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Tobias Wolff, Quell’anno a scuola,Torino, Einaudi, 2005, pp. 241, trad.  Alessandra Montrucchio

 

Lo ammetto. Non amo questa nuova collana dell’Einaudi e non sono fra quelli che fanno la fila per acquistare le ultime novità. Fatto un debito conto riesco a leggere un libro e un autore solo dopo un certo tempo, solo dopo un certo numero di anni. E molto spesso il tempo che lascio passare permette a un autore di scomparire o di morire. In entrambi i casi comunque la faccenda si fa molto più stimolante o molto più seria. Più stimolante è ciò in cui per una volta è scintillato il talento e subito è sparito. Se la stoffa c’era, che fine ha fatto? Ma molto più spesso il romanzo di un autore vale, ma non vende, e così semplicemente scompare. Più seria è invece la questione di coloro che muoiono trascinando nel silenzio della tomba le ultime risposte, quelle che sempre si sarebbero volute conoscere e che sono rimaste lettera morta. Ricordo di aver assistito ad almeno tre conferenze di Mario Luzi e di non essere mai riuscito a fargli una sola domanda. Nel silenzio della platea, proprio quando sembrava giunto il mio momento, si alzava un volto anonimo che mi bruciava sul tempo ed è per pudore e rispetto che non parlo di altri autori e critici tuttora viventi che ho avuto la fortuna di vedere e ai quali per lo stesso motivo non sono riuscito a fare domande.

Devo anche ammettere che se non mi avessero espressamente invitato a leggere questo romanzo, oggi non sarei qui a parlarne e che è grazie all’altrui intraprendenza e scaltrezza, (quella che a me manca e che non mi permette di superare il mio aristocratico disprezzo per gli Einaudi Stile libero), che ho avuto il piacere di conoscere, (come scrittore, s’intende), Tobias Wolff e il suo Old school. Cito l’opera nel suo titolo originale non per rigore filologico o per un disinteressato rispetto per la lingua inglese, ma semplicemente perché credo che come al solito in Italia la traduzione dei titoli sia un mestiere durissimo. Capitava lo stesso con i film di Truffaut e i libri non hanno certo una sorte migliore. Perché non tradurre semplicemente Vecchia scuola? Certo, anche in inglese il titolo non suona dei più originali, ma perché cambiarlo così deliberatamente? Comunque lo si traducesse il titolo non sarebbe stato sicuramente un richiamo; anche adesso, che il libro l’ho letto e ho avuto modo di apprezzarne il contenuto, fatico a collegare quel titolo a questo libro.

Personalmente avrei preferito qualcosa che facesse riferimento a quella domanda che ogni lettore vorrebbe rivolgere al suo autore prediletto e che è rimasta strozzata, o più enfaticamente, un esplicito riferimento alla verità e alla menzogna. In fondo devo proprio ammettere che anch’io in queste righe non sono stato del tutto sincero, ma come potrei esserlo dopo aver letto il romanzo di Wolff? Come rinunciare a qualche menzogna pur di ottenere un po’ di credito in più? Ce lo insegna bene il protagonista che pur di conoscere Papà Hemingway riadatta il racconto di una studentessa della scuola femminile e lo spaccia per suo. Ma a ben vedere il problema non è questo. Il motivo per cui ho amato profondamente questo romanzo non è da ricercarsi in una semplice quanto, in questo caso, banale necessità di essere sinceri con se stessi e con gli altri.

Non è delle “bugie” che ci parla Wolff, ma della letteratura. Dopo aver riadattato Ballo estivo il protagonista ha infatti l’impressione che quel racconto sia il suo e lo si capisce soprattutto quando, una volta scoperto, tarda ad ammettere la sua colpevolezza. Non lo fa per una sorta di stoica resistenza. La sua consapevolezza che prima o poi lo avrebbero scoperto con le mani nel sacco è troppo radicata per riconoscere in lui l’incoercibile pervicacia delle facce toste. Si rilegga al proposito il secondo capitolo, Al fuoco così oscuramente pervaso dal presagio di un’improvvisa espulsione. No, il nostro ama troppo la letteratura per sentirsi colpevole di aver copiato un racconto che in fondo ha scoperto lui e che è suo di diritto. La sua è la comune operazione che ogni scrittore fa prima di sedersi al tavolo di lavoro.

Perché, in un certo senso, ogni scrittore riadatta il racconto o il romanzo di un altro e anche se il plagio non è così plateale sempre di plagio si tratta. Chi infatti può vantare un’autentica originalità in letteratura? Viene da pensare a Landolfi che in De mois narra la sua impossibile ambizione a costruire una lingua completamente sua con una propria grammatica e con vocaboli nuovi e dopo poco si accorge che nulla, ma proprio nulla può sfuggire a ciò che è già stato, a ciò che è la nostra storia, a ciò che in una parola è tradizione. Per compiere una simile operazione sarebbe necessario che nulla fosse mai stato, che nulla fosse mai detto e probabilmente anche il primo uomo che godeva del privilegio di nominare gli oggetti che di volta in volta incontrava non è stato completamente libero di scegliere.

E non è solo la letteratura che vive e dipende da questa tradizione che affonda le proprie radici nella notte dei tempi: l’uomo stesso non ne potrebbe fare a meno e ogni volta che qualcuno si appella ingenuamente alla propria originalità non fa altro che scimmiottare ciò che è già stato. Ma la bellezza dell’opera di Wolff non si limita a questo. Due sono infatti le ossessioni che si asserpano ai piedi del suo stile sobrio: quella già indicata della letteratura come menzogna e quella dell’insegnamento della stessa.

Credo che ogni insegnante dovrebbe leggere questo romanzo, perché in esso vi si trova non solo la passione per ciò che si fa, ma anche il lento ma progressivo riconoscimento che il mestiere che per volontà o ventura si è deciso di fare è l’unico che si deve fare. Si veda l’ultimo meraviglioso capitolo intitolato semplicemente Professore in cui il vecchio Arch si rende conto, solo dopo averlo abbandonato, di non poter fare altro che l’insegnante. Il suo ritorno alla vecchia scuola non è una banale nostalgia, ma la scoperta di una verità grande su se stesso. Ecco dunque che il titolo, quello originale, trova il suo senso più compiuto. Esso è in funzione di questo ultimo capitolo e molto probabilmente il vero protagonista non è lo studente espulso, ma l’insegnante che nella scuola scopre semplicemente se stesso.

È anche per questo motivo che trovo assolutamente fuorviante il commento della quarta di copertina: il nostro studente potrà essere senza dubbio il più povero e complessato, (anche se il signor Purcell non scherza!), ma non fa quello che fa per un riconoscimento sociale. Nessun vero scrittore fa quello che fa per un riconoscimento, ma per un’autentica passione per il mistero che avvolge la realtà, per un’innata tensione di conoscenza, per un ostinato desiderio di veder chiaro in se stessi e negli altri. Nessun slancio giovanilistico, dunque, né una sciatta quanto veramente trita voglia di nostalgia per una scuola che non c’è più, ma un romanzo sulla necessità della letteratura e del suo insegnamento, sulla voglia di continuare a farsi delle domande su di essa che è, in ultima analisi, un chiedere qualcosa su cosa è uomo e su cosa è destino. È questo -credo- in fondo ciò che tanto ci attira in romanzi e poesie, questa domanda su chi è l’uomo, che è poi la stessa domanda che il nostro si lascia soffiare da un compagno in quel maieutico e straordinario incontro con la sdegnosa Ayn Rand.

(Marco Antonellini)

 

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