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LE PARTENZE E I RITORNI: UNA LETTURA DE

LA VISITATRICE DI MAEVE BRENNAN 

 

In uno studio sulla poetica dello spazio nella letteratura italiana e non, la casa senza dubbio rappresenta un terreno di necessaria esplorazione. Tanto più se a rapportarsi con l’immagine della casa sono scrittrici; ovvero donne che all’interno delle mura domestiche hanno trovato nel contempo la protezione e l’esilio, la rottura e la tradizione e su questo doppio binario hanno intessuto le maglie del proprio discorso. Immaginando, allora, una ricognizione novecentesca dei rapporti tra scrittura femminile e spazio domestico, il romanzo breve di Maeve Brennan, La visitatrice[1], tradotto a giugno scorso da Ada Arduini per la Bur, non può non figurare.

 Nelle pagine della Brennan, la casa paterna costituisce il luogo intorno a cui si sviluppa, con feroce delicatezza, la trama del romanzo, ma anche e soprattutto la lente attraverso la quale esplorare le stanze del pensiero e della scrittura:

 

La casa è un luogo della mente. Quand’è vuota, diventa irrequieta. Si anima di ricordi, visi e luoghi e momenti passati. Immagini amate riemergono, disobbedienti a rispecchiare quel vuoto. Allora, quale risentito stupore, e quante ricerche pressoché inutili. É una situazione ridicola. È un essere ridicolo che cerca di ottenere un sorriso anche dall’ombra più familiare e affettuosa. Comico e senza speranza, lo sguardo diretto alle profondità del passato è sempre rivolto verso l’interno. [2]

 

A leggere questo passo, come molti altri della Visitatrice, ritorna alla memoria il racconto Lo sgombero[3] di Anna Maria Ortese, scrittrice che sull’immagine-tema della casa ha costruito la propria poetica. Quasi coetanee, classe ‘14 l’Ortese e ‘17 la Brennan, è però assai improbabile che le opere delle due scrittrici si siano incontrate; almeno, sicuramente non la Visitatrice ritrovato soltanto nel ‘97 in un archivio universitario americano. Tuttavia, ci piace pensare – e non sarebbe un’ipotesi così ardita – che se il romanzo della scrittrice irlandese fosse stato pubblicato al suo tempo, presumibilmente intorno agli anni ‘40, all’Ortese attenta (o fintamente distratta) di letteratura, specie angloamericana, non sarebbe certo sfuggito.

Lo sgombero e La visitatrice: da una parte l’orfana Masa che vive con il fratello e si accinge a traslocare, «affaticata e silenziosa come tutte le donne, quando devono lasciare una casa. Perché è la casa dei nostri morti, questa»;[4] dall’altra Anastasia King che dopo aver abbandonato il padre per seguire la madre in fuga verso a Parigi, ritorna da orfana nella casa dell’infanzia, custodita dalla nonna paterna. Partenze e ritorni che si incrociano all’interno della casa; movimenti d’aria, come i morti che si aggirano nelle stanze e prendono forma alla luce della lampada di ferro rosso (Ortese), tra le frange del tappeto e dietro le tende (Brennan). La partenza di Masa è dolorosa perché non basta imballare gli oggetti e l’arredo per curare una muta e disperata nostalgia del passato: «C’era una cosa che non se andava, qui, proprio qui, questa mattina [...];una cosa che non poteva ricominciare in nessun altro luogo, e mai più. Era come se la stessa aria che circolava fra le pareti, quella mattina, fosse carne e occhi di persone umane».[5] Ma altrettanto doloroso è il ritorno con cui Anastasia s’illude di poter ritrovare il tempo passato. Se da una parte le stanze e l’arredo hanno il potere di evocare i morti, dall’altra sono i testimoni silenziosi di un tempo irrecuperabile. Le cose rappresentano per Anastasia le spine dell’irreversibile, del mai più: le fiamme nel camino diventano sbarre grigie e la sala buia e silenziosa. La dura figura della nonna paterna, insieme al tempo trascorso a Parigi, impedisce alla giovane donna di sentirsi a casa; Anastasia scopre che da quel momento – il momento del (non) ritorno – non potrà che essere una visitatrice in casa propria. Le partenze e i ritorni sfaldano il tempo e l’identità, disegnano i contorni dell’esilio. Esilio che l’Ortese conosceva bene, come testimoniano i versi della poesia Casa di Altri, omaggio al racconto straordinario di Silvio D’Arzo (Casa d’altri): Ingannarci/ non dovevi vita, Casa di Altri/ quale tristezza nascere stranieri».[6]

«La visitatrice è la storia di un doppio esilio»[7] – ha notato Pietro Citati in una recensione al romanzo della Brennan – che parrebbe sancito da una figura paterna invisibile quanto presente. Se, infatti, la memoria è affidata alla presenza femminile (Anastasia, la madre, la nonna, la governante, l’amica della nonna), l’accesso alla casa è sorvegliato dall’ombra del padre. La casa è la Casa Paterna, gelosamente o meglio morbosamente difesa dalla nonna. Ad avvalorare questa ipotesi è l’incomprensione tra madre, padre e nonna, ricordata da Anastasia all’inizio del romanzo e che la Brennan ripercorre con uno stile piano e spietato, dicendo quasi nulla, eppure lasciando trasparire, tra un pausa e l’altra, tutta l’incomunicabilità e solitudine che s’insidia tra le pareti domestiche: «“Tutto ciò è ridicolo” disse, “una scenata a colazione. Non sono abituata a cose del genere, in questa casa”».[8]  

Molti i fantasmi che dimorano nella casa e alla fine del romanzo i vivi non si distinguono più dai morti.

(Lisa Bentini)

 


 

[1] Maeve Brennan, La visitatrice, Bur, Milano, 2005.

[2] Ibidem, p. 23.

[3] Anna Maria Ortese, Lo sgombero, in Silenzio a Milano, La Tartaruga, Milano, 1998.

[4] Ibidem, p. 134.

[5] Ibidem, p. 111.

[6] Ead., Il mio paese è la notte, Empirìa, Roma, 1996, p. 174.

[7] Pietro Citati, Anastasia nel mondo delle ombre, «la Repubblica», 9 agosto 2005.

[8] M. Brennan, cit., p. 26.

 

 

 

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