Bibliomanie

Gli scrittori? Mattoidi deformi. Sul dizionario del grafomane di Antonio Castronuovo  
di , numero 60, dicembre 2025, Letture e Recensioni, DOI

Gli scrittori? Mattoidi deformi. Sul <em>dizionario del grafomane</em> di Antonio Castronuovo  
Come citare questo articolo:
Francesca Nepori, Gli scrittori? Mattoidi deformi. Sul dizionario del grafomane di Antonio Castronuovo  , «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 36, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13972

Colto, brillante, anche pungente: questo lo stile cui ci ha abituati Antonio Castronuovo nei libri degli ultimi anni. E che ora torna a lusingarci col Dizionario del grafomane1, da poco pubblicato presso Sellerio come pendant del precedente e fortunato Dizionario del bibliomane: e dico “pendant” non solo per il tema, che affratella i due lavori – i libri come prodotto della scrittura –, ma pure per una loro precisa gemellarità, segnata dal fatidico suffisso “mania”. Perché è ormai chiaro che l’autore è attratto (forse per la sua Bildung scientifico-biologica) dalle patologie del cosmo intellettuale, dalle ossessioni che tormentano l’uomo, e tra queste l’accumulo di libri e ora la grafomania, assillo che colpisce il “grande malato dell’universo”, colui che esagera sempre, anche quando pratica l’alto lavoro dell’intelletto.
Non è un caso se a Paul Léautaud sfuggisse la frase «un uomo sano e dallo spirito sano non scrive, nemmeno penserebbe mai di scrivere». Ecco, il Dizionario del grafomane è un catalogo del vizio amanuense praticato da mattoidi (tali sono i lucidi insani), una sorta di bestiario che mette in fila creature malate che scrivono tutto il giorno, e che per tale vizio diventano anche deformi: a scrivere sempre ci si ammala e – dall’atrofia muscolare all’adenoma prostatico, dalla stupor catalettico al volgare “sedere piatto” – fanno capolino tutte le patologie elencate dal prodigo manuale settecentesco Della salute dei letterati di Samuel Tissot.
Insomma, un registro di intemperanze, forse anche un liber monstrorum, un estroso universo in cui Castronuovo ci cala con la levità dell’ironia e la selvatica snellezza della pagina fatta di sostantivi; un dizionario a lemmi (250 per l’esattezza) dedicati a un’ampia serie di scrittori scrutati nel momento della loro bizzarra ossessione; un raffinato compendio di umane fragilità; un catalogo di smanie e capricci che, pur esprimendo uno stato malato, rendono luminoso e palpitante il grande ventre della letteratura. Che, sia detto per inciso, è oggi gravato dalla narrativa, genere dominante ma in buona parte tedioso: e meno male che quel ventre, essendo capiente, riesce ad accogliere anche i generi di arduo inventario.
Esiste insomma un angolino – e meno male – anche per i libri di frammenti e spigolature, per le divagazioni erudite ma semplici, come appunto questo Dizionario, teatrino di quadretti su persone che hanno scritto troppo, libro fatto per chi ama perdersi nei retroscena della scrittura e seguirne sia la disciplina e sia il delirio, lemmario di metodi e ispirazioni, operetta magnetica adatta a chi cerca pagine di indole originale.
Originale: la parola non è detta a caso. Non conosco uno stile strutturale come quello brevettato da Castronuovo, una serie di prose brevi di scarna asciuttezza e tutte incardinate in una nota bibliografica erudita ma tenue, poggiata come una lamina preziosa al piede della pagina, a testimoniare un riferimento di lettura.
Basterebbe mettere in fila quelle note per scoprire la sorprendente ampiezza di letture dell’autore che, oltre a leggere davvero di tutto, sa cogliere in quella distesa i momenti legati dal filo analogico del tema che gli sta a cuore. Perché il libro è in fondo un esperimento di analogia: il filo rosso della scrittura sorregge pezzi di collocazione casuale, a dimostrazione di come esista – al fianco della logica lineare – un’armonia del caos, una modularità del subbuglio, una possibilità di saltellare a caso nel cerchio di un libro, da un eccesso all’altro.
Ciò premesso, questo Dizionario è molto utile a chi non sa che Lope de Vega e Simenon scrissero entrambi 400 opere; che Varrone e Asimov condividono il destino di aver compilato 500 libri ciascuno; che John Creasy pubblicò 620 romanzi, Barbara Cartland 730 e Kathleen Lindsay 900; che Lauran Paine è autore di 1000 romanzi, Ryoki Inoue di 1300 e Corin Tellado di 4000, in pratica un paio alla settimana.
Non basta: per scrivere tanto bisogna attenersi a norme abitudinarie, sono necessari dei rituali, serve rinchiudersi in certe specifiche atmosfere, le famose torri d’avorio degli scrittori.
Esistono ad esempio ritmi inesorabili: svegliarsi la mattina e lavorare per varie ore rispettando pause puntuali. Esistono tattiche strutturali, come le 250 parole ogni 15 minuti che Trollope s’imponeva di scrivere; oppure i progressivi ampliamenti di un testo mai del tutto abbandonato, come nel caso dei Fratelli d’Italia di Arbasino, ampliati dalle 530 pagine della prima edizione alle 660 della seconda e alle 1370 della terza.
In alcuni casi, si sono formati gruppi di produzione simil-industriale, come il lavoro a cottimo che Alexandre Dumas padre somministrava a una trentina di “scrittori-ombra”, il che gli permise di pubblicare 450 tra romanzi, drammi e libri di storia.
E come tralasciare la cruda verità per cui la grafomania ha bisogno di neurolettici, vale a dire di stimolanti psichici? E qui si spalanca la cateratta dei fumatori, dei dipendenti da caffeina (le 50 tazze quotidiane di Balzac…), dagli alcolici o dalle sostanze euforizzanti: oppio, assenzio, amfetamina (il Corydrane di Sartre…). Insomma, dice l’autore: la scrittura è una nevrosi che ha come cura se stessa, in un circolo vizioso per cui il grafomane si cura scrivendo e proiettando all’infinito la propria grafomania.
Lo stile del libro crea un piccolo miracolo: l’autore procede con un tono elegante e complice (anche lui è un grafomane: lo confessa in uno dei pezzi), ma mantiene al contempo una dandistica distanza da ciò che descrive; non giudica le figure che esamina, le osserva invece mediante un’ironia leggera e affettuosa, una tenerezza compassionevole, quasi a dire: la letteratura è questo, un tormento creativo, una linfa inquieta che in fondo è la sola a sorreggere l’esistenza.
Dizionario del grafomane è un’ode alle assurde, anche goffe complicazioni della scrittura, una lente tramite cui vedere meglio non certo le opere ma le vite e i tic di chi le genera, di chi è abitato dal comune assillo di lasciare un segno del proprio passaggio.
Come tale è un prodotto di disagevole schedatura: chi ne volesse una copia, dovrà cercarlo in libreria nel settore dei libri bizzarri, delle calligrafie policrome, dei testi a brandelli, delle cose ibride che non sono né saggi né confessioni, solo cronache della caducità, nodi mentali, gusci di prose brevi dotate della massima qualità che un Manganelli assegnava alla scrittura: la capacità dell’artificio, della perenne divagazione.
E che gli scrittori “divaganti” – un Manganelli, un Savinio, e prima di loro il padre Stendhal che tutti li illumina – occhieggino alle spalle di queste pagine lo si percepisce bene. Una consonanza che si profila infine come loro pregiata qualità.

Note

  1. Palermo, Sellerio, “La memoria”, 2025, 260 pp.

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