VANGELO SECONDO GIOVANNI
(2006)
Maurizio Clementi
“Voi non sapete da dove
io vengo, né dove vado”(Giovanni, 8, 14)
Sulle rive del tempo, quando ancora
mancavamo al senso e al flusso, e l’aria
profumava di asfodeli, e i colori
confondevano la vista delle tigri;
sulle rive del tempo, lungo un greto,
lo spazio della parola non fu vuoto,
lo spazio della parola era un campo
seminato di fresco lungo il fiume
infinito delle cose nominate,
lo spazio delle parole ebbe un senso
e le parole dipendevano da Una sola,
in piedi ed eretta sulla riva.
Il fiume delle cose ebbe origine,
e in fondo ebbe pure la sua foce.
Gli astri, il movimento, il cerchio e il numero
nacquero allora, nell’arco della voce:
la parola fu compiuta: dentro l’Altra
ogni parola ebbe riposo, e fu sera
sulla terra tenebrosa, e fu mattina
di luce abbacinante e verde e gialla,
e profumi di giungla d’animali
e rumori ansanti di viventi, guerra
(e fu di nuovo sera) di respiri e attese,
la luce bianca d’un tratto penetrò
dall’oriente e rischiarò le tenebre
ed era spazio, corpo di parole,
la parola dell’uomo si rapprese
sul mondo come nuvola
e tradì la sua luce originaria
e piovve a goccioloni allora il male.
Allora si fece un gran silenzio
e gli angeli apparecchiavano in giardino,
un vino rosso, un calice, un agnello,
e quel pasto leggero fu servito
ai due, silenziosi o muti, il tempo
dell’ultimo convito a cielo aperto.
Poi l’urlo della madre, il gelo
della notte, sopra i sassi della strada
il merlo intirizzito, la civetta sola
a chiamare a raccolta e cani e serpi
e tre viandanti matti e vagabondi:
il Verbo fu Vocale
tonda e delicata, densa,
a riempire di senso gli occhi ardenti…
C’era a Tiberiade un bel fico
e c’erano nell’ombra pescatori,
le reti fiacche sparse sulla riva.
Il bimbo crebbe a pane e pesce fresco,
e adulto sparse ancora di quel cibo,
lievitato al suo flusso originario,
e ancora ai sei fedeli dopo morto.
E venne il giorno dell’orto
degli ulivi, oltre il Cedron spumeggiante,
in un largo silenzio di cicale,
tutt’intorno i fichi di Giudea
e un cielo beante di profumi,
corto e scarno come un addio
o un rosso arrivederci sopra il legno
ritorto della croce, fra le pietre.
La morte dell’uomo, la morte, dico,
avvenne dopo l’ultimo sorso d’acqua
e aceto ( la sete dell’acqua universale),
e una scorsa alle pagine del libro
del quale fu Lettera e Punto a capo.
Lì dove il fiume delle cose
si biforca nella giungla della vita.
E venne il giorno della pesca
a Tiberiade, sopra il lago,
di nuovo quella mano sulla spalla,
e l’abbraccio fraterno e il capo
del più giovane sopra il petto,
di nuovo sulle rive del tempo.
Insieme assistevano al senso e al flusso,
con la loro parola dentro l’Altra:
ecco da lontano un altro lago,
un altro campo, un altro fico, l’aria
trasfigurata della sera al monte,
c’era soltanto da ascoltare:
uno muore, l’altro rimane e poi
l’attesa del ritorno sopra l’acqua,
(che l’acqua è una ricchezza cellulare,
s’insinua, scompare nel fondo, muore,
rinasce ruscello e scivola in vista,
nutrendo la folla di spighe e il mondo),
poi il vento, fra le nubi e sotto il sole,
e infine un Fiato lieve come brezza…