Bibliomanie

Non esiste traduzione senza alcuna tradizione. Per una rifondazione della lirica di ogni tempo in bolognese
di , numero 60, dicembre 2025, Letture e Recensioni, DOI

Non esiste traduzione senza alcuna tradizione. Per una rifondazione della lirica di ogni tempo in bolognese
Come citare questo articolo:
Federico Cinti, Non esiste traduzione senza alcuna tradizione. Per una rifondazione della lirica di ogni tempo in bolognese, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 37, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13998

Tra la soglia e il vestibolo
Dal nulla ecco una voce, ecco il barlume di un’eco sull’estremo promontorio dei secoli. È un io in un dialogo eterno con un tu, dopo la fine del tempo e dello spazio. Così, tutto avviene così, per illuminazione improvvisa, senza sapere, senza vedere, senza capire. Il sipario si solleva sulla realtà fittizia di un giorno privo di ore, eppure lanciato nel moto perpetuo dei ricordi, di ciò che sta trafitto nel cuore.
Di nuovo, e per sempre, una parole ben definita declina in una dimensione storica, personale, quasi intima la langue di una porzione infinitesima del mondo, di un universo in perenzione a serio rischio di estinguersi. Nell’assoluta incertezza del non essere, il pressappoco diviene cifra stilistica a partire già dall’indefinitezza del titolo, A òc’ e cråuṡ, vale a dire A occhio e croce. L’autore sa che nel transeunte fluire delle sostanze non ci si bagna mai nello stesso fiume degli accidenti, è più che consapevole che non ci si può volgere indietro senza infrangere qualche regola, nutre in seno la certezza che lo sforzo prometeico della memoria ferirà e sanerà, alla stregua della volontà divina.
Al titolo segue, emblematico a suo modo, il sottotitolo: Liriche di ogni tempo in bolognese. Il dialogo assume i toni di una diuturna riflessione sul senso del tradurre che, forse, altro non è se non il senso stesso del fare poesia. L’autore, l’entità che nello scorrere delle pagine ha nome Federico, in una dimensione narrativa informata alla diàtriba cinico-stoica, si confronta passo passo con un amico, l’Ingegnere, di cui poco o nulla si sa, perché di lui nulla o poco si deve sapere. Esiste, negli infiniti mondi possibili un tu che dice io e che risponde a un altro tu in un alterno riflesso di specchi. Lungo questa costante diffrazione il pressappoco delle traduzioni si fa precisione della poesia, nella consapevolezza che chi opera è il mero strumento, l’interprete, il tramite. Solo l’opera vive veramente nell’alchemica mutazione della materia immateriale, nella forma che si fa altro da sé in sé. Dai frantumi della lirica arcaica greca alle quantistiche particelle dell’epoca postcontemporanea, da Saffo a Cinti insomma, ci si apre innanzi il volto di Bologna, di una bolognesità in bilico sul precipizio.
Ognuna delle sessantadue liriche è accompagnata da una cornice narrativa, con funzione introduttiva, il cui compito non è tanto giustificare la scelta, quanto ricostruire le ancestrali motivazioni che la precedono, la significano, la eternano. Si va passo passo costruendo, in tal modo, un libro nel libro, quasi che il testo divenisse pretesto di sé e paratesto di un senso che si cerca, pur nella fuga della percezione, di ricostruire. Sensazioni, luoghi, persone che divengono personaggi si susseguono nel viaggio a ritroso per recuperare quel piccolo mondo antico costituito di suoni, voci, odori, brividi improvvisi, alla stregua di tante madeleine proustiane. A poco a poco il disegno si fa nitido, si potrebbe dire necessario. Anche le fotografie, colte come puntiformi istanti sull’infinita retta dei ricordi, completano la costruzione di questo palazzo incantato, di silenzi nel baratro del tempo.
Solo in questa dimensione si comprende perché tale opera vive indipendentemente da chi l’ha pensata, elaborata, immaginata. A questo novello Pigmalione non si può rimproverare se non il travaglio dell’imperfezione da cui, per qualche arcano gioco del destino, sfugge qualche personaggio in cerca non di un autore, bensì di una propria autonomia di significato, se non si vuole azzardare pure di significante. È il caso dell’Introduzione, a firma del Couboy, una delle tante persone divenute personaggi, e della Premessa, di mano del Gallo, il tanto temuto revisore orto-lessicografico, cui tante volte ci si riferisce nel volume. Per meglio comprendere la valenza di tali ipostasi, si riporta qualche passaggio dall’una e dall’altra. «Anch’io, e mi pare giusto che si sappia, anch’io esco da queste pagine: sono uno dei tanti personaggi che Federico Cinti pone al cospetto del lettore. Sono quello che lui chiama “il Cowboy”. Non solo esco, con una certa voluttà, ma prendo la parola per sottolineare a mio modo ciò che, più di ogni altra cosa, mi rimane addosso dopo la lettura di questa antologia che il lettore si trova tra le mani. La scrittura in seconda persona, che l’autore chiamerebbe senza dubbio Du Styll, mi affascina e non poco: lui si rivolge costantemente a un destinatario, vero o fittizio, e l’impressione che si ha è quella che stia parlando con chi legge» (dall’Introduzione (o qualche cosa di simile) di Martin Palmadessa).
Anche il secondo personaggio, come si accennava poc’anzi, assurge al ruolo di prefatore, prima, poco prima di lasciare la parola all’autore. Pure in questo caso vale la pena di saggiare il discorso di chi ha consacrato la propria penna alla conservazione della lingua dei padri e dei nonni, di quel bolognese che è il permotore di questa intrapresa sui generis. Anche il Gallo, del resto, non esisterebbe, almeno in questa forma, senza il tocco del «buono incantatore» di cui qui si tenta, forse invano, di tratteggiare il carattere e il genio. «Se il lettore di queste righe ben conosce l’artefice di “questo non picciol libro”, saprà quale enorme forza sia capace di sviluppare il mio omonimo Federico quando si mette in testa un progetto. E potrà immaginare come, da qualche occasionale consiglio lessicale su rime sparse, memore dei tempi d’ Al Parnaso Bulgnai e di Al fiôl spanézz, io mi sia trasformato mese dopo mese in quel revisore ortolessicografico che benevolmente Egli cita nell’introduzione, diventando così il compagno del lungo viaggio nel tempo rappresentato da questa ampia antologia poetica. Cinti racconta di aver provato una crescente consapevolezza nei propri mezzi espressivi nel percorrere il cammino che ha portato alla realizzazione di questa opera e anch’io mi sono spesso interrogato sul ruolo che andavo assumendo in questa sorta di viaggio di formazione che entrambi abbiamo compiuto. Trovandosi di fronte ad una poesia tradotta ed essere nella condizione di poter o dover suggerire la sostituzione di una parola con un altra, la tentazione di assumere il ruolo di censore, di vestale della purezza della lingua è sempre dietro l’angolo, sotto braccio alla hybris di ritenersene capaci. […] Noi confidiamo che l’operazione sia riuscita in modo lodevole, anche se resta come sempre al lettore il giudizio sull’esito di un lavoro letterario. Non si può tuttavia fare a meno di tributare un sentito ringraziamento a Federico Cinti per aver dato a tutti con questo libro una buona occasione di incontrare, con la scusa della poesia, un po’ di bolognese o di incontrare, con la scusa del bolognese, un po’ di poesia» (da Interludio (a mo’ o quasi di premessa) di Federico Galloni).
A questo punto, ma solo a questo punto, vale la pena di lasciare la parola alla vera e propria introduzione, dal titolo così apocalittico, Sull’orlo dell’abisso, da non sembrare accettabile. Eppure, perché così bisogna dire, nulla si dà per caso: le tinte iperbolicamente fosche hanno, e vogliono avere, un retrogusto di ironia esibita, di avvertimento del contrario, per lasciare spazio al ruvido e pirandelliano sentimento del contrario. Anch’io, che sono il mero strumento, non certto l’autore, di queste pagine, come del resto già della raccolta di cui si parla, mi accingo a vergare queste righe come se l’autore fosse un altro.perché, in fondo, con buona pace di Rimbaud, l’autore è sempre un altro, l’io è sempre un tu che ci governa, che ci «ditta dentro». Il più è avere l’umiltà di ammetterlo, di non accontentarsi mai di ciò che si fa, ma di procedere senza troppo riflettere ai simulacri di noi stessi vissuti ieri o in altre epoche. Io mi vedo così, dal mio infinitesimo angolo di visuale. Gli altri, e di ciò spero trovare pietà, nonché perdono, non lo so proprio.

Sull’orlo dell’abisso

Ai é un dío dänter in nó: quand al prélla, a taccän arscaldères
Ovidio, Fasti, VI, 5


Mi hai guardato in tralice. Ti conosco fin troppo bene, ormai: il titolo non riesce a convincerti fino in fondo, quello dell’introduzione perlomeno, a tinte troppo fosche, da crepuscolo della Belle Époque. Eppure, e lo sai bene, è la sensazione che mi pervade da qualche tempo: mi sento simile al «superstite / lupo di mare» di cui canta Ungaretti in Allegria di naufragi, quasi io fossi – e tu assieme a me, è naturale – uno degli ultimi ad avere assaporato un modo di essere ora in declino verso il nulla. Mi aggrappo a quell’eco in fuga, a quella voce di voci, tanto tanto per me consolatoria. Già, perché il bolognese, quel piccolo frammento di identità che ci distingue e rende unici, il nostro bolognese è in pericolo, rischia di estinguersi: non neghiamocelo, almeno noi. Chissà, forse non c’è rimedio, al di là dell’urlo nero dell’abisso, se non tentare di salvarne qualche briciola attraverso un’operazione disperata, da “nicchia della nicchia”. Ecco, quindi, perché in questo libretto propongo traduzioni di poesie molto famose che, non sarò io a negarlo, non necessitano di essere tradotte.
O non necessiterebbero, è chiaro. Perché le liriche di Saffo, Catullo oppure Orazio, tanto per nominare qualche poeta del mondo antico, avvertono per forza di cose l’urgenza di essere costantemente rinnovate nella forma e nella sostanza. Ogni volta che assumono una veste nuova, non so perché, si saggia la loro attualità, si fa esperienza della loro immortalità. Tali considerazioni, a rifletterci meglio, mi sentirei di estenderle a tutti i componimenti qui raccolti. Anzi, azzardo affermare che la traduzione nella lingua vernacolare, ben più di altre, rivitalizza al punto da dare l’impressione di essere state composte in quel preciso istante. Qualcosa di simile accade nelle pagine di questa mia piccola fatica. Me lo hai confessato più volte anche tu, mentre leggevi il divenire dei miei esperimenti. L’immediatezza del bolognese, poi, è un autentico bagno nel Lete e una considerazione tale si può estendere anche ai testi della letteratura italiana, il cui limite è a volte proprio l’eccessiva letterarietà o poeticità. Con tutte le approssimazioni del caso, va da sé, ho proceduto, un gradino dopo l’altro, dal mondo antico fino a oggi, senza troppo volgermi indietro lungo la vertigine della mia scala.
Sul senso della traduzione, lo ammetto, si gioca il titolo, quello generale intendo. Io desideravo un’espressione che mi caratterizzasse. Non mi è parso stravagante, così al limite come è dell’ironia, rifarmi a un elemento della vista. L’occhio non avrebbe dovuto mancare e, difatti, non è mancato. Allo stesso modo, mi pareva doveroso che ci fosse la croce o, idealmente, la Croce, il luogo non luogo in cui ho la ventura, se non il privilegio, di vivere da sempre, quella parentesi di mondo che non è più Bologna e non è ancora Casalecchio, e ci è stata. Così, A occhio e croce avrebbe assolto in modo perfetto la funzione di titolo. Così è stato. A òc’ e cråu non poteva non essere il titolo. So bene che tua nonna, la cara nonna con cui si parlava poco in italiano, era solita usare l’espressione: «A òc’ e ganba». Tu stesso me lo hai confermato con un sorriso di compiacimento. Capisco bene che non sempre il corrispondente vernacolare è una resa alla lettera. Ho constatato che finanche il titolo, nelle sue variabili e diramazioni sentimentali, non poteva che esprimere se non l’infinito travaglio della traduzione, mai in grado di coprire del tutto il senso dell’originale, ma sempre aperto a nuovi squarci, a nuovi cortocircuiti, a nuove suggestioni.
Solo così mi sono visto da fuori, al di là dello specchio. Solo a quel punto ho compreso un po’ meglio il compito del traduttore, il mio compito insomma. All’inizio tutto aveva il sapore di un gioco: mi sforzavo di mutare il piombo in oro, o forse viceversa, così da sentire come avrebbero suonato in bolognese le poesie mandate a memoria a scuola. A volte corrispondevano, a volte per riforgiarle occorrevano acrobazie verbali: le lacune lessicali o espressive mi sembravano incolmabili. Quando ci riuscivo, tuttavia, ero all’apice della contentezza: capivo di essere bravo. Anche agli amici piaceva riascoltare una lirica «vestita di nuovo, / come le brocche dei biancospini» (G. Pascoli, Valentino 1-2). Il punto stava proprio in quell’azione di ricreare, ogni volta, un oggetto letterario a sé, pur vivo di vita propria. Non era, né poteva essere, un’operazione meccanica: i sistemi linguistici, se Dio vuole, non coincidevano. E il sommo creatore di tale processo alchemico ero io, soltanto io. Gareggiavo con l’autore, mi sforzavo di sostituirmi a lui, di superarlo. All’artefice si sommava l’artefice. Non ero un filtro neutro, ma giocavano in me gli innumerevoli testi letti fino a quel momento, tutti i lessici consultati, le persone con cui avevo parlato e mi ero confrontato, la mia sensibilità assieme al mio gusto. Alla fine, ho compreso che nel processo di traduzione, perché si possa passare da un testo all’altro, deve tradursi innanzitutto il traduttore.
Per svolgere al meglio questo esercizio, un autentico atto poietico, ho preteso da me stesso di mantenere, in ogni testo, il ritmo, la metrica, le rime dell’originale. Non esito a definirla un’operazione di ingegneria creativa. A te che lo sei, Ingegnere intendo, sarà sembrata ordinaria amministrazione: nel perfetto universo dei sistemi indefettibili tutto sempre, o quasi, torna. Nel mio angusto ambito, al contrario, ho compreso questa realtà, anche se poco alla volta: la forma partecipa della sostanza, il contenuto non si dà mai senza contenitore, il significante permea fino a plasmarlo il significato. È un percorso che non avrei mai potuto compiere da solo: ho avuto bisogno di aiuto. Non potevo non affidarmi alla magistrale competenza di un revisore ortolessicografico. Non uno qualsiasi, è ovvio, bensì uno che di bolognese ne sapesse e ne capisse parecchio. Perché da qualche decennio, ormai, il rischio, serio rischio, dell’estinzione della nostra lingua ha reso necessario un approccio sempre più scientifico al fenomeno. Era inevitabile, lo sai bene, si giungesse alla definizione di un modello ortolessicografico moderno, i cui alfieri sono il compianto Luigi Lepri e Daniele Vitali.
Mi sono posto, con grande umiltà, alla loro sequela, confrontandomi passo passo con un altro Federico come me, il cui cognome è Galloni. È appunto lui il mio revisore. Te lo avrò citato non so quante volte, anche se, quando te ne parlavo, preferivo usare un vezzeggiativo, “il Gallo”. Non mi pare di essermi mai rivolto a lui in tali termini, anche se il soprannome è fin troppo scontato. A ogni modo, non è stata impresa agevole, perché la sua millimetrica esattezza mi ha sempre richiamato all’ordine. Giusto, certo, giusto così. Occorreva il più possibile evitare che la mia versione felsinea altro non divenisse se non una stanca trasposizione del testo di origine. La lirica doveva avere il sapore di bolognese, alla stregua di certi tegami che ormai trasudano ragù, anche se li si sgura con una buona dose di olio di gomito. Non mancheranno certo gli errori: ogni volta che rileggo, la tentazione di rifare tutto da capo è in agguato. Anch’io divento lettore di me stesso, tra l’altro di un me stesso mediato dallo specchio in cui mi rifletto. Se qualche imperfezione resta tra le doglie della creazione, è da addebitare a me, non certo al mio omonimo, che ha sempre fatto di tutto per salvarmi dall’autoreferenzialità e dal miraggio della perfezione.
Già mi ero cimentato in un’impresa simile. Mi avevano coinvolto in un’antologia di poesie famose, Al Parnaso Bulgnaiṡ (Pendragon 2015), da trasporre nell’idioma gentile della città delle Due Torri. Fu in quell’occasione che conobbi Federico Galloni e la «Bâla dal bulgnaiṡ», di cui fa parte, con la relativa ortografia lessicografica moderna. Mi ci buttai con l’ardore di chi, finalmente, poteva celebrare la propria città con gli strumenti del suo mestiere. Iniziò così il mio impegno. Tu approvasti, allora, come del resto approvi adesso l’evoluzione di quell’impegno. Un’antologia tutta mia, solo mia. All’epoca pensavo che il Parnaso di Bologna fosse il Colle della Guardia, su cui svetta San Luca. Ci abito sotto, le mie finestre danno sul bosco attraverso cui si giunge, per i brigoli, alla Basilica che domina e protegge tutti noi.
Oggi ne sono ancora più persuaso; anzi, vivere qui da sempre è per me un segno di elezione, di investitura poetica. Il talento non va tenuto nascosto: va messo a frutto per il bene comune. Anche questo lo è: la poesia ha somma utilità civile, morale, spirituale. Ho così avuto la riprova che il nostro tanto amato bolognese non è solo la lingua delle battute crasse, al limite della trivialità: è in grado di esprimere ogni sentimento, dal più funesto al più divertente, dal più elegiaco al più dissacrante.
Anche i miei sentimenti, certo. Ecco perché questa antologia la voglio chiudere con testi miei. Non molti, è vero: un manipolo di liriche, tanto per saggiare il nerbo pure del poeta, non solo quello del traduttore. Un domani potrei anche spingermi più in là, ma oggi mi sento come il Dante che si trovò a essere «sesto tra cotanto senno» (Inf. IV 102). Mi limito a luoghi, personaggi, stati d’animo trasposti nella lingua di mio padre: le conferiva un corpo e un colore, lui che era nato in Broccaindosso, tutti suoi. Non era ancora incipiente l’abisso su cui camminiamo noi, ma già si respirava aria nuova. Io mi fermo in questa intercapedine, sospeso tra ciò che forse non sarà più e ciò che mai più sarà.
È il motivo per cui ho chiesto a Stefano Uzzo il dono di qualche scatto fotografico. Voce e immagine si fondono nella sinestesia di un ricordo fuori del tempo e dello spazio. Solo in una sospensione siffatta può trovare un frammento di senso questo mio rovello, mai soddisfatto del risultato, mai pago di ciò che sono capace di fare, sulla scorta di Michelangelo che domandava al suo Mosè perché non parlasse. Tu mi comprendi, lo so. Ti stringi un po’ tra le spalle e mi ripeti, sorridendo, il sottotitolo ideale: A t al dégg… in poeṡî!

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