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La gratitudine: da Francesco d’Assisi alla poesia contemporanea
di , numero 61, giugno 2026, Didactica, DOI

La gratitudine: da Francesco d’Assisi alla poesia contemporanea
Come citare questo articolo:
Angela Zangaro, La gratitudine: da Francesco d’Assisi alla poesia contemporanea, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 30, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14241



«Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature»1

«Amare, adorare,
amare potentemente il mondo
questo bisogna ora.»2



La prima cosa che colpisce in Francesco d’Assisi non è la povertà, né la rinuncia: è la gratitudine. Una gratitudine radicale, sorgiva, che non dipende dalla condizione esterna ma da una postura interiore.
È ciò che rimane anche oggi, quando ci avviciniamo all’anniversario della sua morte: un modo di guardare il mondo che non smette di interrogare la nostra epoca inquieta. Francesco ringrazia non come chi compie un gesto formale, ma come chi riconosce che nulla è scontato. La luce del sole, l’acqua, il passo sicuro del fuoco, la “sorella” morte: tutto è degno di lode. E proprio in questa capacità di nominare la bellezza anche nel dolore si trova il punto più alto del suo linguaggio poetico.
Il Cantico delle Creature è la prima grande poesia ecologica dell’Occidente.
Non ecologica solo perché parla della natura, ma perché sovverte la gerarchia che aveva dominato per secoli la cultura europea: l’uomo al centro, le cose intorno.
Francesco ribalta questa prospettiva con infinita dolcezza. Non dice semplicemente: “Ti lodo per il sole”, ma “Laudato si’ per frate Sole”. La creatura non è ridotta a oggetto passivo dello sguardo umano: entra in una relazione di fraternità con l’uomo e diventa parte viva della lode al Creatore. È una rivoluzione linguistica e spirituale che inaugura una nuova idea di rapporto con il mondo.
È l’inizio di una fraternità cosmica. È il riconoscimento che esistiamo con e non contro. Questa consapevolezza, oggi, risuona come una chiamata: riconoscere la nostra dipendenza dal mondo, non per umiliarci, ma per riportarci a una giusta misura.
Per Francesco, ringraziare non è un atto momentaneo, ma un’inclinazione dell’essere. Ringrazia quando vede, e ringrazia quando non vede più. Ringrazia quando può toccare e quando può solo ricordare. Ringrazia persino la morte, chiamandola “sorella”, cioè parte della stessa genealogia vivente che lega tutto ciò che esiste.
Questa capacità di ringraziare dall’interno della fragilità riaffiora potentemente nella poesia contemporanea, soprattutto nell’opera di Mariangela Gualtieri. Poetessa, drammaturga e fondatrice del Teatro Valdoca insieme a Cesare Ronconi, Gualtieri ha costruito negli anni una lingua poetica inconfondibile: una parola insieme terrena e sacra, capace di nominare il dolore, il corpo, la natura e il mistero senza separarli mai. La sua poesia nasce spesso dall’ascolto del vivente, da una forma di attenzione quasi liturgica al mondo e alle sue presenze minime. In lei la gratitudine non è sentimentalismo, ma esercizio di coscienza, desiderio di restare fedeli alla vita anche quando la vita ferisce.
Scrive infatti:

«In quest’ora della sera,
da questo punto del mondo
ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia3»


Fin dai primi versi emerge una fraternità cosmica che richiama profondamente il Cantico francescano. Anche nella poesia della Gualtieri il mondo non è sfondo, ma presenza viva: le creature, il pane, il sale, la rosa, l’amicizia entrano in una relazione profonda con l’essere umano. Come in Francesco, la gratitudine nasce dalla consapevolezza che nulla ci appartiene davvero e che tutto, persino ciò che appare minimo o quotidiano, possiede una dignità luminosa.
Più avanti la poetessa scrive:

«e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati»


La natura della Gualtieri non è mai decorativa. Come nel Cantico, il mondo vivente entra in una relazione di fraternità con l’uomo. Il mare, le lucciole, il fuoco, il sole non sono semplici immagini poetiche, ma presenze capaci di riportare l’essere umano a una misura più autentica del vivere. Le lucciole, soprattutto, sembrano custodire l’idea di una luce fragile ma resistente, di una bellezza minima che continua a sopravvivere dentro il nostro tempo inquieto.
Accanto agli elementi cosmici, la Gualtieri inserisce anche la tenerezza dei legami umani:

«per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi»


La sua gratitudine non riguarda soltanto il cosmo, ma anche ciò che rende umana la nostra esistenza: gli affetti, la vicinanza, le parole semplici, i gesti quotidiani. Persino le “cose stupide e care” diventano degne di essere nominate e salvate attraverso la poesia.
E ancora:

«per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.»


Come Francesco riusciva a chiamare la morte “sorella”, anche Mariangela Gualtieri sottrae la morte all’estraneità e al silenzio.
La poesia si chiude infine con versi che sembrano raccogliere insieme Francesco, Dante e la tradizione poetica del ringraziamento:

«E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi. »


La poesia di Mariangela Gualtieri sembra allora raccogliere una tradizione antica e insieme rinnovarla. Quando, in versi precedenti, nomina Borges, Whitman, Francesco d’Assisi, Hopkins ed Herbert, non costruisce un semplice elenco di maestri: riconosce una genealogia del ringraziamento, una linea poetica che attraversa i secoli e continua a interrogare il nostro presente.
«Da questo punto del mondo ringraziare desidero». Non dall’alto, non dall’abbondanza, non dalla certezza, dalla vita reale, con le sue fenditure, la sua polvere, la sua luce ferita. La gratitudine diventa così una forma di resistenza all’idea che tutto sia dovuto.
Tra le voci poetiche contemporanee che hanno saputo trasformare la gratitudine in uno sguardo sul mondo, un posto essenziale appartiene a Wisława Szymborska4. Poetessa polacca e premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Szymborska ha costruito una poesia capace di sostare nelle cose minime, negli oggetti quotidiani, negli eventi apparentemente insignificanti della vita umana.
La sua gratitudine non è mai retorica: nasce piuttosto dalla meraviglia per il semplice fatto di esistere, dalla capacità di guardare il reale con ironia, stupore e delicatezza.
Nei suoi versi ritorna spesso un sentimento di riconoscenza verso la fragilità stessa della vita, verso ciò che accade una sola volta e proprio per questo diventa prezioso. Anche il quotidiano più semplice: una stanza, un incontro, un gesto ripetuto può trasformarsi in epifania.
In Italia, Chandra Livia Candiani ha fatto della gratitudine una pratica di ascolto.
La sua poesia5 nasce dal silenzio, dall’attenzione alle creature fragili, ai margini, all’infanzia, al dolore. Nei suoi versi la gratitudine non coincide con la felicità, ma con la capacità di restare presenti al mondo, di custodire ciò che è minimo e apparentemente invisibile. La sua scrittura sembra ricordarci che abitare il mondo con delicatezza significa anche imparare a riconoscere ciò che continuamente ci viene donato.
In un’epoca che misura tutto, che valuta tutto, che consuma tutto, ringraziare è un atto insubordinato. È riconoscere che il mondo non è nostro ma ci ospita. È accettare di essere parte e non padrone. È tornare a una relazione più viva, più vera, più fragile.
Il Cantico non ci chiede di essere migliori: ci chiede di essere consapevoli. E di guardare il mondo come si guarda un volto amato: non perché perfetto, ma perché necessario.
Negli ultimi mesi ho sperimentato quanto la gratitudine possa essere anche un esercizio quotidiano, quasi una disciplina dello sguardo.
Ogni mattina, entrando in classe, ho provato a costruire insieme ai miei alunni parole capaci di leggere ciò che accadeva dentro e fuori dal nostro piccolo mondo: le paure, le guerre, la stanchezza, le amicizie, le inquietudini, le speranze. E quasi sempre quelle riflessioni si concludevano con una frase di ringraziamento. Non un gesto ingenuo o automatico, ma un modo per riportarci alla realtà concreta delle cose essenziali.
La gratitudine può essere una vera educazione dello sguardo. Un esercizio da ripetere, perché ci insegna a riconoscere ciò che troppo spesso consideriamo scontato. Noi che viviamo sospesi tra chi possiede troppo e chi non ha nulla dovremmo imparare a vedere la bellezza minima che ci circonda: il rumore della città che, comunque, è vita; il canto degli uccelli; il peso lieve dei passi sulla terra; il fatto stesso di essere vivi, di poter camminare, vedere, ascoltare.
Ringraziare significa forse proprio questo: restituire dignità alle cose piccole. E, nel farlo, restituire dignità anche a noi stessi, rendendoci esseri ancora capaci di stupore e di gratitudine.
Forse la gratitudine è proprio questo: continuare ad amare il mondo nonostante tutto.
Come scrive una delle maggiori voci della poesia del Novecento russo, Marina Cvetaeva:

«Tutta la mia vita è una storia d’amore con la mia anima, con la città in cui vivo, con l’albero al bordo della strada – con l’aria.
E sono infinitamente felice».6


Note

  1. San Francesco d’Assisi, Laudes Creaturarum (Cantico delle creature), 1225:Laudes creaturarum – Treccani – Treccani
  2. Mariangela Gualtieri, Bello mondo, Einaudi, Torino 2024
  3. Mariangela Gualtieri, da Le giovani parole, Einaudi, Torino, 2015. I frammenti successivi analizzati sono tratti dalla medesima composizione.
  4. Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano, 2009
  5. Si veda ad esempio Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi, Torino, 2014, o la raccolta La domanda della sete 2016-2020, Einaudi, Torino,2020
  6. Marina Cvetaeva, Il paese dell’anima. Lettere 1909-1925, a cura di S. Vitale, Adelphi, Milano 1988, Lettera a P. Jurkevič (21 luglio 1916).

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