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IPOTESI E TESI SUI VIZI CAPITALI IN LETTERATURA

 

MARGARET COLLINA

 

        

 

Sette vizi sono capitali, secondo Tommaso d’Aquino, perché essi ne originano altri. E dunque, di peccato capitale spesso si macchia la grande narrativa quando crea emblematici personaggi “viziosi”, dai quali discendono un numero infinito di emuli – o, come si direbbe oggi, di cloni letterari – e tutta un’ampia varietà di peccatori eccellenti. Molti studiosi di sociologia e di psicologia, molti teologi e antropologi ci hanno trasmesso la propria opinione sui peccati capitali e su come, in diverse epoche, ne è mutata l’accezione e la percezione di gravità sociale. Interessante è, a nostro avviso, tentare lo stesso esame percorrendo – pur celermente e arbitrariamente – una strada che attraversi i vizi immortalati dalla letteratura.

 

 

SUPERBIA (o della brama d’eccellenza)


«La superbia imita l’eccellenza, mentre tu solo, o Dio, sei l’eccelso al di sopra di tutte le cose». Agostino, Confessioni

 

Era invidia o superbia quella che mosse Lucifero a ribellarsi a Dio? A ben vedere, è invidioso colui che non può insuperbirsi a causa dell’eccellenza delle qualità altrui, o per i beni che vorrebbe invano possedere. Chi è convinto della propria eccellenza, a torto o a ragione, non si macchia, di solito, del peccato di invidia. Ma poiché la superbia presuppone implicitamente un concetto di relatività (io sono più ricco di te, ho più potere di te, appartengo a una razza o a una classe migliore della tua…), è quasi inevitabile che i vizi della superbia e dell’invidia convivano prima o poi nello stesso individuo. Infatti, la convinzione di essere migliore di qualcuno o superiore a qualcosa – identificativa del vizio della superbia – spesso conduce al confronto-scontro con ciò che ci appare ancor superiore, e, di conseguenza, l’autoconvincimento dell’eccellenza dei propri attributi è destinato a sfaldarsi in un sentimento di invidia bruciante e impotente. Detto questo, in letteratura il superbo ha spesso connotati luciferini proprio perché l’ultimo ostacolo al perfetto innalzamento di sé è la divinità. Come non pensare alle parole che Milton mette in bocca al Demonio nel Paradiso perduto: «Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso»?

Oggi la realtà scientifica ha superato qualsiasi immaginazione letteraria in fatto di emulazione della natura, e quindi della divinità: Frankenstein, perciò, è divenuto perfettamente verosimile, e la copia della sua creatura, molto più sofisticata dell’originale romanzesco, sta probabilmente vivendo e sviluppandosi in qualche celatissimo laboratorio. Sovente, nondimeno, la superbia si concretizza in una drammatica sfida con se stessi. Il confine da valicare ad ogni costo non sta nell’altro da noi, di cui disprezziamo i limiti, bensì nel nostro io e nella nostra identità, a cui non vogliamo riconoscere limiti umani e perciò eguagliabili. Meravigliosa, a questo proposito, l’allegoria del Conrad de La linea d’ombra: il giovane Capitano, paradossalmente, si riscatta dall’accidia e dalla disperazione, nelle quali stava precipitando, proprio con un atto di indicibile superbia; il protagonista, infatti, non sfida le forze occulte del destino e del mondo non visibile, bensì le proprie paure e il proprio umanissimo desiderio di fuga e di rinuncia.

 

INVIDIA (o dell’inadeguatezza)


«…infatti invidiare è cattivo e opera dei perversi». Aristostotele, Retorica

 

 

         Tutta la storia letteraria – cominciando dalla più imponente delle opere storico-romanzesche, la Bibbia – ci parla di invidie ‘funeste’. Da quella di Adamo nei confronti del suo Creatore a quelle “fraterne” di Caino ed Esaù, a quella degli ‘amici’ di Giobbe, ferocemente invidiosi della sua precaria fortuna; fino a giungere al Nuovo Testamento, che, dopo averci narrato, attraverso la parabola del Figliol prodigo, un’istruttiva vicenda di invidia di un fratello nei confronti dell’altro (chi non si è sentito almeno una volta solidale con il maggiore?), si conclude, nella sua parte più nota, con lo scellerato tradimento di Giuda; peccato, il suo, che, manifestamente, non fu dettato da cupidigia o interesse, bensì da un furibondo risentimento nei confronti di un uomo di virtù infinitamente – diremmo divinamente – superiori.

Dei sette vizi capitali l’invidia è fra quelli che hanno stimolato in maggior misura la fantasia dei letterati e, forse, la più affascinate figura di invidioso l’ha disegnata Shakespeare con il suo Iago: dalla furiosa e tragica invidia di questi avranno origine, a cascata, molti altri delitti, primo fra tutti l’ira omicida di Otello e il suo stesso suicidio. Altro indimenticabile ritratto letterario di invidioso è senza dubbio l’Uriah Heep, di Charles Dickens: qui il personaggio sembra non avere altra ragion d’essere al di fuori del proprio livore e del proprio senso d’inadeguatezza. Si tratta di un invidioso puro, totalmente succubo del proprio vizio, e che proprio da esso dipende per poter trovare un riscontro esistenziale.

Ma se – come afferma Tommaso d’Aquino – «l’invidia è tristezza per il bene d’altri in quanto ostacolo alla propria superiorità», dunque non è altro che un’atipica, oscura, ma più che mai emblematica figura di invidioso pure quella del famoso (e famigerato) Javert de I miserabili.

In Javert, a prima vista, la spasmodica, ossessiva rincorsa e l’accerchiamento spietato di Jean Valjean potrebbero esser confusi con altre urgenti tensioni, quali il senso d’impotenza, l’uso intollerante del potere, l’inaccettabilità della sconfitta: quindi con la superbia. In realtà, essi celano soltanto un’incontenibile, profondissima, radicale invidia per un uomo in tutto e per tutto superiore a lui, nel bene e (forse) nel male.

 

ACCIDIA (o del disgusto del bene)


«La loro anima ha respinto ogni nutrimento». Salmo CVI

 


         Accidia, ovvero “l’antivizio”: paradossalmente l’accidioso non si macchia di nessuna colpa perché non vive pienamente né il bene né il male. A ben vedere però, giuridicamente l’accidia si identifica con la figura dell’omissione; moralmente con l’ozio della coscienza. Letterariamente, invece, si rivela come un vizio molto proficuo perché è quasi sempre accostato al concetto di noia, di spleen, e, da che mondo è mondo, nulla è più artisticamente prolifico della malinconia, della noia esistenziale, e, caratterialmente, nessun personaggio è più affascinante di colui che trova banale e inadeguata a sé la normalità dell’esistenza quotidiana. In tal senso, spesse volte l’accidioso, in letteratura, si riveste di un’aura di snobismo, di raffinatezza intellettuale, e difficilmente lo percepiamo come fastidioso o deprecabile.

Gli accidiosi in letteratura sono numerosissimi, ed è arduo identificarne uno che superi tutti gli altri in bassezza morale, e al tempo stesso in magnificenza artistica – con l’esclusione, ovviamente, di Oblomov, che fin dalla sua nascita rimane il punto di riferimento per ogni personaggio romanzesco che si macchi di accidia e d’ignavia esemplari.

Al tempo stesso, nella narrativa italiana, forse nessuno ha mai superato Moravia – come non pensare a Gli indifferenti, a La noia, a La vita interiore etc. – nella descrizione di personaggi annoiati, inquieti, tenacemente inetti e refrattari a qualsivoglia spinta al riscatto sociale e morale.

Salvatore Natoli, nel Dizionario dei vizi e delle virtù, ci presenta l’accidia come una sorta di qualunquismo, di disfattismo. L’ozio pervicace ci permetterebbe la critica, la maldicenza, la verbosità sterile. In pratica, il contrario del famoso motto sessantottino: I care.

Se accidioso è dunque anche colui che pensa e specula, ma non ne ricava alcun costrutto, ecco che, come ben suggerisce Thomas Pynchon, Amleto fu un accidioso di straordinaria levatura intellettuale, ma non per questo più giustificabile. D’altra parte, se l’accidia è descritta dall’Aquinate come la repulsione e l’inerzia verso ciò che è buono e caritatevole, oggi – ci suggerisce Umberto Galimberti riferendosi ai giovani – tale vizio è divenuto somma espressione di un disagio generazionale, di un vuoto, di un’assenza effettiva di prospettive etiche e sociali. E, come sovente avviene nell’attuale momento storico, pure l’accidia si trasforma in atteggiamento a-morale, piuttosto che immorale.

E in questo senso vanno intesi quasi tutti i vizi dei protagonisti della nuova letteratura giovanile e della narrativa pulp o trash. Si perdono i contorni del bene e del male, non si riconosce a nessun essere umano, o sovrumano, il diritto di giudicare e di punire, non si nutre alcun ideale estroflesso da sé, e perciò non si agisce altro che per la soddisfazione dei propri bisogni, contingenti e sempre diversi. Nessun bene, nessun male, dunque, e nessun vizio, che li presupporrebbe necessariamente entrambi.

Ecco perché la “non viziosità” dell’accidia è riconoscibile nella quasi totalità degli eroi letterari contemporanei, solo episodicamente scossi da qualche pulsione autenticamente viziosa o virtuosa. Un esempio fra tanti: la giovane Belinda del libro di Veronesi Gli sfiorati, alla quale il protagonista riconosce il vizio dell’accidia al massimo grado, coniando per questo addirittura il neologismo schiumevolezza.

 

IRA (o del vuoto della ragione)


«Adiratevi, ma non peccate». Paolo, Epistola agli Efesini

 

 

Si dice che all’ira e all’invidia non si sottraggano nemmeno gli dei. Lo stesso Gesù, a giudicare dall’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio, perse almeno per una volta il proprio assoluto controllo di sé…

Questo dovrebbe portarci a considerare la definizione di vizio come esasperazione di una virtù, piuttosto che mancanza di essa: Cristo, difatti, non mancò della virtù della pazienza, bensì esercitò quella della giustizia e la condanna dell’iniquità. I metodi utilizzati, e solo quelli, potrebbero allora distinguere l’esercizio di una virtù dal suo contrario, ovvero dal suo eccesso.

Ma, più semplicemente, l’ira è viziosa soltanto se irragionevole. Afferma Gregorio Magno: «Bisogna avere la massima cura affinché l’ira, che viene presa come strumento di virtù, non prevalga sulla mente, né la domini come signora… allora infatti più fermamente si erge contro i vizi quando, sottomessa, si mette a servizio della ragione».

Che dire allora dei tanti iracondi consapevoli e lucidi di cui ci parla la letteratura? Come classificare Charles Alavoine nella Lettera al mio giudice di Simenon, che dichiara di voler essere giudicato come assassino che ha premeditato un delitto, pur essendo, senza alcun dubbio, in preda a una crisi d’ira irrefrenabile alla vista della donna che ama oltre ogni dire, ma che ritiene schiava di un passato a lui odioso? Secondo alcuni studiosi, la distinzione può essere cercata solo nella motivazione dell’atto collerico. Chi si adira per una giusta causa non è vizioso, chi lo fa per motivi iniqui ed egoistici lo è. In pratica: chi si infuria senza trascendere il limite del rispetto altrui ed esercitando la virtù della equità non è iracondo in senso stretto.

Ed ecco l’esempio stupefacente della collera trattenuta, eppure tutt’altro che insignificante, di Padre Cristoforo ne I promessi sposi, subito dopo l’infruttuoso colloquio con Don Rodrigo. Lo stesso Cristoforo che, tanti anni prima, dalla propria collera mortale – e questa volta peccaminosa – aveva tratto motivo di resurrezione.

Così, per consolazione di qualcuno dei lettori, è assai improbabile che chi si macchia del vizio dell’ira possa contemporaneamente dolersi di quello dell’accidia. Uno dei più begli esempi letterari di ira nefasta e ingiustificabile, pur rivestita dal fascino ambiguo dell’inesorabilità e della fatalità che non può essere contrastata in alcun modo dall’umano volere, è quella di Nanni, amante e genero della Lupa verghiana. Così certamente, nell’intero e variegato movimento letterario del Realismo – non solo italiano (si pensi ai personaggi di Zola) – si possono trovare un gran numero di sanguigne e indomite figure di mirabili iracondi.

 

AVARIZIA (o dell’accumulazione)


«L’avarizia è un amore smodato di possedere». Cicerone, Tuscolane

 

 

Umberto Galimberti, nel recente saggio I vizi capitali e i nuovi vizi, sostiene che l’avarizia altro non sia, di fatto, che il denaro considerato come fine e non come mezzo. Troppo facile, secondo questa pur esatta definizione, sarebbe dunque citare, nella selva degli esempi letterari, L’avaro di Molière: rappresentazione paradigmatica di un vizio che trascende se stesso per diventare simbolo feroce quanto ambiguo di un coacervo di difetti umani tra i più fastidiosi. Così come è sottinteso che di avarizia – ironicamente e furbescamente rappresentata – si macchiano molte maschere della Commedia dell’Arte, prima, e di Goldoni in seguito.

Crediamo invece che si possa estendere la definizione di avarizia a tutto ciò che concerne la sterile accumulazione di beni, non necessariamente materiali. Avarizia quindi come mancanza di carità, ossia conservazione egoistica di qualsiasi bene ci appartenga, sia esso materiale o spirituale. Ne consegue che può definirsi avaro anche chi considera esclusivi e non divisibili con altri i propri talenti e le proprie conoscenze. L’avarizia è quindi, in un certo senso, il compendio di ogni vizio, e l’antitesi del precetto evangelico «Ama il prossimo tuo».

Quanta grettezza e superbia insieme, in tanti veri o presunti intellettuali ‘letterari’, dall’insipiente Don Ferrante manzoniano al luciferino Jorge de Il nome della rosa! E come non ricordare il celeberrimo, proverbiale Scrooge del Canto di Natale, più avaro di sé che di denaro? Così come evangelicamente avari appaiono quasi tutti i protagonisti del Racconto di Natale di Buzzati, i quali presumono di poter gelosamente conservare per loro stessi, non cedendola a nessuno, la propria “parte” di Dio.

Strano davvero è che non sia previsto tra i sette quel vizio che in apparenza potrebbe sembrare l’altra faccia della medaglia dell’avarizia: la prodigalità. Non la generosità, beninteso, o la carità e la benevolenza, bensì lo spreco e la dilapidazione dei beni di cui disponiamo. E dire che Cristo ha trasformato in un modello negativo colui che si è macchiato di tale colpa, dedicandogli una delle parabole più note, e se n’è servito poi per ricordarci la magnanimità del perdono divino.

In realtà, chi dilapida i beni che ha ricevuto in sorte o che si è conquistato non è diverso dal goloso: egli, infatti, trae piacere dall’eccesso di un consumo che per altri versi potrebbe considerarsi apprezzabile. E se lo fa compulsivamente, in preda a un demone interiore come quello del gioco (si ponga mente a Il giocatore di Dostoevskij), ricade – secondo l’attuale modo d’intendere siffatti eccessi – nell’accezione di malato, piuttosto che in quella di vizioso.

 

GOLA (o dell’insaziabilità)


«Chi è, Signore, che non mangia un poco oltre i limiti del necessario?» Agostino, Confessioni

 

 

Se tutti i vizi capitali possono essere considerati come il deteriorarsi di una virtù, o il venir meno di un limite, oppure, genericamente, come l’opposto della virtù della temperanza (uno strabordare di ciò che, di per sé, sarebbe buono, in impulso incontrollato), la gola può definirsi tout court il vizio dell’eccesso. E, per suo completamento, si aggiunge il vizio della lussuria, inteso come sovrabbondanza sessuale: in fondo, quasi una sottospecie o una variante del vizio della gola. In effetti, mentre cinque peccati riguardano un atteggiamento deviato dello spirito, questi ultimi due si riferiscono indiscutibilmente a una “cupidigia” del corpo.

In realtà, nel mondo occidentale il vizio della gola, inteso come sfrenato soddisfacimento del bisogno fisiologico del cibo, non esiste più da tempo. Ad esso, non di rado, si sostituisce, nei Paesi sviluppati, proprio il suo contrario: mangiare troppo non è peccato, bensì disagio mentale e sociale, ossia un problema a cui caritativamente porre rimedio. Ed ecco che nascono e divengono comuni i termini di obesità, bulimia, anoressia et similia. In breve, oggi chi è goloso – o soggiace ad altri irrefrenabili ‘dipendenze’ o bisogni, spesso socialmente indotti, quali il tabacco, l’alcol, le droghe – è malato tout court, e quindi non pecca, ma deve esser curato, o, nel migliore dei casi, è semplicemente giudicato come un individuo che non ha abbastanza cura di sé.

Ma non è in fondo proprio questa la peccaminosità del vizio della gola secondo l’Aquinate, e cioè il recare danno a se stessi, alla propria persona? Di conseguenza, nella letteratura moderna, è difficile trovare personaggi emblematici del vizio della gola inteso in senso tradizionale. Zeno, in questa direzione, è uno dei primi peccatori – gola e accidia insieme – riconosciuti dalla letteratura come “malati”.

La crapula, dopo Petronio e il gran medico Rabelais (che peraltro la intendeva, come c’insegnano Lucien Febvre e tanti altri studiosi di vaglia, in senso squisitamente simbolico), non è quasi mai oggetto di descrizioni narrative di rilievo, e si deve forse cercare nelle visioni dei banchetti rinascimentali – famosi quelli descritti con puntigliosa, a tratti virtuosistica dovizia di particolari dalla Bellonci – oppure nella celeberrima immagine delle delizie culinarie che accompagnano il ballo ne Il Gattopardo per riuscire a immaginare ancora qualcuno che pecchi del vizio della gola secondo l’accezione tomasiana.

 

LUSSURIA (o della sfrenatezza dei sensi)


«Guardati, o figlio, da ogni fornicazione». Tobia

 

 

È sintomatico che, fra le leggi che Dio impone al popolo ebraico, si trovi il divieto di “fornicare”, mentre, fra i vizi capitali, sia contemplata la lussuria e non la fornicazione. Usando un paragone giuridico, si potrebbe ipotizzare che la fornicazione sia un atto illecito isolato e senza reiterazione, mentre la lussuria rappresenti la continuazione del “reato”. La lussuria infatti – come pure la gola – trae origine dall’eccesso di un bisogno naturale, e tale bisogno è per sua natura infinite volte saziabile. Quindi, non lussuriosi i peccatori danteschi Paolo e Francesca – innamorati infelici, quasi costretti all’adulterio da un’iniqua imposizione famigliare e dalla miserrima pochezza delle distrazioni –, bensì i lascivi monaci del Decameron. Non lussuriose Madame Bovary e Lady Chatterly, peccatrici cerebrali e autopunitive, ma piuttosto le protagoniste dei racconti della Anais Nin, o i personaggi di Henry Miller e di molti romanzi erotici o pornografici, antichi e contemporanei, ove il vizio della carne è perseguito con sorprendente pervicacia.

Insieme con l’invidia e l’ira, la lussuria è un peccato caro ai romanzieri di ogni epoca, ma – come già detto – risulta difficilmente distinguibile da altre pulsioni più o meno condannate dalla morale sessuale vigente, e comunque mai del tutto riprovevole, purché accompagnato da un qualche coinvolgimento sentimentale, che lo affranchi, almeno in parte, dal presupposto di peccaminosità.

Le grandi cortigiane e prostitute letterarie – un esempio celeberrimo fra tanti: l’indocile Nanà immortalata da Zola – sono evidentemente lussuriose, fino a che non si riscattano grazie a un innamoramento fatale che, pur non cambiando nella sostanza il loro vizio, lo eleva ad espansione corporea di un sentimento più che legittimo.

E la stessa omosessualità – deviazione sessuale per eccellenza, vizio “innaturale” e più che mai etichettabile come lussurioso –, quando viene affiancata da virtù intellettuali e culturali acquisisce dignità in letteratura, perdendo, anche seguendo la rigorosa moralità tomasiana, ogni morbosità di vizio. L’imperatore Adriano della Yourcenar è uomo di tale statura morale da indurre il lettore a perdere di vista la sua deviazione, peraltro accettata e largamente praticata in epoca precristiana.

Se, come afferma Tommaso, «nient’altro è il peccato che un atto disordinato o malvagio», come potrebbe la letteratura, che solo di esseri umani da sempre si occupa, non aver dato larghissimo spazio a quanto di irresistibilmente umano sta nel disordine morale e nella luccicante babele delle passioni?

 

 

 

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