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IL VOCABOLARIO: QUESTO SCONOSCIUTO COMPAGNO di SCUOLA

 

Donata Paini

 

Università di Parma

 

 

 

·        Introduzione                                                                                  

·        Breve storia della lessicografia                          

·        Che cos'è un vocabolario                                   

·        Come si usa il vocabolario                                

·        Analisi di alcuni dizionari di greco                    

·        Alcuni lemmi a confronto                                  

·        Bibliografia                                                                          

 

INTRODUZIONE

 

Nella mia esperienza d’insegnamento - per quanto breve - ho potuto constatare più volte la difficoltà che gli studenti trovano nell’usare il vocabolario, strumento che invece di essere, come dovrebbe, il miglior "amico", il "compagno fidato" delle guerre della traduzione, diventa un “nemico”, qualcosa da cui guardarsi, fonte spesso di errori e di lunghe inutili ricerche. I motivi di questo atteggiamento sono certo molteplici, ma di fondo mi pare ci sia la totale disabitudine già all’uso del vocabolario di italiano, un vero “sconosciuto”. Saranno i limiti imposti al “peso-libri”, i “tetti di spesa”, o più banalmente la sempre maggiore pigrizia degli studenti, stimolata dall’uso del computer e del suo deleterio correttore automatico, sta di fatto che quasi nessun ragazzo adopera più il vocabolario, neppure quando in classe deve sostenere la prova di italiano.

Ma la disabitudine all’uso del dizionario non è che la conseguenza ultima, a mio avviso, di una ben più grave generale perdita di sensibilità per il valore della parola: tutto è stato appiattito, banalizzato e livellato, perdendosi completamente il senso dei registri linguistici, della specificità di un termine rispetto ad un altro apparentemente sinonimo. Non a caso, il sostantivo più ricorrente nelle conversazioni quotidiane è “cosa”!

Tornando alle lingue classiche, è chiaro che quando gli studenti al primo anno del liceo si trovano di fronte ai dizionari di latino e di greco, il senso di spaesamento sia totale. Per ovviare a tale “traumatico” impatto molti professori sono ricorsi all’espediente di fare adoperare, almeno per i primi mesi, il vocabolarietto generalmente presente in appendice al libro di grammatica: si tratta certo di uno strumento di immediata comprensione, riportante solo i termini di uso corrente e presentando per ciascuno solo uno o due valori. Il comico (o tragico!) della faccenda è che quegli stessi insegnanti richiedono poi spesso ai loro allievi una “buona traduzione”! Di fatto, questo escamotage non fa che spostare avanti nel tempo il problema, poiché o si decide - come è stato proposto da più parti - di abolire la traduzione come esercizio scolastico, ricorrendo solo a testi in italiano; o è inevitabile che prima o poi lo studente debba rassegnarsi ad aprire un dizionario degno di tale nome.

Siccome tuttavia, almeno a tutt’oggi, quello della traduzione non solo è un esercizio richiesto, ma costituisce addirittura una delle prove dell’esame di maturità, mi sembra opportuno affrontare il problema in modo più critico e costruttivo. A tal fine ho deciso di analizzare brevemente la struttura di alcuni dei dizionari più diffusi nei nostri licei.

Posto che nessuno di noi è nato "dizionario-esperto", sarà necessario che il professore dedichi parte delle sue ore di lezione ad insegnare ad usare lo strumento, presentandolo alla classe proprio come una qualsiasi parte della grammatica o della morfologia. Si dovrà spiegare la struttura globale dell’opera, nonché quella delle singole voci; chiarire le abbreviazioni, almeno le più comuni; far fare esercizi mirati, volti sia alla semplice ricerca del lemma, sia alla scelta del significato più opportuno da prendere fra quelli proposti. Questi esercizi avranno anche il vantaggio di scemare una delle maggiori fonti d’ansia negli studenti di fronte alle prime verifiche in aula di traduzione: «Se ci metto mezz’ora a trovare una parola, come farò a finire la versione in due sole ore scarse?».

 

BREVE STORIA DELLA LESSICOGRAFIA

 

         Potrà risultare consolante per i nostri allievi sapere che problemi di comprensione testuale hanno afflitto anche quegli stessi Greci che ora fanno penare loro. Molti termini presenti nei testi greci e oscuri per noi oggi, lo erano già per gli antichi, che infatti cominciarono assai presto (già nel VI sec. a.C. e forse anche prima) a creare delle raccolte di glossai, cioè di «parole o locuzioni oscure ed obsolete, estranee alla lingua usuale»[1]. Lo scopo primo era consentire ai giovani studenti la comprensione del testo base della scuola greca, ovvero Omero. In età alessandrina, infine,. Il salto di qualità che porta questi commenti linguistici al livello di scienza è merito soprattutto dei sofisti, «che si occuparono a fondo dell'origine e della proprietà del linguaggio». Basti qui ricordare i nomi di Democrito, Gorgia, Protagora ... L'amore per le glossai perdura per tutta l'età alessandrina, quando si sviluppa una vera e propria scienza lessicografica: «la ricerca si amplia ed approfondisce, dando luogo ad una ricchissima produzione nella quale all'intento esegetico spesso si affiancano e talora si sostituiscono interessi storici, antiquari, etimologici, ma in ispecie ed  in primo luogo lessicali». Gradualmente si passa da semplici raccolte di glossai a veri e propri lessici, cioè a «raccolte di voci peculiari per forma o significato, indipendentemente dal fatto che fossero ancora in uso o no»[2]. Simbolo di questo passaggio può essere considerato Aristofane di Bisanzio, «le cui levxei" fornirono solidi principi a tutti i successori». Campi molto cari ai lessicografi ellenistici sono anche quello della dialettologia, ovvero lo studio dei vari dialetti greci, dei sinonimi e delle etimologie. Nascono anche i primi glossari di un singolo autore o di un singolo genere letterario[3]. Col periodo imperiale e tardo antico si sente il bisogno di mettere ordine in tutto quell'immenso materiale raccolto nei secoli precedenti. Appaiono così, da un lato, i primi veri "lessici", con scopo di norma esegetico; dall'altro, nuove raccolte tematiche, per argomento, con scopo prettamente retorico-stilistico. I lessici cominciano ad avere quasi sempre un ordine alfabetico[4]. Tipici del periodo bizantino sono invece gli ejtumologikav «che, ad onta del titolo, non si esaurivano affatto nella ricerca etimologica: erano grosse enciclopedie, a carattere grammaticale, che intendevano mettere a frutto ogni contributo dell'antica dottrina, coagulando attorno al lemma - per lo più caoticamente - il succo di una più che millenaria tradizione lessicografica[5]». Tra gli etimologici va ricordato almeno il Genuinum, della II metà del IX sec. d.C. Risalgono a questo periodo anche due lessici fondamentali per qualsiasi studioso di greco: la levxewn sunagwghv di Fozio, patriarca vissuto nel IX sec. d.C., e la Suda, «vera e propria enciclopedia di notizie di ogni genere[6]», del X sec. d.C.

 

         Diverso ma sempre molto interessante è il fenomeno che vede il nascere dei dizionari bilingui greco-latino e viceversa. Con l'estendersi dell'impero romano ad oriente, infatti, si arriva ad una vera e propria condizione di bilinguismo. In realtà già a partire dal I sec. d.C., molti grammatici latini sentirono «il bisogno di spiegare peculiarità linguistiche del latino mediante il paragone col greco[7]», donde fanno la comparsa i cosiddetti idiomata, «liste in ordine alfabetico di vocaboli latini che si differenziano  per genere, diatesi o altre particolarità dai loro corrispondenti greci». In epoca tardo antica si troveranno anche dizionari latino-anglosassoni, latino-celtici e latino-germanici.

 

CHE COS’E’ UN VOCABOLARIO?

 

Tra le opere in italiano che si sono occupate nello specifico di vocabolari, resta ancora interessante e ricca di acute riflessioni quella di B. Migliorini degli anni ’50, Che cos’è un vocabolario?[8]. A questa andranno affiancate le considerazioni di vari studiosi di linguistica, che, all'interno di diverse loro opere, hanno toccato questo problema. In particolare faccio riferimento alle teorie di J. Lyons[9].  Migliorini si sofferma soprattutto sui vocabolari italiani, con interessanti confronti e paralleli, ma molte notazioni sono benissimo esportabili e riferibili alle lingue classiche. Egli parte col fare alcune distinzioni di fondo, fra

-                     lessico: «complesso delle parole e delle locuzioni della lingua, considerate specialmente nei loro significati»;

-                     vocabolario[10]: «libri che registrano e spiegano il lessico di una lingua o una determinata parte di esso»;

-                     lessicologia: «studio del sistema lessicale di una lingua», per lo più da un punto di vista sincronico;

-                     lessicografia: «l’arte di compilare i vocabolari»[11], con uno studio anche, se non soprattutto, diacronico.

         I vocabolari possono essere di vario tipo e la loro struttura dipende in gran parte dalla personalità e dagli obiettivi dell'autore. Possiamo avere opere molto grandi, che «si propongono di registrare con la massima larghezza di documentazione tutto il lessico di una lingua[12]» (o più); o lavori molto modesti e limitati. In generale, la mole del volume dipende dagli scopi che si è fissato l'autore. Ci sono vocabolari "monolingue", «in cui - cioè - le parole sono spiegate e definite con altre parole della stessa lingua[13]»; "bilingui", «in cui la parola non è spiegata ma tradotta[14]»; "plurilingui". Molto diversa può essere anche la struttura interna, con opere in cui vige l'ordine alfabetico, «comodo (...) ma del tutto estrinseco[15]», che «permette di ritrovare facilmente le parole ma non le distribuisce, non le raggruppa»; ed altre con ordine metodico, che tenta cioè di unire le parole in «famiglie e gruppi secondo la maggiore o minore affinità delle nozioni che le parole esprimono[16]». Un punto molto controverso è quello della scelta dei lemmi o lessemi[17]: quali includere? Quali escludere? Se un termine presenta più forme, quale mettere come lemma? Quale "lingua-base" scegliere come misura? Ad esempio, i vocabolari di greco riportano sempre come lemma la forma ionico-attica, mentre le eventuali varianti dialettali sono segnalate all'interno della spiegazione, spesso anche in modo non ben visibile. Altro grosso problema è dato dalla difficoltà di distinguere fra "omonimia", cioè quel fenomeno per cui due lessemi hanno significati differenti ma forma grafica identica; e "polisemia", cioè la pluralità di sensi che caratterizza quasi tutte le parole[18]. Ad esempio il lemma "banda" compare nel Nuovo Zingarelli. Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 198711, ben tre volte, ad indicare rispettivamente il "lato" o "parete", la "striscia" e la "banda". Ogni voce presenta poi al suo interno varie sfumature di significato. Al contrario, "banco" è riportato una sola volta, ma con una colonna di significati! In generale, tutti i dizionari cercano di rispettare questa distinzione polisemia/omonimia, ma come? Uno dei criteri più seguiti è quello etimologico, criterio sicuramente valido, ma solo su un piano diacronico. Altro principio seguito è quello dell'affinità di significato, cioè i singoli significati di un lessema polisemico, perché esso sia tale e non si debba parlare di omonimia, devono essere affini. Anche in questo caso, tuttavia, si ripresenta il problema del piano sul quale ci si pone, se diacronico o sincronico. Sostanzialmente una soluzione assoluta non esiste, perché, «mentre l'identità di forma è un fatto di tutto o di niente, l'affinità di significato è un fatto di grado[19]».  Una volta scelte le voci da trattare, queste vanno definite, ovvero bisogna coglierne «le caratteristiche del nucleo centrale»[20]. A tal scopo è molto utile il confronto con parole che appartengono allo stesso campo semantico. Molti termini presentano poi varie accezioni, che necessitano di essere in qualche modo ordinate e separate. Non tutte, tuttavia, meritano un paragrafo a sé, altrimenti otterremmo delle voci lunghissime, in cui l'occhio del lettore sarebbe destinato a perdersi. Molti autori usano come criterio discriminante la frequenza d'uso, ma si tratta di un parametro piuttosto arbitrario. Il sistema migliore, forse, starebbe nel «far coincidere il criterio logico con il criterio storico, cioè come prima accezione si registri quella che è stata usata per prima, e si facciano seguire le altre, mostrando le vie per cui ciascuna delle altre accezioni, direttamente o indirettamente, si ricolleghi alla prima[21]». In ogni caso, si deve mirare al massimo di accessibilità per l'utente del vocabolario. Nel definire un termine sono basilari le citazioni, le uniche che ci possono far comprendere, almeno in parte, le sfumature di carattere ambientale e affettivo che un vocabolo può acquisire. A questo riguardo, fin dall' Ottocento si è aperta una lunga "querelle" fra chi sostiene il bisogno di rifarsi solo ai classici, e chi invece preferisce gli esempi creati ad hoc dal compositore stesso. Qualunque linea si scelga, l'importante è che le citazioni siano presenti e siano pertinenti, cosa che spesso non accade. Ci sono poi dizionari[22] che non danno l'indicazione precisa del passo che riportano, ma che si contentano di citare soltanto il nome dell'autore, il che è assolutamente filologicamente non corretto e praticamente dannoso. Chi legge, infatti, non può risalire, se lo desidera, all'intero pezzo da cui la frase è estrapolata, spesso anche con “tagli” fatti dal curatore ad arte, ma non sempre del tutto corretti o pertinenti[23]. Ci sono vocabolari nei quali gli esempi servono anche a fare una vera e propria storia della parola, per cui vengono riportate le date della prima accezione[24]. Un ultimo punto su cui Migliorini si sofferma, è sulla validità o meno che a compilare un vocabolario sia un autore solo o una equipe, questione discussa ampiamente fra gli esperti. Di fatto, la maggior parte dei grandi dizionari (si pensi allo Stephanus, al LSJ, a quello di Adrados e, mutatis mutandis, al GI, ...) sono stati creati da una squadra, così da potere «distribuire ... tutto quel lavoro che è distribuibile», «pur mantenendo la direzione dell'opera nelle mani di uno solo». Certo non mancheranno discrepanze fra i lemmi e le varie sezioni del volume[25], ma nel complesso si otterranno dei risultati migliori che lavorando da soli.

Un dibattito ancora aperto, e soprattutto nell'ambito degli studi classici, è quello relativo alle etimologie: quanto e come vanno usate nei vocabolari? Ci si deve limitare alla lingua in esame od operare in modo comparativo con altre lingue dello stesso ceppo (cioè, in greco, risalire fino all'indoeuropeo)? L'analisi delle etimologie è utilissima per capire il cammino, a livello semantico, che un certo termine ha compiuto, i legami interni fra le culture e la loro evoluzione. D'altro canto, la grammatica storica non è una scienza esatta, per cui spesso vengono avanzate ipotesi poi smentite. E' importante che chi scrive il vocabolario sia competente in materia, selezionando quali informazioni dare ed evitando di riportare ciò che non è sicuro. Sta di fatto che spesso, proprio a causa di errori in questo senso, nei vocabolari hanno fatto capolino parole-fantasma, che poi sono state copiate per secoli!

 

Come per tutti i vocabolari bilingui, anche per quelli delle lingue classiche una delle principali difficoltà che si pongono ai curatori è data dalla traduzione, ovvero dalla ricerca di termini "sinonimi" in due lingue diverse. Il concetto di sinonimia non è così semplice come spesso i testi lo presentano; se infatti è corretta la consueta definizione che se ne dà di "identità di significato", è però altresì vero che quest'ultimo assomma in sé più piani, definiti da Lyons op.cit., p. 155, come "descrittivo", cioè con valore proposizionale, di verità; "espressivo", non proposizionale; "sociale", «connesso all'uso che si fa del linguaggio per stabilire e mantenere i ruoli sociali e i rapporti sociali». Dal detto viene che due termini potranno essere considerati "sinonimi completi" «se e solo se hanno lo stesso significato descrittivo, espressivo e sociale», all'interno della serie di contesti considerata. Si potrà parlare invece di "sinonimi assoluti" «se e solo se i lessemi considerati hanno la stessa distribuzione e sono sinonimi completi in tutti i loro significati e in tutti i contesti di occorrenza[26]». E' piuttosto intuitivo capire che il primo caso di sinonimia si verifica assai di rado ed il secondo pressoché mai. Generalmente, quando definiamo due termini sinonimi, ci riferiamo ad una sinonimia solo "descrittiva", cioè quella per cui "padre" è uguale a "babbo", a "papà", ... Nel caso di lingue differenti anche questo caso è molto meno frequente di quanto i dizionari vogliano farci credere. Tradurre da una lingua ad un'altra è sempre, in qualche misura, un atto arbitrario ed interpretativo; è quindi a mio parere quanto mai necessario che i dizionari bilingui riportino molti esempi, più che semplici trasposizioni parola per parola.

 

COME SI USA IL VOCABOLARIO

 

L'edizione del 2000 del GI è accompagnata da una Guida all'uso del vocabolario della lingua greca di Franco Montanari. Introduzione e lessico di base, «specificatamente rivolta agli studenti che si avviano agli studi classici nel Ginnasio (e anche ai loro insegnanti)», con lo scopo «di aiutare il giovane studente a prendere familiarità con la lingua e con il lessico, (...) a perseguire un uso più consapevole ed efficace e una corretta consultazione del GI, onde sfruttarne al meglio le potenzialità e le informazioni[27]». Parallelamente, gli autori hanno ritenuto che suddetto opuscolo potesse agevolare il lavoro degli insegnanti sia nell'indirizzare i loro allievi all'uso di uno strumento complesso, sia come «punto di riferimento per la didattica del lessico greco[28]». Gli autori sono partiti pensando ad una utenza di IV ginnasio, primo quadrimestre, quindi hanno calibrato la scelta dei termini e la struttura dei lemmi sulle presunte competenze degli studenti. Ad esempio mancano i significati che i verbi assumono all'aoristo fortissimo o al perfetto, molte particelle che si incontrano in periodi complessi, oppure si sono tradotti i pronomi indefiniti (ad es. tino": con genitivo, riferito a persona o cosa).

Se molte informazioni fornite dal libretto sono strettamente legate al GI, vi si reperiscono però anche indicazioni applicabili in assoluto all'apprendimento di una lingua e all'uso del vocabolario[29]. Quando ci accingiamo a studiare una lingua ("viva" o "morta" che sia), dobbiamo tenere presente che essa consta sempre di due piani compresenti, quello "formale", «che coinvolge le strutture morfologiche e sintattiche»; ed uno "lessicale", «che riguarda i vocaboli e i loro significati[30]», del quale si occupa soprattutto il vocabolario. Come già detto, anche Montanari riconosce che l'uso di questo strumento non è affatto facile e anzi che è esperienza comune di ogni studente avere fatto all'inizio errori proprio perché aveva mal consultato il dizionario. Sono atteggiamenti piuttosto comuni fra gli studenti, inoltre, il «leggere acriticamente tutta la voce dall'inizio alla fine[31]», senza sapere cosa si sta cercando; oppure lo scegliere, altrettanto acriticamente, il primo significato che si incontra. Nel primo caso siamo di fronte ad una "disperata" paura di tralasciare qualcosa o al "disperato" desiderio di trovare la "frase fatta" (spesso galeotta!); nel secondo invece alla fretta e all'ansia da tempo. Quando decidiamo di ricorrere al vocabolario, abbiamo al contrario  bisogno di operare con molto ordine e rigore: bisognerà dapprima risalire alla forma base posta come lemma, stando ben attenti «a spiriti e accenti e a non confondere lettere per noi di uguale suono[32]». Basta infatti anche un solo elemento di differenza per sbagliare completamente il termine (si pensi a levgw, “dire” vs. lhvgw, “finisco”; o a o[ro", “monte” vs. o{ro", “confine”). Quando si passa al momento della scelta del significato, sarebbe d'aiuto avere preconosciuto i criteri secondo cui l'autore dell'opera ha ordinato i traducenti e ha strutturato i lemmi[33]; nel GI, ad esempio, «il significato riportato per primo non è quello più generale o più diffuso, bensì di solito quello originario, al quale siano in genere riconducibili le altre accezioni che il lemma può assumere[34]». A fianco di questo criterio etimologico ne coesiste anche uno cronologico, «vale a dire che i vari significati e le fonti citate per ciascuno di essi seguono un ordine che va dalle attestazioni più antiche a quelle più recenti. Il significato che compare per primo è perciò anche il più antico[35]» o, siccome più valori possono coesistere, uno dei più antichi. Ma il vocabolario non è solo un elenco di parole e pertanto si presta anche ad usi più esperti, come la ricerca di una particolare sfumatura semantica, la verifica di una espressione idiomatica e/o di una costruzione. Ad esso insomma tutti, studenti e grecisti, devono ricorrere; «sarà la qualità delle informazioni che ricerchiamo a cambiare e ad affinarsi, e con essa il nostro stesso modo di usare il vocabolario, che diventerà via via più rapido, preciso ed approfondito[36]».

 

ANALISI di ALCUNI DIZIONARI di GRECO[37]

 

Propongo di seguito una schematica analisi dei vocabolari di greco più diffusi nelle scuole italiane, aggiungendovi anche le schede relative a due opere di livello superiore, adatte a studi specialistici, ossia quelle del LSJ e del DGE. Ho considerato quattro aspetti: la struttura esteriore, a prescindere quindi dai contenuti, a livello macro ("struttura generale") e micro ("struttura della pagina"); la struttura del lemma, fondamentale nel caso di un dizionario; i principi compositivi, che si trovano generalmente espressi in quelle prime pagine che è uso comune degli studenti (e non solo!) tralasciare completamente di guardare.

 

1.     L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, 1968 (I ed. 1940)

 

STRUTTURA GENERALE

·        Prefazione

·        Avvertenza, dove sono elencate le edizioni critiche usate

·        Elenco degli Autori pp. III-XVI

·        Elenco delle Abbreviazioni pp. XVIIs.

·        pp. totali 2074

STRUTTURA della PAGINA

·        pagina divisa in due colonne;

·        carattere piccolo e poco chiaro, soprattutto per il greco;

STRUTTURA del LEMMA

·        Lemma in neretto, spesso accompagnato, fra parentesi quadre, dall'etimologia;

·        Verbi: in alto riporta il paradigma regolare, mentre, se vi sono molte forme anomale, queste sono riportate in calce;

·        Ogni valore-base è segnalato da un numero arabo (1. 2. ...), che a sua volta può esser seguito da lettere dell'alfabeto, indicanti sfumature di senso rispetto l'accezione fondamentale (a,b,c, ...)

·        Molti traducenti, anche se spesso in un italiano desueto, e molti esempi, talora non tradotti o resi in latino.

·        Carattere piccolo e di non facile lettura.

PRINCIPI COMPOSITIVI

L'autore dichiara di non voler fare un ennesimo compendio di opere più grandi, bensì un lavoro completo, che abbracci "tutta la grecità, dai documenti linguistici più antichi fino a tutta l'epoca ellenistica e romana" (dalla Prefazione). Per questo si è servito, per le citazioni, di edizioni critiche accreditate, ha sempre fatto riferimento al LSJ, e ha tenuto in considerazione anche fonti papirologiche ed epigrafiche.

 

2.     Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto, Dizionario illustrato greco-italiano, Firenze, Le Monnier, 1975

 

STRUTTURA GENERALE

·        Prefazione

·        Avvertenze

·        Elenco degli Autori (siglati)

·        Elenco delle Abbreviazioni

·        Indice delle Illustrazioni

·        Vocabolario

·        Appendice geografica con:

-                     Avvertenze per l'uso

-                     Elenco degli autori

-                     Indice delle carte geografiche

-                     Carte geografiche

·        pp. totali: 1563 (1449 + 114)

STRUTTURA della PAGINA

·        Pagina divisa in due colonne;

·        Caratteri molto piccoli ma più leggibili di quelli del Rocci

STRUTTURA del LEMMA

·        Lemma in neretto e, se è molto iomportamte, in maiuscolo (cfr. aijrevw);

·        Etimologie fra parentesi tonde (non sempre);

·        Verbi: paradigma all'inizio. Divide prima per diatesi (solo per i verbi principali), attivo s.l. A; medio s.l. B; passivo s.l. D. Quindi, per ogni diatesi, elenca i valori-base, segnalandoli con un numero romano (I, II, ...); quindi, sotto ogni numero romano, separa le sfumature semantiche con numeri arabi (1., 2., ...)

·        Preposizioni principali: sotto lettere maiuscole divide: A= uso; B= posizione nella frase; C= in composizione. Quindi, per ogni punto, i significati sono segnalati da numeri romani.

·        Nomi: non sempre mette il genitivo singolare (manca nei femminili della I declinazione e nei neutri della II)

·        In generale, presenta pochi traducenti e pochissime citazioni d'esempio.

PRINCIPI COMPOSITIVI

L'autore dichiara subito di aver fatto una traduzione del LSJ, rispettato per «l'impostazione, il metodo e le formulazioni», ma anche adattato al diverso contesto linguistico. Lo scopo era infatti di creare un vocabolari scolastico, che deve quindi «fornire le informazioni necessarie e sufficienti a uno studente per poter intendere gli autori previsti dai programmi e i testi abitualmente utilizzati negli esercizi di versione. ... E' solo uno strumento di lavoro preparato con scrupolo nel tentativo di agevolare il compito dello studente». Precisa poi che nei lemmi, per gli esempi sono stati considerati soltanto gli autori citati nell'Elenco, pertanto non è detto che il termine non abbia storia più antica di quanto risulta dalle citazioni.

«Il testo seguito è il più recente ed il più valido oggi disponibile»; «l'etimologia è data quasi esclusivamente all'interno della lingua greca». Riguardo alla scarsità di traducenti, così l'autore spiega: «Si è cercato di rendere ogni vocabolo greco con un unico vocabolo italiano -di uso corrente- o comunque con una serie di vocaboli» che ne mostrassero l'evoluzione semantica. Spiega poi la struttura dei lemmi.

 

 

3.     F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher Editore, 1995

 

STRUTTURA GENERALE

·        Prefazione, con breve storia dei vocabolari.

·        Avvertenza per la consultazione;

·        Abbreviazioni;

·        Glottonimi;

·        Sigle delle Collezioni editoriali e delle Raccolte di testi

·        Autori e Opere pp. 5-41;

·        Papiri e Ostraca;

·        iscrizioni

·        pp. totali: 2298;

STRUTTURA della PAGINA

·        in 3 colonne;

·        carattere chiaro e nitido.

STRUTTURA del LEMMA

·        lemma in neretto;

·        etimologia fra parentesi quadre;

·        Se un lemma è importante, i valori-base sono raccolti in un pratico specchietto grigio;

·        Verbi: numeri arabi in neretto e in quadratini indicano le diatesi: 1= attivo; 2= medio; 3= passivo. Sotto ogni diatesi i valori sono segnalati da lettere minuscole dentro a quadratini (a, b, c, ...). Forme in calce.

·        Molti traducenti e ricche citazioni

·        Preposizioni principali: I=avv. e prev.; II = prep. Sotto ciascuno dei due punti i valori sono indicati con lettere minuscole in quadratini. Per la preposizione, si dividono dei macro-blocchi semantici con lettere maiuscole.

PRINCIPI COMPOSITIVI

CAP. 5

 

 

Un discorso a parte meritano, come detto, i dizionari inglese, Liddle Scott-Jones (LSJ), e spagnolo, Dicionario griego-español (DGE).

Il primo nasce da un progetto molto antico e vede una prima redazione già nel 1843. Attualmente ci si serve della riedizione apparsa nel 1940, dopo quindici anni di lavoro, da allora sempre aggiornata e perfezionata tramite la pubblicazione di supplementa. L'opera, di cui già colpisce il formato decisamente grande rispetto a quello degli altri vocabolari, si apre con 45 pagine di introduzione, all'interno delle quali compaiono le fondamentali liste, prezioso punto di riferimento per gli studiosi, di "Author and Works" (pp. XVI-XXXVIII), con indicazione delle edizioni critiche di riferimento; di "Epigraphical Publications" (pp. XXXVIII-XL); di " Papyrological Publications" (pp. XL-XLII). Infine appaiono le abbreviazioni usate e generalmente seguite dagli esperti. Gli autori, dopo avere tratteggiato una piccola storia della genesi dell'opera e delle modifiche da essa subite, sottolineano l'importanza che ha avuto, nella composizione del volume, il fatto di avere lavorato in equipe; ciò infatti ha consentito che ogni singolo campo venisse affidato ad uno studioso diverso, specializzato nell'argomento. Grande attenzione è stata prestata alle nuove conoscenze acquisite grazie alle fonti papiracee e alle iscrizioni (spesso prima sconosciute o trascurate), nonché alle opere delle tarde scuole di filosofia, alla letteratura di magia, a quella post-classica e alle Sacre Scrittture.

Nella sua versione base, supplementi esclusi, l'opera arriva a 2042 pp., suddivise in due colonne molto ampie, con caratteri di stampa piuttosto piccoli e non sempre ben leggibili. I lemmi, in neretto, presentano le etimologie fra parentesi tonde; i significati, quando si tratta di termini con disparati valori, vengono di solito organizzati gerarchicamente: lettere maiuscole (ad es., nei verbi, A indica l'attivo; B il medio; C il passivo), quindi numeri romani e infine numeri arabi. Particolarità del dizionario è di non riportare sempre, per i sostantivi, il genitivo singolare, soprattutto se si tratta di termini della I declinazione femminili o della II neutri. I traducenti sono numerosi, così come anche le citazioni, che seguono per lo più un principio cronologico.

 

     A far concorrenza al lavoro inglese è comparso da pochi anni un nuovo dizionario di greco, ad opera di un gruppo di studiosi spagnoli, guidati da F.R. Adrados. Il primo volume dell'opera, che è ancora incompleta, è apparso nel 1980, al seguito di un lavoro cominciato nel 1963[38]. All'inizio gli autori non avevano grandi ambizioni, ma volevano soltanto «adaptar al español los mejores diccionarios griegos en circulación, corrigiendo sus errores, suplementándolos en las parcelas más desatendidas ..., sustituyendo sus ediciones[39]». In seguito il progetto ha acquistato portata ben maggiore, ovvero di redigere un vocabolario adatto a  «los helenistas de lengua española[40]» e non solo. L'opera si viene così ad inserire nella lunga tradizione lessicografica europea, il cui inizio può esser fissato all'apparizione del Thesaurus Graecae Linguae dello Stephanus nel 1572.

Il primo volume si apre con un lunghissimo prologo di ben CLVII pagine, all'interno del quale, come per LSJ, si trovano le liste di "Autores y obras" (pp. IXL-CXXII); "Papiros y ostraca" (pp. CXXV-CXXXI); "Inscriptiones" (pp. CXXXV-CXXXVII); "Abreviaturas" (pp. CXLII-CLVI) e, infine, dei "Signos utilizados". Anche il DGE presenta un formato piuttosto ampio, con pagine divise in tre colonne, scritte con caratteri piccoli ma molto chiari e nitidi, per cui la lettura è molto agevole. Il lemma è in neretto, seguito dalle forme particolari della parola, mentre l'etimologia, con anche qualche parola di commento e spiegazione, è in calce. Per quanto concerne i sostantivi e le preposizioni, i valori base sono segnalati da numeri romani, che individuano sezioni articolate a loro volta in numeri arabi. I verbi presentano modalità organizzative dei significati differenti; nel caso di un verbo molto importante, con molti valori, questi appaiono raccolti, gerarchicamente, sotto  le lettere maiuscole A, B, C; quindi sotto numeri romani, a loro volta scanditi per numeri arabi. Le lettere possono indicare tuttavia valori diversi: ad esempio, in ai[rw, indicano rispettivamente, trans., intrans., usi particolari. In aiJrevw, A riporta i significati che il verbo assume quando è costruito con sogg. di persona; B quando con sogg. non di persona; C gli usi particolari della diatesi media. In altri casi, alle lettere corrispondono altri valori. Nei casi in cui il verbo non presenti una gamma troppo vasta di valori, le suddette lettere mancano e si hanno solo i numeri romani e arabi. Molte sono le citazioni ed i traducenti proposti[41].

 

ALCUNI LEMMI A CONFRONTO

 

Nel confrontare i lemmi scelti ho preso come metro di paragone il dizionario di Montanari, in quanto si tratta dell'ultimo uscito e di quello oggi più adottato a scuola. Nella scelta dei lemmi, invece, ho usato come criteri guida la dimensione (medio-piccola, onde non disperdermi in un lavoro filologico che non sarebbe pertinente in questa sede); la polisemia del termine, per vedere appunto come gli autori dei vari vocabolari hanno affrontato questo problema[42]; la relativa frequenza (non avrebbe avuto infatti senso scegliere lemmi che i nostri studenti non incontreranno mai o quasi).

 

1.     dierov"

 

Il GI, seppure con incertezza, propone un confronto col verbo diaivnw, che vuol dire "bagnare" e pertanto come prima accezione riporta quella di "umido, bagnato, liquido". Se si considerano gli esempi, tenendo presente quanto detto riguardo la struttura dei lemmi nel GI, a p. 12, si nota subito che non viene citato nessun passo di Omero, ma il primo passo citato è tratto da Anassagora, il che sta a dirci che l'accezione sopra citata non compare in Omero, ma si afferma in epoca successiva. Se passiamo al secondo punto (b) del lemma, leggiamo i traducenti "rapido, agile, attivo, vivo" e, come primi esempi, due passi omerici, tratti dall' Odissea, z 201 e i 43. Nell'ordinare dunque i vari significati del lemma in esame, parrebbe che Montanari abbia seguito in primo luogo un criterio etimologico, quindi, sotto ogni punto, uno cronologico.

Il Rocci, invece, e il Cataudella, riportano come primo valore quello di "vivido, vivace", seguendo un principio solo cronologico. Per spiegare questo significato dell'aggettivo, il Rocci avanza due ipotesi: la prima rimanda ad uno scolio ad Omero riportante una spiegazione aristarchea, dove appunto si legge dierov": ou{tw" to;n zw'nta  jArivstarco"[43]. La seconda invece, connetterebbe la radice a quella di devdia, dando all'aggettivo il valore di "terribile", quale avrebbe in Hom. z 201.

Come tuttavia dice giustamente Lyons[44], op.cit., stabilire dove finisce un significato

e dove ne comincia un altro è atto fortemente arbitrario e difficile; in rapporto a dierov", in un articolo del 1974, la professoressa Zinato ha mostrato come di fatto i due ordini di senso sopra citati vengano a sfumare l'uno nell' altro, e non a opporsi rigidamente come potrebbe apparire dalle voci dei dizionari sopra analizzate. Consideriamo, per meglio capire quanto si sta cercando di sostenere, un passo callimacheo, H. 2.22-24

 

              kai; me;n oJ dakruovei" a[lgea pevtro"

              o{" ti" ejni; Frugivh/ diero;" livqo" ejsthvriktai,

              mavrmaron ajnti; gunaiko;" oji>zurovn ti canouvsh"

 

Se, «da un punto di vista puramente fisico, una pietra che piange non potrà essere altro che "umida", (...), l'immagine immediatamente evocata della donna che, mutata in marmo, proprio piangendo continua a manifestare la sua umanità, permette a questa roccia altrimenti inerte di partecipare, in qualche misura, della fluidità della vita[45]». Allora la pietra (livqo") sarebbe  dierov" = "umida" per le lacrime, ma anche  dierov" = "viva", per la donna che è in lei.

Posizione diversa assume il DGE, che vede nel duplice senso dell'aggettivo addirittura un caso di omonimia, ovvero di due termini identici per forma grafica, ma diversi per senso, per cui vi compaiono due lemmi dierov", uno che si dice essere solo poetico, col significato di "vivo, vivace", quale appare in Omero; l'altro invece con tutti i valori connessi al campo semantico del "bagnare, esser umido", proprio del verbo diaivnw.

 

2.     dai?frwn

 

     Anche nel caso di questo aggettivo si assiste ad una duplice posizione, di chi, come il GI e il Cataudella, pensa ad un caso di omonimia, e di chi, come il Rocci, LSJ e il DGE, invece, ad una forma polisemica.

Partendo sempre dall'esame del GI, qui troviamo due lemmi identici, dove il primo, connesso a * davi", significa "bellicoso, coraggioso"; il secondo, invece, connesso al verbo didavskw, ha valore di "saggio, assennato, prudente", e "abile, esperto". Entrambi i termini compaiono già nei testi omerici.

Analoga distinzione compie il Cataudella, discostandosi dal LSJ, che invece accoglie i vari valori dell'aggettivo sotto un'unico lemma, pur collegandoli a due radici diverse - recuperate anche dal Cataudella -, cioé *davi", per il senso di "bellicoso", e dah'nai, per quello di "saggio". Seguono, come ho già detto, la linea della polisemia anche il Rocci, che indica anche una sola radice, *daØ devdae, quasi il senso di "valoroso" discendesse da quello di "saggio"; e il DGE, che sembrerebbe approvare l'ipotesi dell'unica radice, in questo caso però vista in * dasi- (*da del Rocci) da cui, per analogia con la radice dai?, si sarebbe sviluppato anche il senso di "valoroso".

 

Di esempi come questi se ne potrebbero fare molti altri, ma credo che siano sufficienti per capire come i vocabolari siano sempre e comunque un atto arbitrario, il frutto dell'assunzione di parametri in base ai quali si sono operate scelte. Non esiste "Il" lessico né "La" traduzione, e credo che troppo spesso la scuola abbia evitato di mostrare questa inevitabile arbitrarietà ai ragazzi. Spesso la giustificazione è stata che i ragazzi hanno bisogno di certezze, non di ipotesi e dubbi, il che può anche esser vero, ma non in un liceo, non quando si hanno di fronte soggetti maturi. A mio avviso, il disperato tentativo di celare ogni possibile caso di ambiguità o dubbio è più una difesa della "classe insegnante", spesso incapace di mettersi in discussione, di accettare di dover ogni tanto dire "non lo so" o "poterbbe essere". In realtà, penso che far capire ai nostri studenti che il greco ed il latino non sono dei "pacchetti" precostituiti, dove tutto ha già trovato un suo ordine ed una sua spiegazione, ma qualcosa di ancora soggetto a forti dibattiti, su cui loro stessi sono chiamati a ragionare, ad avanzare ipotesi di nuove letture, sarebbe solo stimolante e motivante. GLi studenti diventerebbero "attori" del loro studio, non solo ricettori passivi. Per quanto concerne poi nello specifico il problema del lessico, sottolineare la difficoltà di redigere un vocabolario e l'enorme arbitrarietà che comunque soggiace a questo genere di lavoro, è anche un modo per rendere gli studenti più critici di fronte a quanto li circonda ed in particolare alle parole, che, digitalizzate, cartacee o rali, costituiscono comunque gran parte della realtà in cui ci troviamo a vivere.

 

BIBLIOGRAFIA

-          Adrados F.R., Dicionario griego-español, Madrid 1980 (vol. I) [ancora in fase di completamento];

-          Bolognesi-Zucchelli, Profilo storico-critico degli studi linguistici greci. IV. Lessico, in Introduzione allo studio della cultura classica, vol. III, Milano, Marzorati, pp. 411-436

-          Bottin L., Le glotte e l'elocuzione, in «BIFG» 1 (1974), pp. 30-48;

-          Buglioni V. (a c. di), Buon Latino ovvero Come usare bene il dizionario, Firenze, Le Monnier, 2000

-          Burzacchini G., Vocabolario della lingua greca, in «Paideia» LV (2000), pp. 322ss. (con ricca bibliografia);

-          Cataudella Q., M. Manfredi, F. Di Benedetto, Dizionario illustrato greco-italiano, Firenze, Le Monnier, 1975;

-          Ciani M.G., in «Maia» 48 (1996), pp. 89-91;

-          Degani E., La lessicografia, in Lo spazio letterario della grecia antica, II vol., Roma, Ed. Salerno, 1995, pp. 505-527;

-          Degani E., Lessicografi, in Dizionario degli autori greci e latini, a c. di F. Della Corte, Milano, Marzorati, 1987, pp. 1169-1185;

-          Gabba E., in «Atheneum» 83 (1995), pp. 574-576;

-          Gentili B., Nota lessicografica (a proposito di un nuovo vocabolario), in «BollClass» s. III 17 (1996), pp. 129-132;

-          Guida A., in «Prometheus» 22 (1996), pp. 185s.;

-          Lanta G., Blood for the Ghosts. Su un nuovo vocabolario della lingua greca, in «QS» 44 (1996), pp. 177-201;

-          Liddell H.G. - Scott R. - Jones H.S., A greek-English Lexicon, Oxford, Clarendon Press, 1925-1940 (18431);

-          Migliorini B., Che cos'è un vocabolario?, Firenze, Le Monnier, 1961 (ristampa)

-          Montanari F., Come si usano il "Lessico di base" e il "Vocabolario", opuscolo allegato all'edizione del 2000 del Vocabolario della lingua greca, a c. di F. Montanari;

-          Montanari F., Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher Editore, 1995;

-          Pretagostini R., Un nuovo vocabolario greco-italiano, in «QUCC» n.s. 55 (1997), pp. 137-140;

-          Privitera G.A., Il "Vocabolario della lingua greca" di F. Montanari, in «QS» 46 (1997), pp. 207-212;

-          Rocci L., Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, 1968 (I ed. 1940);

-          Tosi R., in «Eikasmós» 7 (1996), pp. 380-383;

-          Tosi R., La lessicografia e la paremiologia in età alessandrina e il loro sviluppo successivo, in «Entr. Fond. Hardt», XL (1994), Vandroevre, pp. 143-197;

-          Totaro P., in «Aufidus» 28 (1996), pp. 163s.;

-          Zinato A., Nota su DIEROS, in «BIFG» 1 (1974), pp. 173-179;

 


 

[1] E. Degani, Lessicografi, in Dizionario degli scrittori greci e latini, Marzorati, Milano, 1987, p. 1169. Salvo segnalazioni contrarie, anche le seguenti citazioni saranno da suddetto articolo.

[2] E. Degani, o.c., p. 1169.

[3] Basti qui citare Didimo di Alessandria, con le sue levxi" tragikhv e levxi" kw/mikhv.

[4] Esso compare per la prima volta, ma solo per la lettera iniziale, nel Pap. Hibeh 175.

[5] E. Degani, o.c., p. 4.

[6] E. Degani, o.c., p. 4.

[7] E. Degani, o.c., p. 4.

[8] Ristampata a Firenze, Le Monnier, 1961.

[9] Cfr. in particolare Lezioni di linguistica, Bari, Laterza, 1982.

[10] Cfr. J.Lyons, o.c., p. 152, considera i termini "vocabolario" e "lessico" sinonimi, e li definisce come strumenti complementari alla grammatica, che associano «a ciascun lessema tutte le informazioni richieste dalle regole di grammatica», sia dal lato sintattico che da quello morfologico.

[11] Tutte le citazioni sono tratte da B. Migliorini, o.c, p. 1.

[12] B. Migliorini, op.cit., p. 4.

[13] B. Migliorini, op.cit., p. 4.

[14] B. Migliorini, op.cit., p. 4.

[15] B. Migliorini, op.cit., p. 4.

[16] B. Migliorini, op.cit., p. 4.

[17] A ragione Lyons, op.cit., p. 152, distingue fra "lessemi-parole", quelli «le cui forme sono forme lessicali» e "lessemi-sintagmatici", quelli «quelli le cui forme sono sintagmi», tipo "rimboccarsi le maniche", "farla in barba".

[18] Cfr. J. Lyons, op.cit., p. 153.

[19] J. Lyons, op.cit., p. 154. Lo studioso aggiunge che forse la soluzione potrebbe stare nell'affidarsi solo a criteri sintattici e morfologici, proposta però fino ad ora osteggiata da molti linguisti.

[20] B. Migliorini, op. cit., p. 29.

[21] B. Migliorini, op.cit., p. 46.

[22] Così spesso il Cataudella.

[23] Anche il saper tagliare è un'arte che non riesce sempre a tutti bene. Talora è più conveniente tralasciare un passo, anche se ci appare molto significativo, se il suo grado di complessità o la sua lunghezza impongono degli interventi troppo invasivi.

[24] Singolarmente, però, non si indica mai quando un termine scompare dall'uso.

[25] Cfr. quanto dice Burzacchini  nella sua recensione al GI, Vocabolario della lingua greca, in «Paideia» LV (2000), p. 325.

[26] Cfr. J. Lyons, op.cit.., p. 155.

[27] Cfr. op.cit., Premessa.

[28] Cfr. op.cit., Premessa.

[29] Vi è anche un paragrafo dedicato a Proposte per la creazione e lo sviluppo di un bagaglio linguistico di base, con proposte interessanti, pp. 11-14.

[30] Cfr. op.cit., p. 2.

[31] Cfr. op.cit., p. 4.

[32] Cfr. op.cit., p. 14.

[33] Siccome «la voce di un vocabolario deve conciliare numerose informazioni, di genere diverso, articolandole in una struttura che sia allo stesso tempo chiara, concisa e completa» (Cfr. op.cit., p. 5), è chiaro che tale organizzazione avrà un alto tasso di convenzionalità e pertanto «richiede una certa pratica prima di essere padroneggiata compiutamente» (Cfr. op.cit., p. 6)

[34] Cfr. op.cit., p. 15.

[35] Cfr. op.cit., p. 15.

[36] Cfr. op.cit., p. 17.

[37] Come si sarà notato, nel presente articolo mi sonolimitata a considerare i vocabolari di greco, rimandando a un successivo intervento l’analisi di quelli di latino ed italiano.

[38] Per una storia dell'opera si veda il Prologo, pp. XIss.

[39] Cfr. DGE, Prologo, p. IX.

[40] Cfr. DGE, Prologo, p. IX.

[41] Una dettagliata analisi dei criteri adottati e seguiti si trova nel Prologo, alle pp. XXXIss.

[42] Cfr. quanto detto al cap. 2.

[43] Cfr. K.Lehrs, De Aristarchi studiis Homerici, Hildesheim, 1964, pp. 48ss. Stesso rimando compare in LSJ s.v.

[44] Cfr. cap. 2.

[45] Cfr. A. Zinato, Nota su dierov", in «BIFG» 1 (1974), p. 174.

 

 

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