Bibliomanie

Femminile, plurale. Il Risorgimento italiano veduto e vissuto da due femmes de lettres di respiro europeo
di , numero 60, dicembre 2025, Note e Riflessioni, DOI

Femminile, plurale. Il Risorgimento italiano veduto e vissuto da due <em>femmes de lettres</em> di respiro europeo
Come citare questo articolo:
Rita Belenghi, Femminile, plurale. Il Risorgimento italiano veduto e vissuto da due femmes de lettres di respiro europeo, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 32, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13850



L’immagine di un XIX secolo oscuro e triste, austero e rigido per le donne, viene quasi spontanea. In verità, l’Ottocento ha ripensato la vita delle donne come lo svolgimento di una storia personale sottoposta a una normativa collettiva precisa, socialmente elaborata. Avremmo dunque torto a vedere questa epoca soltanto come il tempo di un lungo dominio, di un’assoluta sottomissione delle donne. Perché questo secolo segna la nascita del femminismo, parola emblematica che sta a indicare tanto importanti mutamenti strutturali (lavoro salariato, diritti civili dell’individuo, diritto all’istruzione) quanto l’apparizione collettiva delle donne sulla scena politica.
G. Fraisse e M. Perrot, Introduzione a AA.VV., Storia delle donne in Occidente. L’Ottocento, a cura di G. Fraisse e M. Perrot, Roma-Bari, Laterza, 1991


Premessa
Quando si parla del Risorgimento, dove sono le donne? La memoria di quelle, e non furono poche, che lo animarono appare ai più pressoché cancellata. Eppure si trattò spesso di figure di grande notorietà presso i contemporanei, poi pressoché dimenticate e solo tardivamente celebrate da statue e lapidi.
Sebbene la storiografia tradizionale si sia concentrata prevalentemente sulle figure maschili, durante il lungo periodo risorgimentale è innegabile il fatto che molte donne ebbero un ruolo attivo nella vita politica, culturale e sociale del tempo, contribuendo in vario modo al processo di costruzione nazionale. Nei salotti e nei circoli intellettuali, spesso frequentati da personaggi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, alcune donne influenti favorirono, fra l’altro, la diffusione delle idee patriottiche e liberali, la circolazione clandestina di pubblicazioni proibite, la discussione politica e la creazione di reti di relazioni tra patrioti. Parecchie donne, ancora, offrirono supporto logistico e finanziario, oppure presero parte direttamente alle attività cospirative, come accadde con le aderenti alla Società delle Giardiniere1.
Un altro ambito di partecipazione femminile fu quello della scrittura e del giornalismo. Durante i moti rivoluzionari del 1848, la partecipazione femminile assunse forme sempre più visibili e dirette. In diverse città italiane le donne presero parte a manifestazioni, insurrezioni, proteste e attività di soccorso ai combattenti, offrendo assistenza ai feriti, ospitando patrioti e contribuendo logisticamente alle operazioni militari. Non poche donne parteciparono attivamente agli scontri armati manifestando, in alcune località, il desiderio di un coinvolgimento più diretto, mettendo in discussione i ruoli di genere codificati: a Venezia, ad esempio, durante l’insurrezione contro gli austriaci del 1848 alcune patriote richiesero formalmente al comandante della Guardia Civica di costituire un battaglione femminile, per poter condividere con gli uomini i pericoli e l’onore della lotta per l’indipendenza nazionale2.
Le autorità risposero con ironia o con atteggiamenti paternalistici, autorizzando per le donne solo attività ausiliarie come la cura dei feriti o la preparazione di cartucce. Le donne armate erano viste come una minaccia all’ordine sociale e al modello di cittadinanza vigente3. In questo contesto socio-politico nacque a Venezia uno dei pochi periodici femminili del 1848, Il Circolo delle Donne Italiane, in cui si affermava l’importanza del ruolo femminile nella guerra e si collegava la partecipazione patriottica alla richiesta di una piena cittadinanza. Nell’articolo di apertura del primo numero, Adele Cortesi4 rivendicò l’emancipazione femminile, con le stesse motivazioni presenti nel testo La causa delle donne, scritto nel 1797 da un’anonima “cittadina”5.
Anche a Roma, il periodico d’impronta politico-pedagogica La donna italiana, attivo tra l’aprile e il novembre 1848, diretto da Cesare Bordiga6, rappresentò un significativo tentativo di costruzione di uno spazio pubblico femminile. L’educazione femminile fu un tema ricorrente, con interventi che auspicavano un “giusto mezzo” per liberare le donne dall’ignoranza e dalla schiavitù familiare, pur mantenendo in qualche modo l’orizzonte delle “domestiche cure”7.  Ampio spazio fu dedicato alla cronaca delle azioni patriottiche compiute dalle donne, con resoconti provenienti da tutta Italia, come la cronaca della partecipazione femminile alle Cinque giornate di Milano. In altre regioni alcune donne pubblicarono corrispondenze su giornali liberal-nazionali come Il Risorgimento di Torino e Il Nazionale di Napoli (1848), offrendo il punto di vista femminile sugli eventi politici e sociali dell’epoca. Tuttavia, nel processo di costruzione della memoria risorgimentale, il ruolo femminile fu, come si vedrà, progressivamente ridimensionato, nonostante l’ampia partecipazione delle donne ai moti patriottici. Le narrazioni postunitarie, infatti, preferirono enfatizzare il loro contributo come sostegno morale e affettivo agli uomini, cristallizzando la rappresentazione femminile in una cornice idealizzata e passiva.
In questa visione, la nazione stessa fu simbolicamente “femminilizzata”, raffigurata come madre amorevole e paziente, capace di sopportare ogni sofferenza, madre da proteggere e riscattare, mentre alle donne reali si assegnava il compito di incarnare le virtù domestiche e morali definite dal pensiero maschile. Tale modello si radicava in una più ampia eredità culturale, derivata dal pensiero illuminista e dal riformismo settecentesco, che esaltava la funzione materna ed educativa della donna, relegandola, però, in una prospettiva del tutto asimmetrica, nella sfera privata, esclusa dalla partecipazione politica e dalla cittadinanza attiva8.
Nel processo di costruzione dell’identità nazionale italiana, si affermò così una netta distinzione tra i compiti: agli uomini spettava combattere, fondare lo Stato, alle donne assisterli, sostenerli e allevare figli ai quali trasmettere i valori morali e patriottici dei loro padri. Nonostante questa retorica si sia rivelata un fenomeno di lungo periodo, il quadro del Risorgimento femminile si sta, però, delineando, con lentezza e con qualche fatica, come spesso accade quando il tema della costruzione e della narrazione storica sono le donne e nell’ottica di aprire una sia pur minuscola crepa all’interno della monolitica narrazione risorgimentale “attiva” al maschile, queste pagine intendono proporre la vicenda umana e pubblica di due donne che, crediamo, rappresentino esemplarmente l’azione femminile, sia negli spazi pubblici che la cultura del tempo permetteva, sia spingendosene anche oltre.
Cristina Trivulzio di Belgioioso e Clara Carrara Maffei, fra tante e tante altre, si spesero per la causa nazionale attraverso la scrittura, l’attività giornalistica, con la presenza sul campo di battaglia, attivandosi per una politica d’istruzione pubblica più equa e inclusiva, o facendo del proprio salotto un punto di riferimento quasi imprescindibile per le menti, politiche e non solo, più brillanti del proprio tempo. Queste donne, come pure altre donne, magari meno note, agirono con intelligenza per tessere reti di rapporti e di relazioni che si rivelarono indispensabili non solo per la costruzione concreta del nuovo Stato, ma anche per quella di un’identità nazionale, ove tutti potessero riconoscersi in modo paritario, come tutti uguali di fronte alla legge. Il loro tempo purtroppo, come risaputo, le ha deluse – non di rado in maniera tanto vergognosa quanto tragica tout court.

Cristina Trivulzio di Belgioioso: patriota e femminista ante litteram
Cristina Trivulzio nacque a Milano, alle dieci e tre quarti del mattino, il 28 giugno 1808, nel palazzo di famiglia. Alla neonata, battezzata nella parrocchia della chiesa di Sant’Alessandro, vennero imposti ben dodici nomi: Maria Cristina Beatrice Teresa Barbara Leopolda Clotilde Melchiora Camilla Giulia Margherita Laura9. Nella registrazione dell’atto di battesimo, però, la piccola figura sobriamente come Cristina Trivulzi10. La famiglia di Cristina apparteneva alla migliore nobiltà milanese: il padre, marchese Gerolamo Trivulzio, discendeva nientemeno che da Gian Giacomo Trivulzio, primo marchese di Vigevano11; la madre, Vittoria, apparteneva alla famiglia dei marchesi Gherardini12.
Cristina aveva appena quattro anni quando il padre morì. Un anno dopo la madre si risposò con Alessandro Visconti d’Aragona13; sarà lui, fervente patriota e patrigno affettuoso, ad indirizzare la figlia acquisita verso i valori profondi e il patriottismo che ne caratterizzerà la vita.
Nonostante la presenza affettuosa sia della madre, pur comprensibilmente occupata a prendersi cura anche degli altri figli, sia del patrigno, l’infanzia di Cristina non fu del tutto felice: nel 1821 Alessandro Visconti fu arrestato perché accusato di aver partecipato ai moti carbonari. Visconti, di idee liberali, era entrato in contatto con la carboneria tramite l’amicizia con Federico Confalonieri14. La prigionia di Alessandro Visconti durò tre anni e quando fu rimesso in libertà era talmente distrutto, nel corpo e nello spirito, che la morte non tardò a sopraggiungere15.
Le notizie sull’infanzia di Cristina sono poche e sono tratte, sostanzialmente, da una lettera scritta nel 1842 ad Ernesta Bisi16. A sedici anni, contro il parere di tutti, Cristina sposò il principe Emilio Barbiano di Belgioioso. Emilio di Belgioioso era un giovane dalle abitudini libertine, ben conosciute nell’ambiente aristocratico milanese17. L’unione non durò molto. Il principe non era certo fatto per la vita coniugale, e nei rapporti con le donne era attratto fondamentalmente dal piacere e dal divertimento. Negli anni del matrimonio il principe intrattenne una relazione con Margherita Ruga, una dama dell’aristocrazia milanese, amica personale di Cristina18. Ufficialmente, Cristina ed Emilio non divorziarono mai, ma si separarono di fatto nel 1828, rimanendo poi in rapporti più o meno cordiali. Alla fine degli anni venti Cristina si avvicinò alle persone più coinvolte con i movimenti per la liberazione dagli austriaci che, dal 1815, dominavano la Lombardia. La fama, la posizione sociale e la scaltrezza salvarono più volte Cristina dall’arresto. Gli austriaci non volevano dare l’idea di infierire contro le élite sociali e culturali milanesi, e chiudevano quindi un occhio sulle sue frequentazioni19. La principessa voleva però lasciare Milano poiché il coraggio che aveva manifestato nel separarsi le costava i pettegolezzi della società dell’epoca. Per questo fece in modo di procurarsi un passaporto per raggiungere Genova20. In questa città Cristina ricevette un’accoglienza calorosa in una società nuova, libera dai pregiudizi che le aveva riservato Milano. Nonostante una salute sempre più precaria, Cristina frequentava volentieri i più importanti salotti cittadini, dove spesso era invitata, benché la salute non migliorasse21.
I primi sospetti sull’attività rivoluzionaria della Trivulzio maturarono proprio in questo periodo: in particolare la conoscenza che la legava a Bianca Milesi Mojon22, pittrice, animatrice di un celebre salotto genovese, personaggio noto alla polizia austriaca per aver preso parte ai moti milanesi del 1820-21, forniva un motivo sufficiente per destare allarme tra le file dei governanti. Evidentemente, Cristina non possedeva un’indole sedentaria perché, pur perdurando lo stato cagionevole della sua salute, viaggiò moltissimo. Significativo fu, in particolare, il viaggio a Roma, città nella quale la principessa entrò subito nell’entourage di Ortensia de Beauharnais e, probabilmente, fu proprio in quell’occasione che entrò in contatto con la Carboneria, poiché il salotto di Ortensia de Beauharnais era un punto di riferimento imprescindibile per la Carboneria romana. 
Nel corso dei suoi viaggi, Cristina conobbe personaggi di rilievo della cultura e della politica italiana23 ma la polizia austriaca non intendeva lasciare la presa. Sentendosi minacciata, Cristina fuggì in Francia, dove si trasferì dal momento che la polizia austriaca aveva sequestrato tutti i suoi beni in Italia e, in ogni caso, in Francia non avrebbe potuto raggiungerla. Per mantenersi nel paese di arrivo, Cristina s’improvvisò artigiana, confezionando pizzi e coccarde. Per sua fortuna, però, la povertà durò poco, grazie all’aiuto economico della madre, seguito dal dissequestro del patrimonio.
La principessa affittò allora un appartamento nel centro di Parigi, aprì un salotto, frequentato dai migliori nomi della cultura europea. Uno dei primi habitué fu il compositore catanese Vincenzo Bellini24, del quale Cristina conservò sempre un ottimo ricordo. Con il poeta Heinrich Heine25 nacque un’intensa amicizia spirituale. Un altro frequentatore del salotto di Cristina fu Franz Liszt, per il quale la principessa nutrì sempre una sorta di venerazione artistica. Altri insigni frequentatori del salotto di Cristina furono Alfred de Musset – poeta ribelle e, fra il resto, profondo, appassionato conoscitore di Rousseau – e Balzac, che ebbe con Cristina un rapporto tanto intellettualmente intenso quanto controverso; frequentatori del suo salotto furono altresì Chopin, che si manteneva dando lezioni di pianoforte, Rossini, Tommaseo, Gioberti, Mamiani, Georges Sand, Dumas padre, Pellegrino Rossi, insomma il gotha della cultura politica, letteraria e musicale europea26.
Nel 1838, a trent’anni, Cristina ebbe la sua unica figlia, Maria27 e, nel 1840, decise di tornare a Milano. Il primo impatto con la terra d’origine non fu positivo: l’eco dei moti carbonari era lontano negli anni e nello spirito. La principessa fu delusa anche dall’accoglienza di alcune personalità, in particolare dalla freddezza di Alessandro Manzoni, che la riteneva una peccatrice a causa della figlia nata fuori dal matrimonio28. Cristina, tuttavia, si spese per l’istruzione dei più poveri, lottò contro la violenza a donne e bambini causata dall’ubriachezza degli uomini; avrebbe voluto spendersi per una riforma dell’insegnamento religioso, ma desistette.
Accanto all’azione sociale, Cristina si dedicò allo studio: è del 1844 la traduzione in francese della Scienza Nuova di Giambattista Vico, che Cristina, nonostante tutto, dedicherà a Manzoni. Accanto allo studio, Cristina intraprese l’attività di giornalista29 e continuò l’impegno politico30. Nel 1848, in occasione delle Cinque Giornate a Milano, Cristina conobbe Clara Maffei – erano quasi coetanee – e diventò un’assidua frequentatrice del suo salotto, dove ebbe modo di incontrare alcuni vecchi amici, ora frequentatori del salotto Maffei. Quando gli austriaci rientrarono a Milano, Cristina subì una nuova confisca dei beni e riprese la strada dell’esilio verso la Francia. Nel frattempo, si era convinta che per arrivare all’obiettivo dell’unione italiana occorreva sostenere Carlo Alberto, anche se la sua aspirazione per la “nuova” Italia era che si realizzasse una repubblica sul modello francese.
Tornata in Italia, nel 1849, Cristina Trivulzio di Belgioioso si ritrovò a Roma, in prima linea, nel corso della battaglia a difesa della Repubblica Romana, durata dal 9 febbraio al 4 luglio. A lei assegnarono l’organizzazione degli ospedali31, un compito difficile perché mancavano in primis strumenti chirurgici, ma che comunque assolse con dedizione e competenza. Tuttavia, Cristina si trovò, ancora una volta, nella bufera delle maldicenze, provenienti da ambienti cattolici reazionari, che accusavano la principessa Belgioioso di aver accettato come infermiere delle prostitute32.
Anche a Roma, come a Milano, il movimento dei patrioti fu represso e ciò accadde proprio con l’aiuto dei francesi sui quali Cristina aveva riposto le proprie speranze. Sfumata anche questa speranza di libertà, riprese a viaggiare: giunse fino in Turchia, dove riuscì a organizzare un’azienda agricola33. Non smise di scrivere, inviando articoli e racconti sulle proprie vicende orientali, e riuscì in tal modo a raccogliere il denaro necessario per continuare a vivere nei cinque anni successivi. Solo nel 1855 un’amnistia delle autorità austriache le consentì di tornare in Italia. Nel 1861, con la costituzione effettiva dell’unità d’Italia, la gentildonna poté conoscere una certa serenità e condurre un’esistenza relativamente tranquilla e appartata, dedicandosi ai diletti studi e alla scrittura. Unico evento mondano fu il matrimonio, nel 1860, della figlia Maria, finalmente riconosciuta Barbiano di Belgioioso.
Cristina morì nel 1871, a 63 anni. Ai funerali di quella donna straordinaria, che si era spesa, anche economicamente e senza risparmio, nell’azione politica per l’unità d’Italia, e che inoltre aveva scritto moltissimo sulla condizione delle donne, sull’urgenza della loro emancipazione e sulla necessità dell’istruzione per tutti, nessun rappresentante della nuova classe politica italiana fu presente.
Eppure, come tante altre donne del suo tempo, Cristina Trivulzio ebbe una parte attiva, anzi, attivissima, durante il Risorgimento, stagione nella quale si trovò più volte sul campo. Da un punto di vista politico, Cristina aderì alla Carboneria attraverso la Società delle Giardiniere34 e le fu addirittura offerto di ricoprire il ruolo di “giardiniera maestra”; fu seguace della dottrina sociale di Saint-Simon, attratta soprattutto dalle prime timide istanze femministe35 che emergevano da quelle posizioni e frequentò le riunioni sansimoniane in compagnia di Federico Confalonieri, Piero Maroncelli36, da poco liberato dallo Spielberg, e Silvio Pellico. Cristina fu, nel suo tempo, ciò che oggi chiameremmo un’attivista. Su di lei, però, gravò un pesante pregiudizio: era una donna giovane e affascinante, si favoleggiava che fosse enormemente ricca, era separata dal marito e aveva avuto una figlia fuori dal matrimonio. Inoltre il suo salotto parigino era frequentato da gente moralmente discutibile. Voci, in gran parte solo voci, ma tanto bastò affinché la macchina del fango costruisse su di lei una narrazione di donna scandalosa, immorale, dedita ad ogni tipo di vizio.
Negli ultimi anni della sua vita Cristina fu, de facto, completamente emarginata dagli uomini politici contemporanei: l’Italia era ormai unita, sulla nazione regnava Casa Savoia, lo scopo era stato raggiunto e perciò – a parlar schietto – una rivoluzionaria come lei non era più utile. Così, nonostante l’innegabile, magnanimo, incondizionato impegno per la causa italiana, su Cristina Trivulzio, principessa di Belgioioso, calò il sipario squallido dell’oblio più ingrato.

Clara Maffei: intellettuale, mecenate e patriota
Elena Chiara Maria Antonia Carrara-Spinelli nacque a Bergamo il 13 marzo 1814, figlia unica di Giovanni Battista Carrara-Spinelli e di Ottavia Gàmbara. Alla bambina fu imposto, fra gli altri, il nome Chiara, anche se sarà ricordata come Clara, in onore della nonna materna, la poetessa Chiara Trinali37.
Il padre di Clara era conte ed era precettore privato in case illustri come quella della duchessa Litta Visconti-Arese; egli era, inoltre, un tragediografo e poeta che si era guadagnato una certa fama presso i contemporanei38. Anche la madre di Clara aveva antenati illustri, intellettualmente parlando, potendo annoverare fra questi Veronica Gàmbara (1485-1550), una voce tutt’altro che secondaria nell’infinito quanto variegato Petrarchismo europeo.
Un contesto familiare di questo tipo fornì sicuramente alla bambina un humus culturale di vaglia, che si rivelerà imprescindibile per la sua infaticabile Bildung.
Quando Clara aveva solo nove anni, la madre abbandonò la famiglia per andare a vivere con un altro uomo. Ottavia affidò la figlia alle cure della veronese contessa Mosconi. A Verona, Clara studiò nel Collegio degli Angeli e strinse amicizia con la figlia della contessa, Teresa Mosconi, più grande di circa sei anni, che raccontava alla più giovane Clara le conversazioni della madre con i maggiori intellettuali del tempo, come Vincenzo Monti e Ippolito Pindemonte.
Per evitare pettegolezzi riguardo all’abbandono della moglie, il conte Giovanni Battista decise di trasferirsi a Milano, cosa che avvenne dopo la morte di Ottavia39. A Milano, Clara proseguì gli studi e lì conobbe un affascinante poeta trentino, Andrea Maffei40, molto noto negli ambienti mondani, di sedici anni più grande di lei. I due si sposarono nel 183241. Il matrimonio fu certamente asimmetrico: Maffei, distratto, contrario all’istituzione del matrimonio, tanto da sconsigliarlo agli amici42, trascurò ben presto la giovane moglie; quanto a Clara dovette patire il dolore più atroce che possa capitare ad una madre, cioè la perdita, a soli nove mesi, della figlioletta Ottavia.
Per cercare di alleviare la sofferenza della moglie, Andrea Maffei cominciò ad invitare a casa alcuni poeti, intellettuali, artisti tra i più in voga per cercare di consolare Clara dal dolore nel quale la morte della bambina l’aveva fatta sprofondare. Nacque così il primo nucleo del salotto Maffei che in breve tempo sarebbe diventato un punto di ritrovo imprescindibile per gli intellettuali e i patrioti della città. Massimo d’Azeglio43 e Tommaso Grossi44 furono tra i frequentatori più assidui del salotto, senza contare Francesco Hayez, devotissimo ammiratore di Clara. Se il merito della diffusione della fama del salotto fu, inizialmente, delle tante relazioni intellettuali di Andrea, presto fu l’amabilità di Clara, la sua intelligenza, la sua capacità di conversare, la sua cultura, la cura che si prendeva degli ospiti, il desiderio di metterli a proprio agio sfidando, quando serviva, le convenzioni sociali e i giudizi moralistici45; quando seppe dell’arrivo a Milano di Honoré de Balzac, Clara si prodigò per accoglierlo con tutti gli onori, conquistandosi in lui un amico intimo e devotissimo46, tanto da suscitare fremiti di gelosia nel pur sempre distratto Andrea Maffei.
Un anno cruciale fu il 1842, quando varcò la porta del salotto Maffei un giovane compositore originario della provincia di Parma, che si era appena presa una straordinaria rivincita alla Scala dove, il 9 marzo, aveva messo in scena il Nabucco riscuotendo un enorme successo dallo stesso pubblico che, l’anno precedente, aveva pesantemente fischiato la rappresentazione dell’opera buffa Un giorno di regno, incurante del fatto che il musicista avesse appena perso la moglie e i due figli bambini. Quel giovane neppure trentenne si chiamava Giuseppe Verdi. Verdi divenne intimo amico sia di Andrea Maffei sia di Clara, ma con lei ebbe un rapporto di amicizia molto particolare47.
Come scrive Michele Porzio, «l’epistolario di Verdi con la contessa Maffei […] forma una silloge di documenti preziosi se non unici sotto diversi aspetti. Con pochi altri corrispondenti il compositore ebbe infatti modo di concedersi a toni così intimi ed elevati nella certezza, si direbbe, di ottenere in contraccambio una piena comprensione morale e intellettuale. […] l’amicizia e i rapporti epistolari continuarono fino alla morte di lei, nel 1886. La frequentazione del rinomato e colto salotto della contessa, vero e proprio epicentro milanese dei più accesi fermenti patriottici, instillò nel compositore, attorno al 1847, una vena di passione politica risorgimentale, di impronta repubblicana e mazziniana […]»48. Verdi svolse anche una funzione di mediatore quando il matrimonio dei Maffei naufragò, sostenendo entrambi con la sua vicinanza umana: già nel 1844 nel salotto Maffei era entrato un giovane patriota, Carlo Tenca, che aveva fatto breccia nel cuore della discretissima Clara la quale, nel 1846, si separò consensualmente dal marito49. Testimoni all’atto, rogato da Tommaso Grossi in qualità di notaio, furono Giulio Carcano50 e l’onnipresente Giuseppe Verdi.
Il divorzio non pregiudicò affatto il salotto, anzi. Si avvicinava a grandi passi quel 1848 che avrebbe innescato il cambiamento profondo, il primo passo del cammino verso la costruzione dello stato nazionale e il salotto di Clara divenne un vero e proprio laboratorio di patriottismo, una fucina politica dove si riunivano personaggi di sicuro spessore tra i quali molti si professavano, come la stessa Clara, sostenitori del pensiero e della causa mazziniana51. Tutti i patrioti milanesi più attivi diventarono frequentatori della casa e del salotto di Clara Maffei e Clara, fervente patriota52, sempre attiva nell’assistenza ai feriti, nella raccolta fondi, delusa però da Mazzini, cominciò a convincersi della necessità di riporre le speranze d’indipendenza e libertà nel Piemonte e in casa Savoia.
Tra speranze e delusioni il sentimento nazionale continuava a crescere, il salotto si animava di dibattiti accesi e pieni di fiducia, mentre Clara si allontanava sempre più dalle posizioni mazziniane e repubblicane per diventare un’aperta sostenitrice di Vittorio Emanuele di Savoia. Certamente le morti di molti amici addolorarono profondamente Clara che non smise, però, di battersi per la causa italiana. Quando gli austriaci abbandonarono finalmente Milano e Vittorio Emanuele entrò in città con Napoleone III, Clara decise che nel suo salotto le conversazioni si sarebbero tenute in francese, in omaggio all’alleato53. Nel 1868, grazie ai buoni uffici di Clara, propiziati da uno scambio epistolare con Giuseppina Strepponi54, Giuseppe Verdi riuscì ad incontrare Alessandro Manzoni55.
Nel 1886 Clara Maffei, la grande protagonista della stagione intellettuale e politica milanese, la «piccola grande tessitrice»56, patrona del più famoso e ambito salotto cittadino, si ammalò di meningite e morì. Al suo capezzale, fino alla fine, l’amico fraterno di sempre, Giuseppe Verdi.
Che cosa ci raccontano le vicende umane di Cristina Trivulzio di Belgioioso e di Clara Maffei sul rapporto tra le donne e il Risorgimento? Torniamo, con moto circolare, alle considerazioni espresse in premessa. Durante il Risorgimento, le donne italiane presero parte alla mobilitazione per l’indipendenza nazionale in molti modi: alcune di loro, come Clara Maffei e Amelia Sarteschi Calani Carletti57 animarono salotti letterari e circoli patriottici che diventarono cruciali per la diffusione d’ideali unitari; altre donne offrirono sostegno logistico e finanziario alle attività cospirative; altre, come Bianca Milesi58 aderirono a società segrete come la Carboneria attraverso la Società delle Giardiniere; altre, infine, come Cristina Trivulzio di Belgioioso, furono combattenti sul campo, organizzatrici di ospedali per l’assistenza ai feriti, poetesse, giornaliste, musiciste… In una parola, ognuna contribuì con i propri talenti, seguendo il proprio daimon, la propria intima vocazione.
Nonostante una partecipazione così ampia, quelle donne furono escluse per lungo tempo dal posto che spettava loro nella Storia, confinate il più possibile all’interno di una dimensione domestica e privata, del tutto espunta dallo spazio pubblico: nel processo di costruzione storica, infatti, il contributo femminile finì per essere rielaborato in chiave simbolica e retorica, confinato in un ruolo subordinato rispetto all’azione maschile.
Uno dei miti fondanti, a proposito di retorica, divenne quello della madre patriottica, incarnato in figure come Adelaide Cairoli o Caterina Franceschi Ferrucci59, celebrate più per le loro virtù educative e domestiche che per l’impegno politico e civile. E’ necessario, dunque, riportare il femminile sotto i riflettori della storia, contribuire a gettare uno sguardo trasversale sul protagonismo femminile, specie in quella stagione ottocentesca, nella quale le donne sono state presenti in una straordinaria varietà di atteggiamenti, di scelte tanto coraggiose e innovatrici da segnare una decisa maturazione culturale e spirituale. Il “lungo Risorgimento” ha visto le donne non più accanto agli uomini come ausiliarie o subalterne, ma come protagoniste della costruzione vitale del futuro tessuto sociale ed è ormai necessario che il ruolo di queste donne, come di tutte le altre, sia finalmente riconosciuto e valorizzato.

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Soldani, S., Il Risorgimento delle donne, in Storia d’Italia. Annali 22Il Risorgimento, a cura di A. M. Banti e P. Ginsborg, Torino, Einaudi, 2006, pp. 183-224.
Villari, L., Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Roma-Bari, Laterza, 2010.
Zazzeri, A., Donne in armi: immagini e rappresentazioni nell’Italia del 1848-49, in Genesis V/2, 2006, Roma 2006/2007.

Note

  1. La Società delle Giardiniere riuniva le donne della borghesia intellettuale affiliate alla Carboneria che s’incontravano nei giardini per gli scopi della società segreta. La Società cominciò le sue attività durante il primo ventennio del XIX secolo. Le Giardiniere utilizzavano rituali d’iniziazione e un loro linguaggio segreto. Il tutto, come più che prevedibile, in piena sintonia con la Massoneria universale di ieri e di oggi. Per essere considerata a pieno titolo una Giardiniera, la donna doveva passare attraverso tre gradi: nel primo, che aveva come motto “Costanza e Perseveranza”, le “apprendiste” venivano messe a parte dei progetti e delle cospirazioni in atto in quel momento; quelle che riuscivano a conquistare la totale fiducia delle proprie “sorelle” venivano ammesse al secondo, il cui motto era “Onore e Virtù e Probità”, e prendevano il nome di Maestre Giardiniere. In questa seconda fase, ricevevano anche l’autorizzazione a girare armate portandosi dietro, nascosto tra la calza e la giarrettiera, un piccolo pugnale. A completamento di tutto si accedeva al terzo grado, quello decisivo, in cui erano promosse al rango di Sublimi Maestre Perfette, e potevano finalmente coordinare e dare ordini. Per riconoscersi tra loro passavano la mano dalla spalla sinistra alla destra, a formare un ideale semicerchio, e a seguire si battevano tre colpetti sul cuore: in questo modo potevano comunicare la loro presenza anche in pubblico senza essere scoperte. Il richiamo alla simbologia del tre, “numero perfetto”, si ritrovava anche nella costituzione delle cellule di base che erano composte da nove affiliate.
  2. Cfr. Nadia Maria Filippini, Donne sulla scena pubblica: società e politica in Veneto tra Sette e Ottocento, Milano, Franco Angeli, 2012, p. 115; Angelica Zazzeri, Donne in armi: immagini e rappresentazioni nell’Italia del 1848-49, in Genesis V/2, 2006, Roma 2006/2007, pp. 165-188.
  3. Cfr. Nadia Maria Filippini, Donne sulla scena pubblica, cit. p.118; Alberto Maria Banti, Il Risorgimento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 95.
  4. Sulla giornalista Adele Cortesi si veda, tra gli altri, Marco Severini, Le fratture della memoria. Storia delle donne in Italia dal 1848 ai giorni nostri, Venezia, Marsilio, 2023.
  5. Cfr. Nadia Maria Filippini, Donne sulla scena pubblica, cit., p. 121.
  6. Cesare Bordiga fu poeta, giornalista e librettista italiano. Di Bordiga si ricorda il libretto dell’opera Maria di Warden, per la musica di Pietro Abbà Cornaglia. L’opera fu rappresentata per la prima volta al Teatro Rossini di Venezia il 29 novembre 1884.
  7. Cfr. Rosanna de Longis,”La donna italiana” un giornale del 1848, in Genesis, vol. 1, n. 1, 2002, pp. 261-266.
  8. Cfr. Alberto Maria Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 39-40.
  9. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, Milano, Mondadori, 2009, cit., p. 11.
  10. Cfr. Raffaello Barbiera, Passioni del Risorgimento. Nuove pagine sulla Principessa Belgiojoso e il suo tempo, Milano, Treves, 1903, cit. p.455, dove leggiamo che, nel tempo, furono usate diverse varianti per il suo cognome, da Trivulzi a Triulzi o Triulzio, e lei stessa, da ragazza, si firmava, latinamente, Cristina Trivulzia. Solo dopo la morte di Cristina prevalse la versione Trivulzio.
  11. Su Gian Giacomo Trivulzio cfr. Letizia Arcangeli, Gian Giacomo Trivulzio marchese di Vigevano e il governo francese nello Stato di Milano (1499-1518), in Giorgio Chittolini (a cura di), Vigevano e i territori circostanti alla fine del Medioevo, Milano, Unicopli, 1997; Claudio Rendina, I capitani di Ventura, Roma, Newton Compton, 2004.
  12. I Gherardini furono una famiglia di antica nobiltà legata alle vicende politiche toscane ma con legami anche in Veneto e il Emilia Romagna. La madre di Cristina Trivulzio, Vittoria Gherardini, era figlia del marchese Maurizio e di Teresa Litta, sorella di Antonio Litta, gran ciambellano presso la corte di Eugenio de Beauharnais.
  13. Dal secondo matrimonio di Vittoria Gherardini nacquero altri quattro figli, tre femmine e un maschio, con i quali Cristina crebbe in ottimi rapporti, così come in ottimi rapporti ella fu con il secondo marito della madre.
  14. Federico Confalonieri fu un patriota italiano, attivo soprattutto nella zona della Lombardia austriaca. Partecipò alla fondazione della rivista Il Conciliatore.
  15. Dopo la morte del secondo marito, Vittoria Gherardini si risposò con il siciliano conte di Sant’Antonio. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit., p. 15.
  16. Ernesta Legnani Bisi fu la maestra di disegno di Cristina Trivulzio di Belgioioso. Fu una decisa sostenitrice dell’indipendenza italiana, amica di molte donne della Carboneria e della Società delle Giardiniere. Nonostante la differenza d’età, Ernesta Bisi rimase sempre in ottimi rapporti di amicizia con Cristina Trivulzio di Belgioioso. Nella lettera in questione, Cristina parla di sé come di una ragazza timidissima, che scoppiava in singhiozzi se soltanto si sentiva osservata dagli ospiti della madre. Cfr. Aldobrandino Malvezzi, La principessa Cristina di Belgioioso, Milano, Treves, 1936.
  17. Talmente conosciute che il giorno delle nozze Cristina, che portava in dote una cifra da capogiro, ricevette in dono dal conte Ferdinando Crivelli un epitalamio dal contenuto insolito, in cui, con rimandi anche testuali al Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte, si profetizzava l’infelice destino del rapporto:
    Che poi che teco alquanto avrà goduto,
    lussureggiando andrà con Questa e Quella,
    e invano ti udirem gridare aiuto:
    ma come indietro più non si ritorna,
    render solo potrai corna per corna.
    Cfr. Beth Archer Brombert, Cristina di Belgioioso, Milano, Dall’Oglio, 1981, p. 37, che in nota, a p. 467, specifica (come fanno anche Ludovico Incisa e Alberica Trivulzio, Cristina di Belgioioso. La principessa romantica, Milano, Rusconi, 1984, p. 477) la provenienza del testo dagli archivi del duca Giuseppe Crivelli-Serbelloni.
  18. Fu proprio il rapporto con la Ruga, a risvegliare nella principessa quel senso di dignità che la portò alla rottura del legame coniugale. In una lettera del 14 novembre 1828 inviata alla Bisi si legge: “Credetti dovere al mio decoro, ed al mio titolo di moglie di non acconsentire formalmente alla continuazione delle sue relazioni con la Ruga”.Cfr. Aldobrandino Malvezzi, La principessa Cristina di Belgioioso, cit., p. 82.
  19. Non va inoltre dimenticato che il nonno materno di Cristina, il Marchese Maurizio Gherardini, fu Gran Ciambellano dell’Imperatore d’Austria e poi, fino alla sua morte, anche Ministro Plenipotenziario d’Austria presso il Regno Sabaudo. Un arresto della nipote avrebbe causato uno scandalo dagli sviluppi imprevedibili.
  20. “Genova, seconda città del piccolo regno di Sardegna, era allora più vivace e più ricca della sonnolenta Torino. […]L’assoggettamento a Torino voluto da Metternich era stato accettato con disappunto […] Nobiltà e ceti medi nutrivano tradizioni democratiche e repubblicane. Più che a Torino si guardava a Parigi da dove giungevano le nuove dottrine liberali. […] La Carboneria […] era diffusa a Genova più che in ogni altra città italiana[…]”. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit., p. 37.
  21. Fin da bambina, Cristina soffriva di epilessia, una malattia che l’accompagnerà per tutta la vita; inoltre fu contagiata dal marito con la sifilide, malattia a causa della quale Emilio Barbiano di Belgioioso morirà.
  22. Bianca Milesi Mojon fu un personaggio di primo piano nell’ambito della Carboneria. Partecipò attivamente ai moti del 1820-21, fu amica di personaggi come Confalonieri, Pellico, Hayez, Melchiorre Gioia. Sostenne il progetto di Federico Confalonieri per la creazione di scuole per le ragazze. Più tardi appoggiò anche Ferrante Aporti e l’ideazione di asili pubblici.
  23. A Firenze territorio che, sotto Leopoldo II, godeva di indipendenza politica e offriva agli esuli sicurezza dalle spie austriache, conobbe il fondatore della rivista Antologia, Gian Pietro Viesseux. Il Gabinetto Viesseux era il polo d’incontro per i liberali, ma, a differenza di quanto avveniva nella dimora di Ortensia de Beauharnais a Roma, aveva una funzione più letteraria che politica. Cfr. Beth Archer Brombert, Cristina di Belgioioso, cit., pp. 56 – 58.
  24. La conoscenza tra Cristina e Bellini era stata favorita dalla marchesa Vittoria Ghrardini, madre di Cristina, il cui terzo marito era catanese come Bellini.
  25. Heinrich Heine, figura importante anche per il mondo musicale, poiché i suoi testi ispirarono più di un musicista.
  26. Ai personaggi celebri che frequenta, Cristina si lega con amicizia e affetto, senza mai scivolare in rapporti diversi da quelli intellettuali. Il solo uomo al quale resterà legata tutta la vita si chiama François Mignet, uno storico poco incline alla vita mondana, molto amato dalla Parigi liberale. Nel 1838 nasce Maria, unica figlia di Cristina e, sembra, di Mignet. Cristina, preoccupata per il futuro della figlia, lotterà a lungo per ottenere la legittimazione di Maria dal marito Emilio, sostenendo, tramite il suo avvocato, che all’inizio della gravidanza condivideva la stessa abitazione con il marito. Cristina otterrà la legittimazione di Maria, a prezzo di pesanti rinunce economiche, soltanto alla morte di Emilio. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit., pp. 133-143.
  27. Vedi nota 18.
  28. Manzoni, che non permetterà a Cristina di dare l’ultimo saluto a Giulia Beccaria, alla quale Cristina era legata da un rapporto di amicizia, non ne condivideva le idee “rivoluzionarie” sull’istruzione degli appartenenti ai gruppi sociali più poveri, ritenendo tale iniziativa quantomeno sovversiva.
  29. L’attività giornalistica diventò, in effetti, preminente dal 1845 fino alle insurrezioni del 1848. Le prime prese di posizione furono moderate. Quando a Parigi fu fondata la Gazzetta italiana, alcune traversie rischiavano di far già chiudere i battenti della testata, ma Cristina si impegnò finanziariamente per salvarla. Fu lei a prendere il timone del giornale, andando alla ricerca di collaboratori illustri e scrivendo articoli di suo pugno. Tuttavia, la forte opposizione che i patrioti mazziniani mostrarono in Francia nei confronti della Gazzetta e la severa censura esercitata dagli austriaci in Italia convinsero Cristina ad abbandonare il progetto, ma solo per dare vita a un periodico di più ampio respiro, l’Ausonio, il cui primo numero uscì il 1º marzo 1846.
  30. Cristina di Belgioioso conobbe Mazzini a Marsiglia ma ne fu delusa, d’altra parte Mazzini, quando Cristina rifiutò di sovvenzionare una sua impresa contro i Savoia, la disprezzò, parlando di lei come di una sorta di spia austriaca.
  31. Nel corso della sua attività sul campo, Cristina assistette Goffredo Mameli fino alla morte. Cristina aveva conosciuto la famiglia del giovane poeta e patriota durante il soggiorno a Genova di parecchi anni prima.
  32. Quando il papa in persona si lamentò in una lettera ai vescovi che molti feriti avevano rifiutato i sacramenti ed erano spirati tra le braccia di prostitute, Cristina intervenne a sua volta con una lettera a Pio IX pubblicata anche dai giornali. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit., pp. 213 – 214.
  33. Nel 1853, in Turchia, Cristina subì un grave attentato: un suo dipendente italiano la colpì con numerose coltellate perché Cristina si era intromessa per porre fine alla relazione violenta di quest’uomo con miss Parker, l’istitutrice inglese di Maria. Cristina sopravvisse ma le ferite lasciarono pesanti conseguenze.
  34. Vedi n. 1. Cfr. Maria Luisa Alessi, Una giardiniera del Risorgimento italiano: Bianca Milesi, Torino (1906). Nella complicata gerarchia le donne carbonare erano divise in “giardiniere apprendenti” e “giardiniere maestre”. Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit., p. 41.
  35. Il movimento sansimoniano fu il primo ad occuparsi dell’emancipazione della donna, riconoscendone la condanna ad un posto subalterno “negli uffici religiosi, politici e civili” Cfr. Arrigo Petacco, La principessa del Nord. La misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso, cit. p.83.
  36. Piero Maroncelli fu scrittore, patriota, musicista. Nativo di Forlì, dimostrò una certa predisposizione per la musica perciò, verso la fine del 1809, si trasferì a Napoli presso il prestigioso Real Collegio di San Sebastiano, grazie ad una borsa di studio finanziata dall’Istituto di Carità di Forlì. A Napoli ebbe tra i suoi insegnanti Giovanni Paisiello, Giacomo Crescentini e Nicola Antonio Zingarelli e, tra i compagni di studi Saverio Mercadante, Nicola Antonio Manfroce, Vincenzo Bellini e Luigi Lablache. Trascorse tre anni nell’Istituto napoletano. Cfr. Mirtide Gavelli, Piero Maroncelli. L’uomo, il musicista, il patriota, Forlì, CartaCanta, 2010.
  37. Il riferimento poetico di Chiara Trinali fu, con molta probabilità Iacopo Vittorelli, poeta, librettista e letterato nato il 10 novembre 1749 a Bassano del Grappa e morto nella città natale il 12 giugno 1835. Vittorelli fu poeta arcade, dotato di una capacità di versi molto musicali che hanno ispirato compositori del Settecento e dell’Ottocento tra i quali Schubert, Bellini e Verdi. Tradusse in ottave la Batracomiomachia, testo attribuito ad Omero, che ispirò a Giacomo Leopardi i Paralipomeni alla Batracomiomachia.
  38. I modelli poetici di riferimento del conte Carrara-Spinelli erano, con molta probabilità, Alfieri e Parini.
  39. Clara amò molto la madre e non nutrì mai rancore o disapprovazione per la sua condotta. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica. Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 4 – 5.
  40. Andrea Maffei fu anche traduttore, in particolare di Milton, Byron, Schiller, Moore, Goethe, tra gli altri, e librettista: sua la revisione del libretto del Macbeth verdiano e suo il libretto dei Masnadieri, per la musica di Giuseppe Verdi. Ebbe rapporti di amicizia anche con Rossini, Bellini, Donizetti, Thalberg, Liszt, Meyerbeer.
  41. La famiglia di Maffei era di rango inferiore a quella degli Spinelli-Carrara, quindi il matrimonio fece decadere Clara dal rango di contessa ma in società tutti continuarono a ritenerla tale. Cfr. Raffaello Barbiera, Il salotto della contessa Maffei, Milano, Treves, 1895.
  42. All’amico Antonio Gazzoletti, poeta e giurista, Andrea Maffei sconsigliò il matrimonio e quando l’amico seguì il suo consiglio egli ne fu sollevato, affermando che il matrimonio, quando infelice, “è l’inferno anticipato”. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica,cit., p. 45; la lettera a Gazzoletti è della fine del 1844.
  43. Massimo d’Azeglio, politico, intellettuale e patriota piemontese, fu in rapporti con artisti e musicisti suoi contemporanei, Paganini, Rossini, il librettista Jacopo Ferretti. Fu il genero di Alessandro Manzoni, avendone sposata l’amatissima figlia Giulia nel 1831 ma rimanendone vedovo nel 1834 dopo la nascita della loro figlia Alessandra. Nello stesso anno della morte di Giulia Manzoni, d’Azeglio fu tra i primissimi frequentatori del salotto Maffei, stringendo una solidissima amicizia con Clara e Andrea Maffei. Cfr. Lucio Villari, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Bari, Laterza, 2010; Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Torino, Einaudi, 1983.
  44. Tommaso Grossi (1791-1853) fu notaio, letterato, patriota e politico carissimo, inter alios, ad Alessandro Manzoni; oggi peraltro, forse a giusto titolo, lo si ricorda perlopiù come un esponente del Romanticismo lombardo migliore. Come risaputo, per diversi anni abitò nella dimora milanese del Conte Manzoni, che lo citò non per caso nei Promessi Sposi (Capitolo XI), a proposito di «una diavoleria inedita di crociate e di lombardi […]». La diavoleria cui si riferiva Manzoni era il poema storico nazionale, I Lombardi alla prima crociata, dato alle stampe nel 1826. Il poema di Grossi, che ebbe poi non comune successo, ispirò, alcuni decenni più tardi, il melodramma omonimo di Verdi, I Lombardi alla prima crociata (1843). Cfr. Alessandra Cenni, C’era una volta “I Lombardi”. Tommaso Grossi e il suo tempo, Milano, Viennepierre, 1999.
  45. Come accadde nel caso dell’arrivo a Milano, nel 1838, di Franz Liszt e della sua amante, la contessa Marie d’Agoult, incinta, che per Liszt aveva lasciato marito e figli. Molti, a Milano, avevano rifiutato di accogliere in casa la coppia scandalosa; Clara li accolse nella propria casa e Liszt, nonostante il carattere borioso, non poté fare a meno di ammettere il fascino e ammirare il coraggio della giovane nobildonna, diversa da molte salonnières frivole e vacue. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica., cit., p. 21.
  46. Oltre ad una fittissima corrispondenza, Balzac dedicherà a Clara Maffei il racconto La Fausse Maîtresse, un testo volto a celebrare i valori dell’amicizia, in cui Clara è riconoscibile nel personaggio della contessa Clémentine. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica, cit. pp. 22 – 32. La dedica compare nella prima edizione in volume del tomo I della Comédie humaine, pubblicato nel giugno del 1842.
  47. Senza voler fare della psicologia spicciola, dobbiamo pur ricordare che sia Verdi sia Clara Maffei avevano vissuto la stessa esperienza devastante, quella di genitori che avevano perso i propri figli in tenerissima età.
  48. Cfr. Michele Porzio (a cura di), Verdi. Lettere 1835-1900, Milano, Mondadori, 2005, cit. pp. 450-451. Più risalente, l’epistolario verdiano a cura di Aldo Oberdorfer, Giuseppe Verdi. Autobiografia dalle lettere, Milano, BUR, 1981.
  49. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica, cit., pp.49-52. I rapporti tra i due, comunque, non furono mai tesi e quando Andrea Maffei si ammalò di una grave forma di carbonchio, Clara gli fu vicina per tutto il tempo della malattia.
  50. Giulio Carcano fu un politico, scrittore, giornalista e patriota, imparentato con Carlo Imbonati.
  51. Clara Maffei conobbe Mazzini a Lugano. Ne aveva idealizzato la figura e il pensiero ma l’incontro con il personaggio la deluse. Cfr. Daniela Pizzagalli, L’amica, cit., p. 81.
  52. Fin dal 1844 Clara Maffei «si applicò per favorire l’impresa dei fratelli Bandiera. David Levi, uno di coloro che si unirono alla cospirazione, non esitò a rendere la contessa partecipe del complotto: “La contessa”, scriverà, “fu la sola donna cui non dubitai di affidare il segreto pericoloso”» (Daniela Pizzagalli, L’amica, cit., p. 35).
  53. Per ringraziare Clara Maffei per il ruolo svolto tramite il suo salotto Napoleone III le fece recapitare una propria fotografia.
  54. Lettera inviata da Giuseppina Strepponi a Clara Maffei da Sant’Agata, presumibilmente il 21 maggio 1867. Verdi non aveva mai presentato la moglie ad alcuno dei suoi amici milanesi, nemmeno alla Maffei. Fu, quindi, iniziativa tutta di Giuseppina far visita a Clara, dalla quale fu ricevuta con grande affetto. Insieme, poi, fecero visita a Manzoni. Cfr. Aldo Oberdorfer (a cura di), Giuseppe Verdi. Autobiografia dalle lettere, cit., pp. 214 – 215.
  55. La visita a Manzoni avvenne il 30 giugno 1868. Pochi giorni dopo, il 7 luglio, Verdi scrisse a Clara rievocando quell’incontro: «[…] Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova prodotta in me dalla presenza di quel Santo, come Voi lo chiamate? Io mi sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini. Dicono che non lo si deve, e sia: sebbene veneriamo sugli altari tanti che non hanno avuto il talento né le virtù di Manzoni, e cha anzi sono stati fior di bricconi. Quando lo vedete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia venerazione […]». Cfr. Michele Porzio, Verdi. Lettere. 1835 – 1900, cit., p. 343. Altre lettere tra Verdi e Clara sulla reciproca venerazione nei confronti di Manzoni sono riportate da Oberdorfer in Giuseppe Verdi. Autobiografia dalle lettere, pp. 215 – 219.
  56. Così la definisce Mirella Serri, nel saggio omonimo, in Elena Doni et alii., Donne del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 111 – 121.
  57. Poetessa, scrittrice e giornalista, Amelia Sarteschi tenne a Firenze un salotto letterario e politico simile a quello tenuto a Milano da Clara Maffei. Molto attiva fin dal 1833 nella causa liberale, tra le sue frequentazioni ricordiamo, tra gli altri, Francesco Domenico Guerrazzi, Cesare Cantù, Pietro Giordani, Francesco dall’Ongaro.
  58. Bianca Milesi fu scrittrice, pittrice e patriota. Ebbe un ruolo di primo piano nei moti carbonari milanesi del 1821. Cfr. Maria Teresa Mori, Salotti. La sociabilità delle élite nell’Italia dell’Ottocento, prefazione di Marco Meriggi, Roma, Carocci, 2003.
  59. Cfr. Marina d’Amelia, La mamma, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 51-90.

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