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Verso un’IMMAGINE reale di Lorenzo Giusso[1]

 

Antonio Giusso

Foro di Napoli

 

 

 

L’undici aprile 1957, nella clinica “Villa latina” di Roma, la forte fibra di Lorenzo Giusso cede alfine il passo all’incalzare di una furiosa malattia. I suoi trigliceridi impazziti si impennano, fino ad una dimensione off limits per ogni essere umano.

Sono trascorsi 32 giorni allorquando la moglie Annamaria, accorsa a Madrid e informata circa le condizioni critiche del coniuge da un magro trafiletto (in prima pagina) sul “Mattino” di Napoli, riesce a convincerlo – non senza fatica – della necessità di rientrare in Italia (“…d’accordo Lorenzo, non a Napoli. Ti porto a Roma”).

Da molti anni, Lorenzo Giusso viveva un dramma intimo e umanissimo, che lo aveva portato a cancellare dalla sua agenda emozionale la pur amatissima Napoli: “Vi farò ritorno solo da morto”. E così avvenne.

Lorenzo Giusso nacque a Napoli il 25 giugno 1899 dal conte Antonio Giusso del Galdo e dalla marchesa Maria Imperiali di Francavilla D’Afflitto: due insigni casate genovesi, trapiantatesi a Napoli qualche secolo prima, che avevano concorso a formarne – con buona probabilità – l’ineffabile psicologia e il singolarissimo profilo complessivo.

Nipote di Girolamo Giusso (1843 - 1921), compagno di Umberto I nelle perigliose visite ai lazzaretti, sindaco di Napoli e poi senatore e ministro con Zanardelli, Lorenzo era altresì imparentato con Giustino Fortunato, uno degli uomini più intelligenti e ascoltati, com’è noto, della cultura meridionale.

Inutile, quasi ipocrita, girare intorno alla luminosa, incomparabile paideia del Nostro. Era cresciuto in un milieu vivace, raffinatissimo, esclusivo: modi, se si vuole, un po’ rari e ricercati, ma giammai scevri di solide, serie fondamenta.

Da fanciullo, Lorenzo nutriva un amore pressoché viscerale per la musica, amore peraltro contrastato dal padre, che giunse a vietargli l’accesso nelle tre sale dell’immensa casa avita di Port’Alba, ove signoreggiavano ben tre ‘tedeschi’ a coda.

L’incontro con apprendimenti e saperi ‘tradizionali’ lo consumò tutto fra mura domestiche, fra insegnanti privati e istitutori di madrelingua (francese, spagnolo, tedesco e altro ancora); questo sino all’Università, ove, con ‘in tasca’ il permesso di frequentarne i corsi, ebbe finalmente l’opportunità di ‘mischiarsi’ e misurarsi con coetanei. A ogni modo, conseguì brillantemente la laurea in Lettere e Filosofia, doppiata poi con la pergamena in Giurisprudenza.

Si diceva del clima culturale ove Lorenzo Giusso entrò a pieno titolo: la cultura, d’altronde, era uno degli obblighi non scritti dell’aristocrazia partenopea – condizione senza scampo, se non per tutti, almeno per una cospicua sua parte. Da siffatta intellighenzia – perlopiù autentica e ‘nobilissima’ – scaturiva, fra il resto, l’ospitalità letteraria caratteristica dei salotti patrizi di via dei Mille e della riviera di Chiaia: un costume fiorito nel Settecento e mai tradito, presumibilmente, fino al secolo passato, a cavallo delle due guerre, quando uscì dai salotti e si democratizzò.

Questo, però, fu il periodo coincidente con lo sbocciare dell’ingegno di Giusto: partecipò a questa incomparabile ‘sinfonia culturale’, riassumendola e convalidandola grazie a un’autorità di scrittore e di filosofo inusitata per un giovane. E precocità e libertà intellettuale confluirono nell’uomo di studi e di pensiero: napoletano a Napoli, ‘ville philosophique’ per eccellenza, fu spinto quasi ineluttabilmente verso il cenacolo crociano, ove, ancor più ineluttabilmente, entrò in rotta di collisione con ‘lo sceicco di Pescasseroli’. Casus belli: Vico e Spengler. Certo, non fu il solo: si pensi a Tilgher, a Cione e a molti altri, “rivoltósi per fisiologica irriconoscenza o per naturale destinazione dialettica”.

Va segnalato, tornando alla dicotomia con Benedetto Croce, che Giusso, fin dagli esordi del suo instancabile studio e magistero, subì attacchi frontali da più versanti, tutti o quasi deficitari, però, dell’autorità riconosciuta al filosofo di palazzo Filomarino. I ‘capi d’imputazione’ più ricorrenti contestati al Nostro, per ammissione della stessa pletora di ‘pubblici ministeri’, erano riconducibili lessicalmente a ‘stranezze’ così derubricate. Ad esempio, Giusso insegnò a Bologna per alcuni anni contemporaneamente estetica e letteratura spagnola: “o si è filosofi o professori di letteratura” – così contestavano le ‘comari’ della critica militante.

In realtà, Lorenzo Giusso non avrebbe saputo indicare nessun ramo dello scibile che non rientrasse nella filosofia come egli la intendeva, ossia come visione totale della vita. Basti por mente al saggio su Leopardi del 1935, ove la biografia del poeta, la sua ispirazione e i suoi studi filosofici non risentono né di separazioni, né di discriminazioni. Anche se spesso, all’apparenza, discordi, questi elementi, nel grande recanatese, appaiono come una composizione indissolubile, e non è possibile intenderlo trascurandone qualcuno. In effetti, per disegnare un profilo convincente di Leopardi, Giusso risale agli enciclopedisti, a Voltaire, a Rousseau, al deismo settecentesco e al Romanticismo: “un secolo di storia del pensiero umano così come è stato accolto, trasformato, respinto sùbito o accettato, pianto o cantato da quella mente che non può non essere il risultato ultimo di una secolare elaborazione del pensiero umano”.

Ma rivenendo alla ‘scomunica’ crociana, giova ricordare che il nostro autore si era prefisso di dimostrare, attraverso la ricostruzione del pensiero filosofico degli ultimi quattro secoli, che la filosofia è, nei suoi sbalzi creatori decisivi, “la generalizzazione, la rifrazione e la stilizzazione concettuale di ipotesi scientifiche diventate dominanti”. Ogni nuova conquista scientifica prevede e determina, dunque, una nuova ipotesi metafisica, sfociando in una nuova cosmogonia, per scoprire nuove conferme della presenza divina e delle immutabili leggi della morale. Quanto mai affascinante, in tale suprema avventura dello spirito, osservare l’uomo mentre, con eroica costanza, ritrova la via per ristabilire il rapporto del Creatore con la creatura.

Fulcro di questa rivoluzione verso l’Eterno e la sua legge protettiva dell’uomo è il ‘sistema’ vichiano, anche se – da altre, divergenti prospettive ermeneutiche – Giambattista Vico risultava legislatore di un’eterna immanenza della storia. Vico afferma – sottolinea Giusso – che “l’uomo ha certo libero arbitrio, ma debole; esso è aiutato dalla divina provvidenza naturalmente e dalla divina grazia soprannaturalmente”. D’altro canto, sèguita il Nostro, il libero arbitrio emanciperebbe dalla tutela divina la storia umana; renderebbe impossibile il calcolo della sua rivoluzione e della sua periodicità. La periodicità della storia è l’analogia profonda della scienza nuova coi sistemi della meccanica celeste. Con il libero arbitrio, diversamente concepito, la storia umana potrebbe assimilarsi a una cometa. Sicché Giusso può concludere che “la scienza nuova è, da un capo all’altro, una ricerca di omologie e di uniformità attestanti l’immutabilità del governo divino del mondo”.

Viene spontaneo osservare come il costante sforzo di penetrare il mistero dell’esistente e di farlo proprio – abissale, eterna questione ricorrente, peraltro, nella mentalità e nella religiosità spagnole, oggetto, come si sa, di studi giussiani lunghi e approfonditi – eserciti su di lui un fascino e, soprattutto, un’influenza maggiori rispetto all’idealismo italiano, ch’egli non esita a negare o a ignorare se esula dalle sue personalissime meditazioni.

Ma, a parlar schietto, è altresì evidente polemica contro l’idealismo crociano il suo richiamarsi al fatalismo di Leopardi, al ‘demiurgo’ di Nietzsche, al nichilismo di Spengler: tutte tendenze filosofiche lato sensu esoteriche, che la dottrina di Benedetto Croce considerava obsolete quanto inutili.

Polemica sotterranea forse, secondo lo stile giussiano, quantunque l’interpretazione della Scienza nuova come ricerca di testimonianze sulla “immutabilità del governo divino del mondo” qualche reazione in Croce la provocasse, inducendo certi epigoni di quest’ultimo a gridare all’eresia. Giusso, nondimeno, ebbe gran cura nel velare la propria opposizione a Croce con formule rigorosamente teoriche, ben sapendo che iniziare, specie in quell’epoca inquieta e confusa, una polemica contro tale avversario avrebbe significato autonominarsi corifeo (o peggio) del regime, rischiando fra l’altro di confondere un dissidio squisitamente scientifico con un gesto di bassa opportunità politica.

Afferma Giovanni Artieri – suo coevo e biografo e, pertanto, fonte preziosa per noi – che Giusso fu il Fabrizio del Dongo della Waterloo filosofica europea. Ora, prima di adunare gli elementi idonei a vivificare tale assunto, conviene riandare al punto e… a Croce! Già, in primis perché Croce veniva da un’epoca che non trovava più una continuità effettiva con quella cui appartenevano i giovani della generazione di Lorenzo Giusso.

Pur apprezzabile nel suo tempo, il neoidealismo crociano, con la sua ‘religione della storia’ intesa come storia della libertà, cozzava in maniera aspra con i fatti. D’altronde, era ben difficile in quegli anni sostenere che la ragione fosse ancora dalla parte della concezione liberale e idealistica della storia: i fatti sembravano dalla parte degli ‘apostati’, di Giusso e di taluni suoi più celebri coetanei, tutti in piena sintonia col tempo tragico che abitavano.

Mentre l’alta borghesia si era placidamente accomodata sui cuscini della rendita terriera e dei titoli di Stato, i distruttori (o detrattori) dello status quo ante avanzavano, ben accetti alle nuove generazioni di intellettuali, pure perché non teorizzavano in libri o articoli, ma scrivevano col sangue anziché con l’inchiostro. Li avevano anticipati i ‘filosofi dell’antiragione’, i teorici dell’irrazionale, della volontà, della forza vitale.

Gli anni tra le due guerre risuonarono delle voci dei ‘profeti dell’Armageddon’, avvertibili con maggiore o minore chiarezza nell’immenso clamore di propaganda che già sollevavano i regimi dittatoriali in Russia, Germania e Italia. Erano le voci di Oswald Spengler e di Ernest Seillière, diffuse in Italia dai saggi di Adriano Tilgher, ma più ancora da Giusso (Il ritorno di Faust, 1925), entrambe tanto più interessanti (non soltanto a Napoli) per quanto di ‘anticrociano’ contenevano. E non c’era unicamente volontà polemica contro ‘don Benedetto’, quasi mai disponibile a cedere ad altri quello che riteneva suo dominio esclusivo: si trattava dei ‘diritti di dogana’ sulla cultura europea. Giusso, nei confronti di Tilgher, in perenne antinomia fra antifascismo e anticrocianesimo, si trovò in posizione favorevole, non avendo mai assunto impegni di natura politica: “Il suo faustismo giovanile s’accordava con le simpatie filosofiche di moda”.

Aveva la consapevolezza di far parte di una generazione con un destino, in qualche modo, eguale e contrario alla generazione postrivoluzionaria del 1789. Le armate e le epopee che quella rivoluzione disseminò in Europa si muovevano “in nome della ragione e dell’ordine nuovo”. Frattanto poi, non da molto conclusa la prima, i semi della seconda guerra mondiale già allignavano minacciosi.

Giusso, quasi Doppelganger di Fabrizio del Dongo, aveva appena iniziato a scrivere la sua autobiografia, che sarà caratterizzata dalla dicotomia tra la vita e il suo desiderio, costantemente frustrato, di vivere. Ansioso desiderio di vivere, per l’appunto, alla stregua di un eroe stendhaliano, immerso nel cupo, squallido clima dell’interregno temporale fra le due guerre, di accompagnarsi alla vita circostante, gioiosamente amando, possedendo, distruggendo… Aeoroplani, automobili, cavalli e levrieri – notoriamente cari a un D’Annunzio in quegli anni (1923-32) ancor vivo e attivo – corrono, volano, nitriscono e abbaiano anche per Lorenzo Giusso.

Poi vi fu una sorta di conversione: dopo la morte della madre (il conte Antonio l’aveva preceduta di sette anni), il nostro intellettuale elesse a suo nido il ‘paterno ostello’ di Port’Alba, nel settecentesco palazzo avito, adottando un modus vivendi di semiclausura.

Per qualche anno, ricevendo di rado, si risolse ad abitare ambienti sconfinati, illuminati da gelide ombre, che si alternavano a enormi librerie e a quadri raffiguranti, perlopiù, scene di cruenti martirii. Per non dire delle decine di porte in quercia, che si ponevano quasi a guardia di altrettante stanze che, nonostante fossero tutte ammobiliate, non incoraggiavano a supporre presenze umane. Un solo ambiente tradiva tante presunte assenze: la vasta camera in cui signoreggiava un grande pianoforte a coda mogano chiaro, semicoperto di fogli di musica e manoscritti.

Da una porta più piccola, si accedeva a un cucinino dove, su un fornelletto a gas, bolliva sempre un pentolino di brodo. Giusso azionava, di quando in quando, un coppino per attingerne, riponendo il foglio su cui scriveva. In quella camera, come nell’intera, immensa casa, voci, suoni e rumori erano esclusi.

Port’Alba, vociante e buia, fra le botteghe di libri usati (una per tutte: Pappacena, che vantava, fra gli habitué, lo stesso Croce), le pizzerie, i ‘carnacottari’: insomma, un avamposto della Napoli barocca, spinto verso il ‘quartiere gotico’ di Santa Chiara.

In verità, Giusso respirava un’aria romantica e barocca, che traduceva in stimoli mentali e sogni poetici. Da questo pur lucidissimo ‘castello interiore’ (un Castillo Interior non troppo lontano da quello dei mistici spagnoli) usciva solo per frequentare redazioni di giornali e caffé, certo, ma anche strade e marciapiedi, dove incontrava gli amici, specie per discutere di bonae litterae, d’arti, di filosofia e di politica, rinnovando e conservando così la tradizione, insieme greca e partenopea, del disputare camminando.

Solo per Adriano Tilgher e Giuseppe Toffanin (‘il Padovano’) si concesse un’eccezione, ospitandoli per lunghi periodi nel cupo palazzo di Port’Alba, che, nell’occasione, dovette subire interminabili partite di scopone, sottolineate, a parlar schietto, da frequenti scurrilità.

Critico letterario del “Mattino” in età precoce, Giusso era ammirato sì per cultura ed erudizione, ma anche per la memoria e il gusto, per il bon mot e la prudenza, mai disgiunti, peraltro, dalla lieve malizia e dall’invettiva calibrata, dal sarcasmo, come dire, socratico e dall’autentica bontà.

Aveva inoltre un orecchio sensibilissimo, educato in primis dalla musica sinfonica: scrittore, poeta, giornalista, conferenziere, professore, umanista de race (parlava e scriveva in latino, si diceva, come un monsignore o un segretario di Stato), possedeva altresì un estro comico che indusse Corrado Alvaro a dedicargli questo scherzoso epigramma: “Dopo aver ascoltato Lorenzo Giusso, si ammira un po’ meno Eduardo de Filippo”. E Lorenzo lo ringraziò anni dopo, ma ne avrebbe fatto a meno volentieri, dedicando ad Alvaro un memorabile e accoratissimo elogio funebre.

Ancor prima di seguire Giusso ormai in partenza, alla soglia dei trent’anni, verso la sua avventura filosofico-letteraria, va precisato che non furono le simpatie per un certo Nietzsche o per la dottrina delle aristocrazie guerresche (si allude a Ortega e alla sua “ribellione delle masse”) a costituire una sorta di captatio benevolentiae verso il regime fascista.

Anzi. Il podestà gli creò non pochi problemi di varia natura, e ciò contribuì a fargli intensificare i soggiorni oltre confine: anzitutto in Spagna e in Germania, ma pure in Francia, Ungheria e Portogallo. Vediamo così il nostro homme de lettres naturaliter cosmopolita passare attraverso i sismi anticipatori della rivoluzione spagnola e della guerra civile, nonché assistere alla decadenza politica e intellettuale della terza repubblica e al sorgere del nazismo e del peggior spirito razzista.

Di questa esperienza quotidiana (un autentico “diario”, secondo Toffanin), egli dà conto ai lettori delle terze pagine dei più prestigiosi quotidiani nazionali, in una prosa ricca e ondosa, prodiga di lucidi slanci. Il colore giornalistico vi si eleva a scrittura pregnante e metanazionale, “tramata di poesia e presagi”.

Erede di una notevolissima fortuna, Lorenzo Giusso partiva verso paesi affini alla sua intelligenza, al suo “romanticismo”, alla sua fastosa, profonda, inafferrabile cultura: la Spagna repubblicana di Unamuno e Ortega, quella rivoluzionaria e dittatoriale di Pemán e di Pelayo; la Francia di Paul Valéry, Luc Durtain, André Gide; la Germania della cultura guglielmina: Freud, Mann, Spengler et alii.

In tal maniera il Nostro, realizzando in parte il proprio sogno stendhaliano, divenne, de facto, uno fra i più rari (e migliori, forse) veicoli d’idee di cui la cultura italiana disponesse. Trascorreva lunghi periodi muovendosi fra le tertulias filosofico-letterarie di Barcellona e Madrid, i caffè parigini della rive gauche, le birrerie politico-culturali di Vienna, Berlino e Monaco. Di questi paesi conosceva la lingua quasi perfettamente, tanto da curare le traduzioni di libri suoi e di alcuni autori prediletti – coevi e non (Freud, Ortega etc.).

Tutti gli infiniti suoi scritti – articoli, monografie, raccolte di saggi, versioni, per non dire delle sillogi poetiche e d’altro ancora – erano sempre, in qualche modo, conclusivi delle proprie “esperienze vissute”. Ne traeva, fra l’altro, segnali inequivocabili della tragedia che, di lì a breve, si sarebbe consumata sul palcoscenico del ‘suo’ vecchio continente.

In quel periodo, d’altronde, seguitava a costruire la sua infaticabile, quasi faustiana paideia attraverso viaggi, studi e architetture di libri. Lavorava, fra il resto, alla diretta conoscenza del mondo antico, nonché del prediletto ’600 nei testi e negli autori più ostici, potenziando nel contempo le qualità umane, l’arte di delizioso pianista e di mirabile conversatore. Coniugava così le nobili origini con un aspetto bohémien, delicato quanto deliberato: il tutto, presumibilmente, allo scopo di colmare il vuoto “della sua delusa ricerca di vivere la vita come l’aveva sognata”.

Va osservato – e forse non poteva essere altrimenti, giacché la sua personalità esorbitava da ogni schema tradizionale o convenzionale – che sin dagli anni più verdi gli fiorì intorno una vasta e gustosa aneddotica, anche per la figura: “spettinatissimo, discretamente calvo, occhi verdi dalle cento malizie, mani grandi e alta fronte, un giorno trasandato e il seguente elegantissimo sino ad essere ‘tonale’, carico di libri e giornali, sempre fra un treno e un aereo, una lezione di estetica a Bologna e una conferenza a Santander”.

Una sera, a Vienna, in una di quelle ‘birrerie politiche’ che, come s’è detto, frequentava spesso, e dove sovente – quasi a furor di popolo – si cimentava al pianoforte con un notturno di Chopin o altro, fu intercettato da una mezzosoprano. Donna avvenente, questa Maria, che gli impose con vis squisitamente teutonica una sorta di duetto. Probabilmente Lorenzo, più del fascino, ne subì l’inusitato e un po’ ruvido approccio: ne nacque una liaison, ma nel tempo questa andava via via inclinando verso una trappola matrimoniale. A farla breve, la madre di Maria, avendo appreso, con indubitabile emozione, che razza di ‘partito’ fosse il conte Giusso, si era risolta a tessere la sua tela, fatale anche per uomini ben più avvertiti del Nostro.

Ma più dell’amore poté la paura, allorquando un “amico fidato” riferì a Lorenzo che la volubile Maria, durante una sua tournée a Berchtesgaden, non solo si era invaghita di certi baffetti ‘alla Charlot’, il cui titolare rispondeva al nome di Adolf (Hitler, va da sé), ma – qui habet aures audiendi, audiat...– che non tralasciava occasione di mescolarne i nomi (Lorenzo e Adolf), ovviamente suscitando la curiosità del Führer circa l’uomo che l’aveva preceduto nelle grazie della bella Maria.

Figurarsi Lorenzo! Pur cancellando Vienna dai suoi itinerari per lungo tempo, per altrettanto visse di paure e incubi, ma pure di gelosia, fino a quando il suo sentimento non si accompagnò più a questa Maria. In fondo, è l’eterno Odi et amo.

Gli anni trenta rappresentano – si sa – il decennio più fecondo e industrioso per il suo genio poietico, un decennio che serba intatta la sua ‘tavolozza’ di eccellente pittore, laddove quello che seguirà sarà proclive a rappresentare il mondo affidandosi, prevalentemente, a due soli colori: il nero e il rosso.

È alquanto probabile che il pennino del suo ‘sismografo interiore’ abbia cominciato a registrare la catastrofe preparatoria dell’immane, irripetuto evento che, di lì a poco, trasformerà il globo in un feroce, insaziabile epigono del greco Crono o – se si preferisce – del latino Saturno.

A ogni modo, le molteplici, inesauribili attività di Lorenzo Giusso manifestano una brusca accelerata. Dal ’30 al ’39 dà alle stampe ben undici monografie con altrettante case editrici, spaziando con agilità formidabile dalla filosofia alla filologia. Sono gli anni in cui escono (o vengono comunque concepite) le laboriose, innovative indagini su Bruno, Vico, Gioberti, Nietzsche, Dilthey, Simmel, Bergson, Spengler, Unamuno e Ortega, nonché, in àmbito prettamente letterario – ammesso e non concesso che sussista, che possa sussistere un discrimine… –, su Petrarca, Stendhal, Leopardi, Di Giacomo, Gide e tanti, tantissimi altri protagonisti e deuteragonisti della civiltà letteraria europea.

 

[1] Testo riveduto e rielaborato dalla Direzione.

 

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