viaggiatori massoni D’EcceZIONE
SENSIBILI AI POTERI DI BOLOGNA
Vado quasi ogni mattina a Casalecchio, passeggiata pittoresca alle cascate del Reno: è il Bois de Boulogne di Bologna; oppure alla Montagnola: lì si tiene il “corso” della città.
Stendhal, Roma, Napoli, Firenze, 1817
La decisione di Leopold Mozart di portare in Italia il giovanissimo figlio Wolfgang, che qualche lustro dopo – riprendendo il titolo del felice, esemplare volume di Lidia Bramani – sarà massone e rivoluzionario d’ingegno superbo, si colloca nella tradizione dei viaggi “artistici”, che non avevano soltanto lo scopo di conoscere e farsi conoscere, ma pure quello di percorrere le strade del Paese dell’Arte per eccellenza. Leopold, tuttavia, affrontò un viaggio tanto lungo e costoso anche per un’altra importante ragione: mai come nel Settecento, in tutt’Europa, si era diffusa la passione per la musica e i musicisti italiani, e Bologna era nota, inter alia, come la patria del dottissimo Padre Martini e del celeberrimo castrato Carlo Broschi, detto Farinelli.
Erano preceduti, nei paesi di lingua tedesca, da giudizi lusinghieri sulla città, come questo del Keyssler: «Bologna va considerata per la sua estensione, per la quantità di nobiltà, il numero degli abitanti e la sua operosità, la migliore e la più ricca dello Stato Pontificio dopo Roma. La grandezza è di circa cinque-sei miglia italiane. E siccome è più lunga che larga, assomiglia a un bastimento il cui pennone è la Torre degli Asinelli. Si calcola che il numero degli abitanti si aggiri attorno agli ottanta-novantamila… Gli abitanti hanno fama di essere teste sveglie, che brillano in società per via delle loro idee spiritose, nonché dei bon mot uniti a frecciate satiriche. Verso il forestiero sono gentilissimi e, da quanto si può giudicare esteriormente, sono alacri e diligenti nelle loro manifatture e come artigiani».
In un’epistola alla moglie, Leopold racconta il suo arrivo a Bologna – la sera del 24 marzo 1770 – e la breve sosta presso l’Albergo del Pellegrino in via de’ Vetturini (l’attuale via Ugo Bassi), uno dei migliori e più costosi della città, che i Mozart trovano sovraffollata (Leopold scrive che vi si erano rifugiati più di mille Gesuiti) e con prezzi alle stelle.
La descrizione della città del framassone Giacomo Casanova, più volte ospite della seconda città dello Stato Pontificio, ben coglieva l’aspetto scenografico e pittorico della settecentesca Bologna dei portici, degli immensi complessi conventuali, degli imponenti palazzi senatori e della fitta rete di canali, costellati di innumerevoli opifici, quale appare nel grande Disegno dell’Alma Città di Bologna di Filippo de’ Gnudi che, nel 1702, volle rappresentare la città «precisamente come sta», ossia in maniera quasi miniaturistica.
La cura del disegno è rivolta soprattutto a rappresentarne la forma, l’organizzazione degli spazi pubblici: vi sono raffigurati, fra l’altro, i grandi complessi conventuali in tutte le articolazioni di chiostri, cortili e pertinenze, i volumi delle chiese e addirittura i palazzi più importanti, spesso con le relative corti interne.
Fino a tutto il XVI secolo sono oltremodo utili, onde ricostruire la storia di Bologna, gli scritti di eruditi locali e, forse ancor più, quelli di stranieri che hanno studiato o insegnato nella sua Università. Disgraziatamente, tali fonti vanno scemando dalla metà del Seicento, in conseguenza della ridotta funzione internazionale dello Studio, ma sono comunque sostituiti da una varia e copiosa letteratura di viaggio.
Il viaggiatore di puro diletto è la vera figura nuova di questo periodo, anticipata nel ’500 da rarissimi casi: basti qui citare il fortunato Journal de voyage di Michel de Montaigne. è stato autorevolmente osservato come questa improvvisa e, per tanti aspetti, virtuosa “mania” del viaggiare rappresenti uno dei sintomi più vistosi della «crisi della coscienza europea» (riprendendo il titolo eloquente del fondamentale, splendido libro di Paul Hazard), ovverosia di quell’insofferenza sovente radicale verso le tradizioni e, nel contempo, di quell’ardente desiderio di mutamenti e novità sostanziali che predominano, in Europa, al tramonto del Seicento.
Nel 1769, l’anno precedente l’arrivo dei Mozart a Bologna, uscì a Parigi la seconda edizione della Description historique et critique de l’Italie dell’Abbé Richard, in sei volumi. è la narrazione del viaggio che l’Abate aveva compiuto nel 1764, girando per l’Italia un anno intero; questa cronaca toccava argomenti che altri avevano del tutto o quasi trascurati: i governi dei singoli Stati, le notizie storiche più importanti, il commercio, gli aspetti naturali, la popolazione e, soprattutto, la vita quotidiana e i costumi del popolo italiano, «passando magari dal gabinetto del ministro – diceva – alla bottega del negoziante, al campo del contadino».
Nel secondo volume dell’opera, l’ecclesiastico tratteggia la città e il territorio di Bologna: con la sua collocazione precisa nella pianura padana (longitudine e latitudine dei territori delle città confinanti) ci conduce ad una delle «dodici porte che fanno capo a strade lunghe, larghe, ornate dalle due parti da portici leggermente elevati sul livello della strada: ricostruiti da poco in maniera uniforme e di buona architettura, sono di gran comodità per poter percorrere la città al riparo dal sole e dalla pioggia, dalle vetture e dalla polvere e dal fango. I portici impediscono talora la veduta dei bei palazzi che adornano la città e le conferiscono un’aria uniforme. Ma la comodità ch’essi offrono prevale su ogni altra considerazione; e con un poco di attenzione si nota che questa è una delle meglio costruite città d’Italia».
L’occhio squisitamente veneziano del Casanova era attratto dal “colore” bolognese, laddove l’abate parigino non poteva non soffermarsi sulle “forme” architettoniche della città felsinea. Una definizione, comunque, non esclude certo l’altra. Il Richard accenna alla famosa forma urbis albertiana della nave oneraria romana arenatasi nella pianura padana, i cui pennoni sarebbero costituiti dalle due torri, e fa poi notare come la città sia circondata da «mura in mattoni, solide ed alte, senza fossati né fortificazioni». Bologna s’era infatti «data alla Santa Sede» solo a condizione che il Sovrano romano «col pretesto di sicurezza avesse un porto fortificato in modo da dominare la città, e che avrebbe potuto dar luogo ad un governo arbitrario anche contro quei privilegi che i cittadini si riservarono».
La prima sintetica ma significativa descrizione degli aspetti urbanistici (e non solo) della seconda città dello Stato Pontificio si conclude con l’indicazione del canale di Reno, che entra fra le mura occidentali, il quale è «di grande utilità per preparare la seta e tingerla, dato che quest’acqua ha una qualità particolare in ciò». A nord, infine, le mura sono bagnate dal «piccolo torrente del Savena».
Come ben si può notare, sono già state menzionate alcune parole chiave che riassumono la storia e il modo di vivere di Bologna: la “comodità” dei portici, l’importanza dell’«industria delle acque» convogliate e sapientemente sfruttate per secoli dai cittadini, la menzione dei “privilegi” che rivendicavano continuamente quell’autonomia delle magistrature petroniane dall’autorità espressa nel Cardinal Legato. Il Richard, inoltre, fa menzione delle «circa duecento chiese, tutte arricchite di qualche quadro prezioso»; molte di esse sono «ben costruite e riccamente decorate» e addirittura vi si trova pure «qualche buona scultura». La città possiede poi diversi palazzi «di bella costruzione» con preziose collezioni della Scuola bolognese per cui, a ragione, è considerata «le cabinet des peintures d’Italie».
Diversi dei numerosi viaggiatori che, fra il Cinque e l’Ottocento, percorsero l’Europa, e specialmente l’Italia da nord a sud, diversamente dai viatores medievali della Via Francigena, si riproponevano di compiere un vero e proprio pellegrinaggio culturale alla volta dei luoghi resi famosi dagli auctores della tradizione classica e del Rinascimento, oltre che dall’incomparabile bellezza e varietà dei paesaggi.
Ma spesso quell’itinerario – come forse accade ancor oggi ai turisti meno disattenti – rappresentava altresì una sorta di metafora della vita, che inevitabilmente diveniva pure un percorso “di formazione”, a tal segno che molti di quei personaggi, i quali (non dimentichiamolo) si sottoponevano a fatiche e disagi non indifferenti, sentirono il bisogno di fermare sulla carta – in diari, appunti, memorie, riflessioni et similia – le tappe salienti dei loro viaggi, dando così origine a un fortunato quanto atipico e fluttuante genere letterario.
Il Viaggio in Italia di Michel de Montaigne – il grande pensatore da più parti stimato non solo uno dei fautori della libertà di coscienza, ma anche uno dei più originali e coinvolgenti precursori della Massoneria – dovrebbe venir considerato per molte ragioni un classico tout court: quest’opera, infatti, rappresenta un arricchimento e un potenziamento dei Saggi, nonché una chiave di lettura di rara pregnanza con cui affrontare l’essenza complessiva dell’autunno del Rinascimento europeo. È noto del resto che letterati, filosofi e filologi contemporanei di respiro internazionale hanno sottolineato l’universalità e, di conseguenza, l’attualità dell’avventura intellettuale e morale di Montaigne, considerandolo fra i “padri nobili” indiscussi non solo della libertà del foro interno, ma anche della tolleranza e dell’apertura alla diversità.
Le pagine distillate da quella mente lucidissima e vivace, che ha saputo narrarsi e discutersi con perspicacia e brillantezza, hanno pochissimi termini di paragone nella produzione letteraria mondiale, e sono state proficuamente soppesate da parecchi tra i filosofi e gli scrittori che hanno contribuito in maniera decisiva al sorgere e all’affermarsi della riflessione e dell’arte contemporanee. In verità, come negare che Descartes, Pascal, La Fontaine, Shakespeare, Francis Bacon, Montesquieu, Voltaire, Alfieri, Goethe, Stendhal, Cuoco, Giusti, ma altresì che – fra i “classici”, per diversi motivi, più vicini alla nostra Stimmung – Leopardi, Schopenhauer, Emerson, Nietzsche, France, Gide, Butor, Tomasi di Lampedusa, Cecchi, De Benedetti, Sciascia et alii, debbano molto o moltissimo a quel saggio dei Saggi che, peraltro, non si reputava affatto saggio?
Intorno al 1580, questo geniale quanto inafferrabile maître à penser, che molte voci avvertono oggi prossimo all’inquieta condizione postmoderna, soffriva sì di un insidioso “mal della pietra”, ma trovava pure nelle indubbie ragioni terapeutiche un ottimo pretesto onde intraprendere un viaggio europeo intensamente desiderato: lo vediamo così spostarsi fra le più rinomate stazioni termali dell’epoca, attraverso la Francia, la Germania e infine l’Italia, e sottoporsi con pur scettica diligenza alle diverse cure allora possibili.
Il suo diario di viaggio, ora noto come Viaggio in Italia, non era destinato alla pubblicazione: è redatto in buona parte – poco meno della metà – da un accompagnatore (famiglio o segretario che fosse) di Montaigne, di cui non conosciamo neppure il nome, ma che indubbiamente non mancava di adeguati strumenti culturali. A ciò s’aggiunga che lo stesso Montaigne, da Lucca in poi, tenta di cimentarsi nell’uso della lingua italiana, che dimostra di sapere impiegare con una certa, studiata familiarità.
Lo scrittore francese possiede quella ch’è forse la dote principale del viaggiatore autentico, vale a dire la consapevolezza di non esser superiore a nessuno: ama infatti adeguarsi alle varie peculiarità territoriali, senza preconcetti d’alcun tipo. Non a caso egli è stato definito da Giovanni Macchia «il maestro del dubbio», del dubbio inteso come antidoto per giungere alla verità circa il presente e il passato, del dubbio, ancora, che pervade le ombre e i contorni del futuro.
Montaigne, mentre viaggia, valuta e vaglia tutto in libertà, non accettando giudizi schematici, stereotipi e luoghi comuni, nonché dimostrando una rara capacità di lettura della realtà sociale, politica e culturale dei territori visitati, come quando, ad esempio, si sofferma sulle discordie politiche ch’erano sorte a Bologna fra chi parteggiava per i Francesi e chi sosteneva gli Spagnoli. I suoi appunti di viaggio spaziano dalla storia politica alla quella delle mentalità, dalle vicende sociali all’ordine pubblico, dai costumi alle idee, forse pure nel tentativo, per dirla con Tzvetan Todorov, di comprendere per conquistare. Precorrendo i tempi, il Nostro parrebbe operare talune ibridazioni che costituiscono ancor oggi una sfida alla validità metodologica delle scienze umane, e patrocinare, fra l’altro, la coesistenza necessaria della storia politica e di quella sociale.
Nelle diverse città visitate, Montaigne ammira fontane e monumenti «magnifici»: a Bologna, la fontana del Nettuno e l’Archiginnasio – «la scuola di scienze: il più bell’edificio che abbia mai visto adibito a quest’uso» –, a Pistoia i giardini, a Fossombrone il parco del cardinale d’Urbino. Apprezza altresì i portici di Ferrara e di Padova, ma soprattutto quelli di Bologna, che «costituiscono una grande comodità per poter passeggiare, con qualunque tempo, al coperto e senza fango». A Roma ascolta la messa di Natale prima in latino e poi in greco, ed assiste con qualche curiosità ad un esorcismo. Si reca poi presso numerose altre basiliche e famosi santuari, come quello di Loreto, e a Verona incontra la comunità ebraica, di cui visita la sinagoga.
Ma non mancano le osservazioni su locande e pernottamenti – che, in diverse località italiane, non sono a suo parere all’altezza di quelle tedesche –, nonché sui comportamenti delle popolazioni; in particolare, i bolognesi, sempre attenti a «salicar portici e strade», gli paiono ottimi teatranti, nell’ottica di una città che da tempo considerava il teatro come quel luogo di crescita culturale ove manifestare anche il proprio engagement civile e sociale. Nel testo, ritroviamo altresì numerosi riferimenti alle organizzazioni malavitose – i briganti specialmente – presenti in Italia, che suscitano in lui non poca apprensione e preoccupazione, così come vi si scoprono curiose osservazioni sulle attrattive delle donne italiane, che peraltro, in generale, non l’entusiasmano troppo…
Come che sia, le esperienze italiane di Montaigne in quest’ambito appaiono ben diverse da quelle raccontate, nel notevole diario di viaggio, dal suo illustre concittadino Montesquieu, un secolo e mezzo più tardi: il geniale politologo, in effetti, non disdegnò davvero le grazie e le seduzioni tanto delle nobildonne quanto delle cortigiane nelle città della nostra penisola.
Allorquando Montesquieu, signore di La Brède e alto magistrato a Bordeaux, intraprende il grand tour che lo condurrà attraverso l’Europa e l’Italia, ha trentanove anni ed è già assai noto per quelle Lettres persanes (1721) che tanto interesse e scalpore avevano provocato nei migliori milieux intellettuali parigini.
L’occasione propizia per il viaggio gli si è presentata con l’invito dell’amico Lord Waldegrave, diretto a Vienna in qualità di ambasciatore di Giorgio II d’Inghilterra. Ma la capitale degli Asburgo non lo entusiasma, così come, peraltro, gli altri territori del Regno, e decide perciò di ripartire. Verosimilmente, il Président è più attratto da altri paesi – l’Italia innanzitutto – ove lo guideranno non solo le memorie e i miti della cultura classica, a lui ben nota, ma pure il desiderio di conoscerne de visu le istituzioni ed i costumi contemporanei.
Durante tutto il viaggio, Montesquieu è favorito dalle naturali capacità d’adattamento, oltre che da quella sua spiccata “seduttività” che colpisce positivamente le persone che ha modo d’incontrare. In tutti i luoghi del proprio percorso, raccoglie appunti su notizie di carattere politico, finanziario, agricolo, industriale e commerciale, non disdegnando tuttavia le osservazioni di carattere squisitamente “turistico”. «I viaggi d’Europa di Montesquieu», ha scritto Giovanni Macchia, «rispondono a questo scopo: affermare il regno illuministico del concreto, del vedere, dell’esperienza per risalire al senso della causa: le cose, i fatti, le imprese, gli esempi, la concatenazione tra le cause e gli effetti che forma il flusso della storia; e verificare con lo spirito del naturalista e dello scienziato la geografia, il clima, l’economia, il commercio, le famiglie, il carattere dell’uomo e della società, tutte le esigenze di un moderno sociologo».
Il 16 agosto 1728, in compagnia di Hildebrand Jacob, amico di Lord Waldegrave, egli giunge da Graz a Venezia, e per quella città straordinaria avverte subito sentimenti ambivalenti: c’è la fascinazione, ma insieme anche il disprezzo nei confronti di uno Stato ove libertà e dissolutezza vengono spesso a coincidere. Introdotto nella buona società dall’abate padovano Antonio Conti, visita i monumenti e le isole della laguna, ma è specialmente colpito dal gran numero delle prostitute e dalla libertà con cui le si frequenta, o addirittura le si sposa.
A Venezia, però, Montesquieu è toccato pure da una specie di “rivelazione” del cosmo dell’arte, di quella particolarissima arte veneziana che per un attimo lo disorienta, tradendo forse, come ha osservato una volta Jean Ehrard, «lo smarrimento di un occidentale trasportato bruscamente in piena Bisanzio».
è diretto a Roma, ma, paventando il caldo della lunga estate romana, stabilisce di passare prima per Milano, ove giunge il 24 settembre ed ha subito accesso ai salotti dell’alta società, colta e sovente illuminata, a cominciare da quello di Clelia Grillo, moglie del Conte Borromeo, la quale parla diverse lingue, è versata nelle scienze, e non manca di farlo accompagnare alla Biblioteca Ambrosiana. Nel suo palazzo s’incontrano non soltanto aristocratici ed intellettuali dediti alle scienze, ma pure rappresentanti della “fronda” antiaustriaca (e filospagnola).
Conosce, fra gli altri, i prìncipi Trivulzio: Montesquieu s’invaghisce ben presto della bella principessa, com’è attestato da due lettere appassionate: Milano è davvero la “sua” città, tanto che, appena arrivato, «si sentì, come accadrà a Stendhal, già del tutto lombardo», ha scritto da par suo Giovanni Macchia. A Milano, poi, comincia ad appassionarsi alla musica italiana, che trova meno «rigida» e artificiosa, e di gran lunga più commovente, di quella francese.
Lasciato il capoluogo lombardo, giunge a Torino il 23 ottobre, ma l’atmosfera cupa e poliziesca che si respira a corte e in tutto il piccolo stato subalpino («qui anche i muri parlano») non aggrada al signore di La Brède, che presto si sposta a Genova, e di lì a Pisa, dove visita i cantieri navali e manifesta un’impressione complessivamente buona circa l’amministrazione del Granducato di Toscana.
Di Firenze ammira poi le straordinarie opere d’arte, ma apprezza altresì la sobrietà e la misura della vita quotidiana degli abitanti, uomini e donne, e di queste ultime sottolinea la bellezza e la semplicità delle acconciature, anche nelle occasioni mondane.
Da Firenze passa a Roma: vi giunge il 19 gennaio 1729; da appassionato studioso della storia romana qual è, non può non rilevare la decadenza, le meschinità e, generalmente, le gravi piaghe sociali e morali che affliggono l’Urbe nei suoi giorni. Frequenta nobili e cardinali, ma si reca assiduamente anche a teatro ed all’opera, dove può ascoltare i virtuosismi di famosi castrati. I circa sei mesi che Montesquieu trascorre nella città eterna rappresentano un periodo tutto sommato felice, ma anche assai proficuo per le sue conoscenze storiche ed artistiche: visita rovine, palazzi, chiese, e legge assiduamente testi di storia dell’arte per meglio comprendere l’opera di Raffaello, ma anche di Guido Reni (“il Guido”) e dei Carracci.
Per qualche tempo, poi, si trasferisce a Napoli, che ammira per le bellezze naturali e monumentali, né manca di assistere alla famosa liquefazione del sangue di San Gennaro, dinanzi alla quale mostra una tollerante e perspicace saggezza, comprendendone l’ineffabile, efficacissimo significato consolatorio per la popolazione.
Rientrato a Roma verso l’11 maggio, e trascorse alcune settimane ai Castelli, il 4 luglio decide di ripartire, questa volta verso nord: attraverso l’Umbria e le Marche, raggiunge Rimini. La Romagna gli appare bellissima, con le sue città ordinate e ben edificate sul tracciato voluto e realizzato dagli antichi Romani. Proseguendo poi verso occidente, il 9 luglio il Président è a Bologna. Reca con sé importanti credenziali per il Cavalier Pecci, maestro di camera del Legato pontificio della “seconda” città dello Stato della Chiesa, Giorgio Spinola, presso il quale pranzerà il giorno 13.
Secondo il suo solito, visita monumenti e palazzi gentilizi, dei quali ammira non di rado le scalinate e gli scaloni d’onore: lo colpiscono oltremodo le scale arditamente scenografiche di casa Legnani e di palazzo Ranuzzi, nonché quelle dei palazzi Caprara e Pepoli. A Bologna, invero, il philosophe si trova dinanzi a strutture architettoniche che disegnano stupefacenti spirali nell’aria, a meraviglie strabilianti d’invenzione e di sorpresa, di calcolo e d’equilibrio, come ha sottilmente indicato Giovanni Macchia. Montesquieu ammira inoltre famosi dipinti dei Carracci, legge la fortunata Felsina pittrice (1678) di Carlo Cesare Malvasia e, visitando con Monsignor Lante l’Istituto delle Scienze, rivela uno spiccato interesse per le sezioni consacrate all’arte militare, all’astronomia e alla storia naturale.
Successivamente, dopo brevi soggiorni a Modena e a Parma, prosegue per Mantova, Verona, Rovereto, raggiungendo infine Trento, ove si conclude il suo itinerario italiano, durante il quale egli ha acquisito – è indubbio – una varia e vasta messe d’informazioni e stimoli culturali, di cui saprà far tesoro nelle grandi opere posteriori: si allude, ça va sans dire, alle Considerazioni sui Romani (1734) e allo Spirito delle leggi (1748).
Il 31 luglio 1729, lascia dunque l’Italia e, nei tre mesi seguenti, percorre la Germania e i Paesi Bassi. Il 31 ottobre parte dall’Aja alla volta dell’Inghilterra sullo yacht dell’ambasciatore Lord Chesterfield: il viaggio e il successivo lungo soggiorno inglese, peraltro, sono documentati soltanto da una dozzina di pagine delle sue Note sull’Inghilterra.
Giunto a Londra il 3 novembre, viene ben presto introdotto a corte dagli amici Waldegrave e Chesterfield, e principia a frequentare i milieux intellettuali e politici della capitale. Stringe amicizie specialmente fra i Tories ed assiste a qualche seduta del Parlamento. Per Montesquieu, quello londinese è, in generale, un ambiente straordinariamente fervido e stimolante, tanto da giustificare il suo lungo soggiorno. Il 12 febbraio 1730 diviene membro dell’incomparabile, strapotente Royal Society, ed il successivo 16 marzo il “British Journal” dà notizia dell’avvenuta sua affiliazione alla Massoneria, nel corso di una sessione di Loggia presso la Horn Tavern di Westminster, alla presenza del Gran Maestro, il Duca di Norfolk. Tale affiliazione sembra ben rappresentare, anzi coronare la naturale evoluzione di talune sue idee predominanti, specie a seguito del suo pieno inserimento nel serrato dibattito culturale e politico d’Inghilterra. Montesquieu farà ritorno in Francia solo nella primavera del 1731, dopo un grand tour durato quasi quattro anni.
Prima di ragionare sulle acute ed ancora coinvolgenti osservazioni che Goethe consacrò a Bologna, giova forse citare qualche riga – generale quanto esemplare – di Albano Sorbelli, tolta dal suo memorabile, pionieristico lavoro su Bologna negli scrittori stranieri (1927-33): «Di Giovanni Volfango Goethe, il più grande poeta tedesco e uno dei maggiori di tutti i tempi, non è certo il caso di parlare qui. Ci limitiamo a dire qualche parola del suo viaggio in Italia, che ci interessa direttamente, e a mettere in rilievo il grande amore che ebbe per questa terra della luce e del sole, dalla quale trasse la ispirazione per le maggiori sue opere».
Consideriamo allora il celebre Viaggio in Italia (1786) di Johann Wolfgang Goethe, che costituisce senz’altro il magnifico e, per certi versi, toccante distillato di una delle esperienze che più incideranno sulla sua lunga quanto prodigiosa parabola creativa ed esistenziale. Dopo esser passato per Ferrara, che trova «grande e bella», ma «spopolata», ed aver visitato Cento, patria dell’amatissimo Guercino, il grande poeta tedesco giunge infine a Bologna, ove si ferma solo un paio di giorni, ma ha comunque modo d’estasiarsi dinanzi alla Santa Cecilia di Raffaello, così come d’osservare compiaciuto la vita cittadina che ferve intorno a lui.
«Verso sera», annota non senza vivido trasporto, «finalmente mi sottrassi a questa vecchia, rispettabile e dotta città, alle sue folle di gente che, protette dal sole e dal maltempo grazie ai portici fiancheggianti quasi tutte le vie, possono andar su e giù, attardarsi a curiosare, far compere e badare agli affari. Salii sulla torre, chiedendo ristoro all’aria pura. Che meraviglioso panorama! A nord si vedono i colli presso Padova, più in là le Alpi svizzere, tirolesi e friulane, insomma l’intera catena settentrionale, che oggi però era coperta di nebbia. Verso ponente un orizzonte sconfinato, ove spiccano solo le torri di Modena. Verso levante una pianura uniforme fino all’Adriatico, che, al levar del sole, diventa visibile. Verso sud le colline preappenniniche, coltivate e coperte di verde fino alle cime, popolate di chiese, di palazzi, di ville, come i colli vicentini. Il cielo era purissimo, senza la più piccola nube; solo al suo ultimo confine saliva un velo di foschia».
Incuriosito dal singolare fenomeno, continua poi così: «Il torriere m’assicurò che ormai da sei anni quella nebbia non scompariva dall’orizzonte; prima, col cannocchiale, egli poteva distinguere benissimo le colline di Vicenza con le loro case e chiese, mentre adesso, anche nelle giornate più limpide, vi riusciva raramente. È questa nebbia che, fermandosi di preferenza sul versante settentrionale della catena, fa della nostra cara patria la vera terra dei Cimmeri. Mi fece pure notare, a prova della buona posizione e dell’aria salùbre della città, che i tetti sembravano ancora nuovi, con le tegole senza la minima traccia di muschio o di umidità. Va riconosciuto che i tetti sono davvero puliti e belli, ma forse vi contribuisce in parte anche la bontà dei laterizi, che in questa regione, almeno nei tempi antichi, venivano prodotti con eccellenti metodi di cottura».
Goethe, sempre più innamorato della classica regolarità, non apprezza affatto, inter alia, le torri pendenti, ed esprime ore rotundo un certo suo disappunto estetico: «La torre pendente è bruttissima da vedere, e tuttavia è molto probabile che sia stata costruita così a bella posta. Mi spiego questa stravaganza nel modo seguente: ai tempi dei torbidi cittadini, ogni grande costruzione era come una fortezza, sulla quale ogni famiglia potente erigeva una torre. Con l’andar del tempo l’usanza prese un significato di lusso e di prestigio; ciascuno voleva far pompa anche di una torre, e quando le torri diritte diventarono troppo comuni, se ne costruì una inclinata. E in verità l’architetto e il proprietario hanno raggiunto il loro scopo: l’occhio sorvola sulle molte torri diritte e slanciate e cerca quella storta».
Conclude poi così: «Più tardi salii anche su questa. Gli strati di mattoni sono collocati orizzontalmente. Con un calcestruzzo che faccia ben presa e con chiavarde di ferro, si posson fare anche delle strampalerie».
Interessato more solito pure alle novità mineralogiche e botaniche che la diversità di ogni paese gli può offrire, trova persino il tempo di compiere una cavalcata a Paderno, «ove si trova la cosiddetta pietra di Bologna o spato pesante, che serve a preparare quelle piccole forme che, calcinate e messe in precedenza alla luce, diventano brillanti al buio, e che qui vengono chiamate semplicemente fosfori».
Ma le mète agognate e sognate da questo protagonista inconcusso delle lettere d’Europa sono innanzitutto Roma e l’Italia mediterranea, in specie per le infinite memorie e suggestioni classiche che riescono a suscitare in lui: il rimpianto dell’antico costituisce una sorta di fil rouge di tutto il suo Viaggio in Italia, non diversamente, peraltro, da buona parte della più interessante produzione di tal genere vergata nel periodo neoclassico.
Fra le tappe del suo lungo, ponderato itinerarium mentis et cordis, durato quasi due anni, è la Sicilia – probabilmente – la terra ove crede di scoprire quella connessione inscindibile fra il mondo naturale e quello spirituale, che aveva ipotizzato a sèguito dei suoi studi sulla Kabbalah, risalenti già agli anni di Francoforte e di Strasburgo, ed ai tempi della propria adesione alla Massoneria spiritualista di Boheme.
Ad avviso di Goethe, l’ingenuità pagana, la naturalezza della vita dei popoli del Sud rappresentano la felicità, l’integrità effettiva. D’altronde, come ha magistralmente osservato Thomas Mann in un saggio per più ragioni memorabile (Goethe. Una fantasia), «l’esperienza e il risultato del suo soggiorno in Italia fu […] appunto il fondersi e l’unificarsi dei concetti di “classicità” e “natura”, per cui, come ebbe a dire più tardi, “il fanciullo sino a quel tempo impacciato e impaurito poté in completa libertà riprendere fiato”».
Non si può invece parlare semplicemente di “viaggio in Italia” a proposito di Stendhal, il quale, circa una settantina d’anni dopo il Président Montesquieu, scese in un primo tempo nella nostra penisola con le armate napoleoniche – prima come ufficiale della Repubblica, quindi come dragone dell’esercito imperiale – e deliberò poi di stabilirvisi, ricoprendo diversi incarichi istituzionali per gran parte della sua vita.
Affiliato alla Massoneria del Grande Oriente di Francia (fondato nel 1772) come molti degli ufficiali napoleonici, con l’avvento della Restaurazione Stendhal viene collocato dai Borboni a Milano, in una sorta di riposo forzato. Egli la conosce comme il faut, ne ama la vita mondana, l’atmosfera culturale, le donne, sin da quando, ai primi del secolo vi è giunto con l’armata francese trionfante; Milano, del resto, rimarrà – è notorio – la sua patria d’elezione per tutta la vita, pure quando verrà nominato Console di Francia a Civitavecchia.
D’altro canto, conviene precisare che il suo amore assoluto per l’Italia non è affatto cieco, e neppure idealizzante: nelle sue opere – da Roma, Napoli e Firenze alle Cronache italiane ed ai grandi, immortali romanzi – lo scrittore ne evidenzia, fra l’altro, la ben scarsa inclinazione verso le istituzioni civili e politiche; questo fatto, nondimeno, pare quasi garantirgli una sorta di verginità di ritorno: l’Italia, difatti, viene da lui veduta e vissuta come un luogo insieme materiale e dell’anima in cui ritornare dopo l’insuccesso della grande illusione napoleonica, come un rifugio ristoratore e vivificante ove cercare quell’autenticità così irrimediabilmente compromessa dai ciechi, inesorabili meccanismi della storia contemporanea.
Al viaggiatore di Grenoble, peraltro, non sfuggiva certo come tale natura libera e incondizionata dello spirito italico, in assenza di un preciso progetto politico, rischiasse di degenerare in una condizione d’irrazionalità e d’anarchia oltremodo pericolosa. «Le considerazioni e osservazioni – ha scritto Carlo Levi in una memorabile, intensa prefazione alla migliore edizione italiana di Roma, Napoli, Firenze – sulle arti, sulla musica, l’architettura, la pittura, la letteratura di allora, collegate come sono a un senso complessivo della vita, del costume, e del valore determinante delle condizioni politiche, ci toccano ancora oggi, come problemi vivi».
A Bologna – ove si trattiene dalla fine del dicembre 1816 al 18 gennaio 1817 – Stendhal è immediatamente – e, vorremmo dire, quasi inevitabilmente – colpito dagli aspetti peculiari e, forse, più suggestivi della città: dalla collina di Villa Aldini ai portici e alle torri (in primis, ancora, la pendente, curiosa Garisenda); da San Domenico alle principali collezioni d’arte, ove ammira le opere dei Carracci e di Guido Reni; dalla Certosa alla basilica di San Luca, col suo lunghissimo, intrigante porticato.
«Posta nel punto d’intersezione degli itinerari del viaggio in Italia – nota Attilio Brilli nello splendido e, per certi versi, illuminante ultimo suo volume sul Viaggio in Italia (2006) –, rinomata ovunque per l’università, le raccolte scientifiche, le accademie e la tradizione artistica, Bologna è una città amata e goduta, più che esaltata, dagli stranieri. I motivi del suo fascino discreto ma duraturo sono diversi da quelli che caratterizzano altri centri famosi. Anzi, la mancanza delle fatidiche Ruinen, così care agli amanti della classicità, fa risaltare con maggiore evidenza la città nella sua forma più vivace e confortevole. […] Non è un caso, d’altronde, che nei carnets de voyage di moltissimi viaggiatori, come in quello dei Goncourt, Bologna abbia una sua familiare ricorrenza nell’immagine di sintesi, o skyline, delle due torri sghembe».
Ma la curiosità e l’interesse di Stendhal sono rivolti, in particolare, alla società bolognese. Le lusinghiere lettere di presentazione fornitegli dagli amici di Milano lo introducono agevolmente nei salotti dell’aristocrazia locale, nei quali ha modo di osservare e registrare costumi e consuetudini di nobili e nobildonne, e specialmente atmosfere e atteggiamenti che trova, per lo più, assai differenti da quelli milanesi. Stendhal attribuisce siffatta diversità in gran parte alla presente moderazione del governo pontificio, che consente una discreta indipendenza, libertà di parola e di maniere, almeno in certi ambiti, talché giunge ad osservare che Bologna è «una delle città dove più difficile è l’ipocrisia».
Tale libertà d’espressione è, per lo scrittore di Grenoble, analoga a quella di Londra, ma dotata di un brio ben più spiccato! Gli paiono poi meno marcate le differenze sociali rispetto ad altre realtà italiane, se corrisponde al vero, fra l’altro, che la massima autorità dello Stato pontificio, Pio VII, era figlio di un ciabattino… Trova altresì che i caratteri delle persone siano in genere più aperti, quantunque evochi sempre con struggente nostalgia la dolcezza e la naturalezza dei milanesi, e in special modo delle donne di quella Milano che fin da subito, quasi per singolare magia, era divenuta la sua città d’elezione.
Stendhal osserva che a Bologna le pompe ecclesiastiche risultano alquanto noiose e che, nei salotti, occorre superare una certa diffidenza e resistenza, evitando soprattutto di “fare dello spirito” alla francese, e di mostrare affettazione nei modi. Pure nel far la corte a una signora è indispensabile rispettare alcune usanze che gli paiono alquanto curiose, come, ad esempio, quella di mostrare particolare attenzione, per alcuni giorni, soprattutto verso l’amante di lei... Ma, sopra ogni altra cosa, bisogna assolutamente evitare la noia: non a caso Stendhal si stupisce che nella città petroniana nessuno si senta obbligato a fare “visite di dovere”.
Egli incontra, fra gli altri, anche il Cardinal Legato Lante, col quale disquisisce amabilmente di donne e di costumi, in un contesto che gli risulta meno “francesizzato” rispetto a quello di Milano: in ogni caso, l’alta società bolognese gli appare più legata al governo di quella milanese. È pur vero che, per far fortuna nello Stato della Chiesa, occorre avere il favore di qualche prelato, o comunque di uno dei numerosissimi ecclesiastici, sempre usando, tuttavia, la misura e la discrezione più accorte...
Fra i cittadini più illuminati, quali il signor Degli Antonj, egli può riscontrare il tentativo di ottenere dal governo libertà e rappresentatività maggiori, ma non gli sembra, realisticamente, che se ne possano scorgere le premesse nell’ambiente, ove il potere tende al tradizionalissimo quieta non movere.
Raggiunta Civitavecchia nel 1831, Stendhal cerca di soggiornarvi il meno possibile, soffocato com’è dal governo reazionario del Papa, e fa spesso ritorno in Francia. L’Italia l’aveva conquistato con la sua storia, l’arte e soprattutto la musica: de facto, soltanto dopo il crollo di Napoleone e il ritorno dei Borboni, nonché dopo il disastro finanziario da lui patito, il nostro Paese aveva assunto – ai suoi occhi – quel ruolo consolatorio e confortante che unicamente la sua indole affatto incondizionata poteva assicurargli. Il periodo 1814-21 aveva rappresentato, per lui, l’estrema possibilità di realizzazione personale, e il milieu romantico milanese l’ultimo possibile catalizzatore di tale processo virtuoso.
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