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Verbale del silenzio

 

Lorenzo Tinti

 

 

 

La nostalgia di noi è il solo moto

che rendo al tuo fuoco morente;

mi offende se non l’hai ridotto in cenere

ciò che persiste, ed è poco o niente.

 

Ma mio malgrado mi basta ed avanza.

 

Va e viene il triste presentimento

che in mia assenza subisca la pena

prevista per il sottoscritto

chi doveva esserne lo strumento.

 

Non t’ho convinta che purtroppo

mi oriento tra le brume dell’inferno

da cui entro ed esco ormai da tempo:

ti ho spinta e mi ci hai condotto.

 

Ti aiuterei, ma si entra solo in coppia.

 

 

 

LETTERA A UN AMICO SU DI NOI

 

 

 

Gioia è fin quando la storia che immagini

o quella che rammenti sono come plagio

di questo mattino e del suo passaggio

certo indolente che sai a memoria.

 

È l’impegno ovvio di proteggerlo,

sentire che niente scappa davvero,

sapere che esausto di quiete il tuo orecchio

zuppo di sete forza lui il debole

canto delle sirene.

 

                                Occorre scorza

più temprata da opporre al fuoco greco

che si è riverso sullo sboccio delle crisalidi,

sulle ali travolte dalla vampata.

Per noi due la prognosi è riservata.

 

È gioia se il sogno non la reclama

essendo per te poco più che traccia

di lumaca al risveglio,

meglio se non ti minaccia la lama

sottile del coinvolgimento.

Per noi non rimane che fasciare le ferite.

 

 

***

 

 

Dei troppi che ne sono copertura

questo ritorna ancora, e ancora

adesso che gemma il pruno nell’orto:

se un corno è giusto il senso che dura

di esso o appena il suo contorno riflesso,

il solo dilemma che resta

è scender la china dritto o di schiena.

 

Mi rimetto a te per l’ultima volta;

c’eri tu quando dapprima è successo

che un gioco al rifiuto divenne esclusione.

Non puoi fornirmi l’aiuto che allora

non volli; basterebbe la sensazione

che mi davi mordicchiandoti il pollice

di essere inerme, e cedervi un poco.

 

***

 

 

Neanche ora ti penti di esserti resa

alle parole levigate ad arte

di chi le scrive, le vende e dimentica.

Le avessi còlte con l’occhio del cinico,

prive di peso, róse dal silenzio,

scampate al suo risucchio,

eppure vive e vegete.

 

Il pudore è semplicemente questo:

costringere negli stessi confini

le cose e le parole.

Il poeta si finge onesto,

ma spesso è tanto inesperto del mondo

che i suoi gesti non sono che pose

e porta altri con sé nel suo fondo inquieto.

 

 

***

 

 

L’esistenza non è per l’esistente,

così Leopardi nello Zibaldone

(4169).

Sentenza meno commovente quando

la guardi sotto forma di frazione:

sopra metti l’importanza di esistere

e gli esistenti al denominatore.

 

 

***

 

 

Non sognarti che la poesia non lasci i suoi graffi;

di certo nessuno schiaffo diretto:

qualche urto ogni tanto alle aiuole sparti-

traffico, qualche segno di astinenza,

ma infine ti compone l’epitaffio.

 

La vita o la si vive o la si scrive

è un monito da prendere sul serio

per il poeta e per chi gli sta accanto,

la convivenza tra i quali produce

alla lunga danni collaterali.

 

***

 

 

I resti delle falene che affollano

la gobba del plafonnier ci raccontano

di una guerra perduta con la luce:

pur non mancò virtute al gran pensiero.

 

Il vischio che le incolla a terra

non rende le imprese meno sincere,

bensì il rischio che una o l’altra si avveri.

 

 

 

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