei suffissi d’uso frequentissimo, cfr. Pavao Tekavčić, Grammatica storica dell’italiano, vol. II: Morfosintassi, Bologna, il Mulino, 1972 (in particolare le sezioni dedicate alla stabilizzazione dei suffissi nominali). L’allineamento di “Decameron” alla serie degli accrescitivi o dei nomi d’agente in “-one” (scempiati) rappresenta un caso di rianalisi morfologica da parte dei copisti, volta a normalizzare un’uscita avvertita come anomala inserendola in un paradigma autoctono iper-rappresentato.
- Sulla dinamica e sulle leggi della vocale d’appoggio nel toscano antico, si veda il già citato profilo classico di Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Vol. 1: Fonetica, Torino, Einaudi, 1966, § 334 (con particolare riguardo per il trattamento dei latinismi e delle parole dotte uscenti in consonante). Per uno studio monografico e sistematico del fenomeno, resta imprescindibile Pär Larson, La paragoge nel toscano antico, in “Studi di Grammatica Italiana”, XXI (2002), pp. 1-84.
- Cfr. Arrigo Castellani, Grammatica storica della lingua italiana. I. Introduzione, Bologna, il Mulino, 2000, dove viene dettagliato il mutamento regolare delle basi latine in consonante mediato dalle forme tronche galloromanze o della rima. Specificamente sulla secolare questione dell’accentazione del titolo boccacciano (Decàmeron vs Decameròn), la tesi dell’ossitonia originaria qui difesa trova un fondamentale e pionieristico riscontro in Domenico De Robertis, L’accento del «Decameron», in “Studi sul Boccaccio”, III (1965), pp. 341-352. Per le implicazioni sociolinguistiche e la reazione dei copisti trecenteschi, si veda anche Maurizio Vitale, La lingua del «Decameron», Milano, Arcipelago, 1992, pp. 24-28.
- Le occorrenze e i relativi dati percentuali sono stati estratti e computati interrogando l’intero corpus di testi in prosa del XIV e XV secolo censiti e digitalizzati dall’Istituto del CNR – Opera del Vocabolario Italiano (OVI) – consultabile tramite il motore di ricerca Gatto per il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO).
- Sulla fisionomia materiale, linguistica e codicologica del ms. Berlin, Staatsbibliothek, Hamilton 90, riconosciuto come autografo boccacciano, si rimanda a Vittore Branca, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio. II. Un secondo elenco di manoscritti e studi sul testo del «Decameron», Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1991. Per l’analisi delle abitudini grafiche dell’autore rispetto ai modelli dotti e agli allotropi volgari, si veda l’introduzione critica di Charles S. Singleton a Il Decameron: facsimile dell’autografo Hamilton 90, Baltimora, Johns Hopkins University Press, 1974.
- Sulle dinamiche di epitesi e di progressiva integrazione delle uscite consonantiche nel passaggio dal fiorentino argenteo al volgare regolato del Cinquecento, si veda G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, vol. I: Fonetica, Torino, Einaudi, 1966, pp. 430-435. Per una ricognizione specifica sui risvolti morfologici di tale fenomeno nell’evoluzione della lingua, si rimanda a P. D’Achille, L’epitesi vocalica nell’italiano antico: aspetti fonetici e risvolti morfologici, in “Contributi di filologia dell’Italia mediana”, XI, 1997, pp. 5-34. Si confronti inoltre il classico B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1960, pp. 312-315.
- Cfr. S. Brambilla, La tradizione del «Decameron» nel Cinquecento, Milano, Vita e Pensiero, 2006, pp. 89-102. Per un’analisi della cultura editoriale e tipografica legata all’officina dei Giunti e allo statuto dei testi volgari condotti sul modello bembiano, rimane fondamentale B. Richardson, Print Culture in Renaissance Italy: The Editor and the Vernacular Text, 1470-1600, Cambridge, Cambridge University Press, 1994, pp. 114 e segg., nonché A. Quondam, Petrarca, Boccaccio e il Bembo. Lo statuto della scrittura letteraria nel Cinquecento, Roma, Bulzoni, 2006, passim.
- L. Salviati, Degli Avvertimenti della lingua sopra ‘l Decamerone, Venezia, appresso Domenico Guerra e Gio. Battista Guerra, fratelli, 1584 (Vol. I). Sull’ideologia linguistica salviatiana, sul purismo strutturale e sulla complessa operazione teorica e lessicografica che precedette la nascita del Vocabolario della Crusca, si veda C. Marazzini, Storia della lingua italiana. Il Cinquecento, Bologna, il Mulino, 1993, pp. 145-152.
- Sull’adattamento fonetico dei composti di origine greca dotti e semidotti nel passaggio al volgare, e nello specifico sulla percezione dell’ossitonia originaria come parola tronca (da cui la successiva aggiunta della vocale d’appoggio o epitesi per uniformare il termine alle strutture piane dell’italiano), si rimanda a A. Castellani, Saggi di linguistica e filologia italiana e romanza (1946-1976), Roma, Salerno Editrice, 1980, vol. I, pp. 241-248. Per l’analisi specifica del trattamento riservato da Lionardo Salviati al testo boccacciano e alle sue scelte ortoepiche e grammaticali negli Avvertimenti, si veda M. Pozzi, Lingua, critica e storia letteraria nel Cinquecento, Firenze, Olschki, 1980, pp. 115-132; si confronti inoltre l’introduzione critica di G. Chiecchi a L. Salviati, Avvertimenti della lingua sopra ‘l Decamerone, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2003, in particolare per quanto concerne la normalizzazione editoriale dei titoli e dei nomi propri.
- Si veda, per la norma sulle barbarae voces e il trattamento prosodico dei termini non strettamente latini nel Medioevo, l’edizione critica di riferimento del testo di Alessandro di Villadei: Das Doctrinale des Alexander de Villa-Dei, a cura di Dietrich Reichling, Berlin, Hofmann, 1893 (Monumenta Germaniae Paedagogica, XII), in particolare i versi relativi alla sezione De accentu. Per l’influsso della trattatistica grammaticale medievale sulla formazione e sulla prassi scrittoria del certaldese, resta fondamentale G. Billanovich, Restauri boccacceschi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1947, passim.
- Sull’acclimatamento fonetico e la forte componente galloromanza (francese e provenzale) mutuata da Boccaccio durante il soggiorno angioino, si rimanda imprescindibilmente a S. Pellegrini, Boccaccio giovane e la cultura gallo-romanza, in «Studi di filologia romanza», IV (1938), pp. 43-61. Cfr. anche, per un quadro complessivo della veste linguistica dell’autore e dei riflessi delle strutture d’Oltralpe, M. Vitale, La lingua del «Decameron», Milano, Arcipelago, 1992, e L. Tomasin, Il volgare e l’impero. Per una storia del pensiero linguistico nel Medioevo, Padova, Il Poligrafo, 2007.
- Il nesso macrotestuale e ideologico tra il modello cosmogonico ambrosiano e l’architettura della cornice boccacciana è stato ampiamente indagato dalla critica. Cfr. Ambrosius, Hexameron, ed. critica a cura di C. Schenkl, Prag-Wien-Leipzig, Tempsky, 1897 (CSEL, 32/1). Per il trapasso del modello strutturale nell’opera boccacciana, si veda in particolare L. Battaglia Ricci, Ragionare nel giardino. Boccaccio e i modelli della narrativa medievale, Roma, Salerno, 1987, pp. 54 e sgg., nonché E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Torino, Einaudi, 1956, cap. IX.
- L’indagine statistico-morfologica condotta sul Corpus OVI (Opera del Vocabolario Italiano, risorsa interrogata nel maggio 2026) offre un quadro sistemico che corrobora l’ipotesi ossitona, disinnescando il rischio di anacronismo insito nella saggistica ottocentesca. Com’è noto, l’assenza di occorrenze grafiche d’accento nei testimoni trecenteschi (compreso l’autografo Hamilton 90) impone una verifica di tipo indiretto e combinatorio, basata su due direttrici.
In primo luogo, lo spoglio dei grecismi dotti medievali composti col morfema -meron (dal greco , ma filtrati dal tardolatino e dal galloromanzo) mostra nel dominio italo-romenzo una costante trafila di adattamento ossitono o, per epitesi di vocale d’appoggio, parossitono (-meròne), secondo un mutamento morfologico solidale al ricchissimo suffisso accrescitivo e nominale -óne (dal latino -ŌNEM). Si vedano, nel database TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini), le attestazioni trecentesche di voci omologhe o strutturalmente affini (quali exameron, epameron e le varianti volgarizzate esamerone / examerone), in cui la presenza della quarta sillaba parossitona nei volgarizzamenti toscani coevi attesta la percezione di una base tronca originaria nell’allotropo dotto (cfr. ad es. l’Esamerone nell’anonimo volgarizzamento sangallese e in quello di c. 1350-1375 [OVI: versangallese, fiorisanto]).
In secondo luogo, l’obiezione mossa dai sostenitori della pronuncia sdrucciola («Decàmeron» alla latina, ricalcata sulla legge della penultima breve di Δεκαμερῶν) viene invalidata proprio dall’esame dei meccanismi di rima e di segmentazione metrica attivi nella poesia del Trecento per i prestiti dotti privi di terminazione vocalica. Se la dizione fosse stata percepita come proparossitona, la sua integrazione fonotattica nel volgare avrebbe generato esiti in -mero (per apocope analogica) o, sistematicamente, soluzioni sdrucciole con epitesi (-merono), di cui nel corpus antico non v’è traccia significativa per questa classe lessicale. La solidarietà morfologica tra l’ossitonia di Decameròn e lo sviluppo macrotestuale e fonetico delle varianti in -one (frequenti nei copisti quattrocenteschi e nell’antica tradizione a stampa) dimostra che la o finale era saldamente sentita come sede dell’ictus tonico.
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