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All that changes you Metamorphosis (Isaac Julien). Metamorfosi a Palazzo Te, da Ovidio a Giulio Romano, dal post-Rinascimento al post-antropocentrismo
di , numero 60, dicembre 2025, Letture e Recensioni, DOI

All that changes you Metamorphosis (Isaac Julien). Metamorfosi a Palazzo Te, da Ovidio a Giulio Romano, dal post-Rinascimento al post-antropocentrismo
Come citare questo articolo:
Mariateresa Martini, All that changes you Metamorphosis (Isaac Julien). Metamorfosi a Palazzo Te, da Ovidio a Giulio Romano, dal post-Rinascimento al post-antropocentrismo, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 35, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13859

Nel quinto centenario dalla fondazione di Palazzo Te a Mantova, con il restauro delle sale interne e di buona parte del parco esterno, in corso di completamento, il Palazzo rinascimentale appare in tutta la sua magnificenza.
In autunno la Fondazione ha proposto l’esposizione (che resterà aperta fino al 1 febbraio 2026) All that changes you Metamorphosis di Isaac Julien, nelle Fruttiere del Te appena restaurate: si tratta di una installazione filmica con la quale dal tema della Metamorfosi si approda al Contemporaneo.
L’artista Isaac Julien (nominato Sir alla Tate di Londra, docente all’università di Santa Cruz, a stretto contatto con Donna Haraway e gli studiosi del “Center for the Study of Consciousness” di quella università) insieme a Mark Nash ha immaginato l’installazione, dopo aver passato ore ad ammirare le sale affrescate da Giulio Romano. Egli sente

«…l’urgenza, in un certo senso apocalittica, che chiama l’azione: il venirci incontro accelerato dall’estinzione, della morte, non solo di quella individuale, dell’estinzione della specie. […] Il compito è durare, stare in faccia alla caduta, alle rovine […] includendo in questo anche i processi biologici. Non siamo separati da tutto ciò, siamo composti di questo e in questo. Un mondo pieno di ogni modo di vivere e di morire»

I primi minuti del film presentano la filosofa Donna Haraway che ci parla della disattenzione con cui trattiamo il pianeta, e valorizza il ruolo della biodiversità e dell’interdipendenza dei viventi. Nelle sequenze successive vediamo viaggiare nel tempo (passato, presente, futuro), attraverso ambienti architettonici e naturali, terrestri e celesti, due “dee”: Lilith (l’attrice Sheila Atim) e Naomi (Guendoline Christie). Una biondissima, l’altra nerissima, in abiti che vanno dal peplo, alle divise, alla sofisticata modernità, a passeggio dentro Palazzo Te, nella riserva della nipote di Walt Disney, con la copia della capsula della navicella spaziale Apollo XI; nelle foreste californiane rigogliose e poi in cenere per l’estensione del fuoco, riescono a immaginare fondali marini, parchi con levrieri bianchi e altre meraviglie. Sotto i fotogrammi scorrono testi filosofici o etici in una straordinaria commistione tra immagini, suono e testo.
Le proiezioni si riverberano su dieci specchi, creano come un labirinto per la mente, parole e immagini si espandono attorno ai problemi del nostro tempo e di un possibile futuro, che va oltre l’antropocentrismo, verso prospettive non solo umane.
Le attrici si muovono tra citazioni, memorie, futuri alternativi, stati affettivi; appaiono e scompaiono, si trasformano, in una variazione continua. «Ogni momento porta con sé una metamorfosi» dice Naomi; «Non c’è un prima e un dopo, ma solo riconfigurazioni del presente. L’amore viene dalla differenza, non dalla somiglianza» afferma Lilith.

La visione di questo docu-film, dopo la visita agli affreschi di Palazzo Te, dipinti nel 1500, ed ispirati alle Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio, consente di coglierne la versione speculare.
Scegliamo alcuni episodi. Lo scontro tra Giove e i Giganti è rappresentato da Giulio Romano come un terribile assedio all’Olimpo in cui Giove si vendica seppellendo i Giganti con il drammatico crollo di montagne. L’artista ha voluto rendere la scena come il simbolo delle sfide al trono imperiale di Carlo V, impegnato ad una pacificazione dell’impero con azioni diplomatiche e diversi viaggi in Italia, compreso il soggiorno a Mantova nel 1530 e nel 1532.
La Gigantomachia viene dunque letta come una battaglia per la pace.

«Raccontano che quando quei corpi spaventosi giacquero travolti dalla loro stessa costruzione, la Terra s’inzuppò del molto sangue… e ne ricavò scimmie dall’aspetto di uomini…»(Ovidio, Metamorfosi, I, vv.151-167)

Isaac Julien sembra catturare energia visiva dalla caduta dei Giganti, che reinterpreta come metafora del crollo dell’umanesimo classico e del collasso della società contemporanea. Infatti da questo centro della crisi parte la navicella spaziale che porta le attrici-viaggiatrici in altri spazi e altri tempi.
Julien presenta un importante fermo immagine della magnifica Sala che Giulio Romano ha dedicato alle nozze di Amore e Psiche: un ciclo di eleganti affreschi alle pareti e nel labirinto del soffitto, un inno alla bellezza e alla sensualità, ispirati alla favola raccontata da Apuleio tra il IV e il VI capitolo delle sue Metamorfosi. La favola si conclude con il matrimonio di Eros e Psiche e la sua assunzione nell’Olimpo.

«Da oggi siete marito e moglie per l’eternità. Immediatamente fu servito un sontuoso banchetto di nozze. Lo sposo stava sdraiato sul letto più alto tenendo Psiche tra le braccia [… ] In questo modo Psiche fu data in sposa ad Eros con tutte le formalità del rito e quando i tempi per il parto furono maturi nacque dalla loro unione una figlia che chiamarono Voluttà». (Apuleio, Metamorfosi, VI, XXVI)

Nella cornice superiore della sala dei Cavalli sono dipinti sei monocromi, ad imitazione di bassorilievi bronzei, che raffigurano alcune delle Storie di Ercole, reso immortale da Giove, dopo aver superato le celebri dodici fatiche, affrontate come percorso di espiazione per aver ucciso la moglie.
Contrapposto ad Ercole e Psiche, che hanno raggiunto la soglia divina dopo una lunga espiazione, è invece Fetonte, che, perso il controllo del carro del sole, precipita sulla terra incendiando foreste, tanto che Giove, per fermarlo, lo fa cadere nel fiume Eridano, dove annega. «Finisce lontano dalla patria, in un’altra parte del mondo, nel grandissimo Eridano, che gli deterge il viso fumante…»(Ovidio, Metamorfosi, II, vv. 321-324)
Dal dipinto di Fetonte, sul soffitto della Camera delle Aquile, Julien fa decollare un drone che traccia uno dei viaggi delle interpreti.
In Palazzo Te, Giulio Romano ha realizzato una camera delle meraviglie in un labirinto di metamorfosi; per spiegare i segreti della natura, i rapporti tra dèi e umanità, ha realizzato una rappresentazione fantasmagorica, dove gli attori sono vari, primo protagonista Giove insieme al tempo che fugge, e la luna che insegue il sole, di stanza in stanza.
Anche per Isaac Julien il tempo è un personaggio fondamentale.
Le metamorfosi che si intrecciano nel film – biologiche, cognitive, politiche – sono forme speculative, nate all’università di Santa Cruz, imbevute dall’arte di Giulio Romano, (a sua volta ispirato dalla letteratura antica scoperta e tradotta nel ‘500). Julien propone a sua volta ad ogni visitatore di immergersi anche nelle sue visioni estetiche, nei messaggi etici, e riavvolgere le sequenze per reinterpretare sia immagini che frasi, suoni e colori in modo personale.
Le immagini si susseguono in un mondo/sogno vegetale – marino, in cui i confini tra le specie si dissolvono, ogni forma ha la possibilità di trasformarsi in un’altra. Le sequenze scorrono come visioni oniriche, come i tanti miti celebrati da Giulio Romano, visioni cosmiche attraversate anche dalla violenza, dalle distruzioni; poi, come è proprio di un ciclo vitale, la distruzione lascia spazio alla rigenerazione.
Tutta la traccia del film ribadisce la continua metamorfosi nelle persone, nella natura, nell’universo, nel tempo, a sua volta in perpetuo mutamento, tanto che neanche questa opera è definitiva. «Tutto ciò che tocchi lo trasformi, e tutto ciò che trasformi ti trasforma» vale anche per lo spettatore.

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