Bibliomanie

La pace universale di Erasmo da Rotterdam. Considerazioni sulla ricaduta sociologica attuale dell’irenismo rinascimentale
di , , numero 60, dicembre 2025, Note e Riflessioni, DOI

La pace universale di Erasmo da Rotterdam. Considerazioni sulla ricaduta sociologica attuale dell’irenismo rinascimentale
Come citare questo articolo:
Federico Cinti, Davide Monda, La pace universale di Erasmo da Rotterdam. Considerazioni sulla ricaduta sociologica attuale dell’irenismo rinascimentale, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 60, no. 28, dicembre 2025, doi:10.48276/issn.2280-8833.13669

1. Ritratto perlopiù politologico del “principe degli umanisti”, con talune notazioni metodologiche
Per molti oggi, Erasmo da Rotterdam resta solo l’autore dell’Elogio della follia, fortunatissima operetta scritta quasi per gioco nel 1509, durante uno dei suoi innumerevoli viaggi per l’Europa, o poco più. Non a caso Stefan Zweig, uno dei suoi più acuti biografi, ammette sconsolato che l’Olandese, «un tempo la gloria più alta e luminosa del suo secolo, è oggi, non possiamo negarlo, non più di un nome» (S. Zweig, 1994, p. 7). Un nome, certo, anche se è stato finissimo letterato, appassionato e infaticabile filologo, studioso dotato di straordinaria erudizione, oltre a perspicace psicologo e moralista, pedagogo e politologo di rara lucidità e chiaroveggenza. Eppure, la sua gloria maggiore è di essere stato il primo, vero teorico del pacifismo in Europa. Convinto sostenitore di misura e conciliazione, egli rimane figura di sfondo nell’affresco grandioso della Riforma, in cui altri rifulgono per sorte tragica, e in cui tra i tumulti, le vampate di folle rabbiose e le ceneri di roghi, il suo sguardo misto di sottile malinconia osserva libero e chiaro le lotte violente e «l’irragionevolezza del non saper cedere» (S. Zweig, 1994, p. 19). Ben consapevole di non essere in grado di portare i suoi contemporanei al dialogo e alla risoluzione dei conflitti, egli resta in attesa, conscio che necessariamente le passioni umane passeranno e la ragione vincerà le contingenze che l’affliggono. Il suo messaggio di pace, quindi, è rivolto anche ai posteri, anche a noi che leggiamo e rileggiamo la sua opera.
Perché celare poi, in questo pur modesto prologo, che l’idea di riparlare oggi (2025) del grande olandese è sorta, fondamentalmente, dalla lunga frequentazione del libro decisivo di un Ralf Dahrendorf peraltro ormai prossimo alla scomparsa. Si allude, beninteso, a Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo (2007), che rappresenta una sorta di “canto del cigno”, insieme sociologico e politologico, di questo intellettuale quasi naturaliter liberale: a parlar schietto, ogni riga di questo incunabolo postmoderno – diciamo così – anima e vivifica, alla fin fine, quanto si cercherà qui di argomentare.
Ma conviene forse, a questo punto, lasciare la parola a un eccellente divulgatore (Armando Torno), che ha sintetizzato luminosamente, un decennio fa, la forza positiva e propositiva del libro in discorso:

Karl Popper, Isaiah Berlin, Raymond Aron, Norberto Bobbio, Hannah Arendt e George Orwell – ma anche figure più contraddittorie e dal percorso non lineare, come Theodor W. Adorno – hanno resistito alle lusinghe del potere dei regimi illiberali del fascismo e del nazionalsocialismo, così come a quelle del crescente potere comunista, e non hanno rinnegato i propri ideali. A queste figure-modello Ralf Dahrendorf ha trovato un nome: erasmiani li chiama, in omaggio a Erasmo da Rotterdam, che già cinquecento anni fa dimostrava, non senza contraddizioni, di possedere le virtù che rendono alcuni immuni alle tentazioni dell’illiberalità. Gli “uomini-Erasmo”, sostiene Dahrendorf, non sono eroi, non sono lottatori della resistenza: sono invece accomunati da un atteggiamento mentale – la sapienza dell’osservazione impegnata e la saggezza della ragione dolente – che li aiuta a mantenere la rotta anche attraverso tempi in cui altri intellettuali, come Martin Heidegger, spesso fanno naufragio. La lucida penna di Dahrendorf esplora biografie esemplari di una generazione che, nata tra il 1900 e il 1910, ha sperimentato sulla propria persona la seduzione del potere totalitario senza cedere, per tratteggiare una generale dottrina della virtù della libertà che travalica il tempo. Un libro che è al tempo stesso affresco d’epoca, ricostruzione storica e illuminante saggio di etica politica.

Ma tornando adesso all’Erasmo che ci consegna la storia e, più che tutto, a una filologia virtuosa, giova precisare che egli vive in un periodo di sconvolgimenti epocali per l’Europa. L’Umanesimo ha mutato il modo di concepire il rapporto tra l’uomo e il mondo, ridefinendo gli equilibri tra creato, creatura e Creatore. Le scoperte geografiche dilatano – in modo inimmaginabile prima – i confini del mondo, gli studi astronomici incrinano la certezza dell’uomo di essere il centro del cosmo, il relativismo investe tutti gli ambiti della conoscenza fino a mettere in discussione le verità della fede e in ultima analisi Dio stesso. Il progresso della tecnica è messo al servizio di un nuovo sapere, capace di usare i sempre più precisi strumenti per la prima volta in modo moderno. Così queste nuove tecnologie finiscono per incidere sull’assetto politico al punto di costituire un’economia prima ignota, basata su diversi giochi di forze tra le varie componenti sociali.
Allo stesso modo, la Chiesa cattolica è scossa fin nelle sue fondamenta: la scomunica, che aveva interdetto gli eretici e ricondotto i principi all’ordine sociale politico e religioso, era ormai inefficace strumento di potere, perché non solo i singoli, bensì le comunità e i loro principi agognavano non altro che ad affrancarsi dal giogo ecclesiastico. Il potere temporale della Chiesa si estende, ormai, solo sul Papato, Stato tra altri Stati.
Erasmo viaggia indefessamente per tutt’Europa e, nel 1500, rientra a Parigi dall’Inghilterra, dove conosce Thomas More, con cui stringe profonda e duratura amicizia. In quello stesso anno edita la princeps degli Adagia, raccolta di 800 massime e proverbi antichi, arricchiti e annotati con osservazioni e commenti personali: questo compendio del sapere antico cresce, di edizione in edizione, fino a raggiungere più di quattromila proverbi nella sua stesura definitiva (1535), e gli garantisce grande fama nel panorama letterario europeo. Il suo nome, tuttavia, si associa ben presto ad altre opere: coll’Enchiridion militis christiani (Manuale del soldato cristiano), stampato nel 1503, e con la traduzione del Nuovo testamento dal greco, Erasmo espone la propria concezione del Rinascimento e del cristianesimo. La fede, infatti, secondo lui, non si esplica esclusivamente nel clero e nei conventi: ogni uomo degno di questo nome ha l’obbligo morale, civile e filosofico di interessarsi della fede, andando al di là della lettera del testo per penetrare nell’intimo il messaggio di Cristo. Le opere di Erasmo, in tal modo, rappresentano le singole parti di un progetto culturale, filosofico e religioso, definito philosopia Christi.
Erasmo frequenta a Deventer la scuola dei Fratelli della Vita Comune, dove apprende i rudimenti del sapere. Entra, quindi, nel convento agostiniano di Steyn, e se “Lutero entrò in monastero per salvarsi l’anima con buone opere, Erasmo vi entrò per illuminarsi la mente con buoni libri” (R.H. Bainton, Erasmo della cristianità, 1969, p. 11). In quegli anni segue le lezioni di Rodolfo Agricola (Rudolf Husman), si imbeve delle idee di Nicola Cusano e studia le opere di Lorenzo Valla. Egli si può definire, a tutti gli effetti, un litteratus, tanto da divenire noto per la sua ammirazione dell’antichità classica. Questo suo interesse non viene però mai in contrasto col magistero della Chiesa, come dimostrano per esempio i rapporti con John Colet sul pensiero fiorentino e sul significato dell’antichità classica per gli studi biblici. Anzi, per Erasmo i classici pagani sono precursori e depositari di un sapere che preannuncia il Cristianesimo e si completa in esso.
Questa nuova concezione intellettuale, che si struttura come un rinnovamento dall’interno, promuovendo l’abbandono delle categorie istituzionalizzate della religione per seguire un percorso tutto interiore e soggettivo, che vada al di là delle pratiche esteriori, diviene in breve molto popolare. Nonostante ciò, e nonostante la stigmatizzazione della pratica della venerazione delle reliquie, compiuta a scapito della comprensione del messaggio di Cristo, Erasmo non è ancora accusato apertamente di concezioni non ortodosse: l’Olandese concentra, infatti, tutti i suoi sforzi per rinnovare dall’interno e in modo progressivo la Chiesa, troppo dedita agli affari terreni, e lo fa con una straordinaria erudizione e un’abilità stilistica che gli permettono di assumere posizioni ideologiche difficilmente attaccabili. Per questo scopo Erasmo si cimenta nella traduzione dei Vangeli, onde recuperare e diffondere la purezza della dottrina di Cristo, tendente, secondo il letterato, a null’altro che alla pace.
Con l’infuriare della Riforma, il grande umanista si vede costretto a dover operare una mediazione tra posizioni quasi inconciliabili e per lui comunque inaccettabili: da un lato, infatti, è ben consapevole delle pecche e delle mende della Chiesa, cui pure non intende ribellarsi; dall’altro, condivide e insegna molte delle idee in materia di rinnovamento religioso e filosofico che andava gridando per l’Europa Martin Lutero, di cui non condivide l’avventatezza e lo spirito distruttivo. In aggiunta a tutto ciò va sottolineato che egli ritiene imprescindibile salvaguardare la propria libertà intellettuale. Così, Erasmo, amante della tranquillità necessaria per gli studi e per il fiorire delle amicizie, si ritrova all’improvviso conteso dalle fazioni in lotta per il predominio temporale e spirituale nell’Europa, perché personalità internazionalmente riconosciuta per le sue doti morali e intellettuali, e perciò capace di informare di prestigio e di potenza dialettica gli interessi in campo. Egli, tuttavia, evita fino alla fine di schierarsi con altri se non con i tolleranti, i liberi e gli illuminati dalla ragione, convincendo, adulando, promettendo e vezzeggiando pur di mantenersi indipendente da vincoli di schieramento, accettando regali da tutti per non essere schiavo di nessuno. Anche l’abito sacerdotale, da cui ottiene la dispensa da due papi, gli va stretto, ed egli, professati i voti per poter ricevere un’istruzione, si ingegna molto abilmente per evitare la vita monastica, considerata automortificante e comunque non adatta allo studio delle lettere e al libero dispiegarsi della ragione.
Erasmo è cristiano di fede viva e profonda, anche se, come si è accennato, condanna certa esteriorità propria della vita monastica a lui coeva. Il suo cosmopolitismo, la volontà di essere cittadino del mondo gli derivano, infatti, dal suo cristianesimo vissuto, ossia dalla consapevolezza della fratellanza, della concordia e dell’amore universale che devono contraddistinguere tutti i cristiani. Per Erasmo, del resto, le terribili guerre che devastano l’Europa altro non sono che malintesi causati da ignoranza e carenze nell’educazione. Del resto, educare significava per lui esaltare ciò che avvicina e unisce i popoli, anteporre i vincoli umani a quelli della patria, trasformare i legami religiosi del mondo cristiano in una fede davvero universale. Solo seguendo tali ordinamenti sarebbe stato possibile, fra l’altro, realizzare l’unificazione degli Stati europei, un progetto grandioso che solo oggi, a distanza di cinque secoli, si sta via via realizzando.
Questa pia philosophia erasmiana si realizza coraggiosamente in una recisa difesa dei più nobili ideali dell’uomo e del cristiano, vale a dire della pace e dell’amore universali: la guerra infatti, satanica negazione della vita e dell’agàpe, non fa che minacciarne e sconvolgerne con le sue follie la più intima essenza. Ma la pace, per Erasmo, non è una semplice idea o un mero argomento di discussione, perché – come acutamente osservato, lustri or sono, dal compianto Jean‑Claude Margolin (1973, p. 9) – la pace fra le nazioni d’Europa e, soprattutto, fra i cristiani, la pace dell’uomo con se stesso e con i suoi simili, la pace dell’uomo con Dio, la dignità dello spirito che rifiuta di sottomettersi alla bestialità dell’istinto sono per l’Umanista un’esigenza viscerale, per non dire un’ossessione costante, che l’accompagna prima, durante e dopo che ha diffuso il suo messaggio irenico assecondando circostanze storiche o personali opportunità. In tal modo, il “pacifismo” erasmiano, intenso e pressoché totalizzante, non nasce dalla tolleranza e dalla ragionevolezza, bensì si configura come una componente determinante della sua adesione piena all’essenza etica e spirituale del messaggio evangelico, che vieta in ogni frangente l’uso delle armi.
Eppure Erasmo, attento studioso e fervente ammiratore di Paolo e Agostino, non rifiuta in toto la guerra, ma ne muta l’oggetto: tutte le energie che gli uomini e i cristiani indirizzano contro altri uomini e altri cristiani dovrebbero essere impiegate nella lotta contro i vizi e contro il peccato. Riconoscendo la natura imperfetta dell’uomo e la caduta adamica, Erasmo è convinto che ogni persona debba sforzarsi per vivere in armonia con la legge di Gesù Cristo, combattendo «la guerra bellissima contro i peggiori nemici della Chiesa: contro la cupidigia di ricchezze, l’ira, l’ambizione, la paura della morte» (Dulce bellum inexpertis). Per far fronte a questa guerra il cristiano deve poter disporre di adeguate “armi spirituali”, che Erasmo illustra nel trattatello del 1503 Enchiridion militis cristiani (“pugnale”, ma anche “manuale del cristiano militante”), in cui descrive una esistenza caratterizzata da infinite battaglie per la conquista della pace con se stessi e con gli altri, e tale da far attingere l’ineffabile pace di Dio. Impegnandosi con zelo in questa battaglia eccellente, il miles Christianus potrà limitare sensibilmente il male morale che angoscia e affligge la sua anima, alleviando il tormento che costituisce la causa vera di tutte le guerre che dilacerano l’umanità. «Io bramo – esplicita nel Sileni Alcibiadis, Adagia 2201 – vedere i pontefici ricchi straricchi: ma ricchi della perla del Vangelo, ricchi delle ricchezze del cielo, che più si moltiplicheranno nelle loro mani quanto più largamente le distribuiranno […]. Io voglio che i pontefici siano armati fino ai denti: ma con le armi del Vangelo, “lo scudo della fede, l’usbergo della giustizia, la spada della salvezza che è la parola di Dio”. Li voglio al massimo pugnaci e battaglieri: ma contro i veri nemici della Chiesa, la simonia, la superbia, la lussuria, l’ambizione, l’ira, la miscredenza. Questi sono i Turchi che i cristiani devono tenere costantemente sotto controllo, devono combattere senza tregua. Di questa specie di guerra ha da farsi duce e promotore il vescovo».
Egli, del resto, aveva applicato questo stesso paradigma interpretativo nel Panegirico di Filippo il Bello (1504), in cui, più che celebrare i successi di Filippo IV di Borgogna, si preoccupava di ricordargli i doveri dell’autentico principe cristiano (che è padre dei suoi sudditi e dedito a ogni virtù) e i mille disagi e dolori che accompagnano ogni guerra. Così, l’ampio commento dell’adagio Dulce bellum inexpertis, apparso nel 1515, ma compiuto nel 1526, è il frutto puro e spontaneo dell’inquieta meditazione del grande Olandese su uno degli argomenti che più gli stanno a cuore: per il suo carattere organico, esaustivo e relativamente sereno, questa dissertazione è considerata la più ricca, riuscita e significativa testimonianza del “pacifismo” erasmiano. Ispirandosi a capolavori di Cicerone, Plinio e Seneca, il grande umanista vi sviluppa o vi accenna numerosi dei temi che poi tratterà nella Querela Pacis (1517), la sua più celebre, suggestiva e trascinante opera sulla pace.
Nell’Institutio principis cristiani (1516) si impongono all’attenzione numerose e notevoli riflessioni sulla pace e sulla guerra. Questo mirabile e diffusissimo speculum principis, composto per Carlo d’Asburgo, futuro imperatore Carlo V, insiste sull’idea che tutti gli sforzi del principe devono tendere al miglioramento materiale, morale e spirituale del suo Stato, realizzando concretamente la philosophia Christi. Le guerre, che immancabilmente causano un’infinità di sventure, dolori e morti, dovranno quindi essere evitate a ogni costo, e il monarca dovrà educare se stesso e il popolo a quella pace che – come sottolinea Baruch Spinoza – non è soltanto l’assenza delle guerre, bensì un’elevata virtù morale. Se il sovrano cristiano – pensa ancora Erasmo – medita sulla differenza che intercorre tra l’uomo, «nato per la pace e l’amicizia», e le bestie feroci, «nate» invece «per saccheggiare e combattere», comprenderà di certo che nessuna forma di guerra è naturale, bensì disumana e, di conseguenza, detestabile ed esecranda.

2. Circa l’attualità problematica della Querela Pacis (1517)
A Basilea, nel cuore d’Europa, nel 1517, patrocinata da un singolare avvocato, erudito filologo, umanista senza pari, Desiderio Erasmo da Rotterdam, la Pace esprime la sua querela, il suo lamento, le sue lagnanze al tribunale della coscienza d’ogni uomo. Non vi è nazione che possa vantarsi d’averla accolta: essa è costretta a vagare, raminga e reietta, alla ricerca di un luogo dove trovare ricetto. Quella di Erasmo, si potrebbe dire, è una Pace che non trova – né ha trovato ancora – pace. l’uomo, allora come oggi, non è guarito dalla malattia che inquina il suo animo, che lo rende homini lupus, né ha preso ancora piena coscienza di questo morbo che alberga in lui; altrimenti, starebbe già risanando, «visto che un passettino sulla strada della guarigione si attua nel riconoscimento di quanto sia grande la propria malattia». Non solo avvocato, quindi, ma soprattutto medico del cuore, Erasmo conduce una sorta di anamnesi alla ricerca delle cause che continuano a far degenerare l’umanità verso una condizione peggiore anche di quella degli animali privi di ragione.
La posizione dottrinale e filosofica dell’Umanista è molto netta e precisa: il resto del creato gode la pace e la concordia che gli deriva dal Creatore. Solo l’uomo, dotato di piena e autentica libertà, di libero arbitrio, può decidere di rifiutare il massimo dei beni concessigli, la pace. Il peccato d’orgoglio, causa della caduta adamica, frutto dello stravolgimento della capacità di scelta tra il bene e il male, continua a rigenerare nell’anima un’illusione di onnipotenza che porta gli uomini a sostituire il proprio “particulare” al bene comune. La sete di potere e di gloria, tipica non solo dei principi e dei governanti del mondo, bensì degli uomini tutti, scatena i conflitti più atroci sotto la parvenza del bene: a questo sovvertimento morale, religioso e politico, ci si deve opporre con ogni mezzo.
La philosophia Christi, il più ambizioso progetto pedagogico e politico di Erasmo, muove dalla consapevolezza che solo la dottrina di Gesù, espressa mirabilmente nella semplicità del Vangelo, può garantire a tutti gli uomini di potersi considerare veramente tali. È una concezione che si può far risalire fino all’Apologeticum, I, 18, in cui Tertulliano afferma: O testimonium animae naturaliter Christianae! Solo ritornando all’incorrotto messaggio evangelico, l’uomo può attingere alla sua più intima essenza; in tal modo, quindi, si spiega l’indagine filologica condotta da Erasmo sul Novum Testamentum, la sua ritraduzione e la sua “depurazione” rispetto ai travisamenti della Vulgata. L’esistenza e l’opera di Cristo, fino all’atto estremo di donare la vita, non insegnano altro che la pace: «Dà la pace, lascia la pace, la pace con gli amici, la pace con i nemici». Cristo dà la vita per questo: nel suo sacrificio si attua una guerra che non è quella dell’uomo contro l’uomo e contro Dio, ma una guerra contro la guerra dell’uomo contro l’uomo.
Erasmo è un soldato al servizio della pace e di Cristo: egli è, in una parola, un vero miles Christianus. In lui convivono queste due vocazioni: si sovrappongono e si fondono insieme, in primis giacché Cristo è il Dio dell’amore e della pace fra gli uomini. Erasmo è il combattente del Dio dell’amore che ha composto l’Enchiridion militis Christiani, in cui ha illustrato con dovizia di particolari i doveri di pietà che competono a chi professa l’autentica fede in Cristo. Sono variazioni sullo stesso tema il ribrezzo e l’assoluto rifiuto della guerra, l’amore, la difesa o il lamento della pace: la contingenza storica, ancora una volta e ancora di più, esige un assoluto etico e una verità eterna che sembra inattingibile e che, nonostante gli sforzi, ogni epoca vagheggia.
In tal modo, la psicologia fonda di Erasmo si esprime in accenti patetici o in grida di collera cui non siamo molto avvezzi. La Chiesa è il corpo mistico di Cristo e il romano pontefice, successore di Pietro, il vicario del Figlio di Dio in terra. Eppure, papa Giulio II, col suo spregiudicato imperialismo, si impone agli occhi di Erasmo come l’antimodello di ogni pontefice: contro di lui compone, anonimo, lo Iulius exclusus e coelis, operetta satirica in cui si mette in scena l’ultima vana fatica del papa guerriero, l’ingresso in paradiso.
A papa Giulio non viene aperta la porta dei Cieli dal portinaio san Pietro, a causa del suo comportamento scellerato in vita. Erasmo, del resto, ritiene somma sventura per la cristianità, e per l’umanità in ultima analisi, se – come nel caso della sua epoca – il rappresentante di Cristo non è sapiente o è cattivo, e se dispone dell’eredità di Gesù non per unire, bensì per dividere la Chiesa e gli uomini. Scrive Erasmo nella Querela: «Se tutti quanti vogliamo la pace, perché si è obbedito con tanta solerzia a Giulio che si prodigava per la guerra, e qualcuno a malapena obbedisce a Leone che spinge alla pace e alla concordia?».
Ogni guerra, ogni conflitto e ogni scontro armato per Erasmo va rigettato e contrastato: è una concezione originaria, questa, che precede Agostino, che si rifà direttamente a Cristo stesso e ai Padri della Chiesa. Come quello di costoro, infatti, il pacifismo di Erasmo è integrale, senz’appello: sono da ritenere infondate le accuse rivoltegli, tanto in vita quanto nei secoli successivi, di opportunismo politico e di incapacità di prendere una posizione netta e precisa tra i diversi partiti e fazioni. Eppure, come nella formazione del principe cristiano, il moralista supera il politico. Anche Tommaso Moro, suo intimo amico, deve essere definito pacifista, anche se non in senso assoluto, dato che nell’Utopia giustifica il ricorso alle armi nel caso della difesa del proprio Paese o degli alleati ingiustamente attaccati.
È il cosmopolitismo, la volontà di essere cittadino del mondo, la testimonianza più tangibile del cristianesimo di Erasmo. Solo chi considera gli altri, tutti gli altri, fratelli, riconosce l’incessante richiamo alla fratellanza, alla concordia e alla pace del Vangelo. Se era vero – come ritiene Erasmo – che le guerre si originano soprattutto a causa dei difetti dell’educazione, il compito degli educatori risulta di primaria importanza. Il progetto erasmiano precorre i tempi, perché solo anteponendo gli interessi della persona umana a quelli dei singoli stati si poteva realizzare l’unità profonda dell’Europa sotto l’egida della croce. L’equilibrio politico del Vecchio Mondo risulta profondamente turbato, dal momento in cui i Turchi fanno capitolare, il 29 maggio 1453, la capitale del millenario impero bizantino. Era così venuto meno quell’ideale di cosmica fratellanza vagheggiato da Niccolò Cusano nel De pace fidei, vergato proprio nel 1453, in cui il filosofo considerava le varie religioni e le varie confessioni come le diverse espressioni dell’unità universale: cristiani, ebrei e musulmani adorano lo stesso Dio, pur in modo diverso.
Di fronte al problema dei Turchi Erasmo ribadisce la sua personale posizione anche nella Querela. Pur avendo sostenuto con intransigenza che la guerra è sempre e comunque da evitare, «se la peste della natura umana è questa, non essere in grado di stare lontano dalle guerre, perché non si cerca di indirizzare questa sventura contro i Turchi? Va da sé che si sarebbero dovuti guadagnare alla fede in Cristo anche costoro, con l’insegnamento, con la rettitudine nelle azioni e con una vita pura, anziché assaltarli con le armi». Se l’unico modo perché i cristiani smettano di muoversi guerra e si uniscano deve essere coalizzarsi contro i Turchi, Erasmo pur a malincuore accondiscende almeno a parole. Il fatto è che – ricorda sconsolato il grande Olandese – i cristiani «si alleano con i Turchi e si muovono guerra l’uno contro l’altro».
Su questo argomento si impone una lettera di Erasmo a Leone X, stesa il 21 maggio 1515 ca.: nella parte finale di questo scritto, l’Umanista sostiene che vi sono due guerre, la prima e più importante contro i vizi e i peccati, veri e unici avversari dei cristiani, l’altra contro gli empi infedeli. Solo debellati i primi, se si vogliono correttamente interpretare i titoli antichi come “Dio degli eserciti”: «egli sia il Dio degli eserciti, a patto però che s’intendano le schiere come armonia delle virtù, con la cui difesa gli uomini pii fanno letteralmente a pezzi i vizi. E va bene che sia il Dio delle vendette, a patto che si prenda come vendetta soltanto la correzione dei vizi, in modo da riferire le stragi»; come scrive nella Querela, solo ritornati simili a Dio, i veri cristiani possono muovere guerra ai Turchi.
Ancora, il lungo e disteso commento all’adagio Dulce bellum inexpertis, apparso nel 1515, anche se compiuto solo nel 1526, si deve considerare il frutto più riuscito dell’annosa e travagliata meditazione di Erasmo sulla guerra e sulla pace. Un altro testo, tuttavia, precede e contiene tutti i germi della riflessione erasmiana su questo problema, la notissima lettera ad Antonio di Bergen del 14 marzo 1514, subito tradotta in tedesco e diffusa in Europa sotto il titolo di Lettera del signor Erasmo da Rotterdam al signor Antonio di Bergen, abate di Saint‑Bertin. «Spesso mi sono stupito – confessa Erasmo – che non dico cristiani, ma semplicemente uomini arrivino a una tale follia da utilizzare tanti sforzi, danaro e zelo per assicurarsi una rovina reciproca […] Non tutte le bestie combattono, ma solo le fiere. E queste, poi, non è che combattano tra di loro, ma con belve di specie diversa; e questi lottano con le loro armi naturali, non come facciamo noi con macchine nate da un’arte diabolica; non combattono per un motivo qualunque, ma per la loro prole e per il cibo. La maggior parte delle nostre guerre, invece, nasce dall’ambizione, dall’ira, dalla lussuria o da altre malattie dell’anima. Gli animali, insomma, non vanno come noi verso la propria morte in branchi compatti. Noi che portiamo il nome di Cristo, che null’altro ha insegnato se non la mansuetudine attraverso il proprio esempio; noi che siamo le membra di un unico corpo, un’unica carne; noi che ci nutriamo del medesimo spirito, noi che ci alimentiamo dei medesimi sacramenti; noi che siamo uniti al medesimo capo, noi che siamo stati chiamati alla medesima immortalità; noi che aspiriamo alla comunione suprema che deve unirci a Cristo come egli stesso è unito al Padre […] può mai esserci per noi al mondo cosa di tale importanza da indurci a far la guerra? La guerra è così nefasta, così orribile che neppure con la giustificazione della sua totale legittimità può essere approvata da un uomo dabbene».
Per Erasmo la guerra è il male assoluto: quanto egli molte volte ha scritto, bellum a bello seritur, ha trovato conferma a lungo termine, non nell’immediato. La volontà morale si trasforma in azione politica: del resto, tra Machiavelli ed Erasmo non deve aver ragione per forza il primo, anche relativamente alla ragion di Stato, che in effetti non è la ragione. Il guerriero, ad avviso del Nostro, gode di un destino terribile: come dice nella Querela, « i combattenti hanno davvero una miserevole sorte! Il vincitore è fratricida; il vinto, a sua volta, muore colpevole di fratricidio non diversamente dall’altro, dato che anch’egli si è prodigato a compiere un fratricidio». Tutti i soldati portano sul corpo i segni della corruzione fisica, inequivocabile specchio della depravazione morale. Il confronto con la posizione del fraterno sodale More, anche questa volta, è d’obbligo: questi, infatti, dileggia gli Svizzeri, la cui insanabile follia li spinge a rischiare la vita per danaro, come i famosi Cari dell’antichità, spesso citati da Erasmo, in particolare in uno dei suoi Adagia come nella Querela.
Così, per uno strano destino, la Querela Pacis viene pubblicata nel 1517, l’anno in cui Martin Lutero affigge le sue famose tesi al portale della chiesa di Wittenberg. Nulla di più atroce: le guerre tra cristiani si moltiplicano a dismisura, fino a portare alla Riforma. Il contrasto religioso assume coloriture politico‑economiche e non solo l’irenismo, bensì anche il cosmopolitismo erasmiano s’infrange definitivamente. Nonostante che le posizioni di Erasmo e di Lutero siano, per molti aspetti, simili, i due non si trovano mai d’accordo sul tipo di attuazione del rinnovamento della Chiesa. Anzi, le proposte di Lutero infiammano tanto gli animi da causare stragi e carneficine, ossia quanto di più lontano dai desiderata dell’Olandese.
«Vi sono alcune circostanze in cui la pace te la devi acquistare»: Erasmo si appella al principe, si rivolge ai governanti, e parla a tutti gli uomini. La pace va acquistata, e il suo prezzo non è mai troppo alto, non è mai troppo caro, soprattutto se ci si ferma a riflettere sulle rovine esteriori e interiori che essa produce. E ciò risulta ancora più evidente dopo un secolo come il XX, dopo un secolo di guerre mondiali e micidiali, di stragi contro l’umanità e di genocidi noti o ignoti. «La pace te la devi acquistare»: è una sentenza, tanto breve quanto decisiva, questa, che non lascia alternative, se è vero che l’uomo è più disposto a spendere per il proprio utile, piuttosto che per il bene altrui. Così Erasmo, fervido sostenitore dell’esatto contrario, è divenuto il simbolo di un’Europa unita e accomunata dal desiderio di appartenenza a una sola grande comunità, quasi ne fosse l’ispiratore e il fondatore. Il suo pacifismo è, forse, l’aspetto più tipico del pensiero morale erasmiano, su cui né gli amici né i nemici della pace si sono mai ingannati. Per questo, ancora nel terzo millennio, la pace ha bisogno di un avvocato, di un medico e di un soldato che ne curi l’incolumità.
In questo scritto di veemente impegno etico‑politico, nonché retorico‑stilistico, Erasmo espone le proprie idee sulla pace, condensando l’essenza della sua speculazione morale e religiosa. Redatta su commissione del gran Cancelliere di Borgogna, Jean Le Sauvage, in occasione della nomina di Erasmo a Consigliere dello stesso Carlo di Borgogna nel 1515, l’opera deve rappresentare uno strumento per perorare efficacemente la causa della pace presso i sovrani più potenti d’Europa. A tal fine Erasmo vi instilla il suo timore e la sua indignazione di fronte alle barbare atrocità della guerra, la sua fede incrollabile nei più alti valori umani e divini e il magnanimo cosmopolitismo della sua coscienza, che aspira a un’Europa pacifica e unita. Su questa linea, non tralascia di appellarsi a ideali propri del ceto medio come l’ordine, la prosperità e la sicurezza delle risorse e dei commerci.
In quest’opera breve, ma colma di significato e di valori tuttora condivisibili, Erasmo si avvale magistralmente della sua prodigiosa cultura classica e cristiana, e del vastissimo repertorio di strumenti retorici a sua disposizione: un’appassionata personificazione della Pace (in piena consonanza, naturalmente, con la philosophia Christi) denuncia alla cristianità intera le miserie morali e religiose, le assurdità e le follie che caratterizzano ogni guerra, sottolineando con toccante energia gli innumerevoli vantaggi che essa soltanto, la Pace divina, può recare a ogni Stato (e a ogni uomo) che voglia cercarla e lasciarla operare.
Il Figlio di Dio – ricorda commossa ai suoi uditori – è stato definito dal profeta Isaia «il principe della pace» e, durante tutta la sua vita in terra, non ha fatto che predicare la pace, la mitezza, la bontà e l’amore:

Cosa lascia ai suoi, eh? State ascoltando? Lascia forse cavalli o un corpo di guardia o il comando o ricchezze? Nessuna di queste cose. E, allora, cosa lascia? Dà la pace, lascia la pace, la pace con gli amici, la pace con i nemici. Si faccia, ora, attenzione su questo punto: cosa ha chiesto al Padre fin da quella mistica cena, quando già incombeva l’ora della morte, in quelle estreme preghiere? Ha domandato, mi pare, una cosa che esula dall’ordinario Egli, che ben sapeva che avrebbe ottenuto dal Padre tutto ciò che chiedeva. «Padre santo – dice – conservali nel tuo nome, perché siano una cosa sola, come lo siamo pure noi ». Considera, per favore, l’eccezionalità della concordia che Cristo pretende dai suoi. Non ha detto «perché siano unanimi», ma «perché siano una cosa sola», e questo non in un modo qualsiasi, ma «come noi – dice – siamo una cosa sola», noi che siamo la stessa cosa in base a un ordine perfettissimo e meraviglioso; in questo modo, poi, tra le altre cose indica che è soltanto questa la strada che gli uomini devono percorrere, se vogliono la salvezza: nutrire tra loro una reciproca pace.

La conseguenza più diretta e immediata è che tutti i belligeranti sono falsi cristiani: i loro feroci istinti di guerra, che li spingono all’odio e al massacro dei loro fratelli, saranno inevitabilmente puniti da Dio. La guerra non è soltanto un clamoroso tradimento dei valori della vera religio, ma anche un’insensata e inescusabile rinuncia alla ragione umana, le cui virtù sono state mirabilmente descritte anche dai massimi autori greci e latini. «Se la malattia più distruttiva di uno Stato risiede nel disprezzare le leggi, rifletti: “tacciono le leggi tra le armi”», scrive l’Olandese riprendendo Cicerone.
Erasmo, nella pars construens della Querela, non lesina certo i suggerimenti per evitare i conflitti in Europa, anche se tali consigli sono sembrati piuttosto astratti e utopistici ad alcuni critici. Per riprendere la sintesi di Pierre Mesnard (1952, p. 187), si può affermare che per l’Olandese si doveva cominciare col disarmare gli antagonismi nazionali, facendo comprendere e vivere agli uomini la solidarietà cristiana; occorreva, poi, dare un assetto stabile agli Stati dell’Europa, chiedendo ai principi di fissare una volta per tutte i confini dei loro possedimenti; si dovevano, inoltre, fissare regole uniformi di successione, onde evitare contestazioni fra i candidati; togliere ai principi la facoltà di dichiarare guerra di loro iniziativa, e organizzare arbitrati fra le nazioni o i re, risolvendo così i conflitti prima ancora che scoppiassero; e, infine, mobilitare in favore della pace tutte le forze civili, morali e spirituali disponibili.
La Querela Pacis riscosse grande fortuna, tanto che se ne ebbero molte edizioni e traduzioni, in particolar modo durante i periodi di tensione internazionale. Il suo esplicito appellarsi a umanità e ragione viaggiò in parallelo con l’attacco alla debolezza di base della teoria della guerra giusta: perché la si ritenga tale, una guerra necessita di un organismo imparziale che possa determinarne la giustizia (R. H. Bainton, 1970). Quest’organismo non è mai esistito, nonostante alcuni tentativi attuati nella seconda metà del Novecento, che, sebbene probabilmente ispirati dalle necessità contingenti più che da un autentico spirito erasmiano, non si sono dimostrati all’altezza del delicatissimo compito loro assegnato.
Nel riflettere riguardo alle cause che suscitano tali conflitti e sugli effetti che ne derivano, il grande umanista conclude che le guerre non hanno altro effetto se non rendere più feroci e tragiche le controversie; per risolverle occorrerebbe adottare, all’opposto, soluzioni assai più civili e umane, quali il dialogo e le transazioni. La guerra per lui, inoltre, è sempre ingiusta, giacché i mali che provoca ricadono inevitabilmente su persone innocenti e spesso indigenti, che nulla hanno a che fare con essa. Ma quel che per Erasmo è ancor più grave e assurdo, quel che più ferisce e affligge la sua coscienza di umanista religioso è la guerra fra cristiani: nei due campi, infatti, c’è Cristo, quasi egli fosse impegnato in una guerra contro se stesso. L’Olandese si scaglia risolutamente contro i vescovi, pessimi esempi, perché non si vergognano di stare su un campo di battaglia, né di mischiare i sacramenti con una realtà atroce, peggiore perfino di quella infernale. Neanche la difesa della fede, infine, legittima in alcun modo il ricorso alla guerra: in effetti – conclude Erasmo – la coerenza autentica e la forza morale sono strumenti ben più efficaci per difendere e divulgare il messaggio di Cristo.
Nonostante le considerazioni sin qui fatte, il padre della pace Erasmo, da attento ed esperto osservatore della natura umana e della storia, non si dichiara fautore di un pacifismo assoluto: la guerra è a parer suo – come s’è detto – oltremodo dolorosa e funesta, e va perciò in linea di principio evitata; d’altra parte, in taluni casi, quando ogni altra soluzione pacifica, ragionevole e cristiana si sia rivelata inutile, essa può rappresentare un’extrema ratio necessaria, che un princeps Christianus non può e non deve esimersi dall’adottare. «Un buon principe – precisa Erasmo nell’Institutio – non entrerà in guerra se non quando, dopo aver tentato di tutto, vedrà che non può proprio evitarla con nessun altro mezzo». Ciò non toglie, tuttavia, che anche tali conflitti apprezzabili e condivisibili arrechino ugualmente parecchi danni allo Stato. È per questo, allora, che la lezione principale che Erasmo intendeva lasciare ai suoi contemporanei e, in generale, a tutti gli uomini si può sintetizzare in un’esortazione – insieme lucida e appassionata – a meditare e vivere toto corde l’amore cristiano (agàpe), che si deve trasformare in un’effettiva partecipazione alla vita e alle sofferenze degli altri, ossia si deve manifestare in un’attenzione costante e sincera verso il prossimo. In tal modo, nel suo Enchiridion leggiamo che amare gli altri, tutti gli altri, significa «correggere chi si comporta male, istruire chi non sa, risollevare chi è caduto, consolare chi è afflitto, soccorrere chi ha bisogno e, in una parola, usare tutte le nostre risorse per aiutare quante più persone possiamo».
Tutti, secondo il “principe dell’umanesimo europeo” (Huizinga), devono godere dei beni elargiti dal sublime magistero della pace cristiana: questo implica che la totalità dei cristiani – non solo i membri del clero, ma anche gli uomini di governo e gli educatori – debbano impegnarsi con zelo ed entusiasmo nel nobile scopo di diffondere ovunque la pacifica “buona novella” donata dal Messia. In tal modo, un numero sempre maggiore di uomini potrà conoscere, amare e praticare l’esempio e gl’insegnamenti di Cristo, quel modus vivendi amorevole e pacifico che, secondo Erasmo, rappresenta l’unica vera filosofia.
Nonostante il sopracciglio alzato con cui il lettore moderno recepisce il postulato dell’umanesimo secondo cui «l’uomo istruito non è più capace di rozza violenza» (un’idea rinascimentale professata da Erasmo, cui la storia recente ha aggiunto un corollario, «a meno che l’istruzione non serva per perseguire fini malvagi») a quasi cinque secoli dalla loro pubblicazione, tutti questi scritti sulla pace ci si impongono ancora come vivissimi e attuali, in virtù soprattutto dei valori universali che sostengono le loro pagine: la dignità di ogni uomo, la ragione, la fratellanza, l’amore reciproco. All’alba del terzo millennio, come nel XVI secolo, la guerra appare un’aberrazione stupida, atroce e odiosa, del tutto incompatibile non solo con le massime evangeliche, ma soprattutto con la razionalità stessa della stirpe umana.
Anziché architettare violenze inaudite e costruire armi via via più micidiali e incontrollabili, l’uomo postmoderno potrebbe risolvere – forse – la maggior parte dei problemi etico‑politici che lo turbano e l’opprimono mediante un confronto non-violento e onesto con i presunti “nemici” e con le loro ragioni, grazie a un’apertura franca e disinteressata verso tutti gli altri, e specialmente verso le loro diversità. Ancora una volta Erasmo può illuminarci la strada, egli che «aveva subito il medioevo nel corpo e nell’anima» (S. Zweig, 1994, p. 35), sotto una ferrea disciplina aveva imparato a odiare, come antiumana, ogni chiusa unilateralità dottrinaria, ogni irrinunciabile dogma, ogni opinione indiscutibile, optando per il dialogo, per la condivisione e per la persuasione degli altri.
Erasmo, per tutta la durata della sua non lunghissima vita, mise in pratica questi principi; basti, però, un esempio per dimostrare come la tensione verso il dialogo costituisse sul serio le radici della filosofia erasmiana: il difficile rapporto con Martin Lutero e col movimento della Riforma protestante. Erasmo e Martin Lutero non avrebbero potuto essere maggiormente dissimili: nell’aspetto, come nel carattere rappresentavano la ragione contro la passione, l’indulgenza contro il fanatismo, la cultura contro la forza primigenia, l’evoluzione contro la rivoluzione. Pur sostenendo essenzialmente le medesime tesi, la forma e l’uditorio cui erano rivolte erano tali per cui dove Erasmo suscitava reazioni spirituali di una ristretta cerchia di intellettuali, Lutero scuoteva gli animi, e le sue parole diventavano grido di battaglia. Lutero, che «tra tutti gli uomini geniali che la terra ha prodotto […] fu forse il più fanatico, il più intransigente, il più indocile e bellicoso» (S. Zweig, 1994, p. 100) fu fronteggiato da Erasmo, che aveva fatto del non‑fanatismo quasi una religione, in modo pacato e cortese, quasi stesse compiendo un gioco di stile, perplesso di fronte alla compiacenza dell’avversario nel vincere e schiacciare un nemico.
Entrambi rimasero scandalizzati dal mercato delle indulgenze durante il pontificato di Leone X, pur reagendo in modo opposto, dato che, mentre Erasmo elaborava testi arguti e ironici diffusi in un’élite culturale, Lutero affiggeva le sue Tesi sul portone della chiesa di Wittemberg. Il Riformatore provocò la costernazione dell’Olandese, che era invece convinto che questi argomenti di teologia si sarebbero più proficuamente discussi sottovoce e in un gruppo di dotti, piuttosto che gridati in una piazza. Come, infatti, la storia ci ha dimostrato, attorno all’appello religioso di Lutero, cui il Riformatore attribuiva scopi puramente spirituali, si addensò una pesante atmosfera di interessi politici ed economici, e Lutero divenne, probabilmente suo malgrado, il simbolo di complicati interessi terreni. Quanto egli aveva desiderato nel regno dello spirito, da molti, forse troppi, fu attuato nel regno della carne e portò a risultati assai inferiori alle aspettative.
Erasmo non si volle mai legare a Lutero, che pur condivideva gran parte delle sue idee, perché questi le sosteneva in modo troppo violento e dispotico e perché riteneva gli scettici come nemici ed emissari di forze maligne. Alle richieste di sostegno del Riformatore l’Umanista rispose con cortesia e, qualche volta, con ambiguità, al fine di salvaguardare a ogni costo la propria libertà d’azione e l’integrità della sua persona: «Tutto ciò che Lutero invoca, io stesso l’ho insegnato, ma non con tanta violenza e senza quel linguaggio estremo», confesserà a Zwingli, lo sventurato riformatore religioso svizzero. Ma, mentre Erasmo proponeva una cura progressiva ai mali della chiesa, fatta di ragione e satira, Lutero propugnava l’amputazione: «Salda è la mia decisione di lasciarmi piuttosto dilaniare a brano a brano che non favorire la discordia, tanto più in argomenti di fede. […] Ma benché io ammetta che molte cose entro la Chiesa dovrebbero venire mutate a vantaggio della religione, non mi piace affatto ciò che porta a una ribellione di questo genere».
Erasmo, in qualche misura, prevedeva che tale secessione dei paesi germanici dal potere ecclesiastico non si sarebbe potuta attuare senza sanguinosi conflitti, che per lui significavano immancabilmente regresso, barbarie e annichilimento della ragione. In questa delicatissima fase storica rappresenterà, da solo, la chiara ragione, difendendo, armato solo della penna, l’unità d’Europa, della Chiesa e dell’uomo dal crollo e dalla rovina. Ma consigliare saggezza e prudenza a un uomo sostenuto dal plauso popolare e certo di udire il comandamento divino si dimostrò vano, così come vani furono i tentativi di indurre il pontefice e i principi a evitare il fanatismo che mai riconosce i propri errori, e a cercare il dialogo con Lutero, piuttosto che la scomunica.
La Dieta di Worms (1521), risultato diplomatico di tali esortazioni, fu il luogo ove l’imperatore Carlo V e Martin Lutero si confrontarono, e dove il monaco osò ribellarsi e ricusare obbedienza alla Chiesa in faccia all’imperatore e alla corte radunata col famoso: «Questa è la mia posizione, non posso altrimenti», causando in questo modo una frattura insanabile in Europa. E dov’era Erasmo? Purtroppo, in quest’ora fatale egli se ne restava chiuso al sicuro nella sua stanza, incapace di offrire la sua persona in sacrificio alle sue idee. Forse, proprio quest’attimo mancato, ancor più che la sua assenza alla successiva Dieta di Augusta (1530), rappresenta la causa della sconfitta storica delle idee erasmiane, la mancata traduzione del suo volere in azione.
Nell’ora tremenda dello scontro, tanto i luterani quanto il Papato e l’Impero anelavano e rivendicavano a gran voce l’approvazione e l’appoggio di questo campione del sapere che, tuttavia, non poteva schierarsi né con la Chiesa Cattolica, dato che egli stesso ne aveva criticato le torbide consuetudini e ne aveva per primo chiesto il rinnovamento, né con Lutero, perché questi non rappresentava né diffondeva la sua idea di un Cristo portatore di pace. Agli attacchi iracondi di Lutero, Erasmo risponderà col suo De libero arbitrio, esortazione alla tolleranza di enorme successo, in cui affronta il tema della libertà e schiavitù del volere umano secondo la teoria luterana. Lutero col suo De servo arbitrio, trattato sulla schiavitù della volontà umana, sosteneva invece la necessità della certezza e intransigenza di ogni buon cristiano, laddove, per Erasmo, il cristiano era colui che sentiva nell’animo una divina pace e indulgenza.
Molti sono i critici che ritengono questo scontro il punto di rottura tra Umanesimo e Riforma, il divorzio tra ragione e passione. Così Erasmo, consapevole che la sua alta concezione della razionalità è stata sconfitta e che, in periodo di follia quale quello che stava vivendo, era risultato vano invitare gli uomini all’humanitas, rifiuta di stringere la mano tesagli da Lutero, che aveva infranto il suo progetto filosofico‑religioso: «Quel che è stato tra noi due non ha importanza, e tanto meno per me, già prossimo alla morte; ma quello che suscita scandalo in ogni uomo dabbene come me medesimo, è il vedere che il tuo contegno pretenzioso, impudente e ribelle distrugge il mondo intero […] e che per volontà tua questa bufera non giunge alla soluzione pacifica per cui io ho combattuto».
Nel 1535 Erasmo si spense nella tollerante Basilea, estremo porto di una peregrinazione durata tutta la vita alla ricerca di un santuario del sapere, di un luogo intatto da interferenze storiche e violenti contingenze, ove continuare l’opera di infaticabile filologo e di scrittore eruditissimo, da spirito libero. Egli morì isolato e amareggiato, mentre gli inquisitori cattolici condannavano la sua opera e la rendevano oggetto di ludibrio da parte dei riformatori. Johan Huizinga (1924, passim) sottolinea l’aspetto probabilmente più tragico della sua esistenza: «aver visto meglio di ogni altro il nuovo che stava per venire, e non averlo potuto accettare, pur essendo entrato in conflitto col vecchio». L’astro di Erasmo era dunque al declino, e, per l’Italia, il 1542 segna la data dello stabilirsi della santa inquisizione e del definitivo tramontare della fortuna del grande filologo. Qualche anno dopo papa Paolo IV metterà all’indice tutte le sue opere, comprese quelle che non avevano come oggetto la religione.
Se si vuole paragonare la “volontà di potenza”, rappresentata dal pensiero machiavelliano, e il potere della ragione, sostanziato da quello erasmiano, il primo risulta storicamente vincente (S. Zweig, 1994). Eppure, nonostante tale considerazione, spiritualmente la speculazione erasmiana offre elementi di notevole interesse, anche se si caratterizza per un’intrinseca difficoltà a tramutarsi in pensiero di massa: la costante tensione all’imparzialità, a poco a poco, si fa partito, nella stessa misura in cui il raziocinio e l’imperturbabilità di rado sono caratteristiche delle folle. Ma, come afferma Mesnard (1963, p. 129), «nel momento stesso in cui il Machiavelli condensa nel Principe le conclusioni politiche del Rinascimento italiano […] e cela sotto le formule amare un mondo in decomposizione, il saggio Erasmo edifica una visione serena dell’uomo e dello Stato proprio nel cuore di un grande fervore costruttivo».
In questo nostro tempo, simile troppo forse a quello di Erasmo, in cui si attuano una nuova rivoluzione e un nuovo relativismo tanto cognitivo quanto culturale, assistiamo a un rifiorire e a un riaffermarsi dell’ideologia del grande olandese. A lui infatti si rivolgono gli spiriti liberi, ossessionati dalla preoccupazione di non ridurre in cenere quanto si vorrebbe difendere e preservare dagli attacchi esterni, ossia quella fiducia nella ragione e nella ragionevolezza umana e quella avversione per gli eccessi violenti e spesso controproducenti per ogni tipo di rapporto fra individui e fra Stati.
Nel suo levigatissimo latino, il sommo umanista intratteneva corrispondenza e amicizie con un’impressionante numero di persone che, pur separate dalla distanza geografica, erano accomunate dagli interessi filantropici e dall’amore per le lettere e per la cultura. Dalla sua vita, se non proprio lezioni di coraggio, si possono tuttavia trarre insegnamenti di tolleranza, ragionevolezza, coerenza e, soprattutto, ci si può ispirare al suo radioso esempio di libertà intellettuale. Il suo cosmopolitismo, animato da una pietas produttrice di carità fraterna e comprensione, resta, a nostro avviso, l’unica via percorribile verso un’integrazione dei popoli che non significhi eliminazione delle differenze.
Nonostante la sua sconfitta storica, pertanto, merito di Erasmo è sicuramente l’aver aperto la strada al pensiero umanistico, a questa concezione eterna e intuitiva secondo cui compito supremo dell’umanità è di farsi sempre più umana, sempre più spirituale e sempre più aperta. Lo spirito della conciliazione e della tolleranza affermerà le sue ragioni di fronte a quello della violenza successivamente da Montaigne a Spinoza, da Kant a Tolstoj, a Gandhi, a Rolland, e con più forza nei momenti più bui della nostra storia, animato dall’istinto che spinge l’umanità nella sua irruente corsa nella storia: la speranza di un’ascesa, magari verso la moralità più autentica, forse verso un accordo sostanziale fondato su quegli ideali che, oggi, si definiscono comunemente – ma forse, una volta tanto, a giusto titolo! – i fondamenti effettivi della Cittadinanza europea del Terzo millennio.
Per concludere, quindi, con le parole dello stesso Erasmo, possiamo affermare che «la cosa più scellerata è che alcuni, scaltriti come tiranni, sapendo bene che, se il popolo è concorde al suo interno, il loro potere è meno sicuro e che, se il popolo è diviso, riescono a comandare più stabilmente, subornano persone che, di proposito, inneschino una guerra: in tal modo, dividono coloro che erano uniti e derubano l’infelice popolo con più libertà [Querela Pacis]».

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
1. Opere di Erasmo
Opera omnia emendatiora et auctiora, a cura di J. Leclerc (1703-6), Hildesheim, 1962, 11 voll.
Le Chevalier de Berquin, La Complainte de la Paix (1525). Introduction, notes, commentaires et appendices par E. V. Telle, Paris 1978.
The Complaint of Peace. With an introduction by W. J. Hirtenn. Translated by T. Paynell (1559), New York 1946.
Il lamento della pace, a cura di L. Firpo, Torino 1968.
Contro la Guerra, a cura di F. Gaeta, L’Aquila 1968. [Vi si trovano accurate versioni del Dulce bellum inexpertis e della Querela Pacis.]
La philosophie chrétienne. Introduction, traduction et notes par P. Mesnard, Paris 1970.
Erasme. Guerre et Paix. Introduction, choix de textes, commentaires et notes par J.-Cl. Margolin (1973), Paris 1992. [Offre, inter alia, una pregevole versione della Querela.]
The Praise of Folly. Translated with an introduction and commentary by C. H. Miller, New Haven and London 1979.
Adagia. Sei saggi politici in forma di proverbi, a cura di S. Seidel Menchi, Torino 1980.
La formazione cristiana dell’uomo, a cura di E. Orlandini Traverso, Milano 1989. [Contiene valide traduzioni dell’Enchiridion militis christiani, dell’Institutio principis christiani, del De pueris statim ac liberaliter instituendis e della Paraclesis.]
Elogio della follia, a cura di L. D’Ascia, Milano, 1989.
Il lamento della pace, a cura di C. Carena, Torino 1990.
The Education of the Christian Prince. Edited by L. Jardine. Traslated by N. M. Cheshire and M. J. Heath, Cambridge 1997.
I colloqui, a cura di G. P. Brega, Milano 2000.
Plaidoyer pour la paix. Traduit du latin et présenté par Ch. Labre, Paris 2002.
Colloquia. Progetto editoriale e Introduzione di A. Prosperi. Edizione con testo a fronte a cura di C. Asso, Torino 2002.
Adagia, a cura di D. Canfora, Roma 2002.
Scritti religiosi e morali. Progetto editoriale e Introduzione di A. Prosperi. A cura di C. Asso, Torino 2004.
Per una libera educazione, a cura di L. D’Ascia, Milano 2004.
Il galateo dei ragazzi, a cura di L. Gualdo Rosa, Napoli 2004.
Il lamento della pace, a cura di F. Cinti, Milano 2005.
Scritti teologici e politici, a cura di E. Cerasi e S. Salvadori, Milano 2011. [Utilissima versione con testo a fronte, fra il resto, della globalità degli scritti politici.]
Adagia di guerra, pace, saggezza, follia, a cura di D. Canfora, Palermo 2013.
Adagi [prima traduzione italiana con testo a fronte], a cura di E. Lelli, Milano 2013.
Prefazioni ai Vangeli, a cura di S. Seidel Menchi, Torino 2021.
Proverbi, sentenze e massime di saggezza in Grecia e a Roma. Tutte le raccolte da Pitagora all’Umanesimo, a cura di E. Lelli, Milano 2021.

2. Alcuni studi su Erasmo
C. Augustijn, Erasmo da Rotterdam. La vita e l’opera (1986), Brescia 1989.
R. H. Bainton, Erasmo della cristianità (1969), Firenze 1989.
M. Bataillon, Erasme et l’Espagne. Recherches sur l’histoire spirituelle du XVIe siècle (1937). Préface de J.-Cl. Margolin, Genève 1998.
L. Borghi, Umanesimo e concezione religiosa in Erasmo da Rotterdam, Firenze 1935.
L. Bouyer, Erasmo tra Umanesimo e Riforma (1955), Brescia 1962.
L. D’Ascia, Erasmo e l’Umanesimo romano, Firenze 1991.
L. D’Ascia, Frontiere. Erasmo da Rotterdam, Celio Secondo Curione, Giordano Bruno, Bologna 2004.
M. Dazzi, Aldo Manuzio e il dialogo veneziano di Erasmo, Vicenza 1969.
M. Delcourt, Erasme (1944), Bruxelles 1986.
A. M. Erba, L’umanesimo spirituale. L’Enchiridion di Erasmo da Rotterdam, Roma 1994.
G. Faludy, Erasmus of Rotterdam, London 1970.
G. Feugère, Erasme. Etude sur sa vie et ses ouvrages, Paris 1874.
A. Gambaro, La pedagogia di Erasmo da Rotterdam, Torino 1942.
M. de Gandillac, Introduction à la politique d’Erasme, in Umanesimo e scienza politica, Milano 1951, pp. 181-184.
E. Garin, Erasmo, Fiesole 1988. (Il volumetto contiene, fra l’altro, un’eccellente traduzione della Querela Pacis.)
L.-E. Halkin, Erasmo (1987), Roma-Bari 1989.
J. Huizinga, Erasmo (1924), Torino 2002.
A. Hyma, The life of Desiderius Erasmus, Assen 1972.
P. Imbart de la Tour, Les origines de la Réforme. Tome 3: L’Evangelisme (1521-1538), Paris 1914.
L. Jardine, Erasmus, Man of Letters. The Construction of Charisma in Print, Princeton 1993.
A. Maison, Erasme, Paris 1933.
M. Mann, Erasme et les débuts de la Réforme française (1517-1536), Paris 1934.
J.-Cl. Margolin, Erasme par lui-même, Paris 1965.
Id., Introduction a Erasme. Guerre et paix, cit.
Id., Erasme. Une abeille laborieuse, un témoin engagé, Caen 1993.
Id., Erasme précepteur de l’Europe, Paris 1995.
D. Ménager, Erasme. 1469-1536, Paris 2003.
D. Merli, Evoluzione della tolleranza da Erasmo a J. S. Mill, Bologna 2003.
P. Mesnard, L’essor de la philosophie politique au XVIe siècle (1936), Paris 1952.
Id., Erasmo. La vita, il pensiero, i testi esemplari (1969), Milano 1971.
D. Monda, I travagli dell’imperfezione, Bologna 2001.
Id, (con G. Greco), Il Rinascimento oggi, Milano 2002.
Id., Amore e altri despoti, Napoli 2004.
Id., Il potere mirabile di un grande amore, Napoli 2009.
Id., Letteratura come terapia sociale, Bologna 2023.
H.‑G. Nesselrath, Die Querela Pacis des Erasmus und ihr antiker Hintergrund, «Paideia» LIX (2004), pp. 381‑402
S. A. Nulli, Erasmo e il Rinascimento, Torino 1955.
P. de Nolhac, Erasme en Italie. Etude sur un épisode de la Renaissance (1888), Sala Bolognese (Bologna) 1988.
P. Pajardi, Il lamento della giustizia. Nella scia di Erasmo da Rotterdam, Milano 1989.
M. Pedini, Erasmo da Rotterdam. Una proposta politica, Milano 1973.
N. Petruzzellis, Erasmo pensatore (1948), Napoli 1969.
J.-B. Pineau, Erasme. Sa pensée religieuse, Paris 1924.
F. Pintacuda De Michelis, Tra Erasmo e Lutero, Roma 2001.
A. Prosperi, Introduzione a Colloquia, cit.
Id., Introduzione a Scritti religiosi e morali, cit.
Th. Quoniam, Erasme, Paris 1935.
A. Renaudet, Préreforme et Humanisme à Paris pendant les premières guerres d’Italie, 1494-1517 (1916), Genève-Paris 1981.
Id., Erasme. Sa pensée religieuse et son action d’après sa correspondance (1518-1521) (1926), Genève 1970.
Id., Etudes érasmiennes, 1521-1529 (1939), Genève-Paris 1981.
Id., Erasme et l’Italie (1954). Préface de S. Seidel Menchi, Genève 1998.
Id., Humanisme et Renaissance. Dante, Pétrarque, Standonck, Erasme… (1954), Genève 1981.
F. Rico, Il sogno dell’umanesimo. Da Petrarca a Erasmo (1993), Torino 1998.
M. L. Rizzatti, Erasmo da Rotterdam, Milano 1968.
E. Rummel, I Colloqui di Erasmo da Rotterdam. Reformatio e Riforma, Milano 1998.
Id., Erasmus, London 2004.
S. Seidel Menchi, Erasmo in Italia, 1520-1580 (1987), Torino 1990.
Ead., Introduzione ad Adagia, cit.
P. Smith, Erasmus. A study of his life, ideals and place in History (1923), New York-London 1962.
A. Tenenti, Erasmo, Roma-Milano 1966.
J. D. Tracy, The Politics of Erasmus. A Pacifist Intellectual and His Political Milieu, Toronto 1978.
H. Trevor-Roper, Erasmo e la fine dell’umanesimo cristiano, in H. Trevor-Roper, Il Rinascimento, Roma-Bari 1987, pp. 75-94.
S. Zweig, Erasmo da Rotterdam (1935), Milano 1994.

Questo articolo è distribuito con licenza Creative Commons Attribution 4.0 International. Copyright (c) 2025 Federico Cinti, Davide Monda