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violenza televisiva e bambini

ANNOTAZIONI SU UNA TRAGEDIA POSTMODERNA

 

DAVIDE MONDA

 

Università di Bologna

 

 

 

     La televisione ha una sorta di monopolio di fatto

                                                                                     sulla formazione dei cervelli di una parte cospicua

                                                                                     della popolazione.

                                                                             

 P. Bourdieu, Sulla televisione

 

                                                                               

                                                                                     Chi accende la televisione spegne il bambino.

                    

                                                                                     G. Ceronetti, La fragilità del pensare

 

 

 

Del tutto sterile sarebbe, crediamo, ripetere ancora una volta l’ormai classico repertorio di truismi relativo ai pochi splendori, alle molte miserie e alle infinite ovvietà che caratterizzano la televisione; sarebbe, in altre parole, inutile demonizzare acriticamente – seguendo peraltro un facile costume talora praticato pure da alcuni fra i più insospettabili… –  questa presenza ad un tempo vistosa e sfuggente, che sembra volerci a tutti i costi accompagnare nei nostri percorsi esistenziali. In questa sede modesta e tutt’altro che specialistica, ci limiteremo a proporre qualche considerazione sui poteri e le strategie di cui la piccola-grande “sorella” si giova, nonché – soprattutto –  sul suo ruolo nei processi educativi dei soggetti che ci sono affidati. Pensiamo infatti che i temi, i problemi e gli enigmi concernenti l’influsso strapotente del piccolo schermo impongano ad ogni educatore responsabile una riflessione  informata e costantemente aggiornata.

E’ ben noto che la televisione ha letteralmente rivoluzionato il campo della comunicazione: grazie ad essa è dato osservare, sovente in maniera particolareggiata, fatti, eventi e situazioni che accadono tanto nel proprio quartiere come in paesi distanti migliaia e migliaia di chilometri. Oggi, poi, la telecamera ha raggiunto perfino luoghi remotissimi dello spazio extraterrestre, le cui caratteristiche suscitano sì ammirazione e curiosità, ma pure perplessità e sconcerto. Negli Stati Uniti, il 95-98 per cento della popolazione fa uso regolare del televisore, e dinanzi ad esso l’americano medio trascorre all’incirca diciassette ore alla settimana; secondo le stime dell’American Psychological Association (APA), i bambini americani passano davanti allo schermo una media di ventisette ore alla settimana, con picchi di oltre undici ore al giorno in alcuni quartieri degradati delle metropoli (Grasso, 1996). Come si avrà modo di vedere più avanti, in Europa le cose non vanno molto diversamente.

Ma fino a che punto è forte l’influsso sulla vita della gente di questo medium che, per quanto concerne la diffusione ed il numero di “fedelissimi”, non ha davvero termine di paragone? I messaggi televisivi, in cui le parole sono potenziate dalla musica, dalle immagini e dallo scorrere (non di rado) travolgente dell’azione, rappresentano effettivamente, come pensano anche parecchi specialisti e non meno eminenti personalità del sapere (Menduni, 1998), la forma di comunicazione in assoluto più efficace, penetrante ed avvolgente?

 

Certa televisione può essere utile 

 

Pare indubbio che questo strumento così potente, diffuso e – per certi versi – seducente abbia recato e rechi importanti benefici alla società post-moderna. Esso può ad esempio mostrare il modo di pensare e di vivere proprio di popolazioni che risiedono in luoghi remoti e ben difficilmente raggiungibili.

Fin dal tempo della sua nascita, d’altro canto, la maggioranza degli intellettuali ha espresso dubbi, perplessità e preoccupazioni di varia natura circa gli effetti di questo medium così loquace, invasivo e cangiante. La televisione – affermò con ironia insieme lungimirante ed amara T.S. Eliot nel lontano 1955 – è un mezzo d’intrattenimento che permette a milioni di persone di ascoltare contemporaneamente la stessa barzelletta, e rimanere ugualmente sole”. Un anno dopo, intervistato dal New York Herald Tribune, il grande Orson Welles ammetteva invece, con una notevole dose d’autoironia, la propria videodipendenza: “Odio la televisione. La odio come le noccioline. Ma non riesco a smettere di mangiare noccioline”. A. Burgess poi, nel cupo romanzo 1984 & 1985, l’ha definita “una metafora della morte dell’intimità”.

Ciò non toglie, tuttavia, che la televisione offra anche diverse trasmissioni di buon livello culturale, e talvolta autentici gioielli del pensiero e dell’arte. E’ possibile così assistere, nell’intimità (sempre più relativa…) delle proprie case, a rappresentazioni storiche di drammi di Racine, Hugo, Goldoni o Eduardo, ad opere liriche celeberrime, a concerti e balletti che forse pensavamo ci fossero irrimediabilmente sfuggiti, oppure ancora ad interviste a personalità eminenti o significative del mondo del sapere, ora magari scomparse. Le seguenti osservazioni di J. Oulif ci sembrano pienamente condivisibili e, quantunque stese all’alba degli anni ’70, per nulla invecchiate: “Radios et télévision ressuscitent les oeuvres du passé: elles créent de nouveaux musées imaginaires plus riches de celui d’André Malraux. Tous les programmes de distraction et de délassement ne présentent pas le même intérêt, mais il n’empêche que les plus belles expressions littéraires, musicales, artistiques du génie humain sont démocratisées et que, pour en bénéficier, des million d’hommes n’ont d’autre effort à faire qu’à tourner le bouton” (in Schaeffer et alii, 1973, p. 891).

In generale, anche il mondo dell’istruzione ha indubbiamente tratto un certo giovamento dalla televisione. Da decenni, oramai, essa mette a disposizione di moltissimi un mare di nozioni, ora più ora meno precise ed attendibili, di matematica e di scienze naturali, di musicologia e di poetica, di diritto e di politologia, di sociologia e di antropologia, etc. Che a tali ponderosi bagagli informativi non abbia (sostanzialmente) mai corrisposto la trasmissione di un metodo, e soprattutto  di un senso, è evidentemente altro discorso… Ancora, in alcune nazioni, la televisione è stata impiegata per ridurre l’analfabetismo, e nei paesi terzi si è riscontrato ch’essa costituisce un mezzo assai utile al fine d’insegnare mestieri per i quali non sarebbe disponibile un numero sufficiente d’insegnanti.

Per quel che riguarda invece l’azione della televisione sulle capacità espressive dei giovani, essa ha forse contribuito ad ampliare il lessico dei bambini in tenera età, ma non sembra affatto avere inciso positivamente sulla padronanza linguistica degli adolescenti, che utilizzano un numero sempre più esiguo, trito e inelegante di vocaboli e costrutti, senza avvertire – il che è ancor peggio – la benché minima necessità di ampliarlo, variarlo, ingentilirlo! Anche a livello di comunicazione di contenuti, la positività dell’influenza televisiva sui soggetti educativi con cui ci confrontiamo quotidianamente ci sembra assai discutibile. Come molti insegnanti ben sanno, infatti, più che su temi e problemi che rientrano – per riprendere l’attempata, ma ancora utile summa divisio diltheyana – nelle scienze della natura o in quelle dello spirito, i giovani spettatori che popolano le aule del Duemila sono in grado di discorrere – e talvolta in modo sorprendentemente informato, disincantato ed animato –  intorno ad argomenti d’attualità amari o spinosi, che le generazioni che precedettero la televisione, o che ne frequentarono una assai diversa dall’attuale, non avrebbero mai affrontato con un’attitudine analoga: si pensi solamente all’informazione sulle terribili malattie che funestano il nostro tempo, sui  gravi problemi sociali quali prostituzione, delinquenza, pedofilia, sulle tematiche più scabrose relative alla sessualità e specialmente sui mille orridi volti della violenza. Peccato però che, nella maggioranza dei casi, a questi giovani manchi quasi del tutto lo spessore culturale, la maturità, il senso critico necessari per elaborare autonomamente quest’insieme doloroso di dati e questioni, e per ragionarvi in maniera un poco più consapevole e sensata… E’ un fatto, comunque, che nelle nostre classi pullula una caterva di luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi di palese origine televisiva, non di rado accompagnati da un basso continuo di volgarità rabbiosa, venata di sadismo e di leggerezza sprezzante… “Les mass media – ha scritto icasticamente P. Schaeffer – risquent d’ajouter aux ravages de la pollution matérielle ceux d’une pollution mentale, dont il seraient à la fois le produit et l’agent” (1973, p. 889).

La televisione è stata inoltre criticata da diverse parti (da Henzenberger a Galimberti, da Umberto Eco a Mario Lodi) perché, si argomenta, tende pericolosamente ad appagare il minimo comun denominatore del gusto delle masse, ammanendo il più delle volte programmi di qualità scadente. Nella selva selvaggia delle discussioni sulle valenze educative e culturali delle trasmissioni televisive, confessiamo sin d’ora di sentirci vicini a coloro che ritengono che il nucleo del problema non tanto sia rappresentato dal tipo di spettacoli che i giovani fruiscono, quanto piuttosto dall’attitudine con cui si pongono dinanzi ad essi. Così, se è senz’altro auspicabile che la qualità media delle trasmissioni si elevi sensibilmente (e un primo, ma decisivo passo in questa direzione sarebbe quello di non confinare molte “perle” in orari impraticabili per i più), è di gran lunga più importante formare telespettatori riflessivi ed autenticamente critici, pronti a vagliare con attenzione il flusso caleidoscopico che scorre ogni dì sugli schermi, e a prenderne, se e quando lo reputano opportuno, precise e decise distanze (Callari Galli, 1999).

 

La violenza televisiva influisce sulla nostra esistenza?

 

La tesi secondo cui coloro che vedono con regolarità un qualunque tipo di programmi – non necessariamente intrisi di violenza, di stereotipi o di pregiudizi – ne risentano poco o nulla, non sembra fondarsi su basi troppo solide. Se così fosse, perché mai, per esempio, le industrie investirebbero cifre “da far tremar le vene e i polsi” nella pubblicità televisiva dei loro prodotti e servizi? De facto, tutti questi persuasori più o meno occulti, sempre coadiuvati da psicologi e sociologi scaltriti, sanno assai bene quanto profondamente i messaggi lanciati sugli schermi possano penetrare nelle menti dei fruitori, i quali, in effetti, dopo esser stati bombardati a dovere da un esercito di spot, si sentono spinti – e sovente in maniera pressoché irresistibile – ad acquistare i prodotti che han veduto reclamizzare. Pare dunque come minimo probabile che la visione regolare di qualsiasi sorta di trasmissione scateni reazioni analoghe nella psiche degli individui, influenzandone più o meno sensibilmente pensieri e comportamenti. Assurta ad un ruolo centralissimo nella vita dell’uomo post-moderno, la televisione non tende solo a cancellare la distinzione, la linea di demarcazione fra il reale e l’irreale, ma vuole addirittura divenire essa stessa la realtà (Baudrillard, 1996).

“Tutti noi guardiamo la televisione – scriveva qualche anno fa Umberto Galimberti – non perché siamo pigri, passivi, intontiti, ma perché siamo al mondo, che nella televisione – e non altrove – ha la sua più estesa e completa descrizione. Religione, politica, mercato, guerra, gioia, dolore, morte, sono descritti lì, e da lì impariamo come si prega, come si governa, come si vende, come si compra, come si lotta, come si gode, come si soffre, come si muore, allo stesso modo di come un tempo queste cose si apprendevano dall’ambiente in cui si viveva. Oggi la televisione è il nostro ambiente. Anche quando non la vediamo, per il fatto che altri l’avranno vista, nel loro agire quotidiano sarà leggibile il loro apprendimento. Interagendo con loro, entreremo in contatto con lo schermo, che dunque è sempre acceso per la comprensione pubblica del mondo” (Galimberti, 1994, p. 201)

Simili posizioni possono apparire eccessive e allarmistiche a coloro che, persuasi d’essere debitamente equipaggiati di razionalità, equilibrio ed ironia, ritengono di prendere abitualmente tutte le misure necessarie per non subire passivamente il flusso televisivo, per controllare con costanza e disinganno il proprio rapporto col teleschermo. Quantunque legittimo e più che apprezzabile, questo atteggiamento sì scettico e prudente, ma forse un poco semplificante e corrivo, potrebbe rivelarsi insufficiente per far fronte alle mille seduzioni, tattiche e aggressioni che, sempre più elaborate e striscianti, il sistema televisivo mai cessa di diffondere.

Vogliamo ora soffermarci un poco sulla questione che, in verità, più ci sta a cuore e più c’inquieta, ovvero su quella degli effetti sui più giovani della violenza televisiva, che, sempre più brutale e compiaciuta, oggi dilaga come non mai in tutte le fasce orarie.

“Fra i mali dell’uomo d’oggi – afferma con viva preoccupazione Giovanni Reale in una delle pagine più riuscite del saggio consacrato al valore terapeutico della saggezza classica e giudaico-cristiana per l’uomo contemporaneo, che egli giudica per molti versi “malato” – spicca la sistematica elevazione della violenza a metodo privilegiato per la soluzione dei problemi. Alle radici di un flagello che l’uomo conosce fin dalle proprie origini, ma che oggi sembra essersi dilatato fino a minacciare la sopravvivenza del genere umano, ritroviamo lo smarrimento del senso del valore sia dell’uomo sia delle cose” (Reale, 1995, p.103).

In un libro assolutamente diverso per provenienza, orientamento ideologico e stile, il Saggio sulla violenza del sociologo Wolfgang Sofsky – tanto geniale, suggestivo, emozionante, quanto iperbolico nei modi e negli approdi –, si legge inter alia un’agghiacciante descrizione degli effetti che la violenza può scatenare sullo spettatore:

“Nonostante il disgusto e l’avversione, lo spettatore viene catturato dalle passioni suscitate dalla violenza, che conquistano i sensi, l’udito, la vista, l’anima... Basta un solo attimo e le sue resistenze interiori crollano. La vista del sangue scatena eccitazione, estasi, entusiasmo, il desiderio di altro sangue. Lo spettatore diventa schiavo della crudeltà…è la violenza stessa che cattura lo spettatore. Essa agisce come un veleno” (Sofsky, 1998, p. 86).

Taluni  frai primi studi sulla violenza televisiva, a dire il vero, ipotizzavano che essa potesse avere un effetto catartico sugli spettatori, ossia che essa contribuisse a ridurne l’aggressività, consentendo di sfogare la negatività repressa; diverse autorevoli ricerche successive hanno invece ampiamente contraddetto questa teoria. Sembrerebbe perciò che numerose delle critiche che, negli ultimi quattro decenni, sono state mosse dalle fonti più diverse contro la violenza televisiva siano tutt’altro che ingenue e immotivate. D’altronde, diversi studi ben documentati e affidabili hanno escluso la sussistenza di rapporto causale diretto fra violenza sullo schermo e comportamenti eticamente e/o giuridicamente negativi. Lasciamo la parola agli esperti che da tempo si muovono in questi ambiti un poco labirintici e fluttuanti.

“Secondo alcuni psicologi – ha sostenuto Aldo Grasso – attraverso la televisione un bambino americano assiste in media a ottomila omicidi e a centomila atti di violenza prima di aver terminato le scuole elementari. L’ipotesi che esista un legame tra la violenza simulata proposta dal piccolo schermo e le aggressioni reali della vita quotidiana è oggetto di una controversia che risale alla nascita stessa della televisione. Di fatto, non esiste letteratura scientifica che comprovi un tale legame…” (Grasso, 1996, p. 834).

“Negli anni ’60 – ha sintetizzato poi Enrico Menduni, uno dei più accreditati esperti di teorie e tecniche del linguaggio radiotelevisivo – gli Usa furono scossi da un’ondata di violenza, in gran parte di origine razziale. Varie autorità e movimenti accusarono la tv di educare i minori alla violenza, anche riprendendo preoccupazioni che erano state rivolte, molti anni prima, al cinema ed ai fumetti. Con speciali fondi governativi, un’ampia attività di ricerca cercò in tutti i modi di stabilire un nesso causale certo fra esposizione alla violenza televisiva e comportamenti aggressivi, peraltro senza mai dimostrarlo in modo convincente e definitivo, anche per l’artificiosità di situazioni di laboratorio lontane dalle effettive modalità di fruizione televisiva” (Menduni, 1998, p.69).

Sempre in merito alla medesima questione, nell’ambito dell’agile, pregevole saggio intitolato Comunicazione e persuasione, la psicologa Nicoletta Cavazza ha affermato che “molte ricerche mostrano effettivamente che c’è una relazione tra il tipo di programmi che i ragazzi guardano maggiormente e il livello di aggressività delle loro condotte”, ma, anche sulla base di recenti studi che rivedono fra l’altro le posizioni di A. Bandura e del sociologo D. Phillips, ha tuttavia concluso che “la visione di programmi a contenuto violento provoca eccitamento e, di conseguenza, la tendenza ad attuare risposte aggressive soltanto in soggetti nella cui memoria siano già prevalenti tendenze aggressive” (Cavazza, 1997, pp. 89, 91).

Ammesso e non concesso che si debba escludere un nesso eziologico diretto, ben pochi, d’altra parte, possono negare l’esistenza di un qualche legame fra gli eccessi cruenti e crudeli che i teleschermi introducono di continuo nelle case, e i comportamenti devianti dei giovani dell’intero “villaggio globale”.

E’ ben nota la vera e propria crociata combattuta da Karl Popper, negli ultimi, laboriosi anni della sua lunga esistenza, contro la gestione attuale del mezzo televisivo: le sue posizioni circa l’utilità e il danno della televisione hanno fatto discutere parecchio, sia per l’autorevolezza del personaggio sia per la loro perentoria intransigenza, che giunge addirittura a chiudere, come ha scritto il Menduni, “totalmente la porta ad un contributo positivo della televisione, soprattutto verso l’infanzia” (1998, p. 60). Più d’ogni altra cosa, egli ha proprio attaccato la continua esibizione di violenza, che a parer suo può provocare effetti nocivi specialmente sui più piccoli, ed ha sostenuto la necessità di fare operare nel settore soltanto coloro che siano provvisti di una sorta di “patente”, ed abbiano frequentato un corso di formazione professionale volto in primo luogo a sensibilizzarli in merito al ruolo pedagogico e all’impatto emotivo caratteristici del medium (Popper, 1996).

“I pericoli politici inerenti all’uso ordinario della televisione – ha ammonito con il consueto acume Pierre Bourdieu – derivano dal fatto che l’immagine ha questo di specifico: può produrre quello che i critici letterari chiamano l’effetto di realtà, può far vedere e far credere a ciò che fa vedere. Questo potere di evocazione ha effetti mobilitanti: può far esistere idee o rappresentazioni, ma anche gruppi. I fatti di cronaca, gli incidenti più o meno gravi possono essere investiti di implicazioni politiche, etiche etc., capaci di suscitare sentimenti forti, spesso negativi, come il razzismo, la xenofobia, l’odio-terrore dello straniero…” (Bourdieu, 1997, p.22).

Nonostante tali critiche, perplessità o preoccupazioni, i programmi infarciti di violenze fisiche, psichiche e morali (per non dire dell’oceano di cliché semplificanti e fuorvianti a queste spesso collegati) continuano, come si accennava, ad imperare sul piccolo schermo, ed anzi sembrano addirittura aumentare, assumendo, in talune circostanze, forme più subdole e sottili.

“E’… una violenza “fredda” – ha finemente osservato Matilde Callari Galli – quella che possiamo seguire dai nostri teleschermi, resa distante dal mezzo, dal suo carattere artificioso di documentazione di un fatto lontano da noi, o di uno spettacolo creato appositamente per il nostro divertimento. Ma proprio per questo la sua azione è permanente, ci allena ad un distacco dalla realtà che se non è corretto, non è rivisitato criticamente, può rendere alcuni individui (forse molti) privi di quel rapporto emotivo con la realtà che è alla base di ogni senso di responsabilità verso noi stessi e verso i nostri simili” (Callari Galli, 1996, p. 74, corsivi nostri).

I giovani telespettatori stentano a notare il generale e relativamente rapido peggioramento nella qualità dei programmi, ma i meno giovani non possono fare a meno di operare confronti con la “televisione di ieri”, certo non altrettanto opulenta, colorata e fluorescente, certo non proprio entusiasmante in molte modalità, ma ben più meditata, elegante ed essenziale.

E’ senz’altro vero che violenza, immoralità, depravazione et similia non sono stati inventati dalla televisione, ma crediamo sia pure difficilmente confutabile che essa non abbia fatto alcunché di sostanziale per scoraggiare condotte, atteggiamenti ed emozioni condannabili o discutibili dal punto di vista etico e civile; tutt’al contrario, parecchi programmi sembrano avere incoraggiato e promosso –  in maniera più o meno consapevole – atti e stili di vita e di pensiero contra legem e decisamente disumani.

 

Alcuni effetti della televisione sui rapporti umani

 

La televisione, s’è detto, può far conoscere anche in tempo reale situazioni e avvenimenti che accadono a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, e persone che risiedono ed agiscono in luoghi lontanissimi. Eppure potrebbe, almeno in abstracto, anche riunire ed unire le persone più vicine, i componenti delle famiglie, magari per guardare insieme e commentare i fatti del giorno, oppure per assistere al programma prediletto (ammesso che gli scarti generazionali, oggi cospicui forse come non mai, consentano una conciliazione dei gusti). Ma il teleschermo può realmente esercitare un effetto socializzante? E, più specificamente, rinsaldare i rapporti familiari ed amicali? Non nascondiamo che, per più ragioni di vario ordine, nutriamo parecchi dubbi in proposito.

In passato (un passato non troppo remoto), allorché si desiderava procurarsi informazioni sulla maggior parte degli avvenimenti e dei problemi d’interesse generale, era costume comunicare direttamente con gli altri. Parenti, amici o semplici conoscenti si radunavano in luoghi convenuti per dialogare: in quelle occasioni, si scambiavano non solo notizie ed opinioni, ma altresì preziosi frammenti di saggezza e sapienza orale, nonché “vissuti” talora carichi di pathos, entusiasmo e fantasia. L’avvento e il moltiplicarsi del mezzo televisivo, il quale permette di ottenere le più svariate informazioni senza la necessità di confrontarsi e misurarsi con gli altri, ha probabilmente contribuito non poco ad indebolire l’incentivo a comunicare, giungendo in talune circostanze a soffocarlo. La massa immane dei telespettatori può così apparire un deserto di monadi irrelate, una galassia di anonimi uditori isolati, tristemente, squallidamente separati l’uno dall’altro.

Siamo convinti che ogni educatore che aspiri a proteggere i giovani di cui si prende cura (Sorge) dalla banalità maligna e maliziosa, dai vacui trionfalismi e dai tragici inganni di un mondo abbarbicato su apparenza, esteriorità e spettacolarizzazione di fatti e sentimenti negativi, abbia il preciso dovere di educarli al dialogo e al confronto, di spronarli continuamente ad interrogarsi con serietà ed impegno su tutto quel che recepiscono dalle più diverse fonti e ad operare comparazioni non disinformate né stoltamente tendenziose.

“Caduto il modello dell’integrazione assimilatrice – ha detto assai bene Matilde Callari Galli – che, sotto i veli emancipatori, nascondeva per lo più l’annientamento delle differenze, anche il modello del crogiuolo multiculturale appare difficile e improbabile da realizzare: sappiamo che esistono più mondi, più culture, così ricche e antiche, così radicate da apparire incommensurabili, che non possono – e forse non devono – essere ridotte le une alle altre, ma fra le quali è indispensabile aprire il dialogo e il confronto.

E’ una necessità immediata che la cultura della scuola educhi oggi i suoi allievi al dialogo e al confronto, perché senza questa capacità noi condanniamo le future generazioni alla conflittualità permanente, alla lotta, forse a divenire i protagonisti della distruzione del nostro pianeta” (Callari Galli, 1996, p.157, corsivi nostri).

 L’insegnante deve inoltre additare alle famiglie, mostrare in primis agli occhi sempre più disorientati dei genitori, la centralità assoluta e l’urgenza indifferibile di praticare una comunicazione significativa e diuturna con i propri giovani. Fra le pareti domestiche, essi dovrebbero consacrare con regolarità la maggior quantità di tempo possibile a dialoghi e colloqui[1] coi loro ragazzi, sforzandosi di comprendere immedesimandosi, di ascoltare davvero partecipi le loro impressioni, riflessioni, mète, ansie, paure…

“Nella società contemporanea – ha affermato Giovanna Guerzoni, concludendo un contributo documentato ed avvincente sull’incidenza degli spettacoli violenti sui più piccoli –, gli adulti – genitori e maestri, ma anche altre “agenzie educative” (dalla scuola all’extra-scuola, al gruppo di pari) – non possono eludere questa funzione di “mediazione” dei “prodotti” culturali della cultura cui appartengono, oggi continuamente elaborata e prodotta (tra le agenzie culturali presenti) anche dalla televisione. E questa funzione non può essere che un parlare insieme – adulti e bambini – davanti e sulla televisione, rielaborandone i messaggi, i suoi contenuti più o meno coinvolgenti – fra cui le dinamiche della violenza…” (Guerzoni, 1999, p. 96).

         Se tanto le famiglie quanto gli insegnanti includeranno nei loro incontri, dibattiti, programmi… trasmissioni o video-registrazioni eterogenee quanto si vuole, ma sempre di rilevanza culturale ed umana tout court autentica, la televisione potrà allora trasformarsi effettivamente – nonostante lo scetticismo di molti – in un potente strumento educativo, valido ed efficace per ampliare e intensificare un dialogo sentito e costruttivo, e di conseguenza l’esistenza e la progettualità esistenziale dei bambini e degli adolescenti con cui interagiscono.

 

L’amara realtà delle cose: l’attuale videodipendenza dal peggio

 

Quantunque possano, almeno in teoria, trarre un certo profitto da una parte del palinsesto anche autonomamente, anche senza una guida più esperta ed accorta, i più giovani rischiano di essere le vittime predestinate di spettacoli televisivi scadenti e violenti, e ciò pure a motivo della grande, talvolta spropositata quantità di tempo che passano in compagnia dei personaggi che lo schermo propina, vagando nelle dimensioni ove si muovono, troppo spesso di un’irrealtà deleteria.

Stando a un recente sondaggio, un numero crescente di telespettatori italiani è affetto da “bulimia televisiva”, ovvero da una brama ossessiva di incamerare una porzione sempre più cospicua del palinsesto quotidiano. Durante una settimana di riferimento, ben l’ottantadue per cento di quegli italiani ha visto ogni giorno la televisione, e tutti “sono rimasti in media davanti al video poco meno di cinque ore”, si legge in un articolo apparso su La Repubblica del 14 dicembre 1993, ove si precisava inoltre che, fra i bambini dai quattro ai sette anni, il consumo televisivo era aumentato in media del quindici per cento rispetto all’anno precedente. Ma “i soggetti più colpiti da bulimia televisiva sono i teenager e quelli che possiedono soltanto un’istruzione elementare”. Alla domanda se a tale vistoso incremento quantitativo corrispondesse un miglioramento qualitativo dei programmi, Francesco Siliato, direttore dell’ente che ha realizzato il sondaggio, ha risposto che le cifre “appaiono assolutamente slegate dal livello dei programmi trasmessi”.

Triste a dirsi, ma di tutta evidenza, come si è ampiamente detto, il bambino e l’adolescente che passano davanti al televisore parecchie ore al giorno sono esposti ad un’infinità di espressioni, immagini e scene ad alto tasso di violenza. “Il mondo rappresentato in TV – ha scritto Anna Oliverio Ferraris – è un immaginario eccessivo che, se può affascinare ed essere decodificato da quegli adulti che possiedono chiavi di lettura di tipo semiotico, e che sono in grado di distaccarsene, rischia d’impigliare i più piccoli e i più deboli: assimilare tutti gli spettatori alla figura ideale di un intellettuale dotato di chiavi d’interpretazione costituisce non soltanto una forma d’arroganza, ma una cattiva interpretazione del mondo reale, fatto di bambini, adolescenti, di persone che si emozionano, che hanno una cultura limitata, o un diverso inserimento sociale, o che sono prive di strumenti interpretativi. Sono questi individui meno attrezzati che costituiscono un indicatore dei rischi legati a un immaginario eccessivo o sviante, che può abitare la nostra mente” (1995, p.76). Essendo i bambini e, mutatis mutandis, gli adolescenti naturalmente inclini ad imitare quel che vedono, possono di certo ricevere un forte incentivo a ripetere i modelli di comportamento deteriori e condannabili proposti a profusione dal teleschermo.

“Interessi ideologici e politici – scriveva qualche anno fa Nicola Abbagnano in un volume ove raccolse alcune pregevoli, chiaroveggenti paginette di riflessione morale e sociale –, esigenze propagandistiche di specie diverse, cedimenti alla curiosità banale o sensuale o anche alla gelosia o all’invidia determinano frequentemente non soltanto la scelta dei temi rappresentati, ma anche e soprattutto il modo di rappresentarli e di esprimerli con il linguaggio. Ma così le vicende miserevoli o peccaminose o brutali che vengono rappresentate non si presentano agli spettatori come i problemi di vita da affrontare e risolvere, ma come soluzioni già raggiunte al di là delle quali non c’è nulla. Spesso il pretesto è quello di rappresentare la vita vissuta così com’è oggi, nella sua realtà immediata, anche ripugnante od odiosa. Ma la vita vissuta, di fatto, presenta sempre alternative diverse, anche nelle circostanze peggiori, e il volerle fissare in un modello costante equivale ad una evidente falsificazione di essa, a una negazione della sua intima ricchezza” (Abbagnano, 1994, pp.271-271).

E seppure non sia stata dimostrata l’esistenza di un nesso eziologico diretto fra violenza televisiva e comportamenti antisociali, sembra d’altronde assai poco credibile che la prima non incida affatto (o solo in misura trascurabile) sulla condotta dei soggetti in formazione. E’ indubbio, inoltre, che la televisione non insegni quasi mai la cortesia ai telespettatori. Così, per esempio, i bambini i cui genitori sono abbastanza responsabili e controllati da evitare d’aggredirsi in loro presenza, vengono spesso influenzati negativamente dalla maleducazione e dall’inciviltà che assorbono dagli schermi. I personaggi dalla lingua tagliente e i comici che lanciano insulti a più non posso costituiscono una vera e propria negazione di ogni pur minimale “galateo”. I divi dello sport si compiacciono troppo di frequente in atteggiamenti superbi e triviali, mentre i telecronisti diffondono in maniera più o meno esplicita l’idea venefica che, pur di vincere, è lecito umiliare, schiacciare e perfino uccidere il proprio avversario. In molti programmi di pubblico interesse, poi, gli intervistatori affrontano i propri interlocutori con una supponenza, un’insensibilità ed un’aggressività che lasciano senza parole. Tutti questi sono fenomeni paradigmatici di un’epoca che sembra davvero aver dichiarato guerra a cortesia, eleganza e gentilezza.

Dovere fondamentale e indifferibile tanto delle famiglie quanto degli insegnanti è sì quello (senz’altro più agevole da compiersi) di vigilare sulle scelte televisive dei giovani loro affidati, ma più ancora quello di trasformare in momenti di dialogo, confronto o anche scontro, le trasmissioni che la loro coscienza per molti versi disarmata assimila ogni giorno; ogni adulto responsabile non perderà fra l’altro occasione per mostrare ai “suoi” giovani quanto spesso i fatti e i personaggi proposti dallo schermo siano, nella “realtà reale” delle cose, più complessi, problematici, sfuggenti. 

Rivolgendosi in special modo ad una classe docente che non di rado pecca d’astrattezza, che troppo spesso è scollata dalla vita concreta dei soggetti educativi che guida, Matilde Callari Galli sottolinea inoltre un elemento decisivo: “Dovremmo, nel disegnare i progetti educativi dei nostri allievi e delle nostre allieve, ricordare che la loro sfera emotiva è educata dalla fruizione televisiva a rispondere a messaggi e a stimoli, non ad agire indipendentemente ed attivamente. Sempre più in bambini e adolescenti che trascorrono ore ed ore davanti agli schermi televisivi, indignazione, paura, orrore, entusiasmo nascono e si generano non in rapporto con la realtà quotidiana, non in relazione con l’individuo, non in risposta a un fatto, a un evento, ma in conseguenza di alcune immagini, che si possono, se si vuole, interrompere e cambiare a piacimento. E invece la loro realtà, come la nostra, non è uno spettacolo, e interromperla vuol dire morire” (Callari Galli, 2000, p.96).

 

E i cartoni animati…

 

Certo non è un mistero che anche la maggior parte dei cartoni animati contiene dosi massicce di violenza. Quantunque alcuni si lascino catturare dalle facili seduzioni “buoniste” che caratterizzano parecchi film d’animazione, dalla (spesso) banale aura positiva – ora rosa, ora eroica, ora moralistica – che ne contraddistingue moltissimi, e siano dunque portati a considerarli validi dal punto di vista educativo, le cose sembrano stare ben diversamente: anche se lo happy end - almeno nella maggior parte dei casi – è garantito, anche se i “buoni” hanno la meglio sui “cattivi”, i mezzi e le maniere con cui i primi raggiungono i propri “giusti” fini risultano assai sovente alquanto discutibili dal punto di vista etico, nonché carichi di aggressività. Sul moralismo di bassa (e talvolta infima) lega generosamente fornito non solo dalle trasmissioni per bambini, Pierre Bourdieu ha steso riflessioni sulle quali è importante soffermarsi:

“La televisione è in perfetta sintonia con le strutture mentali del pubblico. Potrei menzionare a tale proposito il moralismo della televisione – pensiamo a certi programmi di beneficenza, in favore della distrofia muscolare o di altre calamità – che andrebbe analizzato in questa logica. ‘Con i buoni sentimenti’, diceva Gide, ‘si fa cattiva letteratura’, ma, potremmo aggiungere, si fa audience. Varrebbe la pena riflettere sul moralismo dei professionisti della televisione: spesso cinici, fanno discorsi di un conformismo morale assolutamente prodigioso. I presentatori dei nostri telegiornali, i nostri animatori di dibattiti, i commentatori sportivi sono divenuti piccoli direttori di coscienza che si fanno, senza troppo forzare le cose, i portavoce di una morale tipicamente piccolo-borghese, che dicono ‘cosa si deve pensare’ di quelli che si chiamano ‘i problemi della società’: le aggressioni nelle periferie o la violenza nelle scuole. Lo stesso discorso vale per il campo dell’arte e della letteratura: le trasmissioni più note fra quelle che si dicono letterarie sono al servizio – e in modo sempre più servile – dei valori stabiliti, del conformismo e dell’accademismo, se non dei valori di mercato” (Bourdieu, 1997, pp.55-56).

Fortunatamente, comunque, sempre più genitori ed insegnanti hanno squarciato il “velo di Maja” delle apparenze, ed hanno preso coscienza della pericolosità di molti di questi prodotti. Molti di coloro che, in gioventù, hanno apprezzato (e forse amato) film come Dumbo, Biancaneve, La spada nella roccia, Gli aristogatti o La carica dei centouno sono oggi, se non ancora nonni, almeno genitori, e non possono non percepire l’abisso che sussiste fra quei prodotti – sovente caratterizzati, fra l’altro, da atmosfere simpatiche, da certa essenzialità non priva di finezza, da profili psicologici ben delineati e piccole/grandi lezioni morali e civili – e gli attuali cartoni orientali e occidentali, di solito ripetitivi, epidermici e volgari quando non intrisi di violenze fisiche, psicologiche e morali.

Nel 1994 l’Università di California, a Los Angeles (UCLA), ha compiuto una ricerca sistematica sulla violenza in televisione, divenuta poi nota come il Rapporto di Los Angeles. Fra le numerose trasmissioni prese in esame da tale indagine, c’erano diversi cartoni animati, fra i quali le Ninja Turtless, le famigerate, fortunatissime tartarughe guerriere nate in America e quindi esportate in Europa. I risultati ottenuti sono apparsi a dir poco sconfortanti: si è notato infatti che, molto spesso, la violenza rappresenta la struttura fondamentale dell’intera fiction, ovvero che essa non costituisce soltanto il mero contenuto, bensì il fondamento stesso della macchina narrativa (Grasso, 1996).

Dati lampanti come questi esortano senz’altro genitori ed insegnanti a controllare e guidare le scelte dei ragazzi, ma più ancora a discuterle con loro in maniera informata e aperta.

 

La televisione che può aiutare a vivere

 

Se adeguatamente gestita e dosata, la televisione può però rappresentare, a nostro avviso, un ausilio non secondario nell’iter formativo della persona. Programmi di valore etico-civile ed artistico sicuro possono costituire, infatti, ottime occasioni per aiutare i giovani a sviluppare e coltivare un atteggiamento critico e problematico nei confronti della realtà complessa, indecifrabile e sovente insidiosa che abitano.

Oltre a propugnare e diffondere valori indiscutibili quali la dignità dell’uomo e della donna, la libertà e l’uguaglianza sostanziale, l’amore e l’amicizia, il teleschermo può presentare ed illustrare in maniera assai vivace ed immediata arti e discipline specifiche quali la musica e la scultura, la storia e le storie letterarie, l’archeologia e la filosofia. Più che ai documentari, la cui qualità appare non di rado deludente, il nostro pensiero va a taluni film sapientemente realizzati da registi e sceneggiatori de race. Quale miglior modo, ad esempio, per avvicinarsi all’universo insieme mirabile, stravagante ed enigmatico della musica “barocca” della visione del film Tous les matins du monde (1991) di Alain Corneau, tratto da un raffinatissimo romanzo breve di Pascal Quignard? E chi, ancora, desiderasse cimentarsi in una prima “immersione” nel secondo Cinquecento francese, in quel tempo sì insanguinato e crudele, ma pure inebriato di passioni ardenti, troverebbe ne La Reine Margot (1994) di Patrice Chéreau una ricostruzione storica e storico-culturale esatta e convincente, non disgiunta da vivacità dialogica, eleganza autenticamente manieristica, penetrazione psicologica e molto altro ancora. Di accuratezza, e gusto, e forza evocativa non inferiori ci pare poi il recentissimo Vatel di Roland Joffé, un altro film storico che non abbandona se non in pochi casi un rigore filologico raro ed encomiabile, e non perde fra l’altro occasione per spargere (ma con mano lieve) puntuti fermenti di evidente colore democratico, quali erano peraltro riscontrabili nel pensiero e nell’atmosfera dell’epoca, e che – specialmente in questa nostra post-modernità minacciata ed assalita da una schiera crescente di rigurgiti ideologici a dir poco pericolosi – ci sembrano oltremodo opportuni.

Fin dagli anni delle scuole medie inferiori, inoltre, sarebbe appropriato introdurre i giovani anche ad “universi di visione” senz’altro anni luce più ardui ed inquietanti di quelli cui sono avvezzi, ma incomparabilmente più formativi. Intendiamo in primis riferirci ai capolavori dei “protagonisti” più abili, colti ed engagé del cinema internazionale (di ieri e di oggi), che riteniamo guide preziose nell’orientamento culturale ed esistenziale degli adolescenti, mentori davvero formidabili per l’intelligenza, la sensibilità ed il gusto di ogni giovane coscienza. Dagli esiti più felici e indimenticabili del Neorealismo italiano al grande cinema francese di Truffaut, Resnais, Rivette, Malle, Chabrol, Rohmer, Godard, Tavernier…per non dire di inglesi e americani, spagnoli e portoghesi (basti il nome del letteratissimo Manuel de Oliveira), ogni insegnante dispone di una videoteca tanto varia e sconfinata quanto valida da cui trarre spunti per la costruzione dell’esistenza e la donazione di senso.

L’educatore responsabile, ça va sans dire, non dovrebbe però limitarsi a proiettare in classe tali pellicole, a mostrare passivamente questi gioielli quasi sempre del tutto ignoti ai suoi allievi, ma invece sforzarsi di fornir loro “l’attrezzatura mentale” indispensabile per comprendere non certo tutti i mille problemi e spunti tematici costantemente presenti in opere così intense e complesse (e meno ancora i loro aspetti più tecnici e specialistici, perché sarebbe un progetto quanto mai astratto ed utopistico), bensì i principali elementi contenutistici e (perché no) anche formali di esse. Se ben coordinata, una lezione-discussione su un grande film può spaziare dalla storia del cinema alla filmologia, dall’estetica all’etica, dall’attualità alla metafisica, abbracciando così il divenire della vita nella sua globalità.

 

Conclusione che poco conclude, ma s’impone di non disperare

 

In un libro assai discusso e, per molti versi, provocatorio ed eccessivo, Homo videns, Giovanni Sartori ha sostenuto che la televisione sta cagionando una rivoluzione antropologica senza precedenti e di segno nettamente negativo, che il piccolo schermo sta rapidamente cambiando in peius la natura stessa dell’uomo.

“La televisione – scrive fra l’altro il Sartori - sta producendo una permutazione, una metamorfosi che investe la natura stessa dell’homo sapiens. La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento “antropogenetico”, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano. […]

Il bambino la cui prima scuola (la scuola divertente che precede la scuola noiosa) è la televisione, è un animale simbolico che riceve il suo imprint, il suo stampo formativo, da immagini di un mondo tutto centrato sul vedere. In questa paideia, la predisposizione alla violenza è soltanto uno spicchio del problema. Il problema è che il bambino è una spugna, che registra ed assorbe indiscriminatamente (visto che non ha ancora capacità di discriminazione) tutto quel che vede. Per contro, e sull’altro versante, il bambino formato dal vedere si restringe ad essere un uomo che non legge, e quindi, il più delle volte, un “rammollito da video” addetto a vita ai videogames.” (Sartori, 1999, pp. 14-15).

Quantunque estreme nei contenuti e nei toni, simili osservazioni su questo “selvaggio” postmoderno, sprofondato nella mera visibilità e pressoché privo di capacità d’astrazione e dunque di concetti, hanno un fondo di verità e meritano di esser meditate. Quello che peraltro più ci colpisce e sconcerta è quanto il Sartori dice a proposito del totale rifiuto, proprio dell’homo videns, della lettura, che è esperienza fondamentale per ogni crescita intellettuale, morale, spirituale, psicologica, umana tout court ; un rigetto analogo nei confronti della pagina stampata contraddistingue l’homo sentiens tratteggiato dal Ferrarotti.

“La lettura – ha scritto non troppo tempo fa l’illustre sociologo – richiede solitudine, concentrazione sulla pagina, capacità di apprezzare la chiarezza e la distinzione…La lettura stanca [l’homo sentiens]… Intuisce. Preferisce il significato contratto e fulmineo dell’immagine sintetica. Ne è affascinato e sedotto. Rinuncia al vincolo logico, alla sequenza ragionata, alla riflessione che necessariamente implica il ritorno su di sé … Cede all’impulso immediato, caldo, emotivamente coinvolgente. Sceglie per sé il living on self-demand, quel modo di vita che è tipico dell’infante che mangia quando gli va, piange se avverte sconforto, dorme, si sveglia, soddisfa i suoi bisogni a caso” (Ferrarotti, 1997, pp. 94- 95).    

Mentre la solitudine dinanzi ad un libro è formativa e creativa, giacché sollecita in mille modi l’attività, lo sforzo, la fatica dell’immaginazione, lo stesso non si può dire di quella davanti al video: avvolto, preso, talvolta stregato dal fluire rutilante di voci ed immagini, schiacciato da un plenum che alletta il suo gusto ancora da orientare, il giovane rischia di provare un senso di appagamento globale, che lo confina in una passività squallida e avvilente; navigando felice sui canali di questo paradiso artificiale così povero di finezza e di stimoli alla crescita – che gli elargisce tutto, subito, senza fatica alcuna –, egli tenderà sempre più a ricercare nel microcosmo televisivo il “suo” rifugio prediletto, tanto rassicurante quanto totalizzante.

Se le istituzioni competenti, le famiglie e gli insegnanti non s’impegneranno seriamente onde salvaguardare i bambini e gli adolescenti dal nugolo di pericoli insiti nella televisione, le condizioni delle nuove generazioni non potranno che peggiorare. Da parte nostra, non confidando affatto nella positività creatrice, nella forza innovativa di quella barbarie culturale che diversi segnali inquietanti paiono preannunciare ed alcuni “futurologi” profetizzano in toni perentori, ci auguriamo all’opposto che genitori ed educatori, dopo avere acquisito gli strumenti necessari per comprendere in maniera il più possibile aggiornata e approfondita quali siano di fatto le modalità, le tecniche e i poteri della violenza televisiva, si adoperino con energia per edificare nei giovani che rientrano nel loro campo d’azione una coscienza critica adeguata al vorticoso, aleatorio divenire del mondo mediatico e telematico ove son gettati.

Se chi ha la responsabilità di educare si muoverà in questa direzione, favorirà non solo un dialogo partecipato e pensante coi teleschermi, ma pure il ritorno – a nostro avviso quanto mai auspicabile e vivificante – alla dimensione del vissuto, al contatto diretto ed autentico con la natura e la società, con la loro proteiforme, ineguagliabile - e pertanto assolutamente irriproducibile… - ricchezza.

 

 

 

Alcuni orientamenti bibliografici

 

 

N. Abbagnano, La saggezza della vita, Milano, 1994

J. Baudrillard, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Milano, 1996

P. Bourdieu, Sulla Televisione, Milano, 1997

O. Calabrese, Il neobarocco, Roma-Bari, 1993

M. Callari Galli, Lo spazio dell’incontro, Roma, 1996

M. Callari Galli, Il nostro presente: schermi televisivi e contemporaneità, in M. Callari Galli e G. Harrison, Se i bambini stanno a guardare. Trasmissioni televisive, modelli culturali, immaginario infantile, Bologna, 1999, pp. 9-44

M. Callari Galli, Antropologia per insegnare. Teorie e pratiche dell’analisi culturale, Milano, 2000

N. Cavazza, Comunicazione e persuasione, Bologna, 1997

F. Ferrarotti, La perfezione del nulla. Premesse e problemi della rivoluzione digitale, Roma-Bari, 1997

U. Galimberti, Parole nomadi, Milano

U. Galimberti, Paesaggi dell’anima, Milano, 1996

A. Grasso (a cura di), Enciclopedia della televisione, Milano, 1996

G. Guerzoni, Immagini scarnificate. Le “metamorfosi” della violenza nei mass media, in M. Callari Galli e G. Harrison, Se i bambini stanno a guardare. Trasmissioni televisive, modelli culturali, immaginario infantile, cit., pp. 81-96

J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979), Milano, 1991

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A. Mucchi Faina, Il conformismo, Bologna, 1998

A. Oliverio Ferraris, TV per un figlio, Roma, 1995

K. Popper, Una patente per fare TV, in C. Bosetti (a cura di), Cattiva maestra televisione, Milano, 1996

G. Reale, Saggezza antica. Terapia per i mali dell’uomo d’oggi, Milano, 1995

A. Salerno (a cura di), Violenza TV: Il rapporto di Los Angeles, Milano, 1996

G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero, Roma-Bari, 1999

P. Schaeffer et alii, voce Télévision et radiodiffusion, in Encyclopaedia universalis, vol. 15, 1973

W. Sofsky, Saggio sulla violenza (1996), Torino, 1998

 

 

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[1] Oltre alla ormai classica Arte di ascoltare di E. Fromm (Milano, 1991) ed a numerosi altri studi di sicura affidabilità, spiccano nella trattazione di questi temi, tanto pressanti quanto intramontabili, i penetranti, elegantissimi libri di Eugenio Borgna - da I conflitti del conoscere uscito negli anni ottanta sino al recentissimo Noi siamo un colloquio (Milano, 2000) - i cui ragionamenti vanno ben al di là degli orizzonti della psicopatologia.