Bibliomanie

Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Roma – Bari, Laterza 2024
di , numero 61, giugno 2026, Letture e Recensioni, DOI

Enzo Traverso, <em>Gaza davanti alla storia</em>, Roma – Bari, Laterza 2024
Come citare questo articolo:
Martina Delicato, Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Roma – Bari, Laterza 2024, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 61, no. 24, giugno 2026, doi:10.48276/issn.2280-8833.14069

L’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023 è stato condannato quasi ovunque; la risposta devastatrice e omicida di Israele, invece, ha suscitato reazioni contrastate con distanziamenti generalmente comprensivi. Lo scopo del saggio di Enzo Traverso, intitolato Gaza davanti alla storia, è di scrutare in maniera critica il dibattito politico e intellettuale nato in seguito alla crisi di Gaza e di esaminare la storia e la memoria a essa legate. In sostanza, si tratta di una riflessione critica sull’attualità dei fatti, chiamando in aiuto la storia per una migliore interpretazione del presente, considerando che questa guerra rappresenta un punto di inflessione, soprattutto per ciò che i palestinesi e gli israeliani rispecchiano nell’immaginario collettivo.
In Israele viene percepito come la vittima del «più grande pogrom1 della storia dopo l’Olocausto», paradossale se si pensa alla distruzione di Gaza sotto una pioggia di bombe con oltre 60.000 vittime civili. Si tratta di una sorta di processo di Norimberga al contrario, dove vengono processate le atrocità degli Alleati anziché i crimini dei nazisti. Dai fatti del 7 ottobre, Israele continua a essere rappresentato come la vittima e la distruzione di Gaza è solo l’eccesso di una guerra di autodifesa, la reazione di uno Stato che è stato minacciato. Ma intanto, anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha sottolineato che l’attacco non è avvenuto nel vuoto, bensì è da considerarsi la conseguenza di anni e anni di occupazioni, colonizzazioni, umiliazioni e oppressioni.
Bisogna ricordare che gli attacchi del 2023 hanno un’importante genealogia: nel 2005 Israele sgombera la striscia di Gaza, la quale continua a subire attentati che portano migliaia di decessi. 1.400 morti nel 2008 (e 13 israeliani); 170 nel 2012; 2.200 nel 2014; nel 2018, una manifestazione pacifica è terminata con il massacro di 189 persone e 6.000 feriti; tra gennaio e il 6 ottobre 2023, l’esercito israeliano Tsahal aveva ucciso 248 palestinesi all’interno dei territori occupati e ne aveva arrestati 5.2002. A Gaza ci sono circa un milione e mezzo di rifugiati palestinesi, ovvero più della metà degli abitanti, il tasso di disoccupazione è del 50%, mentre l’80% dei cittadini vive in condizioni di povertà, il PIL diminuisce di anno in anno e il 75% della popolazione ha meno di 25 anni e fin dalla nascita si trova in un contesto di segregazione. Pochi chilometri più in là, a Tel Aviv si vive come in Europa, in ambienti cosmopoliti, moderni, femministi e gay friendly.
Nel frattempo, si dibatte spesso sul significato del termine ‘genocidio’, la quale unica definizione normativa deriva dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. Questa, purtroppo, si adatta perfettamente alla situazione in Medio Oriente ed è stata utilizzata dalla Corte internazionale di giustizia nel gennaio 2024 quando ha lanciato l’allarme rischio genocidio a Gaza, incitando la comunità internazionale ad agire affinché si mettesse fine al massacro. L’articolo II della Convenzione sopracitata spiega che si tratta di genocidio nel momento in cui si compiono atti “con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”. Il testo continua affermando le forme in cui si articola il processo:

«a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo3».

Si noti che non tutti i genocidi sono uguali, per cui quello nella striscia non deve essere paragonato all’Olocausto dal momento in cui la portata e i mezzi possono differire ma comunque rientrare nella definizione di genocidio.
Un altro dibattito riguarda il terrorismo, anch’esso molto complesso da definire. Ciò che distingue i combattenti di un gruppo od organizzazione terroristica dai soldati di un esercito è la normativa per cui i primi non appartengono a uno Stato. La superiorità etica dei secondi, invece, è stata più volte smentita dalla storia stessa. Secondo il giornalista israeliano Yehuda Elkana (1988, p. 18), i racconti mitologici e la violenza che essi alimentano fanno parte della «profonda paura esistenziale» che porta il popolo ebraico a comportarsi come la vittima eterna in un mondo ostile.
Risulta interessante considerare l’opera Orientalismo, di Edward Said (1978), dove si scrive che l’Occidente non è in grado di definirsi se non in opposizione a un’altra umanità coloniale non bianca e inferiore a livello gerarchico. Nel XIX secolo, l’Occidente diffondeva la civiltà attraverso le sue conquiste, mentre oggi viene visto come una fortezza assediata. Quella che viene percepita come «l’unica democrazia del Medio Oriente» ha il diritto di difendersi dagli attentati di Hamas. Tuttavia, non viene mai menzionato il diritto dei palestinesi a resistere ad aggressioni e violenze che durano da decenni. La popolazione a Gaza è soggetta a un massacro inesorabile e pianificato ed è priva delle essenziali condizioni di sopravvivenza. Secondo il sionismo, che prende in considerazione solo la prima parte della storia, gli ebrei sono ancora le vittime della persecuzione araba endemica, immagine che viene diffusa per giustificare le atrocità di Israele nei confronti dei palestinesi.
A completare questo concetto c’è Shlaim (2023, pp. 16-17), il quale afferma che «Non è storia, è la propaganda dei vincitori». Infatti, gli unici che potrebbero mettere fine immediatamente alla guerra sono gli Stati Uniti, i quali non vogliono sottrarre il loro appoggio a una democrazia corrotta, sia perché è parte del loro equilibrio geopolitico, sia perché provano un’empatia ‘narcisistica’ verso gli israeliani. Il loro lavoro, dunque, si limita a delle raccomandazioni sulla moderazione ma senza minacciare di eliminare il sostegno economico e militare al loro alleato principale.
Una distinzione fondamentale riguarda l’ambiguo rapporto tra antisionismo e antisemitismo, si evidenzia come il primo abbia incontrato la resistenza dei nazionalismi europei, i quali facevano dell’antisemitismo uno degli elementi chiave. Dall’altro lato, il sionismo ha sempre cercato di usare l’antisemitismo per raggiungere i suoi scopi. Tuttavia, il sionismo è stato spesso criticato dagli ebrei stessi. Secondo la narrativa attuale, dal momento in cui Israele è nato per accogliere gli ebrei vittime di antisemitismo, non può dunque commettere un genocidio.
Al giorno d’oggi, la memoria dell’Olocausto, vissuta come religione civile della democrazia e dei diritti umani in Unione Europea, si identifica sempre più con la lotta all’antisionismo (percepito come antisemitismo) e la difesa dello stato di Israele. Un fatto curioso riguarda l’appoggio incondizionato da parte di Angela Merkel e Olaf Scholz al Paese ebraico, considerando la questione come una ragion di stato per la Germania, dove è bannato qualsiasi tipo di vicinanza alla causa palestinese. Secondo Norberto Bobbio (1999, p. 119), «per “ragion di stato” s’intende quell’insieme di principi e di massime in base alle quali azioni che non sarebbero giustificate se compiute da un individuo singolo, sono non solo giustificate ma addirittura in taluni casi esaltate e glorificate se compiute dal principe, o da chiunque eserciti il potere in nome dello stato».
Un ulteriore aspetto fondamentale da tenere in considerazione è la modalità di narrazione della guerra. Dagli attacchi del 7 ottobre, i media hanno pubblicato false notizie di atrocità compiute dai combattenti di Hamas nei confronti di donne incinte, bambini e neonati. Tali fake news sono state diffuse dall’esercito israeliano e sono state subito prese come prove, per poi essere smentite nelle settimane successive da siti di controinformazione, anche se ciò è avvenuto in maniera silenziosa, così da non disturbare il racconto delle barbarie palestinesi. Bloch (1921, p. 84) le definiva come «lo specchio in cui “la coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti» e aggiungeva (Bloch 1921, p. 104) che leggende e false notizie hanno sempre «riempito la vita dell’umanità».
La priorità del momento deve essere fermare la guerra a Gaza, la quale verrà poi valutata nei decenni a venire grazie al lavoro degli storici. Chi interpreta questa necessità come atto di antisemitismo dimostra la miopia, l’insensibilità e il danno che può causare una memoria ripiegata su sé stessa e usata come culto autoreferenziale. Inoltre, è alquanto errato definire ‘guerra’ ciò che succede in Palestina oggi, poiché non ci si trova davanti allo scontro tra due eserciti, bensì si assiste a una macchina bellica molto sofisticata che distrugge i centri urbani, ponendoci davanti a una dinamica di esecutori e vittime, dal momento in cui Tsahal e Hamas non sono nemmeno lontanamente paragonabili in termini di metodo e distruzione: basti pensare che il primo sceglie i suoi obiettivi grazie all’intelligenza artificiale, mezzi di cui chiaramente il secondo non dispone. L’obiettivo di Israele è, in breve, la distruzione di Gaza4.
In conclusione, la situazione attuale in Medio Oriente ha sancito il fallimento definitivo degli accordi di Oslo del 1992. La soluzione proposta da Edward Said vent’anni fa sulla costituzione di uno stato laico binazionale parrebbe l’unica possibilità per la pace, considerando che l’esistenza di uno stato sionista accanto a uno sovrano islamico non darebbe mai luogo a uno scambio positivo tra lingue, culture e religioni vicine geograficamente. Il 7 ottobre ha ricordato al mondo intero che i palestinesi non sono scomparsi, nonostante i tentativi di Israele di rendere la popolazione invisibile e l’obiettivo tacitamente condiviso da Unione Europea, Paesi arabi e Stati Uniti di prendere decisioni alle spalle del popolo filastin.

Bibliografia e sitografia
• Afp, “Israele minaccia di distruggere la città di Gaza, l’Onu proclama lo stato di carestia” in Israele minaccia di distruggere la città di Gaza, l’Onu proclama lo stato di carestia – Internazionale
• Bloch M., “Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra”, 1921, in Id., La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), trad. it. di De Paola G., introduzione di Aymard M, Donzelli, Roma, 1994
• Bobbio. N, “Teoria generale della politica”, a cura di M. Bovero, Einaudi, Torino, 1999.
• Elkana Y., “For Forgetting”, Haaretz, 16 marzo 1988
• General Assembly resolution 260 A (III), “Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide” in Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide | OHCHR
• Said E. W., “Orientalismo”, trad. it. Stefano Galli, Feltrinelli, Milano 2013 (1978)
• Shlaim A., “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew”, Oneworld Publications, Londra, 2023
• Traverso E., “Gaza davanti alla storia”, Editori Laterza, Bari-Roma, 2024
• Treccani, “Pogrom” in Pogrom – Enciclopedia – Treccani
• United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Data on Casualties” in Data on casualties | United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Occupied Palestinian Territory

Note

  1. Cfr Treccani, “Pogrom” in Pogrom – Enciclopedia – Treccani (30 agosto 2025, data di ultimo accesso al sito).
  2. United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Data on Casualties” in Data on casualties | United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Occupied Palestinian Territory (30 agosto 2025, data di ultimo accesso al sito).
  3. General Assembly resolution 260 A (III), “Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide” in Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide | OHCHR (30 agosto 2025, data di ultimo accesso al sito).
  4. Cfr. Afp, “Israele minaccia di distruggere la città di Gaza, l’Onu proclama lo stato di carestia” in Israele minaccia di distruggere la città di Gaza, l’Onu proclama lo stato di carestia – Internazionale (30 agosto 2025, data di ultimo accesso al sito)

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