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Uno zero tondo tondo: Robert Walser

 

Antonio Castronuovo

 

 

 

Nel giorno in cui la civiltà europea festeggia l’apparizione della Buona Novella, il giorno dell’esultante Natività, proprio in quel giorno Robert Walser andò invece incontro alla morte. Era il 25 dicembre del 1956 quando, durante una passeggiata solitaria attorno alla cittadina di Herisau, in quel cantone svizzero di Appenzell in cui era nato nel 1878, si accasciò al suolo e con un rantolo trapassò.

Da più di vent’anni era ospite, per generici disturbi mentali, della clinica cantonale Waldau, quel manicomio che una volta Canetti chiamò il «convento dell’età moderna», la sola sfera in cui la lotta per l’esistenza non sussiste. Da più di vent’anni l’amico e poi tutore Carl Seelig lo andava a trovare e faceva con lui lunghissime passeggiate sui declivi; parlavano di vita e di scrittura, anche se Walser non scriveva più dal momento del ricovero, si fermavano a pranzare in un’osteria lungo il cammino e verso sera facevano rientro. Dai ricordi di quei giorni nacquero le luminose Passeggiate con Robert Walser, libro che non solo rivela angoli di esistenza di un uomo ferito dalla bellezza, ma anche vi emerge il senso intimo della passeggiata: affidarsi a un cammino in cui tutto è festosamente casuale, semplice, immediato.

Lungo quelle passeggiate Walser ebbe modo di esprimere quel che pensava del mondo letterario: che non voleva far parte delle chiesuole intellettuali e che il divismo lo nauseava, perché degradava lo scrittore a lustrascarpe. Aveva scritto i suoi libri come un contadino semina e falcia, «un lavoro come un altro». Aveva dunque assunto la scrittura come forma di vivere, ma in disparte, in seconda linea, perché lo scrittore non ancora o non più cortigiano può respirare «soltanto nelle regioni inferiori». Scrivere, respirare e passeggiare, ma nelle regioni inferiori, dove non si appare, non si è in vista: un modo aggraziato e distinto per sparire, per non essere nulla. Lo può fare lo scrittore e lo può fare il vagabondo, colui che, in un mondo ormai adagiato nel nulla, risponde col nulla. Tra i volti del quale sta il vagabondaggio, la festa del caso.

Indolenti girovaghi appaiono in quasi tutte le opere di Walser. Un compiuto vagabondo è Simon Tanner, figura del romanzo I fratelli Tanner (1907), giovane che percorre fantasticando le strade con la levità rapsodica della prosa di Walser. Il protagonista del lungo racconto La passeggiata (1917) è un errabondo perdigiorno: il sentimento di universo che lo pervade quando attraversa i boschi e il silenzio lo attornia come se tutto dormisse da centinaia d’anni, quando si cala nella solennità della foresta e aspira a pieni polmoni la quiete profonda, quel sentimento è un tonfo nell’infinito. Dall’anima lieta gli prorompe un fiotto di gratitudine per il concerto di voci inudibili, per la schiera di evanescenti figure, per i suoni primordiali. Insomma: per il nulla che lo attornia. Un nulla che ha le carte in regola, anche quando un gendarme, nella Piccola avventura di vagabondaggio, ferma i passi del viandante ritenendolo figura sospetta, e lo lascia poi libero di proseguire e portare a termine la sua «rischiosa e difficile, ma non perciò meno bella, deliziosa, buona e lieta gita».

Il nodo che in Walser si stringe tra spensieratezza e vanità, tra serenità e fatalismo, sprizza dalla prosa breve Non ho nulla. Sereno e spensierato è il nullatenente che apre il racconto, un ragazzo dall’aria soave che va a spasso per la prospera campagna. Gaio e scanzonato attraversa campi e boschi: il buonumore che spira dal suo volto gli  attrae il cordiale saluto delle creature che incrocia: un vitellino, un cane, una capra, dai cui occhi capisce che desiderano qualcosa da lui: «Ma io non ho nulla, non posso nulla, non possiedo disgraziatamente nulla, e nell’immensità del mondo non sono che un uomo povero, debole e impotente». E nel momento in cui lo pensa gli balza agli occhi la bellezza del mondo; rivede gli animali che gli si sono fatti incontro e comprende che tutti, uomini e animali, sono affidati alla sorte. Non riesce a proseguire, s’accoccola sul prato e piange amaramente «la sua stupida esistenza di sbarbatello». Uno sbarbatello a cui la bellezza del mondo appare nell’abbandono di ogni creatura al proprio destino immutabile. Nulla può fare per modificare, anche di un pizzico, quel destino, perché è nulla, perché non ha nulla. L’amore di Walser per il nulla è ben più radicale di quello nutrito da un nichilista: non serve annichilire, è sufficiente capire che nulla serve, sufficiente condividere il destino di nullità delle cose. Questa la bellezza delle sue pagine, dove il nulla è garbato, amabile, fa le fusa e chiede carezza.

Dopo una delle passeggiate con Walser, Seelig riconobbe un giorno che «il destino di noi due è di andare a passeggio». Una frase cheta e sconsolata, che cela invece una forma della gioia, e un volto del nulla novecentesco. L’altro volto che si manifesta grazie alla storia di Walser è la condizione di servitù: il mondo che egli indaga nella propria narrativa, e che mira anche con una certa ossessione ad abitare realmente, è quello della fusione nella condizione servile. Il personaggio tipico della narrativa di Walser, di continuo chiamato alla ribalta, è l’individuo che, invece di competere per la preminenza e la supremazia, come la norma sociale ci ha insegnato, si prepara consapevolmente a diventare «un magnifico zero, rotondo come una palla».

Desiderabile è la condizione servile, che implica la prospettiva e la lusinga di diventare davvero come il padrone: «Quelli che ubbidiscono sono per lo più la copia perfetta di quelli che comandano. Un servo non può far altro che appropriarsi delle espressioni e dei modi di fare del suo padrone, per tramandarli, diciamo, nella loro schiettezza». Ecco: il compito del inserviente è l’assunzione schietta dei modi di fare e di essere del padrone, figura nella quale egli si stempera e della quale assimila l’essenza. Per dominare bisogna servire. Il servitore è incorporeo, dilegua tra oggetti e camere, non è mai afferrato dai modi e dalle convenienze. Se rispetta la norma della subordinazione, senza fantasie e ghiribizzi, è oggetto immutabile, della stessa immane forza di una colonna. Le monarchie cadono perché debole è il monarca, non lo stuolo delle domestiche livree.

La teoria della servitù prende le mosse da Jakob von Gunten (1909), romanzo di formazione costruito come un diario, cronaca di una vita studentesca sottoposta a inflessibile disciplina nell’Istituto Benjamenta, storia di un percorso collegiale nel quale il giovane viene educato a praticare l’indolenza, il torpore, l’apatia e non, come vuole la norma dell’educazione occidentale, le qualità borghesi della disciplina, mirata all’arrampicata sociale. Quando Jakob von Gunten inizia a redigere il diario coglie subito che imparerà ben poche cose, dato che non ci sono insegnanti, e osserva che «noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato». L’insegnamento che viene impartito consiste nell’inculcare pazienza e ubbidienza.

Tutto ciò che gli alunni fanno nell’istituto è un obbligo, «ma perché lo si debba fare, nessuno di noi lo sa con precisione. Ubbidiamo senza riflettere a quello che sarà un giorno il risultato di questa incurante ubbidienza, e sgobbiamo senza pensare se tutto il lavoro che eseguiamo sia giusto e lecito». Non chiedersi nulla, non porsi troppe domande sul senso di quel che si compie, meglio ancora se ciò è frutto di un ordine, di una disciplina, è la via migliore per non sentirsi gravati da alcunché. Infatti «non c’è miglior modo d’istruirsi che la disciplina e le rinunce», e ciò incide anche sull’apprendimento, dato che «in un esercizio semplicissimo, in certo modo stupido, c’è maggior beneficio, più veritiere nozioni che non nell’apprendimento di una quantità di concetti». Gli alunni dell’Istituto Benjamenta s’impadroniscono di una semplice nozione, e una volta che la stringono per bene, è lei a possedere loro: «Non siamo noi a possederla, ma, al contrario, quello che credevamo essere una nostra conquista, finisce poi col dominarci». Il calmante senso del dominio proviene anche dall’apprendimento, agli alunni viene infatti inculcato il principio che «niente è più salutare che l’adeguarsi a un “poco” solido e sicuro, cioè abituarsi e appoggiarsi a leggi e comandamenti prescritti da un severo ente  a noi esterno». Non possono uscire dal seminato, né avere fantasie, né guardare lontano, «e questo ci dispone alla letizia, ci rende disponibili per qualunque sollecita incombenza».

È proprio la costrizione a dare un senso di libertà. Jakob sente che non avere il permesso di fare qualcosa è spesso un invito pressante a farla: «Proprio per questo amo così profondamente ogni sorta di costrizione: perché dà modo di assaporare la gioia di violare la legge. Se al mondo non ci fosse nessun comandamento, nessun precetto, morirei, mi consumerei, diventerei storpio dalla noia. Io non posso che essere incitato, costretto, tenuto sotto tutela: è questo che mi piace». Chi serve non ha la responsabilità della decisione, non è acchiappato dall’ingranaggio del dominio, della superiorità, dell’egemonia. Chi serve resta anonimo e insignificante, invece di pensare si conforma, e ciò lo rende più libero. Ecco allora che Walser, tramite la voce di Jakob, disprezza la ribellione. Nell’Istituto Benjamenta l’allievo impara a nutrire rispetto e fiducia nelle cose del mondo, senza ficcare il naso nelle questioni più grandi di lui. E in fondo questa rinuncia alla libertà è rinuncia dell’individualità, è ambizione al nulla.

Si può sospettare che alle spalle del Gunten ci sia il solito messaggio urlato dai “liberatori”: che gli istituti educativi della modernità servono a irreggimentare un uomo plasmabile. E invece succede proprio il contrario: la condizione servile è quella davvero liberatoria. Si persegue l’umanità perseguendo la sottomissione. Messaggio che fa urlare allo scandalo qualunque innovatore, messaggio che si presta fin troppo al giudizio di retrivo. Ma è solo una questione di profondità, la stessa che richiede la visione nichilista.

Quando Walser descrive nel romanzo la figura di uno studente – tale Kraus – afferma che nessuno mai ci baderà, «proprio questa esistenza priva di ogni considerazione che egli condurrà in futuro costituisce il segno mirabile di un progetto che reca l’impronta del Creatore». Kraus è un enigma che non sarà mai penetrato, perché non c’è nessuno che si preoccupi di risolverlo: «Kraus è un’autentica opera divina, un nulla, un servo». Se ne accorgeranno presto e sarà sfruttato, «e in questo sfruttamento c’è una tal luce di aurea, divina giustizia, risplendente di bontà e di chiarore».

Il destino di Kraus è lo stesso cui Walser ambìsce. Per tutta la vita cercò mestieri con ruoli subalterni: fu praticante di avvocato e commesso di libreria, lavorò come apprendista in un banca e in una fabbrica di macchine da cucire; la sua più alta aspirazione fu di fare l’inserviente, seguì un corso specializzato e giunse a realizzare il suo sogno: domestico in un castello della Slesia. Fu allora uomo di totale spirito remissivo, uomo in cui perciò abitava la negazione in forma devastante, perché ammansita dal fare bonario, dall’essere bonario. Nulla di più radicalmente sconvolgente di un domestico che ha scelto di farlo e che è felice di farlo.

Dopo Jakob von Gunten, la filosofia del commesso affiora in tutti i libri di Walser: nei Fratelli Tanner, nell’Assistente e in una serie infinita di brevi prose. Simon Tanner cerca e abbandona di continuo i lavori più anonimi e subalterni, e gli piace «dipendere da qualcuno».  Nell’Assistente viene narrata la vita fedele di Joseph Marti, giovane timido e incline alla fantasticheria che viene assunto dall’ingegner Tobler, inventore di oggetti utili. Nella villa presso il lago di Zurigo, in un’atmosfera lirica ed estenuata, Marti tiene la contabilità e riceve i clienti, ma infine, poiché le invenzioni non hanno successo e il lavoro d’ufficio non c’è, si occupa dei servizi domestici, senza stipendio, per il solo vitto e alloggio.

La breve storia Una mattinata narra la mezza giornata, colma di minuscole assurdità, dell’impiegato di banca. È un lunedì mattina, «di tutte le mattine della settimana la più mattinale», il cui odore «si distribuisce alla perfezione negli uffici di contabilità dei grandi istituti bancari». Le azioni minuziose e insignificanti di commessi e impiegati diventano a un certo punto, nella loro ordinata e ripetitiva compostezza, belle. L’estetica dell’impiegato subalterno torna nel lungo racconto Il commesso, in cui Walser espone una sociologia di questa figura, della sua metodica e diligente esistenza, per concludere, in linea con la devozione allo spirito della subordinazione, che «i commessi sono persone stimabilissime ... fanno il loro lavoro tranquilli, appartati e modesti, un pregio che va a beneficio soprattutto loro ma anche di altri. Hanno il senso della famiglia, dell’amicizia e della patria». Una figura così può servire come materia per gli scrittori? Walser non ha dubbi: questo giovane con la penna e l’abaco in mano «forse è troppo banale, troppo innocente, troppo poco pallido e deperito, troppo poco interessante», ma tale è l’intensità che da lui emana dell’asservimento da farne soggetto appassionante.

Si può collocare il mite Walser nella schiera di coloro che hanno condiviso qualcosa col nulla? A buona ragione, quasi obbligatoriamente, in chi aderì a un così radicale sfaldamento dell’individuo, del secolare “io” occidentale. Manca di carattere, il personaggio di Walser, e si dilegua nell’insignificante, nell’esiguo, nell’irrisorio. Sperduto nel mondo, l’io non è più in Walser il centro del significato, l’ordinatore del caos anzi, ci si perde in quel caos, e lo fa con amabile levità. La sua è una nullificazione che lascia intonsa la superficie: la serena felicità elvetica della passeggiata, l’idillio della nevicata protettrice, il sogno alpino di ossigeno e appetito. Il grande stile classico viene meno, e si disarticola non tanto in una struttura frammentaria quanto in una narrazione docile e pacata, che mira solo allo zero, a quel dolcissimo nulla che inzucchera il già dolce e schivo Biedermaier provinciale dello scrittore.

Il tenace passeggiatore Walser, che sembra calarsi nella realtà in maniera trasognata e indifferente, è un sottile sedizioso, lo è proprio nella sua esemplare impassibilità verso il mondo e tutto ciò che distrugge il mondo. Lui passeggia, chiede ai misteriosi gendarmi che sembrano sbarrargli la via di lasciarlo passare, chiede solo di poter continuare a camminare. Sempre Carl Seelig, durante una delle passeggiate con l’amico, insinuò che la sua opera sarebbe durata nel tempo. Walser rispose che era uno zero e tale voleva restare. Aveva ragione il critico della “Neue Zürcher Zeitung”, che commentando il 29 dicembre 1956 la morte di Walser si disse sgomento: «Siamo vissuti con l’opera di questo poeta e lo credevamo già scomparso da questo mondo». Nessuno si era accorto che Walser era ancora vivo, dileguato nella clinica cantonale per disturbi mentali. Era davvero diventato il magnifico zero, rotondo come una palla, che desiderava essere. Quello zero in cui sentiva intera l’essenza dell’uomo, che è tale quando è servo – e l’essenza del mondo, che è tale quando è nulla.

 

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