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VISCERAME GADDIANO

  

Magda Indiveri

 

     1.     Organicismo

2.     Visceri

3.     Il ventre: forma esterna

4.     Il ventre: la donna

5.     I visceri: le passioni

6.     Pienezza, peccato

7.     Viaggio al centro del ventre

  

1.  Organicismo

 Gadda ha seguito tutto il corso universitario di Filosofia: ha anche in casa, come lui si esprime, «dei pacchi, anzi nu' cuofeno 'e meditazioni filosofiche» (VM,93). Il polo d'interesse, per il quale egli trova un punto d'incontro tra la meccanica combinatoria di Leibniz e il positivismo, va ricercato nell'ambizione ad allargare il campo delle conoscenze, secondo un metodo di scandaglio: una sorta di «Annales Brunsvicenses» dell'umanità, dilatato alla storia naturale, alla biologia, alla geologia, introducendo quelle che Darwin chiamava classificazioni genealogiche. In tale ampliamento, Gadda cura di ricercare l'incatenamento logico dei fatti, la zoliana «articolazione combinatoria del mondo»; si preoccupa di organizzare i dati in serie causali; vuole sperimentare combinatoriamente tutte le possibili forme e modalità di un tema e di una figura[1].

A questa visione delle cose si collega la passione per i problemi dell'evoluzione e della genetica. Gadda è fermamente convinto che l'ontogenesi ripeta la filogenesi, e tende quanto più possibile a ricostruire questo phylum. Egli vuole ripercorrere «il cammino delle generazioni» (CO,46), la teleologia evoluzionistica: «il fine imperativo cui sottostà il diuturno lavoro delle cellule» (CO,8). Il paesaggio stesso è un «costoso elaborato delle epoche», «l'affiorante parvenza» (MI,74) di una maturazione durata millenni. Gli animali raggiungono l'optimum della forma «nella pertinace evoluzione della discendenza» (AD,240). Ugualmente, in ogni essere umano

 

il sangue, traverso i millenni, doveva aver comportato e risolto tutta una serie di problemi infinitesimali... Chi gli aveva disegnato la faccia?... Di che gente o costume era venuta quella fronte?... Quando, e da quale mente era stato progettato? (Ib.)

 

     L'uomo è dunque un progetto attuantesi nel tempo, un insieme di miglioramenti e di scarti che lentamente si stratificano: «Oh! Anche il mio polso batte da secoli, il mio cuore... sono un elaborato dei secoli» (NS,139). Peculiarità «spirituali» vengono a prender forma accanto all'evoluzione fisica: «gl'imponderabili atti e modi, le oscure e tormentose delibere, le profonde elezioni dello spirito... l'oscuro tendere, l'oscuro volere» affiorano nella «risorgiva di una persona» (AD,240), nell'espressione «dell'io vivo, già plasma, e negli anni organato da un' "idea" differenziatrice» (MI,264), «bloccandovi le medulle» (AD,70), cioè profondamente incavestrandosi all'organismo.

     Questo flumen, questa eredità comune lega non solo gli uomini, ma l'universo intero, «il popolo folto e fedele dei pioppi» (MF,57) ai propri antenati, tramite una memoria biologica che reca in sé attitudini, elementi concettuali, tracce mnemoniche delle generazioni precedenti. Oltre al principio neo-darwiniano della continuità del plasma germinale, vi risuona anche il motivo bergsoniano della memoria organica del passato nel presente:

 

Il raro fiore dell'evento nasce da una molteplicità di tentativi e da un rinnovarsi di prove, come l'unicità pura di un cristallo da più vasta presenza della sua materia nella memoria delle rocce (VM).

 

     In questi termini matura l'idea, ancora di ascendenza bergsoniana, di una concordanza di tutti i viventi, in simbiosi con l'universo. Le relazioni tra le parti sono regolate dal principio leibniziano per il quale ogni individuo è un «groppo di rapporti»; questi ultimi si estendono a tal punto da comportare la partecipazione del gravame comune delle colpe:

     Se un eredo-luetico alcoolizzato a Maracaybo, taglia la gola con un colpo di rasoio a una povera meticcia ch'egli sfruttava e   picchiava fino a farla sputar sangue, io, io, Carlo Emilio, ne sono per la mia quota parte responsabile (VM,196).

 E aggiunge:

     Chi trascura questi nessi... non ha letto e non ha meditato a sufficienza la monadologia di Leibniz, né i Karamazov di Dostoiewski. Non ha letto o non ha inteso i Vangeli (Ib.).

      Si tratta del principio, gravido di risonanze, illustrato da Freud in Dostoevskij e il parricidio: «Non importa chi abbia effettivamente commesso il delitto. Tutti i fratelli sono egualmente colpevoli»[2].

     Questa affermazione sembra condurre a un'ulteriore osservazione: le relazioni tra i viventi, ed il desiderio, che è più reale dell'atto (Matteo, V, 27-28), fanno sì che la mano che uccide sia sempre la propria mano; in altre parole, Gadda si prefigura l'intero universo come un unico, grande organismo, l'animale del Timeo di Platone. Così Nietzsche, per il quale il corpo umano non è una cosa o una sostanza data, ma una creazione continua (beständige Schöpfung). Gadda ne è profondamente convinto: la materia («üle platonica» di MM) è la memoria logica, la «premessa logica» su cui lavora ogni impulso finalistico, ogni «forma» attuante se stessa (VM,168).

     Da qui nasce l'organismo gaddiano, in quanto l'organismo, per sua stessa formula, è grumo di relazioni: «la monade è organismo o sistema» (MM). In tal senso esso è costituito da varie parti, che funzionano in connessione tra loro:

 

L'operosità categorica dell'organismo-corpo (idea-categoria lavorante sul preesistente anatomico) produce un armonico trofismo... che non esisterebbe più se ogni parte andasse per conto suo (MM,222);

 nasce uno squilibrio quando l'organismo sottopone ad una usura eccessiva un organo (MM,206).

 

     Dal lato opposto,

     il cervello non deve volere tutto per sé, ma anche l'intestino... i piedi e i polmoni e il filone della schiena han pur diritto a un   certo qual trattamento (MF,88).

 

     Caratteri psichici e somatici operano nell'organismo assolutamente appaiati:

         lo squallore e la sciatteria di un ambiente sono... nemici altrettanto dell'anima che dell'intestino, dello spirito che dei rognoni (MI,122);

l'orgoglio vero [è] insito nel mio midollo spinale, nel coccige, nei calcagni (CU,137);

la volontà diventava persistenza fisica, circolazione, respirazione, digestione, opera del colon (MI,25).

 

     E' interessante constatare come ogni evento sia armonizzato, inserito, considerato in una fisiologia. Gadda ammise una volta che il grande merito di «molti mémoires, come anche di quel genere di scritture che dimandiamo "romanzi" e confessioni ed autobiografie» era quello di non astrarre i temi dal totale contesto d'una biologia (EP,31). Persino nel proprio progetto di abitazione

 

un uscio, un passaggio, una porta, il serbatoio... furono previsti in armonia con l'insieme, fissati, definiti nel gioco delle interdipendenze inevitabili, armonizzati in una fisiologia (NS,139).

 

     L'organismo umano ed il suo funzionamento sono inequivocabilmente, per Gadda, modello dell'intera realtà.

 

2. Visceri

 Se anche la propria casa ideale è stata disegnata da Gadda secondo un modello fisiologico, capita anche abbastanza spesso che lo scrittore crei delle metafore in cui "organicizza" gli aspetti più vari dell'universo. In queste occasioni vi è una zona peculiare dell'organismo umano nettamente privilegiata: la zona più interna, centrale, localizzata nei visceri.

     Per Hans M. Enzensberger i visceri assurgono a pietra angolare della poetica di un Gadda inteso piuttosto come "umorista":

 

"Anche Gadda, come Jean Paul, s'immerge nell'interno del mondo, ma la sua interiorità è di un altro tipo: è l'interiorità cruenta delle frattaglie. Le interiora, gli intestini: questa è la parola-chiave dell'opera di Gadda; le interiora della realtà sono il prototipo labirintico del suo stile. Egli legge nelle sue trippe e nelle sue ghiandole, scruta i segreti della loro secrezione e descrive il loro recondito metabolismo[3]."

 

     Certo i visceri partecipano del «pasticcio», del «groviglio», gli emblemi della filosofia e della poetica gaddiane. Un groviglio che chiede di essere districato, chiarito in ogni suo tratto: Gadda si comporta come Leonardo notomista:

 

Si può presumere che una mano inesperta al disegno dimentichi le anse addominali nel groviglio ignobile dell'indistinto, ma Leonardo non può sbrigarsene con un bel nodo alla marinara (come nell'inane simbologia di Mondino, di Hundt, di Peyligk, dove p.e. l'intestino è raffigurato da una fettuccia, annodata in fantastici gruppi), e deve ritrarle come sono (MI,227).

 

     Lo stesso stile della pagina gaddiana, il percorso romanzesco alludono all'itinerario intestinale, mai lineare ma curvilineo, avvoltolato su se stesso, ramificato, ricco di digressioni, labirintico.

     Le anse addominali, apparentabili a quelle cerebrali, sono la zona labirinto del nostro corpo: molte fantasie infantili, raccolte da Melanie Klein[4] ne danno conferma. La storia della specie inizia nelle caverne, così come la storia dell'uomo ha inizio nell'utero materno; e nelle caverne paleolitiche ci sono passaggi labirintici, meandri, gallerie tortuose. Il tema mitologico del palazzo di Cnosso, che tramanda il simbolo del labirinto, è una delle rappresentazioni della fantasia del nascere, del farsi strada attraverso i visceri, dove intestini e utero collimano.

     Su questi elementi Gadda ha costruito numerose metafore: il sottosuolo è presente come luogo di nascita delle gemme preziose:

         ...un bel cilindretto verde nero lustro... chicca misteriosofica, nelle antiche viscere del mondo celata, alle viscere del mondo  carpita (PA,280).

     Una nascita umana avviene invece dall'interno di un grande transatlantico: 

Da 'o Conte Verde! ...Ne svolan fuori a frotte, difatti da 'a panza d' 'o Conte... che dopo lunga gita a stramondo venga finalmente deposta a terra, dischiusa (PA,207),

e più esplicitamente:

 le ragazze, non appena scodellate sul Beverello dal tenebricoso ventre del Conte... (PA,209).

     L'angolo descrittivo si allarga sino a comprendere la città: i visceri della quale sono tradizionalmente localizzati nei condotti sotterranei:

         Le fogne profonde, budelli neri delle metropoli per tutto lo stronzame dell'umanità (ME,62)[5].

 

     Nell'organismo casa, in particolare le zone di raccordo, i corridoi, specie se stretti e tortuosi come nelle case vecchie, possono degnamente fungere da «interiora»:

         Una limonata in ghiaccio al 45! udivo urlare di tanto in tanto fuor dalle viscere dei corridoi (MI,25),

 imperiosi decreti venivano immantinente radiotrasmessi lungo le anse del budello noeufcentdesdott (AD,70),

 ...c'era stata occasione... di rappezzarvi il lucernaio delle scale, o aggiustargli vetri o porte o canne dell'acqua, o altri visceri anche più inverecondi (AD,74).

 

     Si tratta quasi sempre di qualcosa (pietre, turiste, urla) che proviene, esce fuori dai visceri. Alla fantasia della nascita appartiene anche un ultimo esempio che ha a protagonista il tempio:

     Santa Maria Maggiore, dai tre fornici oscuri della loggia sopra il nartéce pareva seguire, con l'afflato della carità di sua plebe, una bara che le fosse uscita dai visceri (PA,324).

 

     Anche nel grande tema manzoniano della casa violata, cui si richiama alla fine della Cognizione, la casa è intesa come organismo:

 "una casa-utero, in cui lo sguardo estraneo si muove come dentro il proibito. L'oscurità, dopo lunga ricerca, è scoperta, violata da uno sguardo[6]."

 

     Il finale della Cognizione, l'effrazione della villa, è collegata all'operazione chirurgica descritta in "Anastomosi" («come due fanciulli che osservino, traverso l'apertura chirurgica, l'interno misterioso di un organismo», CO,220), che si allarga a rituale tendente a venire a contatto con le tenebre delle viscere e a portarle alla luce.

     Un ultimo modo di rappresentare i visceri è creare un'ambivalenza coi genitali. Ciò avviene nella trattazione, in chiave organicistica, del tema delle campane, i cui rintocchi invadono il cielo a mezzogiorno. In questa ottica antropomorfa, la campana, oggetto polisemico per eccellenza, viene vista come gonna che si solleva e scopre il dessous, come capienza che mostra il contenuto: «furibonda sicinnide, offerivano il viscerame o poi lo rivoltavano contro il monte» (CO,73). Nella versione in rivista viene accentuata la connotazione turpe: «Animalesca sicinnide, offerivano la trippa e poi...»[7], dove forse la variante «trippa» scaturisce dalla vicinanza dell'aggettivo «animalesca», poi eliminato.

 

3. Il ventre: forma esterna

      Gadda usa l'immagine del ventre come forma esterna nei momenti di più chiara connotazione satirica. E' infatti l'addome come elemento "vistoso" che interessa Gadda in questo caso: quella minima deformità comune a molti, quella dilatazione di parte del corpo che basta di per sé a ridicolizzare, se vista in certo modo, la persona.

     La figura del "pancione" è sempre stata elemento essenziale della comicità classica; la dilatazione appartiene già di per sé al tipo della caricatura, ed è forma grafica, segno[8]. La pancia di cui è portatore fin nel nome il fedele servo di Don Chisciotte -sebbene in quell'opera operi determinata dal fattore del doppio-, la pancia, senza alcun altro attributo, è elemento caratterizzante del tipo picnico ideato da Kretschmer: la rotondità  fisica e la ciclicità psichica della sua costituzione, tendente a formazioni maniaco-depressive, esprimono perfettamente una componente femminile[9], della quale Gadda è consapevole. Ecco dunque che nel Pasticciaccio «er sor Filippo Angeloni», commendatore «celibe e malinconico» (VM,98) su cui si appuntano i primi sospetti, viene introdotto nel suo aspetto fisico da una «panza un po' a pera» (PA,34).

     Essa prefigura una latente omosessualità che verrà poi svolta in tutta una descrizione di cibi ricercati, che «er sor Filippo» faceva recapitare da giovani garzoni di drogheria.

     Il tema della gola è normalmente connesso alla dilatazione addominale, in una meccanica alternanza di significato fra contenuto e contenente. Chi ha pancia, è perché «ha una buona bistecca nella trippa» (EP,187). Il termine «trippa» ha una connotazione più triviale, in quanto comunemente riferito alle budella animali. La pancia in questo caso è vista dall'interno, dalla parte metonimica della bistecca -e in tale contesto sarà presa in esame più sotto. «Trippa», nel dialetto romanesco in particolare[10], viene usato per sottolineare la dilatazione visibile, il gonfiore, e resta perciò nel campo della forma esterna.

    L'anonimo inventore di macchine automatiche, in una fabbrica di fiammiferi sul Plata, si affaccia alla pagina e viene consegnato alla posterità nelle vesti di «un brontoloso genovese, di gran trippe» (MI,173). «Boyeaux double que d'ordinaire» (EP,16) possedeva, secondo il racconto di Saint-Simon, Luigi XIV. Questa notazione non passa inosservata, ma viene ritradotta dallo scrittore nell'immagine, caricata, di «quella tacchinesca maestà del decimo quarto Luigi dalle trippe doppie» (Ib.). Come nel caso del re di Francia, sono spesso i personaggi di posizione elevata ad essere presi di mira per l'eccezionale volume addominale, quasi a cogliervi la forma fisica del potere.

     Elias Canetti ha studiato l'esistenza di un legame strettissimo fra immagini della digestione e del potere[11]. In primo luogo, ciò che viene mangiato è in sommo grado oggetto di potere in quanto incorporato, posseduto; inoltre chi mangia acquista peso, cresce: il potente, depositario di auctoritas (la radice è quella di augeo = aumento), è inequivocabilmente un grande mangiatore.

     Tra le forti invettive, spesso di tema sessuale, dedicate all'odiato Mussolini, Gadda si fa beffe «de la panza in orpelli, del suo prolassato... ventrone» (EP,38). Il coltello, elemento importante della divisa fascista, nonché simbolo sessuale, viene così a trovarsi «sulle trippe, al cinturone, il coltello... Il coltello del principe Maramaldo, perché di sul trippone figurasse» (EP,18), con evidente effetto di contrasto.

     Gadda è sempre pronto a cogliere gli elementi che «stroppiano», che «aggiungono alcunché al reale e dunque lo deformano» (VM,18). Egli coglie e trascrive, come lui stesso dice, il barocco del mondo: e come barocchi vengono catalogati: «un violoncello, un contrabbasso, un femore, un bacino, il ghiandolone fegato, la gobba del dromedario, i fagioli, le zucche, i cocomeri...» (CO,236n.). Il motivo della «baroccaggine» denominatore comune di questi casi è l'opulenza, il prolassamento, quel che è ridondante, esornato: in una parola, la nozione di spreco su cui è basata anche la fisiologia rabelaisiana. Sono i mezzi retorici di cui si vale la maccheronea, la satira intesa come "vassoio colmo", l'iperbole, l'amplificatio, la distorsione di membra anatomiche, la focalizzazione o enfasi dei dettagli, la prospettiva inusitata[12].

     In tutt'altro modo appare l'addome di Gonzalo Pirobutirro durante la visita del medico. Non di maccheronea si tratta qui, si tende piuttosto verso il tono grave, che poi precipita nel grottesco. Nel caso, nello sdraiarsi sul letto, inerme,

 

«il lungo corpo e l'eminenza del ventre diedero una figurazione di ingegnere-capo decentemente defunto» (CO,100).

 

     Non si parla di ridondanza, ma di eminenza; non di pancia, ma di ventre, un termine colto, quasi medico, che riappare più volte: «l'auscultazione... di nuovo il ventre [...] ...le pieghe del ventre» (Ib.). Solo l'aggettivo «defunto», unito dall'allitterazione all'avverbio che precede, dà una colorazione ironica. Proseguendo, il medico palpa l'ingegnere a lungo, anche a due mani, e in questa operazione viene paragonato a lavandaie che strizzino i panni.

     Ecco che Gadda fa immediatamente seguire la frase «mollare le trippe», che, in questo contesto, con la degradatio stilistica dovuta al cortocircuito tra la figura del medico e quella della lavandaia, provoca infine la connotazione grottesca.

 

4. Il ventre: la donna

      C'è un altro tipo di dilatazione addominale, «chell'abundanzia del ventre» (FA,54) che pertiene alle donne: il ventre materno. In questo tema, superbamente disegnato nel Pasticciaccio, si innestano elementi diversi. In primo luogo il desiderio di gravidanza, delineato nella forma dell'idea ossessiva, della «fissazione melanconica» (PA,119). E' qui certamente presente l'eco dell'appello fascista a procreare, il «clima eroico dell'epoca sitibonda di prole» (VM,98). Liliana Balducci incarna questa follia:

 

quelle lunghe guardate a ogni donna! a quelle piene poi... (PA,146),

per lei là c'era... come un grande ventre fecondo (PA,13),

il ventre fecondo delle consorelle (PA,122),

...co 'na panza come 'na mongolfiera a San Giovanni (PA,147).

 

     L'immagine della "pancia piena" viene svolta in più occasioni: dal «vedessi che baulle cià Clementina!» (PA,147), a «quelle du' bùggere de cassaforti... Piene come na donna incinta!», che compare nel cap. IV uscito su Letteratura del '29 e poi espunto in volume (BI,168). Ancora, un ventre gravido pare il pitale ove erano nascosti i gioielli rubati: dopo il rinvenimento «il pitale aveva tutta l'aria di una puerpera» (PA,287). Vasi da notte ricolmi (delle «òstrik del mè viàcc de nòzz», AD,46) compaiono anche altrove.

     Gadda mostra di condividere le opinioni che Otto Weininger sostenne nella sua tesi di laurea Sesso e carattere[13], dove la donna, senza anima e alogica, è ritenuta completamente coagulata alla cavità uterina. Allo stesso modo Gadda sostiene che «la personalità femminile [è] centrogravitata sugli ovari (PA,121) in quanto «la psiche della donna tende ad introitare» (PA,120). All'«introitamento» lo scrittore ascrive anche la mania di possesso: «l'idea Matrice della villa se l'era appropriata ai visceri» (CO,145). Viene anche detto che la donna mostra «carenza di facoltà critiche» (EP,58), e non sa distinguere «il logicamente connesso e consequenziato dall'uterinamente avventato» (NS,30). Certamente l'utero è causa dell'inferiorità psicologica femminile, e, isteriche o baccanti sono presentate da Gadda in almeno due occasioni: le già citate «sicinnide» di CO,73 e, nel Pasticciaccio, le ragazze che lavorano presso la Zamira, la quale non era peritata di affermare che «"er mal di testa, noi donne, ce l'abbiamo qua: hi, hi, hi", E si toccò il buzzino» (PA,247).

     L'idea del ventre come unica cavità conduce a un modo di dire popolare, ripreso anche da Gadda: nascere come «sortire dalle viscere materne» (NS,54); tali viscere portano quasi sempre con sé un'accezione dolorosa: la madre è madre «orbata» del figlio, che quindi soffre due volte, al momento del parto e dopo: «sugli anni lontani delle viscere, sullo strazio e sulla dolcezza cancellati, erano discesi altri fatti» (CO,132).

     Dopo la pena di «un fallito sperimento delle Viscere» (CO,134) -lo scoprire nel figlio appena nato la «prova difettiva di natura», che provoca una ferita narcisistica- si aggiunge lo strazio della perdita del figlio:

 

nell'animo della mamma e direi anzi ne' suoi visceri, il rapporto madre-figlio si era talmente identificato col rapporto guerra-morte del figlio, ch'ella non poteva più pensare a una madre se non come a un groppo di disumano dolore (CO,195)

Guiderdone alla pena antica dei loro visceri... era un diploma di morte con ghirigori (EP,61).

 

     Il tema oraziano "bella detestata matribus" (Car., I,1,65) sembra fondersi col tema biblico "partorirai con dolore". O anche, sembra che la madre in Gadda porti questo terribile destino: diventa folle per la brama di figli, ma poi dai suoi visceri, come da Santa Maria Maggiore, non esce altro che una bara ((PA,324).

 

5. I visceri: le passioni

      Nel significato più ampio, si intende per visceri l'intero corpo umano, escludendo nettamente il cervello. Vi è anzi una dicotomia tra fisiologico e psichico[14]. Questa concezione trova la sua prima grande codificazione in Platone, nelle pagine di anatomia del Timeo, che propongono un modello di divisione dell'organismo su base triadica che continua ininterrotta fino alle tipiche freudiane. Il riferimento è confermato del Fedro, oltre che ne La Repubblica e nel Convito[15]. Anche il "platonico" Gadda dà il proprio contributo a questa rappresentazione:

 

L'uomo normale è un groppo... di nevrosi inscatolate... le une dentro le altre, da dar coagulo d'un ciottolo, d'un cervello infrangibile: sasso-cervello... creduto formazione cristallina elementare... mentre è, più probabilmente, un testicolo fossilizzato (VM,21).

 

     Ai visceri in particolare Gadda ascrive le passioni o le sensazioni del corpo, cioè fame, sete, appetiti naturali, dolore, calore, piacere. Al pari dei medici del '700, egli sembra affascinato dalle teorie di Stahl, che attribuiva ai visceri una specie di autonomia relativa e di sensibilità indipendente[16]. Dal grande contenitore quale è questa "idea di visceri" Gadda fa fuoriuscire manifestazioni elementari, non elaborate, animalesche:

 

La loro prestanza di rinoceronti era fondata su dialettali ruggiti, barborigmi ingiuriosi che parevano estrarre dalle trippe, o anzi addirittura dalla vescica (AD,170).

 

     Fonismi, dunque, più che parole, balbettii di un'umanità non ancora lontana dallo stadio primitivo. Così conferma Starobinski, che "prima di Freud si parlava correntemente di inconscio, ma lo si assimilava al rumore confuso e oscuro delle funzioni viscerali, da cui sarebbero emersi, a intermittenza, gli atti della coscienza. Freud l'ha sottratto al monopolio della vita organica per radicarlo nell'apparato psichico stesso"[17].

     E' in particolare da due personaggi femminili che Gadda fa promanare questo mistero vitale: 

Un palpito repentino, dal nostro fondo e vivente dei visceri, come un oscuro sorgere, come di chi postulasse lontanamente la vita, la carezza materna (AD,266).

Emanava da lei, con il notato olezzo, il senso vero e fondo della vita dei visceri (PA,174).

 

     Le due frasi, molto simili, assumono, nel dispiegarsi delle allitterazioni, l'andamento di una formula, un carmen, il ritmo dell'endecasillabo[18].

     Ma dalle stesse sensazioni corporali, da una sorta di forma mentis organica, Gadda sembra ritenere provengano i comportamenti etici più radicati, le abitudini, gli atti istintivi, specie quando proclama di disprezzare «l'etica di superficie e comunque estranea alle medulle e alle trippe» (AD,281). In accordo al medesimo principio, infatti, vengono motivati gli abiti fuori moda delle balie milanesi:

 

Si direbbe che una latenza moralistica, dentro i visceri dei padroni, si studi e preoccupi di distrar loro dall'attenzione... maschile (AD,198).

 

     Però un denominatore comune tra le diverse manifestazioni viscerali può riscontrarsi nel sentimento -in tutto ciò ch'è sentito, e non ragionato.

Dunque la compassione:

            ...sì da loro sommuovere i visceri in un obolo» (CU,231);

la disperazione:

[la guerra] strazia ormai da due lunghi anni le viscere del popolo nostro (NS,21),

Non vi è comando, non vi è legge, se non dalle viscere torturate (AM,27),

la paura:

     ma la tragica sinfonia tocca le viscere proprie della stirpe, da poi che sembra i suoi tocchi più tremendi e più alti non essere avvertiti dalle anime (Ib.).

 

     Il profondo legame viscere-dolore, già notato per le viscere materne, si ripete nella descrizione di sofferenze fisiche e psichiche che hanno per sede la parte addominale. Gonzalo accusa «un'ansia indicibile, sul giro del gastrico, dov'è il duodeno, come piombo» (CO,72), dove la pesantezza plumbea gioca insieme per l'ansia e nel duodeno. O anche: i soldati «correvano con i visceri arsi e con affocate vene» (EP,20). Lo scrittore stesso lamenta «uno sturbo del gastrico», e nel bagno della sua casa ideale esige «un apparecchio vomitatorio» per eventualità di vomito e mal di stomaco (NS,148). Questi malesseri preludono a ben più gravi sofferenze, causate dal peccato, dal male, perché anch'esso dimora nella pancia.

 

6. Pienezza, peccato

     José, il peone, sosteneva ch'egli avesse dentro, tutti e sette, nel ventre, i sette peccati capitali, chiusi dentro nel ventre, come sette serpenti (CO,37).

 

     Nella fabulazione attuata da tutto un paese su Gonzalo, l'atto di accusa definitivo è quello del peone: l'hidalgo ha il peccato nel ventre. E dopo tale dichiarazione il tema dei visceri campeggia, sotto varie forme, per una decina di pagine della Cognizione, e diventa motivo orchestrante.

     I vari peccati, pigrizia, ira, crudeltà, avarizia, sembrano riassumersi nel condannato «vizio della gola, che è così turpe in un uomo» (CO,41). Esso viene introdotto («Dicevano che fosse vorace, e avido di cibo e di vino; e crudele...», CO,39), ripetuto («Vorace, e avido di cibo e di vino: crudele: e avarissimo», Ib.) e tenuto sospeso, per esplodere poi come tema maggiore.

     Il ventre è luogo di desideri insaziabili, animali, che porta a

     regredire verso la concezione bassamente immediata di un io vivo nel mondo per la sua pura fisiologia, come una bestia (MM,204).

 

     La forza che il ventre prende dagli alimenti l'utilizza a suo solo profitto, la trasforma in piacere carnale; viene tradizionalmente associato alla figura dell'idra dalle molte teste per i suoi innumerevoli desideri ripiegati gli uni sugli altri. La cupidigia di cibo di Gonzalo, altrove amplificata in «concupiscenza», non è altro che l'epitymia platonica, la brama, il desiderio sfrenato, caratterizzante l'anima più degradata[19]: Gadda trasforma un aggettivo platonico in luogo:

 

quegli impulsi animali a non dire animaleschi da i'Plato per il suo Timeo e per il Fedro topicizzati nell'epizymetikon, cioè nel pacco dell'addome ch'è gran vaso di tutte le trippe (EP,23).

 

     Nel passaggio, la grafia della parola greca viene contraffatta (da theta a zeta): e in tal modo viene a partecipare della parola zyme, lievito, fermento. Mutazione non inerte, in quanto arricchisce la zona addominale della connotazione del gonfiore, della crescita. Questa pienezza viene in primo luogo dall'ingurgitazione di cibi: cibi mostruosi, per quel che riguarda Gonzalo, come il suo peccato:

 

...un riccio... un granchio... uno scorpione marino... un pesce-spada (CO,42).

 

     Il corpo di Gonzalo diventa esso stesso viscere, che si estrinseca e lievita sino alla bocca per rovesciarsi sulla presa:

     la ventosa oscena di quella bocca! Viscere immondo che aveva anticipatamente estroflesso a properare incontro l'agognata voluttà (CO,43).

 

     Il piacere viene accresciuto da un gioco labirintico che vuole i cibi, a loro volta, ripieni.

     Le porchette dalla pelle d'oro esibivano i lor visceri di rosmarino e di timo (PA,311);

 i piccioni sono farciti di patate

     divenute una seconda polpa anche loro... come se l'uccello, una volta arrostito, avesse acquistato dei visceri più confacenti alla sua nuova situazione di pollo arrosto (CO,32).

 

     La "pienezza" si conferma e procede anche attraverso le usanze dei coleotteri:

     Questi necrofori, una volta seppellita la sua brava carogna, ci banchettano dentro, felici... Denter in del venter, in di büsèkk del ratt... Poi si accoppiano... Un banchetto totemico. Poi l'orgia, a pancia piena, nella pancia del topo morto (AD,246).

 

     La saturazione, il doppio riempimento, introducono una nota sessuale; mangiare e accoppiarsi non sono nemmeno distinti nel medesimo senso di pienezza.

 

Il di più, non è se non un gravame, un nemico introdotto abusivamente nell'organismo, come i Danai nell'arce di Troia (CO,42).

 

     L'atto di iniziazione, di rinascita, sottesa al mito della penetrazione nel ventre di un animale (Ulisse, Giona, Alì Babà nella giara, ec.) è invece sentito nell'elemento gravoso, pesante, pericoloso:

 

il rospaccio... dei più pesi abbiano mai albergato 'n secoli a pancia d'uomo (EP,29).

 

     Il punto è questo: il mangiare è la forma della caduta, è il peccato originale. La colpa comune, rinnovata continuamente, va ascritta alla

 

storia di certo Adamo... il quale, tentato dalla fidanzata Eva, sobillata a sua volta da un serpente, ne accettava il dono di una mela: mela che nel progredire del racconto si rivelerà foriera di mali e, a tutti gli effetti fisici e psichici, alquanto indigesta (GB).

 

     Il peccato si configura dunque come un'indigestione, un'ingurgitazione, un'abbondanza del ventre, che non è una gravidanza, ma ha caratteri similari, giacché

 

anche gli uomini hanno un utero e un ovaio, più uterino e più ovarico di quello delle donne (EP,126).

 

     E' il diventare grevi, fare del ventre l'epitome della propria persona. Allora

 

l'essere si paralizza in un sacco, in una lercia trippa,

e avviene quell'autoinvestimento libidico quella

       'autochiusura dell'essere', quell'ingusciamento, che è prigione volontaria nel ventre materno (GB),

 riluttanza a nascere:

     questa nevrosi... non è male più repellente della nascita, voglio dire della venuta al mondo (GB).

  

7. Viaggio al centro del ventre

      I due romanzi maggiori sembrano ruotare effettivamente intorno all'organicismo dei visceri e alla brama che esso porta in sé, rispettivamente nell'uomo (Gonzalo) e nella donna (Liliana). Connaturato com'è alla carne umana, non pare che per esso Gadda arrivi, nemmeno attraverso la psicoanalisi, ad una via terapeutica. In definitiva, ogni uomo in quanto tale ha «il male nella pancia», poiché «siamo tutti nello stesso corpo», con annessa la possibilità della commiserazione. L'uomo in fondo non è altro che

 

quel pupazzo idiota, sbucato fuori chissà da che buco, dopo che tetra meccanica (CO,95);

 

il vecchio pupazzo denominato persona singola (GB);

 

pupazzo pieno di segatura (VM,37).

 

     L'inanità di questo io, che non sa combattere contro il male che egli stesso  porta addosso, diventa l'inanità delle sue stesse viscere, della sua zona più molle e indifesa:

 

la miseria di un pupazzo sbuzzato, la miseria di un pupazzo sventrato (MI,257).

 

     Il «povero viscerame degli umani» (CO,46), nella sua sequela allitteratoria, diventa immagine dell'organismo; le «povere interiora», l'«ammucchio di trippe flaccide», l'«intruglio molliccio» sono le parvenze di quell'«io primo e pensiero in subordine», «pena vermiglia» (MI, Anastomosi, passim), dolorante e corruttibile materia e contatto col male. Se una possibilità di salvezza per questo «misero Arlecchino» può esistere, essa sta forse nel ripercorrere la «tetra meccanica» della nascita a ritroso, nel calarsi all'interno delle viscere materne da cui il pupazzo è sbucato per restituire alla luce la causa del male. Un atto di esplorazione da compiersi sulla madre.

     L'occasione offerta dalla presenza di Gadda a un'operazione gastroaddominale (in Anastomosi, MI) consente di calarsi in questa esplorazione, già tuttavia prefigurata nell'effrazione della Villa Pirobutirro, poiché sempre di «spaventosa effrazione» si tratta. Il chirurgo si accinge al rito «sotto l'esile scafandro di palombaro»: si tratta dunque di un'immersione; egli deve «schiudere l'addome, estruderne l'interna miseria», finché «escluderà il male dalla tenebra corporea». Il chirurgo scava nel ventre: «Fuori, fuori, fuori! Il pallore molliccio». Egli cerca qualcosa che di volta in volta si configura come «segreto frutto», come «moneta dimenticata», come belva «stanata fuori dalla sua caverna come preda nell'orrore».

     Ma il ventre oppone resistenza: le sue carni sono «reluttanti» e «viscide», ed esso non mostra se non «molli enigmi». Il mistero non vuole esteriorizzarsi. Eppure il chirurgo persiste, «frugandovi, frugandovi», come «l'uomo del sacco» che tanto aveva atterrito Gadda bambino[20],

 

come a volervi scoprire una qualche ostinata reticenza, una simulazione pervicace, antica (MI,257).

 

     Alla base di tutto c'è un inganno, una bugia, un genio maligno? «Le dita ironiche sembrano palpare la frode», ma nel percorso allucinatorio del racconto la salvezza sembra raggiunta, quando l'uomo, dentro quel ventre, riesce finalmente a

 

rinvenire ed estrarre i visceri senza più brama (Ib.).

 

Solo dopo l'atto di pietà suprema si può parlare di «resurrezione».

 

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Elenco delle abbreviazioni usate

 

AD, L'Adalgisa, Le Monnier 1944

AM, Apologia manzoniana, in Il tempo e le opere, Adelphi 1982

BI, Le bizze del capitano in congedo e altri racconti, Adelphi 1981

CO, La cognizione del dolore, Einaudi 1963, 1970, 1987

CU, Il castello di Udine, Ed. di Solaria 1934

EP, Eros e Priapo, Garzanti 1967

FA, Il primo libro delle favole, Neri Pozza 1952

GB, Saggio introduttivo a Il male oscuro di G.Berto, ed. Mondadori 1964.

ME, La meccanica, Garzanti 1970

MF, La Madonna dei filosofi, Ed. di Solaria 1931

MI, Le Meraviglie d'Italia, Parenti 1939

MM, La meditazione milanese, Einaudi 1974

NS, Novella seconda, Garzanti 1971

PA, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti 1957

VM, I viaggi, la morte, Garzanti 1958


[1] Roscioni G.C., La disarmonia prestabilita, Einaudi, Torino 1975.

[2] Freud S., Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij, Boringhieri, Torino, 1976.

[3] Enzensberger H.M., Gadda aruspice, in <<L'Europa letteraria>>, IV, 20-21, 1963.

[4] Klein M., La psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze 1969.

[5] Cfr. Baudelaire, <<Fourmillante cité,...Les mistères partout coulent comme des sèves Dans les canaux étroits du colosse puissant>>, Le fleurs du mal, Feltrinelli, Milano 1964.

[6] Rinaldi R., La paralisi e lo spostamento. Lettura de 'La cognizione del dolore', Bastagi 1977.

[7] Cognizione, III tratto, in Letteratura 1939, p.100.

[8] Cfr. Kris E., Ricerche psicoanalitiche sull'arte, Torino, Einaudi 1967.

[9] Portmann A., in Hillmann J., Op. cit. Tendenzialmente picnici, secondo Kretschmer, erano i narratori minuziosi quali Zola, Balzac.

[10] Vocabolario romanesco, a c. di F. Chiappini, Leonardo da Vinci, Roma 1945.

[11] Canetti E., Massa e potere, Adelphi, Milano 1982.

[12] Cfr. Brilli A., Retorica della satira, Il mulino, Bologna 1973; Id. (a c. di), La satira, Dedalo, Bari 1979. Sulla nozione di spreco qui intesa cfr. Elias N., La società di corte, Il mulino, Bologna 1980.

[13] Weininger O., Sesso e carattere, Bocca, Milano 1922.

[14] Starobinski J., Breve storia della coscienza del corpo, in "Intersezioni" n.1, 1981.

[15] E' notevole anche la credenza di origini preistoriche, secondo la quale la testa e il genitale sarebbero in comunicazione fra di loro mediante la colonna vertebrale, cfr. Onians, Origin of European Thought, in Brown N.O., Corpo d'amore, Il Saggiatore, Milano 1969.

[16] Cfr. Starobinski, Op. cit.

[17] Ibidem.

[18] Per l'uso gaddiano della prosa ritmica, con interpolazioni di versi, cfr. Flores E., Accessioni gaddiane, Loffredo, Napoli 1973.

[19] Timeo 70c.

[20] La tigre nel parco, in MI, p.15: <<...eccolo là, sulla panca, frugava e rovistava nel sacco>>.

 

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