Bibliomanie

Isabelle Eberhardt: una scrittrice nel deserto
di , numero 60, dicembre 2025, Note e Riflessioni, DOI

Isabelle Eberhardt: una scrittrice nel deserto
Come citare questo articolo:
Antonio Castronuovo, Isabelle Eberhardt: una scrittrice nel deserto, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 33, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13855

Morire annegati ai margini di un deserto. Bizzarro destino per creature rare come Isabelle Eberhardt, la cui fama ha inoltre viaggiato a ritroso: pochi anni dopo la morte, i suoi scritti cominciarono a essere pubblicati – per quanto manipolati e mutili – scatenando lunghe polemiche. Poi, molto tempo dopo, la celebrità, che fa di lei una compiuta scrittrice postuma. Una madre di aristocratica famiglia russa la mise al mondo a Ginevra nel 1877, ma un fatto oscuro segnò l’evento: il certificato di nascita non fa menzione del padre, e ci fu chi malignò che Isabelle fosse il frutto di una violenza. Quello spettro continuò ad aleggiare su di lei, quando firmò le prime cose con lo pseudonimo di Nicolas Podolinsky.
Manifestò presto una natura dissidente e a ogni legame refrattaria. A vent’anni – scomparsa la madre, e poco dopo il tutore cui era stata affidata – una voce le risuonò in petto. Nel maggio 1899 quella voce si fece irresistibile urlo e la spinse a fuggire verso mete ignote: «Come sempre sono partita senza un piano preciso, ho deciso di andare nel Sahara algerino, per vagarvi il più a lungo possibile». S’imbarcò per Tunisi e da qui si smarrì nelle vie del Sud. Da quel momento la sua vita, a parte brevi soggiorni a Marsiglia, Parigi e Ginevra, fu interamente proiettata in Algeria, allora colonia francese. Il mondo era già in procinto di occludere ogni spazio di romantica fuga, e Isabelle – esempio inimitabile – ruppe sia gli indugi sia i confini.
Come una sorta di prefazione alla vita e alla scrittura, in alcuni fogli stilati nel 1899 additò la sua concezione di libertà: «Un diritto che pochi intellettuali si curano di rivendicare è quello di andare errando, il diritto al vagabondaggio. Eppure il vagabondaggio è l’affrancamento, la vita lungo le strade è la libertà … Per chi conosce il valore, e il sapore delizioso della solitaria libertà (perché si è liberi soltanto quando si è soli), andarsene è l’atto più coraggioso e più bello. Felicità egoista, forse. Ma è la felicità, per chi la sa gustare. Essere soli, essere poveri di bisogni, essere ignorati, stranieri e a casa propria dappertutto, e andare, solitari e grandi, alla conquista del mondo». Era forse già sbarcata a Tunisi quando annotò: «Non c’è proprietà senza confini; non c’è potenza senza leggi. Il vagabondo possiede tutta la vasta terra che ha per confine l’orizzonte irreale, e il suo impero è intangibile, perché lo governa». Una concezione di libertà contrapposta all’impianto europeo delle apparenze e convenienze: per liberarsi bisogna abbandonare tutti i lacci della schiavitù e farsi vagabondi, ma non basta: la fuga va attuata in terre dagli «orizzonti irreali», dove non c’è nulla se non l’ignoto.
Vivere libera fu per Isabelle condizione necessaria per scrivere libera. È scrittrice la cui ispirazione nasce on the road, quando la mente non scorge meta alcuna. Il quadernetto si riempie di annotazioni strada facendo, e da quelle pagine Isabelle trae materia per abbozzare racconti e romanzi. La libertà le rende sicura la mano: una calligrafia senza ripensamenti, alta e nobile, tracciata a inchiostro nero o viola. La voglia bruciante di libertà non può portarla che in luoghi bruciati dal sole – nel deserto – e sul terreno meno stabile che ci sia: la sabbia. Anche i suoi scritti sono di sabbia: mobili, incerti, caldi, imprendibili. Ma sono anche esenti da esotismo e ambiguità, pungenti e concreti, proprio come la sabbia, che aiuta a sognare finché non s’infiltra nelle scarpe, dove è solo un minerale sfarinato, che irrita e rallenta il passo.
Aveva l’Islam nel sangue ancor prima di partire per il Maghreb. Primo suo amante, a vent’anni, fu Khoudja ben Abdallah, e a ventun’anni Rechid Ahmed, fascinoso diplomatico turco di passaggio a Ginevra. Ma fu nella città-oasi di El Oued che conobbe Slimène Ehnni, sottufficiale degli spahi, musulmano di nazionalità francese col quale, nel 1901, contrasse matrimonio civile nel municipio di Marsiglia.
Una vita che diventò sempre più liquida, come quella di un’avventuriera. Esposta a molti pericoli, era sempre in viaggio e sempre in luoghi diversi. Volle vivere ogni esperienza: dormire negli accampamenti dei nomadi beduini oppure affittare una camera nei bassifondi delle città coloniali, entrare a curiosare nei bordelli per capire che ne è delle donne che vi sono seppellite oppure inchinarsi, col trasporto mistico di un Sufi, nei santuari e nelle moschee.
Si avvicinò ai marabutti della confraternita dei Rahmaniya: sognò di essere predestinata al martirio per la causa musulmana, di essere scelta da Allah per un destino di vita religiosa. Ma venne anche ferita dalle sciabolate di un fanatico, ricevette un ordine di espulsione che riuscì a far cancellare, lottò contro le febbri malariche che la sfiancarono. Non dimenticò la giovanile dissimulazione e a volte si mascherò con nomi e abiti maschili, diventando il viaggiatore arabo Mahamoud Saadi, «giovane letterato musulmano in viaggio di istruzione».
Quando giunse a El Oued fu soggiogata da una visione: «Ci sono ore predestinate, istanti misteriosamente privilegiati in cui certi luoghi, certe contrade ci rivelano la loro anima in una intuizione subitanea, che ce ne dà a un tratto la visione giusta, unica, incancellabile. Cosí la mia prima visione di El Oued». Questa rivelazione fu un passaggio essenziale della vita di Isabelle, che ne trasse ispirazione per le novelle raccolte in Au pays des sables e per le languide note di viaggio di Sahel tunisien. Una rivelazione che confermò anche la sua vocazione di scrittrice, ora istigata dalla possibilità di «scrivere su un paese totalmente inedito».
Scrisse su tutto ciò che vide e incontrò: centinaia di pagine, di appunti e pensieri, un romanzo che restò incompiuto, articoli e racconti, pubblicati su «Les Nouvelles d’Alger» e «La Dépêche algérienne». Ebbe una tribuna su «Akhbar», la testata che si batteva per la parità dei diritti tra indigeni e coloni. Nel 1903 fu cronista di guerra alla frontiera tra Algeria e Marocco, dove restò assorbita dalla vita delle tribú ribelli, dei legionari e delle truppe indigene. Nel 1904 soccombette al fascino magico di Kendasa, centro religioso del deserto sud-oranese, e gli scritti di quei mesi si fanno onirici. Ma anche premonitori: una pagina narra un sogno di estatico annientamento in un «paradiso delle acque». Sogna anche di partire in autunno verso l’oasi di Touat per narrare la vita delle donne – prostitute o venditrici di acqua – che dispensano i necessari piaceri ai militari impegnati nella conquista del Sahara.
È il 21 ottobre del 1904 quando il torrente Sefra, presso il confine col Marocco, si ingrossa e si fa lago. Isabelle si trova ad Aïn Sefra, quando l’onda investe il paese e sommerge case e abitanti. Acquerellati dal fango rosso del Sahara, i suoi manoscritti furono ripescati intatti e hanno attraversato miracolosamente un secolo, ben più longevi di colei che li aveva graffiati di parole. Sono quaderni con la copertina marezzata, di quelli in uso nelle scuole fin de siécle, e fogli della più varia provenienza: lettere con intestazione alberghiera o fatture commerciali.
Rimasti agli eredi fino a metà Novecento furono poi donati al Governo algerino, che li donò a sua volta alle Archives de l’Outre-Mer di Aix-en-Provence, istituto che raccoglie materiale delle terre maghrebine, documenti e scritture dell’epoca coloniale – e tra questi le due parti ancora macchiate di Sud oranais, quasi tutti i quaderni di El Oued e del Sahel tunisien, altri quaderni d’appunti, manoscritti del romanzo incompiuto Trimardeur, alcune novelle e molti frammenti letterari. Carte su cui crepitò il pennino di Isabelle, imbevute di un sogno di libertà disperso tra le mille oasi dell’infinito e irreale Maghreb.

Nota bibliografica
Le citazioni del testo sono tratte da Isabelle Eberhardt, Scritti sulla sabbia, Milano, Mursia, 1990 (pp. 21-22).

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