FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO!
Libere riflessioni su Viva Zapatero. Un documentario satirico di Sabrina Guzzanti Milano, BURsenzafiltro, 2005 libro + DVD
Neil Novello
Almeno due sono le immagini, dolorose e cariche di verità, dolorose forse perché cariche di verità, di un film, un altro coraggioso gesto di Sabina Guzzanti, Viva Zapatero! Mi riferisco all’esplosione di pianto di un redattore del «Corriere della sera», Alfredo Pieroni, lacrime piante ricordando il destino di Enzo Biagi, e alle amare eppure così lucide, impietose parole di Furio Colombo, parole spese a proposito dell’antica abitudine di sfogliare, durante il ventennio, quand’era ancora un ragazzo, le pagine dei quotidiani paterni (il «Corriere della sera») per accorgersi, pagina dopo pagina, annata dopo annata che il fascismo, come un morbo incurabile, iniziava a colare nel puro cuore dell’Italia. Alfredo Pieroni e Furio Colombo, tra pianto e parole, rispettivamente testimoniano, il primo il nostro orrendo presente, il secondo, non soltanto perché la circostanza lo rende più lungimirante, il nostro orrendo passato. Che può diventare il nostro orrendo presente.
Non ho avuto il coraggio di piangere anch’io, avrei potuto farlo (ero solo in una stanza), non l’ho fatto perché il pianto di Alfredo Pieroni e l’analisi di Furio Colombo, tragicamente vere nella loro profonda verità storica, alludevano ad un mondo che in una maniera o nell’altra dobbiamo abituarci a dimenticare, cioè il nostro mondo, la nostra vita, il nostro presente e il nostro futuro, tutto ciò che coincide con il nostro stare nella realtà da oggi sino alla fine. Ho avuto devozione per Pieroni e Colombo e riguardo, ho sentito amore per loro e comprensione, ho finanche deciso di scriverne perché tutto vada testimoniato, più di quanto già lo sia. Non ho potuto fare a meno, però, di pensare che la giusta fragilità di Pieroni e la rigorosa indignazione di Colombo coincidessero in un solo punto: la “lamentatio” giunge da due vecchi. Si è cioè avuta l’impressione che, insieme alla vecchiaia, Pieroni e Colombo volessero portarsi via anche un mondo loro, personale, versando lacrime e urlando rabbia (che è pur sempre una consolazione) su un mondo che invece non è loro, non è personale, ed è finanche nemico, ormai estraneo alle loro vite. Non si dovrebbe in alcuna occasione parlare per parlare dalla fine del mondo, ogni parola, specie quella politica, dovrebbe idealmente giungere da un inizio di mondo. Occorre rifondare.
Se è un bene aver coscienza che il nostro paese è nelle mani di un demone dalla vasta prole e che l’inferno, misconosciuto, dimenticato, abbandonato fino ad un decennio fa (da noi e dalla matrona–Sinistra), è inferno che adesso sta salendo a noi e già spalanca le fauci per inghiottirci, è bene anche aver coscienza che al pianto di Pieroni e alla verve di Colombo, irrefutabili segni di un mondo giustamente nostalgico e pregno di passione (e terrore) civile, noi, dico noi che abiteremo la storia di oggi e quella di domani, smettiamo di piangere, smettiamo se è necessario di aver rabbia (politica, civile) e comprendiamo che è in noi, nel nostro rifiuto culturale del neo–fascismo italiano la capacità di conquistare il nostro presente e il nostro futuro (che nessuno potrà peraltro toglierci). Due modeste proposte, disperate e tali perché giunte dalla disperazione: rifiutare anzitutto, e su tutto il fronte, il linguaggio del neo–potere fascista (rifiutarne cioè la totalità espressiva: dalla negazione dei suoi strumenti di persuasione, della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa alla negazione anarchica delle sue rappresentazioni sociali, politiche e culturali), rifiutarli per accogliere in sé (registrandone nella coscienza il senso civile) l’idea che tutto ciò che è sotto ai nostri occhi, già perduto, una volta riconquistato e nettato dalla lorda e morbosa bava del neo–potere è quel che resta, cioè tutto, ed è interamente nostro.