FINE DI UN UOMO NERO
Neil Novello
Quando Jack Zaccagna e l’aiutante Bob Frusta estrassero i coltelli dai foderi di cuoio, Mohamed Mbami urlava e sanguinava da molto tempo. Dai grandi capezzoli bruni strappati da tenaglie roventi, il sangue scorreva a fiotti senza arrestarsi, mentre una coppia di morse strette a due lembi di quadricipiti divelti mostrava la bianchezza del femore. I becchi taglienti di due morsetti lasciati in terra stringevano invece grossi pezzi di carne insanguinata: erano brani lacerati di tricipite. Dai deltoidi alle mani, le braccia apparivano coperte ancora di sangue e sudore, e la destra, abbandonata come morta, afferrava ancora un coltello. Era la mano con cui aveva forse attentato alla vita di un uomo, la mano con cui aveva recato un’offesa. Lì in terra c’era quel che restava di cinque dita annerite dalle vampe, quasi carbonizzate. Insieme al sangue, dalle braccia e dal petto, fino alle gambe, l’intruglio di piombo, cera, pece, zolfo, olio, sale e aceto agiva tra le piaghe, i tagli, le ferite e i buchi, gli sfregi, le lesioni, le scorticature e gli squarci. Il male s’era però interamene adunato attorno alle povere pupille del disgraziato, due sfere smorte che languivano in mezzo a due enormi macchie rosse, entro cui sembrava annegare il bianco dei bulbi oculari. Ogni tanto, quasi a voler coronare il dolore, Mohamed riusciva a mormorare: «Jésus… Jésus… pardonnez–moi… pardonnez…».
Un altro aiutante di Jack Zaccagna, Frank Lametta, nei momenti di minore sofferenza di Mohamed, tornava a pinzare il tormentato qua e là, a torcere le carni e a strappare, fino a che le urla rintronavano in cielo. Gli sguardi misericordiosi del popolo là intorno chiedevano altro che una breve tregua, forse la visione era troppo colma di orrore. Dopo poco, abbandonato l’arnese, Frank afferrò il catino della mistura e versò il liquido sulle ferite, senza però la freddezza necessaria alla malignità, ma con la partecipazione dell’uomo cinico e spietato, demoniaco. Più le urla di Mohamed squarciavano l’udito della folla, più la razione delle pene aumentava. E mentre il carnefice raccoglieva pinza e catino per allontanarsi dalla vittima, un terzo aiutante di Jack, Joseph Lapillo risaliva la scaletta del patibolo afferrando un paio di pinze chiodate invisibili alla folla. E con l’aria di chi si appresta a consolare il sofferente, afferrò quel che restava della mano bruciata, strinse i becchi alle unghie, ora capovolgendole indietro, ora tirando al punto di estrarle dalla loro cavità. Non pago, alla fine della prima tortura pinzò la braccia di Mohamed in vari punti, soprattutto però dove la carne è più tenera, ai fianchi e alle orecchie, sulla pancia e alla gola. Pinzato anche un dito, strinse e tirò con tutta la forza fino a troncarlo. Con tranquillità, Joseph raccolse il pezzo di falange e lo mostrò, con un’occhiata ambigua piena di odio e rancore, a Bob e Frank.
Mohamed contraeva il volto, smaniava come un convulso dopo ogni pinzata, e poi tornava alla pace. Sapeva che non sarebbe durata a lungo. Joseph allora se ne venne verso un lato del patibolo, con un rapido gesto spiegò alla compagnia di pazientare, e afferrato un secchio colmo a metà di piombo fuso, iniziò a versarne a piccoli fiotti qua e là sul ventre del torturato bruciandogli le carni sbrindellate. In mezzo alla furia dei contorcimenti, Mohamed si dimenava, ora distendendo e ora raccogliendo le cosce al petto, ora portando, con gesti rapidi di folle, le mani sulle piaghe, come per pulirsi dei liquidi e lenire qualche dolore.
Il prete di San Paolo non l’aveva abbandonato neppure un minuto, fino a baciargli la fronte rimanendo lì a guardare il suppliziato soffrire pene innominabili. Così la faccia da cancelliere dell’impietosito Galewskij, prono sul pover’uomo a chiedergli notizia degli ultimi desideri. Ma dalla bocca di Mohamed uscivano soltanto urla e lui era tutto contorcimenti e convulsioni da non poterne sopportare la visione.
Elisabetta Biancamola, la giovane moglie del disgraziato, e la piccola figlia Maria vedevano poco della scena rimanendo incassate tra la piccola folla, tutt’e due strette l’una all’altra udivano urla disumane giungere fin là smorzate dalla lontananza. E questo aumentava lo strazio per l’impotenza di non poter salvare dalla carneficina il loro povero Mohamed. Accanto alla bambina, un giovinetto esile e smunto, c’era Alì con un altro compagno, Ahmed, mentre un terzo, il più vecchio Abdullà, un po’ più distante dal gruppo, ogni tanto si portava le mani agli occhi per non vedere. Il piccolo Alì rimaneva in silenzio, solo il dolore di Maria sembrava suscitargli sentimenti di pietà, fino a che non si trovò con la mano a cingerle la schiena, e sentire, tra le urla del padre e il piacere del tocco, la prima accennata erezione della sua vita.
Laggiù sul patibolo Mohamed pativa atrocità infernali. Il cuore gli crepava in petto, e una folla di pensieri penosi l’afflisse quando si trovò a distendere braccia e gambe. Quattro puledri legati da robuste funi al corpo dell’uomo, iniziarono a strattonare gli arti. «Mon Dieu, mon Dieu… si j’étais toi… par pitié… par pitié!» urlava come un forsennato guardandosi strappare come una pianta dalla forza brutale che lo dilaniava. I quattro cordoni erano più o meno tesi, ognuno secondo la forza del cavallo. I due legati alle gambe strappavano in direzioni opposte divaricando le cosce, i restanti erano legati alle braccia sollevate verticalmente in alto e tiravano sradicando l’omero dalla scapola. L’azione era simultanea e forte al punto da sollevare il corpo straziato dalla superficie del patibolo, quando invece la forza si allentava Mohamed atterrava producendo un tonfo sordo. Attorno al luogo c’era una muta comunità di persone, popolani scavati in volto su carrette, contadini, donne e fanciulli, a centinaia riempivano la Piazza de’ miracoli, ognuno a spingere, urtare, infilare la testa in uno spazio, muoversi sgomitando, agitarsi per vedere lo spettacolo della morte. Piccole risse scoppiavano per guadagnare qualche metro e migliori posizioni, mentre altri popolani affacciati alle finestre, o dai balconi guardavano gli ondeggiamenti della massa, e commossi dalla scena abbassavano gli occhi dopo ogni violenza commessa sul corpo del malcapitato. Non c’era un momento di pace. La guardia del Ministro spingeva i curiosi lontano dal patibolo, mentre loro sgusciavano dappertutto, e c’era già chi si arrampicava su qualche albero per vedere la scena.
Il palchetto dei giudici, appollaiato sotto una tettoia spiovente, sembrava un’enorme cassa da morto. Loro erano assopiti, tanta era l’austerità e la freddezza dinanzi al supplizio di Mohamed. Immobili come mummie imbalsamate, ognuno assorto forse in altri pensieri, ognuno con le mani conserte e lo sguardo fisso sul patibolo. Spesso i loro occhi indifferenti si perdevano nel vuoto cinerino del cielo e stavano là come stavano al mondo, come se fosse anche per loro un supplizio. Ai loro piedi, dispiegata in tre file di cinquanta soldati, la cavalleria ordinata a reggimento presiedeva come ad un funerale. Ogni tanto qualche cavallo impaziente scalpitava rompendo la riga, poi tornava ad occupare la vecchia posizione.
Da un’umile veranda ferita dall’unico raggio di sole del giorno, un anziano gettava l’occhio di sotto, un po’ alla folla un po’ al corpo dello sciagurato. Forse in quel momento pensò all’universalità delle disgrazie umane, e soltanto un istante dopo vide in Mohamed un altro se stesso dimenticato però dal suo Dio. Provò a non guardare verso il patibolo, mentre la sfera del sole, dopo aver diviso un banco di nubi bianchissime, illuminò la facciata della casetta abbagliando la vista dell’uomo. Allora lasciò la seggiola e s’appoggiò al balcone. Là in alto, sole e vento lottavano per portare o la luce o l’ombra, e in cielo c’era una gazzarra continua tra la forza dei raggi, deboli ma ostinati a calare in terra, e il vento che trascinava le nuvole, fino a coprirne la presenza, a mortificarne l’esistenza.
Là sulla piazza, i quattro aiutanti che montavano i cavalli, ogni tanto rivolgevano lo sguardo alle loro spalle fissando il patibolo, a voler vedere il punto cui era giunta l’opera, altre puntavano lo sguardo in avanti, a dare un altro strappo, un’altra scossa alle membra del corpo. Neppure l’aggiunta di due nuove bestie per alimentare la forza di strappo delle gambe di Mohamed, svelse i femori dall’ischio e dalla testa femorale. Ma all’improvviso, di mezzo ad un urlo atroce seguito da un ennesimo tonfo del corpo di Mohamed ricaduto sul palco patibolare, il braccio destro si staccò dal corpo. E poco avanti, nel momento di maggiore trazione, la tibia della gamba sinistra liberò uno dei due cavalli in corsa. Mohamed era già un altro uomo.
A quel punto, l’urlo cacciato dalla bocca del mutilato forse si portò via anche l’anima. Ognuno finì per sentirlo agitarsi fin dentro le proprie ossa, dentro il proprio sangue, e scuotere la vita alle radici. E proprio in quel momento il cielo s’oscurò d’una patina grigia, una fuliggine densa e polverosa, mentre il sole che fino a quel momento aveva lottato per esserci pareva crollare dall’altra parte del mondo. Gli altri tiranti non diedero tregua al suppliziato. Ricominciarono con rabbia bestiale a strappare sempre più forte, ma i due rimanenti arti resistevano, più il tiraggio aumentava. Le urla del suppliziato si perdevano per l’aria del fresco mattino di primavera, e il patibolo della piazza nient’altro era che una sozzura lurida di sangue, di liquidi e lacrime.
Jack consultò Galewskij, quasi che ve ne fosse bisogno, e fatto un cenno a Frank Lametta, già provvisto di un lungo coltello, ordinò di allentare la furia dei cavalli scatenati. Senza esitazione, appena fu vicino, Jack piazzò la punta del coltello tra il pettineo e l’adduttore di Mohamed. Tranciò di netto le carni insistendo con disumana ostinazione in direzione dell’inguine, quasi a scavare in profondità. Con uno scatto repentino, gettando l’occhio verso Joseph, Frank piantò a propria arma sotto l’ascella sinistra del moribondo. Un ritmo crudele calò tra l’azione di Jack, quella di Frank e le ultime feroci grida di Mohamed, fino a che, accennato di riprovare a strattonare, anche il braccio e la gamba non resistettero all’ultima violenza. Sospinti dalla forza di trazione, i cavalli presero a muoversi verso l’estremità della piazza, quasi a sfondare il muro di gente. Un fanciullo si trovò davanti gli occhi la bestia nitrire di gioia, come accecata per la liberazione, dopo aver prodotto l’enorme sforzo di strappare l’arto dal corpo di Mohamed. Come per un fulmineo desiderio di male, lo sguardo della creatura cadde proprio sulla gamba legata alla corda, lordata e insanguinata, e infine colse, tra le urla di dolore e sgomento della gente, la bocca di Mohamed esprimere un sussulto leggero, quasi a voler prendere una boccata d’aria. Era la volontà di pronunciare qualcosa, mormorare l’ultima parola della vita, forse un Amen. Sul tronco disfatto dell’uomo, come staccandosi dal cielo, piombò un improvviso bagliore solare, più lucente e più caldo. Ora copriva la scena come un lenzuolo, un leggero velo di luce, mentre sembrava che l’intero cielo crollasse su quel misero detrito di uomo.
Del clamore della folla non rimase più nulla, ognuno sembrava dovesse scontare la colpa per quell’orrore, e il peccato d’aver guardato doveva ammettere, irrefutabile e perentorio, anche la colpa d’aver ucciso. Un silenzio di tomba calò come una mannaia, e il palchetto dei giudici, ancora impietriti come statue di basalto, già guadagnava le uscite, quasi a scagionarsi, a preservare l’onore, la loro vita da questa orrenda barbarie. Jack Zaccagna era ancora ai piedi del patibolo, con le maniche raccolte fino ai gomiti e gli occhi fissi alla scaletta insudiciata da una leggera pioggerella, che poco a poco cominciava a calare sulla testa del popolo. Frank, Joseph e Bob erano ancora là sul patibolo con secchi e coltelli. Lanciarono uno sguardo rapido verso la folla e uno fulmineo a Jack, come a chiedere cos’altro dovesse compiersi. Fu però Bob, il più bassotto e lesto della cricca, che senza attendere ordini, dopo una seconda, veloce occhiata alla folla ammutolita e curiosa di sapere come continuava lo spettacolo, a posare gli arnesi in terra. Rivolto a Jack, con un gesto repentino della mano destra tesa come un coltello, la passò a filo della propria gola sbarrando gli occhi come folgorato da un fulmine.
Jack non accennò neppure ad una smorfia, e appena Frank, dimesso e a spalle curve raccolse gli strumenti del collega per andare ad attizzare il fuoco di fianco al patibolo, Bob già portava la mano al fianco cercando nel fondo della tasca destra il coltellaccio. Un filo di profonda, consapevole pienezza invase gli occhi neri di Jack, e per un momento sembrò a tutti che l’uomo trovasse nelle carneficine la voluttà dei sogni più disumani. E disumano continuava ad essere, ma era come ignaro di sé, come se l’aver sgozzato o ordinato di sgozzare un’infinità di uomini, anno dopo anno, e ormai giorno dopo giorno, avesse umanizzato il male al punto da renderlo plausibile, naturale. Come un nazista, Jack lavorava. Quello non era un sogno, non era la fantasia di un mago spietato desideroso di conoscere, attraverso gli occhi della gente, cos’è il dolore per eccesso di strazio. E cos’è il sangue e cosa sono le grida, cos’è strappare la carne di un uomo, proprio là, al centro del mondo, mentre il mondo resta a guardare lo scempio diventare memoria.
Sotto la pioggia, ormai densa e continua, occorsero ceppi, frasche, foglie, segatura, rametti raccolti qua e là, e oli per lasciare ardere il fuoco. Si levò una colonna di fumo bianco spinto verso le nuvole da un vento improvvisamente furioso. L’acqua scendeva per linea obliqua colpendo con la violenza delle raffiche le spalle dei carnefici piegate un po’ in avanti, a limitarne la furia. La folla ormai era rada, e quando la tempesta cominciò a non lasciare scampo, uno dopo l’altro tutti si ripararono sotto le piccole tettoie della piazza. Altri ripresero i carretti, altri ancora filarono alla rinfusa, alcuni trascinando gli strumenti del mestiere, altri correndo con i bambini sulle spalle, altri ancora sguazzando nella melma della terra. Ancora per un momento, appena Jack non nascose a nessuno che il coltello brandito da Bob non era il segno della fine, ma il principio di altre atrocità, qualcuno più curioso rimase sotto l’acqua, a bocca aperta, con le spalle piegate e le braccia penzoloni. C’erano a mala pena una decina di persone stanche e fradice, attaccate tutte con il muso al patibolo, mentre guardie e cavalli s’erano acquattati sotto gli spioventi delle case attendendo di sciogliere l’ordine. Un muro d’acqua calava tra i sanguinari e la folla, e tenere la testa fissa sul patibolo costava ai curiosi dure staffilate di catinelle da accecare gli occhi. Il cielo era un’infinita macchia nera estesa senza crepe d’azzurro e senza luce, da una parte all’altra della piazza, come un enorme tabarro abbandonato aperto sul teatro della violenza. E il buio afferrava già gli angoli del luogo, mentre la gente non sembrava più distinguersi, erano ombre vaganti nella notte.
Prima di vibrare il colpo alla giugulare, solo per un attimo, a Bob sembrò di sentire inumidirsi gli occhi, gli stessi occhi che corsero con un guizzo rapido a Elisabetta, ancora là in mezzo alla piazza, alla piccola Maria stretta tra le gambe della donna, e a Galewskj tornato sul palchetto per assistere alla fine dello spettacolo. Non era però acqua piovana, ma erano lacrime quelle che Jack gettava in terra, mentre Bob armeggiava intorno al tronco di Mohamed. Forse il boia di turno chiedeva una supplica chissà a quale Dio, forse non era stato lui il capo carnefice, forse ogni volta che guizzava con gli occhi ordinando la morte. Ora chiedeva perdono, o solamente supplicava misericordia. Fu un momento, il tempo che Bob si inginocchiasse su quel che rimaneva di Mohamed, e neppure qualche istante dopo un taglio netto alla gola, con un paio di colpi assestati con mestiere, separò la testa dal busto. Eccolo poi afferrare il capo dello sventurato e mostrarlo, nella più crudele tra le crudeltà umane, ai cristiani accoccolati vicino al patibolo. Dire che fu incancellabile l’orrore che si impresse negli occhi innocenti e già carichi di dolore di Maria è una banalità. Ma la bambina rimaneva là, intirizzita e spaventata ma sempre raccolta tra le gambe della madre, algida e diventata un cencio per causa della tempesta, propria là ad osservare un silenzio da donna superiore. Eppure dietro quel viso lucente d’acqua e innocenza, c’era a mala pena una fanciulla di otto anni.
Dall’altra parte, più fulminea che mai, la belva chiusa in Jack, vedendo le lingue di fuoco salire sicure al cielo, tanto più la pioggia cadeva senza remissione, come un sanguinario discobolo, si avvicinò al tronco di Mohamed, afferrò la testa dalle mani di Bob e la lanciò nel piccolo cratere. Là si perse l’anima del martire, là andò a consumarsi un brano di vita, andò a cancellarsi dalla faccia della terra. In meno che non si dica, Jack ritornò al centro del patibolo, e da solo strinse tra le braccia ciò che rimaneva del misero, scostando i tre sottoposti pronti a donargli aiuto. Dopo qualche passo gettato un po’ di corsa, il capo scaraventò via l’avanzo che planò di botto sulla brace. Dì lì a qualche minuto, non si vide più niente. C’era veramente uno sparuto gruppo di manigoldi e vagabondi, qualche ragazzaccio, e un paio d’anonimi viandanti che sostavano a confabulare. Elisabetta non dava segno di nulla, e Maria s’era guadagnato rancore bastante per il resto della vita. Jack fece segno che era giunta l’ora, e dopo aver gettato sul fuoco quel poco di legna rimasta ad infradiciarsi in terra, diede un ultimo sguardo intorno, come a voler controllare chissà cosa, a vedere chissà chi, e raccolti gli stracci abbandonati presso i cavalli, decise di tornarsene via. Sulla Piazza de’ miracoli, un’enorme conca d’acqua invase perfino gli angoli più riposti, e acqua ancora scendeva senza sosta dal cielo, senza pace per nessuno. Le fiamme a fatica si spingevano verso l’alto, ma la forza della tempesta, già lavato il sangue sul patibolo e spento il fuoco, sembrava la mano di Dio venuta a rimettere in nulla ognuna tra quelle cose orrende.
Tutto finì per diradarsi in breve tempo. I quattro carnefici lasciarono la piazza a passo lesto sparendo come ombre dell’inferno lungo buie stradine. I giudici protetti da enormi cappelli si affrettavano sulla via del ritorno. Anche Elisabetta, Maria, insieme ad Alì, Ahmed e Abdullà acceleravano il passo riparandosi di tettoia in tettoia. Soltanto Galewskij era rimasto solo. Si guardava intorno spaurito, forse non sapeva che direzione imboccare per uscire dalla piazza. Poi con uno scatto secco prese la strada di Elisabetta e Maria tallonando i tre ragazzi africani. Dopo qualche minuto di cammino, incrociarono altri gruppi in corsa sotto la pioggia. Più avanti la scena si ripeté, decine di persone da tutte le strade sboccarono sul molo. Le navette e le barche danzavano mosse dalla tempesta. Non c’era tempo da perdere. In qualche minuto ognuno si rinserrò all’interno del proprio mezzo, e poco per volta, le imbarcazioni presero il largo. Il gruppo di giudici attese qualche minuto in più. Un elicottero atterrò lentamente sulla pista presso il molo. E mentre le imbarcazioni già erano piccoli punti scuri nel grigio del mare in tempesta, l’elicottero si alzò da terra con la lentezza dell’atterraggio. Insieme ai giudici c’era anche Galewskij. Appena si prese quota, l’equipaggio poté distinguere, in mare aperto, la navigazione tormentata delle imbarcazioni sotto di loro, il fumo alzarsi dalla piazza patibolare. Dopo qualche minuto, il mare intorno somigliava ad un’enorme lastra d’acciaio, la piazza poco per volta diventava un quadrato scuro al centro dei caseggiati e già potevano distinguersi i confini del luogo. Tra il mare e il borgo, la spiaggia era una corona bianca, una cintura frapposta tra l’oscurità delle acque marine e le case annerite dalla pioggia. Più l’elicottero s’alzava, più il mare diventava sterminato. Galewskij continuava a sporgersi giù tra l’indifferenza dei giudici silenziosi. C’era mare dappertutto e l’isola del massacro sembrava un cranio umano al centro di una vasta landa desertica. L’osservatore puntava gli occhi in basso sul minuscolo grumo di terra per distinguere vie da case, piazze da torri. La tempesta però rendeva parziale la visione. Una breve raffica di vento scosse l’elicottero e per un momento l’equipaggio sobbalzò prima di riassestarsi. Quando Galewskij rivolse di nuovo gli occhi giù verso il mare, l’isola era scomparsa. Provò a guardare in ogni direzione, stupito che un breve istante era bastato a vanificare la visione, ma l’isola era veramente scomparsa dall’orizzonte dello sguardo, e intorno c’era un unico compatto colore che rendeva indistinguibili il cielo dal mare.