Francesco Algarotti. Il respiro europeo di un poliedrico veneziano
Davide Monda, Francesco Algarotti. Il respiro europeo di un poliedrico veneziano, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 38, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13864
Il solo frutto che gli uomini cavano dalla ignoranza è che possono essere superbi.
La ignoranza dell’uno è la misura della scienza dell’altro.
Sotto alle più belle azioni ci è la vanità, come sotto a’ più bei ricami ci è lo spago.
Gli uomini grandi stanno ristretti e chiusi dinanzi alla volgar gente, e non comunicano i loro pensieri che con altri uomini grandi.
I buffoni co’ loro intermezzi, e non i Caffarielli [sic] con le loro grandi arie hanno convertito i Francesi alla musica Italiana, come Esopo con le sue favolette fa venir gli uomini alla buona morale, piuttosto che tutta l’ Etica di Aristotile.
F. Algarotti, Pensieri diversi sopra materie filosofiche e filologiche, 1765
Nel proprio epitaffio «Algarottus, sed non omnis», inciso aere perennius sul monumento del Camposanto di Pisa, Francesco Algarotti, nato a Venezia l’11 dicembre 1712 e scomparso, poco più che cinquantenne, nella città della Torre pendente il 3 maggio 1764, condensa la scienza accumulata durante un tragitto esistenziale e poietico fatto, perlopiù, di studi enciclopedici, di viaggi onerosi, perniciosi e – ai nostri occhi – quasi inimmaginabili nonché, più che tutto, di una dedizione insieme operosa, incondizionata e pressoché instancabile, come ancor si diceva fino a pochi lustri or sono, alle scienze, alle arti e alle lettere.
Amico di Voltaire – ha magistralmente sunteggiato Gino Ruozzi (1958-), egregio e, nel contempo, originalissimo allievo di Fiorenzo Forti, Corrado Rosso, Ezio Raimondi ed Emilio Pasquini, ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Bologna, saggista di fama internazionale, nonché primo editore moderno (Milano, Franco, Angeli, 1987) dei preziosi, fondi, raffinatissimi Pensieri diversi sopra materie filosofiche e filologiche del Nostro – e di Federico II di Prussia; in corrispondenza con letterati, scienziati, pontefici e prìncipi di tutta Europa: Fontenelle, Madame du Boccage e Madame du Châtelet, Maupertuis, Thomas Gray, Benedetto XIV, il cardinale di Bernis, Enrico di Prussia, Ferdinando di Brunswick; in relazione con i maggiori scrittori e scienziati italiani: Metastasio, Saverio Bettinelli, Antonio Conti, Gasparo Gozzi, Lazzaro Spallanzani, Antonio Vallisneri, Leopoldo Marcantonio Caldani […], Eustachio Manfredi, Giampietro e Francesco Maria Zanotti; Francesco Algarotti godette in vita di un notevole e invidiato successo.
Voltaire nel 1735 lo definì «un giovane in tutto superiore alla sua età, e che sarà tutto quello che vorrà essere». Spente le luci della fama settecentesca (ben tre le edizioni italiane delle Opere dal 1764 al 1794, rispettivamente in 8, 10 e 17 volumi), la fama di Algarotti declinò così rapidamente come era sorta. I denigratori, tra i quali spicca Giuseppe Baretti, lo chiamavano «il contino». Foscolo ne dipinse un ritratto tutto superficialità, cortigianeria e adulazione.[…] Il Conte Leopardi, invece, nonostante le riserve dettate da ragioni linguistiche, nello Zibaldone ne annota e discute con interesse parecchi passi, di cui alcuni dei Pensieri diversi; tre pensieri inserisce inoltre nella Crestomazia italiana della prosa.
Ma, tornando all’eloquente, ponderatissimo epitaffio, all’eco oraziana egli affidò la consapevolezza di una melanconica dimensione transeunte, mai disgiunta dall’intrinseco senso del conoscere la realtà creata; tale non comune conoscenza di sé divenne, a mano a mano, sapienza e saggezza tutt’altro che scontate, epidermiche, vacue.
A ciò va aggiunto subito quanto volle fosse inciso “Federico il Grande” di Prussia – iniziato in Massoneria nel 1738, quando era ancora principe ereditario, presso la loggia “Tre globi” (Zu den drei Weltkugeln) a Berlino, nonché suo intimo amico per ben venticinque anni – «Algarotto Ovidii aemulo, Newtoni discipulo, Fridericus rex».
A onor del vero, dal sommo poeta di Sulmona il Nostro aveva appreso il metamorfico mutare del mondo e, nel contempo, la pur ardua possibilità di fissarlo in forma di parole; dal genio inglese, notoriamente assai legato al vario e vasto universo latomistico, la necessità di non fermarsi all’apparenza lato sensu esoterica delle sue scoperte e, dunque, di comunicarle in forma finemente divulgativa anche a chi pareva incapace di comprenderle.
A Venezia i proventi dei ricchi commerci garantivano alla famiglia Algarotti un tenore di vita ben più che agiato. Fu così che l’apertura imprenditoriale fece comprendere al padre Rocco e alla madre Maria Mercati l’importanza della Bildung di Francesco che, a dodici anni, nel 1724, venne mandato a studiare al Collegio Nazareno di Roma per poi fare ritorno, già l’anno seguente, nella Serenissima, ove divenne discepolo di Carlo Lodoli, eccellente teorico dell’architettura di respiro internazionale.
La sua istruzione proseguì a Bologna, sotto il magistero di Eustachio Manfredi – matematico, fisico e astronomo di meritata fama, nonché, come aveva già inteso Croce (1948), poeta di gran gusto – e di Francesco Maria Zanotti, forse il maggior filosofo del Settecento italiano. Proprio in questo periodo alimentò sempre più la sua lucida passione per l’astronomia, giungendo a progettare un’opera di nobile divulgazione scientifica, il fortunato Newtonianismo per le dame. Gli strumenti letterari li avrebbe affinati di lì a poco a Firenze, città in cui completò il suo aureo cursus studiorum.
Nel 1735 cominciarono i suoi viaggi in Europa. A Parigi conobbe il giusto milieu culturale, letterario, filosofico cui proporre l’opera su Newton. L’accoglienza fu trionfale. Persino Voltaire, conosciuto nel castello di Cirey, ne fu in un primo tempo entusiasta, anche se poi non fece tardare – com’era d’altronde suo (pessimo) costume – diverse critiche pesanti. Ne trasse comunque non pochi spunti per i suoi Elementi della filosofia di Newton, composti de facto a quattro mani con la Marchesa émilie du Châtelet, la dottissima compagna e “musa” del versatile, inarrestabile, insuperato, almeno nel suo secolo, framassone d’Oltralpe.
Non ne restò certo turbato il «cigno di Padova», come amava chiamarlo sovente Voltaire, e la sua permanenza in Francia non durò ancora a lungo. Passò quindi a Londra, ove rimase fino al 1737. Con molto favore fu accolto alla prestigiosissima Royal Society e, sempre grazie a una presentazione di Voltaire, fu introdotto in uno dei salotti più ammirati della capitale britannica, quello sovranamente orchestrato da Mary Wortley Montagu. In questo modo, Algarotti avrebbe potuto continuare le ricerche necessarie per concludere degnamente la sua opera grosso modo scientifica. Il rapporto con la nobildonna si fece vieppiù intimo e, come noto, la Marchesa del Newtonianismo adombra proprio Mary Wortley Montagu.
Di nuovo in Italia, sempre in quell’anno diede alle stampe il Newtonianismo. Di lì a poco tornò prima a Londra, presso Mary Wortley Montagu, e nel 1739 partì alla volta della Russia. Rimase particolarmente colpito da San Pietroburgo. Tale esperienza lasciò in lui un segno profondo e indelebile, tanto che anni dopo, dal 1760 al prematuro trapasso, diede alle stampe una sorta di diario di quel soggiorno in forma fittiziamente epistolare dal titolo Viaggi di Russia. «Ricco di colorite descrizioni di paesi e costumi, ma anche di puntuali e acute osservazioni sulla struttura politica, economica e militare dell’ancora semisconosciuto impero russo – annota sottilmente nella sua edizione garzantiana (2006) il compianto William Spaggiari (1948-2024), sottolineando a giusto titolo, fra l’altro, la non comune sensibilità etnografica, antropologica e sociologica del nostro cosmopolita –, il libro affronta argomenti di grande interesse nelle capitali europee. Ma alla sua fortuna e diffusione concorrono anche il registro di divertissement letterario e confidenziale, l’eleganza delle digressioni introdotte a mitigare il contesto saggistico: dall’osservazione di un’aurora boreale alla descrizione della perfetta sincronia di movimenti dei soldati prussiani, dalle annotazioni di carattere artistico e architettonico agli attenti rilievi su personaggi discussi come le zarine Anna Iannovna e Elisabetta I, la figlia di Pietro il Grande».
Dalla Russia era passato in Prussia e, nel 1740, si trovava a Königsberg, città in cui Algarotti poté assistere all’incoronazione di re Federico II. La sua vicinanza al sovrano in quel giorno – si trovava infatti nel palco con la famiglia reale – cementò fino alla morte dell’italiano, come s’è accennato, un’amicizia autentica e sincera. Rimase colà più di dieci anni, dopo esser stato nominato da Federico Conte assieme ai suoi discendenti, e dal 1747 Ciambellano personale e Cavaliere dell’ordine del merito.
Tornato definitivamente in Italia, soggiornò tra Venezia, Bologna e Pisa. Pubblicò diverse opere, tra cui Il congresso di Citera, un breve romanzo incentrato sui costumi galanti e amorosi dei Paesi che aveva visitato. Come ha sintetizzato (1986) Giovanni Da Pozzo, filologo di fama che s’illustrerà doverosamente fra breve, «nel Congresso di Citera – il cui modello è il Temple de Gnide [1725] di Montesquieu [insigne massone della prim’ora, iniziato con ogni probabilità a Londra nel 1720, e quindi, proprio nel 1725, tra i fondatori della prima loggia parigina] attraverso la disputa delle tre dame dialoganti, finiscono per essere messi in rilievo la flemma inglese, la pedanteria e il patetico italiani, la leggerezza e l’egoismo francesi, mediante modi sorridenti e arguti, che risolvono sulla pagina le esigenze dell’esprit nella pratica di una conversazione scritta».
«I due testi hanno in comune – ha notato acutamente (1985) in quegli anni Armando Marchi1 – l’essere preziosi teatrini forains tra commedia dell’arte – ogni personaggio incarna un «tipo», una situazione amorosa, non una persona determinata (gli attori sono come authomates di Vaucanson) – e teatro barocco: la macchinosità è trasportata, grazie alla galanteria, nei sentimenti».
La malattia minò, a mano a mano, gli ultimi anni della vita del Nostro, il quale aveva scelto come residenza Pisa. La tubercolosi lo colse mentre predisponeva la pubblicazione degli Opera omnia. Giovanni Da Pozzo (1929-2006) – insigne italianista e accademico veneziano che, inter alia, ha profuso molte delle sue migliori energie alla valorizzazione dell’instancabile travaglio creativo algarottiano – ha dipinto con tinte efficaci l’epilogo esistenziale tutt’altro che lieto, sereno e appagato del suo grande, inobliabile concittadino:
Quattro anni più tardi [1752], porta a termine il rifacimento del suo Newtonianismo, che aveva avuto nel frattempo altre tre edizioni (1739, 1746, 1750, 1757), e a cui aveva dato il nuovo titolo di Dialoghi sopra l’ottica newtoniana. Negli ultimi mesi della sua vita, ritiratosi a Pisa, dove sperava di curare con la dolcezza del clima il mal di petto che lo aveva colpito, si dedicò alla cura della revisione e pubblicazione delle sue opere, che vennero stampate a Livorno [città decisiva, si sa, per la cultura massonica e, in generale, per la moderna libertà di pensiero]; e continuò, come aveva fatto per quasi tutta la sua esistenza, a indirizzare le sue lettere ai personaggi più diversi d’Europa, ansioso ancora di essere partecipe delle vicende culturali del suo tempo. Fu sepolto nel cimitero di Pisa, dove Federico II in persona volle fosse eretto a proprie spese il monumento funebre.
Ancora, Da Pozzo ha delineato in termini tuttora insuperati le posizioni sulla letteratura e, in generale, sulle arti del Nostro. Ebbene, esse non solo anticipano singolarmente di decenni quelle, fra gli altri, di giganti europei delle humanae litterae quali Lessing, Goethe, Schiller, Herder, Madame de Staël, Chateaubriand, i fratelli Schlegel, Hegel e parecchi altri autori massoni, o comunque prossimi alla Libera Muratorìa universale, ma dimostrano altresì – inequivocabilmente – la piena convergenza delle sue idee sulle arti e la letteratura, le arti figurative e, beninteso, la musica con quelle via via maturate da quasi tutti i “padri nobili” – perlopiù massoni, prove alla mano – del nostro Paese (Canova, Alfieri, Cherubini, Cuoco, Foscolo, Mazzini, Imbriani, Minghetti, Carlo Pepoli, i Boito e tanti, tanti altri):
Un nuovo concetto di letteratura, secondo lo scrittore veneziano, dovrà riportare i responsabili di essa al senso di una tradizione nazionale, in cui con un’opera di filtro e di controllo veramente aperta, si sappiano innestare nel tronco di una tradizione patria elementi nuovi, della cui ammissibilità decida quel sano e fine gusto che egli riconosceva in Voltaire come in Orazio. Ma la letteratura dovrà essere soprattutto, a suo avviso, l’agile mezzo disponibile a interpretare le realtà più diverse della vita di ogni nazione: la poesia, l’arte, le leggi, i costumi etc.
Di là da alcune pur meritorie collaborazioni a stesure di libretti e a realizzazioni teatrali presso la fervida e feconda corte di Federico II, il poligrafo veneziano è ricordato nelle storie della musica e nei dizionari musicali del mondo intero per il Saggio sopra l’opera in musica (1763, editio ne varietur), un trattatello ben ordinato e orchestrato ove, fra l’altro, attaccò «con penna intelligente e garbata» (Mioli, 2006) ma senza mezzi termini la clamorosa, sconcertante decadenza del teatro del suo tempo, insistendo specialmente sulla gravissima involuzione del rapporto fra le parole e la musica e, dunque, anticipando con raro acume la celeberrima, determinante riforma che, pochi anni dopo, avrebbero compiuto i framassoni Gluck e Calzabigi, i quali fecero peraltro tesoro di tali ben ponderate e ben vergate pagine.
Si tratta – come limpidamente precisato da un’impeccabile musicologa come Annalisa Bini (1953-), brillante allieva di maestri quali Nino Pirrotta e Mario Baroni, nonché curatrice dell’edizione moderna (1989) di gran lunga più affidabile del Saggio sopra l’opera in musica algarottiano – della più celebre e, forse, riuscita fra «le teorizzazioni programmatiche della riforma del melodramma italiano, attuata pochi anni più tardi da Gluck e Calzabigi. Inoltre, il confronto tra la rara edizione del 1755 e quella del 1763 (alla quale è legata la notorietà di quest’opera) non cessa di suggerire nuove, rilevanti, fruttuose considerazioni di vario ordine.
«Nell’ambito della letteratura, pur sfruttando la specifica competenza acquisita nelle arti figurative – ha chiarito esemplarmente, lustri or sono (1960), un italianista del calibro di Ettore Bonora (1915-1998), che a lungo ha investigato, fra le altre cose, l’intera produzione del Nostro – resta anche il Saggio sopra l’opera in musica (1763), notevole per la storia delle controversie settecentesche sul melodramma […]. In questo saggio sono importanti per la conoscenza del costume del tempo i capitoli dedicati alla scenografia e all’architettura teatrale; ma più acuti e più utili per la storia del gusto e della critica riescono i capitoli nei quali l’autore discute della natura del melodramma, la cui unità deve essere fissata dal libretto; della scelta dei soggetti adatti, che devono fondarsi su un’azione “seguita in tempi o almeno in paesi da’ nostri molto remoti ed alieni, che dia luogo a più maniere di maraviglioso”; della musica, che deve subordinarsi alla poesia e non blandire le orecchie, ma commuovere gli animi; delle arti del canto e della recitazione, che devono aspirare ad una naturalezza educata e non obbedire ai capricci dei virtuosi; infine delle scene di danza, che non dovrebbero essere gratuiti divertimenti, ma inserirsi a proposito nell’azione». Sono tutte idee che, evidentemente, convergono con gli alti ideali di Zeno, B. Marcello, Metastasio e non pochi altri protagonisti del Settecento europeo, i quali miravano senza troppi compromessi a restituire un’autentica dignità etico-civile e spirituale al melodramma.
Dati ai torchi postumi, nel 1765, i Pensieri diversi furono molto probabilmente l’ultima opera di Francesco Algarotti che, come accennato diverse volte, scomparve a Pisa poco più che cinquantenne nel 1764. Il libro, al cui allestimento lo scrittore pensava già intorno alla metà degli anni ’40, costituisce uno dei nodi, tuttora in parte misconosciuto, della cultura illuministica italiana ed europea.
La raccolta, a ogni modo, appare quanto mai «spezzettata e varia: un divertimento da “dilettante” (come Algarotti amava definirsi), idoneo a vincere la noia, grande spettro dello scrittore veneziano» (Ruozzi, 1994). Si ragiona, in concreto, di 383 “aforismi” (alcuni della misura di una sola frase, altri di lunghezza ben maggiore), che affrontano temi e problemi dell’arte, della musica, delle bonae litterae antiche e moderne, delle scienze esatte e di quelle “della vita”, della politica, dell’economia e dei mores settecenteschi.
Come riassumere utilmente, in poche battute, la varia e vasta parabola esistenziale e creativa, di Francesco Algarotti? Conviene forse affidarsi alla penna virtuosa (1968) di Walter Binni, un “maestro di color che sanno” che, per oltre sessant’anni, ha esplorato in maniera innovativa e, per più versi, ancora insuperata la ingens sylva del Settecento italiano ed europeo:
Le linee tensive che conducono dall’Arcadia all’epoca incentrata nella diffusione e affermazione dell’Illuminismo possono soprattutto ritrovarsi nell’opera vasta e complessa di Francesco Algarotti, letterato-filosofo o, come lo chiamò Bettinelli, «filosofo leggiadro e util poeta» e «tosco Orazio», con una definizione che ben rappresenta un incontro di qualità di rinnovata saggezza ispirata ai classici, di «utilità» e «leggiadria» poetica e divulgativa di idee filosofiche, corrispondenti a istanze medie e diffuse della civiltà e della letteratura illuministica italiana ed europea, anche se ancora lontane dal severo impegno combattivo di un Parini e dei veri e propri illuministi.
Il sagace aforista, l’uomo di bell’aspetto corteggiato e stimato nei salotti e nelle corti migliori, l’esperto di fisica e di usanze lontane consegnava così alla storia del pensiero e della cultura il desiderio di “essere tutto a tutti” non solo e non tanto nella ristretta dimensione dell’accademia o del campanile, ma in un cosmopolitismo pensato e vissuto senza risparmio e senza dubbio alcuno.
Note
- Il compianto studioso ha felicemente raccolto e curato, in un prezioso volumetto, un’edizione moderna (Napoli, Guida, 1985) de Il congresso di Citera algarottiano e una sua versione in prosa de Le temple de Gnide di Montesquieu. Da oltre un decennio, ancora, è disponibile un’edizione critica di quest’ultimo a cura di D. Monda, nell’ambito del seguente volume: Montesquieu, Tutte le opere (1721-1754), a cura di D. Felice, Milano, Bompiani, “Il pensiero occidentale”, 2014.
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