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VIAGGIO CON L’AMICO 

 

Francesco Berti Arnoaldi Veli

 

Viaggio con l’amico è un atto della memoria che sopravvive ai nemici sottili indicati da Primo Levi nell’ultimo dei suoi libri: l’imprecisione e la vergogna del ricordare, e la zona grigia in cui il tempo comincia diradare le testimonianze dirette, senza peraltro attenuare le passioni e i meccanismi del rigetto. In questo testo autobiografico tanto breve quanto denso ed intenso, Berti Arnoaldi Veli narra la storia dell’amico e compagno Giuliano Benassi, cattolico democratico e antifascista, dagli anni decisivi del liceo alla tragica fucilazione in un campo di concentramento della Sassonia: egli conobbe infatti Giuliano Benassi al Liceo «Luigi Galvani» di Bologna, e gli fu amico e compagno nella lotta di Resistenza. Invero, si tratta di una testimonianza insieme lucida e commossa – che non di rado assume le peculiarità tipiche del ritratto morale e del Bildungsroman – il cui cuore palpitante è, senz’alcun dubbio, una straordinaria, sublime amicizia.

Francesco Berti Arnoaldi Veli (1926), avvocato e homme de lettres  bolognese, è stato partigiano nella Brigata «Giustizia e Libertà» – Divisione Bologna. Ha pubblicato, fra l’altro, Cantatine partigiane (Bologna, 1965) e Coi miei compagni io devo restare (Venezia, 1974); collabora con “Il Ponte” e con numerose altre riviste.  

 

***

 

Da Viaggio con l’amico, Palermo, Sellerio, 1995

 

         Dopo

         La mia brigata partigiana, dal nome che scoppiava di speranza (era una «Giustizia e Libertà»), entrò a Bologna il giorno stesso della liberazione della città, col gruppo di combattimento italiano «Legnano». Era il 21 aprile 1945. Il fronte ci aveva separati per molto tempo: nell’alto Appennino nessuno aveva più saputo nulla della città, vicina eppure divenuta lontanissima. Molte erano le famiglie divise; nessuna comunicazione filtrava, e le immagini degli amici e dei parenti della città s’erano fermate al momento in cui era cominciata la separazione. Ma l’euforia della liberazione disponeva all’ottimismo, anche se le macerie parlavano un linguaggio crudele. Quando mi ritrovai in città, e rividi vivi, usciti dai lunghi mesi della paura e dell’oppressione, tutti coloro che vi avevo lasciati, e mi mescolai alla gente che come stordita riempiva le strade per respirare a pieni polmoni quell’aria d’aprile così desiderata e nuova, e conobbi altri partigiani che come noi ridevano negli occhi, pensai che finalmente tutto era davvero finito e che la vita avrebbe ripreso gli antichi ritmi e sarebbero risorte le usate dolcezze dell’amicizia. C’eravamo quasi tutti: mancavano solo quelli che dovevano rientrare da luoghi remoti, o dalla prigionia, come Giuliano. Ma sarebbero naturalmente arrivati, entro qualche settimana o qualche mese.

         Avevo saputo, infatti, che Giuliano era prigioniero in Germania: prigioniero, ma vivo. I giornali avevano diffuso le prime notizie ed immagini dell’universo concentrazionario, i nomi di Dachau, Mauthausen, Buchenwald erano già noti. Tutti conoscevano la determinazione spietata e la violenza dei nazisti: il mondo non ne poteva più delle loro stragi, della loro ferocia, e gli oppressi di ieri volevano vendicarsi. L’Europa li «vomitava» fuori, li respingeva fuori del recinto. Erano i tempi che Morgenthau lanciava il piano di ridurre la Germania alla pastorizia per esorcizzare una volta per tutte il dèmone della guerra. Uno dei primi giornali cinematografici che si videro mostrava l’abbattimento della ciminiera d’una grande officina che i bombardamenti avevano risparmiata: doveva essere il principio della distruzione di tutta l’industria pesante. Ma tutto questo pareva non avere punti di contatto con la sorte di Giuliano. Cerco di sollecitare la memoria, di chiederle qualche segno, un lampo, un indizio, e non trovo nulla. Non è sopravvissuto nessun timore, nessun interrogativo. Anche qui, i dettagli sono scomparsi, e resta solo il senso smisurato del futuro che ci avvolgeva. Vivevamo come se tutto dovesse accadere, e tutto il nuovo dovesse pioverci addosso, a noi rientrati nella nostra pelle di sempre, per farci assaporare meglio il gusto e il sollievo del ritorno ai sentimenti di «prima». Non doveva turbarmi la contraddizione di questo atteggiamento, poiché nemmeno di turbamenti e dubbi serbo memoria. Aspettavo, semplicemente.

         Mi iscrissi a legge: mi trovavo al termine del primo anno senza avere mai varcato il portone dell’università. La gente voleva recuperare in fretta: si parlava di tutto, poche ore bastavano per allacciare una nuova amicizia, e poi subito le infinite cose da fare per ripulire, ridare un ordine, tornare «come prima». Le comunicazioni erano di fortuna, ma ci si muoveva senza sosta, tra l’Appennino e la città, coi mezzi che capitavano: un giorno, scesi in città a cavalcioni dell’ultimo dei tronchi d’abete caricati a piramide su un camion. L’estate era caldissima.

Avevo preso ad andare di quando in quando a casa di Giuliano per sapere se arrivavano sue notizie. Forse, il senso di sicurezza che ricordo sul ritorno di Giuliano m’era stato dato da quello che mi diceva suo fratello: una voce riportata da un prigioniero rientrato, che lo aveva visto; o forse, la lentezza ritenuta normale dei rimpatri, che filtravano attraverso il punto di smistamento di Pescantina. Io salivo le scale, entravo nella camera del grammofono, stavo un poco con le sorelle, quietamente, come uno della famiglia; poi me ne andavo. Aspettavo.

Un giorno – era tarda mattina, di luglio – c’era più gente del solito. Notizie niente ancora. Voglio ricordare bene, devo ricordare tutto. Il bisbiglio del marito della sorella più grande, un cieco, che mi ferma furtivo in un angolo, e mi sussurra di non andare. «Alfredo ha notizie, e pare che siano terribili». Alfredo che mi accompagna nella stanza vicina; la sua faccia che cambia, ora che non ci sono le sorelle con cui fingere. «Vieni di sotto, usciamo»; e noi tre giù per la stretta scala semibuia, e al primo pianerottolo Alfredo che dice che la notizia è arrivata, e Giuliano è stato fucilato. Le lacrime dagli occhi glauchi del cieco che si piega su se stesso. E la fuga giù per la scaletta fino al grande atrio luminoso. Ci infiliamo nella porta amica dei Pisa, e lì dentro finalmente ci abbracciamo; ma veramente non so che cosa facessimo, perché soltanto riesco a rivedermi seduto su una sedia addossata alla parete, muto, con lo sguardo fisso sul pavimento.

Muto mi sedetti, poco dopo, alla tavola attorno alla quale la mia famiglia era riunita. Quando il pasto fu finito, lo dissi a mia madre, e andai a distendermi sul mio letto, coprendomi il viso con un giornale, nella penombra. Venne uno dei miei fratelli e mi disse «mi dispiace». Ma io non dovevo soffrire, credo, e piuttosto ero vuoto. Come soffrire di una cosa che ancora non si capisce?

Andai dalla giovane professoressa d’italiano, sapevo che anche lei aspettava il suo ritorno; e quando fummo seduti nel salottino le dissi «è morto», e poi rimanemmo in silenzio uno davanti all’altra, finché uscii. La porta dava sul viale: era il viale della nostra ultima mattina.

I particolari arrivarono dopo. Dovetti  certo conoscerli, ma li ho rimossi; non conservo nulla nella memoria. Anche quando, nel 1947, fu pubblicata la testimonianza di Ugo Bigardi sugli ultimi mesi di vita di Giuliano, con la descrizione impietosa delle violenze e dei dolori che li avevano segnati giorno per giorno, la lettura di quelle parole la feci come per dovere, con malessere. Mi difendevo dalla crudezza delle immagini rifiutando istintivamente di approfondire, di scavare. Se ripercorro questi quarant'anni, mi accorgo che il piccolo libro al quale è consegnato il racconto della prigionia e della morte di Giuliano è rimasto sempre presso di me come uno dei più cari, si capisce, della mia biblioteca: un incunabulo, conservato con rispetto e venerazione, inestimabile, e partecipe d’una latente sacralità; ma poco toccato, e sempre con tremore, e poco letto giacché ogni volta gli occhi tendevano a sviarsi dalla iterazione di parole generatrici oscure di paura. Anche quando m’è avvenuto di farne, specie con più giovani, lettura ad alta voce, ciò che più mi teneva era il timore che la gola mi tradisse, e si chiudesse; sapevo il valore esemplare di quella rievocazione, ma sul fondo dell’animo c’era sempre in guardia un rifiuto, un’irrazionale negazione, una fuga. Credo che la prima vera lettura, quella in cui si penetra tutto nell’abbandono dell’accettazione, l’ho fatta solo ora per la prima volta: quando ogni difesa ha ceduto, e quietamente mi sono arreso, e il pensiero del viaggio ha preso i contorni della decisione e della realtà.

La Pasqua del 1944 era caduta il 9 aprile; Giuliano era ancora in carcere a San Vittore, a Milano, e quando ne era uscito aveva dovuto nuovamente cambiare aria. Si era trasferito a Padova, entrando in contatto con quel centro di cospirazione antifascista che era l’Università. A Lanfranco Zancan aveva confidato che temeva il ripetersi della tortura, se fosse stato ripreso: conosceva troppi uomini della cospirazione. Per questo voleva essere mandato in missione nell’Italia meridionale, per poi unirsi alle truppe di liberazione.

La notte del 28 aprile, portando con sé un plico di documenti della Missione M.R.S. tanto importanti quanto per lui mortali in caso di cattura, si era imbarcato al lido di Chioggia per raggiungere in mare aperto una nave alleata. Ma l’incontro era fallito, e Giuliano tornato a riva era stato sorpreso e arrestato. Il plico era la sua condanna. Doveva aver scampato la fucilazione immediata solo perché, forse, da lui si sperava di ottenere altre informazioni, altri nomi, con qualsiasi mezzo. La tortura era ripresa, a lungo. La famiglia l’aveva saputo da una lettera al fratello che Giuliano era riuscito a mandare fuori dal carcere, e che recava la data del 2 luglio:

Ho la consolante certezza che nessuno può essere arrestato a causa della mia deposizione. Ho subito un congruo numero di violenze; ammanettato mi hanno coperto di pugni, schiaffi e simili finché un ufficiale SS mi ha sbattuto sul viso, grondante sangue dal naso, i santini di babbo e Mamma. Allora inferocito ho obbligato l’interprete, tremante a mo’ di gelatina, a dirgli che l’esercito tedesco dava un ben miserabile spettacolo di bestialità animalesca e che se è vero, come è vero, che la civiltà dei popoli si misura dal rispetto ai morti, ecc… È successo allora un vero putiferio. Ho poi subito 27 applicazioni di «rosario», strumento di non complesso funzionamento, ma ragguardevolmente efficace. I proficui allenamenti di Milano e la mia fede mi hanno permesso di superare brillantemente la prova. Mi ricordai del distico di Giovenale: Summum crede nefas animum praeferre pudori/ et propter vitam, vivendi perdere causam. Con ciò intendo confermare la tua certezza, che cioè non baratterò mai la mia vita con quella di altri.

 

Nel carcere di Verona, Giuliano era rimasto fino al 20 dicembre, e qui aveva incontrato quello che sarebbe stato il suo compagno fino all’ultimo, Ugo Bigardi. Da Verona, era stato trasferito a Bolzano; l’indomani del Natale aveva potuto far uscire un’altra lettera, l’ultima, per la famiglia. Poi, il viaggio.

 

«We are such stuff/ As dreams are made on»: forse è vero, siamo fatti della materia del sogno. La metafora della vita come sogno è antica, e bella e tentatrice. Le cose sognate sono vere d’una verità arcana, e danno una felicità perfetta che le ore della veglia non conoscono. Si può desiderare di non essere che l’ombra di un sogno, se è lì, nel cavo mondo del sonno, che si valica la soglia dell’ignoto e si vivono significati inattingibili e totali. Ma la vita è vita, e il desiderio che il sogno aveva appagato per una breve notte torna a essere la condizione della lontananza e della privazione.

Così è avvenuto anche a me, secondo leggi segrete cui non è dato sottrarsi. Benché sentissi prolungarsi in me la presenza di Giuliano, sapevo che il desiderio della vita non avrebbe mai più potuto compiersi. Non lo avrei più visto: era morto, e io vivevo. Ero condannato a portare un desiderio impossibile. L’unica difesa era evitare di pensarlo.

Di quando in quando, arrivava tuttavia il sogno. E tutto tornava possibile, d’una felicità diversa e inattesa; qualche volta, raramente, riuscivo a sfiorare le sue mani prima che arrivasse inesorabile il risveglio. Erano le sue visite.

Gli anni sono lunghi, Giuliano non mi è invecchiato al fianco. Ho fatto la mia vita, e giornate e mesi sono sprofondati nell’immemorato. Ma quelle notti, talora a distanza di anni, in cui è venuto nei miei sogni le ricordo tutte; sono segni d’una fedeltà che mi dà calore e amore di vita. Non ho bisogno di pensare a lui come si fa nel culto dei morti, cercando un rituale da ripetere il più spesso possibile, anche tutti i giorni. Vi sono periodi lunghissimi in cui di Giuliano vedevo solo il ritratto sul mio tavolo di lavoro. Bastava sapere che prima o poi sarebbe tornato, nei sogni. Solo una volta fui assalito con violenza dalla sua immagine. Ero uscito dalla sala in cui era stato proiettato Nuit e brouillard di Alain Resnais; avevo visto le scene della liberazione nei campi di sterminio, i visi ossuti, le figure scheletriche degli Häftlinge, i poveri cadaveri nelle baracche; e infine, i mucchi di corpi slogati spazzati via dalle ruspe dei soldati alleati verso le fosse comuni. Per quella vita era passato Giuliano, così doveva essersi ridotto anche lui, pensavo con gli occhi sbarrati sullo schermo. E alla fine, tra gli spettatori silenziosi e oppressi, mi ero ritrovato sulle strade umane e calde della città, nell’inverosimile mondo quotidiano; e allora ero stato sopraffatto dall’orrore e dalla pietà. Avevo appena fatto in tempo a svoltare in un vicolo male illuminato, per liberare lunghi singulti duri e secchi, senza lacrime, che mi lasciarono pieno di rancore e di stanchezza. Erano passati quasi vent’anni dalla morte di Giuliano.

Il pensiero di quei cadaveri spalati e l’immagine di Giuliano mi desolavano l’animo. Fu allora che cercai di fermare nella scrittura i momenti della nostra breve stagione. E dedicai questi versi, pubblicati in un libretto di «cantatine partigiane», all’ultimo incontro:

Dal rosso portico del Galvani

risalivamo verso la mattina

in attesa, segnata per noi.

 

Fu lungo il viale che udimmo

il futile suono della sirena.

 

Nell’aria fatta deserta

continuavamo immortali

a camminare ascoltandoci.

 

Ci soverchiava ignota la bellezza

della nostra ora estrema

 

chiara piovendo intorno la luce

a salutare la nostra gioventù.

 

Era l’ultima mattina segnata

che il tempo non consuma.

 

Poi ci salutammo come sempre

e non ti rividi più.  

 

Non potevo immaginare che cosa mi avrebbero riservato questi versi. Avevo interrato un seme che avrebbe impiegato molti anni a far sbocciare un fiore straordinario, secondo il meccanismo magico ed irreale delle favole buone alle quali abbiamo il torto di credere solo nell’infanzia. Il prodigio avvenne improvviso, il 7 settembre 1978. Lo registrai subito, ancora stordito, così:

«Da nemmeno un’ora, da quando ho ricevuto la lettera, vivo in modo fittizio: compio tutti gli atti di una mattina di lavoro, parlo e saluto quelli che incontro, ma sono lontano e vivo veramente fuori di qui, in un tempo che non è questo. Aprendo la cassettina della posta, il mucchietto di lettere che v’era dentro è caduto in terra, e nel raccoglierlo ho visto per prima la busta rovesciata che recava in alto il nome e l’indirizzo. Ho sentito subito che era un avvenimento numinoso, con quelle qualità segrete alle quali l’uomo dà volentieri il nome di destino. E ne sono stato fulminato, rimescolato, come sempre accade davanti all’Ungeheuer. Sono rientrato rapidamente, e ho chiuso dietro di me l’uscio della mia camera. Ho aperto la busta, e ho letto la lettera.

Caro Berti, l’aver letto i tuoi scritti ha riportato vivi e presenti ricordi e parole, e una poesia di Giuliano è riaffiorata, limpida e intatta, alla mia mente. Ora so che in fondo al portico del Galvani c’ero anch’io – ci siamo incontrati tutti e tre all’arco di via Castiglione – e che prima di incamminarvi sul viale, abbiamo sostato davanti alla mia vecchia casa. Anche per me quello è stato l’ultimo giorno.

Ti ringrazio e ti saluto caramente.

                                                                                Angela S.

 

«L’Angela S.: ricordo il suo viso di ragazza, i suoi bei capelli biondi com’erano ai tempi del liceo, perché da allora non l’ho più vista. L’anno scorso, un convegno sulla Resistenza mi fa conoscere un professore, già partigiano: è lui a portarmi i saluti di Angela S., che nella sua città ha letto il mio nome nel programma del convegno. Sono saluti legati al liceo e al nome di Giuliano; il professore sa che eravamo suoi compagni di scuola (lei era in II C). Il saluto e il ricordo mi toccano nel fondo più sensibile. Qualche giorno dopo, spedisco alla Angela S. il mio libretto perché essa vi trovi le pagine dedicate a Giuliano. Una comunicazione si apre, nella quale il tempo non conta. Io sapevo, anche senza che me lo scrivesse, che cosa significava per lei leggere le mie parole su Giuliano. Angela sa di essere stata amata da Giuliano: un amore giovanile, forse rimasto agli incontri di scuola, al breve tratto di via Castiglione fatto insieme. Ne ho la certezza ma niente altro. Voglio dire, lui non me ne parlò mai (solo una volta mi disse in modo ellittico ed elusivo che aveva visto la ‘vecchia Angela’, col tono di chi sa di poter contare su una comprensione sottintesa); e tuttavia era innamorato, e questo bastava a rendermi caro e diverso dagli altri il nome di Angela S.  Quando nel luglio 1945 arrivò la notizia, mi ricordo con precisione che mi preoccupai di come sarebbe stata detta all’Angela, senza pensare nemmeno per un momento che potesse essere una mia indiscrezione arbitraria, e che lei potesse esserne offesa nella sua riservatezza. Ma non ci rivedemmo.

«Poi, dopo trentatré anni, il professore partigiano ritrasforma il nome di Angela nell’immagine della ragazza della II C. E adesso questa lettera.

«Dunque, non sono solo a ricordare quel giorno estremo. Per me, tutto si era consumato nella lunga passeggiata sul viale. Ma adesso la lettera di Angela fa luce, prodigiosamente. Lui era venuto per rivederla. Com’è semplice capirlo, com’è chiaro leggere il suo animo, nel suo viaggio avventuroso dalla montagna alla città, quando un posto di blocco o un improvviso controllo di documenti potevano significare per lui prigionia e deportazione, per non pensare ai bandi che minacciavano la morte ai renitenti. Lui voleva rivederla, e non era nemmeno sicuro di riuscirci; non credo che andasse a casa di lei. Restava solo l’incontro alla scuola, il solito pezzo di strada, il lento risalire per via Castiglione coi discorsi fatti solo per ascoltarsi, per sentire la sua voce e farsi sentire da lei; senza segreti ancora, ma con la complicità dell’inespresso che poteva fiorire anche se altri si accompagnavano per camminare insieme, al modo di tutti gli studenti di questo mondo. Forse non era giunto neanche a prenderla sottobraccio (lei sola può saperlo), e lo stringerle la mano gli dava quelle impercettibili vibrazioni che scendono a sommuovere tutto l’essere. A questi istanti, al contatto labile delle sue dita lui doveva aver pensato con tutta l’intensità di cui è capace la nostalgia, nei primi mesi della vita alla macchia; e avrebbe continuato a ripensarci dopo portandone con sé nell’animo il segno. Ora rivivo, attraverso il ricordo di Angela, il tratto che era rimasto buio, da quando – finalmente, finalmente – l’incontro era avvenuto, e sotto il voltone di via Castiglione lei s’era unita a noi due, e tutti avevamo proseguito senza fretta, fino a quella sua casa (sì, la conoscevo, per anni passandovi davanti ho ripensato a Giuliano). E poi, eravamo rimasti Giuliano e io, sul viale: lentamente, gravemente, mentre la sirena dell’allarme aveva reso deserte le strade. Ma noi approfittavamo di quella solitudine per viverla come suprema libertà, senza che il pensiero dei timori quotidiani potesse scalfirla, ed era come se fossimo immersi nella nostra amicizia con la totalità del nostro essere, e nulla rimanesse scoperto. Nell’incerta storia della costruzione della mia personalità di adolescente, dai lineamenti ancora liquidi, il posto di quella mattina è venuto ben precisandosi, e caricandosi di tutto il «dopo»: da quando seppi che non avremmo avuto più incontri, mai mai più, a quando cercai scrivendo di trarmene il senso, e sempre in seguito tutte le volte che ho tentato di far chiaro nel mio vivere, e ho sentito di doverne rispondere a Giuliano. Perché questa è la presenza di Giuliano: dovere esser degno di lui, rendergli i miei conti, non lasciarlo morire. E così sono sicuro di non aver trasfigurato la ‘nostra ora estrema’, ma di averla vissuta per ciò che essa è: l’effettiva fondazione della mia educazione morale.

«Ebbene: un giorno così irraggiungibile, un giorno che rivive in tutti i giorni della vita e definisce destini e certezze, vocazioni e valori, un giorno come questo non sono io solo a ricordarlo anche nella sua dimensione fisica. C’è anche Angela a spartirlo, con la nitidezza – anche in lei – delle cose che sono per sempre: come farebbe, altrimenti, a sapere che l’incontro fu proprio all’arco di via Castiglione? E tutto si compone nella maestà d’un ricordo che possediamo in comune, talento nascosto e fonte di bene, forza benefica e consolante. Questo voglio continuare a portare con me, e m'è dolce pensare che anche la ragazza della II C lo portava. Quella mattina non è finita».

 

Arrendersi: una parola da cui tutto mi allontana. Antigone non si era arresa, Giuliano era morto in piedi, e i modelli erano loro. Per abitudini morali e linguistiche mi rivoltavo alla possibilità di attribuire alla resa altro significato che non fosse negativo; qualcosa che non doveva riguardarmi.

Eppure proprio la parola «resa» mi veniva incontro nelle lettere d’un resistente profeta, della stirpe di Antigone. M’aveva intrigato a lungo l’opposizione-unione Widerstand ed Ergebung, di resistenza e resa, che era il titolo col quale le lettere di Dietrich Bonhoeffer sono state pubblicate. Bonhoeffer: un resistente la cui vita mi aveva affascinato. Lui, proprio lui, che aveva resistito fino al martirio, parlava di Ergebung. Nelle grandi lettere che dal carcere scriveva all’amico Bethge, Bonhoeffer poneva il limite della Ergebung sulla frontiera d’un inconoscibile accettato dall’uomo ormai adulto e liberato dal timore del mistero, anche se non dal mistero. Ma in ogni parola decisiva c’è il senso e il suo contrario, in un processo vibratile di trapassi e talora di scambio di valori. A che cosa s’era «arreso»  Dietrich Bonhoeffere, che negli ultimi giorni del suo cammino di resistente s’era idealmente incontrato con Giuliano, nel campo di Flossenbürg? Proprio nelle viscere della Ergebung dovevo trovare la perfetta corrispondenza con la deditio, che è l’arrendersi al nemico aprendogli le porte della città assediata, ma che è anche il darsi liberamente e interamente, anima e corpo, a un ideale, a una persona. Forse nel nodo di questa compresenza semantica aveva radice la mia dedizione a Giuliano e a quello che le sue parole sul viale avevano calato per sempre nel mio animo già in attesa. E forse è stato proprio il messaggio di Bonhoeffer a perforare i miei timori inconsci, non mai affrontati, e a risolverli finalmente nell’accettazione dell’incomprensibile, di questa morte dell’amico che mi condanna a parlare con lui solo nel sogno ed a risvegliarmi quando le sue mani stanno infine per toccare le mie protese verso di lui. Queste sono rese solo per resistere meglio.

 

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